Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2018

Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA. VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA. VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?
Ecco, lettori miei, in che mani siete cascati…

Dopo Il metodo Cardosa, Mondadori 2012, letto con molta soddisfazione, è arrivato, un po’ in ritardo, Cardosa e il codice Modigliani di Carlo Parri, Mondadori 2018.
“Professore di storia dell’arte. Ricco e collezionista. Lo ammazzano con una busta di plastica, lo perquisiscono senza rubare nulla. Cercano qualcosa che può anche stare nel portafoglio. Una cosa piccola. Piccola e sottile.” È quello che sta pensando il vicequestore aggiunto della Omicidi a Roma Leonardo Cardosa, dopo che si è ritrovato fra i piedi un omicidio al Verano. Una cosa piccola e sottile che è servita per entrare nella galleria privata del defunto e rubare una testa in pietra di Modigliani, ovvero la Testa di Nené. Forse si tratta, addirittura, di un codice segreto. La faccenda diventa più complicata dopo altri due omicidi collegati al primo. Comunque in casa del morto non si riesce a trovarla ma c’è una sua frase, ricordata da un testimone, riferita al fatto che per lui esisteva un solo modo per non far trovare qualcosa “Nascondere in un posto che non possa nascondere niente.” Interessante…
Al centro della storia il Nostro con la sua squadra (Gianni Ferrante, Vigna, Baragli, Francesca Vanni, Gemma Costantini, Rizzo, un ragazzino nuovo, l’”indio”) e la sua variegata personalità. Su di lui nel primo libro avevo scritto “Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia, musica, un tipo forte che non si lascia andare con la prima venuta anche se si porta dietro la fama di sciupafemmine. Il suo metodo una specie di mappa stradale disegnata nell’aria, intuizioni che non riesce a spiegare agli altri. Allora entra nella fase “del miracolo” dietro la scrivania con Calvados e pistacchi e tutto si chiarisce.” Aggiungo ironico, gaudente (due fidanzate), duro e spietato all’occorrenza, in giro con la Toyota, appassionato di Maigret, “I tre moschettieri” in tutte le salse e in tutte le lingue, canzone preferita Alma Llanera, mangiate e bevute per ogni dove (fettuccine dalla sora Milla o da Marcello ) anche a casa, naturalmente, dopo il mercato (pomodori, aglio, cipolle di Tropea, pesche, albicocche, ciliegie, orata, pecorino di Pienza, peperoncini), Campari soda corretto con il prosecco, ma va bene anche il Calvados.
L’indagine è difficile, lunga, pericolosa, bisogna andare a Parigi per incontrare l’Intoccabile e vedersela con una associazione di nazionalsocialisti e fascisti che intendono riaffermare i valori (disvalori) hitleriani. Alla prima storia si aggiunge la scomparsa, in Sicilia, della fidanzata della sorella Maria, “architetto e lesbica”, che lo porterà ad indagare nell’isola su un traffico di neonati. E quindi momenti di breve relax, spunti di paesaggio, ricordi, pensieri, dubbi, riflessione e deduzione ma anche frenetico e duro movimento.
Scrittura decisa, diretta, veloce, senza tanti svolazzamenti, con qualche spunto in dialetto a renderla più viva, fresca ironia che spesso fa capolino anche nelle fasi più serie. È importante la storia ma anche “come” si scrive.

I ragni di ferro di Baynard H. Kendrick, Mondadori 2018.
Questa volta niente Duncan Maclain, il famoso investigatore cieco creato dall’autore, ma Stan Rice, ovvero l’investigatore Miles Standish Rice che arriva a pag. 46 alto e secco come uno scheletro, abbronzato, biondo e con gli occhi azzurri. Naturalmente per risolvere il caso di una morte…
Ma partiamo dall’inizio. Dall’ingegnere squattrinato Donald Buchanan che accetta come lavoro di sorvegliare la centrale elettrica di Broken Heart Key del milionario Arthur Tuckerton. Ergo vivere su un’isola deserta a contatto con la detta famiglia ritenuta un vero e proprio covo di vipere. La prima a morire è la cameriera nera Julie dilaniata dai barracuda nella Grieta, un tratto di mare estremamente pericoloso. Si era tuffata, forse inseguita da qualcuno. Le sue ultime parole, anzi la sua ultima parola prima di spirare, “Micanopy”. Il secondo cadavere è proprio quello di Arthur Tuckerton morso da un ragno velenosissimo, una vedova nera, nella sua camera da letto provvista di un sistema d’allarme che, evidentemente, non ha funzionato.
