Napul’è (Le brevi di Valerio 175)

Ugo Leone
Napul’è. La città com’era e com’è tra icone letterarie e qualità della vita
Intra Moenia, 2017

Napoli. 1787-2017. Goethe arrivò il 25 febbraio 1787: “Napoli di per sé si annuncia gioconda, liberamente vivace… non potrebbe andar meglio”. Ugo Leone, geografo, docente universitario, presidente del parco nazionale e pubblicista, vi è nato nel 1940 e vi vive liberamente ancora. Nel 2017 decide di regalarci Napul’è. La città com’era e com’è tra icone letterarie e qualità della vita, un viaggio (nell’accezione di Proust) capace di distinguere tra il benessere materiale fondato sui bisogni (sui livelli dell’avere e sulle sfere dell’amare e dell’essere) e la felicità individuale connessa a sentimenti e relazioni umane. Parte dai diari dei viaggi di giovani aristocratici e facoltosi gentiluomini negli ultimi due secoli e incrocia i dati sull’ambiente urbano (casa, salute, aria, acqua, mare, rumore, rifiuti, Vesuvio) nella sua precaria dimensione temporale, un compendio di poesia ed ecologia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Chandler Award: Margaret Atwood

Nei prossimi giorni a Milano (4-6 dicembre) e Como (7-10) si svolgerà la XXVII edizione del Noir in Festival; il 4 viene assegnato lo Scerbanenco, il Premio Raymond Chandler sarà consegnato alla straordinaria scrittrice canadese Margaret Atwood; su Atwood, ecologia, climate fiction Valerio Calzolaio ha scritto un pezzo per il catalogo del festival (disponibile cartaceo in quei giorni); forse pochi ricordano la collana Verdenero coeva della definizione cli-fi.

 MARGARET ATWOOD e la scienza dell’ecologia
CATALOGO NOIR DICEMBRE 2017
(Valerio Calzolaio)

