Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2018

(Buona Pasqua!)
In un momento di esaltazione artistica mi sono portato al gabinetto un libro su Siena, per ricordare e riammirare certi tesori già visti, partendo dai capolavori di Duccio Di Buoninsegna, ovvero dalla sua splendida Maestà (1308-1311) nel museo dell’Opera del Duomo. Continuando con l’altra Maestà (1312-1315) di Simone Martini e così via attraverso le opere di Pietro e Ambrogio Lorenzetti e di Domenico Di Giacomo Di Pace detto il Beccafumi fino a produrre un mirabile impasto di fremiti corporali e intellettuali. Stavo ammirando e decifrando la Allegoria del Buono e del Cattivo governo quando un Fabiooooo!!! a tutta voce mi ha fatto sobbalzare. Tirata di sciacquone e via. Non si può stare tranquilli nemmeno al gabinetto.

Prima di beccarmi I guardiani di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2017, sono andato in giro per internet a trovare qualche commento. E di commenti ce ne sono stati. Favorevoli e negativi. Anche molto negativi, se qualcuno non è riuscito nemmeno ad arrivare in fondo al libro. Perché?…
Un tradimento. Il libro è stato sentito come un tradimento alle aspettative di certi lettori che non vedevano l’ora di riprendere in mano le storie del commissario Ricciardi e dei famosi Bastardi di Pizzofalcone. Con I guardiani de Giovanni si è buttato decisamente su una riva opposta a quella conosciuta, una riva in genere poco amata o, almeno, non troppo amata: il fantasy (l’autore lo definisce un fanta-thriller). Un salto pericoloso, esagerato. Una novità, troppo “novità” per diversi suoi sostenitori.
Ma io vi invito a leggerlo, a non stare ancorati sempre sullo stesso terreno, a non aver timore dei cambiamenti. Tra esoterismo, riti e passaggi segreti, mistero e scoperta, la scrittura di de Giovanni è lì che vi prende per mano e vi conduce, a ritmo sostenuto, attraverso una Napoli magica, misteriosa e inquietante.

Sull’adorato Giallo Mondadori alcune cose interessanti. Intanto l’inedito La casa dell’oscurità di Ethel Lina White, una delle scrittrici famose dei famosi anni Trenta dai cui capolavori sono stati tratti film diretti da registi come Alfred Hitchcock e Robert Siodmak. Siamo al civico 11 di India Crescent, a Rivermead. “La casa era stata sbarrata, chiusa a chiave e resa totalmente inaccessibile oltre undici anni prima.” Una casa da brivido, da paura, dalla quale arrivano strani rumori, “scricchiolii, rimbombi, colpi di vario tipo.” Ascoltati con tremore dalla diciannovenne Elizabeth Featherstonhaugh (spero di averla scritta correttamente) che vive nella casa adiacente come governante di Nigel Pewter, generale a riposo. Ragazza che sarà al centro della storia, tutta presa dalle sue ossessioni, vere o false, e dal tenere a bada i due figli di Nigel (anche questi avranno una loro importanza). Sempre con il pensiero rivolto agli insegnamenti della nonna che vengono ad aiutarla nei momenti di crisi. Spunti: amore e morte, l’uomo nero, passaggio segreto, tensione, paura. “Un gioiello di suspense” come evidenziato in copertina, tradotto magnificamente da Mario Boncompagni.

A seguire Il caso Sandrine di Thomas H. Cook
In prima persona durante il processo che lo accusa. Che accusa lui, Samuel Madison, docente del Coburn College, della morte della moglie e collega Sandrine (studiosa di Cleopatra) per un mix di farmaci e vodka. Niente suicidio, come si era pensato in un primo momento, ma omicidio. Ovvero rischio di pena capitale. Un ripensamento sulla sua vita, sul matrimonio, sulla moglie, sui suoi comportamenti indecifrabili, sulle sue frasi enigmatiche, sull’ultimo giorno in cui l’aveva vista viva (si era ammalata di SLA), mentre il pubblico ministero Harold Singleton lo accusa e l’avvocato ebreo Mordecai “Morty” Salberg lo difende. Mentre i testi salgono al banco dei testimoni per il giuramento…
Poi la vita con la figlia Alexandra, i loro scontri, i ricordi che si affacciano alla mente, passato e presente che si mischiano e accavallano insieme. Qualche spunto, qualche particolare nella stanza della morta, una candela accesa, una guida turistica, e ancora processo con i testimoni che si alternano, battaglia serrata fra accusa e difesa, il tradimento di entrambi, un libro particolare che può essere usato come arma d’accusa…
Dubbi, assilli, timori, incertezze, cambi di prospettiva che affascinano e attraggono inesorabilmente il lettore. Chi era veramente Sandrine? E chi è veramente Samuel Madison? Chi l’ha uccisa? Via, veloci verso la fine. Un capolavoro di tecnica narrativa (giù il cappello). Tradotto con la solita arte da Mauro Boncompagni.