Per risolvere il mistero Stan Rice (mente geniale, ottima forchetta e buon bevitore) e Donald Buchanan decidono di unire le loro forze. Insieme a Doris, la segretaria di Arthur, che scatena palpiti sentimentali.
Tutto è stato organizzato dallo scrittore per creare un’atmosfera cupa, di paura e suspense: l’isolamento del gruppo, l’arrivo di una terribile tempesta, la luce che si spenge, passi nel buio e nella foresta, urli ancora nel buio, lo sparo, altre due morti violente (uno addirittura scalpato e potrebbe esserci di mezzo un indiano). Oltre al classico testamento che suscita sospetti, un biglietto enigmatico, addirittura un paio di libri che possono venire utili, se non alla soluzione, almeno per capire meglio certi aspetti di qualche caso e un riferimento al Dupin di Poe a proposito della famosa lettera rubata.
Andamento lento per buona parte del libro, poi una improvvisa accelerazione con classica riunione finale voluta da Stan di tutti gli abitanti dell’isola nel soggiorno, al pianterreno, e un ultimo, improvviso colpo di scena.
Ma i ragni di ferro del titolo che hanno, tra l’altro, la loro bella importanza e che escono fuori ad ogni apparir di cadavere? Già, che sciocco, me ne sono dimenticato (sto invecchiando). Chiedo venia. Ma forse è meglio così. Li scoprirete da voi.

Il fiuto del dottor Jean e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2018.
Francia, regione de La Rochelle. Qui abita un personaggio davvero curioso e singolare “Jean Dollent aveva trent’anni. Esercitava nel circondario soltanto da due anni, e forse perché era mingherlino, forse per i suoi modi gentili e alla mano, forse anche per la sua minuscola 5 CV il cui rombo echeggiava per le strade a ogni ora del giorno, tutti lo chiamavano affettuosamente il dottor Jean, o anche il dottorino.” Non gli piacciono i romanzi polizieschi e non legge articoli di cronaca nera sui giornali. Eppure, attraverso determinati eventi, scoprirà una nuova passione, “un talento singolare” che lo farà diventare famoso in un campo assai diverso dalla medicina: un investigatore di misteri, un eccellente detective, diciamo pure suo malgrado, che le intuizioni gli vengono così spontanee, di getto in modo da “far emergere dalle storie in apparenza più complicate la pura e semplice verità.”
La scoperta del suo impensabile “dono” nel primo racconto quando riceve una telefonata del giovane Drouin dalla Maison Basse, dove vive insieme alla sua bella compagna “…Deve venire subito…” Ma lì non trova nessuno, ovvero nel giardino sul retro una brutta sorpresa: il cadavere di un uomo…
È trascorso solo un mese dal delitto della Maison-Basse che eccolo a Royan dove si innamora! (è ancora scapolo e vive con la domestica Anna). Di “una ragazza in azzurro pallido”, tra la folla assiepata davanti al tavolo verde di un casinò. Un tuono, il temporale che finisce quasi subito. Adesso la ragazza si è piazzata dietro una signora grassa che ha tirato fuori un bel fascio di banconote. E lei cerca di rubarle… Una ragazza strana, seguita come un’ombra da una altrettanto strana governante inglese. E qualcuno, la stessa notte, vola giù da una finestra dell’albergo dove alloggiano…
Sono passate tre settimane da quando ha letto la deposizione di un meccanico nei pressi di Nevers. Un uomo corpulento ha chiesto trenta litri di benzina, nel sedile posteriore della macchina siede un altro uomo e una donna che, alla partenza, ha abbassato il finestrino e gridato aiuto. “Una donna che grida… Un uomo corpulento…”, caso perfetto per il nostro Jean che si fionda lì (si fa per dire) con la sua scassata 5 CV. Un morto, anzi due morti ammazzati e due sorelle particolari. Ce la farà a risolvere pienamente una situazione assai ingarbugliata?…
