Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2017

Affidare una rubrica ad un vecchietto è sempre un rischio mortale. Che il vecchietto muoia (appunto), oppure che, vivendo, dia sfogo ai suoi patetici ricordi (ancora peggio). D’altra parte se oggi ci si gira intorno, meglio buttarsi all’indietro…
La pettegola
In paese era nota come “la pettegola”. Bassa, secca, veloce, sgusciante con un musetto vispo da faina. Se volevi sapere qualcosa su qualcuno bastava andare da lei e ti spifferava vita, morte e miracoli. Ma anche se non lo volevi sapere te lo spifferava lo stesso, aggiungendovi particolari pittoreschi. Una specie di enciclopedia vivente sui fatti degli altri. Amata da pochi, vituperata da molti. Anzi, da molte, che soprattutto il gentil sesso ce l’aveva con lei per aver portato alla luce qualche innominabile tresca… Noi ragazzacci di strada gliene combinavamo di tutti i colori, infilando perfino degli spilli sul campanello della sua casa, per farlo trillare in continuazione e ascoltare le urlanti maledizioni. Alla sua dipartita in paese qualche finto dispiacere e molti sospiri di sollievo.
Ora me la immagino fra i santi in paradiso o fra i diavoli all’inferno (in Purgatorio non ce la vedo) a svelare tutto su tutti, scatenando un incredibile casino. La nostra cara, adorabile pettegola.

Signori, il gioco è fatto di S.S. Van Dine, Mondadori 2017.
Sin dall’inizio siamo preparati a un caso incredibile, dato che “Vance si trovò ad affrontare il crimine forse più diabolicamente sottile della sua carriera”, come scrive l’amico Van, segretario factotum, autore di questi ricordi. E lo stesso Philo Vance più volte sembra inerte di fronte al susseguirsi degli eventi: “Siamo immersi nelle tenebre più fitte. Non riesco a trovare il bandolo della matassa. Troppi ostacoli disseminati sul nostro cammino ci ostruiscono la visuale”. Oppure “È tragico, spaventosamente tragico, ma pare un dramma in cui alcune marionette, manipolate da un ignoto, recitino su un palcoscenico preparato con cura al solo scopo di trarci in inganno”. Opera del diavolo, addirittura, secondo Markam, il procuratore distrettuale amico di Vance, che indaga con lui sul caso.
E allora veniamo al sodo. Al nostro detective dilettante arriva una lettera anonima, scritta con battitura “atroce”, che preannuncia una tragedia per il giovane Lynn Llewellyn, sposato alla stella della commedia Virginia Vale. Domani, dopo cena, andrà a giocare al Casinò di Kinkaid, fratello della mamma di Lynn. Meglio tenerlo d’occhio, secondo consiglio dell’anonimo.
Dunque al Casinò con Markam. La lettera potrebbe essere una bufala, ma anche nascondere qualche brutta realtà. Ed infatti, Lynn sta vincendo al gioco quando “All’improvviso, con uno sforzo penoso, si alzò rovesciando la sedia e si allontanò dal tavolo, le mani lungo i fianchi. Fece due, tre passi, barcollò e poi crollò a terra”. Avvelenato, ma si salverà. Morta, invece, la moglie Virginia proprio al momento del collasso di Lynn. Da una sua lettera di addio battuta a macchina, compresa la firma, sembra un suicidio con avvelenamento da belladonna. Ma non è finita qui. Viene avvelenata anche Amelia, sorella di Lynn, con lo stesso esito positivo del fratello. Una caratteristica comune ai tre avvelenamenti “Questa sera tutte le caraffe d’acqua erano vuote. Al Casinò. Nella stanza della moglie di Lynn Llewellyn. E ora qui. Eccezionale scarsità d’acqua…”, commenta Vance. Caos dappertutto e, addirittura, niente traccia del veleno nello stomaco dell’unica morta!
Una situazione assurda, qualcosa di importante che sfugge, fino a quando… ecco la luce, il tassello che mancava (un classico) ma, occhio, ché l’assassino è pronto a tutto. Al centro della storia il nostro dandy Vance con la sua cultura, i suoi libri, i reperti antichi, la psicanalisi (Freud, Jung, Stekel, Ferenczi), le sue sigarette Régie, i suoi dubbi, i suoi tormenti, le sue intuizioni in una atmosfera sempre tesa. Aggiungo il collirio, l’acqua pesante (giuro) e quasi un trattato sui veleni.

