Le lunghine di Fabio Lotti: Detective Lady (IV)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…
Sfruttando il fatto di vivere in un condominio in cui abitava anche lo scrittore poeta Attilio Lolini (un caro saluto), nonché appassionato cultore di gialli, sono riuscito a carpirgli, tempo fa, qualche notizia su una detective lady a me francamente sconosciuta.
Pur vivendo negli Stati Uniti e risultando una scrittrice americana sotto tutti gli aspetti, Lillian O’Donnell è d’origine italiana essendo nata a Trieste nel 1926. Prima di darsi alle lettere fu ballerina, attrice e regista di successo. Il suo esordio di narratrice avvenne nel filone del romanzo gotico-romantico; datato 1972 è il suo primo libro d’impianto decisamente realista: Phone Calls, con protagonista il poliziotto Mulcahaney, precursore della sua “vera” investigatrice, Mici Anhalt, che debutterà cinque anni dopo in una trama assai drammatica e riuscita: Buio sulla metropoli. Lillian O’Donnell non nasconde la sua ammirazione per Agatha Christie, Dorothy Sayers e, perfino, per Josephine Tey. Come la sua idolatrata maestra, la grande Agatha, la scrittrice non manca di rilasciare sconcertanti interviste sulla politica, notando che il sistema giudiziario americano è troppo generoso con i criminali.
Va detto che un’investigatrice che si chiama Mici, almeno da noi, non si presenta con la dovuta autorità ai lettori, che stanno molto attenti ai nomi dei loro eroi; difficilmente il protagonista di una telenovela o d’un telefilm potrebbe appellarsi Amintore o Ildebrando essendo questi nomi, ad onta della loro bellezza fonica, poco adatti a protagonisti, con la pistola spianata, circolanti nelle metropoli a caccia di spietati assassini. Peccato perché Mici è un personaggio originale che emerge decisamente dall’informe panorama dei tanti investigatori sfornati con la fotocopiatrice. Nel giallo intitolato Wicked Designs Mici, che lavora all’ufficio risarcimento vittime del crimine, si trova davanti un caso veramente insolito: un’anziana signora igienista viene trovata cadavere su una scala della metropolitana; pare sia morta per un’overdose mentre il suo cane, un delizioso barboncino, viene rinvenuto, con la testa fracassata, in un secchio d’immondizia. La donna era ricca, così Mici indagando scopre che c’era molta gente interessata a farla fuori. La O’Donnell o, meglio, la Mici segue il consiglio della sua famosa antenata Miss Marple: è il danaro ossia l’eredità il motivo principe d’ogni delitto che si rispetti, traccia ineccepibile che conduce a una soluzione quanto mai logica ed esauriente.

Come piante tra i sassi di Mariolina Venezia, Einaudi 2009.
La trama interessa fino ad un certo punto. Voglio dire interessa, sì, scoprire l’assassino e tutto l’ambaradan connesso all’evento funesto, che altrimenti non sarei un lettore (anche) di gialli. Ma al centro della scena si piazza lei, Imma (Immacolata) Tataranni, sostituto procuratore di Matera. Quarantatré anni, alta uno sputo, un po’ miope (mi pare), faccia di “luna piena”, tacchi a spillo, capelli rosso mogano o fiamma o carota, o addirittura di “un infido color melanzana”, secondo lo schiribizzo giornaliero. Per la suocera, poi, “la donna peggio vestita di tutta la provincia”, anche se sui giudizi delle suocere c’è sempre da stare cauti.
Ci si piazza, dicevo, ed è difficile staccarle gli occhi di dosso. Non ha fantasia, né una particolare intelligenza, né un certo intuito comune a tanti/e piedipiatti/e dei nostri romanzi, ma una bella memoria che l’ha aiutata anche durante gli studi scolastici. Ligia al dovere, “implacabile come un orologio a cucù, insensibile alle sfumature e concentrata sul risultato”, tiene sotto torchio i suoi sottoposti (spia soprattutto la Moliterni che esce spesso per gli affari suoi) e li fa tremare quando ha la luna storta. Per non esplodere troppo spesso trattiene il respiro (guance gonfie) o tira fuori qualche piacevole ricordo. Ostinata e dura come le piante che crescono fra i sassi, i suoi pensieri vanno di pari passo con le azioni di tutti i giorni e con i suoi istinti primordiali, mentre sbuccia i piselli o, se presa da un dubbio, subito distratta da un babà o da una pizza rustica.
