La Debicke e… I segreti della famiglia Herington

I segreti della famiglia Herington
di Wendy Francis
Newton Compton, 2017

Le ragazze Herington sono di nuovo insieme per trascorrere un’altra estate nella vecchia casa di famiglia di Cape Cod. Quest’anno, però, hanno portato in vacanza con loro più segreti che valigie. Maggie, la più grande delle due gemelle, è preoccupata per il recente (poco più di un anno), imprevedibile divorzio dei genitori, che rischia di scombussolare la routine familiare, e per il suo desiderio, le sue due femmine e Luke il maschio stanno crescendo, di avere un altro bambino per casa. Dopo la travagliata nascita di Luke, vorrebbe adottarne uno. Jess, la seconda gemella, la più insicura e impacciata, nonostante l’amore per i due figli e le responsabilità di preside di scuola, ha un matrimonio che scricchiola e vorrebbe trovare il coraggio di confidarsi con il marito e con Maggie per un errore commesso. Virgie, la più giovane e brillante, la più vicina al padre e da sempre consacrata alla carriera, da due mesi ha incontrato finalmente un uomo che parrebbe giusto. Però non si sente ancora di presentarlo alla famiglia e in più è stanca, provata da mesi di lavoro e spera molto nella vacanza per ritornare in forma.
Previsto anche l’arrivo di Arthur, il padre, affermato scrittore di gialli che occupa il tempo libero facendo volontariato nella biblioteca e ancora innamorato fino al midollo della madre delle ragazze ed ex moglie, Gloria. Lei gli ha chiesto il divorzio da un giorno all’altro e soit disant per vivere la sua vita, dopo ben trentaquattro anni di matrimonio…
E quando Gloria annuncia una visita a sorpresa a Cape Cod, insieme a Jo, il suo fidanzato, mette un po’ tutti in fibrillazione. Soprattutto Arthur, l’ex marito che, anche se non l’ammette pubblicamente, ha mal digerito la separazione. Eppure la convivenza funziona, certi nodi vengono al pettine sciogliendosi e, nonostante un malore di Virgie durante la festa di compleanno del padre, tutti riescono a gestire la situazione, almeno fino a quando un imprevedibile e spiacevole incidente porterà a galla un nuovo segreto e forse un nuovo problema…
I segreti della famiglia Herington di Wendy Francis rappresenta lo specchio più classico di un certo tipo di famiglia americana moderna, una famiglia quasi perfetta con tutti i membri legati tra loro e forse ancora imbevuta di un certo puritanesimo.
Il libro è scritto in terza persona da un narratore onnisciente, ogni capitolo è concentrato su uno dei personaggi e quindi diventiamo subito spettatori di sentimenti, idee, desideri. Ci ritroviamo a osservarli, siamo testimoni di quanto si affastella nelle loro menti, insomma peggio delle mosche sul muro siamo le non viste spie della loro vera vita.
La storia ruota intorno alla loro “oasi felice”, una piccola e semplice casa di vacanze, con pontile e spiaggia privata, una casa che non è mai cambiata nel tempo e che, ogni anno a luglio, ha riunito la loro famiglia allargata: genitori, figlie, generi e nipoti…
Le vacanze per gli Herington sono sempre state una parentesi serena, un rifugio dai problemi quotidiani che attanagliano ognuno dei protagonisti e un momento speciale da passare in famiglia, fino a questa estate!
Oddio certe avvisaglie c’erano ma, come succede spesso, ci si fa superare dai mille impegni, non si vuol imporsi agli altri e si pensa sempre che “tanto il tempo per fare tutto non mancherà!”
E invece… La vita è troppo breve e non ci si rende conto di quanto di “buono” si ha, fino a quando non viene a mancare.

Wendy Francis ha lavorato per anni come redattrice, prima di dedicarsi alla scrittura. Le piace correre, fare qualche tiro al canestro con il figlio e leggere un buon libro sulla spiaggia. Vive vicino a Boston.

La Debicke e… Penelope Poirot e il male inglese

Penelope Poirot e il male inglese
di Becky Sharp
Marcos Y Marcos, 2017

Ancora un mystery alla moda anglosassone, un secondo giallo scritto sulle orme di Agatha Christie e pubblicato ancora una volta con lo pseudonimo di Becky Sharp. Pseudonimo che è tutto un poema, ritagliato su misura ed elegantemente sottratto alla protagonista di Fiera della vanità di William Thackeray. Ma chi è veramente Becky Sharp? A chi le chiede cosa fa nella vita, risponde di essere una redattrice, una traduttrice ma di sentirsi l’animo di un’avventuriera. Magari potrebbe anche citare alcuni sconfinamenti in campo filosofico e della critica letteraria. Poi, ancora insoddisfatta, garantirà di essere una scrittrice, tradotta oltralpe. In verità molti sospettano che abbia un animo decisamente pantofolaio e più di una voce giura che dietro il britannico pseudonimo Becky Sharp, si diverta a nascondersi Silvia Arzola, italiana puro sangue, traduttrice e brava scrittrice per i più piccoli.
Ma a voi due passi nella trama.
Penelope Poirot ha nuova vita, non è più critica gastronomica ma un’affermata scrittrice. La sua autobiografia, dal fastoso titolo: Una nipote, è balzata in vetta alle classifiche anglosassoni. Le riviste più alla moda si contendono i suoi reportage di costume, e Penelope ha deciso di dedicarne uno al male inglese, insomma a quella atavica forma di malinconia che un tempo si curava con un viaggio seguito da un lungo soggiorno all’estero, preferibilmente in Italia, meglio ancora se in Liguria, in paesi affacciati sui dolci golfi della Riviera di Levante.
Accompagnata da Velma Hamilton, italo-inglese, anarchica da parte di nonno, da lei quasi trasformata in un indivisibile alter ego, zitella ma sempre incerta nella sue scelte esistenziali, paziente segretaria nonché privilegiata vittima dei suoi sfoghi, Penelope ha fatto le valigie ed è pronta a partire per ripercorrere il Grand Tour.
La sua prima tappa, che sarà Portofino, le riserva una gradita sorpresa: ha riaperto i battenti villa Travers, meta delle più belle estati della sua adolescenza. E tanti lontani e dolceamari ricordi.
Dopo la drammatica scomparsa del proprietario, il figlio primogenito Samuel, uscito e scomparso in mare in una sfortunata notte di dieci anni prima, la famiglia non aveva più rimesso piede nella villa. E adesso, invece, eccoli tornati là, riuniti tutti insieme, la vedova, il padre, il vecchio patriarca, i figli, il cognato, gli amici, sulla terrazza dalla vista spettacolare, intorno alla piscina restaurata.
Penelope e Velma vengono invitate a dividere i rinnovati fasti di Villa Travers e a sistemarsi nella camera verde, dove aleggia ancora un sentore di polvere e di muffa, ma è tra le pieghe calde dei ricordi che si celano i drammi di una famiglia che non ha ritrovato la pace. Fumi di antichi rancori, uniti a ceneri di spente passioni e trame d’invidia o peggio, serpeggiano mefitici, ammorbando l’atmosfera.
In un terreno tanto fertile il delitto attecchisce, germoglia rapidamente ed esplode all’alba come uno splendido fiore velenoso.
Dicevamo che Penelope Poirot e il male inglese è un giallo dai canoni “classici”, e quindi con un ristretto gruppo di personaggi che si ritrovano in un luogo isolato, alle prese con una morte misteriosa. Anche se ogni tanto la faccenda criminosa finisce abbastanza in secondo piano, facendo invece guadagnare la scena alle multiformi personalità, alle debolezze e alle stramberie dei personaggi.
Su tutti ovviamente spicca lei, Penelope: eccentrica, sempre elegante, in equilibrio sui tacchi, colma di autostima, assolutamente convinta di avere ereditato le “celluline grigie” del suo celebre prozio.
Ad accompagnarla c’è Velma Hamilton che fa da contraltare alla personalità debordante di Penelope e lascia vagare il suo sguardo più pacato, e forse più obiettivo, sulla fauna dei loro ricchi ospiti. Ma solo il lettore riesce a cogliere l’aura di inconsistenza, ipocrisia e ridicolaggine legata agli ospiti di Villa Travers.
Ma c’è altro. Ci sono personaggi che sanno vivere solo d’immagine, donne sottilmente crudeli, torbidi segreti connessi al passato, pregiudizi, insane gelosie. Una sconfortante commedia umana, che tuttavia resta sempre una commedia. (Tanti particolari però mi hanno richiamato alla memoria il famoso giallo di Portofino legato alla morte della contessa Agusta.)
Puntuto, originale e lieve: mix quasi perfetto di intrigo e ironia, per chi oggi cerca un giallo fuori dagli schemi, questo Penelope Poirot e il male inglese.
E niente altro potrebbe essere un romanzo che ha per protagonista “nientepopodimeno” che Penelope Poirot, anglo belga pronipote del famosissimo Hercule,
Su tutto, domina lo stile ben calibrato dell’autrice, che riesce a regalare al lettore un eccellente melange di humor e buona scrittura.

Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (III)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…
Gli uomini preferiscono il diavolo di Howard Marks, Giano 2010.
Siamo a Cardiff, anni novanta e poi duemila. Catrin Price, agente della Narcotici alle prese con un dubbio suicidio di un suo ex compagno poliziotto di cuore e di lavoro (l’aveva salvata dalla morte), caduto nelle grinfie della droga e della bellona dannata di turno. Viso infantile, pelle scura tipica della razza celtica “con qualcosa di zingaresco”, tutta vestita di nero, tatuaggi sulle braccia come se “fosse appena uscita da una banda di motociclisti”. Discreta pure lei se il nuovo collega Jack Thomas, dal sorriso compiaciuto, “le lanciava le classiche occhiate che ti inducono a controllare se hai tutti i bottoni allacciati”. È chiaro che in un momento di debolezza (ubriacatura) ci scappi “qualcosa” con inevitabile futura, tremenda vergogna. Abitudine hippy con i dodici saluti al sole dell’Hatha, mezz’ora di tae-kwon-do, praticamente una serie ripetuta di calci e pugni, poi yogurt, fiocchi d’avena e frutti di bosco surgelati. Per finire uso di kanna, erba africana con lo stesso effetto della marijuana senza lasciare traccia. Rimasta la madre tossica, il padre al largo appena nata. Poco propensa a credere negli altri, “la sua Laverda era l’unica cosa al mondo di cui si fidava completamente”. Sogno ricorrente di un’aggressione, uso del Diazepam, ricordi della storia d’amore con Rhys “Fa’ di me quello che vuoi” con quel che segue. Dalla bellona dannata (pure drogata) la notizia che il suo ex compagno, Rhys Williams, stava lavorando a un caso eclatante di molti anni fa, il suicidio della rockstasr Owen Face, gettatosi dal ponte Severn Bridge, il cui corpo non era stato trovato.
Ricerca lunga, interminabile, per scoprire la vera fine del suo amato, insieme al regista Huw Powell, costellata di mille difficoltà: incendio e morte, un furgone grigio che segue, il Supervisore, scene sadomaso, domande, colloqui, viaggi, computer, cartine, fotografie, riprese televisive, un laboratorio all’avanguardia, momenti di angoscia, abbandono e ribellione con il compagno di viaggio, il freddo, la neve, la pioggia, droghe, riti satanici, tensione, pericolo, lotta, fuga…
Ricerca asfissiante, spiegazione finale intorcinata, un po’ come tutta la storia. Le solite cento pagine in più.

La principessa di ghiaccio di Camilla Läckberg, Marsilio 2010.
Elbert Berg vuole rifarsi una vita felice alla faccia di quella befana che ha in casa. Ergo svolge dei lavoretti per mettere da parte i soldi e filarsene via. Come quello per la signora Alexandra. Scontato che la trova morta nella vasca da bagno, i polsi tagliati con la lametta da barba (suicidio o omicidio?)
Inizio promettente nella linea dei grandi scrittori scandinavi. Prosa soffice, delicata, viva introspezione psicologica senza eccedere, brevi spunti di quotidianità. Personaggio principale la scrittrice Erika Falk, trentacinque anni, amica di infanzia della morta anche lei con i suoi problemetti: genitori passati a miglior vita (un classico), il padre affettuoso e la madre arcigna, sorella Anna con matrimonio sbagliato, l’amicizia con l’ex fidanzato. E piano, piano, con calma viene fuori la vita e il mistero di Alexandra, il rapporto con il bel consorte e i suoi amori segreti.
La brava e furbetta Camilla non si fa mancare niente. Arriva l’ironia e la macchietta con il commissario Mellberg, grasso pallato, dita corte e grassocce, capelli di riporto, disordinato, goloso di cioccolatini. E pomposo. Nonché maschilista, battute equivoche e pizzicotti proprio lì alla segretaria. Suo sottoposto Patrick Hendsrtröm innamorato sin da ragazzo della nostra Erika e, guarda caso, lasciato dalla moglie. Ergo storia d’amore con finale lettonzolo (la prima così così ma la quinta una meraviglia).
Non mancano le frasette in corsivo (dell’assassino?), il pezzo di gotico al buio con la paura, l’armadio salvatutto e i passi che scivolano via silenziosi, nonché il passato che riemerge terribile nel presente (mai trovato un passato gentile e carino), il colpevole sbagliato e subito rilasciato. E, naturalmente, le solite storie di famiglie incasinate, la violenza sulle donne e sui/sulle bambini/e. Il tutto inframmezzato con tocchi leggeri di interni ed esterno, la natura, il freddo, la pioggia, la neve. Storie, dicevo, che si incastrano perfettamente fra loro e danno modo ai vari personaggi di mettersi al centro della scena, con particolare riguardo a Erika e Patrick. Forte e coraggiosa la nostra beniamina che si preoccupa della situazione matrimoniale della sorella. Sensibile e desiderosa di una vita tranquilla e serena da poter pianificare “convivenza, fidanzamento, matrimonio, figli e poi una lunga serie di giorni che si susseguono finché una mattina ci si guarda e si scopre di essere invecchiati insieme”. Consapevole del male che si nasconde sotto “una superficie che doveva essere costantemente tirata a lucido”. Un bel personaggio.
E poi dolore, pianto, slancio e gioia che si alternano con un lume di speranza che alla fine sembra accendersi.
Buona l’atmosfera di attesa per la scoperta dell’assassino e buona pure quella per vedere se il nostro Elbert ce la farà. Con tutti i mariti spallati a fare il tifo per lui.

