Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Marzo 2018

Questa volta il mio saluto, la mia comprensione e il mio augurio va all’Italia bistrattata da tutte le parti. In bocca al lupo!

Lo sguardo del mostro di Ruth Rendell, Mondadori 2018.
“Non ne aveva mai parlato con nessuno. Quello strano rapporto, se si poteva definire tale, era andato avanti per anni, decenni, ma lui non si era lasciato sfuggire nemmeno una parola al riguardo. Aveva taciuto perché era consapevole che nessuno gli avrebbe creduto.” Si tratta dello “strano rapporto” tra l’ispettore capo Wexford e Eric Targo, assassino. Assassino, senza prove, ma così d’intuito per l’ispettore. Sparito da anni e ora ritrovato, improvvisamente, in Glebe Road, che scende da un furgone bianco…
Inizia la caccia, partendo dal “fatto” che lo aveva colpito al tempo dell’omicidio di Elsie Carroll, strangolata nella sua camera da letto, mentre il marito se la spassava fuori giocando a carte. Sul luogo del delitto aveva incontrato Targo (abitava nella stessa strada della vittima) con il suo spaniel al guinzaglio che lo aveva fissato a lungo. “È lui l’assassino, s’era detto allora, se lo ricordava bene.” Non l’aveva confidato a nessuno ma è giunto il momento di farlo con il suo vice Mike Burden. Poco convincente, però. Solo presunzione ma nessuna prova concreta. In seguito si erano ritrovati e incrociati, Targo con lo stesso foulard a coprire una brutta voglia sul collo e lo stesso modo di fissare come una sfida “tu non puoi far niente, ma io posso uccidere dove e quando mi pare…” Ed erano aumentate le morti violente e il sospetto con il giudizio affilato della signora Targo “Vuole più bene agli animali che alle persone. Anzi vuole bene solo agli animali, delle persone non gliene importa niente”.
Altra parte importante della vicenda il problema di Tamina Rahman, studentessa sedicenne di origini pakistane, che lascia improvvisamente gli studi. Si pensa, soprattutto da parte del sergente Hannah Goldsmith, che la famiglia la voglia costringere, secondo tradizione, a un matrimonio forzato. Il caso si fa più complesso quando si scopre un certo rapporto del “mostro” con la famiglia di Tamina e la ragazza sparisce.
Siamo in una società che sta decisamente cambiando, dove vivono molti stranieri di altra religione e di altre pratiche fuori dalla comprensione degli occidentali. Una convivenza sospettosa e difficile basata spesso su pregiudizi razzisti e riflessi condizionati.
Comunque molto della storia ruota intorno all’assillo continuo e insistente di Wexford. Fissazione o intuizione?…

La casa delle metamorfosi di Ellery Queen, Mondadori 2018.
Trenton, New Jersey. In una piccola birreria l’incontro tra un “giovanotto alto e snello, con un paio di occhiali a pince-nez appollaiato sul naso” e un altro giovanotto “non meno alto e magro.” Ovvero tra il nostro Ellery Queen e il vecchio amico Bill Angell. Solite frasi di circostanza, poi il colloquio verte su Lucy, la bella sorella di Bill, sposata con Joe (Joseph Wilson) sempre in viaggio per lavoro. Trovato in seguito, morente, dal fratello che aveva un appuntamento con lui in un capanno fuori città. Le ultime parole del morituro “Donna. Velo. Un velo fitto… sul viso. Non ho visto chi… Con un coltello mi ha…” Colpito al petto da un tagliacarte. Forse opera della signora o signorina vista fuggire terrorizzata dal capanno e saltare su una Cadillac.
Entrano in scena De Jong, capo della polizia di Trenton, ed Ella Amity del “Trenton News” che svolazza “da un gruppo all’altro come un’arpia”. Il problema è chi sia esattamente il morto. Il marito di Lucy che vive a Filadelfia, o il marito di Jessica Borden in Gimball che vive a New York? In effetti ci sono stati due matrimoni, uno nel 1925 e l’altro nel 1927. Non si tratta di un caso romanzesco di gemelli ma “uno squallido esempio di una doppia identità deliberatamente assunta dalla vittima”. Intanto si scopre una polizza sulla vita del morto da un milione di dollari che è stata cambiata.
Un “guazzabuglio infernale” per De Jong, e invece “la delizia di Padre Brown in persona” secondo Ellery che elargisce citazioni classiche (motti in latino, Cicerone e compagnia bella).
Andando al sodo abbiamo una doppia personalità del morto. Ma, dunque, l’assassino avrà voluto uccidere il marito di Lucy o il marito di Jessica?… Un bel dilemma. Per non svelare troppo al lettore dirò che De Jong accuserà qualcuno, ci sarà un processo esaminato nei minimi dettagli (grande scontro tra accusa e difesa) terminato con una condanna. Ma la sentenza non convince Ellery…
Indizi, reticenze, sospetti, un testimone che ha paura e che nasconde qualcosa, avvertimenti e minacce, dubbi, deduzioni, fino a quando “Tutto! Mio Dio ora è tutto semplice” esclama il Nostro. Secondo lui anche noi lettori abbiamo gli elementi necessari a risolvere il caso attraverso la famosa sfida. Ci siamo riusciti, abbiamo capito tutto quanto l’ambaradan, o è meglio seguire ancora “il giovanotto alto e snello” che ha radunato tutti i possibili sospettati sulla scena del delitto?
Seguiamolo. E ascoltiamolo. Così, tanto per vedere se l’abbiamo azzeccata. Ma sarà dura…

Pulvis et umbra di Antonio Manzini, Sellerio 2017.
C’è tutto in questo nuovo romanzo di Antonio Manzini. Tutto il necessario a costruire un plot di rilievo nel solco di una consolidata tradizione. A partire dal personaggio principale, il vicequestore Rocco Schiavone trasferito ad Aosta, burbero, cinico e diretto (fuma anche spinelli, “rottura di palle”, “rottura di coglioni”, “cazzo”, “sticazzi”, “ecchisenefrega” da tutte le parti), il cane Lupa a fargli compagnia, avvolto da un’ombra malinconica dopo la morte della moglie Marina con la quale spesso parla come se fosse ancora viva.
Continuando, poi, con la sua squadra tra cui spicca l’agente Caterina Rispoli, in crisi con il fidanzato e con un passato tremendo alle spalle che porta un po’ di luce nel buio di Rocco (ci saranno i salti sul letto?). Non manca il solito questore, e qualcuno ancora più in alto, a rompere gli zibidei (un classico).
Ma veniamo al sodo. Due casi: proprio ad Aosta l’uccisione di un trans, e a Roma un morto ammazzato con un foglietto scritto dove c’è il numero di cellulare del nostro vicequestore. Perché?… A questi si aggiunga la ricerca dell’amico Sebastiano che la vuole far pagare all’assassino di sua moglie.
Indagini difficili, complesse, sospetti, diffidenze e scontri fra colleghi, ordini inconcepibili dall’alto, la percezione di essere seguiti, spiati. Un’atmosfera pesante di “polvere” ed “ombra”, del passato e del presente, alleggerita da momenti di ironia e sorriso sparpagliati al punto giusto, magari attraverso il dialetto di qualche personaggio divertente. D’altra parte abbiamo di fronte una scrittura che si adatta a svariate circostanze e situazioni: leggera, profonda, malinconica, gioiosa, ironica, cinica, brutale, capace di mettere in rilievo le varie sfumature del sentimento. Personaggi vivi, concreti con le loro peculiari caratteristiche, gli entusiasmi e le fragilità, ricordi che si affacciano improvvisi a creare turbamento, passeggiate solitarie, incontri al tavolo di qualche ristorante, squarci di Aosta e, soprattutto, di Roma a rendere ancor più reale la vicenda.
Un viaggio nell’animo tormentato di un vicequestore già noto alla televisione. Colpo finale a sorpresa lungo la solita e consolidata tradizione. Ma, ormai, quello che soprattutto conta e fa la differenza tra gli autori di romanzi polizieschi, l’ho scritto e lo ripeto, non è tanto l’intreccio (difficile inventare qualcosa di nuovo) ma la scrittura. E qui ci siamo.

Spiluzzicature
Tempo d’oro per i morti di Charles Willeford, Feltrinelli 2018.
Siamo a Miami con il detective della squadra omicidi Hoke Moseley, personaggio indimenticabile per i suoi chili, la sua depressione e il continuo incasinamento. Naturalmente divorziato per non fargli mancare nulla. E bravo, in questo caso ancora uno svantaggio che gli affidano, per la sua bravura, appunto, un mucchio di casi irrisolti. Ora è alle prese con la morte per overdose di un ragazzo e con una matrigna che vuole portarselo a letto.
La sposa era vestita di bianco di Mary Higgins Clark e Alafair Burke, Sperling & Kupfer 2017.
Un caso particolare per la produttrice televisiva Laurie Mora, ovvero la scomparsa della giovane Amanda prima del matrimonio. Di mezzo una bella eredità che va al fidanzato Jeff. Ma che fine ha fatto la giovane? Per Laurie occorre un bel reality da girare proprio nel luogo del misfatto (giuro).
Aria mortale di Alfred Meyers, Polillo 2017
L’aria Caro nome del Rigoletto di Giuseppe Verdi non porta bene alla ormai decaduta cantante Marina Grazie. Siamo nel castello di un’isola deserta regalatole da un ricco industriale morto di crepacuore (la diva gli aveva preferito uno più giovane). Qui si siede al pianoforte e continua a cantare e ricantare l’aria del Rigoletto. Mortale, perché viene uccisa. E non sarà il solo delitto.
Cinque enigmi per Max Carrados di Ernest Bramah, Polillo 2018. Ovvero cinque racconti soprattutto per scoprire un investigatore dilettante dei tempi d’oro del mystery. Il già citato nel titolo Max Carrados che ha una peculiarità: è cieco. Ma per risolvere i cinque enigmi gli bastano gli altri sensi. Spiluzzicati in qua e là sembrano interessanti.
La bambola assassina di Hilda Lawrence, Polillo 2018.
Una ragazza orfana di entrambi genitori è felice di trasferirsi a Hope House, “un economico pensionato per ragazze”. Solo che lì scorge un viso che le mette paura (perché?). E dovrà partecipare a una festa in maschera dove tutte le ragazze saranno travestite da bambole di pezza. Il pericolo, lo avverte, aumenta. Certo succederà qualcosa di brutto…
Chi vuole conoscere una squadra investigativa di Dublino si becchi L’intruso di Tana French, Einaudi 2018. Antoinette Conway è la classica donna in mezzo agli uomini che viene maltrattata dai colleghi, ad eccezione del partner Stephen Moran. Un omicidio all’apparenza passionale che può essere sbrigativamente risolto, secondo gli altri. Ma la nostra è una ragazza tosta e l’uccisa nasconde qualche segreto.

Un giretto tra i miei libri
Ogni tanto è bene ritornare ai classici di un tempo che fu.
La talpa di Margery Allingham, Mondadori 2007.
“L’avventura che sto per raccontare è accaduta a me, Albert Campion, e sono certo di essermi comportato nella maniera più brillante, benché abbia corso il rischio di venire ammazzato… Cominciò mentre stavo facendo colazione.” R.I. Peters, detto il Babirussa, suo ex compagno di college, muore. Al tempo stesso, Campion riceve una lettera anonima in cui si parla del defunto e di una misteriosa “talpa”. L’investigatore dilettante partecipa alle esequie di Peters, ma cinque mesi dopo la polizia chiede il suo aiuto per risolvere il caso di un’altra morte sospetta. E il cadavere è quello del Babirussa…”.
Quindi due Babirussa morti ammazzati (del primo lo si verrà a sapere più tardi), il secondo conosciuto con il nome di Harris il cui corpo scompare; strane lettere anonime inviate a Campion in cui si fa cenno a una “talpa”; l’arrivo improvviso della fidanzata del secondo Babirussa, e poi uno spaventapasseri che non è uno spaventapasseri ma un uomo anch’egli morto ammazzato, e ancora veleni e altri intrecci degni di Margery Allingham.
Albert Campion ficca il naso dappertutto come gli fa notare Lugg, suo domestico “un magnifico miscuglio di ingegnosità e di coraggio fuori luogo”. Ha “l’aspetto di un soldataccio travestito da borghese”. Ancora da Lugg “Lei si sta dando tante di quelle arie col suo “lasciatemi-stare-perché-sono-intelligente” che mi urta i nervi”.