Tra il 2003 e il 2013 Margaret Atwood pubblica tre libri ambientati nel futuro prossimo, circa cinquant’anni dopo in un ecosistema sconvolto da una catastrofe ecologica. Era già una scrittrice di fama mondiale, con trent’anni di carriera e riconoscimenti. Vi era appena stato lo straordinario successo del capolavoro The Blind Assassin (2000, Booker Prize e Hammett Award, edito in Italia l’anno successivo), una torbida vicenda familiare novecentesca nel passato del Canada. Passò a un altro snodo della propria ricerca letteraria. Il termine cli-fi non veniva usato quando uscì il primo, eppure la trilogia viene oggi considerata una sorta di pietra miliare della climate fiction, quasi un vero e proprio campo letterario, appunto la cli-fi, branca contemporanea della fantascienza, science fiction, l’amata sci-fi. I tre libri dell’Adamo pazzo, MaddAddam Trilogy sono Oryx And Crake (2003, L’ultimo degli uomini), The Year of the Flood (2009, 2010 in Italia), MaddAddam (2013, L’altro inizio, sempre per Ponte alle Grazie 2014). Avevano l’obiettivo di offrire una nuova prospettiva culturale non un nuovo genere letterario. Va detto che nemmeno il romanzo The Blind Assassin è propriamente un giallo o un noir, nonostante il titolo o crimini e misteri di cui è intriso; prevalentemente ambientato nel 1945-47 ricostruisce lo sviluppo e le crisi industriali, le relazioni sociali e familiari in una parte del Canada lungo la prima metà del Novecento con una narratrice di fine secolo. Il punto di vista è quello di due sorelle ed evidenzia ruoli e diritti delle donne come individui di un potere segnato dai maschi. E non mancano riferimenti al contesto ambientale.
Noi del noir evitiamo lunghe disquisizioni sulle etichette dei generi, tanto più su sci-fi e cli-fi: gli scrittori si sono sempre confrontati con l’ambiente naturale delle loro storie, anche per dare qualche base scientifica al rapporto dei personaggi con gli ecosistemi; vari scrittori da molto tempo narrano di futuro, più o meno terribile e fantascientifico, per descrivere possibili sviluppi del presente; esiste ormai una diffusa consapevolezza su alcuni raggiunti confini planetari e sugli effetti dei cambiamenti climatici antropici globali. Atwood stessa preferisce definire la propria letteratura speculative fiction, narrazioni per ragionare e re-agire, per far emergere con competenza e liricità i nessi fra scienza e politica, fra inquinamenti e disuguaglianze, per mostrare alternative fra scenari distopici e resilienze possibili, fra una distopia e un’utopia fantastiche, verosimili, comunque relative.
La trilogia considerata cli-fi descrive la fine della civilizzazione intorno alla metà del secolo in corso sulla East Coast; a quel punto una “catastrofe” ecologica, genetica e sociale è già avvenuta, tutti i tre romanzi descrivono le scarse e precarie relazioni umane sopravvissute con punti di vista diversi, intersecando poeticamente flashbacks e digressioni, miti culturali e questioni scientifiche, morti e rinascite di Adamo ed Eva. Non sono temi nuovi dell’universo narrativo della straordinaria scrittrice canadese, per certi versi l’intera opera ha sempre cercato, attraversando più generi (saggi, versi, sceneggiature, narrazioni varie per adulti e bambini), di vedere con realismo dove di brutto rischiamo di andare, per colpa o responsabilità di chi e su cosa fare leva per evitarlo: ripulsa, poesia, ecologia. Per altro, lo stesso The Blind Assassin ha atmosfere “gialle” su tre diversi piani temporali: la secolare storia della famiglia Chase, la vicenda del famoso omonimo romanzo (d’amore) e il futuro distopico sul pianeta Zycron (esigue bande di nomadi primitivi in mezzo a orribili distruzioni) che l’amato declama all’amata.
Le periodizzazioni della critica collocano nel 2007 il momento in cui si esplicita nella letteratura anglofona una tendenza alla climate fiction. Proprio Atwood riprese il termine e contribuì a renderlo “social”, insieme al proprio impegno contro ogni violenza. Da allora si citano alcuni precursori o pionieri e innumerevoli opere, letterarie televisive cinematografiche, siti hastag e pagine facebook. Il cli-fi si è caratterizzato per narrazioni che, a differenza della più parte della fantascienza tradizionale, non riguardano tecnologie immaginarie o pianeti lontani, piuttosto scenari ipotizzabili per un prossimo futuro del nostro pianeta. A esempio, quanto probabilmente accadrà se persisteranno gli effetti del climate change e avranno luogo gli scenari descritti dall’Intergovernmental Panel noto come IPCC: innalzamento del mare e sommersione di aree costiere, eventi meteorologici sempre più estremi, desertificazione in aree ora solo un po’ secche o siccitose. Il 2007 fu l’anno in cui il Premio Nobel per la pace venne assegnato all’IPCC e ad Al Gore.