Uno sbirro femmina di Silvana La Spina, Mondadori 2007.
“Catania, prima messa del mattino nella chiesa degli Angeli Custodi. Un ragazzo si alza, avanza, uccide il parroco e poi fugge. Poco dopo viene trovato a scuola. Non nega il delitto, lo giustifica. “Era iarrusu” afferma. Possibile? Pedofilo proprio quel prete in lotta contro la violenza e il degrado del quartiere Angeli Custodi? Don Jano Platania, la cui fama si era sparsa ben oltre i vicoli intorno alla parrocchia? Maria Laura Gangemi, commissario di polizia, non riesce a crederci. Eppure fatica come non mai a concentrarsi sulle indagini. Suo figlio Andrea è in coma all’ospedale Cannizzaro, investito da un TIR la sera prima….” Ed è amico dell’assassino, nipote di don Nitto Torrisi che, da vecchio uomo d’onore, controlla tutto il quartiere. Una brutta gatta da pelare.
Maria Laura Gangemi: commissario di polizia di Catania non le manda a dire dietro. Critica la società dei mariti violenti, della Mafia (Don Nitto Torrisi), della Chiesa come apparato in contrasto con la chiesa militante di don Jano Platania (un disobbediente per Monsignor Corrao) ucciso dal figlio di un boss, di Catania, dei siciliani tutti “ che vedono nel caffè la panacea di tutti i mali”, della Sicilia dei soprusi e del voto dato dietro compenso, dell’Italia “delle vallette, delle sceneggiate politiche, degli inciuci, delle arroganze, delle prepotenze, delle minacce e dei ricatti, delle feste napoleoniche sui panfili dei finanzieri che si mangiavano le nostre finanze a morsi”, critica anche verso se stessa come madre lontana dalle esperienze del figlio. Vita sfortunata con il marito Attilio. Solo insulti e botte. Ricordi del figlio Andrea all’ospedale perché travolto da un Tir “Andrea è una testa ricciuta, un sorriso, una recita scolastica, una mano nella sua al funerale di Attilio”. Ricordi di quando era incinta e bella, con il vestito sciolto ed i capelli lunghi e lisci , le spalle scoperte e lucide di crema. Ma tutto è cambiato.
Donna forte, coraggiosa questa Maria Laura che incute anche un certo timore “Ma a guardarla negli occhi smarrì. C’era qualcosa in quella donna, in quello sguardo duro come pietra che lo fece tremare”, “Capì che non si sarebbe scansata, che l’avrebbe messo realmente sotto le ruote se non si fosse levato, e non solo in senso metaforico”. A un certo punto “batté un pugno sul tavolo dell’ingresso facendo sobbalzare l’intera centralina con i telefoni”. Non sopporta le vittime prima ancora dei carnefici perché “non c’è carnefice senza vittima, e non c’è vittima senza carnefice”. Per lei la statua che rappresenta Il ratto di Proserpina pare che porti impresso il destino delle donne della città “Rapite, sottomesse, usate”. Momenti di fatica, di debolezza, di paura. Piange e trema. Tradisce (direi forzatamente) il marito violento con un collega giovane e carino. Incomincia a bere, in cura da una psichiatra. Cerca di ricucire il rapporto con il figlio, ha bisogno di un altro essere umano. C’è sempre un filo di speranza nella vita. In fondo al libro quando lei è vicina al figlio al letto dell’ospedale “Una mano in quel momento si posò sulla sua spalla. Una mano solida, grande. Non c’era bisogno di chiedere: sapeva a chi apparteneva”.
Lo stile di Silvana La Spina è asciutto, essenziale, non una parola di troppo. La critica alla città e alla società in generale non danneggia il racconto ma nasce spontanea e vera dalla sofferenza stessa della protagonista.

La Debicke e… Omicidio in via della Dogana

Omicidio in via della Dogana
di Stelvio Mestrovich
A&A Edizioni, 2017

Lucca è il suggestivo scenario di Omicidio in via della Dogana, ultima fatica letteraria di Stelvio Mestrovich. Un thriller giallo, di “buona beva” e molto pruriginoso in cui si percepisce aria di seduzione, di adulteri e di eros sin dalle prime righe, quando, sotto la volta del giudizio michelangiolesco della Cappella Sistina, Valentina Lenzi – bella quarantenne alta, abbronzata, capelli lunghi e rossi, con la camicetta che lascia intravedere un seno piccolo ma sodo – incontra per caso Maria Pia, un’amica di vecchia data e gelosissima moglie del giallista Alberto Dodero.
Ciò nondimeno proprio Maria Pia chiede al marito, scrittore per la gloria ma impiegato di banca per vile pecunia, di far dono all’amica ritrovata di una copia di Assassinio in seconda classe, l’ultimo suo romanzo di successo. Dodero, un farfallone che si crede smaliziato dongiovanni, accoglie la provocazione, telefona a Valentina un mese dopo, in pieno luglio, e si presenta da lei con il libro firmato.
Un caffè in un bar sotto casa.. e zac, scatta l’appuntamento, perché Valentina è donna di idee molto aperte. Insomma una che la dà facile e più che disposta a mettere le corna al manesco e nerboruto marito Ciro diventato una vera palla al piede…
Però quattro giorni dopo, quando l’ammaliatrice non si presenta all’ora prevista al Lido di Camaiore, bagno Doge, Alberto torna a Lucca a cercarla, si imbatte nel marito che non sa dove sia andata, poi scocciato torna al mare e la vede salire a bordo del Poseidone, peschereccio di Vincenzo Chiaravalle, calabrese trapiantato in Versilia.

A Valentina, questo è evidente, piace ed è sempre piaciuto far collezione di amanti (e chi tiene il conto?); il penultimo è il giovane e aitante marinaio e dopo, a suo gusto e perché no, sarà il giallista lucchese.
Ma quando verrà ritrovato il cadavere della Lenzi, uccisa con un colpo di Beretta calibro 9 in via della Dogana a Lucca (dove una volta c’era un celebre casino), ed entreranno in gioco il maggiore del Carabinieri Marco Mosetti e il suo braccio destro, il maresciallo Michele Bernardini, il nostro farfallone amoroso finirà con essere sospettato di omicidio. Non ha un alibi valido, non si sa dove fosse esattamente la sera del delitto, tutti gli indizi puntano su Alberto Dodero. Persino sua moglie lo crede colpevole

Ma sarà lui l’assassino? Oppure Mosetti dovrà invece guardare al passato e cercare di scavare più a fondo?

Le gialle di Valerio/119: L’assassino cieco

Margaret Atwood
L’assassino cieco
Ponte alle Grazie, 2001 (orig. 2000)
Traduzione di Raffaella Belletti
Noir epico

Port Ticonderoga e Toronto. 1916-1999. Il 18 maggio 1945 la 25enne Laura Chase sbanda in auto, sfonda le barriere di protezione e si schianta nel baratro, restando uccisa sul colpo. A primavera 1947 esce per una casa editrice di New York lo splendido premiato volume postumo di Laura, L’assassino cieco, che parla dell’appassionata relazione amorosa segreta fra una lei benestante accasata e un lui ricercato avventuriero, il quale, prima o dopo il sesso in ritrovi occasionali, le racconta ad alta voce una storia fantascientifica sul pianeta Zycron. Il romanzo ha un gran successo, realizza nei decenni tante edizioni, rendendo famosa l’autrice nel paese e suscitando anche varie illazioni. Il 4 giugno 1947 il corpo dell’industriale 47enne Richard E. Griffen viene ritrovato senza vita (a causa di un’emorragia cerebrale) in una barca a vela ormeggiata al proprio imbarcadero privato sul fiume Jogues. La sorella maggiore di Laura è la moglie di Richard, Iris Chase Griffen (giugno 1916-maggio 1999): è lei ad aver prestato l’auto alla sorella quando Laura ha probabilmente deciso di farla finita; ed è suo marito il maschio ricco e autoritario che l’ha sposata (lui 35, lei 18) e poi non poco variamente tradita. Molto tempo dopo, nell’ultimo anno di vita, l’eccentrica vecchia malata famigerata Iris scrive i propri competenti ricordi: ha tanto da narrare sulla famiglia. Sulla propria: il nonno Benjamin che fondò la fabbrica di bottoni nei primi anni settanta dell’Ottocento, la più giovane nonna Adelia, l’amata casa che costruirono e dove crebbe, l’anglicano padre Norval che perse i due fratelli, un occhio e una gamba in guerra, la metodista madre Liliana, loro sorelle belle e bionde ma poco fascinose, la figlia Aimee (1937-1975) e la nipote Sabrina. Su quella del marito, soprattutto l’accidiosa sorella sovrintendente (a tutto) Winifred Prior (1905-1998). Su quella della bambinaia governante Reenie, e su amici e conoscenti come la compagna del padre vedovo e il giovane Alex. E, ovviamente, su Richard e Laura.