Ancora con La notte è per le streghe di A.A. Fair
A.A. Fair è uno degli pseudonimi di Erle Stanley Gardner, l’inventore di Perry Mason, tanto per capire con chi abbiamo a che fare. L’inizio è complicato e bizzarro, dunque intrigante. Al sodo, Bertha Cool, donnone dai modi spicci, ha un’agenzia investigativa con il socio Donald nel frattempo arruolato in marina. Un rappresentante di commercio le propone di recuperare dei crediti. Niente di particolare se il debitore da cui occorre incassare il denaro non fosse lui stesso… Continuo sfruttando la quarta di copertina che riassume bene tutto il guazzabuglio “Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.”…
Ritmo veloce, movimento, capitoli brevi, dialoghi spigliati, sorriso, ironia sparsi sulle situazioni e sui personaggi fra cui giganteggia il citato donnone (sibila, urla, sbuffa, ha la voce tonante…), una specie di farsa nella tragedia, un guazzabuglio micidiale e mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura. Traduzione all’altezza di Sem Schumpler.

Da non perdere lo Speciale Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr ed Ellery Queen con introduzione succosissima di Mauro Boncompagni. Praticamente due romanzi ed un racconto basati sul “dying message, il messaggio che l’individuo in punto di morte lascia al detective o al testimone perché il suo decesso non resti impunito…” Ma ci ritorneremo la prossima volta.
Sul Giallo Mondadori già pubblicati tre excursus nelle mie “Lunghine”: la prima parte, la seconda e la terza.

La figlia modello di Karin Slaughter, Harper Collins 2017.
Sono sincero, l’ho letto perché avevo voglia di fare piazza pulita di tutte le recensioni encomiastiche che avevo trovato in giro. Soprattutto di quelle in cui c’è “il fiato sospeso dall’inizio alla fine.” Così, tanto per ritornare il rompipalle di un tempo che fu.
Ma non posso. Il libro merita e il tempo che fu non c’è più. Al sodo: giovedì 16 marzo 1989 dramma familiare a Pikeville in Georgia. Due uomini mascherati irrompono nella casa dei Quinn per farla pagare a Rusty, avvocato difensore anche dei più spregevoli criminali (tutti, per lui, meritano un processo equo). Non trovandolo, uccidono la moglie Gamma, seppelliscono viva la figlia Samantha (Sam) di quindici anni, mentre l’altra figlia Charlotte (Charlie) di tredici anni riesce a fuggire.
Ed eccoci ad oggi con un salto temporale di ventotto anni. Charlie è diventata un avvocato difensore che lavora nello stesso ufficio del padre; Sam, riuscita miracolosamente a salvarsi, vive a New York cercando successo nel diritto dei brevetti. Ma un altro fatto luttuoso, una sparatoria nella scuola del luogo da parte di una ragazza con problemi mentali, di cui Charlie è testimone, le farà ritrovare con tutti i drammi che si portano appresso.
Donne forti e fragili allo stesso tempo, alla ricerca di qualcosa, di un po’ di felicità che sfugge continuamente perché il passato riemerge come una ferita mai chiusa, mentre la violenza e il male si annidano dappertutto. Personaggi vivi, intricati, difficili, psicologicamente credibili, scene forti, crude, sanguinolente, ammorbidite in qua e là da un certo leggero umorismo senza scadere nel truculento pornografico. La complessità della vita, la maledetta complessità della vita, dei rapporti con gli altri e con se stessi irrompe in queste pagine, orchestrate, devo dire, in maniera superba. E anche questa è diventata una brevissima recensione encomiastica. Acc…