La tratta delle bianche di James Hadley Chase, Mondadori 2017
“Una notte calda a St Louis. Calda in modo insopportabile. Niente di troppo strano, allora, se un paio di giornalisti e un tassista con il gusto del macabro finiscono per cercare un po’ di refrigerio all’obitorio della città. Riuscire a entrare è un gioco da ragazzi, se si conosce l’inserviente che ci lavora”. E qui, tra i morti, una ragazza dai capelli rossi e rossetto sulla labbra uccisa da arma bianca secondo l’etichetta. Una prostituta. Forse una, tra le tante, di Raven…
Dunque storia di Raven contro Tootsie Mendetta, capo incontrastato, per il controllo della prostituzione insieme al braccio destro Grantham, gestore del 22 Club dove è nascosto un bordello. Lotta all’ultimo sangue che vede stecchito il secondo e vincitore il primo. Ora un nuovo piano: via tutte le prostitute dalle strade, prendere ragazze ignare con la forza, torturarle, costringerle a prostituirsi in luoghi chiusi a prezzi più alti. Tra queste Sadie, moglie di Benny, venditore di automobili, una pericolosa testimone oculare del delitto Mendetta, rapita e diventata la schiava di Raven stesso, che si avvale di tre tirapiedi: Lefty, Little Joe vestito a puntino (“uno spettacolo”) e Maltz.
Alla ricerca della verità con tutte le sue forze Jay Ellinger, cronista del “St Luis Banner”, contrastato dal direttore e dal proprietario del giornale, costretto a licenziarsi per indagare.
Movimento, azione, cambi veloci di prospettiva, scene crude e crudeli. Sfruttatori e sfruttati che hanno, però, almeno la forza di ribellarsi (piccola luce in un buio totale). Splendidi ritratti psicologici dei personaggi che rimangono impressi nella memoria. Basti pensare, per esempio, a Raven inquadrato a giocare con i trenini (da piccolo non ha mai avuto un regalo, ricorda con la voce “amara”). Violenza, pallottole che fischiano, corruzione della polizia e della politica. Praticamente storia dell’ascesa e della caduta di un gangster in una società sporca e degradata. Ritenuto, allora, nel 1941 quando uscì, addirittura pornografico, oggi fa solo sorridere da questo punto di vista. Dell’autore si ricorda, soprattutto, No Orchids for Miss Blandish, uscito due anni prima con grandissimo successo. Un plauso alla traduzione di Mauro Boncompagni.

L’ora di punta di Nora Venturini, Mondadori 2017.
Preso, per la copertina (carina) e il titolo che mi ha fatto ricordare un’espressione familiare, ovvero “l’ora di punta”, quando tutti si faceva la fila per andare al gabinetto.
Roma. Personaggi principali: Debora Camilli, 25 anni, tassinara poliziotta mancata, morto il padre, madre infermiera, fratello studente di medicina con il quale si azzuffa spesso. Caratterino fumantino; commissario capo Edoardo Raggio, venuto dal Cilento, niente fisico statuario, sulla quarantina, capelli castani spruzzati di grigio, occhioni chiari, in crisi con la moglie e già ci si immagina come continuerà la storia.
Motivo dell’incontro tra i due una “signora bionda, snella, elegante” che vuole essere portata in via Barboloni. Qui chiede a Debora di aspettarla ma non uscirà più, se non come morta strozzata (sembra). La ragazza si sente in debito, vuole scoprire il colpevole e formerà con il commissario, lui fin troppo consenziente, una coppia particolare di segugi. Alti e bassi, scontri, riappacificazioni, fremiti stuzzicarelli, qualcosa che sciupa il momento clou all’improvviso (vedi il rompicoglioni in carne ed ossa o il rompicoglioni del telefono), dubbi, tormenti, ricordi, il sogno che non manca mai, il lavoro che riporta alla cruda realtà.
Il solito romanzetto più o meno rosa, letto e riletto, su una patina di giallo letto e riletto, con il superiore che sbraita (bisogna fare presto e occhio al marito della vittima, un uomo molto in vista), il collega dal temperamento diverso per costruire un certo contrasto, il colpevole che non è colpevole, la causa della morte che non è quella immaginata ma che si poteva scoprire anni luce prima, qualche spunto, immancabile, su certi quartieri di Roma per mostrare la sua variegata umanità.
Scrittura che fila via allegra e spensierata su un terreno calpestato all’infinito. Non se ne può più.