È arrivata una lettera, o meglio un assegno di ben cinquemila franchi da parte di un certo Evariste Marbe tornato in Francia dopo una vita trascorsa nelle colonie. “Due volte a settimana qualcuno, che non sono mai riuscito a vedere in faccia, s’introduce in casa mia e la mette a soqquadro.” Tra l’altro senza rubare un bel niente. Siccome la polizia ha fallito, il nostro Jean dovrebbe risolvere il mistero. Evariste pensa che possa trattarsi di una vendetta dei Tupapau, i demoni degli indigeni di Tahiti dove ha vissuto per un certo periodo, avendo fatto costruire una casa su un terreno considerato sacro. Sarà così, oppure c’è qualcuno che vuole trovare qualcosa di importante, per lui, in quella casa? E perché il fatto avviene solo di mercoledì e di sabato?…
Un personaggio davvero singolare Jean Dollent. Si innamora facilmente, battibecca con la polizia, pensa, riflette, rimugina, si immedesima nei personaggi, li sviscera, cerca “di farli vivere, di animarli nel loro scenario” fino all’accendersi della lampadina, fino a scoprire il “dettaglio” che gli permetterà di risolvere l’ambaradan. Ironia sparsa dovunque in questi gustosi e arguti racconti. E noi lettori siamo lì che cerchiamo di capire e, magari, superare nella deduzione degli eventi il nostro simpatico e stravagante dottor Jean.

La clinica Riposo & Pace. Commedia nera n. 2 di Francesco Recami, Sellerio 2018.
“Qui mi vogliono ammazzare! Qui mi vogliono fare l’eutanasia!”, grida disperato Alfio Pallini, ottantacinquenne con una stazza di centoventi chili, portato dai nipoti nella clinica Riposo & Pace per demenza senile e altre amenità degenerative. Stanza numero 9 al secondo piano fornita di due letti.
Fissato che lo vogliono far morire, in continuo contatto con l’alter ego Ulrich, farà di tutto per evitare l’esito funesto: non prendere con ogni mezzo le medicine, vomitare quelle prese, cercare disperatamente qualcuno, pagandolo, che lo porti fuori da quella specie di anticamere per l’aldilà (arriva pure la visita di un prete). D’altra parte i disgraziati compagni di stanza se ne vanno via uno dopo l’altro con sospirone liberatorio dei familiari e il finto cordoglio del Professore che vede rimpinguate le sue casse. Ce la farà il nostro Alfio a sottrarsi a quella che reputa la sua segnata sorte? Ci sarà qualcuno che crederà alle sue certezze?…
Scrittura veloce, ironica, grottesca fino all’esagerazione e al paradosso, capace di caratterizzare tutto un ambiente sanitario, partendo dai malati (ce n’è pure uno fissato su una nota canzone dei Corvi che non smette di cantare), continuando con il personale infermieristico, i dottori e il Professore, per terminare con il cinismo dei parenti. E viceversa. Uno sguardo drammaticamente goliardico, si ride per non piangere, sul tragico rapporto tra malato, famiglia e istituzione ospedaliera dove il primo viene spesso spogliato della sua umanità.
Insomma, occhio a certe cliniche. Specialmente se finiscono con la parola “Pace”. Che potrebbe essere perpetua.

Un giretto tra i miei libri
La vittima è in incognito di Mary McMullen, Mondadori 2011.
Agenzia pubblicitaria Wade & Wallingford a New York, qui entra al lavoro la giovane Eve Fitzsimmons, “dai capelli color nocciola e un visetto sottile, pallido e delicato” (appartamentino nella Cinquantesima Strada), per coadiuvare il bravo e difficile Luke Barden, disegnatore coi fiocchi. Suo capo Frieda Lee “piccola e sottile” dai modi disinvolti e autoritari, energici ed efficienti”, agenzia pubblicitaria di media grandezza molto rispettata, direttore Cummings, presidente Sergius Wade, suo braccio destro Tom Marriott e altri dipendenti.
Il maggiore cliente dell’agenzia è la United Farms e allora giù a lavorare sulla pubblicità dei piselli in scatola e sulla gelatina di lamponi. Tutto fila abbastanza bene fino al ritrovamento in sala riunioni di una perfetta sconosciuta completamente nuda, strozzata da una cravatta.