Spiluzzicature
Chi vuole conoscere il Leonardo Sciascia in versione giallofilo è uscito, ripubblicato da Adelphi, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo. Dal quale si evince la sua netta antipatia per l’hard boiled americano (salva Hammett insieme a Chandler), compresa quella banda di malloppi di altra provenienza tutti movimento e sangue. Ammira, invece, il Maigret di Simenon, della cui umanità e competenza professionale, traccia un profilo esaustivo.
Ricevuto come regalo per la festa del Papà, ho cominciato a spiluzzicare Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018. La famosa coppia, l’ispettrice Petra Delicado e l’inseparabile vice Fermin Garzón, si trovano di fronte ad un problema purtroppo tragicamente attuale: il femminicidio. Caso difficile anche perché costretti ad indagare insieme ad un giovane della Catalogna (altro problema attuale nella Spagna) eccessivamente rigido e pedante. Ci risentiremo alla prossima.

Un giretto tra i miei libri
Oggi facciamo un bel tuffo a ritroso nel tempo. Più precisamente al 1923, quando uscì The Groote Park Murder di Freeman Wills Crofts, riproposto lodevolmente da Odissea Mystery con il titolo La tela del ragno.
Manca ancora un anno alla nascita del più noto ispettore French di Scotland Yard che si oppone a tutta la serie di segugi genialoidi del tempo e si presenta come l’esponente della cosiddetta tendenza realistica nata all’interno del romanzo poliziesco. Qui abbiamo, invece, l’ispettore Vandam, coadiuvato dal sergente Clark, che lavora (udite, udite) nella città di Middeldorp nel Sudafrica e che anticipa alcuni aspetti della personalità e del modo di operare del più famoso French.
Primo spunto: amabile nel rapporto con gli altri il che “lo rendeva l’idolo dei suoi subalterni”. Ciò non lo esime dal fare subito una lavata di capo al sergente “Impari a non trarre facili conclusioni” per non avere esaminato accuratamente gli elementi del caso. Secondo spunto: osservatore attento e minuzioso, lavoratore instancabile “Quando Vandam era sulla pista di un caso nuovo non aveva più riposo: per lui non esistevano più né notte né giorno, viveva in un continuo stato di eccitamento”. Si accontenta anche di un panino imbottito. Coscienzioso all’eccesso interroga anche quelli che non ci sono, tanto per fare una battuta. Ragiona, riflette e rimugina sui fatti in continuazione cambiando opportunamente le sue valutazioni se arrivano gli imprevisti (e non sono pochi). Del tutto simile, quanto a solerzia e meticolosità, l’ispettore Ross di Edimburgo, protagonista della seconda parte delle indagini che si svolgeranno in Scozia.
In breve: omicidio che sembra un suicidio, possibile assassino fuggito, un sacchetto di sabbia, un martello, una signorina-fidanzata attratta dai diamanti, lettere su lettere, calligrafie falsificate, travestimento, orari di tutti i tipi che saltano fuori ad ogni piè sospinto, uno spaccato sul processo in Inghilterra, un inabissarsi nella mente degli ispettori con il colpo finale a sorpresa.
Anche lo stile si adegua ai due personaggi e viceversa. Niente voli spettacolari e sobbalzi di sorta ma un continuo, lento ed incessante descrivere ed accumulare particolare su particolare. Una prosa, praticamente una cronaca, che può apparire grigia al primo impatto ma che poi sorprende per la sua capacità di entrare nel profondo delle cose. Ti intriga, ti avvolge e ti cattura. Come la tela del ragno.

La tomba di Alessandro di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2010.
Questa volta non si tratta di scoprire il colpevole di un omicidio o il mistero della sparizione di un uomo. Si tratta, invece, di scoprire quello della sparizione di un cadavere. Meglio ancora di un cadavere con annessi e connessi. Ergo della sua tomba. E che cadavere! E che tomba!
Nientepopodimeno che del cadavere di Alessandro Magno e della sua reale tomba. Dispersa, sparita nel nulla. Sulle sue tracce lo scrittore Valerio Massimo Manfredi con gli strumenti tipici del detective storico: i documenti.
Si parte dalla fine di un mito, dalla morte prematura, gli ultimi giorni di agonia, gli eventi infausti premonitori, le congetture. Avvelenato con arsenico o elleboro, sfinito da una malattia come la malaria perniciosa, la febbre tifoidea, una infezione aviaria, o infine da una pancreatine acuta?
Si continua con il viaggio del carro funebre e la sepoltura, prima a Menfi e poi ad Alessandria “alla maniera macedone”, come la tomba di suo padre Filippo II scoperta l’8 novembre 1977 dall’archeologo greco Manolis Andronikos.
Illustri visitatori ebbero modo di vederla: da Cesare a Ottaviano, da Caligola a Settimio Severo fino all’ultimo che è Caracalla. Tomba dileguata nel nulla, scomparsa, solo una fonte sembra attestare l’ipotesi di una sua sopravvivenza (Libanio). Ma qual è il luogo dove fu posta? Anche qui diverse congetture tratte dalla lettura di documenti storici: Nabi Daniel, Kom el Dick, in un luogo dove ai tempi dei Tolomei c’era l’acqua del mare, la moschea di Attarine, all’oasi di Siwa o, addirittura, nella basilica di San Marco a Venezia, anzi proprio dentro l’urna che sembra contenere le reliquie dell’evangelista (accidenti!).
La ricerca di una tomba, di un mistero come nel più classico dei gialli. Insieme al detective storico Valerio Massimo Manfredi e a tutti gli altri che, prima di lui, si sono cimentati in questa ardua impresa. Seguiteli.

La vedova del miliardario di E.C. Bentley, Mondadori 2009.
Un libro che ci riporta di colpo ai giorni nostri. Qui abbiamo il ricchissimo magnate della finanza Sigsbee Manderson che fa il bello e il cattivo tempo negli affari della Borsa. Tutti lo temono, tutti lo odiano. Fino a quando gli capita quello che dovrebbe, pardon potrebbe capitare a chi ha troppa fortuna. Di lasciarci le penne senza volerlo. Con una pallottola nell’occhio sinistro.
E allora arriva Philip Trent giornalista-pittore-investigatore a vederci chiaro. Trentadue anni, colto, brillante, pieno di buonumore, fuma il sigaro e tiene sempre a portata di mano un taccuino che gli serve per i suoi schizzi. Già a vent’anni si era guadagnato una discreta fama nell’ambiente artistico inglese. Poi, come successo già al grande Poe, era riuscito a risolvere un caso intrigante attraverso la sola lettura dei giornali. E dunque in seguito avrebbe percorso questa strada lavorando per James Molloy direttore del “Record”. In serena armonia con l’ispettore Murch di Scotland Yard, uomo tranquillo, di grande coraggio e “molto furbo”.
Per quanto riguarda il delitto alcuni particolari saltano subito agli occhi: mancanza dell’arma, strane ecchimosi e graffiature sui polsi del cadavere, le scarpe di vernice troppo strette, vestito di tutto punto ma privo della solita dentiera ecc… Possibili indiziati la moglie stessa, i due segretari, i domestici, il ragazzo addetto alle pulizie delle scarpe, il giardiniere come nel più classico dei classici.
Su Trent aggiungo che ha una discreta considerazione di se stesso “Io sono il migliore investigatore del mondo” e che viene catturato dal fascino della signora Manderson. Abbiamo un suo articolo inedito che ha spedito a Molloy nel quale chiarisce le sue conclusioni sul misterioso assassinio, la storia della moglie e quella del segretario americano (che sa giocare anche a scacchi…), la chiusura finale ad effetto.
Qua e là battute sui domestici francesi diversi da quelli inglesi, considerazioni sul malcontento della classe operaia americana rispetto a quella inglese, critica alla società dei ricchi presi solo dal dio denaro ecc…
Prosa lucida, precisa, senza troppe svirgolettate o colpi d’ala, minuziosa nello svelare la psicologia dei personaggi. Una prosa tranquilla ed educata che riveste un buon prodotto.

