Le lunghine di Fabio Lotti – Detective Lady (VI)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…

Difficile immaginare Petra Delicado in un centro commerciale, “il solo luogo al mondo in cui tutto coesiste in insensata contiguità”. Lei, che sembra trovare ordine e serenità, che sembra ricavare energia dai brulicanti paesaggi delle vecchie strade, che sembra orientare il suo intuito solo nella commedia umana dei quartieri cittadini. Come un Maigret cresciuto nell’orgoglio femminista, che ha bisogno di fiutare le case, le botteghe, le atmosfere. E infatti in un centro commerciale, mentre insolitamente fa provviste e depreca i tempi, le capita l’inaudito: “La mia Glock era sparita. Farsi rubare la pistola da una bambina, il colmo del ridicolo per un poliziotto”. Così, questo nuovo caso per lei e per il fido vice Garzon, inizia nella maniera più banale, sulle tracce di una minuscola ladra di pistole di non più di otto anni. Che rapidamente però la conduce in uno dei soliti inferni, covanti sottotraccia, in cui, procedendo tra qualche cadavere e passi falsi, si immerge la sua inchiesta di strada”. E che la porterà a scoprire casi di sfruttamento infantile ed un conformismo sociale del tutto riprovevole. Tutto scritto, come al solito, in prima persona in questo Nido vuoto di Alicia Gimenéz Bartlett, Sellerio 2007.
Petra Delicado: acquista l’ultimo libro di Philip Roth, cerca di non perdere la pazienza, critica dei giovani, dei loro comportamenti e abbigliamenti “Sono orribili, pensai, fanno di tutto per cancellare la naturale bellezza della gioventù. A pensarci bene, diceva la stessa cosa mia madre, negli anni della mia adolescenza, ogni volta che mi vedeva uscire con un vecchio cappotto “da poeta maledetto”, così lei lo definiva”. I centri commerciali sono i “luoghi più inospitali, volgari e nauseabondi dell’intero pianeta”. In crisi dopo il furto della pistola, la sua Glock. Riflessione sulla sua vita e sulla felicità in generale “Sono contraddittoria, lo so: quando l’azione mi coinvolge sento la mancanza della tranquillità, e quando riesco a vivere per un po’ una tranquilla routine, sono ugualmente scontenta”. Una personalità ben variegata. Se la prende con tutti ma capisce di essere lei la colpevole. Un disastro. Ostinatamente contraria al matrimonio “Basta guardare la gente che porta la fede al dito per adorare la solitudine”, oppure “Per questo il matrimonio è così disastroso: impone un testimone costante e indiscreto alla nostra vita”. Ricordi dei suoi due matrimoni. Nel primo era assorbita dall’evento mondano: invitati, parenti, il vestito ecc… il secondo era stato “un matrimonio divertente, quasi una parodia”.
La infastidiscono i luoghi comuni anche se ammette che spesso si basano su fatti incontestabili. Deve vedersela con se stessa, con Fermin Garzon che ha una compagna che vuole sposarlo e con la sottoposta Yolanda che ha una relazione con un suo ex fidanzato. Tutti e due chiedono consigli. Roba da manicomio. Ad un certo punto “E poi, sono stufa di essere presa per una consulente matrimoniale”. Una cosa è certa “Se accetti di esprimere un’opinione sui problemi personali di qualcuno, devi dire solo quello che l’altra persona vuol sentirsi dire. Nient’altro”. Conosciamo già dai libri precedenti della Bartlett il rapporto di scontro, spesso ironico, fra lei e Garzon che in fondo si rispettano “Pensai che un uomo che ama a tal punto mangiare non potesse poi tanto sbagliarsi sull’umanità”. Presa dai problemi della società “Di colpo mi tornarono in mente la responsabile del laboratorio, le operaie rumene, rinchiuse a cucire, i bambini di strada, la pornografia minorile. Il sorriso che avevo ancora sulle labbra sparì di colpo”. E ancora “Quel caso mi angosciava per una sola ragione: avevo visto il volto del male”. In crisi pensa addirittura di entrare in convento (un po’ forzata eh?). Presa anche dalle attenzioni dell’architetto Marcos Antigas, un uomo che “non rientrava nei soliti schemi, aveva una sua originalità. Tranquillo, un po’ assente, aveva qualcosa dell’hippy sognatore, ma anche dell’uomo razionale tutto d’un pezzo, perfettamente adatto alla realtà”. La sua voce le fa ricordare alcuni momenti piacevoli della sua vita di bambina. Cambio di umore “Se prima oscillavo fra la passività e la depressione, ora ero in preda all’ansia più frenetica”. Citato Versace “Tutti i villan rifatti adorano Versace”. Contro il matrimonio ma consapevole anche dei problemi legati alla solitudine, il “nido vuoto” del titolo. Sulle donne “Certo che se gli esseri umani sono un disastro a livello globale, noi donne lo siamo all’ennesima potenza”, e “Ma non c’è niente da fare, noi donne siamo come i tassisti, che detestano girare a vuoto e cercano immediatamente un nuovo cliente da far salire a bordo”. Il rapporto con Antigas la aiuta. Non riesce a capire come possa essere tanto ricercato l’amore a pagamento. Ha i suoi bravi momenti di irritazione. L’ispettore Machado “Me l’avevano detto che eri attaccabrighe, e ora vedo che non avevano torto”. Ma anche di commozione quando scoppia a piangere alla vista del corpo morto di una piccola ladra. Beve volentieri whisky. Filosofeggia “Ma forse nella vita tutto è così: aleatorio e ingannevole. Tutto mescolato, composito. La bellezza non implica necessariamente bontà d’animo, così come l’infanzia l’innocenza, né l’amore è sempre compassione”. Dopo averne dette di cotte e di crude sul matrimonio si sposa per la terza volta! Anche se le sembra di assistere al matrimonio di un’altra persona. Come è Petra vista dagli altri, e forse anche dalla stessa autrice, ce lo dice il commissario Coronas proprio alla fine del libro” Petra Delicado è attaccabrighe, ribelle, anarchica, testarda e, se mi perdonate l’espressione, una gran rompipalle”. Ma tutti sono innamorati di lei.