Straordinario capolavoro di Margaret Eleanor Atwood (Ottawa, 1939), poetessa e scrittrice canadese, attivista femminista e ambientalista. Il corposo romanzo uscì nel 2000 e continua a essere molto richiesto e letto in tutto il mondo. È la storia di due sorelle che non si ferma alla morte di una (1945) ma affonda nei decenni precedenti e si espande ai decenni successivi. Seppur lo spazio principale sia dedicato ai Trenta del Novecento, abbiamo lo sviluppo epico della storia canadese di un secolo e mezzo, politica sociale culturale. L’intreccio è magistrale, si alternano capitoli di libri diversi: in prima persona la rievocazione biografica volta a svelare una verità sconosciuta ai protagonisti (la maggior parte già scomparsi), in terza persona al presente il romanzo di successo (a sua volta con racconti autonomi) che dà anche il titolo all’intero testo che stiamo leggendo. Al loro interno i paragrafi talora sono articoli o cronache di giornale, oppure lettere, tutti con frequenti lunghe descrizioni di foto e significative citazioni letterarie. L’illustrazione antica riprodotta in copertina (anche originale) prende spunto da una foto di Laura, narrata da Iris, con la parte superiore del corpo voltata rispetto al fotografo e la testa girata per conferire al collo una curva aggraziata. Segnalo l’invenzione delle madri (a pag. 119), l’umiliazione dell’essere sotto i riflettori (a pag. 300) e il saccheggio degli oggetti da parte di clienti e passeggeri già nel 1936 (anno cruciale). Nelle trasmissioni politiche le parole vengono fuori come bolle di gas. Canzoni e balli storici. La saggia Fannie Farmer pubblicò nel 1896 l’ottimo The Boston Cooking-School Cook Book, iniziando dalla bevanda (e dall’abbinamento) più importante e pragmatico, l’acqua.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le brevi di Valerio/152: Bianco tenebra

Autore Luca Scarlini
Titolo Bianco tenebra. Giacomo Serpotta, il giorno e la notte
Editore Sellerio
Anno 2017

Il figlio, fratello e padre d’arte Giacomo Serpotta, nato e morto a Palermo ai tempi della dominazione spagnola (10 marzo 1656 – 27 febbraio 1732), fu grande scultore e decoratore italiano, che si distinse particolarmente nell’arte dello stucco e nella tecnica detta allustratura. Il saggista e drammaturgo milanese Luca Scarlini (1966) narra l’artista nella barocca capitale siciliana, guidandoci fra le piccole figure di gesso bianco, impertinenti e irriverenti per quanto reali, gli straordinari amorini putti ancor oggi splendidamente sparsi nelle chiese e negli oratori del centro storico: Bianco tenebra. Giacomo Serpotta, il giorno e la notte. Fino al 10 ottobre 2017 resterà aperta una mostra con oltre cento opere dell’artista (dipinti, disegni, stucchi) all’Oratorio dei Bianchi di Palermo. La visiteremo presto.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le varie di Valerio/35: Con parole precise

Gianrico Carofiglio
Con parole precise. Breviario di scrittura civile
Laterza, 2015
Letteratura, scienza, politica

Italia. Dall’inizio della scrittura in avanti. La citazione d’apertura è di Primo Levi: “Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno”. Carofiglio, ex magistrato ed ex senatore, da quindici anni è divenuto pure uno dei migliori scrittori italiani (romanzi, racconti e saggi di vari generi). Qui fa tesoro di tutte le proprie autorevoli esperienze d’uso delle parole per andare a segno e riesce a insegnarci molto, con semplicità e acume. Dopo il prologo sul linguaggio condiviso come primario contratto sociale, seguono undici capitoli di analisi di testi, citazioni specifiche, esempi concreti e consigli sapienti per riuscire a “dire la verità”, lasciando all’epilogo gli spunti su cosa sia la verità, per concludere con note e approfondimenti bibliografici e il multidisciplinare indice di nomi. All’inizio si accenna anche alla fiction: le parole sono decisive per poesie e romanzi, l’imprecisione può spesso essere deliberata e geniale, evocare ed emozionare sono compiti primari, nel poliziesco appare obbligatorio occultare seppur onestamente. Comunque anche queste scritture devono avere una loro coerenza narrativa, produrre un (qualche) senso. Ben presto la riflessione s’indirizza e concentra sulle lingue e sulle professioni del potere: giuristi, politici, legislatori e amministratori. Nel territorio dei doveri e dei diritti collettivi le parole possono appunto manipolare chi le subisce, ci vogliono assoluto rispetto e attenzione per gli altri, in particolare per la metafora, forma del pensiero e figura retorica, ben più potente (ed enigmatica) della similitudine. Berlusconi è spesso richiamato, insieme ad altre personalità come Bersani e Renzi. Il fatto è che le metafore devono aiutare a capire, non affermare supremazie, e che la democrazia vive di parole precise.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) già nel 2010 aveva fatto un’incursione, erudita e affascinante, nei mondi della “manomissione delle parole”. Qui riprende e approfondisce quel discorso con un compendio agile e sintetico rivolto innanzitutto ai destinatari delle parole affinché impariamo tutti ad ascoltare e leggere meglio. Per capirci: quando partecipiamo a una riunione è chi convoca che deve garantire esiti non predeterminati e chi introduce che determina la qualità della discussione. Farsi capire è un dovere e capire è un diritto. Doveri e diritti richiedono impegno, fatica, tempo. Facciamo caso alle parole superflue, all’abuso di avverbi, ai sostantivi astratti, ai verbi generici, alla forma passiva che sterilizza, al latino e all’inglese inutile, agli pseudotecnicismi, all’eccessiva lunghezza delle frasi, all’ordine nella cura della sintassi, soprattutto a chi ci rivolgiamo, e con quale obiettivo. Scrivere vuol dire anche rileggere e riscrivere, rendere la propria comunicazione precisa ed essenziale, chiara e corretta. L’autore cita molti grandi scrittori, filosofi, linguisti, giornalisti e, raramente, dialoghi e passaggi di propri romanzi. E fa innumerevoli esempi di frasi contenute in leggi e decreti vigenti oppure in atti giuridici (come pure nelle trascrizioni delle intercettazioni e negli articoli di giornale) di quasi impossibile comprensione e attuazione. Sapere (e non saper) manipolare forma e linguaggio può implicare manipolare pensiero e contenuto, consenso e democrazia. Vengono presi seriamente in esame comitati e manuali di scrittura. Purtroppo non si sa bene chi deve può vuole insegnare a leggere e scrivere bene (con lealtà) nella scuola e nelle istituzioni, sapendo qualcosa di neuroscienze. E ancora non si è riflettuto abbastanza sui meccanismi oggettivi (nel giornalismo e in politica) che ostacolano chiarezza e lealtà, quanto sia preferibile per alcuni protagonisti scrivere male (per vendere copie o conquistare voti, per esercitare il proprio potere), con un’ambigua slealtà che non si paga. A futura memoria anche delle proprie relazioni personali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Le delizie della duchessa

Le delizie della duchessa. Maria Luigia a tavola
di Eliselle e Carlo Vanni
Quaderni del Loggione
Damster edizioni