Arriva il tenente Grace della squadra Omicidi “un uomo magro dal viso nordico”, occhi azzurri, capelli grigi su fronte alta e uno sguardo piuttosto sardonico e allora il racconto si alterna tra lui ed Eve. Interrogatori, elucubrazioni, sospetti tra i dipendenti, un matrimonio nascosto, una donna delle pulizie che sa qualcosa, la scoperta della identità della morta, i dubbi, la paura che si insinua in Eve, la sensazione di sentirsi in trappola, i passi alla porta, il messaggio di avvertimento. E ancora i complicati rapporti amorosi tra i dipendenti. l’attrazione verso Barden, un ricatto, gli sforzi di Grace, la “gelida oscurità”, il “senso di vuoto”, il “grido soffocato e strozzato”, i passi, le corse nel buio, la pioggia gelata, il ghiaccio, la neve.
Buono il crescendo della tensione narrativa attraverso una scrittura nitida, composta, senza troppo eccedere, giallo classico con spruzzatina di gotico.

L’alibi di Scotland Yard di Don Betteridge, Polillo 2011.
Se il buon dì si vede dal mattino, un buon romanzo si vede (anche) dall’incipit. E se l’incipit è “Subito dopo aver ucciso Monckam, andai direttamente a Scotland Yard. Mi sembrava il posto migliore per crearmi un alibi”, allora si prospetta davvero un buon romanzo. Da fregarsi le mani. Però, oddio, basta vedere chi entra a Scotland Yard, per sapere chi è l’assassino. Solo che a Scotland Yard ci entrano in parecchi…
Siamo nella Londra del 1936, la vittima è Francis Moncham, un ricattatore di professione ucciso nella sua stanza con una pallottola nel cuore. Il cadavere è stato scoperto dalla moglie del portiere del palazzo, impronte femminili sulla maniglia della porta, impronta sulla finestra dalla parte esterna del ladro Podger Smith (dunque possibile indiziato). Subito sospettati i ricattati come Lumley, ex carcerato che lavora nella polizia (ingaggia a difenderlo il capitano Peter Darrell, investigatore dilettante), Peter Moffatson, Peter ed Elaine Rutland. Svolgono le indagini il sovrintendente Aliston e l’ispettore Duncan “una persona amabile, piena di tatto, arguta e dalla pazienza illimitata”, studioso di psicologia e amante della letteratura poliziesca. Tra l’altro cita un sacco di detective: Sherlock Holmes, Sexton Blake, Lord Peter Wimsey, dottor Thorndyke, Hercule Poirot, ispettore French, il sovrintendente Wilson (l’autore ci tiene a farci sapere che non è un novellino). Sotto di lui il sergente Newcombe.
Una storia basata molto sulla ricostruzione meticolosa dell’alibi ma anche movimentata con Duncan costretto ad andare a Parigi, poi ad Andorra dove scampa ad un pericolo (con ferita) lungo i monti, flash back ripetuti, un colpo, colpissimo, di scena finale.
In prima persona le vicende dell’assassino e in terza gli altri eventi, un po’ di lungagnate, ritmo talora affaticato, spunti di critica ai “soliti” romanzi polizieschi piuttosto inverosimili. Insomma qualche pagina di troppo, ma un grazie alla Polillo glielo mandiamo lo stesso.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Il grande giorno di Jack Ritchie, Marcos y Marcos 2018.
Dal maestro del noir amato da Alfred Hitchcock, Jack Ritchie – l’autore più pubblicato da una gloriosa rivista di detective story, la Hitchcock’s Mystery Magazine – quattordici eleganti e brevi storie dal meccanismo perfettamente oliato che si fanno letteralmente divorare dai lettori. Perché Ritchie sembra il mago del racconto: gli bastano poche righe per far vivere un personaggio e poche pagine per raccontarti tutta una storia breve e fulminante. I suoi protagonisti talvolta hanno la pistola facile, ma la usano con cauta parsimonia. Potrebbe capitare di essere incaricato di far fuori se stesso ma c’è sempre a portata di mano una comoda e utile soluzione. E se un bambino fa scattare il grilletto, non è poi tanto grave. Come non è troppo caro, per la propria tranquillità, foraggiare un ubriacone con cento dollari alla settimana. Ricordiamo, sorridendo, il redditizio falso omicidio.