Il prezzo dei soldi di Petros Markaris, La Nave di Teseo 2017.
Il titolo la dice tutta. O quasi. Ovvero il prezzo che paga la Grecia per la sua uscita dal pantano della crisi. Ma i soldi? C’entrano, c’entrano…
Soprattutto se viene ucciso Lalòpoulos, un dirigente dell’Ente del Turismo, e il noto commissario Kostas Charithos si mette al lavoro. Il caso sembra facile e già risolto quando due ladruncoli confessano l’omicidio. Troppo facile, anche perché i due citati si sono portati via il portafogli, il cellulare e il computer, ma non un bel po’ di soldi nascosti nel materasso del letto del figlio (che ladruncoli sarebbero?). E poi quel colpo di pistola alla testa sembra proprio una esecuzione…
La faccenda si complica con l’ulteriore omicidio di un noto armatore. Ma anche qui all’apparenza sembra tutto facile, perché i responsabili confessano e l’inchiesta è subito bloccata dal nuovo vicecomandante. Qualcosa non quadra e il nostro Kostas Charitos è sempre più preoccupato. C’è un evidente nesso tra le due morti e il riciclaggio del denaro sporco nelle isole Cayman. La Grecia si sta rialzando dal periodo di crisi, ma a quale prezzo? Argomento di discussione che coinvolge anche la sua famiglia con precise domande “Da dove arrivano tutti questi soldi?”, “E da dove arrivano tutte queste banche?”, “E le compagnie di navigazione?”.
Alle due vittime se ne aggiunge un’altra nella persona di Sotiròpoulos, giornalista e vecchio militante di sinistra, che il nostro commissario conosce da tempo, e allora si sente in dovere di continuare l’indagine anche contro la sospensione voluta dai suoi superiori. Lui fa parte di quei poliziotti a cui piace concludere, dichiara apertamente. È, però, un momento difficile: la solitudine, i dubbi, gli assilli, le vicende familiari tra un ghemistà e l’altro, ma anche la sua caparbia determinazione ad andare fino in fondo. E saranno proprio gli appunti del giornalista ucciso a condurlo verso la soluzione del caso.
L’incontro con un personaggio misterioso, che non vuole svelare il suo nome, chiarirà pure la ragione del denaro sporco “Nessuno si chiede da dove arriva il denaro che sta assicurando lo sviluppo alla Grecia, perché è un argomento che non interessa a nessuno. Basta che esista e che possa portare al successo”.
Amen.

Spiluzzicature
Nella solita libreria di Siena spiluzzicato in qua e là qualche libro. Vedi Veleno di AA.VV, Polillo 2017, piuttosto particolare perché trattasi di una storia scritta a più mani, ovverosia a rotazione per mettere alla prova l’abilità degli scrittori. E se gli scrittori sono Dorothy L. Sayers, Freeman Wills Crofts, Valentine Williams, F. Tennyson Jesse, Anthony Armstron e David Hume sicuro che c’è da divertirsi. Una ricca vedova teme per la sua vita, qualcuno la vuole certo uccidere per i suoi soldi, ma nessuno le crede. Fino a quando si ritroverà morta avvelenata.
L’assassinio di Socrate di Marco Chicot, Salani 2017, è un libro perfetto per chi ama la storia e il giallo. Un miscuglio di storia, filosofia e indagine svolta senza gli appesantimenti tipici di questo genere di scrittura, mentre infuria la guerra tra Sparta e Atene. Un ripasso, poi, fa sempre bene…
Delitti in gioco di John V. Turner, S.S. Van Dine, Ellery Queen, Mondadori 2017, non l’ho ancora letto, ma lo farò. L’ho rigirato fra le mani in una edicola di giornali. Un boxer avvelenato sul ring, tra i misteri di casa Garden, una morte improvvisa di un ex giocatore di baseball sulle tribune. Tre bocconcini prelibati.

