Le gialle di Valerio/123: Pulvis et umbra

Antonio Manzini
Pulvis et umbra
Sellerio, 2017
Noir

Aosta e Roma. Giugno 2013. Il vicequestore Rocco Schiavone è sui 47 e da sei si trascina la vita sulle spalle con la faccia spiegazzata, i capelli spettinati, il torso masticato, gli occhi spenti e inespressivi, inno alla gioia come sarcastica suoneria personalizzata. Il 7 luglio 2007 era morta la moglie Marina (per caso, volevano uccidere lui). Depressione e allucinazioni non lo lasciano, ora da qualche tempo lei non va più a trovarlo, neanche ad Aosta dove è stato forzatamente trasferito da dieci mesi per punizione e ora retrocesso pure di ufficio. Vive solo, senza internet quadri libri. Gli resta Lupa, fedele cucciola lupetta che riconosce tre nomi (il proprio, “pappa”, “no”). Finisce pure per affezionarsi paternamente a Gabriele, l’adolescente ciccione brufoloso ignorante, vicino di appartamento, che gli chiede aiuto per il latino e glielo garantisce per il web. Rocco continua a detestare le rotture di coglioni (seconda una personale classifica), comprese criminologia e feste comandate, porta sempre le Clarks (sedici paia e tallonite al sinistro dopo i primi dieci mesi di montagna), si fa regolari canne, collega le persone incontrate a una specie animale, gira in Volvo. Trovano una trans argentina M to F morta, sulle rive della Dora Baltea; la prostituta è stata strangolata a casa e gettata lì. Già risulta complicato darle un’identità, peggio se capisce di essere seguito e spiato, sembra c’entrano i Servizi in qualche modo. E, poi, a Castel di Decimo in un campo sulla Pontina, trovano un cadavere sgozzato, in tasca un foglietto con il suo numero di cellulare. Potrebbe tornare a galla la vecchia storia del traffico di droga ed essere coinvolto Enzo Baiocchi, il vendicativo detenuto scappato da Velletri che (volendo uccidere lui) ha già ucciso Adele, donna del grande amico Sebastiano, messosi in caccia verso il Friuli. Rocco cerca gli amici e risolve entrambi i casi; ma forse è peggio: verità e giustizia son distanti.

Fra altre scritture, sesto romanzo per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964) della bella sospesa serie Schiavone, originale anche perché concepita come un unico romanzo “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato dieci mesi valdostani del suo vicequestore (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (nell’autunno 2016 anche in tv). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa o comunque connessa al protagonista, al passato. Anche qui è vero autentico noir, il protagonista fa i conti con il proprio dolore strutturale e con il proprio ruolo formale, mettendo a repentaglio l’amicizia più profonda, quella trasteverina dei sodali romani (Furio e Brizio oltre a Seba), loro ancora sul crinale del crimine ai bordi della legalità, lui ormai poliziotto di (poco) potere, bene o male che sia. Le molliche possono essere lasciate non da Pollicino ma a bella (polverosa) posta. E si tradisce nell’ombra, talora senza saperlo volerlo poterlo. Il latino appare nel titolo (appunto “polvere e ombra”, Orazio), nelle ripetizioni sulle declinazioni, in qualche proverbio. I personaggi vecchi e nuovi lasciano bene il segno: il questore Costa, il magistrato Baldi e la turbata vice Caterina fra i primi; fra le seconde la dolce Carmen all’ambasciata dell’Honduras e la sospettosa palermitana commissario della Scientifica (appena arrivata) Michela Gambino, convinta che le scie chimiche siano un ottimo sistema di controllo da parte dei 300 registi mondiali. Segnalo che il 40enne calciatore dilettante Gianandrea rinviene il cadavere mentre ascolta Finardi e corre dopo solo due mesi di fermo per la cuffia dei rotatori. Più che su scontati bianco o rosso, meglio puntare su rhum e cioccolato fondente. Gabriele gli mette David Bowie in sottofondo triste e Rocco apprezza.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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