Sposata felicemente con Pietro e portata altrettanto felicemente al sesso come cosa naturale e spontanea, è attratta dal giovane appuntato Caligiuri che le dà una scossa dentro. Ha una figlia Valentina in età adolescenziale, studia al liceo e le procura qualche grattacapo (i soliti vestiti firmati e via dicendo) condito da qualche pulsione omicida a stento repressa (tipo soffocamento). Non manca la vecchia madre con badante, anzi badanti straniere che non ne possono più, insieme a uno strisciante senso di colpa.
Soliti personaggi di contorno: Diana, la sua assistente, “un’accanita spettatrice di fiction televisive”, il giovane e bell’appuntato Calogiuri (già citato), il maresciallo tuttofare Domenico La Macchia. Sulla trama è presto detto. Trovato morto ammazzato il giovane Nunzio (taglio alla gola) con mutande Dolce e Gabbana e sull’erba un santino di La Madonna della Sula. Di mezzo traffici illeciti e, come al solito, l’amore.
Attraverso le indagini vengono fuori in maniera naturale alcuni aspetti della società della sua terra senza il facile e roboante sdegno di tanti autori impegnati: maschilismo e dura vita delle donne, smaltimento dei rifiuti tossici radioattivi, sfruttamento degli aiuti della Comunità Europea, abusi edilizi, sottrazione di reperti archeologici.
Ma, soprattutto, è lei, Imma (Immacolata) Tataranni, che si piazza risoluta in mezzo alla scena su impossibili tacchi a spillo e si muove di qua e di là attraverso paesaggi ricchi di storia antica, incespicando, osservando, pensando, rimuginando, ricordando, sognando. E, nei momenti critici, mangiando. Che, con lo stomaco pieno, si ragiona meglio.

Quando si dice la copertina. Voglio dire che la bella copertina di un libro fa sempre un certo effetto sul lettore. Magari si prende una bufala ma intanto si acquista. Quando poi ce ne sono addirittura due, sotto nera e sopra di uno splendido giallo-arancione, allora si va proprio in brodo di giuggiole. È quello che mi è capitato con Whiskey Sour di J.A. Konrath, Alacran 2007. Ma mi è andata bene. Non è una bufala.
“In vent’anni di carriera, la tenente Jacqueline “Jack” Daniels ha catturato molti assassini, ma questa è la prima volta che è un assassino a voler catturare lei: un serial killer l’ha appena messa in cima alla sua lista. Tuttavia la bella e dura detective di Chicago PD, coadiuvata dal collega Herb, dall’ex detenuto Phin e dall’ambiguo investigatore Harry, è pronta a raccogliere la sfida. All’ultimo sangue”.
Jacqueline “Jack” Daniels: tenente della Squadra Crimini violenti del Dipartimento di polizia di Chicago. Ha una Nova del 1986. Siamo a ottobre e fa troppo freddo. Impermeabile tre-quarti London Fog sopra un blazer blu Armani e gonna grigia. A volte anche blazer di Donna Karan tanto per gradire. Non mancano jeans e maglioni. Caffè a volontà, whiskey sour ecc… Insonnia cronica. Primo spunto su di lei “A quarantatré anni i miei capelli castani erano striati di grigio, che cresceva più rapidamente di quanto lo riuscissi a tingerlo, le rughe sulla mia faccia rivelavano più l’età che la personalità e nemmeno due bottiglie al mese di crema Visine riuscivano a sistemare le cose”. Alta un metro e sessantotto, peso sessantuno chili, occhi castano scuro, capelli scuri e zigomi alti. Ha una mamma che è stata anche lei una poliziotta di Chicago e le ha insegnato a sparare bene. È la sua migliore amica, la sua guida, la sua eroina. Il padre è morto quando aveva undici anni (ormai un classico). Lasciata dal marito e dal fidanzato (altro classico). Biglietto del fidanzato Don “Jack, ti lascio per la mia personal trainer, Roxy. Non eravamo adatti l’uno all’altra, tu eri troppo presa dal tuo lavoro e anche il sesso non era granché”. Quando si dice la sintesi. Ottima giocatrice di biliardo a stecca. Esercizi mattutini con cento addominali, flessioni sulle braccia e bilanciere. Scrive con una macchina elettrica. Le piace leggere. Abituata a tutto. Forte, energica, veloce nel combattere e nello sparare. Le manca di essere innamorata. Ogni tanto ripensa con nostalgia all’ex marito Alan che ha conosciuto sul lavoro. Matrimonio sprecato per la sua carriera. Disperata decide di chiedere aiuto a una agenzia di incontri.
