Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Maggio 2018

(Buon Primo Maggio! E buon compleanno, Fabio!)

Li vedo in quasi tutte le stanze. Anche sui calendari. Su certi calendari preparati con cura e amore dalla mamma. Il più vecchio è del 2010. Lui è lì, bello paffuto, immortalato a un anno, sempre sorridente oppure impegnato a guardarsi la mani. Su quello del 2015 c’è anche Lei. Viso altrettanto paffuto, bionda, occhi celesti. Meravigliosa. Ora per mano, ora abbracciati in momenti tenerissimi che non fanno presagire, al momento, le future battaglie di gelosia. Sono sparsi, dicevo, dappertutto in altrettante fotografie che evidenziano la loro crescita. Da soli, o insieme ai familiari, in tourbillon di pose, gesti, sorrisi che rimarranno impressi nella memoria. Di Lui. Di Lei.
P.S.
Ma ci sono anche foto di altri Due. Ci sono, ci sono…

Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr, Ellery Queen, Mondadori 2018.
Già i nomi degli autori rendono speciale questo speciale di due romanzi ed un racconto. Se poi ci si aggiunge la succosa introduzione di Mauro Boncompagni il piatto è servito. Il “messaggio del morto” non è altro ciò che qualcuno in procinto di volarsene via, lascia ad altri perché “il suo decesso non resti impunito”.
I sette quadranti di Agatha Christie
Uno strano scherzo nell’abitazione di lord Catheram ad un dormiglione con otto sveglie trillanti piazzate ad hoc (però se ne ritroveranno solo sette bene allineate sulla mensola del caminetto, l’ottava giù nel prato), che non riescono a svegliarlo perché rimasto morto stecchito, causa dose massiccia di sonnifero (cloralio). Una lettera scritta di suo pugno, prima di lasciare il mondo dei vivi, rimanda a “I sette quadranti”, così come, in seguito, le ultime parole di un giovanotto ucciso con un colpo di pistola. Ci siamo, è il messaggio del morto.
Indaga l’investigatrice dilettante lady Eileen Brent, ovvero Bundle “con l’aiuto di un paio di giovanotti simpaticamente stolti”. Tutto sta nel capire cosa siano questi sette benedetti quadranti. Una cosca simile alla Mafia italiana con riferimento ai sette quadranti delle sette sveglie rimaste? Di qualunque cosa si tratti la nostra frenetica Bundle non sta con le mani in mano, e si ritroverà perfino dentro un armadio ad ascoltare i discorsi di un gruppo estremamente pericoloso. Di mezzo una invenzione la cui formula può procurare un sacco di soldi, dunque bisogna stare attenti a chi cercherà di rubarla (in precedenza qualche furto similare c’è già stato). Azione, movimento, rumori, passi nel buio, spari, grande abilità nell’intreccio, passaggi veloci da un personaggio all’altro (pure il sovrintendente Battle ad indagare), dialoghi serrati ricchi di punti interrogativi ed esclamativi, classica citazione di Sherlock e Watson, un pizzico di romanticismo (mi vuoi sposare?), spiegazione finale da capogiro e il piatto è servito. Con la nostra Bundle che rimarrà impressa nella memoria.
Astuzia per astuzia di John Dickson Carr
“I vostri guanti – disse nitidamente in francese. Poi morì”. Il messaggio del morto. Ovvero di Abu di Ispahan, colpito dal fendente di un pugnale nello studio legale di Hugh Prentice. Era lì ad aspettare il ritorno del suddetto Hugh (questi si è soffermato, invece, a parlare con l’altro socio Jim nel corridoio) per venire a capo di un delitto che avrebbe avuto come vittima il fratello. Sempre, secondo le parole di Abu, per colpa degli stessi guanti. La scena vista in parte attraverso uno specchio. Per Jim si tratta di suicidio, per Hugh è “il classico delitto in una camera ermeticamente chiusa.” Incredibile…
A risolvere il mistero l’avvocato Patrick Butler (il più noto Gideon Fell è altrove): capelli biondi, naso arrogante, occhi azzurri, bocca larga, sorriso ironico e aria di superiorità intellettuale. Non c’è niente che lo fermi. E dovrà aiutare Hugh ricercato, addirittura, dalla polizia (tra l’altro anche Jim ha lo stesso problema per uno scambio di valigie). Prima una visitina al negozio dell’antiquario “Guanti di uomini morti” dove ci sarà uno scontro con la banda di Padre Bill, poi all’Oxford Theatre per conoscere una certa Madame Feyoum, mentre aumenta il rovello sull’incredibile assassinio e su cosa c’entrano i benedetti guanti. Intanto la ricerca della polizia continua provocando azione, movimento, fuga anche verso nascondigli “particolari” come avviene in teatro. A rendere più frizzante il tutto due ragazze: Helen, fidanzata di Hugh e Pam, in relazione con Butler. Siccome quest’ultima è bella, attraente e ricca sta a vedere che crea qualche scompiglio…
Una incredibile massa di eventi punteggiano il romanzo fino a quando l’arrogante Patrick Butler ci svelerà e spiegherà come sia accaduto l’irreale omicidio. Ma guarda un po’, era così facile…
L’avventura dell’orologio sotto la campana di vetro di Ellery Queen
Per Ellery Queen nessun problema è stato così semplice come la presente avventura. Non credetegli. Ovvero credete alla sua logica eccezionale ma non alla “semplicità” del suddetto problema. Intanto c’è un uomo morto, con il capo fracassato, ovvero Martin Orr nel suo polveroso negozio d’antiquario con “un pesante fermacarte imbrattato di sangue ma privo di impronte digitali.” Una traccia, sempre di sangue sul pavimento, indica che si è trascinato fino al banco, si è sollevato per raggiungere la teca dove sono esposte delle pietre preziose, ha rotto il vetro con un pugno, ha afferrato una grossa ametista ed è caduto sul pavimento stringendola nella mano sinistra. Poi, con una forza davvero incredibile, ha raggiunto carponi un piedistallo di pietra facendo cadere un vecchio orologio protetto da una campana di vetro. Ed eccolo lì “con l’ametista stretta nel pugno sinistro e la destra sanguinante appoggiata sull’orologio”. Il messaggio del morto. Semplice, no?…
Cinque possibili sospettati, ovvero cinque giocatori di poker che si incontrano ogni sabato sera nell’ufficio di Orr sul retro. Chi di loro l’assassino? Troppo difficile per l’ispettore Queen, padre del nostro Ellery. Tra l’altro a complicare il tutto anche cinque biglietti di auguri. Ma per Lui più si complica e più si semplifica, mentre il lettore se ne sta lì a bocca aperta, meravigliato e forse anche un po’ stizzito.
Ciò che accomuna i tre capolavori è ben sintetizzato dal nostro Mauro: “Alla fine di questa antologia, si potrebbe dire che non esistano morti più vivi di coloro che, prima di andarsene, lasciano un messaggio a futura memoria. La loro è un’eloquenza a scoppio ritardato, certo, ma un’eloquenza che con la simpatica improbabilità, o la sua meravigliosa follia, costituisce un altro di quei vertici di acume e di ingegnosità che ha saputo raggiungere il giallo classico nella sua storia blasonata.” Sottoscrivo sulla “meravigliosa follia” che riesce a contagiare anche i lettori affascinati dalle circonvoluzioni più incredibili proposte a codificare l’impossibile messaggio.
A fine libro un leggero sorriso ebete sulle labbra come di ubriacatura.
Per chi ama gli apocrifi su Sherlock Holmes c’è solo l’imbarazzo della scelta. Solo qualche titolo: L’enigma Reichenbach di Geri Schear; La regola del nove di Barrie Roberts; Il segreto dei cammei vaticani di Richard T. Ryan; Il caso della spada di Osman di Tim Symonds; La verità è un’ombra, Watson di Paolo Lanzotti.

Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018.
Allo specchio vede una cinquantenne che la osserva con indifferenza. Capelli crespi, pelle cascante “e la faccia di chi ha visto il diavolo in persona”. È lei, l’ispettrice Petra Delicado. Invecchiata ma sempre con il suo bel caratterino puntiglioso in prima persona a raccontare la storia. Due matrimoni falliti alle spalle, un terzo con un uomo che ha già quattro figli.
E ora l’indagine su una donna di una certa età (si dice così) assassinata nella sua abitazione in periferia, volto sfigurato e corpo coperto di tagli profondi. Con il fide vice Fermin Garzón martirizzato e tenuto a dieta dalla moglie per il colesterolo un po’ alto e, novità delle novità, costretta a collaborare anche con un giovane ispettore della Polizia Autonoma della Catalogna, Roberto Fraile, sulla trentina, robusto, occhi verdi, capelli a spazzola, “stranamente attraente” e pignolo da morire (allusione allo scontro dei due patriottismi della penisola iberica). Ma l’omicidio non sarà l’unico, ne seguiranno ben altri quattro con le stesse modalità: donne sole, riservate, fragili, in cerca di compagnia, di un po’ di affetto, uccise a coltellate e sul loro corpo un biglietto di addio. Un assassino seriale, un femminicida, difficile da prendere.
Di mezzo agenzie matrimoniali per cuori solitari in forte aumento, tra le quali spicca “Vida Futura” dove avevano cercato conforto le povere uccise. Indagini rese più complicate dal rapporto di Petra con Roberto Fraile, alti e bassi repentini, scontri e risate tra qualche tapas e un ottimo cava, quelli con il superiore Coronas, i battibecchi esilaranti con Fermin, la sua maledetta impulsività.
Accanto al lavoro di poliziotta la vita di ogni giorno resa più stressante dall’arrivo della suocera settantenne che parla, parla, parla invano fermata dal figlio, ma che avrà la sua parte nell’indirizzare le indagini. Che risultano complesse, incasinate tanto da far esclamare al nostro Fermin “A questo punto, signori, io non so più chi può essere l’assassino, né il sospettato né l’indagato, ho dei dubbi perfino su chi sono io e la madre che mi ha partorito.” Comunque tassello dopo tassello si viene costruendo l’identikit del mostro attraverso colloqui con chi conosceva le uccise. Finale da capogiro attraverso interrogatori fiume e colpi di scena a ripetizione. Finale che, forse, lascerà l’amaro in bocca a qualche lettore.
Un libro sulla violenza contro le donne e sulla ricerca disperata di un affetto “Il bisogno di amore è congenito? Oppure tutto nella nostra cultura cospira a che ne siamo vittime?”; lo scontro tra i “vecchietti” e i giovani, ovvero “le nuove generazioni che non si fermano mai. Non che per loro il lavoro sia la cosa più importante, semplicemente è l’unica.”; la difficoltà di conoscersi “Ci sono persone che passano anni al nostro fianco senza mai rivelarci chi sono, a cosa pensano, come vivono.”
Uno sguardo, dunque, sulla complessità della vita umana. Un lavoro completo, bene organizzato, spruzzato di una ironia che scorre leggera tra tanto male. Ottimo. Perfetto con cinquanta pagine in meno.
P.S.
Timore che su un problema orribile come la violenza sulle donne possano venir fuori squallide speculazioni libresche.

La squillo e il delitto di Lambrate di Dario Crapanzano, SEM 2018.