Il romanzo e il film con contenuto climatologico sono divenuti spesso uno strumento utile agli sforzi collettivi per affrontare il riscaldamento globale, per superare negazionismo e diffidenza. Dan Bloom, laureato a Boston nel 1971 in letteratura, poi giornalista in giro per il mondo, attivista ecologista, usò il termine “cli-fi” su Amazon, da allora lo ha “gestito” in saggi e rapporti. Non voleva definire un nuovo “genere”, ma solo trovare una fraseologia accattivante per valorizzare la letteratura che si occupa di cambiamenti climatici e di riscaldamento del pianeta. La mattina del 23 aprile 2012 Margaret Atwood twittò: “ecco un nuovo termine, cli-fi” e citò l’articolo di Bloom, suscitando interesse e apprezzamento ancor più larghi. Con l’affermarsi della nozione, il mondo dell’editoria iniziò a considerarlo come una nuova a sé stante categoria. In un decennio il cli-fi è divenuto un fenomeno letterario globale, un fenomeno noir visto che descrive alcuni crimini contro l’umanità (e gli ecosistemi), chi li investiga e il conflitto (non proprio e non sempre a lieto fine) che si determina. Tratta di ingiustizia sociale e ambientale, il colpevole (collettivo) viene ancora poco e male perseguito.
Pochi ricordano che anche in Italia nello stesso 2007 cominciò a uscire la collana Verdenero, di cui si discusse già nell’edizione di dicembre 2007 del Noir in festival. Tutti i maggiori scrittori italiani del noir uscirono con un testo appositamente scritto per la collana, libri legati alla scienza dell’ecologia, non solo al clima. La scelta della noir climate fiction è meno deliberata, allora fu Baldini (“Melma”, Edizioni Ambiente 2007) ad adottare una prospettiva cli-fi, molti altri poi, con particolare efficacia Arpaia nel 2016 (“Qualcosa, là fuori”, Guanda). Baldini colloca il suo romanzo nel 2050, Arpaia illustra la vicenda del millennial napoletano Livio dal 2038 (dottorato in California) al 2078 (fuga dal Sud Italia verso il nord Europa), alle prese con i peggiori scenari descritti dall’IPCC (nel caso prevalga, come purtroppo sembra, l’opzione business as usual). Niente spettacolarizzazioni, il nostro catalogo di dieci anni fa spiegava che “il noir ecologista fa bene all’ambiente”: è fecondo parlare dei crimini contro gli ecosistemi e di un nuovo patto di sopravvivenza sul pianeta (non del pianeta), fondato sulla maggiore rinuncia possibile al carbone, sull’aumento dell’efficienza dei carburanti e dei combustibili, sulle fonti rinnovabili di energia, sull’efficiente assistenza ai nuovi paesi industrializzati e sull’aiuto sostenibile ai paesi in via di sviluppo.
Margaret Eleanor Atwood, Raymond Chandler Award 2017, ci è riuscita alla grande, memore della propria sopravvivenza ed evoluzione nelle foreste e nei ghiacci del Québec. Nata a Ottawa nell’Ontario nel 1939, seconda di tre figli, grazie all’infanzia immersa nella scuola della natura e ai genitori “scienziati” (padre entomologo, madre nutrizionista), ha sempre avuto grande attenzione alla vita come coevoluzione di specie e al pianeta come insieme di fattori biotici e abiotici non a “disposizione” degli umani. Prestissimo ha scelto la propria vocazione per la letteratura, leggendo, scrivendo, studiandola, riflettendoci, insegnandola. La bibliografia è ampissima e multiforme, solo in parte tradotta in italiano (poco i componimenti poetici e i saggi). Ora, con l’avvento di Trump, è tornato di moda il suo gran romanzo The Handmaid’s Tale (1985, Mondadori 1988, Ponte alle Grazie 2017), oggetto anche di una recente seguitissima trasposizione televisiva. Allora fu definito “inverosimile”, tuttavia l’Ancella aveva illustrato già oltre trent’anni fa un’America misogina occupata da fondamentalismo religioso (con istituzioni totalitarie) e degrado ambientale (con conseguente calo delle nascite), da oppressioni sessuali ed etniche, con una possibile fuga verso il Canada (oggi uno dei paesi con intelligenti, competenti, sostenibili e solidali politiche migratorie). In parte sono anticipazioni di una lucida testimone, in parte sono cicli della storia politica, in parte è una dinamica permanente del capitalismo contemporaneo.
Alla qualità letteraria non è forse indispensabile la coerenza di scelte e idee degli scrittori, né il fondamento culturale delle narrazioni. Atwood comunque garantisce entrambi. Sa di cosa parla: suscita emozioni perché le prova, si documenta con cura, raccoglie fatti accaduti e scenari veri, confronta con amici esperti la descrizione dei fenomeni, sceglie la precisione nell’uso evocativo delle parole. E cerca di agire secondo un principio isomorfico: vive e consuma con spirito critico, usa ovunque ironia e autoironia senza invettive e presunzioni, partecipa attivamente a informate campagne per la giustizia sociale, da molti anni è militante del Partito Verde canadese (pur sapendo che ogni dimensione politica ecologista ha una sua specifica storia nazionale). Amiamo leggerla perché scrive in modo stupendo, forse anche perché trasmette voglia di “diritti”. Molti individui, le donne, i migranti, gli inquinati, gli oppressi, le altre specie testimoniano ingiustizie che possono incontrare resistenza, la sua e la nostra indignazione. E capacità di rivalsa.

(Valerio Calzolaio per il NoirFest)

Crescere con i libri (Le brevi di Valerio 174)

Ella Berthoud e Susan Elderkin
Crescere con i libri
Sellerio, 2017 (orig. 2016, The story cure)
Traduzione di Roberto Serrai

Genitori, padrini, nonni, zii, insegnanti sanno che il modo migliore per aiutare bambine e bambini a superare un momento difficile è far loro leggere una storia che parli proprio di quello: Agatha Christie potrebbe servire a trovare serenità, Gianni Rodari a evitare errori di grammatica (e molto altro), Jo Nesbø a cambiare scuola. Dopo aver suggerito letture curative di tutto per tutti, un’artista e una scrittrice inglesi, Ella Bethoud e Susan Elderkin, spiegano bene ora come meglio Crescere con i libri. Rimedi letterari per mantenere i bambini sani, saggi e felici. È un libro per adulti che si trovino nella (invidiabile) posizione di dover scegliere dei libri per individui da pochi mesi a quasi venti anni d’età, suddivisi (pure con elenchi) per malanni, e categorie: illustrati, lettori principianti ed esperti, young adults. L’orizzonte letterario è anglosassone, tuttavia Fabio Stassi ha curato, introdotto, inserito e integrato, tenendo conto della vasta tradizione italiana.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Al lavoro e alla lotta (Le varie di Valerio 74)

Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli
Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci
Harpo, 207
Politica, Storia

Il Partito Comunista Italiano. 1921-1991. Una napoletana (Franca Chiaromonte, 1957) e una ravennate (Fulvia Bandoli, Bagnocavallo, 1952) con una comune esperienza di funzionarie di partito e parlamentari, molte affinità sociali e personali, notevoli differenze politiche, leopardiane e attente al pensiero ironico, hanno deciso di raccontare il Pci attraverso 180 parole-chiave e dieci interviste. Il corpo del loro partito non c’è più, purtuttavia ha avuto un ruolo così significativo nella storia europea del secolo scorso che un glossario meditato di alcuni termini aiuta a ricostruirne periodizzazioni e geografie, personalità e scelte. Non si tratta di un elenco oggettivo ed esaustivo, sia perché hanno scelto di citare le parole che ricordavano nella loro specifica esperienza di figlie di compagni, giovani militanti e autorevoli dirigenti in alcune fasi, sia perché confermano in ogni definizione la pratica (femminista e fertile) di partire sempre dal proprio vissuto, anche quello emotivo e lessicale. Troverete modi di dire e di fare, fraseologia politica coniugata Fgci o Pci, simboli formali e sostanziali (come il Bottegone), termini storici (come “Austerità”, lì l’ecologia, non in “Territorio”). Ognuno che ha vissuto la politica a quei tempi, fuori o dentro partiti e istituzioni, sarà tentato dallo sport di vedere le parole (come Scienza) che mancano (alla propria memoria), sforzo inutile in questo caso. Sono parole o voci, non nomi propri, politici studiosi scrittori vengono casomai richiamati all’interno del lemma (e sarebbe stato utile un indice dei nomi): dunque Compromesso Storico, Donne Comuniste e Stalinismo sì, no Democrazia Cristiana, Femminismo e Berlinguer (citatissimo poi nella narrazione). Breve la narrazione del titolo, “al lavoro e alla lotta”: “con queste parole si chiudevano di solito le manifestazioni, i congressi e i comizi… Noi che venivamo dal ’68 o che stavamo annusando il femminismo avevamo serie difficoltà a usare parole così enfatiche…”.

Il Pci maturò ben presto una visione “progressiva” della democrazia, come un lento e non traumatico avanzamento, come conquista di “casematte”, come effetto dell’interazione fra lotte sociali e iniziative istituzionali (centrali e locali). Fu dunque un partito restio ad accettare accelerazioni politiche e stimoli inconsueti (esempi in tal senso furono i timori sul divorzio o la chiusura verso il Manifesto), rifiutava contaminazioni episodiche e rapide. Tuttavia fu sempre capace lentamente di “metabolizzare” novità e pensieri lunghi; risultò una “spugna” prudente e permanente, riuscendo ad assimilare movimenti e culture di sinistra. Riportare alla luce il lessico del comunismo italiano è pertanto un’operazione utile alla storia e alla politica contemporanee, la narrazione politica era essenziale in quel grande articolato partito di massa, l’uso di parole precise (più o meno metaforiche) funzionale alla vita collettiva interna e alla ricerca del consenso esterno, non solo alla “concorrenza” rispetto agli altri soggetti politici. Circa cento pagine sono dedicate alle interviste fatte a personalità che attraversarono la stessa storia: sei donne (Maria Luisa Boccia, Luciana Castellina, Lia Cigarini, Graziella Falconi, Marisa Rodano, Livia Turco) e quattro uomini (Cuperlo, Macaluso, Occhetto, Tortorella). Tutti rispondono alle stesse identiche dieci domande, riferite alla biografia di ciascuno (i libri di formazione, la scelta del Pci), a valutazioni sul partito (il rapporto fra i sessi, la Carta delle Donne, i nessi dirigenza-lavoro di base e intellettuale-operaio, gli organi d’informazione, la comunità politica) e all’attualità (cosa ancora ci manca del Pci, come si è collocati politicamente oggi).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le ragazze invisibili (Le brevi Valerio 173)

Henning Mankell
Le ragazze invisibili
Marsilio, 2017 (orig. 2001, Tea-Bag)
Traduzione di Giorgio Puleo

Svezia. 2001. Tea-Bag è una bellissima ragazza con un grande sorriso, in fuga. Dopo essere fortunatamente arrivata su un barcone salpato dall’Africa in un campo profughi nel Sud della Spagna, ha risposto che si chiama così quando un funzionario la stava interrogando, alla vista di una tazza sulla scrivania, scegliendo di non dire il vero nome e il paese d’origine. Poi una troupe svedese la intervista e riesce a trasferirsi a Stoccolma, dove incontra Jesper Humlin, un famoso scrittore 42enne incerto su cosa scrivere per la propria carriera (l’editore insiste per un poliziesco). Se potete, non perdetevi Le ragazze invisibili dello straordinario Henning Mankell (1948-2015), la storia di tre profughe (anche di Tanja e Leyla), “ombre in movimento ai margini della luce”! Con acume e poesia, in terza persona, si parla di quel che accadeva e da quasi vent’anni accade nel Mediterraneo e nelle nostre città, di cosa può davvero emozionare e “ispirare” la nostra vita sociale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Nevada Connection (Le gialle di Valerio 135)

Don Winslow
Nevada Connection. Le indagini di Neal Carey
Einaudi, 2017
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

Terre Alte Solitarie (dopo Cina e California). Agosto 1981. Neal Carey, indigeno di New York, in teoria dottorando su Tobias Smollett alla facoltà di Letteratura inglese della Columbia, dopo la prima avventura è dovuto restare sette mesi in quarantena nel cottage in mezzo alla brughiera dello Yorkshire, dopo la seconda tre anni confinato nel Sichuan cinese, su e giù (con secchi d’acqua e fascine di legna) per pendii e cellette del freddo monastero. Ormai ha 27-28 anni e gli amici di famiglia lo richiamano in servizio per riportare alla madre un piccolissimo bambino scomparso tre mesi prima, quand’era “custodito” un weekend dal padre. È un lavoro sotto copertura. Anne Kelley, la bella mamma di Cody, è responsabile dei “creativi” nei Wishbone Studios di Hollywood, non ha potuto notificare la violazione di affidamento all’ex marito cowboy Harley McCall, il figlio ha poco più di due anni, pare che l’ex sia divenuto discepolo della Vera identità cristiana del reverendo Carter, bianchi suprematisti razzisti in una rete sotterranea di nazisti terroristi della Resistenza Ariana. Occorre rintracciare i fuggitivi, infiltrarsi nella comunità dove dovrebbero nascondersi, recuperare almeno il piccolo. Neal si ritrova in Nevada con una Chevrolet Nova di seconda mano in un’immensa valle a circa milleottocento metri di quota fra alte montagne, gole e grotte, poca gente, scarso bestiame, spazi aperti, molti animali selvatici, minuscoli borghi (Virginia City, Austin), un bar (Brogan), un saloon (Lucky Dollar), un motel (Comfort Rest), un bordello (Filly Ranch) e un paio di insediamenti agricoli. In uno dei due lo ospita la generosa simpatica famiglia di Steve Mills; nell’altra cresce pericolosamente la Hansen Cattle Company. E qui comincia la terza entusiasmante avventura.

Il grande Don Winslow (New York, 1953), miglior autore noir dell’ultimo quarto di secolo, californiano d’adozione, realizzò una vera e propria serie d’esordio letterario (1991-96), questo è il terzo (1993), in terza quasi fissa, soliti eccelsi dialoghi, ambientazione primi anni ottanta sulla base di quel che allora faceva lui stesso. Dopo aver studiato storia all’università, aver letto tanta narrativa poliziesca, girato per un paio di decenni (investigatore privato, regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario), Winslow inventò un personaggio parzialmente autobiografico: detective, base nell’Upper West Side di New York, studi in sospeso, vocazione narrativa. Per lui ogni storia inizia dai personaggi e Neal Carey è un ottimo primogenito, un passato tormentato, un carattere camaleontico anche per i personaggi che deve interpretare, questa volta impara a fuggire a cavallo e s’innamora perbene (dopo 4 anni senza stare con una donna), anche se deve poi tradire la fiducia dell’attraente forte alta maestra Karen per non farsi scoprire e metterla in pericolo. Si conferma il bel ruolo del padre putativo Joe Graham, un metro e sessantadue di cattiveria e astuzia, occhi azzurri e capelli color sabbia, braccio di gomma, irlandese nel midollo; maniaco della pulizia, si diverte mentendo e rubando ma gli vuole un gran bene; questa volta si fa pure torturare per salvargli la vita. I malvagi codardi razzisti sanno che, casomai, ancora se la possono cavare emigrando in Sudafrica. Segnalo le antichissime pitture rupestri difese dal vecchio Shoshoko, bassissimo indiano di una tribù che si riteneva estinta da almeno cent’anni. Cibi in scatola o di montagna, vino solo per i brindisi. Gran musica country, ovviamente, per un altro romanzo da non perdere durante le feste di fine d’anno.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un mese con Montalbano (Le brevi di Valerio 172)

Andrea Camilleri
Un mese con Montalbano
Sellerio, 2017 (ed. orig. 1998)

Montalbano è… nato nel 1960, poliziotto da varie parti e da un po’ a Vigàta, ora fidanzato con Livia (che prevalentemente resta a Boccadasse), baffuto (nonostante il bel Zingaretti), invidiato soprattutto per Enzo (la trattoria del pranzo) e Adelina (la governante per la cena pronta in frigo). Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) narra sempre in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate. Accanto ai romanzi, gli dedica racconti. Le 30 situazioni di Un mese con Montalbano furono scritte in 14 mesi tra il primo dicembre 1996 e il 31 gennaio 1998, 3 edite, una su una rivista e due in raccolte, 27 inedite, tutte uscite in una prima edizione Mondadori del 1998, primo libro sul commissario non pubblicato da Sellerio. Adesso torna alla casa madre. Non solo crimini, anche furti senza furto, infedeltà coniugali, indagini sulla memoria; lingua e stile che conosciamo, amiamo e rileggiamo sempre con voluttà.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Mai dimenticare (Le gialle di Valerio 134)

Michel Bussi
Mai dimenticare
Edizioni e/o, 2017
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Noir

Yport. 12 luglio 2014. Frana un pezzo di falesia, evento non raro sulla costa normanna di fronte al Canale della Manica. Tra i blocchi caduti sulla spiaggia la gendarmeria rinviene ossa di tre scheletri umani con un diverso grado di decomposizione (morti in date diverse). Per capirci qualcosa viene chiamata in causa l’Unità nazionale per l’identificazione delle vittime di catastrofi. La scena si sposta a quasi cinque mesi prima. Jamal Salaoui si stava allenando a Yport, gli era stata regalata una settimana di soggiorno come premio di un sondaggio telefonico. Correva sulla falesia più alta d’Europa quando vide una sciarpa rossa di cachemire attaccata alla recinzione di un campo, poi una bellissima ragazza discinta sull’orlo dello strapiombo, parlarono un attimo, provò a farla allontanare, le tirò la sciarpa, lei sembrò prenderla ma poi si gettò nel dirupo. Jamal è un giovane magrebino bruno, muscoloso e senza una gamba, tibia e piede di carbonio, cresciuto a La Courneuve nella regione parigina, dal 2008 assunto da categorie protette come operaio per manutenzioni varie in un istituto terapeutico, ormai sportivo di alto livello (paraolimpico) intenzionato a partecipare all’Ultra-Trail del Monte Bianco, la più dura campestre del mondo. L’apparente suicidio lo sconvolse, non poteva certo sporgersi sul ciglio, corse sotto, ritrovò il corpo sui sassi, stranamente aveva la sciarpa intorno al collo, due persone avevano visto solo la giovane cadere, arrivò la polizia, nessuno spiegava la concatenazione letale degli eventi e pian piano ci andò di mezzo lui. Fra l’altro nel 2004, a poca distanza di mesi, vi erano stati due episodi analoghi con belle ragazze poco meno e poco più che ventenni aggredite dopo un bagno, violentate e strangolate. Le morti non finiscono.

Il professore di geografia all’università di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) continua a scrivere ottimi gialli senza protagonisti seriali in ecosistemi sempre molto biodiversi e originali. Qui quasi a casa sua. Il titolo si riferisce al nome dell’associazione promossa da familiari e amici delle prime due vittime per l’indimenticabile dolore subito, mai rassegnati all’inconcludenza delle tante indagini fatte. La narrazione ovviamente ha più piani temporali e alterna ad alcuni dispacci ufficiali la terza varia su alcuni protagonisti e la prima persona del diario scritto da Jamal, frastornato dalle donne incontrate, la ragazza che si era lanciata nel vuoto e Mona Salinas che incrociò in gendarmeria, capelli rossi, occhi neri, nasino all’insù, subito conquistata. E sorpreso dal contenuto delle buste riservate che qualcuno gli faceva trovare ovunque, per narrargli tutt’altra storia e destabilizzarlo di continuo, sia sul passato che sul presente. L’ingranaggio è molto complicato, perfettamente oleato. Ognuno dei 45 capitoli inizia con una frase inserita nel precedente. Come sempre il contesto è narrato con poesia e scienza: lo stesso senso di eternità del paesaggio risulta un’illusione, la falesia attaccata da tutte le parti (acqua, ghiaccio, pioggia, mare) resiste, si piega, cede e muore sotto gli occhi di milioni di turisti che non percepiscono quei cambiamenti sotterranei. Che bello: esistono ancora fan di progressive rock (Pink Floyd, Yes, Genesis) trent’anni dopo gli anni settanta. Per cene amorose si gustano costose coppe di champagne Piper-Heidsieck 2005 o chardonnay di Borgogna, Vougeot 2009 premier cru, altrimenti Calvados e Bergerac.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Venerdì 17

Venerdì 17
di Dominique Valton
Amazon, 2017

Dominique Valton è una signora che vive e cura il suo giardino nell’agreste tranquillità della sua casa di Concarneau (Bretagna). A prima occhiata direste che è una persona tranquilla, serena. Ben diversa da certi protagonisti delle sue storie noir, degli scellerati senza scrupoli che mirano soltanto a raggiungere i loro obiettivi. Stavolta, per sbrogliare un delitto che pare inspiegabile, ha inserito nella trama un affollato palcoscenico di personaggi con i quali deve confrontarsi l’ispettore Francesco Neri, a cui verrà affidata l’indagine. La famiglia Cursi/Landini, vittima dell’orribile disgrazia, è ricca e di primo piano a Firenze. I media titolano sull’atroce delitto in prima pagina. Il questore in persona soffia sul collo del povero Neri e lui, vedovo ultrasessantenne ancora lucido ma con la testa ormai alla pensione, deve arrabattarsi fin dall’inizio con strani indizi, dubbi, sospetti, continuo cambio di carte in tavola che lo costringeranno a valutare un variegato ventaglio di possibili indiziati. Non sazia, Dominique Valton gli offre finalmente un valido appoggio sul lavoro, ma contemporaneamente continua a introdurre a sorpresa nuovi scenari e, pagina dopo pagina, scoprite che la realtà è ben diversa da quella che sembrava.
Due righe sulla trama: una ricca famiglia “felice” allargata, o almeno pare, composta dal padre Giorgio, dalla madre Mami, dalla figlia Desirée, dal genero Andrea Landini, bravo ginecologo e dalla nipotina, e una grande festa di compleanno in arrivo, quello del papà che stavolta cade proprio di venerdì, venerdì 17. Ma la mattina una pianta di crisantemi, macabramente confezionata in un vaso nero, viene consegnata a casa della figlia con un biglietto provocatorio: «Per festeggiare la morte annunciata di un amore. Per ulteriori spiegazioni: appuntamento a San Casciano alle h 10 e 30. Non mancare.» Con tutti gli impegni che ha in programma per la giornata, Desirée farebbe meglio a ignorare il biglietto, ma quelle parole la inquietano e la curiosità la brucia, tanto che chiede alla sua più cara amica Antonella di accompagnarla nel casolare di famiglia a San Casciano. La faccenda si complica perché qualcuno, suo marito?, ha passato la serata là in compagnia. Morsa dal tarlo della gelosia, Desirée manda via l’amica e decide di affrontare l’appuntamento. La raggiungerà dopo, alla festa del padre. Ma Desirée a quella festa non arriverà mai e il commissario Neri troverà il suo cadavere dentro un capanno con la testa sfracellata. Presto le indagini dell’ispettore Neri portano alla luce diverse magagne sia della famiglia modello che dei loro amici e conoscenti. Il marito dottore viene coinvolto da accuse di violenze su pazienti, Desirée sponsorizzava artisti e giovani e in cerca di fortuna, aveva una garconnière e frequentava camere d’albergo, i genitori hanno i loro scheletri nell’armadio, gli amici anche… Una serie di possibili moventi per il delitto, troppi testimoni raccontano verità che poi ritrattano, tante informazioni discordanti, troppi punti oscuri che non aiutano. Le indagini sembrano arrivate a un punto morto, nonostante tutto il materiale a disposizione. Tutti i personaggi hanno qualcosa da nascondere ed evidentemente l’efferato assassino molto di più.
Dominque Valton suddivide la trama in tre parti: la prima a più voci, corale, che scorre lenta in un articolato concatenarsi di eventi introduttivi. Nella seconda invece la voce narrante è affidata al sano buon senso dell’ispettore Neri, mentre nella terza Neri passa il testimone al nuovo vice questore Lucilla Vannucci che, senza guardare in faccia nessuno e con prepotenza, riesce a dare una scossa a un’indagine che pareva arenata e chiude il sipario con un perfido gran finale…

Il pazzo col bisturi (Le brevi di Valerio 170)

Yasmina Khadra
Il pazzo col bisturi
Edizioni del Capricorno, 2017 (orig. fr. 1999)
Traduzione di Roberto Marro

Algeri. Vent’anni fa. Il commissario Llob è un cinquantenne avvilito dalla noia finché non lo chiama il Pazzo per annunciargli che sta per uccidere e poi per confermargli che lo ha fatto davvero, dando l’indirizzo ove trovare il cadavere. L’uomo continua a giocare al gatto col topo attraverso altri quattro efferati delitti di donne. Tortura le vittime, strappa loro il cuore, depone una stella sul cadavere.
Quando Il pazzo col bisturi di Yasmina Khadra uscì in Francia come esordio letterario di una nuova serie poliziesca africana (narrata in prima persona), non si sapeva che l’autore (Mohammed Moulessehoul, 1955) era un militare nato nel Sahara francofono, testimone della guerra civile in Algeria, che aveva scelto uno pseudonimo femminile per non farsi riconoscere. I suoi romanzi sono ormai tradotti in quasi 50 paesi, questo era inedito in Italia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)