Ricordi di Campion quando era al college con Babirussa “Gran bravi ragazzi, eravamo, di una bontà esemplare: una volta il Babirussa mi tolse dal petto cinque centimetri quadrati di pelle con un temperino arrugginito, per marcarmi come uno schiavo. Piansi disperatamente, poi gli diedi un calcio nel ventre e, e allora lui mi mise su un becco a gas, non acceso, s’intende, finché non rimasi quasi asfissiato”. Ironico. Di fronte al corpo di Babirussa “Provavo un senso di compassione, ma pensai che lui aveva conservato le sue antiche tendenze a procurare fastidi”. Per natura calmo come ci fa sapere lui stesso. Così come lui stesso ci fornisce il suo metodo di indagine “Purtroppo non sono come quei cani che scovano la selvaggina al fiuto; la mia mente non lavora come una macchina calcolatrice che prende i fattori a uno a uno mentre compie il suo lavoro. Io assomiglio piuttosto a quei tipi che vanno in giro con il sacco e il bastone per frugare dappertutto. Raccolgo tutte le cianfrusaglie che trovo, e quando torno a casa per fare colazione vuoto il mio bottino e lo riordino”. Si ferma ogni tanto a riflettere su quei momenti per riconoscere i suoi errori di valutazione. Quando sta per decidere di non proseguire le indagini avviene un fatto inatteso che gli fa cambiare idea. Il massimo della rabbia “Taccia! – le intimai più bruscamente di quanto avessi voluto”. E quando si impaurisce si impaurisce davvero “Rimasi immobile per un istante, in preda a tutti i ridicoli timori dell’infanzia” e il cuore gli batte forte. In seguito “Pensai alla profonda oscurità che ci circondava, ai prati, ai fossati neri, ed ebbi paura”. Simpatia per Poppy, una locandiera sopra la cinquantina con gli occhi azzurri, la bocca grande “e una corona di folti riccioli grigi”.
Il primo libro in cui compare Albert Campion è Crime at Black Dudley del 1929 e qui il nostro non è ancora il detective privato che abbiamo conosciuto ma uno che cerca di sopravvivere con ogni mezzo. Anche illecito, senza esagerare. Un po’ furbetto e finto tonto tanto da essere considerato a prima vista “pazzo” e “inoffensivo”. Poi mette la testa a posto e vive con questo Lugg (il nome è troppo difficile) anche lui con trascorsi poco nobili (ex scassinatore), piazzandosi proprio sopra a una stazione di polizia nei pressi di Piccadilly Lane, in modo da offrire i suoi servigi come consulente a Scotland Yard. E ci riesce piuttosto bene.
Prosa gradevole, spigliata, ironica tipica di quasi tutti gli autori del gentil sesso (come si diceva una volta) questa di Margery Allingham che già a sette anni sferruzzava gradevolmente con la penna. E continuò a sferruzzare gradevolmente per tutta la vita.

Non so se capita anche a voi. Di rileggere un libro. Dalla prima all’ultima pagina e di trovarlo ancora più bello. A me è capitato e capita ancora oggi. Come è successo con La tavola fiamminga di Arturo Pérez-Reverte, Il Saggiatore 2008.
Dunque un antico quadro fiammingo del XV secolo e una frase enigmatica “Quis necavit equitem?”, ovvero “Chi ha ucciso il cavaliere?” a caratteri gotici venuta alla luce per mezzo di raggi infrarossi durante il restauro da parte di Julia. Il quadro ritrae una partita a scacchi (questo è anche il suo titolo) tra un cavaliere assassinato e il suo principe che, forse, è addirittura il mandante dell’omicidio. La chiave del mistero sta nel ricostruire a ritroso, attraverso cioè una analisi retrospettiva, tutta la partita. E questo può essere fatto con l’aiuto dell’esperto di scacchi e di matematica Munõz. Un personaggio singolare dall’aspetto dimesso (a Julia sembra “un anonimo impiegato”) che nutre una estrema fiducia nelle leggi della Logica (messe bene in rilievo da Carlo Toffalori nel suo Il matematico in giallo, Guanda 2008). E che tira fuori la frase, ormai diventata famosa, “Io direi che, più che con l’arte della guerra, gli scacchi hanno a che fare con l’arte dell’omicidio”.
Il passato entra poi prepotentemente nel presente attraverso una serie di orrendi delitti che sembrano essere collegati a questo ritrovamento e coinvolgono la giovane Julia. E dal fatto che l’assassino vuole continuare a giocare l’antica partita. Una partita particolare in cui gli stessi personaggi diventano i pezzi degli scacchi.
