Detective Lady (IX) – Le lunghine di Fabio Lotti

Cattivo sangue di Sandra Scoppettone, edizioni e/o 2006.
Contenuto: siamo in una meravigliosa giornata di settembre a Jefferson in Virginia. Julie Boyer, studentessa di una scuola superiore, sparisce. Non si trova. Chi deve trovarla è Lucia Dove, sceriffo, aiutata dal tenente Jack Fincham (fra loro una bella simpatia che sfocerà in amore). In seguito si aggiungerà anche, mal sopportato, l’ex marito della nostra poliziotta Mike Mc Quigg. Qualche scarna notizia. La ragazzina, brava a scuola e irreprensibile nel comportamento ha un ragazzo Buster Clark il cui comportamento proprio irreprensibile non è. Anzi, è stato addirittura sospeso dalla scuola. Dall’esame del computer di Julie si viene a sapere che ha scambiato un sacco di mail con un certo Lyle Taylor che fa il giardiniere. Viene trovata uccisa strangolata vicina a un torrente e vengono trovati sia Taylor che Clark. I due probabili assassini. O meglio uno dei due. La trama si complica un poco con l’uccisione della moglie (alcolizzata) di Fincham e di altre due ragazze. Fincham è sospettato, accusato, arrestato e rilasciato. Chi è l’artefice di tutti questi delitti? Ma è davvero uno solo come pensa Lucia?
E ora passiamo a Lucia Dove: quarantatré anni, capelli ricci e biondi, naso un po’ piccolo (secondo lei). Trucco delicato, rossetto rosa chiaro e pennellatine di fard. Veloce. Si cambia in cinque minuti. Prima di uscire il caffè. Camera da letto “femminile in tutto e per tutto, ma senza fronzoli”. Colori dominanti il bianco e il rosa. Sposata con Mike Mc Quigg che lavora nell’F.B.I. e, divorziata (ti pareva). Una figlia Clare avuta da una relazione fugace notturna con Vic Tierney dopo due anni dal divorzio. Trovata morta da un poliziotto in fondo ad un pozzo. Aveva otto anni. Per due anni in terapia. Odia la tecnologia. Laurea presa all’Elizabeth Washington una Università poco prestigiosa se, parlando della sua amica Kay bocciata in tutte le materie, era stata ammessa solo in quella scuola “Il che la diceva lunga sull’Elisabeth Washington”. Da piccola cocca di papà Roy Dove, che lavorava nel ramo dei combustibili, rispetto agli altri due fratellini. Connie, la madre, “era una donna colta e apprezzava cose che a suo marito non interessavano”. Come dire che di feeling fra i genitori manco pe’ gnente. Il nome Lucia? Dall’opera Lucia di Lammermoor. E questo fatto le ha procurato qualche fastidio perché “la gente pronunciava male il suo nome”. Attratta da Fincham, dalla sua bocca, dal suo modo di vestirsi. Per lei uno “strafigo”. Fincham, a sua volta, che ha una vita matrimoniale disgraziata (non se ne salva uno), ricambia l’interesse (anzi è proprio innamorato) e la chiama cameratescamente Arizona. Questa storia tra lei e Fincham si allunga a dismisura per tutto il libro con momenti più o meno espliciti “Le venne voglia di allungare una mano e toccare quella di lui, di accarezzarla. Ma non poteva. Continuarono a guardarsi, incapaci di staccare gli occhi l’uno dall’altra”; oppure “In macchina Lucia avvertì benissimo la tensione. La tensione erotica. Non osava guardare Fincham e con la coda dell’occhio vide che lui guardava dritto davanti a sé”; e ancora “Fincham e Dove non si mossero né dissero una parola. Poi lei si alzò e infilò la poltroncina sotto la scrivania. I loro sguardi si incrociarono, restarono avvinti e lei si sentì scossa da un lievissimo tremore”; “Continuarono a fissarsi e lei si sentì stringere lo stomaco dall’emozione. Allora abbassò lo sguardo”; “Lei lanciò un’occhiata a Fincham; Jack sembrava sul punto di esplodere e Dove si augurò che riuscisse a trattenersi”. E potrei continuare ancora con palpitazioni e dubbi fino a quando “Jack era sopra di lei” (finalmente! Non se ne poteva più…) con quel che segue. I curiosi ne sono resi edotti a pagina centosettantacinque. E nella pagina successiva lo scontato paragone “Non le era mai piaciuto il modo di baciare di Mike e facendo l’amore con lui non aveva mai provato lo stesso piacere che aveva provato con Jack”.
