Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai! (Le lunghine di Fabio Lotti)

Riprendo un pezzetto scritto per il blog di Omar Di Monopoli che voglio far conoscere anche a voi lettori. Con qualche, opportuno, ampliamento e aggiornamento.
Ogni tanto mi piace inventare titoli atipici per attirare l’attenzione del lettore. Poi, magari, mi becco diversi accidenti, ma qualcuno a scuriosare l’ho fregato. In questo caso trattasi di vedere dove sta andando il giallo in generale. Così, di getto, senza farla troppo lunga.
Dopo cinquanta sfumature di grigio, di nero e di rosso siamo tutti lì ad aspettare la nuova ondata di porno per signore con altrettante sfumature di nuovi colori che si butti a capofitto nel mare giallastro. Però, insomma, un bel po’ di sesso ce lo abbiamo già trovato.
Domande angoscianti che serpeggiano sulla salute delle sigle giallistiche: il noir è morto?, il thriller come sta?, il mystery che fine farà? Domande angoscianti, dicevo, con risposta univoca. Una valanga di noir, thriller, mystery e via discorrendo a dimostrazione che le sigle, come gli umani, non ne vogliono proprio sapere di tirare il calzino (mi pare giusto). Vediamo un po’…
C’è il gialletto rosa senza porno che sta spopolando e di cui ho già parlato per ogni dove. Dunque potete saltare la lettura. In breve Liala è entrata dirompente nel romanzo poliziesco e ha dipinto di rosa tutte le sue pagine. Basta andare in giro per librerie. Un fenomeno nuovo che non mi sconfinfera ma di cui bisogna prendere atto. Chi vuole vendere inserisca subito nelle sue storie un bel numero di miscele erotico-sentimentali con “il batticuore, il sussultino, lo sguardino birichino, il contattino frementino, il sospirino struggentino, il sognino spintarellino con risveglino sudatino” ed il gioco è fatto.
Poi abbiamo il giallo verde, quello di denuncia ambientale che può pure andare bene (si scrive di tutto) ma che trovo un po’ forzato. Mi pare che si dia al genere troppa responsabilità e spesso la denuncia è una specie di predicozzo mascherato. A rimetterci il giallo e il verde (salvo eccezioni).
Poi ecco il giallo storico in cui siamo proprio bravini, via. Qui non c’è da prendere lezioni da nessuno che, anzi, le diamo. Dico, rispetto agli autori stranieri. Tornato in libreria il ciclo completo di nove romanzi della Mondadori, nati con l’obiettivo di raccontare le migliori storie legate all’Impero Romano. Qualche nome: Salvatori, Forte, Marcialis, Pietroselli… E poi altri indimenticabili autori anche di altre case editrici come Montanari, Leoni, Vichi, de Giovanni, Debicke (la Debicche) e, insomma, se vi dico che siamo bravi, credetemi (ovvia!).
Poi arriva il giallo giallo, quello vero, il Giallo Mondadori (la passione è passione e un po’ di sviolinata ci sta pure bene) che, con il nuovo corso forzato o forzuto (da Forte), sta dando delle belle soddisfazioni ai suoi aficionados. Di solito snobbati anche i racconti interni si stanno facendo via via sempre più interessanti. Nuove storie, nuovi personaggi tra cui Sebastiano (Bas) Salieri di Stefano Di Marino, un illusionista e studioso delle tradizioni occulte, che sta conquistando molti lettori. Aggiungo Erica Franzoni di Annamaria Fassio, monsignor Verzi di Andrea Franco, il commissario Veneruso di Diego Lama, il commissario Buonocore di Enrico Luceri e via e via e via.
Poi ci sono i gialli neri, quelli tutto sangue e sperma che mamma mia bella fanno solo paura a vedere le loro copertine (ora vanno di moda i bulbi oculari), ma mi pare che stiano calando di intensità. Ho l’impressione che la gente sia un po’ stufa del “troppo” che cola da tutte le parti. Anche delle tasse, per dirne una.