Leggiamo dell’imputato minacciato di condanna a morte che pretende un pubblico e mediatico processo per confessare. Ritchie poi ci spiega come poter ritrovare uno zio scomparso nel nulla per una cliente con i fiocchi. Abbiamo il pappone delinquente che sogna il Messico; il ladro di lusso condannato a cinque anni di prigione che per godere di un trattamento speciale deve pagare; come si può pararsi le spalle – il tradimento non è la forma più pericolosa di infedeltà – dal rischio di diventare la vittima di un omicidio e il fiscalista ricattatore che ha buon gioco per incastrare il suo cliente con troppi panni sporchi da lavare. E se la direttrice di un supermarket accidentalmente uccisa durante una rapina tornasse al mondo con lo scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino creduto morto, unico erede del castello dello zio che stai godendo come eredità, ti rubasse le sigarette per farti capire che tanto morto non è?
Se è vero che la modestia è la virtù dei mediocri, Jack Rirchie mediocre non era proprio perché sostenne che ogni romanzo può diventare una short stories, e che nelle sue mani I Miserabili si poteva ridurre a solo due paragrafi. (La frase su I Miserabili è riportata fedelmente sul risvolto della cover del libro). Ḕ dunque sicuramente uno scrittore molto sicuro di sé e che non la mandava a dire. Ma devo riconoscere che come “novellatore” ci sa fare, eccome. I suoi racconti spesso seguono uno schema simile: un protagonista, magari il cattivo della storia, che racconta la faccenda complicata che sta vivendo. E di solito, quando le cose sembrano avviarsi verso un finale abbastanza prevedibile, Ritchie si diverte a metterci fuori strada con un gustoso espediente che cambia completamente la situazione. Tutti i protagonisti dei racconti di Ritchie, che siano imbroglioni, truffatori, studentesse mancate, maggiordomi infedeli, private eye da strapazzo, geniali assassini per caso o addirittura killer professionisti, sembrano pronti a cogliere l’occasione della vita o del caso, quel grande giorno che permetterà loro di concludere e mettere a profitto un piano pazientemente studiato, o semplicemente trovare un modo per sbarcare il lunario. Eppure Ritchie in poche righe riesce a infilare tutti gli ingredienti necessari per stuzzicare la curiosità del lettore che, a quel punto, DEVE per forza andare avanti per scoprire come il racconto va a finire. E non basta, spesso arrivato alla conclusione è costretto a rileggerlo daccapo, per riassaporare meglio i colpi di scene le sue irresistibili trovate. Soluzioni suggestive, ben architettate e con in più una bella dose di leggerezza che spesso lasciano a bocca aperta. E comunque l’autore stesso sembra non prendersi troppo sul serio. I suoi racconti infatti, lasciando poco spazio all’approfondimento di tematiche complesse, non consentono al lettore né di affezionarsi ai personaggi né di approfondirne la psicologia. Anzi Ritchie, quasi giocando con il lettore, esibisce con disinvoltura i meccanismi narrativi che permettono alle sue storie di funzionare. Quasi ci facesse l’occhiolino e ordinasse: “Siete qui perché volete una bella storia noir. Bene sedetevi e cominciamo.” Nei suoi racconti non troviamo mai eroi e a ben vedere il male è sempre parziale. In realtà Ritchie punta piuttosto a far risaltare prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo, carte vincenti nel gioco delle parti di una plausibile realtà. Il denaro è sì spesso il motore delle azioni spericolate e spesso mortali dei personaggi ma l’humour la fa sempre da padrone.

Altri spunti della nostra Debicke
Torna Luigi Guicciardi con il nuovo romanzo Nessun posto per nascondersi (2018), per i I Tascabili Noir dalla casa editrice genovese Fratelli Frilli Editori. Romanzo, il diciassettesimo per la precisione che vede il protagonista cult di Guicciardi, il commissario Giovanni (nome proprio sempre artatamente occultato, l’autore ama i cognomi) detto Vanni, Cataldo alle prese con la sua diciassettesima indagine.
