Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2018

Oggi voglio iniziare con un abbraccio e un augurio per il nuovo anno ai miei nipotini Jonathan e Jessica. Che il sorriso sia sempre con voi. (E io, Alessandra, aggiungo i miei auguri).

Il grido della sirena di Paul Halter, Mondadori 2017.
Si parte dall’inverno del 1897, quando all’allevatore di pecore Nielsen viene portata una seconda figlia, avuta da una relazione adulterina, proprio nel momento in cui è nata l’altra frutto del matrimonio (la madre muore). Due bambine identiche, “gemelle” che vivranno, però, separate…
E si passa al 1922. Più precisamente a Moretonbury, Cornovaglia. Qui arriva lo studioso di scienze occulte, ovvero di “fenomeni insoliti e inspiegabili”, l’irlandese Alan Twist, quarant’anni suonati, un uomo esile, tranquillo con l’aria da pensionato, zazzera folta e rosseggiante, occhi azzurri benevoli che guardano dietro un pince-nez dal cordoncino di seta nera. È stato chiamato dal proprietario terriero James Malleson, marito di Lydie Cranston, per risolvere un caso “decisamente fuori dell’ordinario”.
Ma già prima, fermatosi alla locanda “City Dars”, aveva fatto la conoscenza di due personaggi importanti per la storia: l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard e il lessicografo Jeremie Bell ispirato al Gideon Fell di Carr, con la sua famosa corporatura elefantiaca, il doppio mento, i baffi da brigante, il mantello nero e gli altrettanto famosi “Arconti di Atene!” qui sostituiti da “Per i sandali di Mercurio!”, “Per tutti i satiri dell’Olimpo!”, “Per i fulmini di Zeus!”, “Per Marte!”. E, sempre nella medesima locanda, aveva sentito parlare di un “grido silenzioso” a cui sono legate morti violente (in parole povere muore chi non lo sente) che ritroveremo in seguito.
Il caso da risolvere per il nostro Twist consiste in uno spettro che sembra aggirarsi per la casa di James Malleson, più precisamente in soffitta. Di fronte alla casa una torre considerata luogo maledetto. Lì è stato ucciso Charles Cranston da una creatura alata e in seguito anche il figlio Julian è morto, precipitando lungo la falesia per non avere sentito il grido della Banshee, essere demoniaco con un pettine rotto, che lancia un urlo bestiale.
Intanto dall’ispettore Hurst viene messa in dubbio l’identità di Malleson. Sembra che durante la guerra abbia fatto amicizia con un tizio poco raccomandabile che gli assomiglia, ovvero l’impostore Patrick Degan. Uno dei due muore ucciso. Chi sarà quello ritornato che, tra gli altri sospetti, gioca tanto bene a scacchi come non succedeva prima della sua partenza?…
Un plot di vicende veramente complesso. Passato e presente che si intrecciano, enigmi su enigmi, drammi, misteri, tradimenti (in quel senso), il classico filone del “doppio”, il “grido silenzioso” che ancora uccide. Insomma un’atmosfera angosciosa e angosciante con lo stesso Twist a gettare sconcerto perché pensa che “dietro a tutto questo ci sia la presenza del Maligno.”
Scrittura di classe, personaggi che rimangono impressi (ce ne sono altri tra cui le “gemelle” diventate grandi e due cugini a creare scompiglio), una storia affascinante dagli aspetti sovrannaturali anche se a volte inverosimile (non tutte le spiegazioni finali convincono), fino a quando “Caso risolto”, sentenzia un Twist innamorato. Anzi, casi risolti, quelli del presente e quelli del passato.
Leggere per credere.

Il falso ispettore di Peter Lovesey, Mondadori 2017.
“L’uomo che sarebbe diventato il falso ispettore Dew si chiamava Baranov.”, uno dei superstiti, insieme a suo padre, dell’affondamento del Lusitania, anno 1915, dove morirono più di mille passeggeri. “Lo stadio successivo della creazione del falso ispettore cominciò nella primavera del 1921”. Nello studio del dentista dottor Baranov c’è Alma Webster che lo ama “con tutta se stessa”. Abita da sola in una casa su tre piani e lavora a maglia per gli uomini al fronte. Alle spalle un passato doloroso. Il vero nome di Baranov è Walter Brown, sposato all’egocentrica e dittatoriale Lydia attrice, amica, tra l’altro, di Charlie Chaplin.