Figura amatissima eppure controversa, virgulto di asburgica nobilissima stirpe, figlia e nipote di imperatori, pedina sballottata in astrusi giochi politici, ma diventata la coccolata sposa di Napoleone imperatore dei francesi, poi però… il patatrac. Dietrofront! Si ricomincia come Sua Altezza Imperiale Maria Luisa di Asburgo e infine duchessa di Parma. Cosa furono gli uomini per lei? Partita in sordina con il generale corso, fece però presto a imparare, tanto da poter essere definita alla fine dei suoi giorni una grande amante… degli uomini ma anche, a noi interessa, della buona cucina e ricordata con rispettosa adorazione per la sua tavola sempre curata e sontuosa.
Eliselle e Carlo Vanni ci regalano una Maria Luigia d’Austria, raccontata come mai prima d’ora, in un eccellente saggio romanzato che ripercorre la vita di una interessante protagonista dell’Ottocento, tra Impero e Restaurazione. E con grande generosità ci regalano anche parte delle ricette apprezzate nella sua corte parmigiana
Un libro che si legge tutto d’un fiato, che si apprezza anche visivamente, in virtù della sua grafica ad hoc, caratteristica della collana “I Quaderni del Loggione” (Damster Edizioni), e che ben riesce a shakerare “bella storia” con stuzzicanti e innovativi piatti anche della tradizione parmigiana. Il libro, dal titolo Le delizie della duchessa. Maria Luigia a tavola, ricostruisce ironicamente, ma con accurata ricerca storica e dovizia di conoscenza e particolari, la vita della “Duchessa”, a 200 anni dal suo trasferimento a Parma da Vienna. Il risultato è una biografia completa che mischia abilmente vita vissuta a cibo servito sulla tavola della protagonista. Nella sua vita infatti Maria Luigia ebbe modo di provare diverse tradizioni culinarie e probabilmente talvolta chiedeva ai suoi cuochi qualche ricetta che sapesse amalgamare i vari ingredienti e sapori. Mi risulta, leggendo, che accordasse la sua preferenza a piatti austriaci e francesi. E comunque gli autori hanno molto approfondito l’argomento, immergendosi in antichi testi di qualità.
Ma chi era la Duchessa, la principessa austriaca tanto amata dai parmensi, e invece mal tollerata dai francesi?
Maria Luisa Leopoldina Francesca Teresa Giuseppa Lucia d’Asburgo Lorena, conosciuta più semplicemente come Maria Luisa d’Austria o Maria Luigia di Parma, visse tre vite: la prima in Austria, dove era nata il 12 dicembre 1791 con la sua “borghese” famiglia imperiale, la seconda ricolma di fasti parigini, come moglie di Napoleone Bonaparte e Imperatrice dei Francesi a seguito della Pace di Vienna. Tuttavia, dopo la sconfitta di Bonaparte a Wagram, traccheggia, si tira indietro, non segue il marito all’isola d’Elba e invece torna da papà a Vienna con il figlio, il “povero” Re di Roma. Poi, a seguito della definitiva disfatta del Bonaparte a Waterloo, concluso il Congresso di Vienna, la sua famiglia le concede come viatico il Ducato di Parma e Piacenza. E questa sarà la terza vita per questa ragazza sballottata dagli eventi, buona di cuore e allevata secondo le strette regole in vigore in una corte imperiale. E lei riuscirà ad adattarsi ai piacevoli ma meno splendidi anni parmensi in cui saprà trovare una sua dimensione. Il 20 aprile 1816 infatti, si trasferisce in Italia, accompagnata dal generale Adam Neippeg, suo nuovo compagno. Dal quale avrà i figli Albertina (nata nel 1817) e Guglielmo (nato nel 1819). Figli illegittimi, perché potrà sposare Neipperg solo nel 1821, dopo la morte di Napoleone a Sant’Elena.
In Emilia si farà chiamare Maria Luigia. Ci resterà, salvo brevi viaggi a Vienna, per il resto della sua vita e diventerà molto amata dai parmensi, per i quali sarà sempre e soltanto “La Duchessa”.
Divertente e saporoso. Libro da scegliere, leggere e gustare.

Le gialle di Valerio/118: Rondini d’inverno

Maurizio de Giovanni
Rondini d’inverno
Einaudi, 2017
Giallo

Napoli. Fine 1932. Il ricchissimo possidente barone cilentano commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte dal 7 novembre conosce un sentimento nuovo e qualche volta sorride felice. Quel giorno pioveva, ha fermato Enrica di ritorno dal negozio di cappelli e guanti del padre, le ha chiesto di accompagnarla, si sono seduti in una masseria abbandonata dichiarando quel che entrambi, taciturni e illibati, sapevano da tempo, si amavano a distanza. Si baciano appena, decidono di incontrarsi castamente lì di nascosto, ora forse possono iniziare ad amarsi. Lui 32 anni, ciuffo ribelle e pupille verdi, introverso e senza patente; lei 25, alta e poco aggraziata, paziente e con gli occhiali. Lui che si tiene distante da relazioni affettive perché si sente diverso, percepisce chiaramente ultime parole e sentimenti dei morti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Lei che ha capito di volerlo come uomo della vita, rifiuta la corte di un bel maggiore tedesco e le invadenze materne. Il 28 dicembre avviene un fattaccio al teatro Splendor: durante l’ennesima replica del varietà il protagonista spara (non a salve questa volta) e uccide la bruna attrice, sua moglie anche fuori dal palcoscenico. Lui oltre i 50, sulla via del declino; lei meno di 35, bella e acclamata, forse innamorata di un altro. Ricciardi e il fido brigadiere Maione arrestano l’artefice che si dichiara devoto e innocente, così interrogano tutti i teatranti, attori musici ballerine tecnici personale, e rimestano nel torbido. Come pure il dottor Modo che trova in ospedale Lina, quasi uccisa di botte, una prostituta dolce e sensibile, di cui era cliente. Affetti e inchieste si accavallano. Finché qualcuno spara a Ricciardi.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) gestisce in gran forma i mesi di vita dell’amatissimo Ricciardi. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931 siamo al decimo volume e al Capodanno 1932. In copertina la rosa posata vicino al sipario rosso, nel punto in cui Fedora è spirata. Il romanzo inizia in corsivo e in prima, a narrare è chi ha appena sparato al commissario, il 31 dicembre, una voce che torna poi raramente fino all’epilogo. Il successivo prologo riprende il rapporto quasi contemporaneo a noi (presente in tutti i romanzi) fra un vecchissimo musicista e un ragazzo dotato (è primavera): si parla di una bella antica canzone (Rundinella del 1918) e della connessa vicenda dell’unica rondine che non tornò (da cui il titolo), una terza persona che scandisce le storie del passato, il cui dipanarsi avviene in terza varia sui protagonisti dell’amore e delle indagini, dei voli e dei sogni. Un meccanismo sentimentalmente creato e perfettamente oleato, avvincente, delicato, appagante. Con altri tanti personaggi a cui siamo in vario modo legati: dalle due donne sempre innamorate di Ricciardi (Livia e Bianca, prima o poi vi incontreremo!) alla giovanissima bruttissima governante Nelide che sa già cucinare bene cilentano e fa invaghire il magnifico Tanino detto ‘o Sarracino; dai temibili fascisti arrogante potente Garzo e minaccioso misterioso Falco al femminiello Bambinella. E anche chi poco sopporta le persone oneste ai limiti dell’ottusità. I tipici capisaldi (nove frutti) restati non mangiati sulla tovaglia decorata e imbandita (secondo tradizione) sono: i broccoli soffritti, i cinguli cu’ l’alici, il baccalà fritto, le zeppole salate, le nocche ‘i Natali e le pastoredde. La nobiltà può volentieri ascoltare voci d’oltreoceano, nella colonna sonora soprattutto partenopea non mancano Verdi e spagnoli del tempo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2017

(Buone vacanze e buone letture!)

Il professore di filosofia…
Il nostro professore di filosofia era alto, magro, distinto. Con le sue camicie sempre bianche, bianchissime che sembravano uscite proprio allora dalla lavatrice. Pulite e profumate, dicevano le ragazze con gli occhioni persi. Una rabbia, io che vestivo sbrindellato alla paesana e puzzicchiavo anche di sudore, per farmi un bel pezzo di strada a piedi dalla stazione alla scuola (il tram mi dava la nausea). Silenzio e devozione assoluta, sempre dalla parte delle osannanti, anche quando concionava di cose astruse e impossibili come quella del piè veloce Achille che non riesce a raggiungere una imbranatissima tartaruga. Ma via, povere illuse!
Lo rividi tempo fa barcollante e sgangherato dalla vita, sorretto da una signora. Stavo per chiamarlo ma qualcosa mi trattenne, una specie di groppo improvviso. Voglio solo che rimanga nella mia mente così com’era: bello, alto, signorile, dai modi gentili, sempre sorridente, circondato dalla schiera delle allucinate. Che rabbia!