Patrizia Debicke (la Debicche)
I segreti di mia sorella di Nuala Ellwood, Nord 2018.
Sua madre, ricoverata da pochi mesi per una forma di demenza senile in una casa di cura per anziani, è morta, le ha annunciato freddamente il telegramma della sorella, ma Kate Rafter, reporter di guerra in Siria e imprigionata dai combattimenti in atto ad Aleppo, non riuscirà  a tornare in tempo per i funerali. Kate ha trentanove anni, una vita di single alle spalle con le piaghe ancora aperte provocate dai frantumi del suo unico importante legame affettivo. E in più è ancora sotto choc, pesantemente condizionata dagli incubi di un ultimo massacro al quale ha dovuto assistere impotente. Quindi sarà solo a funerali avvenuti e dopo il suo rientro in patria che riuscirà a prendere il treno per tornare a Herne Bay, cittadina balneare del Kent (Sud Est dell’Inghilterra) dove ha trascorso infanzia e prima giovinezza. Deve andare dal notaio, firmare le carte per chiudere la successione materna e mettere in vendita la casa di famiglia.
Ḕ già calata la notte quando il treno si ferma alla stazione di Herne Bay e Kate scende. A prenderla trova Paul Cheverell, suo cognato, uomo mite ed educato, che pare l’unico punto fermo rimasto di quanto resta della famiglia, viste le condizioni psico fisiche di sua moglie Sally (sorella minore di Kate), alcolista da anni, condizione che la rende aggressiva e rissosa, peggiorata dopo la scomparsa anni prima dell’unica figlia sedicenne Hannah, fuggita di casa. Meglio così, pensa Kate, già convinta di dover affrontare un ennesimo litigio. Kate Rafter è una donna dal carattere forte, tutta la sua vita è stata segnata da un pessimo e angosciante rapporto con il padre troppo spesso ubriaco, dalla difficoltà di mantenere un legame affettuoso con la sorella, tanto che tra loro i rapporti si sono progressivamente sgretolati fino alla rottura, e da un morboso e protettivo attaccamento alla madre succube e indifesa di fronte al marito. Per tutte queste ragioni Kate, invece che farsi ospitare da sorella e cognato o andare in un albergo, chiede a Paul di accompagnarla nella vecchia casa di famiglia. Ma non sarà un soggiorno facile. Negli ultimi tempi in Siria, Kate ha collezionato troppi brutti ricordi  e da anni riesce a dormire solo prendendo sonniferi. Anche per questo, quando già la prima notte viene svegliata da grido, lo pensa frutto dei fantasmi della sua immaginazione. Si sforza d’ignorarlo ma scorge dalla finestra nel giardino un bambino piccolo che chiede aiuto, tuttavia quando si precipita fuori per soccorrerlo, non ne vede traccia. Smarrita, scopre anche che la porta di casa sua, che credeva chiusa, è aperta. Il giorno dopo va a bussare alla casa vicina e la giovane padrona di casa che, a suo dire, aveva buoni rapporti con la madre morta di Kate, dichiara categoricamente di non avere figli. Ma, anche nei giorni successivi, Kate continua a credere di vedere qualcosa. E cerca addirittura di fare irruzione in quella casa e nel garage accanto. Potrebbero essere allucinazioni dovute alla sua sindrome da choc? Oppure? Certo è che nessuno sembra crederle, né il cognato Paul né la polizia. Ma Kate è talmente sicura di vedere qualcosa che prova persino a parlarne con Sally, ma neppure lei l’ascolta, anzi l’accusa di essere sull’orlo della follia, solo schiacciata dal senso di colpa per la morte di un bambino siriano. Ma cosa si nasconde dietro le tende perennemente chiuse della casa vicina? Si tratta solo di uno o più fantasmi del suo passato o Kate ha intuito che può trattarsi di una spaventosa e inimmaginabile verità?
Con ritmo coinvolgente e una azzeccata sequenza di colpi di scena, Nuala Ellwood ha costruito una storia profondamente crudele, in cui l’aberrazione umana sembra in grado di superare ogni limite e in cui alla fine quasi niente in realtà sarà poi come sembra. Un romanzo duro e coinvolgente che sviscera senza pudore alcuni torbidi aspetti dei rapporti familiari e che, descrivendo delle inquietanti simmetrie tra i pericoli della guerra e quelli che si annidano tra le mura domestiche, ci porta a scoprire alcuni agghiaccianti parallelismi tra gli orrori del mondo e quelli talvolta peggiori che si annidano dentro gli esseri umani.

