Fiori sopra l’inferno (Le gialle di Valerio 146)

Ilaria Tuti
Fiori sopra l’inferno
Longanesi, 2018
Noir

Autunno 2016. Travenì, Friuli Venezia Giulia. Ė un piccolo villaggio raccolto nella conca formata da una corona di montagne, non lontano dal confine con l’Austria, a circa cento chilometri da Udine; un centro minuscolo, torre medievale in piazza, stazione ferroviaria, un migliaio di abitanti (turisti esclusi), ventimila ettari di foresta intorno (e animali “selvaggi”, grotte, cave, miniere, laghi, cascate, l’orrido dello Sliva), interessato a breve dalla costruzione di un nuovo polo sciistico con disboscamenti e forte impatto ambientale. Fuori dal paese viene rinvenuto un cadavere senza occhi (strappati via e scomparsi), adagiato e “allestito” supino nudo sull’erba, coperto di brina, vicino fra i rovi un totem fatto con gli abiti insanguinati; si tratta di Roberto Valent, ingegnere civile 43enne nato e cresciuto nella valle, padre di Diego, scomparso da due giorni, dopo aver accompagnato il figlio a scuola. Arrivano dalla città la non più giovane commissaria Teresa Battaglia con i due storici collaboratori e il nuovo aitante bell’ispettore metropolitano Massimo Marini, appena assegnato alla squadra. Lei è nata il 20 maggio 1958, aveva subito per un po’ il pessimo marito, non ha figli, viso duro e rugoso, corpo sfatto e capelli rossicci, appare malata e sola, gestisce a fatica un diabete insulinodipendente e l’incipiente perdita di memoria, segreti e dolori sulle spalle. Esperta ed energica, scontrosa e determinata, capisce subito che c’è un disegno nella prima violenza, che non finirà lì. Ha doti di profiler, anche se emergono come contraddittori i connotati della personalità del colpevole rispetto all’evoluzione criminale della specie umana. Del resto, il gruppo misto degli amici di Diego percepisce da tempo una presenza oscura (non malevola) nel bosco, qualche cattiveria e qualche bontà ruotano intorno alle loro famiglie.

Di valore e di successo l’esordio nel romanzo di Ilaria Tuti (Gemona del Friuli, 1976), in terza varia, soprattutto investigatori e bimbi, talora anche “lui”, che osserva a distanza e agisce per mimesi, a causa di un’identità poco sociale, scolpita nel passato. L’incipit e alcuni intermezzi dell’efficace narrazione riguardano infatti la Scuola, cupo orfanotrofio montano dove nel 1978 si facevano strani criminali esperimenti; a suo modo, nel brulicante Nido, cresceva un individuo nel posto numero 39. Lentamente, inesorabilmente emergono truci connessioni con un passato ancor più remoto e col presente. Il titolo (“tratto” dal poeta giapponese Kobayashi Issa) si riferisce al fatto che talora chi compie del male vede l’inferno che ciascuno abbiamo sotto i piedi (mentre noi contempliamo benevolmente i fiori che crescono in superficie); per stanarlo occorre vedere oltre i fiori, cercare l’inferno. La bellezza aspra del paesaggio e dell’ecosistema (siamo in zona Tarvisio, sono immaginarie solo le denominazioni) stride ben presto con le dinamiche misere e le doppie vite all’interno della comunità paesana, dentro e fuori le mura familiari. Ne vien fuori una multiforme toccante riflessione sul legame indefinibile e arcano, primitivo e sacro, pro-creato dalla maternità, su adulti che tormentano i bimbi o li privano delle cure affettive, sulle teorie eugenetiche e, di converso, sulle pratiche empatiche della genitorialità e della vita. Nei conventi per secoli c’era spesso una ruota degli “innocenti” esposti. L’autrice (mamma da poco, la dedica è a Jasmine) semina con maestria indizi, forse il serial killer non intende delinquere in una camera chiusa, forse i crimini e i criminali sono tanti ma non tutti. A Teresa fanno compagnia bei libri e buon jazz.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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