La crociata di Falconer di Ian Morson, Mondadori 2017.
Oxford 1264. “Thomas Symor scese dal carro, appoggiando i piedi sul fango ghiacciato.” Le gambe indolenzite non lo reggono e scivola nel canale al centro della strada. “Non era così che aveva immaginato il suo arrivo in città; si sarebbe aspettato quantomeno un accompagnatore che lo scortasse fino all’università.” Quindici anni, alto, sveglio, capelli biondi e occhi azzurri, tormentato dalla morte di suo padre. Un grido in una serata di nebbia fittissima. Una donna è uccisa con un taglio alla gola (si saprà poi che si tratta di Margaret Gebetz, la serva francese del maestro John Fyssh) e lui che viene scambiato per l’assassino. Messo in salvo da William Falconer, statura imponente, maestro di logica aristotelica all’università di Oxford. Subito attratto dall’omicidio, perché di un particolare omicidio si tratta visto che lo squarcio della gola non è orizzontale (come se qualcuno l’avesse presa alle spalle) ma di traverso (e, dunque un incontro con una persona conosciuta, un delitto premeditato). Reso ancor più misterioso dalla scomparsa di un libro che era nelle mani di Margaret e ora ricercato dall’assassino. Perché? Quali segreti poteva nascondere?
Anche il giovane Thomas, per farsi bello agli occhi del Maestro, si mette alla ricerca della verità, riuscendo soltanto ad infilarsi nei guai, perdendosi nel quartiere ebraico, dove rischia la vita per essersi invaghito di Hannah, figlia dell’erborista ebreo Samson. Il caso si complica con l’arrivo di altre morti violente e con l’invito, da parte del rettore dell’università, a non interferire nelle indagini.
La vicenda si colloca sullo sfondo storico delle lotte baronali contro il re Enrico III, il cui figlio Edoardo è invitato, proprio dal rettore, a uno splendido banchetto, durante il quale Falconer si avvale dell’aiuto di Thomas per controllare i principali sospetti. Allievo di Roger Bacon, “da lui ha appreso che la scienza è materia di indagine e non di mera speculazione verbale.” Dunque, alla fine, riconoscendo anche un errore iniziale, il nostro investigatore del Medioevo dichiara “Se interpretati correttamente, tutti i fatti conducono inevitabilmente alla verità cruciale, ovvero l’identità dell’assassino.” Per lui non c’è scampo.
Un po’ giallo, un po’ thriller, l’azione si sposta circolarmente tra vari personaggi attraverso una scrittura che richiede molta attenzione, soprattutto durante la prima parte. Dopodiché se ne può gustare tutta la qualità.

Commedia nera n.1 di Francesco Recami, Sellerio 2017.
Maria Antonietta Salvatores e Antonio Maria Cotroneo. Una coppia un po’ particolare. Come tante, dunque. Beh, insomma… Lei commissario di polizia, lui titolare di una sartoria. Come tante, allora! Diciamo durante il fidanzamento. Poi… poi, tutto cambia. Lui schiavizzato in casa da una moglie che lo assilla e lo tradisce senza tante storie. Anche nella stessa abitazione con gli agenti che si porta dietro. D’altra parte è “una ragazza splendida, avvenente, formosissima e alta”, dal “petto monumentale” che lo ha costretto a sedute erotiche interminabili incorniciate dalla canzone a vele spiegate “Vola via tempesta… non turbar molesta”. Lo tradisce, diciamola tutta, perché lui l’aveva tradita e allora è via libera ad ogni tipo di sopruso, costretto a subire ogni sorta di vessazione dalle punture ai tatuaggi, fino alla “cella di rigore”. Depresso, imbottito di farmaci, l’unica soluzione è liberarsi di lei. Piani e contro piani andati in fumo, tentativi di fuga, di omicidio e suicidio (veleno, impiccagione, trappole inconcludenti di ogni tipo) seguendo pure certe indicazioni dal suo cartone animato preferito con il Coyote che le sbaglia tutte pur di far fuori il rompi Beep Beep. Mentre la moglie a tavola racconta i casi che le càpitano con piglio sicuro e deciso che anche Nero Wolfe le fa un baffo: omicidio all’ospedale con lupara; omicidio a coltellate di una bella signora in carriera; un omicidio-suicidio di un vecchietto che uccide la moglie con una iniezione di barbiturici e poi si spara. Così sembra…
Un miscuglio, come è già stato sottolineato, di giallo, commedia e farsa che stravolge completamente la realtà e ci induce al sorriso. Anche se a volte l’esagerazione esagerata lascia un po’ a desiderare.
Da leggersi soprattutto come digestivo dopo uno di quei millanta mallopponi pesanti che ti si piazzano sullo stomaco.

Il giallo di villa Ravelli di Alessandra Carnevali, Newton Compton 2017.
Al sodo. Rivorosso Umbro con la neve. Commissario Adalgisa Calligaris a recar conforto al signor Mecchi, terrorizzato da un possibile film della TV che si dovrebbe svolgere sulle sue terre. E le sue mucche? Che fine faranno? Due sorrisi al mercatino con la “Banda della Maglina”, composta da un gruppo strambo che si butta sull’usato ammucchiato. Uscita con Carlo Petri, vecchio compagno di scuola di cui era stata innamorata pazza non ricambiata, e ora collega di lavoro. Come andrà a finire?…
Per non farla lunga, muore per un colpo di pistola Silvia Ravelli, scrittrice di gialli. Solo che non si trovano, sia la pistola che il proiettile. Suicidio o omicidio? Sospettata la sorella Antonia, di carattere completamente opposto, alla quale non era andato giù il testamento dello zio che aveva lasciato tutto alla defunta, la quale aveva il vizio del giuoco d’azzardo.
Il caso è sulla bocca di tutti, ne parlano ampiamente i giornali e arriva pure la televisione come per ogni delitto che si rispetti. Ma ecco all’improvviso uscir fuori un certo Vladimir Ravelli, figlio adottivo di Silvia, unico erede! Tutto si complica con l’assassinio di…
Finale classico con la classica riunione di tutti i sospettati. Al centro la nostra Adalgisa, dal carattere forte e tenace (non le manda a dire dietro) a risolvere il busillis. Indagini che si inframmezzano alla vita reale di un paese, vista con occhio sorridente. Ogni tanto entra in scena, come all’apertura di un sipario, il signor Mecchi con l’ansia per le sue mucche e pure il dialetto umbro contribuisce alla creazione di un clima leggero. Per esser pignoli a pag. 79 pezzetto ripetuto della pagina precedente. Ma può capitare.

Brividi e maiali di Gianni Gribaudo, Società editrice milanese 2017.
Ci sono passato due o tre volte davanti allo scaffale dei libri. Poi l’ho preso. Per il titolo che mi faceva sorridere. O vediamo un po’, mi sono detto, che cosa c’entrano questi maiali.
Storia ricca di personaggi. Più o meno normali. Ovvero strambi, pittoreschi, unici. Segnalati spesso come titolo dei capitoli con il vero cognome o l’appellativo: il Gadan, il Sausissa, il Pagliasso, il Ganimede, il Settegiacche, il Barachin, lo Sgnacabognon. E via tutti gli altri partendo da Gianni Gribaudo (pseudonimo dell’autore), giornalista di una piccola testata delle Langhe che “si occupa prevalentemente di sport e, all’occorrenza, di cronaca nera”. Come in questo caso a Fargo, durante un inverno maledetto. È stato trovato un morto tra i maiali o, meglio, “lo scheletro di una mano con dei pezzi di carne ancora attaccati” (in seguito arriverà anche quello della testa). In un campo della valle Bacciglio dove c’è una discarica abusiva.
Per dirne una sulle caratteristiche dei personaggi il Settegiacche, ex maestro di scuola, crede di vivere ancora al tempo del Fascio, dei partigiani e delle SS (“Il Duce oggi ha parlato?” domanda) e sarà utile al Nostro con le sue strampalate osservazioni. C’è, poi, la mamma che lo assilla come fosse un bimbo piccolo; c’è la segretaria formosa e bonazza di cui è invaghito che lo “tradisce” con il Gadan, baby pensionato vestito da damerino e dal “naso aguzzo sempre pronto a infilarsi nei fatti degli altri”; c’è il commissario Esposito, napoletano, “un uomo tozzo con dei riccioli corti intorno a una chierica pelata”, che non sopporta i giornalisti e non capisce il dialetto (anche il sottoscritto talvolta in ambascia).
Gianni Gribaudo non si dà per vinto, gira di qui, gira di là, incazzicchiato alquanto per la tresca della segretaria, alla ricerca di qualche indizio, di una prova concreta che anche il capo e il direttore, come la madre, lo tormentano. Niente articolo, niente stipendio.
Ed ecco qualcosa di concreto salta fuori: una famiglia povera si comporta stranamente (vogliono imbiancare la casa proprio a gennaio), un paziente del medico condotto non si fa vedere. Ma allora?… Il pezzo finale di Gianni Gribaudo esce bello pimpante a risolvere il mistero, chiarire ogni particolare, far contenti i superiori, salvare gli sghei e fregare la stampa concorrente.
Un’avventura lungo il filo dell’ironia e del sorriso che nasce dalla scelta di un linguaggio brioso in prima persona intriso di dialetto, di personaggi e situazioni che si buttano, da soli, sul comico. Un libro leggero e divertente, con i tempi giusti, senza strafare e cadere nell’eccesso.