Un giretto tra i miei libri
La morte segue i magi di Hans Tuzzi, Bollati Boringhieri 2009.
Poliziesco colto e raffinato questo di Hans Tuzzi. Infiorettato di citazioni culturali che spaziano dalla storia alla filosofia, dalla poesia all’arte e via discorrendo. Si imparano un sacco di cose. Soprattutto sui falsi e falsari nella pittura, le tecniche per imbrogliare e quelle per scoprire l’imbroglione. Anche perché chi ci rimette la buccia è proprio un restauratore, ex falsario superdotato e circonciso (c’è anche questo).
Ad indagare il quarantenne vicequestore Norberto Melis che assiste per caso ad una conversazione in una trattoria tra una signora e il futuro morto. Ammazzato, si capisce, “tra i ratti e le papere di parco Sempione”. Vicequestore tutto d’un pezzo questo Melis con la sua bella pipa olandese, il cane Kim e la compagna di vita Fiorenza Giorgi alle prese con una questione di carattere editoriale e con il suo matrimonio che traballa (troppo impegnati tutti e due).
Dunque, dicevo, un contrabbando di falsi e opere rubate insieme alla caccia a un pericoloso latitante ed il contorno ben equilibrato di poliziotti e superiori con le loro particolari caratteristiche fisiche (c’è un giudice donna brutta da morire) e spirituali.
Naturalmente la mano assassina non si ferma al primo obiettivo ma ne persegue altri come si addice ad un giallo che si rispetti. E l’indagine del nostro Melis va avanti insieme ai ricordi, ai dubbi, alle incertezze, alle riflessioni, alla Milano diventata “brutta” e alla società di oggi “ignorante e cinica, arrogante e disonesta”. Pensieri e riflessioni che possono nascere all’improvviso durante una passeggiata con il cane e l’incontro con un porcospino. Scontro finale e relativa spiegazione insomma, come dire, così e così.
Prosa ariosa che spazia dall’esterno all’interno dei personaggi e degli ambienti. Fresca e soffusa di humour. Colta, dicevo all’inizio, ricca di citazioni. Di cui, in parte, si poteva fare anche a meno.

Un titolo scacchistico. Un thriller storico. Ad indagare Leonardo da Vinci. Ok, prendiamolo. La mossa dell’Alfiere di Diane A.S. Stuckart, Nord 2009.
Milano 1483. Ludovico Sforza detto il Moro e l’ambasciatore di Francia Monsieur Villasse si giocano a scacchi viventi un piccolo dipinto di Leonardo. Il conte di Ferrara, cugino del Moro, che rappresenta l’Alfiere bianco viene trovato morto nel cortile del castello ucciso da un coltello che reca lo stemma dello stesso Sforza. A indagare sull’accaduto Leonardo aiutato dal nuovo apprendista Dino. Che poi proprio Dino non è dato che trattasi di una dolce fanciulla, Delfina, scappata di casa con la benedizione del padre a seguire i suoi sogni pittorici. Per non farsi riconoscere si è travestita da maschietto, il che le procura qualche problemuccio nel rapporto con gli altri apprendisti e con una certa Marcella.
Oltre la storia poliziesca, resa più complicata da un altro morto ammazzato, dalla sparizione di un servitore, dal ritrovamento di un pezzo degli scacchi (probabilmente una Regina) al cui interno si nasconde una piccola chiave misteriosa e di una lettera scritta in latino, si alternano e si mischiano fra loro: la storia personale della ragazza, spunti sulla società del tempo, in modo particolare sul lavoro del pittore (preparazione dei colori, pittura a secco, affresco…), il rapporto politico tra la Francia e lo stato di Milano, qualche notazione sul gioco e sulla evoluzione degli scacchi e la figura dello stesso Leonardo da Vinci. Il grande artista, organizzatore degli spettacoli di corte, chiamato ad abbellire il palazzo del Moro con sculture e pitture, creatore di macchine belliche e di vari marchingegni. Figura un po’ fiacca e stereotipata, a dir la verità. Il tutto narrato in prima persona da Dino-Delfina che cerca in ogni modo di allontanare i sospetti di un rapporto troppo amichevole e ravvicinato con il Maestro.
Scrittura pulita, lineare, a tratti direi quasi scolastica e come scontata senza quella presa diretta che ho trovato in altri lavori similari.

