Le lunghine di Fabio Lotti – Detective Lady (VII)

Taglio netto di Leigh Russell, Mondadori 2013.
Cittadina di Woolsmarsch piena di contrasti: ad est prostituzione e droga, ad ovest benessere e ricchezza. Un serial killer problematico (altrimenti non sarebbe un serial killer) che uccide, strangolandole, ragazze bionde, la polizia a dargli la caccia attraverso soprattutto l’ispettore Geraldine Steel (il collega che fa coppia con lei, il sergente Peter, rimane ai margini), un giornalista ambizioso in cerca di notorietà e promozioni, una folla impaurita e inferocita, Questi gli ingredienti principali.
Vediamo un po’ di aggiungere qualche altro elemento partendo da Geraldine. Lasciata da Mark dopo sei anni perché troppo presa dal lavoro alla squadra omicidi del South East, genitori separati, sorella e nipotina, una figura piuttosto isolata e chiusa in se stessa, rimugina di continuo sui delitti, non riesce a rilassarsi e a dormire, si lascia guidare troppo dall’intuizione (lavata di capo dal superiore). Inizio di una storia sentimentale con il collega sergente Carter.
Subito sospettato il fidanzato della prima ragazza uccisa, un tipo manesco e violento. Poi, finalmente, arriva un particolare importante che emerge dalla deposizione di una insegnante. Il racconto si muove lungo direzioni già ampiamente codificate: le riunioni della polizia per fare il punto della situazione, le azioni del giornalista arrampicatore, la vicenda dell’assassino di cui si ripercorre la vita e i traumi, i “momenti” delle vittime prima di essere uccise, le minacce a Geraldine, l’epilogo finale movimentato e pericoloso.
Tutti elementi necessari alla confezione di un buon thriller.

L’istinto del sangue di Jean-Christophe Grangé, Garzanti 2010.
Personaggio principale il giovane giudice istruttore di Nanterre Janne Korowa. Trentacinque anni, un metro e settanta, peso tra i cinquanta e i cinquantacinque chili, zitella, qualche amica, una serie di rapporti amorosi andati a male e dunque depressione, ricovero in ospedale e Lexomil come conforto. Storia attuale con il fotografo Thomas, praticamente un dongiovanni (glielo avevano detto) che fa girare le scatole. Tiene ad una certa eleganza anche se il conto in banca è zero, scarpe Prada e macchina Twingo. Suo ufficio al terzo piano del tribunale di primo grado in materia civile dove fa un caldo bestia, alle prese con giovani vittime del saturnismo (intossicazione di piombo) e con un importante traffico di armi.
Fino a quando arriva il “caso”, e cioè il cadavere della infermiera Marion Cantelau fatto praticamente a pezzi che le riporta alla mente lo scempio della sorellastra più grande Marie. Intorno alla scena del delitto impronte di piedi e mani nude e simboli sui muri dipinti con sangue mischiato all’ocra come quelli dei primitivi. Si aggiungono, da copione, altri morti ammazzati con lo stesso metodo simile ad un antico rituale. Le vittime sembrano collegate allo psicanalista Antoine Feraud che viene messo sotto controllo e dalle registrazioni si scopre la “particolarità” di un giovane paziente, forse autistico, che potrebbe essere l’assassino. Da qui dissertazioni sulla malattia, un excursus sulla storia dei popoli primitivi, il famoso “Totem e tabù” di Freud insieme agli assilli della nostra sulla vita, il suo innamoramento per Antoine, il dolore per la madre ricoverata in un istituto.
L’evolversi della vicenda la porta ad un lungo viaggio in Nicaragua, Guatemala e Argentina per terminare a Campo Alegre nella Foresta delle Anime. Storia di violenze politiche, di dittature, emozioni e paesaggi inquietanti, con un finale ricco di tensione, fuga, lotta, paura.
Un buon libro, da leggersi con calma, che svaria su diversi argomenti e ci riporta agli albori della nostra esistenza.