L’assassinio di mia zia di Richard Hull, Mondadori 2017.
“Mia zia abita appena fuori della piccola e orribile città di Llwll. Ed è proprio quello il problema” scrive nel suo diario il nipote viziato Edward. Località orribile in tutti i sensi, a cominciare dalla pronuncia impossibile del nome, per continuare con le sue stradine tortuose, le sue “stupide collinette”, i “boschi fradici” e cappelle disseminate per ogni dove (per la precisione siamo nel Galles). “Abitare poi nella casa di mia zia non fa che peggiorare ulteriormente la situazione”. Lui, tra l’altro, vivrebbe volentieri a Parigi o a Roma “se non fosse per quegli orribili fascisti”.
O vediamola questa zia. Si chiama Mildred Powell. Semplicemente tirannica, secondo Edward, costretto a continue, inutili, faticose camminate, per andare a Brynmawr, dove c’è la ferrovia locale. Ma non può svignarsela perché il testamento della nonna ha fatto della zia la “tutrice e amministratrice fiduciaria.” Dipende completamente da lei. Certo se morisse…
Ecco il chiodo fisso che lo tormenta e lo tormenterà. Ed ecco affacciarsi alla mente mille soluzioni. Come, ad esempio, quello di un mortale incidente con la macchina. Aiutato, in qualche modo, da lui stesso. I freni fuori uso, un buco nel cilindro, l’attraversare preciso del suo cagnolino al momento del passaggio… Oppure, oppure un bel falò alla casa in cui farla bruciare dopo averla rintontita con un sonnifero… O, meglio ancora, il veleno, semplice ed efficace. Basta informarsi sull’Enciclopedia Britannica.
Piani e contro piani, ostacoli improvvisi, dubbi, rimuginamenti insieme ai battibecchi giornalieri con quella lady, insopportabile, di ferro, sempre pronta ad urlare “Edward!, Edward!”, che scampa a qualsiasi sabotaggio e sembra abbia scoperto tutto, sebbene lo faccia soltanto capire.
Un duello ininterrotto fra due personaggi odiosi, detestabili, gonfiati ed enfatizzati apposta per strapparci un sorriso (a volte vere e proprie macchiette), mentre gli altri fanno da comprimari, come il dottor Spencer, la cameriera Mary, l’agricoltore Williams e il meccanico Herbertson. Anche se, a dir la verità, soprattutto il dottor Spencer, una parte di una certa importanza la riveste. Vedremo, così come vedremo se la signorina Mildred Powell, zia terribile di Edward, riuscirà a scamparla perfino all’ultimo tentativo assassino dell’“amato” nipote.
Un divertente romanzo e un bel trattato sui veleni che può venire comodo. Non si sa mai…

Uno spunto veloce

L’assassino del Luna Park di Nicholas Brady, Polillo 2017.
A Mudford c’è il Luna Park. Con i suoi giochi e le sue creature mostruose come la donna più grassa del mondo (si chiama Sandra). E c’è pure il morto ammazzato con un coltello in gola proprio nella persona della suddetta. A scoprire la verità un reverendo, il reverendo Buckle. Il classico delitto impossibile.

Un giretto tra i miei libri

La monaca insanguinata di Charles Nodier, a cura di Riccardo Reim, Coniglio 2010.
“È il momento dei vampiri. Non c’è niente da fare. E quello del diavolo, dei fantasmi, delle streghe, dei morti viventi. Insomma dell’horror, del gotico e dell’occulto”. Così inizia un mio articolo pubblicato nel blog “Sugarpulp” che mi viene a fagiolo anche per la presentazione di questo agile libretto, da mettersi pure nella tasca della giacca e tirarlo fuori al momento opportuno.
Perché anche qui si tratta di fantasmi, più precisamente nei racconti brevi di Charles Nodier, nato a Besancon nel 1780, animatore di incontri culturali con Hugo, Musset, Vigny, Saint-Beuve, Lamartine, tanto per citare i più noti.
E dunque una monaca coperta da un velo, la veste imbrattata di sangue che appare ogni cinque anni, una cagnetta bianchissima e misteriosa nel cavo di una quercia, una ragazza fiamminga presuntuosa e ricca uccisa dal diavolo, un castello sul lago con relativo fantasma, l’incredulo che si ricrede, e ancora spettri di padri che si rivelano ai figli per riparare vecchi torti o che ritornano per farsi vendicare, il marito assassinato dalla moglie e ritrovato dal fratello, un uomo trasformato in lepre per scontare i peccati.
Poi il lungo racconto di Remigio Zena La confessione postuma, e siamo nel 1850, durante il periodo della Scapigliatura. Un sogno che sembra vero, un viaggio nebuloso di un prete con suo fratello, l’incontro con una morta che ritrova (almeno così pare) nella realtà.
Chiude il gustoso libretto un classico a fumetti Nosferatu disegnato da Gianni Grugef. All’inizio la presentazione di Antonio Veneziani e qualche notizia sui due autori.
Dunque racconti brevi, semplici e veloci che rimandano a storie popolari espresse oralmente e vanno dritti alla conclusione, ora in terza ora in prima persona a renderli più credibili. Lungo e articolato, nella tipica esposizione ecclesiastica, quello di Zena.
Ricordo, sempre della stessa casa editrice, Olio di cane dell’“incredibile” Ambrose Bierce. E vi consiglio di non perderlo.

La morte aveva i suoi occhi di Lucille Fletcher, Mondadori 2010.
David Marks è un insegnante di scuola media e tassista a tempo perso che si porta dietro il trauma della moglie morta ammazzata da un automobilista fuggito, il cui volto gli è rimasto impresso e al quale dà la caccia inutilmente da sei mesi. Vive con la suocera che considera come una mamma e due figli.
Per ben tre volte una ragazza misteriosa gli chiede un passaggio a una villa deserta e di non farne parola con nessuno. Fatto strano ma il compenso è buono. D’altra parte la ragazza ha anche un certo fascino…
Conclusione: David si trova alle prese con un morto ammazzato (il proprietario della villa) e dunque invischiato nel delitto. Urge trovare il colpevole prima che la polizia becchi lui. Aiutato da Kahn (sa giocare a scacchi e vince sempre con lui), amico della suocera, vengono fuori alcuni sospettati. Ma Khan si ammala e David rimane solo, ricercato dalla polizia, mentre a sua volta ricerca disperatamente la ragazza aiutato anche dagli amici tassisti.
È la classica corsa contro il tempo. E dunque fughe a precipizio, verità che appaiono e svaniscono fino al drammatico epilogo finale.
Buona la resa psicologica, il mistero e al tempo stesso il fascino della donna, i turbamenti, l’inquietudine e l’attrazione che esercita su David.