Vent’anni, alta e slanciata, occhi castani, capelli lunghi dello stesso colori, intelligente, vivace, simpatica, decisa e volitiva. Insomma una “bellezza fuori del comune” ma sfortunata. Persi entrambi i genitori, due fratellini da accudire insieme alla nonna Angiolina. Qualche ritaglio di tempo per leggere libri come Pinocchio, Cuore, I tre moschettieri, Il conte di Montecristo e Madame Sans-Gêne. Ovvero Margherita Grande, per tutti Rita, cameriera alla Trattoria del Sole a Milano, anni Cinquanta. Cameriera e poi squillo che i soldi ci vogliono e non ci sono. Una squillo coi fiocchi sotto la “guida” di Giulia Vergani che gestisce una casa di appuntamenti alla villa di Monte Rosa. Tutto fila liscio, riesce a soddisfare le bizzarre richieste dei clienti facoltosi, legge pure altri libri, porta i fratelli al cinema, va anche alla messa, passa diverse serate all’osteria Don Rodrigo in compagnia di vecchi compagni (non sanno della sua nuova attività) fino a quando una sua amica viene accusata di avere ucciso il fidanzato, capo di una banda della malavita milanese. Allora la squillo, sicura della sua innocenza, diventa pure detective.
Per prima cosa, secondo i dettami di Maigret (ha letto anche questo autore), bisogna mettere al setaccio la vita dell’ucciso, un “inguaribile dongiovanni”, ovvero il Rodolfo Valentino di Lambrate. E dunque ragazze su ragazze sedotte e abbandonate, mariti e fidanzati traditi. Chi fra loro l’assassino?
Indagine tra visite e domande a custodi e portinai (sue armi vincenti sorrisi e cioccolatini), tra i tavoli delle osterie, sulle carrozze dei tram, appostamenti e foto di innamorate. Aiutata dall’amico Leonida Ciocca, boss della ligera, la mala milanese del dopoguerra, la nostra eroina diventa una figura leggera, quasi sbarazzina nonostante le difficoltà della vita che conduce.
Il tutto fila via facile, facile. Troppo facile. Come costruzione della storia, credibilità psicologica e scrittura.

Un giretto tra i miei libri
La vigna di Salomone di Jonathan Latimer, Mondadori 2010.
Jonathan Latimer (1906-1983) non sarà annoverato tra i massimi scrittori della hard boiled americana ma la sua bella figura ce la fa. Cronista di nera a contatto con i capi del malaffare tra cui Al Capone, è talmente bravo con la penna che viene addirittura chiamato a riscrivere i pezzi dei suoi colleghi e, in seguito, pure quelli dei politici. Ad un certo punto della sua vita si ritrova come vicino di casa un certo Chandler che un po’ di influsso positivo glielo avrà sicuramente dato. È stato anche un ottimo sceneggiatore cinematografico e televisivo, basti ricordare Perry Mason e Colombo. La sua serie più conosciuta, come romanziere, è quella del detective privato Bill Crane, praticamente una spugna vivente.
Ma anche Karl Craven, come a dire fumo e alcol a go-go, senza stare a guardare tanto per il sottile, non è poi da meno. Sottolineati birra, whisky sour, bourbon, cognac, rye, old fashioned e champagne all’occasione che non ci si fa mancare niente. Cibo solido, si capisce, bistecche al sangue (meglio se di mezzo chilo) e insalata, costolette di maiale con purè di patate, uova, prosciutto e un filetto sempre al sangue. Se c’è un bel pezzo di torta di mele si ingolla anche quella. Centodieci chili di stazza, una ferita di coltello nel ventre a ricordare la sua vita movimentata e un caldo boia (altro personaggio non secondario di tanti romanzi) che lo fa sudare come una fontana e allora frenetiche entrate ed uscite dalla doccia. Sulla bocca bellezza, pupa, bambina, manca l’ufficio polveroso, la sedia scalcagnata, i piedi sulla scrivania, la segretaria tutta curve e siamo a posto.
Protagonisti principali il gangster cattivone, la bella sadicotta (picchiami, picchiami, prendimi, prendimi), la comunità religiosa “La Vigna di Salomone” che nasconde traffici illeciti, sesso e droga (ti pareva). Da salvare la Principessa, ovvero Penelope Grayson, a capo della setta e portarla via su ordine del solito zio straricco. Non proprio facile se c’è già un morto ammazzato, più precisamente Oke Johnson, socio del nostro investigatore che ci ha provato lasciandoci le penne. Capo della polizia Piper, naturalmente coinvolto nei “casini” come da cliché. Aggiungo così a caso, senza tema di sbagliare: spavalderia, botte da orbi, ginocchiate nelle palle (non è una battuta), destri alla mandibola, montanti al fegato, pedate in do coio coio, sparatorie varie, morti ammazzati e il dubbio assillante “Chi ha ucciso Oke?”.
Con il nostro corpulento eroe, forte, coraggioso, pure strafottente nei momenti di maggior pericolo, generoso con il money e addirittura verso chi lo vuole morto per sbaglio (magari nel classico bagno turco), a vedersela ora con questo, ora con quello (anche con questa o con quella ma in altro senso). Nei ritagli di tempo (due, tre minuti?), quando non è a fare ginnastica con i gangster o sul letto, riesce a leggere pure “Black Mash”. Da bacio in fronte.
Prosa ironica e brillante con qualche inevitabile battuta e scena scontata, ritmo veloce, serrato, come l’accavallarsi degli eventi. E la recensione, pardon la presentazione, si adegua.

La villa dei delitti di Martin Porlock, (uno dei tre pseudonimi usati dall’inglese Philip MacDonald), Polillo 2008.
“È possibile morire annegati in una stanza nella quale non c’è nemmeno una goccia d’acqua? No, naturalmente, ma nell’antica dimora di Friar’s Pardon sembra che la cosa sia capitata più volte. La leggenda, infatti, narra che in una determinata camera da letto ben cinque persone sono decedute in quel modo inspiegabile. Ma Enid Lester-Green, la famosa romanziera che ha appena acquistato la villa, non crede alle leggende…” Potete già immaginarvi quale sarà la sua fine. Morta annegata proprio nella stanza fatale che ha, naturalmente, porta e finestre ben chiuse…
Ad occuparsi del caso il giovane (sulla trentina) Charles Fox Browne, ingaggiato proprio da Enid come amministratore dei suoi beni. Alto (un metro e ottanta), slanciato, capelli biondi, occhi grigio acciaio, elegante, dotato di una espressione secca e incisiva (ma all’occorrenza sa essere anche loquace). Fuma la pipa, sa giocare a biliardo, non ama il bridge. Acuto osservatore, (se ne sta spesso da una parte per “registrare” gli altri), affascinato da Lesley “Charles sentì il sangue affluirgli alla testa” che in seguito verrà sospettata del delitto. Un classico nel classico. L’“investigatore” innamorato che cerca di salvare la sua bella. E, a dir la verità, anche se stesso, accusato questa volta da Claude Lester, il fratello della defunta.
In scena pure l’ispettore Archibald Willis “alto e ossuto” naso da tasso, bocca gradevole, calvo con la testa a forma d’uovo (vedi Poirot), voce tranquilla e roca, modi da gentiluomo.
Descrizioni minuziose, lunghi dialoghi, mistero, cose che spariscono e compaiono di nuovo, rumori spaventosi, mani luminose che si muovono davanti ad una finestra in puro stile gotico. Pursell, uno dei personaggi, riferendosi a Charles “Questo è un posto maledettamente strano. Tanto strano da sembrare sinistro, se capisce quello che voglio dire”. Il classico delitto impossibile che non può essere stato commesso da un essere umano (Amblethorpe). Trucco finale per lo smascheramento dell’assassino attraverso una seduta spiritica, ancora un cliché della letteratura poliziesca. E l’immancabile citazione di Holmes…

Patrizia Debicke (la Debicche)
Donne che odiano i fiori di Paola Sironi, Todaro 2018, è il primo romanzo che vede nelle vesti di protagonista Annalisa Consolati, ispettore di Polizia gay che, per riuscire a stare dietro a problemi familiari (al padre Patrizio è stata diagnosticata una parafrenia senile che lo fa vivere contemporaneamente in una lucida realtà e in incredibili mondi fantastici) si è fatta trasferire nel reparto Problem solving o “Desbrujà rugne” della Questura di Milano. Annalisa divide un piccolo appartamento con il padre vedovo, che passa da fasi di mutismo e insopprimibile inerzia a cicli logorroici in cui impersona il ruolo di continuatore di film e rivendica come sue avventurose vite tratte da famose pellicole, e la sua compagna, la saggia e serena Minerva, figlia di ricchi produttori di cinepanettoni ma che disdegna il patrimonio familiare e preferisce fare tranquillamente la restauratrice di mobili antichi. Della sua squadra in polizia, concepita a tavolino quasi come un team sportivo, fanno parte anche l’estrosa e disinibita Caterina Cederna, Vilnev Rosaspina, chiamato Vilnev dal padre, sfegatato tifoso del pilota canadese Villeneuve dopo la morte del suo idolo, pacioso nella vita ma al volante e con la sirena più spericolato del suo quasi omonimo e il grande capo, il commissario Elia Mastrosimone. Toccherà a loro, per colpa del collegamento con il presunto suicidio di una donna, Loretta Mannarelli, che gestisce a Milano un vivaio di orchidee, l’indagine sullo strano caso di un uomo, Damiano Brancher, ritrovato un mese prima orribilmente stritolato tra le spire di un anaconda nel Parco Botanico Giardino Alpino del Mottarone. Indagine fino ad allora gestita dalla polizia di Verbania, incerta tra l’incidente e il delitto.
La Mannarelli doveva essere interrogata perché la sua macchina, una Smart, era stata notata vicino al Parco il giorno della morte del Brancher, lei era  senz’altro con lui e nella zona del fattaccio erano stati ritrovati dei  suoi capelli e un suo orecchino. Cosa ci faceva Loretta Mannarelli quel giorno al Parco con il Brancher? Ma di una cosa sono tutti certi: era impossibile che lei, una donna esile, emaciata e soprattutto con una Smart, avesse potuto trasportare l’anaconda gigante assassino, un serpente di più di sei metri e che pesava almeno  duecentocinquanta chili.
Annalisa Consolati, spedita al funerale della Mannarelli, riuscirà a scoprire quasi nulla. Pochi presenti: dei vicini, una vecchia signora ex professoressa che riconoscerà Annalisa come sua allieva e che, anche lei ama le orchidee, ha frequentato la Mannarelli solo per delle lezioni in materia. La donna era molto scorbutica, teneva tutti a distanza, non aveva amici, e non vedeva quasi mai la sua famiglia. Salterà fuori che Damiano Brancher gestiva, con altri loschi personaggi, affari poco puliti con l’appoggio della ‘ndrangheta e dei clan dei nigeriani, che si faceva chiamare Damm Branker e che la Mannarelli probabilmente era una sua complice…
La storia è complicata, ci sono di mezzo tanti perché e dubbi da risolvere, ma l’ispettore Annalisa Consolati riesce a trovare il bandolo, e lei e la sua squadra, armati soprattutto di pragmatico buonsenso, riusciranno finalmente a sbrogliare la situazione. Non sarà facile e neppure indolore ma qualche volta forse è meglio arrivare alla giustizia o a una equa giustizia seguendo una strada un tantino meno ortodossa. Romanzo piacevole, con pagine piene di humour, che scorre bene, e riesce ad affrontare con leggerezza anche il lato più nero della situazione. A conti fatti con Donne che odiano i fiori Paola Sironi ci ha regalato una bella storia che parrebbe proprio inventata dalla fertile fantasia di Patrizio Consolati.

Altri spunti di Patrizia
Se la notte ti cerca di Romano De Marco, Piemme 2018, segna il ritorno in scena, dopo il trasferimento a Roma da Milano, dove ha vissuto un’intensa esperienza lavorativa, del commissario di polizia Laura Damiani, 37 anni, già incontrata e apprezzata in Città di polvere. Viene assegnata all’indagine sull’omicidio di una cosiddetta signora bene della Roma che conta: Claudia Longo. Di primo acchito un delitto passionale dunque, compiuto da un amante respinto, ma perché? A Laura la faccenda non torna troppo e, allargando un po’ il tiro, scopre possibili collegamenti con altre morti. Catalogate come morti per disgrazia, ma forse invece?…
Si parla di solitudine in questo libro, di delusione, di rimpianto, ma anche di casa e di famiglia. Ci sono donne e uomini, che cambiano, o sono cambiati e non si ritrovano in quello che sono diventati. Donne e uomini soli alla ricerca di stima, di sicurezza o magari solo di affetto. Uomini e donne che ingannano se stessi? Uomini e donne che non riescono a guardare in faccia i loro incubi e che messi di fronte alla realtà, non riusciranno a sopportarla? Romano De Marco sparge laboriosamente spunti e fili conduttori fino alla conclusione e semina indizi, andando a scavare persino nel deep web, per farci intravedere la verità.

Nome d’arte Doris Brilli. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò di Andrea Vitali, Garzanti 2018.
Solo l’elenco di tutte le persone coinvolte in questo romanzo, pubblicato in appendice, dice tutto. Ma in realtà questo ricco coro bellanese, a cui l’autore si è divertito a regalare degli strampalati nomi parlanti, fa discretamente ala e ruota intorno alla figura del maresciallo Ernesto Maccadò, da poco sposo e da poco giunto sulle sponde del lago di Como. Anche stavolta non si tratta di serial killer, di affrontare sanguinosi delitti ma di sbrogliare piccole ma vivide storie locali che l’anima pettegola del paese, dove tutti sanno tutto di tutti, ingigantisce, fino a scaricarle minacciosamente appesantite sulla scrivania del nuovo comandante della locale stazione dei Regi carabinieri. Siamo durante il Ventennio…

Della nostra Patrizia ricordo l’ultimo prodotto, ovvero il racconto lungo Gli Orchi di Courcelles della Delos Books 2018.
“Belgio, agosto 1996. Mentre famigliole e turisti si rilassano alla Fiera d’Estate e Terza Brocante dell’Ourthe, nella tranquilla cittadina vallone di Houffalize un ignobile predatore individua la sua giovane vittima. E la rapisce. Inizia così l’incubo di Barbara Lissogne, che dalla spensierata esistenza di dodicenne di provincia si ritrova precipitata in una realtà di prigionia, bugie e prevaricazioni, ridotta a pasto per infami appetiti. Le indagini scattano con tempestività e vanno a scoperchiare un Vaso di Pandora: perché dietro al cosiddetto Mostro di Courcelles non si cela la follia di un singolo, bensì una crudele e organizzata rete di pedofilia.”

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
Peter Pan di James Barrie (Geronimo Stilton), Piemme 2009.
Tutti i bambini diventano grandi prima o poi, tranne uno. Siamo a Londra, in una piccola casetta. Qui arriva un bambino speciale. Perché? Perché non cresce e… vola. È Peter Pan venuto per riprendere la sua ombra ribelle! Abita nell’isola che non c’è (giuro), ma non è solo. Ci vivono anche i Bambini Sperduti che non vogliono affrontare la vita adulta, i pirati, gli indiani e molte belve feroci che si inseguono tra loro. Con lui, in questa isola, sono venuti, di nascosto ai genitori, altri tre bambini: John, Michael e Wendy. Ce ne sono di cose belle da vedere qui, ma c’è pure il pirata Capitan Uncino che vuole farla pagare a Peter perché gli ha tagliato una mano.
Ce la farà Peter a salvarsi e i tre bambini vorranno ritornare a casa? Leggere per sapere…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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