L’agente del caos (Le gialle di Valerio 154)

Giancarlo De Cataldo
L’agente del caos
Einaudi, 2018
Noir

Roma, Londra e Usa, prevalentemente. Oggi e prima. Un affermato scrittore italiano è alla ricerca di motivazioni e trama per il nuovo libro, pressato dall’editore, incerto su tutto. Viene contattato dall’avvocato americano Alwyn Flint, che ha sfogliato l’edizione inglese del precedente romanzo Blue Moon, una buona combinazione di finzione letteraria ed elementi veritieri. Il protagonista era realmente esistito, Jay Dark, un’avventurosa vita di spia, considerato un trafficante dalla DEA, almeno undici lingue parlate in modo fluente, oltre venti identità assunte in svariati contesti geopolitici, arrestato in Italia e detenuto per 4 anni, poi scomparso, forse morto, potendo lasciare così libero sfogo al fertile contributo di personaggi immaginari (un poliziotto e un giudice, soprattutto) e a intrecci storici (come il caso Moro). L’avvocato spiega di curare gli interessi della Fondazione Fire of Chaos, istituita anni prima da Dark. Dopo qualche preliminare, lo invita a scrivere una nuova biografia, con meno invenzioni possibile e ispirata alla più grande carenza del romanzo: “il caos. Manca il caos”. Si vedono e ne discutono in italiano, Flint spiega che lui c’era e gli fornisce via via notizie e interpretazioni, superando ricorrenti incertezze e abbandoni dello scrittore, inviando pure video e altri materiali. Il nome di Dark sarebbe stato Jaroslav Jaro Darenski, nato verso il 1940, cresciuto a Williamsburg e Manhattan, padre straniero sconosciuto, madre sempre ubriaca, secco e pallido, poco socievole, ben presto ladro per mestiere e lettore di dizionari e volumi in altre lingue per passione, arrestato e internato, fino all’incontro col dottor Kirk, il teorico del caos, che ne intuisce e verifica i funzionali “doni” (enormi capacità d’apprendimento, insensibilità alle droghe) e lo “manovra” per almeno un decennio. Poi si gestisce da solo.

Nuovo bel romanzo per lo scrittore giudice Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), molto ben influenzato dalle recenti attività di sceneggiatura e regia. Visionari e visioni travolgono tanto la realtà quanto la finzione, attraverso una narrazione che corre su più binari dello stesso binomio. Il principale è la prima persona, lui anonimo famoso scrittore contemporaneo, con frequenti acuminate dubbiose riflessioni di fronte alla scrittura civile e al mercato editoriale. Poi ci sono i dialoganti incontri (innaffiati da whisky e rhum) con quello strano avvocato che fa impertinenti domande personali (e una certa autobiografia irrompe nelle risposte narrate) e sembra essere stato in qualche modo accorto testimone di ogni episodio, conoscendo pure i migliori ristoranti e vini italiani. La ricostruzione dei passaggi cruciali nell’esistenza di Dark diventa così (per la maggior parte dei capitoli, evidentemente suggeriti dall’avvocato e rielaborati dallo scrittore) biografia in terza persona al passato, i fatti dall’esterno, il romanzo della sua (vera) vita, alternando movimenti ed eventi storici (il progetto clandestino CIA Mk-ultra, la rivolta di Watts contro il potere bianco, la Wholly Communion di poeti e artisti beat), foto versi video rintracciabili sul web o inventati di sana pianta (plausibile comunque che altri tirassero le fila), personaggi reali in situazioni verosimili (a esempio Timothy Leary, Andy Warhol, Ronald Laing). Jaro diventa Jay, principale agente del caos nel mondo anglosassone degli anni sessanta, settanta e ottanta, imperniando attività e complotti intorno alle droghe psichedeliche, Lsd in primis (oltre all’autoprodotta pillola Kaos). In mezzo il 1968, l’anno del caos, ça va sans dire. Come previsto lo scrittore è invaghito di Leonard Cohen, il già nazista Kirk di Carmina Burana, Händel, Mozart, Flint dell’opera lirica. Buona musica non manca mai.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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