Altra donna coinvolta nella vicenda è Poppy Duke “ladra da manuale.” Ma questa volta fa cilecca. Il giovanotto a cui vuole rubare il portafoglio se ne accorge e, addirittura, la sfrutta “Mi hanno riferito che sei la borsaiola più abile di tutta Londra, e io voglio assicurarmi i tuoi servigi per una sera”, dichiara Jack, sposato con Kate.
Così come saranno coinvolti Marjorie Livingstone Cordell, terzo matrimonio con Livy e figlia Barbara che farà la conoscenza del corteggiatissimo Paul Westerfield, erede di un impero finanziario.
Il punto principale della storia è che Alma e Walter si innamorano, ma Lydia vuole andare a recitare in America con il piroscafo Mauretania. Dunque per i due piccioncini o lasciarsi, oppure riprendere un’idea, migliorandola, del famigerato caso Crippen che, insieme alla sua Ethel, avevano fatto a pezzi la moglie seppellendola in cantina. Purtroppo scoperti dall’ispettore Dew. Alma è entusiasta del piano (più dei libri della sua scrittrice preferita), lei stessa si presenterà sul Mauretania nelle vesti della signora Lydia, dapprima in seconda classe, e poi in prima dopo che questa sarà addormentata con il cloroformio e gettata in mare da Walter sotto le mentite spoglie di Drew. Anche gli altri personaggi citati si ritroveranno sullo stesso piroscafo, dando vita ad una serie incredibile di situazioni.
Tutto sembra procedere per il meglio con Alma che si trova alla perfezione nella parte della moritura, fino a quando una donna cadrà veramente in mare, strangolata. E chi meglio del riconosciuto e famoso ispettore Walter Dew di Scotland Yard potrà risolvere il mistero del suo stesso crimine? Vedete un po’ il Destino. A meno che non si tratti, invece…
Vicenda intricatissima: passeggeri che scompaiono, le paure di Alma verso lo stesso Walter così cambiato, tradimento, bari truffatori con le carte, spari, il passato che ritorna, un tourbillon di sorprese che tengono il lettore avvinghiato fino all’ultima pagina. Fino all’ultima riga. Con la domanda principale “Ce la farà il nostro Walter a non farsi scoprire?” E mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura.

L’ultimo passo di tango di Maurizio de Giovanni, BUR 2017.
Non saprei da dove incominciare tanta è la forza di questi racconti. Intanto spesso mi sono commosso. E non solo perché vecchiarello votato al sospiro. Spesso mi sono commosso perché preso, rapito dai fatti, dalle storie che via via si dispiegano con una profonda e delicata sensibilità umana, tipica di De Giovanni. Parte importante il dolore. A cominciare da Luigi Alfredo Ricciardi, commissario di polizia al tempo del fascismo, che incontrai per la prima volta con Il senso del dolore, Fandango 2007, costretto a vedere e ascoltare le ultime parole dei morti. Lo racconta lui stesso in “Mammarella”: “Vedo i morti ammazzati, o per incidente, con violenza insomma, all’improvviso… Li vedo con le ferite e il sangue, ma con l’espressione dell’ultimo sguardo, che ripetono l’ultima metà del pensiero che la morte ha amputato, continuamente, con lo stesso tono e le stesse parole”. Una vita, la sua, all’interno di questa maledizione, di questo “Fatto.”
Mi sono commosso di fronte a certi episodi di vita reale: lo stupro delle ragazzine, la donna con un bambino in braccio ammalato che chiede aiuto al dottor Modo, di fronte alla storia di Rosaria rimasta con il figlio piccolo che non può andare a scuola, o a quella di Filomena, ragazzina orfana e sola “dai grandi occhi senza lacrime” che deve accudire i fratellini.