L’istinto del sangue di Jean-Christophe Grangé, Garzanti 2010.
Personaggio principale il giovane giudice istruttore di Nanterre Janne Korowa. Trentacinque anni, un metro e settanta, peso tra i cinquanta e i cinquantacinque chili, zitella, qualche amica, una serie di rapporti amorosi andati a male e dunque depressione, ricovero in ospedale e Lexomil come conforto. Storia attuale con il fotografo Thomas, praticamente un dongiovanni (glielo avevano detto) che fa girare le scatole. Tiene ad una certa eleganza anche se il conto in banca è zero, scarpe Prada e macchina Twingo. Suo ufficio al terzo piano del tribunale di primo grado in materia civile dove fa un caldo bestia (aridagliela), alle prese con giovani vittime del saturnismo (intossicazione di piombo) e con un importante traffico di armi.
Fino a quando arriva il “caso”, e cioè il cadavere della infermiera Marion Cantelau fatto praticamente a pezzi che le riporta alla mente lo scempio della sorellastra più grande Marie. Intorno alla scena del delitto impronte di piedi e mani nude e simboli sui muri dipinti con sangue mischiato all’ocra come quelli dei primitivi. Si aggiungono, da copione, altri morti ammazzati con lo stesso metodo simile ad un antico rituale. Le vittime sembrano collegate allo psicanalista Antoine Feraud che viene messo sotto controllo e dalle registrazioni si scopre la “particolarità” di un giovane paziente, forse autistico, che potrebbe essere l’assassino. Da qui dissertazioni sulla malattia, un excursus sulla storia dei popoli primitivi, il famoso “Totem e tabù” di Freud insieme agli assilli della nostra sulla vita, il suo innamoramento per Antoine, il dolore per la madre ricoverata in un istituto.
L’evolversi della vicenda la porta ad un lungo viaggio in Nicaragua, Guatemala e Argentina per terminare a Campo Alegre nella Foresta delle Anime. Storia di violenze politiche, di dittature, emozioni e paesaggi inquietanti, con un finale ricco di tensione, fuga, lotta, paura.
Un buon libro, da leggersi con calma, che svaria su diversi argomenti e ci riporta agli albori della nostra esistenza.

Una copertina nera, una mano sinistra di donna con una sigaretta fra le dita. In alto Sara Gran Una del giro. Più in basso “Uno dei romanzi criminali più duri e graffianti mai scritti… Merita un posto d’onore al fianco di Hammet, Thompson e Chandler” scrive “The Associated Press”, Editore Longanesi 2008. Interessante, mi sono detto, anche se la bocca ha preso una involontaria piega di sospetto. Quando i termini di paragone sono i grossi calibri sopra citati è meglio andarci cauti.
Siamo nei bassifondi di Manhattan negli anni cinquanta con Josephine Flannigan detta Joe, una tossica uscita dal giro da due anni. Niente si sa del padre, trascurata dalla madre se ne va via di casa occupandosi della sorella più piccola, Shelley. Droga e prostituzione per tirare avanti. Alloggia alla Sweedmore, una pensione femminile in una stanza dalle dimensioni “di una scatola di scarpe”. Due vecchie poltrone di seconda mano, un tavolo, un tavolino da salotto, un vecchio fonografo e bagno in comune con altre ragazze. Uscita da poco di galera senza un soldo. Frega portafogli, fuma l’erba che tanto non da dipendenza. Sposata e separata da suo marito Monte che l’aveva iniziata alla droga. Accetta l’incarico da parte dei genitori Nelson, di ritrovare la loro figlia Nadine scomparsa, anch’essa caduta in un brutto giro. Vista l’ultima volta con Jerry McFall, un losco figuro come suol dirsi. Mille dollari subito e mille al suo ritrovamento. Inizia il tourbillon della ricerca a partire dalla scuola che frequentava e dai locali in cui poteva essere stata: il “Rose”, il “Royale”, il “Red Roster” con tutta la fauna di sbandati, ballerine, prostitute, papponi che ci girano intorno. Ricerca dura, difficile, qualche momento di debolezza. Ma poi continua la ricerca con i soliti intoppi che si trovano in ogni noir che si rispetti. Jerry McFall viene trovato ucciso e pare che la famiglia Nelson non esista. Dunque una trappola per incastrarla…
Stile secco senza tante sbavature, giusta dose di psicologia, colpi finali a sorpresa ma solo un riecheggiamento di Hammet, Thompson e Chandler…

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