Altri spunti della nostra Debicke
La montagna rossa di Olivier Truc, Marsilio 2018, corrispondente di Le Monde a Stoccolma dal 1994, racconta in questo suo terzo romanzo poliziesco nordico la lotta intrapresa dai Sami (o lapponi, nome nel quale non si riconoscono ma che li distingue in Europa), cittadini considerati di serie B in Svezia, ancora dediti stagionalmente all’allevamento delle renne, per conservare i propri diritti sul territorio. I Sami svedesi infatti, una minoranza di circa 20.000 persone, sottoposti a discriminazioni razziali e in passato in molti casi a sterilizzazione forzata – provocata dall’aberrazione dell’utopia eugenetica del welfare svedese che, con il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione dal 1934 è arrivato: udite udite, ohimè fino al 1975 – si battono da sempre per i propri diritti, minacciati oggi anche dall’industria del legname e dallo sfruttamento delle risorse minerarie. Perché i Sami non vogliono essere considerati solo un elemento di folklore per i turisti o peggio un popolo senza passato, né futuro, emarginato e condannato all’estinzione. La casuale scoperta di alcune ossa umane nel recinto di macellazione danno l’avvio ad una storia incredibile tra misuratori di crani e predatori senza scrupoli di vestigia aborigene, rilassanti massaggiatrici thailandesi e strane giocatrici di bingo, ai piedi di rosse montagne incantate e sui sentieri di gelide foreste infinite.

Aurora nel buio è stato il primo della serie thriller all’americana in indovinata salsa emiliana creata da Barbara Baraldi, con protagonista la giovane profiler Aurora Scalviati, e dal 7 marzo il secondo, Osservatore oscuro (Giunti, 2018), arriva in libreria. E trovo geniale che la copertina di questo secondo thriller da brividi sembri la gemella di quella scelta per il primo. L’osservatore oscuro è l’alter ego negativo che ci portiamo dentro, quello che ci dice che non ce la faremo, quello che alimenta le nostre paranoie, gli incubi peggiori… recitano le prime righe della presentazione editoriale del romanzo. Che la nostra Debicke ci consiglia caldamente di leggere per scoprire la citata Aurora Scalviati, considerata a Torino il miglior profiler della polizia italiana, con una vita decisamente dolorosa alle spalle.

Cominciamo subito con inserire Bologna, la multiforme e culturalmente vivace capitale emiliana, florida culla del giallo italiano, nel cast di personaggi del nuovo libro di Gianluca Morozzi Gli Annientatori, TEA 2018, in veste di bollente palcoscenico di un intrigante mistero estivo, un impensabile e angoscioso percorso di alienazione. Un incipit da paura «Questo è l’inferno: non sapere da quanto tempo sei all’inferno… Sono mesi o minuti che cammino in questo bosco desolato?… Se potessi farlo, mi strapperei il cuore con le mani. Ma non posso…E allora lo supplico, il mio cuore…fermati!… Fammi morire! Dentro questo bosco, io ci sono da vivo. E anche l’inferno è preferibile agli Annientatori» si dice angosciosamente il protagonista nel primo capitolo. Ma quando è cominciato quell’inferno? Come si è arrivati a quell’incubo che l’ha portato a quella disumana dannazione? Il protagonista (o vittima?) della storia è Giulio Maspero, giovane autore bolognese, che ama le donne, regalandosi spesso delle avventure, e sogna solo di diventare molto famoso… Sempre in equilibrio tra reale e surreale, con humour e bravura, Gianluca Morozzi accompagna perfidamente i suoi lettori lungo lo scivoloso percorso in discesa di un’anormale storia intrigante che si cela in un’inquietante “normalità” .

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
R.L. Stine Gli orrori di Shock Street Piccoli brividi, Fabbri 2004.
In questo libro incontrerete un nuovo personaggio. Lo sapete chi è? Non lo immaginerete mai. È… la Paura! (idea nonnesca che mi è piaciuta). Vi metterà i brividi addosso. Intanto si è nascosto al cinema. Qui sono andati a vedere un film Erin e Marty. Pauroso, naturalmente. Così come pauroso sarà il parco dove andranno con il babbo di Erin. Ecco un esempio “A un tratto scorsi due zampe artigliate. Poi sentii un fruscio. La prima siepe si mosse bruscamente, poi ne emerse una sagoma oscura. Subito dopo, un’altra figura spuntò dietro la seconda pianta. Le terribili presenze ringhiavano e soffiavano. Sussultai. Era troppo tardi per scappare. Le orrende creature digrignavano i denti e soffiavano minacciosamente…”
E questo non è niente. Un consiglio, non dovrei darvelo ma… Non lo leggete! Morireste di paura…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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