L’intruso (Le gialle di Valerio 149)

Tana French
L’intruso
Einaudi, 2018
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-boiled

Dublino. Una settimana del gennaio 2015. La poliziotta 32enne single Antoinette Conway, pelle bruna (sangue “misto” da parte del padre, mai conosciuto), capelli neri e lucenti, occhi infossati e zigomi alti, forte e intuitiva, dura e guerriera, bella casa a schiera in stile vittoriano (con un pesante mutuo), Audi TT nera del 2008 (pure presa a rate), cuoca al microonde, longilinea in forma, da due anni lavora alla Omicidi nel Durbin Castle (prima alle Persone scomparse). Da quattro mesi ha come partner il 33enne allegro ciarliero piacione Steve Moran (prima ai Casi freddi), gambe lunghe e spalle strette, capelli arancioni, anche lui single. C’erano state poche donne prima in squadra, forse una mezza dozzina, alcune andate via da sole, altre indotte a farlo, lei adesso è l’unica in mezzo a più di venti uomini ed è partita col piede sbagliato. Finora si è dovuta occupare prevalentemente di omicidi domestici, le hanno costruito addosso una brutta reputazione, subisce frequente bullismo di lazzi e scherzi, reagisce con astio e scontrosità verso i colleghi, si guarda sempre le spalle convinta che tutti la scansino o la boicottino. A sorpresa, appena finito un turno, il capo O’Kelly chiede ai due di andare sulla scena di un crimine. Antoinette capisce subito di aver già incontrato la bella vittima, ora che assomiglia a una Barbie uccisa. Si tratta della giovane Aislinn Gwendolyn Murray, pare aspettasse qualcuno a cena, si era messa alla grande e aveva preparato per due. Scoprono che mostrava un nuovo interesse amoroso e forse aveva un amante segreto, fra l’altro da anni continuava la ricerca avviata dalla madre (poi morta) su come e perché il padre fosse scomparso. E un bieco giornalista comincia subito a criticarli, mentre qualcun altro depista le indagini.

Tana French (Burlington, Vermont, 1973) ha studiato in Irlanda e ha girovagato anche come attrice, prima di divenire un’autrice di successo; il sesto romanzo della serie dedicata alla Squadra Omicidi di Dublino (iniziata nel 2007) conferma notevoli qualità letterarie. Il primo ringraziamento finale appare una sottolineatura chiave: “Stavolta più del solito, devo un grosso grazie a Dave Walsh, le cui conoscenze del mondo dei detective mi hanno dato tutto ciò che in questo libro è basato sulla vita reale e nulla di ciò che non lo è”. Non conosciamo Dave, ma l’imprinting della narrazione (in prima al presente) sono i succosi dialoghi fra colleghi, anche nelle riunioni per fare il punto e dividersi il lavoro, e i lunghissimi interrogatori di sospetti, più ancora che le semplici procedure o l’antipatica discriminazione verso una donna. La cura psicologica nel fare domande e nel costruire un percorso per giungere a risposte utili è mostrata in centinaia di pagine, con lento acume, senza mai scene cruente. Del resto, la protagonista è un’intrusa in una comunità maschile autoconvinta che si tratti proprio di un mestiere macho. La vittima cresce come un’intrusa nella vita sociale e chi la uccide sembra un intruso rispetto alla sua vita pubblica. Né mancano altre trasgressioni (The Trespasser è il titolo inglese), la vita è tutta un’intrusione, Antoinette sa che i poliziotti corrotti esistono (anche se qui sembra sia forse una falsa pista) e che i siti di appuntamenti sono rispettabili solo per chi è lì per affari (evidenziando altrimenti troppa poca autostima). Il rischio è sempre quello della troppa introspezione: tanti sono sospetti e troppi pascolano la mente in decine di ipotesi fantasiose, rovinandosi pensieri e vita, nel romanzo un po’ tutti i personaggi. Vino di scarsa qualità, meglio champagne e liquori. Aislinn ascoltava Beyoncé, prima di mettere musica d’atmosfera e accendere la candela profumata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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