Ricordi, ricordi e ricordi che affiorano nei molteplici personaggi, il passato che si insinua nostalgico o doloroso nel presente, quello che sembra e che non è (vedi i fiori rubati per la moglie morente), vita e morte che si mescolano inconsapevoli in una Napoli vista nella sua multiforme realtà: scugnizzi. ambulanti, lustrascarpe, gli odori dei vicoli, “dove non esistono sensi unici né divieti di sosta”, soprattutto nei Quartieri Spagnoli, la fame, la povertà, la bellezza e la ricchezza, il mare…
Ci sono i casi da risolvere per il nostro Ricciardi con il questore addosso, e bisogna fare in fretta che il Duce stesso mamma mia, l’anello che manca, la chiesa e il bordello, il contadino ridicolizzato nel suo sentimento d’amore. Già, l’amore, intorno al quale ruota gran parte della vita, quello vero e quello ambiguo, quello falso per ottenere, magari, figli che non si hanno…
E poi il bullismo, il mondo infido della scuola e degli scrittori, una stupida società che non perdona gli anziani anche se talentuosi, la gerarchia negli uffici con il Capo circondato dai sottoposti e la “giovane fanciulla assunta” che frega tutti, la violenza maschile all’interno della famiglia, l’incomunicabilità fra marito e moglie, il fastidio per gli stranieri, l’importanza delle storie…
De Giovanni è un asso nello sfruttare tutti i marchingegni della tecnica narrativa attraverso voci narranti diverse, ed è un asso a fregarti, una specie di mago, di illusionista. Sembra che le cose vadano per un certo verso ed ecco, all’improvviso, un cambio, una svolta inaspettata. Tra l’altro del tutto credibile e psicologicamente corretta. Ci sono anche dei momenti, l’ho già scritto e lo ripeto, in cui il sentimento sembra incanalarsi verso una sdolcinata melassa, soprattutto quando si batte e si ribatte sulle stesse parole, sulle stesse frasi. Siamo lì sul ciglio del burrone strappalacrime ma non riusciamo a caderci per una specie di magico equilibrio. Prosa delicata, attenta alle sfumature, ora profonda, dolce e commovente, ora cruda, ora mista di humour, puntuta e ironica, ricca di stilettate a certi aspetti e personaggi della società e della sua Napoli. Passo sopra a qualche inevitabile ripetitività nella struttura e alle frasettine in corsivo che non sopporto (mea culpa).
Ce ne sarebbero ancora di cose da dire su questi racconti, semplicemente belli. Ma è meglio che li leggiate voi stessi.

Un delitto inglese di Cyril Hare, Sellerio 2017.
Warbeck Hall, la più antica residenza del Marckshire. Il dottor Wenceslaus Bottwink sta lavorando nello studio dell’archivio su richiesta di lord Warbech, gravemente ammalato. Tra poco è Natale, nevica (un classico) e arriveranno gli invitati: il figlio Robert, un nazistoide presidente della Lega di Libertà e Giustizia; Il cugino Julius, ministro laburista del governo insieme al sergente Rogers che deve proteggerlo; la nipote Camilla innamorata invano di Robert; la signora Carstairs, moglie del più stretto collaboratore del ministro. Non manca il maggiordomo Briggs impeccabile nelle sue mansioni a osservare il tutto.
Dunque una bella residenza inglese, un vecchio Lord a fine vita, un piccolo gruppo di personaggi, ciascuno con la sua personalità e i suoi “interessi”. E una neve che scende imperterrita a isolare il tutto seguita da una fitta nebbia. Se dovesse accadere qualcosa di brutto…
E qualcosa di brutto accade. È mezzanotte, la mezzanotte di Natale quando, al suono delle campane si deve fare il brindisi. Robert “vuotò il bicchiere tutto in un sorso, restò immobile per un momento, il viso orribilmente stravolto, si afferrò la gola con una mano mentre il bicchiere gli cadeva dall’altra, poi piombò pesantemente a terra, con la faccia sul pavimento”. Avvelenamento da cianuro. E sarà omicidio, anche se qualcuno prospetta il suicidio.
Chi ce l’aveva con lui? Ad indagare il meticoloso sergente Rogers fino a quando la polizia del luogo potrà accedere al casato, e lo studioso Bottwink. Tutti i personaggi, ben strutturati nelle loro caratteristiche, manifestano qualcosa di sospetto. Anche Briggs ha il suo segreto, come ogni maggiordomo che si rispetti nelle storie inglesi. E qui nasconde, fino ad un certo punto, una figlia che contribuisce a complicare maledettamente la faccenda…
Ormai l’atmosfera è tesa. Chi è l’assassino che si aggira per la casa? Ci sarà una prossima vittima? Ci sarà, anzi ci saranno e almeno una inconcepibile, tanto da far esclamare al dottor Bottwink “È impossibile! Per tutte le regole della logica e della ragione, è impossibile!” E sarà proprio lui, lo straniero che non si lascia intimidire, a risolvere il rebus.
Un classico nella struttura e nella scrittura lieve, elegante, graziosa, senza sobbalzi di sorta. Un giallo ben confezionato che riflette anche sulla politica inglese. Da leggere come distensivo preferibilmente dopo un frenetico malloppone di sparatorie, sangue e sesso.

