Le gialle di Valerio/117: La rete di protezione

Andrea Camilleri
La rete di protezione
Sellerio, 2017
Noir

Vigàta (Montelusa, Sicilia). 2015. Salvo Montalbano non ci può credere. Una troupe italo-svedese ha deciso di girare una fiction proprio nei luoghi dove trascorre tutti i santissimi giorni. Qualche mese prima Televigàta aveva chiesto di trovare vecchi filmini superotto in modo di ricostruire come si presentava il paese negli anni Cinquanta. Ora capisce. Piazze e vie sono tornate come allora: via le antenne, i cassonetti, le insegne al neon. È alle porte il gemellaggio Baltico-Mediterraneo Kalmar-Vigàta, fra equivoci e risse. Tecnici, attori e attrici (bionde) sono ovunque. La trama fa riferimento a una ragazza svedese imbarcata come nostromo su un vaporetto proveniente da Kalmar e giunta a Vigàta dove decide di restare dopo varie amorevoli peripezie. Iniziano le riprese e Salvo decide che deve andarsene lui, magari a Boccadasse da Livia: il silenzio è il suo companatico e non si mangia più. Due strani casi lo bloccano. L’anziano ingegnere capo del Comune, Ernesto Sabatello, ha trovato sei filmini del padre tutti girati il 27 marzo alle 10.25 dal 1958 al 1963 che inquadrano di continuo per 3-4 minuti solo un pezzo di muro. Salvo li studia e comincia un’intricata inchiesta personale, rintraccia i luoghi abbandonati della ripresa, ricostruisce il legame fra il padre e lo zio di Ernesto, i gemelli Francesco ed Emanuele (nato infelice) morti l’uno nel maggio 1963, l’altro il 27 marzo 1957. Nella scuola media Pirandello e nella classe III B di Salvuzzo, figlio di Mimì Augello, pare ci sia un caso di bullismo contro un ragazzino esperto del web. Salvo non gli dà peso, è più preoccupato per i tradimenti di Mimì e per le reazioni della moglie Beba, gli sono molto cari. Parte per Genova ma dopo appena due giorni il dovere lo richiama; a cena vede Mimì in un servizio del telegiornale, c’è stata un’irruzione di due mascherati con la pistola proprio in quella classe.

Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925) continua a non sbagliare un colpo, anzi la mira perfetta si confronta con bersagli sempre nuovi e attuali. Come ormai da quasi tre anni ha dettato il romanzo a Valentina Alferj, per i gravi problemi agli occhi. La struttura è sempre la stessa: capitoli della medesima lunghezza, terza fissa sul protagonista, vigatese stretto. Lo sappiamo: Salvo è attratto dalle faccende giudiziarie ma forse soprattutto “da quella matassa ‘ntricata che è l’anima dell’omo in quanto omo”. Nel trentesimo libro con le avventure del commissario non ci sono veri e propri crimini e criminali, la storia del passato è una storia d’amore, per quanto triste e irrisolvibile; la storia del presente è pane quotidiano di tanti insegnanti e studenti, complicata da prevenire, reprimere o processare. Vengono trattate con i consueti ironici acume e garbo, senza lunghe riflessioni esistenziali e filosofiche, casi della vita contemporanea per quel che sono, dentro un coacervo di emozioni da commedia, farsa o tragedia sempre stemperate dal contesto ambientale e sociale. Costruirsi una “rete di protezione” (da cui il titolo) è un movente di tante azioni della nostra esistenza, di breve e lungo periodo, ma quando si moltiplicano in ogni luogo e momento, con qualsiasi causa vera e presunta, adottando le più svariate (rischiose) modalità, allora proteggersi può diventare il fine non lo strumento, nella vita e della vita. E forse non serve, riflette Salvo, come lui non è stato indispensabile al proseguo delle esistenze dei protagonisti dei due casi che ha affrontato. Da tempo ha capito che la verità si ri-vela: “certe vote, è meglio tinirla allo scuro, allo scuro cchiù fitto, senza manco la luci di un fiammifero”. Immancabili e deliziosi i siparietti dei dialoghi con Livia, Catarella, Fazio, Ezio (della trattoria), Ingrid e via leggendo, compresi i sogni dei sonni e i pensieri delle passeggiate. Adelina lo sorprende ogni giorno, è ora che ce la facciamo presentare (nei nostri frigo).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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