Dopo l’esordio di Repetita, Perdisa 2009, ecco Marilù Oliva alla sua seconda prova con ¡Tú la pagarás!, elliot 2010.
Discoteca “La Noche” di Bologna. El Cubano (pugliese) fidanzato con la Princesa che non c’è. Al suo posto Lucia La Gorda, una grassona, cosciona, culona. Incontro di fuoco tra mille pieghe vellutate, poi via alla toilette dove giace Thomas, il barista cubano (vero), occhi spariti infilzati dalle due punte di un candelabro (svanito nel nulla). In prima persona il racconto di La Guerrera (Elisa Guerra) che lavora presso la redazione di un giornale locale, praticamente in un garage. Suoi amici Dante Alighieri (citazioni in qua e là) e le patatine fritte. Suo capo Torinelli, il classico rompiballe con intimo segreto.
Ad indagare il commissario Basilica invischiato in una routine matrimoniale noiosa e deprimente. Sospettati le amichette del defunto dongiovanni e i rispettivi masculi, compresa la Nostra, attuale sua fidanzata, in crisi più o meno profonda. Vive insieme a Catalina, una specie di maga taroccante che prevede il futuro e qualche spunto lo tira fuori anche con i sogni. Tra l’altro creatrice dell’agenzia di incontri sentimentali “Tu mi turbi” che è tutto un programma.
Le indagini portano a scoprire il mondo misterioso e affascinante delle discoteche, della salsa, dei riti orishas, degli dei del sincretismo cubano (la santeria), delle rivalità, delle gelosie, dei tradimenti tra un passo di danza e l’altro. Un morto ammazzato e poi ancora, collanine di perle in bocca (ci riportano alla mente un caso eclatante), rapporto proficuo tra Basilica e La Guerrera (si riprende con Felipe) in pericolo di vita (aggressioni).
Prosa brillante che scivola via veloce, entra nei personaggi, li avvolge, li sviscera, seppure con una certa enfasi, soprattutto nei confronti di La Guerrera, classica spalla d’appoggio nelle indagini per l’ispettore con fremito sensuale e sessuale incorporato. Il solito tirannello sbeffeggiato nel ridicolo della sua perversa intimità, il (solito) magico che si insinua nel reale e dunque un po’ di routine giallistica in un contesto per molti versi nuovo e stuzzicante. Un deciso passo avanti rispetto alla prima prova.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La fidanzata di Michelle Frances, Editrice Nord 2017.
In copertina, una sfavillante superficie azzurra, una bella ragazza bruna nuota in quella che scopriremo presto essere una piscina sotterranea. Che si trova nel lussuoso seminterrato della bella villa dei Cavendish nel cuore di Londra. Gente ricca, beneducata e spaventosamente raffinata. Per loro contano ancora l’accento, la scuola che hai frequentato, il giro delle amicizie e, a ogni nuova generazione, è d’obbligo regalare ai figli il “grand tour”: un giro ad alto livello per l’Europa, l’America ecc… Insomma non si fanno mancare proprio nulla.
La villa, che ospita questa bella piscina, è gestita e dominata da Laura, donna molto attraente, cinquantenne dotata di stile ed eleganza, produttrice televisiva di successo e fino ad allora sola presenza femminile importante nella vita dell’unico erede e figlio, il ventitreenne, Daniel. Ma Laura in fondo all’animo continua a sentirsi una donna non appagata. Il lavoro, sì, ma poi? Il suo matrimonio da troppi anni si regge su una tenue finzione di facciata e lei sa bene di essere troppo mammona nei confronti di suo figlio al quale dedica e ha dedicato troppo tempo e troppe attenzioni.
E lui, Daniel, ottimo sportivo, brillante neolaureato dal futuro luminoso in medicina, gran bel ragazzo, insomma una perla rara, sogna soltanto una sua vita e una sua casa. E proprio per cercare e comprare una sua casa incontra Cherry, la bella venditrice della più esclusiva agenzia immobiliare di Kensington. E zac! Tra loro scocca il colpo di fulmine.
E Laura dovrà veder entrare in casa sua Cherry che, con la metà dei suoi anni, ha rubato il cuore del suo unico figlio maschio. Ciò nonostante, quando Daniel la invita e la presenta come fidanzata, sua madre si sforza di essere gentile, le fa i complimenti per la camicetta e tutte e due per un po’ provano a piacersi. Poi Laura addirittura invita la ragazza per una breve vacanza nella villa di Saint Tropez. Ma ben presto nuora e suocera cominciano a guardarsi con sospetto.
Si comincia con piccoli e grandi sgarbi, dalle innocenti rappresaglie si passa ai trabocchetti. Poi le cose “sbarrocciano” pericolosamente. Ciascuna cerca di screditare l’altra con ogni mezzo e a un certo punto una delle due, in virtù di un perfido egoismo, passa il limite. All’altra, allora, non resta che la vendetta. Deve fare qualcosa. Per forza! Oppure?…
Michelle Frances tiene molto bene le redini della sua storia. Sceglie una narrazione in terza persona, concreta, tesa e stringente. E fin dall’inizio ci rivela ogni pensiero e particolare delle sue protagoniste. Ci dice tutto di Laura, che mal sopporta la eterna relazione extraconiugale del marito, che anni prima ha visto morire in culla la primogenita, che prova un amore assoluto per il figlio vivo, Daniel e che vorrebbe solo il meglio del meglio per lui. Sbaglia forse? E ci dice tutto di Cherry, intelligente e volitiva che ha studiato sempre quanto e come poteva, che da autodidatta ha corretto il suo accento di periferia, ma si vergogna della mamma cassiera al supermarket, e che in passato ha avuto un fidanzato che l’ha piantata perché lei non era “giusta”. Ḕ un delitto il suo sperare in una miracolosa fuga da uno status quo?
Straordinariamente umane e psicologicamente indovinate, Laura e Cherry risultano molto vere e convincenti. Insomma leggendo non si sa con quale delle due schierarsi. Scrittura agile e perfettamente calibrata che ben descrive un certo mondo anglosassone particolare, con due donne in spasmodica competizione tra loro, sempre sul filo del rasoio. E ci vorranno più di quattrocento pagine ad alta tensione per scoprire finalmente come andrà a finire.