Un giretto tra i miei libri
Un Superleggero di 105 pagine come La società dell’indagine di Alessandro Perissinotto, Bompiani 2008, è quello che ci voleva per rilassarmi e riflettere su un fenomeno dal sottoscritto (e non solo) già ampiamente verificato e sottolineato: il successo del romanzo poliziesco, anzi l’abnorme successo del romanzo poliziesco. Qui la distinzione tra generi è superflua, lascia il tempo che trova. E dunque, per Perissinotto, si deve parlare di narrativa d’indagine, il cui oggetto di valore è la verità che nasce da “un profondo senso di insicurezza”.
Il giallo (sempre inteso in senso generale) non solo consolatorio, come valvola di sfogo, come intrattenimento, ma anche come mezzo di indagine della realtà, della società e dei suoi mali.
Il primo più appannaggio della fiction televisiva con il lavoro di squadra. A riportare l’ordine non è la classica figura unica dell’investigatore ma lo Stato stesso. In ogni caso consolatorio o meno “…qualsiasi poliziesco porta con sé un protagonista che di consolatorio ha ben poco: la morte” bandita dall’Occidente che ne prova vergogna. Il romanzo poliziesco con le sue “dosi omeopatiche” di essa ci fa riprendere la familiarità perduta.
I letterati di professione con la puzza sotto il naso, riferendosi al giallo, parlano di “paraletteratura”, “letteratura di consumo”, “letteratura di genere”, “libri da stazione”. Non tutti, aggiungo, io che in questi ultimi tempi c’è stato anche un certo “ravvedimento”, vedi per esempio gli interventi su Tirature ’07 e Giallo e dintorni di Maria Immacolata Macioti.
Altri spunti interessanti: il rapporto tra il giallo e la tragedia, la sua evoluzione partendo da Holmes e Dupin passando attraverso l’hard boiled per finire tra le braccia di Maigret e poi di Dürrenmatt (citando anche Sciascia).
Si mettono in evidenza gli esiti positivi e nefasti del C.S.I. effect, si esamina la House Medical Division e l’ormai famoso dottor House che altri non è se non uno Sherlock Holmes “trasferito dalla Londra vittoriana agli Stati Uniti del terzo millennio”. Egli non cura i malati ma le malattie, con la scoperta del complotto (complottano le malattie, i superiori e gli stessi pazienti), e si analizza pure la Medical Investigation, un team di ricercatori che fanno fronte ad emergenze sanitarie. Per concludere viene fuori da parte della “massa” (intesa non in senso spregiativo ma come numero) dei lettori un forte interesse per la ricerca della verità.
Ma insomma, gira e rigira la domanda cruciale che sempre aleggia nell’aria è se il romanzo poliziesco faccia parte o meno della letteratura tout court. Per trovare una risposta tornerei ad una frase che si trova a pagina 56 “Semplificando si può dire che, agli occhi dei critici, un buon romanzo poliziesco cessa di essere un poliziesco”. È solo un buon romanzo. Capito?.

Fatemelo dire. Lo so, è scontato ma lo voglio dire lo stesso. Spesso si sta facendo una rincorsa alla disgrazia. Anche il lettore più distratto se ne sarà accorto. La disgrazia la fa ormai da padrone in molti (troppi) romanzi polizieschi di vario genere. Più disgrazie, più gusto per i lettori (si dice). Non ne rimane immune nemmeno La stanza delle urla di Thomas O’Callaghan, Mondadori 2009.
E dunque abbiamo il solito tenente della polizia di New York W. Driscoll irlandese sfigato fradicio con la moglie morta (sei anni in coma) e pure la figlia per un incidente stradale (immaginatevi i ricordi che lo assalgono a ogni piè sospinto) e aggiungo la madre buttatasi sotto le rotaie della metropolitana e pure la sorella che è in terapia (non ho capito bene di che cosa ma la testa non è a posto). Nel momento in cui scrivo non ricordo del padre ma forse è meglio così; la solita gnoccolona compagna di lavoro del suddetto Driscoll con un passato alle spalle anche lei niente male (in fatto di sfiga, naturalmente…) sotto cura psichiatrica; il solito braccio destro con problemi di alcolismo per averne combinate un paio; il solito, anzi i soliti che qui sono due, disgraziati maledetti colpiti da un destino infame (leggi violenza) che si divertono a uccidere chi gli capita sotto tiro togliendogli lo scalpo come gli indiani ecc…
E allora morti scalpati da tutte le parti (perfino nel didietro di un dinosauro nella sala di un museo), disperazione del Sindaco per gli attacchi della stampa, violenza privata che genera violenza pubblica, un miliardario che vuole vendicare la morte della figlia (anche lui un po’ strano…), i pericoli della rete, la nuova generazione di You Tube e perfino qualche tocco d’Italia con Armani e Versace (di casa e di bottega in molti thriller americani).
Capitoletti brevi, personaggi appiattiti, riflessioni scontate. Prevale lo schema sulla storia o meglio sull’efficacia della storia che va avanti quasi per inerzia se si eccettua qualche lampo di genio come il miliardario che in quattro e quattr’otto riesce a piazzare un lanciafiamme automatico sul tetto di una casa facendosi beffe della polizia.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Ludus in fabula di Danila Comastri Montanari, Mondadori 2017. Nella Roma imperiale (Claudio imperatore) una specie di misteriosa caccia al tesoro nata quasi come un scommessa, un gioco da ragazzi, ha avuto un tale imprevedibile successo da coinvolgere tutti i cittadini. Da giorni ormai tutta Roma, che si tratti di ragazzi, servi, plebei, malviventi della Suburra o addirittura ricche dame patrizie, cavalieri e membri del senato, sono caduti vittime dell’incantesimo e si mettono in gara per risolvere gli indovinelli e seguire la pista. Più in particolare un ragazzone sveglio ma pasticcione, un famosissimo campione di trigono, una donna affascinante ma dal carattere impossibile, i membri di una banda di Galli che imperversa nella Suburra, un equivoco segnapunti, tre plebee che devono sbarcare il lunario e un giovane straniero che, stranamente, sembra il senatore Publio Aurelio Stazio da giovane. E poi tante voci girano, ingigantendosi. Si favoleggia di un milionario premio destinato a chi sarà il fortunato vincitore. A Roma è diventato l’argomento del giorno e Pomponia, la rotonda matrona, la più informata di Roma (leggasi pettegola) buona amica e spalla del nostro ricchissimo senatore, è già pronta all’alba, impegnata alla spasimo nella competizione con la sua più agguerrita rivale Domitilla, per andare a scovare un nuovo indizio, presso la statua di Cornelia nel Portico di Ottavia. Ma stavolta niente facile indovinello e invece, dietro alla statua, trova un mano mozzata con un anello al dito, un indizio talmente agghiacciante che la procace matrona stramazza al suolo. Ciò nondimeno, non appena riprende i sensi, corre in cerca di sostegno e aiuto dall’amico senatore, Publio Aurelio Stazio.
Perché all’improvviso la caccia al tesoro, da innocuo passatempo, si è trasformata in un gioco di morte? Aurelio Stazio decide che bisogna intervenire al più presto e, ricuperato il macabro reperto, chiede lumi al suo medico e protetto Ipparco di Cesarea, acuto precursore dei moderni anatomopatologi. Ipparco infatti, pur con solo quella a disposizione, riesce a dirgli che si tratta della mano di un ragazzo, che probabilmente lavorava in una follonica (lavanderia), ma che era già morto quando gliel’avevano mozzata.
La solita composita e variegata ambientazione e le caratteristiche e le abitudini della romana umanità dell’epoca, comprese le colorite rappresentazioni di vivande e cene sopraffine, sono ben ricostruite senza mai appesantire la narrazione e descritte da Danila Comastri stuzzicando il lettore con il suo impareggiabile humour. Ma, mentre Aurelio si dedica a far luce sugli enigmi, spalleggiato dal solito stuolo di famigli collaboratori molto bene retribuiti (o che si retribuiscono da soli: quali l’astuto liberto, Castore, il fido insomma? amministratore Paride), lo sconosciuto ideatore della caccia al tesoro alza ancora la posta in gioco e comincia a lasciare dietro di se una scia di cadaveri. I ragazzi morti diventano tre e non basta… Il numero si ripete, eh già! Ci sono tre donne poverissime, tre abbienti fratellastri, i Suri. Il senatore si scervella anche sul mistero del suo quasi sosia che pare ricomparire dappertutto. Un altro indovinello? Poco male, perché tanto ormai Publio Aurelio Stazio deve affrontare e risolvere l’enigma del perfido gioco di morte. Riuscirà a farcela anche stavolta?
Con Ludus in fabula Mondadori riporta nelle librerie il famoso personaggio creato da Danila Comastri Montanari, il senatore Publio Aurelio Stazio con la suo colta, frizzante e vivacissima indagine poliziesca, molto poco giallo classico tradizionale e che si legge in un lampo. Molto intrigante la caccia al tesoro e tutto il bailamme del corollario.

La solitudine del ghiaccio di Sheena Kamal, Harpers Collins 2017.
Una sopravvissuta: così si definisce Nora Watts, la protagonista di La solitudine del ghiaccio, il fortunato romanzo di esordio di Sheena Kamal, pubblicato in Italia da Harper Collins e ambientato in Canada, più in particolare nel Nord Ovest. Nora Watts, mezzosangue autoctona, non bella, ultratrentenne trascurata. Nora non è una poliziotta, né un avvocato e nemmeno un’investigatrice; è semplicemente una donna con un difficile passato che non vuole essere considerata una vittima ma una sopravvissuta. È orfana, ha passato l’infanzia in diverse strutture casa-famiglia, si è arruolata nell’esercito, in seguito si è mantenuta con la sua voce e, dopo aver subito una spaventosa violenza, si è lasciata andare alla disperazione e all’alcol.
Quando finalmente ha trovato l’aiuto e la volontà per lasciare la bottiglia, in virtù della raccomandazione del suo quasi angelo custode, il giornalista che le ha salvato la vita e poi ha romanzato la sua storia, Nora ha ottenuto uno pseudo lavoro a Vancouver, come segretaria tuttofare, assistente nelle indagini di una coppia di gay, uno scrittore, giornalista d’indagine e un investigatore privato, e vive “clandestinamente” nello scantinato dell’ufficio, con Fruscio, una cagna bastarda che l’ha scelta.
Anche se di tanto in tanto i demoni dei ricordi affollano minacciosi la sua mente, la sua vita è vagamente accettabile, non spende in vestiti e risparmia ogni dollaro per trovarsi una sistemazione migliore. Ma una mattina presto il suo cellulare squilla ripetutamente e, quando risponde, la voce di un uomo, che si presenta come Everett Walsh, le chiede di ritrovare la figlia, una ragazzina scomparsa. Ma è il suo passato che ritorna schiaffeggiandola, perché la quindicenne scomparsa, Bonnie, è sua figlia, frutto della violenza da lei subita e che ha dato in adozione appena nata. Secondo i ricchi genitori adottivi non è la prima volta, Bonnie è ribelle, è già successo, stavolta è scappata rubando molti soldi della famiglia e la polizia, visto i precedenti, non la sta cercando. Ma stavolta Bonnie è scomparsa da troppo tempo e allora Everett Walsh e sua moglie Lynn angosciati hanno cercato Nora, la madre naturale, nella vana speranza di trovarla da lei…
Un racconto tutto in prima persona, che si snoda senza fronzoli accurato e, pur pervaso da amara ironia, si mantiene sempre pacato, nonostante il carattere drammatico delle scene descritte. Un romanzo crudo e violento, con una singolare e intrigante protagonista, e qui mi pare inevitabile fare il confronto con la Lisbeth Salander di Stieg Larsson. Nora Watts, una protagonista difficile, spesso sgradevole, un’antieroina, che non guarda in faccia nessuno, che si approccia male e troppo spesso fuori dalle righe con gli altri personaggi della storia (buoni o cattivi). Una protagonista che forse avrà un futuro grazie alla sua splendida voce di contralto e che, volenti o nolenti, riesce a incantare gli ascoltatori e ad appassionare i lettori. E riuscirà anche a sorprenderli in un geniale epilogo, con un’ inattesa ma plausibile verità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della Fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2010.
La prima avventura si svolge sotto il mare dove c’è il castello delle fate. Qui Geronimo Stilton incontra una fata di nome Aquaria che gli chiede di sconfiggere la strega malvagia Vermelia che abita in un castello. Durante il viaggio incontra come falso amico un coyote, viene legato ma poi liberato dal cavaliere Drago Blu che ha un cuore blu sulla fronte. Egli lo aiuterà a sconfiggere la strega Vermelia se a sua volta verrà aiutato a ritrovare la sua ragazza Melissa…
Una storia straordinaria ricca di tante vicende fantastiche inaspettate e di personaggi strani: anelli magici, i Troll che lanciano caccole, fanno rutti e scorregge (giuro), ometti piccoli e verdi, streghe su serpenti alati, Geronimo che viene trasformato in rospo, streghe che diventano fate…
Una lettura avvincente che vi terrà con la bocca spalancata fino alla fine!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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