“Quis necavit equitem?” ritorna più volte, direi rimbomba più volte, lungo tutto il romanzo anche quando non viene menzionata, per mantenere un’atmosfera di mistero, coinvolgente e a tratti quasi gotica. Julia ”Era davvero intrigata dal quadro e dall’iscrizione nascosta; ma non si trattava solo di questo. La cosa più sconcertante era che, allo stesso tempo, provava una strana apprensione. Come quando era piccola e in cima alle scale di casa doveva farsi forza per affacciare la testa dentro il solaio buio”. Oppure “Ma la paura che Julia aveva appena scoperto era diversa. Nuova, insolita, sconosciuta fino ad allora, maturata all’ombra del Male con la M maiuscola, iniziale di ciò che sta all’origine della sofferenza e del dolore”. Infine “Julia guardò innanzi a sé, continuando a camminare. Tutti i suoi muscoli lottavano contro la necessità imperiosa di mettersi a correre, come quando era piccola e attraversava l’androne buio di casa sua, prima di salire d’un balzo le scale e bussare alla porta”.
La parte finale, quella dello smascheramento dell’assassino, lascia un po’ a desiderare. Ma non si può avere tutto. Stile sicuro, deciso, ritmo serrato. Da vero scrittore.
Il “New York Times” lo giudicò alla sua uscita “geniale, elegante, sofisticato”. Io lo considero un buon libro. Buono davvero.

Patrizia Debicke (la Debicche)
L’ultima scelta. Il colonnello Arcieri e l’inverno della Guerra fredda di Leonardo Gori, TEA 2018.
Roma, gennaio 1970. Il colonnello Bruno Arcieri, la settantina all’orizzonte, ormai a fine carriera (in realtà sarebbe già in pensione), è arrivato a Roma la settimana prima per consegnare una borsa ricevuta a Milano e che conteneva pericolose carte collegate alla strage di Piazza Fontana. Ha una nuova vita affettiva, si è trasformato in una ristoratore, in un intenditore di musica moderna, ha nuovi interessi, nuovi amici… Quella sortita romana dovrebbe essere l’ultimo debito da pagare al suo passato e invece, prima di poter tornare a Firenze, viene convocato segretamente dal maggiore Bertini, alto dirigente dei Servizi.
Arcieri conosce Bertini, lo ritiene pulito e proprio per questo lo sta a sentire, mentre gli chiede di prendere parte a un’ultima operazione. Pare che una fonte dell’Ovest intenda cambiare campo e cedere informazioni utili a smantellare il nocciolo duro dei cosiddetti “Servizi deviati”, ma questa persona, un americano, si fida di Arcieri e tratterà solo con lui. Arcieri dovrebbe incontrare un intermediario fidato e, per suo tramite, entrare in contatto con il “traditore” e valutarne l’attendibilità. Quando accetta, viene condotto con la sua macchina in una villa semiabbandonata nelle colline senesi dove una sua vecchia conoscenza, Nanette, gestisce un pensionato per studentesse straniere. Là incontrerà la sua fonte, l’agente Zero. Per presentarsi meglio, la spia americana rivela subito di essere appoggiato anche dai servizi israeliani, e dunque raccomandato da Elena Contini, grande, giovanile e mai dimenticato amore del colonnello, che gli manda un segno facendo leva sul loro passato per coinvolgerlo. L’importante informazione che Zero vuole vendere a Bertini, che dovrebbe permettergli di incastrare i  servizi deviati, è il progetto di rapimento di un famoso politico italiano. Bisogna impedirlo. In un primo tempo Bruno Arcieri rifiuta di partecipare all’azione, però alla fine, anche se sa che è pericoloso fidarsi, accetta di partecipare alla rischiosa operazione, forse l’ultima della sua carriera. Il suo senso del dovere ma soprattutto i ricordi hanno avuto la meglio, costringendolo a infilarsi in una trappola premeditata, con tutti i servizi coinvolti che fanno il doppio gioco, in un contorto e terribile intreccio di interessi. Tra agenti doppi, la presenza di due strani hippy tedeschi, informazioni riservate, oscuri e stravaganti personaggi e alle prese con i suoi vecchi fantasmi, Arcieri si trova a fronteggiare un caso complesso, dove tutto e tutti riservano minacciose sorprese. Ma lui, Bruno Arcieri, perché l’ha fatto? Per Elena! Per Elena Contini che in passato non ci ha pensato due volte a voltargli le spalle e che, anche adesso, sembra più lontana che mai.
Con  il freddo e la neve che fanno da bianco e silenzioso sudario a questo gelido romanzo invernale, Leonardo Gori ci ha descritto un Bruno Arcieri invecchiato, inquieto, incerto, spesso costretto ad affrontare scelte esistenziali che lo provano psicologicamente. Tirate le somme, un uomo stanco posto davanti a un bivio cruciale, perché deve fare i conti con certi ricordi che sono in grado di stravolgere la sua nuova stabilità faticosamente conquistata e gli impongono una scelta, l’ultima, forse quella definitiva…
Per fortuna Arcieri può sempre contare sull’amicizia, l’appoggio e il buon senso del granitico commissario Bardelli, sull’acume, sugli occhi e le orecchie ben aperte e la gratuita lealtà del maresciallo Guerra, mentre Daniele, dall’incerto futuro, che come una piuma al vento regge un ambiguo timone, Bertini e altri pilastri romani che sembravano punti fermi, ora sono in bilico e poi sfumano, scompaiono? Notevole l’atmosfera, gradevolmente new-age, della villa diroccata vicina a Siena, collegio per fanciulle finlandesi guidate da Nanette, la vecchia puttana, collega e amica da una vita di Arcieri, con la cucina arricchita dai piatti densi di aromi esotici e dalla presenza di Max, un incredibile cuoco, allievo nientedimeno di Ho Chi Min (che lo era stato di Escoffier) chef per anni in un ristorante milanese “La trattoria della Pesa”, (dove gli increduli troveranno ancora attaccato al muro il suo ritratto) prima di tornare in oriente, e dopo vicissitudini, guerre e  guerriglie, guidare il Vietnam del nord con implacabile fermezza fino al 1969.
Grazie Leonardo, alla prossima.

Altri libri indicati dalla nostra Patrizia
Sesso e apocalisse a Istanbul di Giuseppe Conte, Giunti 2018.
Il titolo anticipa tutto della trama del romanzo ambientato a Istanbul, anche se parte dall’Italia, o meglio da Genova, da dove arriva con un volo della Turkish Airlines il protagonista maschile della storia, Giona Castelli. Castelli, ex libraio genovese costretto a chiudere la sua attività a seguito della crisi nel 2015, venti giorni dopo accetta supinamente l’invito a passare un lungo fine settimana a Istanbul. Chi l’invita e lo ospita è Veronica Solari, detta Vero, con la quale da mesi ha una bollente relazione segreta… Il libro rispecchia l’inaudita violenza di un’attualità dove sesso e morte si tengono per mano e talvolta l’assoluta rinuncia all’io costringe gli individui a porsi sui cruenti altari di folli e astrusi ideali di sacrificio in nome della religione. Un libro tutt’altro che facile, con descrizioni di particolari sordidi e crudeli, ma che si fa leggere.
Castigo di Dio di Marcello Introna, Mondadori 2018, è il secondo romanzo di Introna, uscito con Mondadori dopo Percoco (prima comparsa per la casa pugliese Il Grillo nel 2012 e ripubblicato da Mondadori l’anno scorso). Anche questa volta, come per il suo Percoco (un’efferata carneficina tratta dai fatti di cronaca della città, Bari, ambientata negli anni 50), Marcello Introna si ispira a fatti di cronaca nera avvenuti sempre a Bari ma stavolta alcuni anni prima, durante la caduta del regime fascista. Non mancheranno dunque angosce, soprusi e orrori a danno dei personaggi e dei luoghi nella trama di Castigo di Dio. Tutto ricostruito con cura per narrare una storia avvincente, che bagna nella corretta ricostruzione storica della una città pugliese, lontana nel tempo – siamo nel 1943 – corredata dalle rivelazioni dei fatti nascosi, delle turpitudini che, coperti da una mafiosa complicità dall’alto, venivano commesse nella “Socia”, il grande conglomerato urbana così chiamata che sorgeva in piazza Luigi di Savoia.
La nostra Patrizia ha scritto anche un manuale (Come si scrive un romanzo storico, Delos Digital, 2018) su come scrivere romanzi storici con esempi pratici.
Inarrestabile!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Giù le zampe dal mio oro! di Elisabetta Dami, Piemme 2015, nell’adattamento di Geronimo Stilton.
Natura disastrata: alberi che perdono le foglie, acque inquinate, erba che non cresce. Chi ha causato questo grave danno?…
Siamo nell’isola dei gatti (sì, avete capito bene). I gatti hanno inventato una macchina per trasformare tutte le cose in oro che inquinano moltissimo. Geronimo li vuole fermare perché ama la natura. Un giorno entrano nella sua casa e gli rubano un sacco di oggetti: padelle, posate, piatti, bicchieri… e li trasformano in oro. I poliziotti, sempre gatti naturalmente, vengono a sapere del grave danno e… ce la faranno ad arrestare gli altri gatti sciagurati?…
La natura va difesa!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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