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcook e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

CSI Alaska – Primavera di ghiaccio di Dana Stabenow, Newton Compton 2011.
Continuano a imperversare i libri venuti dal freddo. In questo caso dal freddo che più freddo non si può. Più precisamente dall’Alaska (giuro). O, ancora meglio, dal villaggio di Niniltna dove un folle fa fuori nove persone con un fucile di precisione. Ma una di queste, la giovane Lisa Getty, che se la spassava con tutti gli uomini del paese, risulta essere uccisa da un’altra arma. Chi ha sfruttato questa occasione per togliere di mezzo una tal fomentatrice di invidie e gelosie?
Ad indagare Kate Shugat con il suo fedele husky (femmina) Mutt in calore con un lupo grigio in giro che le fa la corte. Vive in una capanna “nel bel mezzo di un parco nazionale di otto milioni di ettari”, sempre in continua attività, una cicatrice alla gola ricordo di un terribile momento, pelle liscia e dorata, occhi grandi e luminosi color nocciola, capelli lunghi fino alla vita, lisci e soffici come la seta, voce roca e irregolare. Ascolta Beethoven insieme ai gruppi moderni. Più avanti da un personaggio veniamo a conoscenza di altri particolari: minuta e agile, non beve alcol, è competente ed efficiente nel lavoro, dotata di un notevole senso dell’umorismo, responsabile verso gli altri che la rispettano e la temono, soprattutto per le sue gesta leggendarie.
In relazione affettiva con Jack Morgan, capo della squadra investigativa, accetta a quattrocento dollari al giorno più le spese (pure concreta) di condurre le indagini. Via allora con la motoslitta Super Jag in giro a interrogare e ascoltare e così viene a sapere che Lisa spacciava droga e uccideva gli orsi per venderne la bile. Suo amico Bobby in carrozzella reduce dalla guerra del Vietnam che cita Sam Spade e la salva dopo un tentativo fallito di venire uccisa.
Il libro si presenta non solo come la classica indagine su un terreno già arato (l’idea del morto che non c’entra nulla con gli altri non è certo nuova), ma anche, e direi soprattutto, un excursus su una società del freddo, dove si organizzano corse, scalate della montagna più alta, gruppi di cucitrici, danze del ventre, dove si dà vita ad una specie di rito religioso: il potlack, una danza per le persone uccise a cui partecipa la stessa Kate in conflitto con la nonna Ekaterina troppo attaccata alle vecchie tradizioni. Non manca una cerimonia delle donne in onore (addirittura!) dell’assassino che le corna sono pesanti per tutti.

