Così crudele è la fine di Mirko Zilahy

Mirko Zilahy
Così crudele è la fine
Longanesi, 2018

«È un momento di passaggio. Una lunga mezzanotte sociale. E quando cala il sole gli animali sordidi e vigliacchi emergono dal nulla in cui vivono le loro esistenze.»

Ci siamo, dunque. Siamo arrivati alla fine della trilogia. Mirko Zilahy lo aveva annunciato e, a quanto pare, ha mantenuto il progetto iniziale. È la fine di un percorso complesso, di una costruzione ed elaborazione catartica lunga oltre 1200 pagine su tre volumi. Con un romanzo, l’ultimo, di cui si può dire molto poco senza rischiare orribili spoiler.

E allora diremo solo che la squadra del commissario Enrico Mancini, già conosciuta in È così che si uccide (2016) e La forma del buio (2017), torna in azione in una Roma arroventata dalla calura estiva. C’è un omicidio, il primo: quello di Paolo Tancredi, “il grande pianista jazz”, il cui cadavere mutilato viene rinvenuto nel Tempio di Apollo Sosiano. Mancini viene chiamato subito: è il miglior profiler a disposizione della Polizia di Stato, cosa che in passato gli ha procurato non pochi problemi. Il suo punto di forza è stato anche la sua debolezza (non era a Roma quando è morta la moglie Marisa) e gli ha attirato addosso la malevolenza del suo superiore, Vincenzo Gugliotti. Ma Mancini è intenzionato a lasciarsi alle spalle i fantasmi del passato: si presenta puntualmente alle sedute di psicoterapia della dottoressa Antonelli che lo sta aiutando a ricostruirsi una vita. L’omicidio di Tancredi irrompe nella sua vita in un momento quasi inopportuno, ma come sempre si fa coinvolgere e assorbire dal caso, con l’aiuto dei suoi.

La squadra (l’ispettore Walter Comello, la fotorilevatrice Caterina De Marchi, il pubblico ministero Giulia Foderà, il medico legale Antonio Rocchi, la storica dell’arte Alexandra Nigro e il maestro di sempre, il criminologo in pensione Carlo Biga) è ormai affiatata, coesa, anche quando si muove individualmente. Certo, Biga è ormai pieno di acciacchi, ma riuscirà a essere fondamentale anche da un letto di ospedale. E Caterina sta portando avanti un progetto tutto suo, anche se ormai quasi convive con Walter. Che a sua volta – Dio lo benedica – ha dei conti da regolare con della brutta gente, ma brutta brutta. E che dire del povero Rocchi, sedotto e abbandonato da Alexandra ma costretto a frequentarla ancora per lavoro? Mantiene un invidiabile equilibrio anche Giulia Foderà, innamorata di Enrico che con lei si comporta in modo a dir poco enigmatico. Ma non c’è tempo per i turbamenti intimi: bisogna indagare, cercare, scoprire. Dopo Paolo Tancredi tocca a Monica Longo, al Campo Scellerato. Anche lei mutilata e anche per lei il luogo ha un significato. E poi Frank, un barbone (ma sarà davvero così?). E poi…

E poi, come anticipato, non si può aggiungere molto. Se non che le vittime sono accomunate da mutilazioni che mirano a cancellarne l’identità.

Se il primo romanzo parlava di vendetta e il secondo di trasformazione il tema portante del terzo è proprio l’identità: la costruzione dell’identità, la perdita dell’identità, la ricostruzione (a volte non sempre possibile) di una nuova identità. In questo senso è proprio il romanzo finale: il romanzo dello specchio, quello dal quale i personaggi emergono, come dalla fine di un tunnel, dalla loro personale zona d’ombra, o fase di incertezza, e riscoprono una nuova identità.

Anche quelli da cui magari non ce lo saremmo aspettato:

…Gugliotti comprese che stava invecchiando.
Giù in strada, il caldo si sollevava dall’asfalto a folate e si disperdeva in onde che facevano tremolare l’aria. Gli anni di studio e le consulenze, poi la Questura di Milano, la Squadra Mobile, la Digos nel profondo Sud che lo aveva segnato nell’animo e nel fisico, con due proiettili in pancia durante una rapina a mano armata a Bari. Dal 2004 era questore di Roma, incarico che sapeva sarebbe stato l’ultimo della sua carriera. Padre non lo era mai stato, marito neppure. Quegli anni erano lontani, quelli delle emozioni violente e delle grandi paure, ma doveva ammettere che gli mancavano.
Gli anni in cui il Paese si affannava contro il terrorismo e la grande crisi energetica. Gli anni in cui aveva immaginato di potersi dedicare a una famiglia oltre che al lavoro. Senza successo.

Sullo sfondo di una Roma arroventata e martoriata, con una sequenza degna di un regista visionario come Dario Argento (che Zilahy omaggia più volte), si chiude la trilogia di Mancini. Forse. Voi comunque preparatevi per un addio, poi magari, in futuro, chissà.

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