La farfalla nell’uragano (Le gialle di Valerio 136)

Walter Lucius
La farfalla nell’uragano
Marsilio, 2017 (orig. 2013)
Traduzione di Maria Cristina Coldagelli e Claudia Cozzi
Noir Hard-boiled

Amsterdam, Johannesburg, Mosca. Quattro giorni d’agosto di qualche anno fa. L’attraente irrequieta Farah, ricci capelli corvini, occhi azzurri, voce dolce, cresciuta a Kabul (nel ricco quartiere Wazir-Abkar-Khan, quasi nessuno sa che il padre era stato ministro), arrivata in Olanda a 9 anni, poi adottata e ben educata, vi vive ormai da 30; da 10 fa la giornalista di cronaca, lavora per il quotidiano di sinistra And; gira in Porsche Carrera nera del 1987, cambia spesso uomini (ora con il tarchiato documentarista e regista televisivo David sembra resistere bene, pur in appartamenti diversi); non crede nel matrimonio, nelle coincidenze e nel paradiso, è musulmana poco praticante; pratica il pencak silat, nobile arte marziale indonesiana appresa dal padre, se si arrabbia o commuove parla in dari. La sua lingua d’improvviso le serve quando in ospedale, di ritorno da un cruento combattimento spettacolo, incappa in un piccolo di 7 anni, travestito e truccato con leggiadre forme femminili, vittima di incidente e quasi ucciso: fratture multiple, emorragie interne, milza compromessa lui, due auto coinvolte e due cadaveri carbonizzati nel bagagliaio di una lì vicino. Il bimbo farfuglia una parola che solo lei capisce, si sente coinvolta, cerca di rassicurarlo, comincia ad andare spesso a trovarlo. Probabilmente era stato coinvolto in un bacha bazi, ragazzini comprati e venduti a signorotti vari da astuti criminali trafficanti, trasformati in ingioiellate danzatrici esotiche e in giocattoli sessuali, una forma di schiavismo e di prostituzione minorile coatta. Ci sono coinvolti uomini ricchi e potentissimi, pedofili e corrotti, governanti e imprenditori; vari cercano di insabbiare la storia e screditarla; l’intreccio s’allarga all’invasione sovietica del 1979, a Sudafrica e Russia di oggi; Paul (conosciuto da bimba) e suo zio Edward la aiutano, alcuni muoiono amaramente, tutti rischiano la vita.

Il documentarista e produttore Walter Lucius, pseudonimo di Walter Goverde (Den Helder, Paesi Bassi, 1954) si è occupato spesso di integrazione di migranti. Il romanzo è del 2013, primo di una trilogia (era pensata inizialmente come serie tv, il terzo pare sia quasi pronto). Narra in terza varia una palpitante storia noir di turbocapitalismo e di sfruttamento, attraverso tante diverse esperienze: Farah è la protagonista assoluta, olandese a tutti gli effetti con un passato orientale; i due poliziotti che seguono il caso sono il bel Joshua Calvino di origini italiane, occhi marroni e barba corta, impossibile non prendere una cotta per lui, e il più vecchio stressato imponente Marouan Diba che sta per partire con la famiglia verso il suo Marocco; la bionda sensibile medico che opera subito il bambino è appena scappata da un ospedale di fortuna in Africa attaccato da soldati armati di machete e mitra; uno dei possenti occulti registi del male parla in inglese con un forte accento slavo e vorrebbe in realtà ritirarsi a lontana vita privata con l’amato. Goverde ha spiegato in un’intervista: “la società non è un’entità statica, un’istituzione come il rock. La società è fatta di persone, che si muovono. Un movimento costante. Come nei nostri rapporti interpersonali, noi interagiamo con le persone. Se tutte le società interagissero bene tra di loro allora ci sarebbero molti meno problemi”. Il romanzo sviscera tre temi sensibili inevitabilmente permeati oggi dal fenomeno migratorio: il giornalismo spazzatura che distorce fatti, infanga individui, orienta strumentalmente paure; la moderna schiavitù dietro il traffico internazionale dei minori; il peso esplicito e implicito del passato (accaduto in terre più o meno distanti) nelle scelte attuali di ciascuno. Il titolo fa riferimento ai ricordi di Farah nel giardino del palazzo presidenziale di Kabul, all’antica farfalla portafortuna di stoffa acquistata da Farah in una bancarella e donata al suo mentore Parwaiz, anziano conservatore d’arte afghano, e all’uragano che si scatena nella vita di lei. Vino rosso. Cibi e musiche di tutti i continenti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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