Le gialle di Valerio/112: Corruzione di Don Winslow

Don Winslow
Corruzione
Einaudi, 2017
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

New York. Luglio 2015-luglio 2016. Il 4 luglio, festa dell’Indipendenza americana, i 4 poliziotti della principale squadra della Manhattan Special Task Force (detta Da Force) fanno irruzione in un magazzino di eroina nera messicana (ce ne sono 70 chili, valore al dettaglio cinquanta milioni) al secondo piano di un palazzo di Harlem gestito dal boss dominicano Diego Peña, che controlla buona parte della distribuzione nell’intera città. Sono Dennis Danny John Malone, il suo miglior amico Phil Russo (italiano dai capelli rossi e dal gusto fino), il geniale omaccione nero William Montague Big Monty, il bel fricchettone Billy O’Neill, armati e fatti fino ai denti. Si feriscono in tanti, muoiono due sicari insieme a Billy O e Peña, per evitare di uccidere cani il primo, per una vera e propria esecuzione il secondo. Il Natale successivo circola in molti ambienti la storia che i tre amici superstiti si siano tenuti molta droga e tutti i contanti trovati. È vero. Funziona così, è il sistema anche dei bravi poliziotti per sopravvivere alla strada. Del resto, se i dominicani subiscono un colpo se ne avvantaggia un altro criminale, nel caso di Manhattan North il crudele pusher di droga (e non solo) DeVon Carter, pur se il giorno della Vigilia gli arrestano il potente spacciatore Fat Teddy per poi stringere un patto losco anche con lui in vista di un grosso traffico di armi da bloccare. A Pasqua il capitano Sykes aggiunge un nuovo quarto uomo alla squadra, il giovane Dave Levin, bisognerà svezzarlo mentre clan e gang si fanno sanguinosa guerra, quasi come gli uffici del sindaco e del capo della polizia. All’inizio del luglio successivo il sergente Malone, 38 anni di vita e 18 di lavoro, 1,87 di muscoli e tatuaggi, capelli corti e occhi azzurri, ateo e arrogante, si trova in galera, incastrato e ricattato un po’ da tutte le parti in causa.

Un altro capolavoro di Don Winslow (New York, 1953) che torna alla costa est dei primi romanzi dopo la lunga fase nell’epica California delle pattuglie del surf e dei cartelli del narcotraffico. Il titolo americano è “The Force”, unità d’élite (con i propri rituali) vista male da Narcotici Omicidi Antigang, una piccola minoranza dura e coraggiosa (fatta apposta per Harlem) dei circa trentottomila agenti cittadini, 54 tra detective veterani, agenti sotto copertura, anticrimine e in divisa. Come al solito, prima di scrivere ha raccolto artigianalmente migliaia di documenti, rapporti, testimonianze e notizie, che riprende incidentalmente con stile e ritmo eccelsi, impasto di alta letteratura. Il consumo di massa di droghe, oppio e antidolorifici è sotto gli occhi di tutti. La narrazione è in terza fissa sul re poliziotto della parte settentrionale dell’isola, Malone, eroe infame. Tante altre figure (cattivi e molto cattivi, politici e immobiliaristi, avvocati e giudici, informatori e parenti) e tutte le complesse relazioni sono stupendamente descritte nella loro evoluzione, ma i pensieri e la prospettiva su persone ed eventi sono solo i suoi, anche quando (sempre più) ciò che accade sfugge alla sua regia. È cresciuto nel ghetto operaio di Staten Island e ama la polizia; rimasto senza padre (irlandese, anche lui poliziotto, un infarto) a otto anni, senza il fratello maggiore Liam (pompiere) con l’11 settembre e senza madre poco dopo; trasferitosi a Manhattan dopo la separazione dalla moglie Sheila e dagli amati figli, il più grande John (11 anni) e Caitlin (capelli rossi e occhi verdi materni), pur restando legato a loro e al quartiere (tifoso dei Rangers); ha respirato corruzione fin da quando ha ricevuto il distintivo, protetto dai club e dalle mafie italo-irlandesi; è innamorato dell’infermiera afroamericana Claudette in via di precaria disintossicazione; odioso verso i parassiti preti e chi se la prende coi bambini; sempre allenato con sacco e jogging, spesso pieno di dexedrine da cinque milligrammi e Jameson liscio, invaghito dei testi delle canzoni hip-hop. Ha denaro in contanti, investimenti, conti correnti, tutto ben nascosto dove i federali non arriveranno mai a ficcare il naso. Il titolo italiano si concentra appunto sul funzionamento ordinariamente avariato della giustizia (il circolo vizioso degli interessi e dei favori, inevitabilmente criminali), in cui tutti gli attori si usano, compreso Malone che solo così riesce a far “bene” il suo mestiere (prevenire e ridurre e colpire la criminalità), a farsi carico delle famiglie dei colleghi (pure dopo morti), a eliminare le interferenze, a essere rispettato o temuto: se il mondo giocasse lealmente, anche lui giocherebbe lealmente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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