Nevada Connection (Le gialle di Valerio 135)

Don Winslow
Nevada Connection. Le indagini di Neal Carey
Einaudi, 2017
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

Terre Alte Solitarie (dopo Cina e California). Agosto 1981. Neal Carey, indigeno di New York, in teoria dottorando su Tobias Smollett alla facoltà di Letteratura inglese della Columbia, dopo la prima avventura è dovuto restare sette mesi in quarantena nel cottage in mezzo alla brughiera dello Yorkshire, dopo la seconda tre anni confinato nel Sichuan cinese, su e giù (con secchi d’acqua e fascine di legna) per pendii e cellette del freddo monastero. Ormai ha 27-28 anni e gli amici di famiglia lo richiamano in servizio per riportare alla madre un piccolissimo bambino scomparso tre mesi prima, quand’era “custodito” un weekend dal padre. È un lavoro sotto copertura. Anne Kelley, la bella mamma di Cody, è responsabile dei “creativi” nei Wishbone Studios di Hollywood, non ha potuto notificare la violazione di affidamento all’ex marito cowboy Harley McCall, il figlio ha poco più di due anni, pare che l’ex sia divenuto discepolo della Vera identità cristiana del reverendo Carter, bianchi suprematisti razzisti in una rete sotterranea di nazisti terroristi della Resistenza Ariana. Occorre rintracciare i fuggitivi, infiltrarsi nella comunità dove dovrebbero nascondersi, recuperare almeno il piccolo. Neal si ritrova in Nevada con una Chevrolet Nova di seconda mano in un’immensa valle a circa milleottocento metri di quota fra alte montagne, gole e grotte, poca gente, scarso bestiame, spazi aperti, molti animali selvatici, minuscoli borghi (Virginia City, Austin), un bar (Brogan), un saloon (Lucky Dollar), un motel (Comfort Rest), un bordello (Filly Ranch) e un paio di insediamenti agricoli. In uno dei due lo ospita la generosa simpatica famiglia di Steve Mills; nell’altra cresce pericolosamente la Hansen Cattle Company. E qui comincia la terza entusiasmante avventura.

Il grande Don Winslow (New York, 1953), miglior autore noir dell’ultimo quarto di secolo, californiano d’adozione, realizzò una vera e propria serie d’esordio letterario (1991-96), questo è il terzo (1993), in terza quasi fissa, soliti eccelsi dialoghi, ambientazione primi anni ottanta sulla base di quel che allora faceva lui stesso. Dopo aver studiato storia all’università, aver letto tanta narrativa poliziesca, girato per un paio di decenni (investigatore privato, regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario), Winslow inventò un personaggio parzialmente autobiografico: detective, base nell’Upper West Side di New York, studi in sospeso, vocazione narrativa. Per lui ogni storia inizia dai personaggi e Neal Carey è un ottimo primogenito, un passato tormentato, un carattere camaleontico anche per i personaggi che deve interpretare, questa volta impara a fuggire a cavallo e s’innamora perbene (dopo 4 anni senza stare con una donna), anche se deve poi tradire la fiducia dell’attraente forte alta maestra Karen per non farsi scoprire e metterla in pericolo. Si conferma il bel ruolo del padre putativo Joe Graham, un metro e sessantadue di cattiveria e astuzia, occhi azzurri e capelli color sabbia, braccio di gomma, irlandese nel midollo; maniaco della pulizia, si diverte mentendo e rubando ma gli vuole un gran bene; questa volta si fa pure torturare per salvargli la vita. I malvagi codardi razzisti sanno che, casomai, ancora se la possono cavare emigrando in Sudafrica. Segnalo le antichissime pitture rupestri difese dal vecchio Shoshoko, bassissimo indiano di una tribù che si riteneva estinta da almeno cent’anni. Cibi in scatola o di montagna, vino solo per i brindisi. Gran musica country, ovviamente, per un altro romanzo da non perdere durante le feste di fine d’anno.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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