La Debicke e… C’era una volta Roma

C’era una volta Roma
di Alessandra Spinelli e Piero Santonastaso
Newton Compton, 2017
Un viaggio tra passato lontano e prossimo e l’oggi, alla riscoperta dei luoghi spariti della Città Eterna e della sua fascinosa storia. Non l’ennesimo verboso saggio sulla Città eterna, quindi, ma è come se si andasse a spasso per la Capitale in sella a un drone in grado di andare avanti e indietro nel tempo e nello spazio, senza dimenticare la memoria della tradizione popolare. Un magico attrezzo capace di mostrarci come il fiume, le strade, le piazze, le case, i monumenti, nel millenario corso degli anni dalla sua nascita, sono stati programmati, costruiti, manipolati, trasfigurati, demoliti, saccheggiati e riedificati. Di spiegarci come il sole rappresenti la base, quella sacra scintilla legata alla nascita di Roma di quel lontano 21 aprile del 753 a.C. (fu quello l’anno dalla sua fondazione?). Da allora Roma ha attraversato i secoli, mantenendo lo stesso eccezionale palcoscenico ma cambiando volto di continuo come le quinte di un teatro. La piccola Roma da regno assurta a possente repubblica, fondata sulla variegata etnia e multicultura dei primi abitanti di cui ancora possiamo scoprire e ammirare alcune vestigia, ha ceduto il passo a quella imperiale, poi si è fatta cannibalizzare da quella medievale e rinascimentale per poi dare vita alla Roma barocca. Questa indistruttibile Capitale che, attraverso innumerevoli mutamenti (quando non si debba parlare di stravolgimenti architettonici anche recenti) è arrivata a essere quella di oggi, con il Ponentino (o Favonio) che non riesce più a farsi strada attraverso i grattacieli. Una città dove dominano gli ettari di verde, ma in realtà il verde si vede ben poco. Una città che galleggia su un misterioso e caldo Tevere nascosto nelle sue viscere… In questo colto mosaico fatto di tanti luoghi sconosciuti ai più, trovano spazio anche le vicende di una città in ogni tempo sfruttata, maltrattata, offesa e devastata da potenti e, più di recente (XIX secolo), dalle ardite speculazioni di cardinali francesi.
Irrinunciabili comunque, nelle 320 pagine del libro, le storie e le vite e le opere dei tanti grandi personaggi che si sono succeduti nei millenni e che hanno segnato Roma con il proprio contributo, purtroppo non sempre positivo, e che ci immergono in un viaggio temporale. Un viaggio in una città che, partendo dal corso del Paleotevere e dalle ripetute colate laviche che ne hanno formato la base, affronta la catena di fiamme degli incendi che tante volte la ridussero cenere, fino alla drammatica devastazione del Sacco di Roma. Un viaggio che, guardando giù dal Campidoglio, assiste alla frenetica ansia di nuova possanza sabauda per far posto al Vittoriano, fece tabula rasa della torre di Paolo III mecenate, collezionista ma anche demolitore. Un viaggio che ricorda l’avventuroso volo con Wilbur Wright con il primo aereo a motore, decollato dall’aeroporto di Centocelle nel 1909… Un viaggio in 320 pagine, dicevo, attraverso i luoghi spariti della Città Eterna, lungo le ere a cominciare dalla preistoria, incontrando un’infinità di personaggi spesso dimenticati come la giovanissima Margherita d’Austria vedova di Alessandro de’ Medici (quello ammazzato da Lorenzaccio) e chiamata affettuosamente Madama dai fiorentini e, immaginate un po’, è proprio per lei che la polizia romana viene detta “Madama”; il capitano del popolo Brancaleone degli Andalò, il nobile bolognese che tentò di mettere ordine nella Roma del XIII secolo, o l’ampollina con il sangue di San Pantaleone che ogni 27 luglio, ricorrenza del suo martirio, si liquefà e bolle nel segreto del convento come quello di san Gennaro. Una città per millenni in balia delle capricciose piene devastatrici del suo incontrollabile fiume che Garibaldi, con slancio donchisciottesco, voleva deviare. Una grande metropoli internazionale, che esibisce il suo volto più nobile, ma anche quello più amaro. Nei tanti capitoli infatti, spuntano una costellazioni di gustosi e inediti particolari, a partire dai ritrovamenti dei crani di Sacco Pastore, appartenuti a una donna e a un uomo neandertaliani e dunque ai primi romani in assoluto. L’Asylum, nato con l’Urbe: «Una gloria romana», secondo gli autori, simbolo di «una città dell’accoglienza che apriva le porte di più e meglio di quanto si faccia oggi». Per non parlare della dimenticata esistenza di Giovannipoli, la cittadella fortificata voluta da papa Giovanni VIII, per difendere la Basilica di San Paolo dagli attacchi saraceni; l’origine di piazza dei Calcarari, adiacente a Largo di Torre Argentina. Piazza che deve il suo nome alle fornaci usate per inghiottire tonnellate di marmi e pietre della Roma antica e farne calce per le nuove costruzioni; l’ammazzatora o pubblici macelli che portava l’invasione del bestiame in Piazza del Popolo e Porta Maggiore che fu la “mamma” di Termini, sorta sulla parziale distruzione della splendida Villa Peretti. Per poi giungere gloriosamente all’ultimo capitolo intitolato: Il primo snack e i suoi antenati in cui si descrive la Roma delle tante dimenticate osterie e famosi cafè che non ci sono più, vedi l’osteria regina la Garbanta, quella dell’ostessa che diede il nome alla Garbatella, e una targa sul luogo la ricorda. E il celeberrimo Caffè Nuovo di Palazzo Ruspoli, cenacolo di artisti e intellettuali tra via del Corso e via di Fontanella Borghese… Allora non c’era la movida e non si parlava di apericena, ma era «Roma che si muoveva ed era meglio così». Molto, ma molto meglio, dico io.

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