Una volta accoltellata dal componente di una gang, ferita a una gamba esce in fretta dall’ospedale. Regge bene il dolore. Mangia quello che trova “A ogni morte di papa mi cuocevo un hamburger o mi preparavo degli spaghetti”. Fa acquisti la notte convinta dai “teleimbonitori”. Momento triste “Nessuno era felice. Ogni giorno portava altre seccature, altri problemi, altro dolore. E se riuscivi a evitare il cancro, l’Aids, le droghe, gli incidenti d’auto, i malevoli interventi di Dio, c’era sempre la possibilità che uno sbarellato ti rapisse, o rapisse i tuoi figli e li torturasse a morte senza ragione”. Fregata (in passato) dal collega Harry per un caso risolto da lei. Prende simpatia (ricambiata) per il capo contabile Latham che va a finire in rianimazione.
La detective parla in prima persona. Prosa leggera che scivola via. Ironia, parodia, umorismo. Finalmente si sorride.

Tra le sempre più numerose detective lady che affollano le storie di stampo più o meno giallistico ecco arrivare anche la deliziosa Jane Austen in Jane e la disgrazia di Lady Scargrave di Stephanie Barron, Tea 2009.
Proprio la famosa scrittrice inglese in visita dall’amica Isobel Payne, Contessa di Scargrave, si trova testimone di una tragedia. Suo marito, Il Conte Frederick (vecchio il giusto), colto da un improvviso malore, muore in poco tempo. Un biglietto la accusa di omicidio e di adulterio. E da qui cominciano i guai.
Il tutto proposto in forma di diario scritto da Jane Austen medesima tra il 1802 e il 1803 che contiene alcune lettere all’amica Cassandra. Brevi spunti sul nuovo personaggio letterario: figlia di un ecclesiastico ha lasciato un suo pretendente al matrimonio e se ne è venuta via di casa. Spirito libero, aperto, moderno, dotata di acuta intelligenza e di brillante dialettica, tiene testa a tutte le conversazioni. Sensibile, riflessiva, timida (spesso arrossisce), all’occorrenza botta e risposta energica e affilata. Pronta a difendere la sua amica, dinamica, grande camminatrice (tre miglia le fanno un baffo), non gradisce la città, gli “interminabili pavoneggiamenti, l’irrequieta vacuità delle conversazioni, l’affollamento dei luoghi pubblici…”. Mille volte meglio la campagna.
Sempre elegante e curata nel vestire, una penna infilata in una fascia adorna di perle che porta intorno alla fronte. E vanitosa. Lo dice lei stessa “Ognuno di noi ha i suoi difetti, e il mio è la vanità”. Non crede al matrimonio ma non è immune al fascino maschile e ci scappa pure un bacio.
L’autrice cerca di riprodurre la prosa della Austen, fluente, elegante, graziosa, brillante, ricca del bon ton e dello spirito del tempo.
Libro di molti ingredienti che mischio fra loro: fasi di un processo, lettere minacciose, amori ricambiati e non ricambiati, signorine prematuramente incinte (succedeva anche allora), differenze sociali, problemi di testamento e patrimoni, aspettative delle fanciulle in un bel matrimonio con relativo bel patrimonio, mistero, dubbi, angosce, prigioni malsane e puzzolenti, fazzoletto rivelatore insieme a noci delle Barbados piuttosto indigeste, spruzzo di gotico con il fantasma redivivo del conte che a mezzanotte in punto fa la sua inquietante e grottesca comparsa. Non manca la politica e Napoleone. Psicologie ben sviluppate, buona organizzazione, colpo di scena finale con relativo pericolo (un classico) per la nostra Jane.
Piacevole senza entusiasmare.

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