Pure dal pensiero dello stesso Mike si conosce qualcosa sulla personalità della nostra detective lady “Non gli era mai stata simpatica. Troppo indipendente”. E anche troia (pardon) perché si era fatta mettere incinta solo per avere un figlio. Un giudizio di Hutt, poliziotto di colore “Lucia Dove era una gran donna pensava Gill Hutt, e non solo perché l’aveva promosso. Hutt era intimamente convinto che non avesse davvero pregiudizi. In più era una persona leale e tosta. Ma certe volte proprio non ci arrivava”.
Spesso Lucia ripensa al passato, agli anni in cui frequentava le superiori, ai “casini” che aveva combinato. Si era fidanzata con Tom Foley, un tipetto poco raccomandabile secondo i suoi genitori con giubbotto di pelle e la moto Harley. Amante del vecchio cinema. Citati, tra gli altri, “Tragico destino” e “Il romanzo di Mildred” con Joan Crawford, una delle sue dive preferite. “Quella dei film d’epoca era una delle pochissime cose che avevano avuto in comune”. Riferito, naturalmente, all’ex marito. Molto occupata dal lavoro non si ricorda nemmeno da quanto tempo non esce con le sue amiche. Mangia spesso panini (hamburger con funghi trifolati) e beve birra. Per farsi capire spesso basta lo sguardo “fulminante” degli occhi. Secondo Fincham ha un istinto infallibile nel valutare una persona. Per riflettere meglio si mette seduta a letto, perché sdraiata non riesce a pensare bene. Non porta rancore e detesta doversi recare alla polizia di stato dove tutti “Si davano certe arie che sembravano la guardia a cavallo canadese”.
Una ventata di aria nuova? Diciamo una ventata.

Il thriller La stanza dei morti di Franck Thilliez, pubblicato dalla Nord editrice 2007, ha avuto un successo straordinario in Francia soprattutto per il passaparola. Bene. Tanto per cominciare la parola la passa pure il sottoscritto. Ora non voglio sbilanciarmi troppo come ha fatto Le Figaro Littéraire, che ha definito lo scrittore “Un talento indiscutibile”, ma è per me indiscutibile che il libro sia bene organizzato e che si legga volentieri. Insomma un buon libro. Che ha anche una discreta (nel senso della creazione artistica) protagonista, il brigadiere Lucie Henebelle del commissariato centrale di Dunkerque. E dunque viene proprio a fagiolo per la nostra rubrica.
Riassunto del contenuto ripreso dalla presentazione stessa del libro “Che ci faceva un uomo con una borsa piena di soldi, sul ciglio di una strada isolata nei pressi di Dunkerque? Vigo e Sylvain, due giovani informatici disoccupati sono in preda al panico dopo aver investito e ucciso lo sconosciuto. Cosa fare? Denunciare l’incidente alla polizia o prendere il denaro e fuggire? Due milioni di euro… Dopotutto non c’è nessun testimone. O almeno così credono. Ciò che i due non possono sapere è che quel denaro era il riscatto per il rapimento di una bambina e che il rapitore ha assistito all’incidente, quindi li ha visti… Toccherà a Lucie Henebelle, poliziotta ambiziosa e tormentata, con una segreta attrazione per i comportamenti deviati e i profili psicologici dei serial killer, mettersi sulle tracce del criminale, in una spasmodica corsa contro il tempo. L’indagine sarà una vera e propria discesa nell’inferno di una mente diabolica, in una sconvolgente spirale di dolore e violenza, sullo sfondo di uno scenario angosciante: la desolata provincia industriale del Nord della Francia”.