La morte di mia zia di C.H.B. Kitchin, Polillo 2009.
Una zia, Catherine, con molti quattrini, un nipote, Malcon Warren, giovane agente di cambio, che viene chiamato proprio da lei per affidargli la gestione del pingue patrimonio. E qui il lettore anche meno smaliziato sa già come andrà a finire. La povera zia se ne volerà dritta in cielo contro la sua volontà. Manca solo di sapere come. Avvelenata, proprio con il suo quotidiano tonico ricostituente. Ora tocca scoprire chi l’ha uccisa.
E il nostro Malcom ce la mette tutta con schemi e schemini vari per incastrare l’assassino, anche perché uno dei maggiori indiziati è proprio lui che ha dato la fatidica boccetta alla cara zia. E non è un affare semplice districarsi fra tutti quelli che in un modo o nell’altro possono ricavare vantaggio dalla sua morte (un classico). Tra cui, in primis, lo zio Hannibal, secondo marito della zia Catherine malvisto dagli altri parenti.
Scritto in prima persona da Malcom viene fuori un personaggio dubbioso, pauroso (magari di essere avvelenato pure lui), poco risoluto, assillato da pensieri e da continue elucubrazioni fino a un ingenuo tentativo di auto accusa. Il racconto si svolge nell’arco di quattro giorni, da venerdì a lunedì con una appendice che chiarisce definitivamente il mistero.
Prosa semplice tendente al banale senza che prenda e trascini il lettore (almeno il sottoscritto).

Patrizia Debicke (la Debicche)
Torna in Italia per i tipi della Nuova Narrativa Newton 2017 e il piacere dei lettori italiani Stuart MacBride con Il cadavere nel bosco, uno dei migliori esempi del tartan noir, o poliziesco scozzese. MacBride, che da un decennio si sta costruendo una reputazione tra i pesi massimi del settore con i suoi irresistibili protagonisti Logan McRae e la sua squadra, non scrive certo romanzi per tutti ma, per coloro che amano un certo tipo di narrativa contemporanea, è da porre su un livello superiore. E questo suo nuovo libro della serie McRae spiega con efficacia il perché, con la sua prosa corrosiva e l’ambientazione che gli è più congeniale, il nord della Scozia.
Assaggino della trama: due persone sono scomparse e sembrano svanite nel nulla, inghiottite dal gelo che attanaglia da giorni la zona. Il sergente Logan MacRae, di nuovo in uniforme e trasferito alla costa settentrionale dell’Aberdeenshire, nel corso delle ricerche, seguendo nel bosco a sud di Banff un vecchio Golden Retriever addestrato a scoprire tracce, inciampa nel cadavere di un uomo, nudo, con le mani legate dietro la schiena, e un sacchetto dei rifiuti sulla testa. McRae scarica il delitto al suo ex capo, l’ispettore capo Roberta Steel, che arriva con la sua squadra, chiede il suo aiuto e pretenderebbe che lui zac! risolvesse subito il caso. Ma Harper, la nuova sovrintendente dell’inchiesta, vuole fare a modo suo ed è decisa a rendere la vita difficile a McRae e alla Steel, mentre nelle alte sfere della Polizia ci sono spiacevoli verifiche in corso.
Nel frattempo Wee Hamish Mowat, il capo della più potente banda criminale della città, muore, designando Logan MacRae come suo esecutore testamentario e “lo vorrebbe” suo erede (il che significherebbe combattere Reuben, il gigantesco e pericoloso numero due di Mowat). E contentino sontuoso, come se non bastasse, si sta preparando una guerra di gangster di tutta la zona per cui McRae, che gli piaccia o no, sarà costretto a occuparsene a costo della vita. Insomma di botto Logan McRae si trova di fronte a tre problemi da affrontare grossi e pesanti come macigni: un killer in circolazione, un controllo professionale e una sanguinosa guerra tra gang…
Giallo indovinato sia per come MacRae e gli altri agenti riescono finalmente a scoprire l’assassino, ma soprattutto per la perfetta ricostruzione dell’ambiente locale con le difficoltà, gli odori e i suoni di una stazione di polizia provinciale di una cittadina scozzese. Con le problematiche del caffè, del tè, del latte che manca, dei computer antidiluviani e dei cestini di rifiuti che traboccano di cartacce e contenitori di cibo buttati via. Poi ci sono le battute al vetriolo dell’ispettore capo Steel, capo diretto di Logan. C’è la scena, meravigliosa, dove il sovrintendente Harper, che coordina le indagini, ha bisogno di mettere in evidenza gli appostamenti della squadra su una lavagna magnetica, ma tutto quello che ha a disposizione è una collezione di scombinati magneti da frigo. Per cui salta fuori il surreale dialogo: «Ricordami ancora, chi è la Torre Eiffel?» Logan controllò la lista. «Il team dell’ispettore Singh. Lei è il pinguino con il sombrero, Rennie la chiatta, il sergente Weatherford è il trenino Thomas…»
Insomma un romanzo con tutte le tipiche stigmate MacBride che funziona bene, senza stancare mai, alla grande dall’inizio alla fine. C’è pathos, compassione, violenza a occhi aperti, gran senso dell’humour e, al centro di tutto lui, il protagonista: Logan Balmoral McRae.

Altri assaggi della nostra Patrizia
Fondamenta inquietanti di Luca Martoro, Goware 2017.
Uno pseudo giallo che sembra più un surreale divertissement, con personaggi esasperati alla Mickey Spillane, come protagonista un simpatico sbruffone che si direbbe uscito a piè pari dalle vecchie e celebri canzoni di Fred Buscaglione. La trama è lieve e si appoggia spesso a situazioni surreali che propongono soluzioni fuori dal seminato. Dimenticate le indagini tradizionali, l’improvvisazione diventa la regola e fa sorridere. Ambientazione veneta a Malo, Thiene, Vicenza con pericolosa deviazione logistica fino a Brescia. L’Osteria Cicchetto, un’enoteca con cucina al bacio, offre piatti sopraffini con indovinati accoppiamenti di vino da assaporare.
Tanto che quando non si corre dietro gli indizi, si beve e si mangia bene per tutto lo scorrere dalla trama.

La giornalaia di Veit Heineken, edizioni e/o 2017.
Veit Heinichen regala sempre una certezza. Con i suoi romanzi è impossibile annoiarsi. Poi da bravo tedesco (ma triestinizzato), visto che con lui si potrebbe rimettere l’orologio, ogni due anni serve sul desco ai suoi lettori una nuova avventura del suo eroe, Proteo Laurenti, con il suo gradito corollario di vini bianchi, piattini prelibati e stavolta con un’ampia selezione di pesci di qualità e crostacei da far venire l’acquolina in bocca. E con la sua verve all’italiana trova modo ogni volta di cogliere nuove e particolari sfumature del suo protagonista.

Una famiglia diabolica di Salvo Toscano, Newton Compton 2017.
Con Una famiglia diabolica Salvo Toscano si è divertito a comporre un classico giallo siciliano in pura salsa anglosassone dal ritmo veloce, spiritoso e gradevole quanto basta, tanto che potrebbe essere stato partorito dalla fertile penna di Agatha Christie, e porta una ventata di fresco nelle mie amare giornate fatte di letture terrorizzanti. E francamente ogni tanto mi fa bene cambiare..
Perché, dribblando con garbo fra qualche bicchiere di troppo che fa girare la testa, diversioni che portano fuori strada, azzardose e sfortunate scappatelle sentimentali,  il nostro autore fa l’occhiolino alle avventure di Hercule Poirot.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi questa volta vi presento Zanna Bianca di Jack London, Piemme 2014, adattamento di Geronimo Stilton.
Cercherò di essere sintetico (qualche parola ce la infila il mio nonno). Grande Nord. Bill e Henry, slitta con 6 cani. Attacco di lupi tra cui una lupa rossa. Fuggono, si accampano e dormono. Al risveglio spariti tre cani. Secondo attacco di lupi, Henry sviene e al risveglio è rimasto solo.
Si cambia personaggio: la lupa rossa partorisce quattro lupacchiotti con pelliccia rossa e uno con pelliccia grigia che scopre vari animali della foresta fra cui una lince. Viene salvato dalla mamma, cresce e diventa Zanna Bianca per i lunghi denti bianchi. Incontro con gli uomini “animali molto alti”, scappa via. La madre parte con un indiano mentre Zanna Bianca resta solo. Verrà venduto ad un uomo cattivo e anche lui diventa aggressivo. Poi è comprato da un uomo buono e, piano piano, diventa docile. Viene portato nella sua fattoria dove si scontra con una cagna gelosa. Salva il suo padrone e “sposa” la cagna. Vittoria dei buoni sentimenti e tutti felici e contenti (che fatica!).

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti