I soldati delle parole (Le varie di Valerio 42)

Frank Westerman
I soldati delle parole
Iperborea, 2017 (orig. 2016, “Een woord een woord”)
Traduzione di Franco Paris
Reportage

Luoghi del terrore. 1970-2015. Lo scrittore ex giornalista Frank Westerman (Emmen, Olanda, 1964) continua a investigare con acume e sensibilità su chi sceglie la violenza come scopo o mezzo della propria vita e sulla possibilità opposta di armarsi di parole nelle relazioni sociali e personali, anche per sconfiggere i primi. Fa base in patria, torna o gira ovunque per riflettere, intervistare e narrare. Non vuole spiegare antefatti storici e conflitti politici, ne dà per scontata una qualche conoscenza. Qui parte dalla sua infanzia a contatto coi molucchesi vicino Assen. Ricorda il quartiere dove ne aveva conosciuti alcuni bravi, qualcuno poi divenuto combattente. Riesamina alcune azioni terroristiche dal punto di vista dei protagonisti, terroristi e negoziatori: l’occupazione della residenza dell’ambasciatore indonesiano a Wassenaar nel 1970; il primo dirottamento-sequestro di treno a Wijster nel dicembre 1975; il secondo a De Punt nel maggio-giugno 1977, contemporaneo alla presa in ostaggio della scuola elementare di Bovensmilde con un centinaio di bambini dentro (vicino a dove abitava coi propri genitori e la sorella); il successivo (e di fatto ultimo) sequestro del palazzo della Provincia ad Assen nel marzo 1978. Evidenzia il passaggio dal Dutch Approach (preferenza per l’ascolto e la trattativa, coinvolgimento della comunità) alla repressione militare (retorica bellica, azioni chirurgiche che considerano tanti morti un prezzo da pagare) e fa un parallelo con dinamiche scelte o accadute in altri contesti, delle quali è stato testimone, in particolare con l’industria del sequestro cecena e le risposte russe fra 1995 e 2004. Riferisce su manuali e corsi di chi si pre-munisce di armi verbali: il quartiere tipo set cinematografico Ossendrecht-2 dove la polizia addestra i “mediatori” alla Gestione delle Crisi e dei Pericoli, la parigina Biennale de la négociation, l’esercitazione Skywawe a Shilphol, la rappresentazione teatrale di rievocazione da parte delle vittime.
Le Molucche sono un gruppo di isole dell’Indonesia. Gli olandesi arrivarono nel 1599 e denunciarono il malcontento degli aborigeni verso i portoghesi a causa della monopolizzazione del commercio tradizionale. Con l’aiuto dagli abitanti di Ambon, prevalse la Compagnia delle Indie Olandesi. Dopo l’indipendenza dell’Indonesia, un grande irrisolto problema riguardò i molucchesi che abitavano l’arcipelago meridionale, per quasi trecento anni collaborazionisti del regime coloniale olandese; molti di loro erano arruolati nell’esercito coloniale, il KNIL, non volevano uno stato unitario e nel 1950 proclamarono la Repubblica delle Molucche del Sud (RMS), subito osteggiata da Sukarno. Nessuno aveva il potere diplomatico di negoziare con il neonato stato indonesiano per garantire la creazione della RMS; così, dopo l’intervento di una corte olandese che riconobbe la responsabilità dell’oramai ex-madrepatria nei confronti dei Molucchesi, cominciarono le traversate verso i Paesi Bassi. Per l’Olanda la migrazione era volontaria, mentre per i Molucchesi era forzata, l’unica soluzione possibile, accettata come temporanea e con la speranza del ritorno. Il conflitto si trasferì, insieme alle frontiere razziali. Westerman realizza un bellissimo reportage, non un romanzo, non un’inchiesta. Alterna ricordi, ricostruzione giornalistica, interviste, spunti riflessivi. Ragiona sulle generazioni di terrorismi e terroristi; sul ruolo delle parole nel tentare di esacerbare o risolvere un conflitto, anche quando entrano in scena la violenza e altri soldati, con esempi su vari massacri; sulla fine che hanno fatto (quando non sono stati uccisi) sequestratori e dirottatori, famiglie e mediatori; su alcune personalità chiave della disciplina (o arte) negoziale come Guy Olivier Faure, Paul Meerts e Dick Mulder; sulla propria cultura calvinista e sullo scrivere di tutto ciò. Non scrivere di leggi e diritti, di storia e geografia, scrivere con chiara empatia di colloqui e azioni di donne e uomini, ben sapendo che anche le parole possono essere impotenti o violente, che lui stesso ha cambiato spesso prospettiva e non può che farsi domande scomode.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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