Altri consigli della nostra inossidabile:
Il giardino delle farfalle di Dot Hutchison, Newton Compton 2017.
Una storia per raccontare, no forse una meravigliosa cornice per aureolare la breve ma fantasmagorica vita delle farfalle? Eh no! E neppure un romanzato saggio sull’evoluzione dei lepidotteri. Ma invece un lungo, articolato e agghiacciante thriller in cui dominano perversione, diabolica crudeltà, schiavitù e violenza ai danni di povere, plagiate e disperate giovani vittime, le più prigioniere senza scampo della Sindrome di Stoccolma…

Gigi Paoli e il suo irresistibile protagonista – con la testa pelata alla Yul Brynner come diciamo noi dell’altro secolo – Carlo Alberto Marchi, dopo il successo di Il rumore della pioggia ricalcano il palcoscenico fiorentino con Il respiro delle anime, Giunti 2017, nuovo giallo ad alta suspense che ci accompagna in una misteriosa e piuttosto insolita e inedita Firenze.

Tutti gli uccelli cantano di Evie Wyld, Safarà 2017, ambientato in un’imprecisata isola scozzese, è un thriller coinvolgente e, allo stesso tempo, la storia forte, a tratti angosciosa, della sofferta vita di una giovane donna australiana, decisa a dimenticare e a nascondersi dal mondo intero. Non è libro da palati facili. Ma la storia, benché la costruzione del romanzo sia in parte articolata su una serie di complicati flash back, è bella e intrigante nonostante l’insolito e originale tipo di narrazione che in certi casi può spiazzare il lettore, ma che pian piano rivela i tanti retroscena e il perché dell’oscura e tragica disperazione di Jake, costretta alla fine ad affrontare ed esorcizzare i propri demoni.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi tocca a La perla del Bengala di Sir Steven Stevenson, della serie Agatha Mistery, DeA 2015.
Questa volta si va a Calcutta! Ovvero ci vanno i nostri eroi: Agatha, Larry Mistery, Mr. Kent insieme al gatto Watson.
Hanno saputo, attraverso i messaggi della scuola di Larry (Larry frequenta una scuola di detective), che a Calcutta, in India, è accaduto un furto straordinario. È stata rubata la Perla del Bengala… ed è sparito il guardiano. Ecco un altro bel mistero da risolvere!
Intanto i nostri eroi sono accolti a Calcutta nella casa dello zio di Agatha, poi via tutti in aereo (qui trovano un serpente) verso Chotoka. Dal capitano della polizia tre indiziati: il bramino Sangoli, una coppia di turisti spagnoli e il figlio del custode della famosa Perla. La polizia crede che sia quest’ultimo il colpevole del furto e lo mette in galera. Il gruppo indaga anche sugli altri indiziati analizzando i loro alibi. Ma nessuno sembra essere il ladro! Ma allora chi è?…
Una storia divertente e misteriosa tra le foreste di mangrovie, i risciò, il fiume sacro Gange e la terribile dea Kalì!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

2 thoughts on “Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2017

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *