La Debicke e… Un anno in Afghanistan

Un anno in Afghanistan
di Marco Henry
Newton Compton, 2017

Un anno in Afghanistan è il diario del soggiorno di Marco Henry per quasi quattordici mesi, dal 21 aprile del 2006 al 3 giugno 2007, come responsabile degli approvvigionamenti per i contingenti alleati dell’Operazione Enduring Freedom schierati in Afghanistan.

Il diario è contemporaneamente un viaggio, un’avventura e la diretta testimonianza di un uomo che è riuscito a vivere una pseudo normalità in un paese con una guerra in atto, ma che allora era “proibito” chiamare guerra. Un quarantenne italiano con famiglia che ha scelto di lavorare per più di un anno in uno dei peggiori teatri bellici del pianeta.
Henry ci spiega come, per motivi economici, si è trovato a scegliere tra la sicurezza della propria casa e il calore della famiglia e un lavoro lontano, molto ben remunerato ma con poche certezze e molti rischi.
Un lavoro da impiegato civile con base a Kabul, città che definire pericolosa era un eufemismo, e frequenti viaggi per tutto il paese. Marco Henry aveva l’incarico di gestire gli approvvigionamenti delle varie basi militari sparse per un Paese grande due volte l’Italia, con un clima infido, gelido d’inverno e bollente d’estate, in un territorio difficilissimo fatto di montagne e vallate impenetrabili. Una complessa gestione logistica, che esigeva la presenza anche a rischio della vita al momento delle consegne, ma anche amministrativa e organizzativa non semplice. Quando poi alle richieste normali e legittime si aggiungono quelle ridicole… Come la pretesa del comandante della base tedesca di avere, per Pasqua, una fornitura di coniglietti di cioccolato destinati ai suoi uomini. Pretesa che comportò un apposito volo speciale dal costo vertiginoso e, ciliegina sulla torta, dati i problemi di pressurizzazione in volo, buona parte dei coniglietti arrivarono spiaccicati.

Un’esperienza di quattordici mesi descritta in maniera lucida e disincantata. Molte cose spiccano in queste pagine: le descrizioni del primo impatto con l’Afghanistan, Kabul con il suo polveroso caos, l’assenza di colori e la popolazione, migliaia di persone affrante ma non dome. E poi gli altri, gli stranieri, uomini e donne provenienti da tanti paesi diversi, sballottati fin là per una scelta di lavoro e uniti dal desiderio di andare avanti fino in fondo con un unico scopo: darsi da fare e aiutare.
La difficoltà di vivere quella che dovrebbe essere una missione di pace ma che in realtà è una continua guerra, dove il pericolo si nasconde dietro le cose più normali come una passeggiata, una cena con gli amici… I viaggi all’insegna del rischio di attentati, la vita dentro le strutture militari in compagnia di persone di tutto il mondo, gli incontri brevi ma intensi con la popolazione locale. In un luogo spaventosamente ostile e pericoloso, le precauzioni non sembrano mai sufficienti. Ogni spostamento deve essere programmato e protetto. Ma, purtroppo, non tutto va sempre per il verso giusto. Gli stranieri vengono presi di mira e spesso sono vittime di feroci assalti o attentati kamikaze.
Capitoli che colpiscono, descrivendo senza fronzoli la normalità dell’inimmaginabile, la finale dei mondiali di calcio vinta dall’Italia e il venir presi a fucilate dai pastori, perché con la macchina sei passato loro troppo vicino, disturbando le pecore, il fastoso matrimonio di un collaboratore locale, in cui Henry era l’unico straniero invitato e il funerale di un kamikaze dopo averne raccattato i resti. E poi la straordinaria bellezza del cielo notturno in una base dove ogni notte i missili colpiscono il perimetro; la lista dei pro e dei contro nel rimanere quando è sempre presente la voglia di tornare a casa, dove ti aspettano e hanno bisogno di te e la domanda più frequente, quando sei stanco e hai paura: “Chi me l’ha fatto fare?” ma non vuoi mollare.
Il diario di chi è partito per l’Afghanistan non per combattere, ma per accollarsi un lavoro ed è riuscito a farlo e bene anche in condizioni che potevano sembrare impossibili. Un libro reale, un vero resoconto in cui è ancora viva la speranza che in futuro le cose possano cambiare, migliorare per un paese che da troppo conosce solo la guerra. Un anno in Afghanistan è una irrinunciabile lettura per chi voglia capire fino in fondo cos’è una guerra, proponendo elementi e riflessioni ignorate dai media.
Un’esperienza fuori dal comune, tra un sorriso, tanta paura e la quasi innaturale “normalità” di un mondo sconvolto da un conflitto che sembra non voler finire mai, l’autore riesce a regalarci anche delle straordinarie immagini dell’Afghanistan e delle speranze del suo popolo.
Ma purtroppo, a più di dieci anni di distanza, il caos afghano non si placa.

Ad aprile 2017, dopo 27 mesi dal ritiro delle forze alleate da combattimento che ha lasciato nel paese solo i 13.400 militari statunitensi e NATO della missione addestrativa e di consulenza e supporto (Resolute Support), l’Afghanistan ha subito una spaventosa escalation bellica confermata dall’attacco della sera del 21 alla base di Mazar-i-Sharf che ha provocato oltre 200 morti e feriti tra le truppe di Kabul.
Bisogna calcolare che da quando il grosso delle forze statunitensi e della NATO, contributrici alle operazioni militari in supporto alle forze di sicurezza afgane, sono state ritirate, il 2016 è stato un anno di carneficine. Tra gennaio e novembre sono morti 6.785 tra soldati e poliziotti afghani, mentre i i feriti sono stati oltre 11.000. Paragonati ai circa 5.000 caduti del 2015, questi numeri certificano il vertiginoso aumento di perdite in combattimento. Un sanguinoso anno record anche tra i civili: (3.498 morti e 7.920 feriti) come pubblicato dalla missione dell’ONU (UNAMA) e in aumento rispetto al 2015. L’area di Kabul, le province di Helmand, Kandahar, Nangarhar, Uruzgan, Kunduz e Faryab registrano gli scontri più violenti dell’esercito regolare contro i Talebani. E purtroppo anche il gruppo Isis, insediatosi in tempi recenti in Afghanistan Orientale, nel 2016 ha reclamato il suo tributo di sangue contro gli sciiti con 209 morti e 690 feriti. Altissimo il numero di giovani feriti e uccisi, più di 3.500 (di cui 923 morti), a causa dello sterminato numero di ordigni bellici inesplosi disseminati ovunque.

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