Il metodo Catalanotti (Le gialle di Valerio 163)

Andrea Camilleri
Il metodo Catalanotti
Sellerio, 2018
Giallo

Vigàta. Autunno – inverno 2015-2016. Novità in casa Montalbano. Fra i gustosi tranquilli pranzi marinari alla trattoria di Enzo (con successiva passeggiata sul molo) e le solitarie succulente cene pronte di Adelina, dopo una mattina di inutili indagini, improvvisamente a Salvo prende lo sghiribizzo di andare in un altro ristorante di cui ha sentito parlare bene, “Catarinetta”, in aperta campagna a metà strada tra Vigàta e Montaperto. Per caso sta mangiando lì Antonia Nicoletti, la giovane nuova responsabile della scientifica. Si mette al suo stesso tavolo, gli piace proprio, scambiano qualche frase, paga lui. L’aveva incontrata di recente sulla scena di un crimine, quando era stato rinvenuto cadavere il 50enne vigatese Carmelo Catalanotti, benvestito sul proprio letto, con un manico di tagliacarte che spuntava all’altezza del cuore. Non era quello il morto che Salvo e Domenico Mimì Augello cercavano, in realtà. Quell’impenitente “fimminaro” del suo vice si era imbattuto la sera prima, fuggendo per balconi a causa di un incontro erotico con Genoveffa interrotto dall’arrivo del marito, in un altro uomo insanguinato e senza respiro, steso su un letto al buio, scomparso quando erano tornati di giorno. D’altra parte Carmelo è pieno di misteri, sospeso fra due differenti identità e attività: l’usuraio gentile, con tanti debitori meticolosamente appuntati cui riservava tassi bassi e congruo tempo; il teatrante fissato, con tanti attori, aspiranti o meno, cui imponeva gravose prove psicologiche. Il fatto è che Antonia distrae Salvo, almeno un poco, lui sente Livia ormai come un’amica, si rifà barba e guardaroba, ci mette parecchio tempo a capirci qualcosa. Lei è una trentenne alta, capelli ricci corti, occhi lunghi verdi, naso perfetto, arrivata da appena una settimana, sola per scelta e in procinto di essere trasferita di nuovo, ad Ancona. Non è che ci troviamo Montalbano nelle Marche la prossima volta?

Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) torna subito in testa alle classifiche di vendita! Come sempre, narra in terza fissa su Salvo, opere pensieri sogni mangiate, questa volta con intermezzi in corsivo di racconti e trame. Per i gravi problemi agli occhi, come ormai da quattro anni, ha dettato il romanzo a Valentina Alferj (vista, udito e contrappunto immediato del metodico grandissimo autore). La struttura è analoga alle precedenti: capitoli della medesima lunghezza ritmati dall’argot vigatese-camillerese stretto, una partitura musicale questa volta dedicata al grande amore per la drammaturgia, il ritorno al teatro è il vero tema del romanzo. L’ucciso è un artista dalla personalità complessa, gran lettore e conoscitore di opere, autore originale, applicava un metodo severo (da cui il titolo) per mettere un attore in condizione di recitare, ne faceva venir fuori emozioni forti e pulsioni recondite. Vengono così citati figure e teorie del teatro “povero”, del verosimile e del similvero, delle opere para-poliziesche (genere “giallo” usato per indagini profonde nell’animo dell’uomo contemporaneo). Salvo non è lontano dalla pensione, ha la pancetta e altre sue abitudini, fra l’ennesima sigaretta e il buon whisky, fra le troppe firme burocratiche e il sentirsi in colpa per chi resta senza lavoro, capisce di dover prendere di petto l’antica scontata relazione con Livia (che vive a Boccadasse, si è presa un cagnetto e l’ultima volta gli ha lasciato un foglietto di prescrizioni alimentari), la passione si è trasformata in amore fraterno, e questo è l’altro filo conduttore del romanzo. Vino in fiasco o bottiglia accompagna ogni mangiata. Montalbano si felicita con i versi di Neruda (e non solo) oppure canticchia il valzer della Vedova allegra.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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