Passiamo al nostro brigadiere Lucie Henebelle: mamma di due bambine gemelle, lasciata dal marito (solita sfiga delle detective lady). Bionda, guance scarne, colorito cadaverico. Un po’ cicciotella. Certo non una presenza entusiasmante. Interessata alla psicologia “Lucie divorava quel genere di libri fin dall’adolescenza, chiusa in camera sua, ai tempi delle serate in discoteca e delle prime sigarette”. Ha ventinove anni. Torpori improvvisi, tavolette di cioccolato, un vizio ereditato da quando era incinta. Pistola Beretta. Anche lei, come Anna Travis in Dalia rossa di Lynda La Plante, Garzanti 2007, attaccata spesso al suo taccuino di appunti. Quando sa del caso viene presa da una “insana eccitazione”. Da una parte sembra quasi contenta “Si rimproverò all’istante. Come poteva provare soddisfazione se una bambina handicappata era stata appena assassinata?”. Dorme male, notti in bianco, incubi “Fauci di lupi, dita senza pelle, il sorriso del cadavere di una ragazzina”. Passione esagerata per i serial killer. Mal di testa. Petto piccolo (modesta seconda), sedere grande. Non si piace ma sente crescere l’appetito sessuale dentro di sé. Attratta dal tenente Norman dai capelli rossi. Mangia formaggio, lardo, cipolle (Dio mio!) e beve un boccale di Blanche de Bruges. Pratica di biblioteche e computer. A un certo punto fa un paragone che interessa i giocatori di scacchi (fra cui il sottoscritto) “Potremmo paragonare il “fattuale” al gioco degli scacchi al computer, mentre la coppia “fattuale/spirituale” al giocatore di scacchi ben più temibile”. Ma al suo collega Raviez non piacciono gli scacchi e la invita a lasciar perdere le sue considerazioni a ruota libera. Un altro spunto sugli scacchi (solo per i patiti del gioco) quando Vigo compra l’ultimo modello di scacchiera elettronica e alla fine del colloquio per avere un posto di lavoro. Dopo avere trattato male il suo interlocutore “Scacco matto. Il re è morto” sottolinea lo scrittore.
Pensa al futuro. Una volta finito tutto lei sarebbe ritornata nel dimenticatoio mentre i pezzi grossi avrebbero avuto tutti gli onori. Ricordi di ragazzina con le ore passate a guardare autopsie in diretta e quando andava a caccia con suo padre “per il puro piacere di vedere i conigli sanguinanti”. C’è qualcosa in lei che non va “Perché quella ricerca del male? Quel valico pericoloso? Cosa era ciò che le passava nel cervello e che lei stessa non riusciva a capire?”. Questa sua attrazione per il male meraviglia anche Norman che si trova di fronte a una donna del tutto diversa da come appare. Quando scoprirà la stanza dei morti eserciterà su di lei un fascino irresistibile “In quella stanza, l’orrore risplendeva in tutta la sua potenza. Era una scena che sfidava la logica dei sogni, l’ostilità degli incubi. La realizzazione della più bella delle follie”. Lottatrice accanita, sa difendersi con le unghie e con i denti. Non abbiamo l’incontro sessuale con Norman anche se viene evocato più volte. Due tagli alle mani nello stesso punto a metà della linea della vita. E si sono formate proprio in un momento particolare della sua vita.
L’assassino è un tassidermista-anatomista. Uno specialista che cerca non solo di conservare l’aspetto esteriore del corpo delle vittime ma anche di preservare una parte dell’organismo. Non mi era mai capitato di incontrare un tipo simile nelle mie svariate letture.
Qualche giudizio sul libro: “Avvincente romanzo” per Fabio Gambaro su “L’almanacco dei libri”, inserto di “La Repubblica”. Chiara Bertazzoni l’ha presentato su “Thriller Magazine” come “opera godibile”, di “piacevole lettura”, “ritmo serrato degno di un thriller” ma con alcuni punti in sospeso (non chiariti). Pino Cottogni sul portale di “Sherlock Magazine” ha scritto che porta “un vento nuovo nella narrativa” e “una freschezza tutta sua”. Aggiungo: un po’ di esagerazione nel voler meravigliare, colpire, sorprendere il lettore con capovolgimento delle attese; il solito metodo delle frasi in corsivo per presentare i ragionamenti interni; un po’ di esasperazione nelle elucubrazioni. E tuttavia si legge volentieri. D’altra parte se il successo arriva con il passaparola un qualche pregio ce lo deve avere per forza.
Quando uno dei disoccupati, Sylvain, incomincia a mordersi l’interno delle guance mi sono ricordato del bel racconto di Carlo Lucarelli Il terzo sparo in Crimini di Autori vari pubblicato dalla Einaudi stile libero 2005, dove la poliziotta Lara D’Angelo non fa che mordicchiarsi, appunto, le guance interne. Ma guarda un po’ dove ti porta la memoria!

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