Ma via, dai, su, gnamo, un se ne po’ più (staggese). Di che cosa? Ma di donne poliziotto (per lavoro o per caso) che spuntano fuori da tutte le parti. Ora ci si è messo anche Jeffery Deaver con La bambola che dorme, Sonzogno 2007, a crearne un’altra, a volte se ne sentisse la mancanza.
Appena ho preso in mano il Malloppone di 503 (cinquecentotre! Li mortacci…) pagine ho pregato il Signore che non fossero vere le voci che avevo sentito in giro. Cioè che questo spilungone affusolato avesse dato vita ad una nuova detective lady. Ho scorso la seconda di copertina con l’occhio trillante, tenendo ben fermo il libro che non mi si slogasse il polso, ed i vari rumors sono diventati realtà nel personaggio di Kathryn Dance. Ho scosso la testa ed ho portato la mano al portafoglio che mi ha lanciato un mesto sorriso di rassegnazione. Gli stupidi hobby (in questo caso leggere tutti i libri possibili in cui compaiono donne poliziotto) si pagano. Ed ho pagato ricevendo in cambio un sorriso, questa volta accattivante, dall’allegra cassiera. Non tutto il male ecc…
Trascinato il Malloppone a casa ho incominciato a leggerlo (con sottofondo di parolacce) tenendolo a debita distanza da alcuni Leggeri che lo guardavano con aria impaurita.
Eccone il succo che trascrivo pari pari per abulia costituzionale. “California 1999. Daniel Raymond Pell per i media è il “figlio di Manson”: affascinante e sinistramente carismatico, al pari del suo predecessore ha incantato, sedotto e plagiato i giovani adepti della sua setta. E con la complicità di uno di essi ha sterminato un’intera famiglia. Nessuno dei due però si è accorto che la notte del massacro, confusa in mezzo alle bambole, una bambina dormiva tranquilla nel suo lettino.
Otto anni dopo Pell sta scontando la condanna a vita in un carcere di massima sicurezza per l’efferata carneficina e deve essere processato di nuovo perché vari indizi lo collegano ad un altro delitto del passato rimasto irrisolto. Condotto in tribunale, è interrogato dall’agente della California Bureau of Investigation Kathryn Dance esperta in cinesica.
Kathryn è uno dei pochi poliziotti in grado di interpretare il linguaggio non verbale e di capire se testimoni e sospetti dicono la verità. E non sbaglia mai.
Questa volta, però, il suo compito è davvero arduo, perché deve confrontarsi con un osso duro, un killer dall’intelligenza quasi sovrumana, un abile manipolatore della volontà altrui. E quando, dopo un sottile gioco di parole, sguardi, gesti, Kathryn scalfisce l’assoluta compostezza di Pell e intuisce un diabolico trucco, è troppo tardi. Il “figlio di Mason” è evaso dal tribunale. Comincia la caccia”.
Kathryn Dance: prime informazioni proprio da Pell. “Cominciò con gli occhi, di un verde complementare al suo azzurro, incorniciati da un paio di occhiali dalla montatura nera e quadrata. Proseguì con i capelli biondo scuro raccolti a treccia e la giacca nera con sotto una spessa camicetta bianca per nulla trasparente”. Al collo ciondolo a forma di conchiglia, unghie corte smaltate di rosa, fede con la perla grigia, borsetta azzurra. Sempre da Pell: “Hai passato i trent’anni, agente Dance. E sei piuttosto carina, Eterosessuale, suppongo, e sono certo che ci sia un uomo nella tua vita. O c’è stato”. Vedova (marito William Swanson morto in un incidente) con due figli, Wes e Maggie, e due cani, Dylan e Patsy. Vivi (miracolo!) i due genitori. Buon rapporto con loro e anche con i figli. “Mentre suo padre scendeva le scale, Kathryn ringraziò per l’ennesima volta Dio, il destino o chiunque fosse per avere dato a lei, vedova con figli, una figura maschile affidabile”. Mente sorprendente, acuta osservatrice. Fredda e tenace. Ha già lavorato su casi di stupro, aggressione e omicidio. Prima giornalista, poi consulente per la selezione delle giurie. Ha incontrato suo marito quando era giornalista e lui un testimone dell’accusa in un processo contro Salinas. Sua salvezza la musica: “Con le melodie dell’arpa celtica di Alan Stivell, l’irrefrenabile motivo ska-cubano di Natty Bo e Benny Billy o i pezzi di Lightnin’ Hopkins che le colmavano la mente e i pensieri, Kathryn riusciva a non rivivere gli inquietanti interrogatori con violentatori, assassini e terroristi”. Insieme alla sua amica Martine Christiansen cura un sito un sito chiamato American Tunes, dal titolo di una canzone di Paul Simon degli anni settanta. Sua seconda attività “folcloristica” ricercare musica artigianale. Pistola Glock (già vista in altre detective lady) mai usata. Tiratrice così così. Sua passione scegliere le scarpe. Patisce il mal di mare.
Simpatia per Brian Gunderson, quarantenne dirigente di una banca di investimenti. Un paio di baci. Si mette di mezzo il figlio Wes. Costretta a lasciarlo. Conosce il famoso Lincoln Rhyme (sì, proprio il detective tetraplegico) ossessivamente affascinato da ogni dettaglio degli indizi. Lei, invece, colpita dagli indizi del lato umano.
Ancora simpatia (solo baci infuocati) per il collega Winston Kellog che mantiene nascosta al figlio. Scarne notizie sul cibo. Trovato birre, pinot grigio, fette di carne fredda, noccioline…
Soffre di attacchi di solitudine “un serpente che colpiva all’improvviso”. Ritrova la sua vecchia chitarra Martin 00-18, un modello di quarant’anni prima e attacca Tomorrow is a long time di Bob Dylan.
Il tutto si svolge lungo l’arco di una settimana. Il primo commento che mi è venuto è stato mah, insomma, beh, però…Solite frasette in corsivo che non se ne può più. Prova scialba per un maestro come Jeffery.
Una ciambella senza buco.

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