Poi ci sono le bambine e i bambini che non solo aumentano la loro presenza nei titoli e all’interno delle pagine dei libri, ma anche sulle copertine. Di spalle lungo una strada deserta, di fronte nel bosco, un po’ da tutte le parti. E se non ci sono loro ci sono gli oggetti a ricordarcelo: uno zaino, una bambola, un vestito. O la figura imponente e minacciosa di un adulto. Bambini che subiscono violenze di tutti i tipi, compresa quella sessuale, da maniaci sconosciuti e ora, sempre più spesso, dagli stessi elementi della famiglia. Dallo zio, dal padre, dalla madre, dal nonno. Con motivazioni disgustose e aberranti, talora pazzesche come quella di bambino di tredici anni costretto a subire le vessazioni di una madre psicopatica solo perché sopravvissuto al fratello gemello. Oggi la tematica è preda di una particolare attenzione, quasi di un affannoso e morboso interesse. Non vorrei, come succede spesso quando qualcosa attira il mercato, che tutto quanto diventi un cliché, una vuota ripetizione. Una moda, insomma. I bambini non lo permettono. Non lo possono permettere.
Poi vanno di moda anche le ragazze, le donne. Soprattutto dopo l’incredibile successo de La ragazza del treno di Paula Hawkins. Sia come contenuto che come titolo. Eccone qualcuno: La ragazza nel parco, La ragazza del passato, La ragazza senza ricordi, Una ragazza bugiarda, La ragazza in fuga, La donna nel buio, La donna senza passato…Un nuovo genere di narrativa, denominato in Gran Bretagna “domestic thriller”, che si sta diffondendo a macchia d’olio. Spesso trattasi di mogli che, subito dopo il matrimonio, scoprono in Lui un terribile segreto (mai sposarsi).
Buona riuscita il giallo “visionario” con il personaggio principale che “sente” e “vede” cose che ai normali non è dato di vedere e sentire. C’è chi parla addirittura con i morti. Aspetto con ansia chi ci vive anche insieme. Intanto date qui uno sguardo.
Gialletti pulp in aumento. Letto qualche libro di autore italiano che cerca di seguire le orme di Gischler. Niente male ma ci vuole più coraggio nell’imbastardire la trama e, soprattutto, il linguaggio che rimane troppo “pulito” per questo genere. La parola, che in altri ambiti va rispettata e trattata con garbo, qui dovrebbe essere presa a calci in culo e buttata per terra (facile a dirsi, eh!).
E, a proposito della parola e del linguaggio, opera meritoria quella di Omar Di Monopoli che, soprattutto Nella perfida terra di Dio, Adelphi 2017, è riuscito a creare un nuovo impasto linguistico veramente efficace.
Poi ci sono gli autori tipo… (non li nomino nemmeno) e ho già detto tutto. E insieme a questi una montagna di stronzate che nemmeno il sottoscritto sarebbe capace di buttar giù pur con tutta la sua buona volontà e la sua innegabile perizia (a scrivere stronzate, voglio dire).
Poi c’è la spy-story con “Segretissimo” che ha ripreso a volare, soprattutto per merito del già citato Stefano Di Marino. A vederlo in foto con pugnali e mitragliette addosso ti viene pure la voglia di dargli un cazzottone in testa (però, occhio, a filare via subito) ma a leggerlo vorresti pure baciarlo (per chi ha fegato).
Poi ci sono quelle recensioni che, a dar retta a loro, il livello di qualità dei prodotti letti sarebbe sempre eccellente, eccezionale, entusiasmante. Da favola. Mai un piccolo calo, mai un abbiocco. Di solito il recensore (maschio o femmina che sia) è sull’onda dell’estasi per avere incontrato l’autore (maschio o femmina che sia), un tipo tanto a modino, carino, pulitino, stiratino, alla manino, per niente boriosino (ci credo, è alla sua prima opera) che senz’altro diventerà un punto di riferimento nel panorama letteral-giallistico del nostro paese e mi par di assistere alla scena di quella santa che vide la Madonna.
Poi ci sono le interviste e una su mille ce la fa (a non rompere).
Poi, alla fine, c’è pure il sottoscritto che non ce l’ha fatta.
E così sia.

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