La donna di pietra (Le gialle di Valerio 133)

Xavier-Marie Bonnot
La donna di pietra
Edizioni del Capricorno, 2017 (orig. 2015)
Traduzione di Barbara Sancin
Noir

Villaggio di Saint Vincent nella grande valle alpina francese dell’Oisans fra le cime delle Aiguilles. Pochi anni fa. Il 45enne Pierre Verdier assiste alla nuova sepoltura di Vicky nel piccolo cimitero montano e ripensa al calvario di tutta la storia iniziata l’autunno dell’anno precedente. Quello era il suo ambiente, accanto al Parc National des Écrins dove erano stati appena avvistati alcuni lupi, almeno tre esemplari. Stava attendendo la sorella Claire, in arrivo da Parigi per la festa di Ognissanti. La casa di famiglia si trovava all’estremo limite del minuscolo paesino, entrambi i genitori già morti. Dopo gloriosi decenni di guida alpina e di scalatore estremo sui picchi del mondo, ebbe un terribile incidente con la sua ricca dolce fidanzata Paola Berg (con la quale conviveva felicemente a Chamonix da più di cinque anni) arrampicandosi d’inverno su una pericolosa via della parete nord dell’Olan, lei non ne uscì viva. Lui riprese in mano casa e fattoria, fece costruire un ovile sul sentiero verso gli alpeggi, un gregge di oltre cento pecore e una decina di capre nei dodici ettari ereditati (in comproprietà), rimase triste e appartato con Capitaine, un mastino dei Pirenei. Claire lavorava a Parigi (dove Pierre non era mai stato) e tornava con passione ma raramente, cinque anni più piccola, occhi neri e scintillanti, alta e flessuosa, slanciata e vigorosa, modi da maschiaccio, gran lettrice, biologa impegnata al CNRS in una importante ricerca sul cervello del laboratorio di genetica, senza mai parlare di eventuali amori. Dopo il suo arrivo Pierre accennò al medico dei disturbi della sorella (incubi riguardanti una certa Vicky), decisero di vederla subito insieme, ma a casa non c’era più, trovarono tracce nella neve e poi lei impiccata a una corda da scalatore. In base a prime indagini il maresciallo Portal e la giudice Montaz decisero di arrestare Pierre. Né Vicky né l’ex innamorato un po’ fuori di testa erano stati trovati. Ancora.

Lo storico e documentarista Xavier-Marie Bonnot (Marsiglia, 1962) scrive polizieschi da una quindicina d’anni, un paio tradotti. In questo la protagonista è la montagna descritta con sapienza ed esperienza durante tutte le differenti quattro stagioni: rumori e odori, sapori e colori, rocce e paesaggi, neve e ghiacciai, animali e vegetali. Chi parla con l’ecosistema è Pierre e la narrazione in terza riguarda soprattutto lui (toccanti le pagine relative all’agnellatura), con intervalli sulla sorella e sui due investigatori, a loro modo sempre più coinvolti nella ricerca di verità antiche e moderne. Occorre entrare dentro le reti di relazioni familiari in piccoli borghi isolati dove non mancano segreti e pazzie, anche i fiori hanno un senso. Occorre ricostruire la vita parigina (pur senza fronzoli o eccessi) e gli affetti di Claire, come e perché avesse un legame profondo, poetico e sofferente con una bella donna lontana. Occorre far emergere la tragedia che colpì il venerato fratello, il senso delle chiacchiere che lo riguardano e dalle quali sembra sempre chilometri distante. Anche perché morti e dinamiche vendicative continuano a sconvolgere la valle per tutto quell’anno. Il titolo fa riferimento al carattere (apparentemente non fragile) di alcuni umani e di tutti i monti. Un ghiacciaio vive al ritmo lento della gravitazione, si nutre di neve e di freddo, e si spezza sui pendii. Mille forze lo percorrono. Mille fratture. Claire legge romanzi senza pretese, le piacciono perché così può far riposare il cervello. Allo scopo e per festeggiare molto si utilizzano anche i liquori al genepì, il bianco Aligoté (dei cugini) non è granché. Pierre è appassionato di musica barocca e sacra, venera Bach che illumina la sua solitudine; Claire invece canta sotto la doccia i vecchi successi degli anni ottanta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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