Stavolta, nel prematuro caldo di una fine primavera in val Padana, il nostro dovrà confrontarsi con una strana serie di omicidi che sembrano orbitare intorno al mondo del calcio… Inquieto, tormentato, gira in tondo, brancolando nel buio, ma la soluzione c’è, è là, a portata di mano, basta insistere, scavare tra i segreti del passato per intuirla e coglierla al volo. Ma alla fine, anche dopo la soluzione del caso restano lo stesso quel senso di inquietudine, d’impotenza, di solitudine, di incertezza. Rimpianti? Forse Cataldo sente la mancanza dei figli, della rassicurante presenza di Muliere e, per rasserenarlo, non gli basta l’occasionale condivisione di qualche brano di musica classica.
A regola d’arte di Stefano Tura, Piemme 2018.
Torna in scena l’ispettore Alvaro Gerace che, da anni ossessionato dalla scomparsa di alcune bambine sulla riviera romagnola, non ha mai voluto archiviare il caso. In A regola d’arte troviamo una Londra molto poco da cartolina, vista, descritta e spiegata con gli occhi disincantati di un quasi londinese. A tratti sfavillante ma allo stesso tempo dura, dal cuore di pietra, che non perdona e che purtroppo ci regala un capitolo della saga di Peter McBride che non avremmo voluto leggere. Una colonia italiana in Inghilterra che, se rispecchia la maggioranza degli emigrati di alto livello, mette i brividi, mentre per fortuna tra i lavoratori si riesce ad apprezzare un certo spirito di collaborazione e amicizia. Ancora una volta Tura suddivide la sua storia su più piani narrativi, per alternare e portare avanti in parallelo storie diverse con protagonisti diversi che convergono nel finale. Una costruzione letteraria riscontrata anche nei romanzi precedenti che spesso per ritmo e precisione nei dettagli ricorda con prepotenza una sceneggiatura e tuffando il lettore nella storia, gliela fa vivere a tutto tondo. Insomma un romanzo anche questo A regola d’arte: brillante, intrigante e veloce, nonostante le sue 480 pagine
A noi donne basta uno sguardo di Christine von Borries, Giunti 2018.
Primo capitolo di una nuova serie giallo noir per la penna di Christine von Borries, sostituto procuratore, ambientata a Firenze città, dove vive e occupa il suo attuale incarico. Una serie che, diversamente dalla precedente con  l’unica protagonista Irene Bettini, agente operativo del Sisde, è corale e interpretata da ben quattro donne, amiche e alleate tra loro: Valeria Parri pubblico ministero presso la procura, Erika Martini ispettore di polizia presso la questura, Giulia Gori giornalista e Monica Giusti commercialista. Tutte e quattro le amiche, muovendosi ciascuna secondo le proprie competenze professionali, si troveranno a indagare sul caso dell’omicidio di Rosaline e del rapimento di suo figlio. Quattro donne con le loro vite serene o incasinate, come quelle di tutti, talvolta realizzate, o magari insoddisfatte, con le loro esperienze sentimentali più facili o più difficili, ma soprattutto con la loro grande, indistruttibile amicizia, si mettono in gioco per scoprire, affrontare i colpevoli e smontare i disumani ingranaggi di una rodata macchina crudele che governa un  sistema che si appoggia su insospettabili complicità… Testo piacevole che mentre si legge intriga, coinvolge e può offrire diverse chiavi di interpretazione. E visto che l’autrice ci ha lasciato un po’ in affanno e con una storia a metà, appuntamento al prossimo della serie. Vogliamo sapere come andrà a finire.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Oggi vi presento Le avventure di Ulisse di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
“Ricordati di me che non sono Nessuno, ma l’astuto Ulisse!” grida l’eroe greco a Polifemo, il gigante con un occhio solo figlio di Poseidone, che ha accecato nella sua grotta. Per ritornare nella propria patria, ad Itaca e dalla moglie Penelope, dopo avere distrutto la città di Troia (sua l’idea del famoso Cavallo di legno), deve affrontare una marea di avventure pericolose: la maga Circe che trasforma gli uomini in maiali, le Sirene dal canto pericoloso, Scilla e Cariddi due mostri marini e i Proci che hanno invaso la sua casa.
A me questo libro è piaciuto perché l’atmosfera è paurosa e ricca di brividi. Ulisse è furbissimo e si libera da tutti i guai che affronta. Io sto sempre dalla sua parte, mi immagino di essere lui stesso, oppure di aiutarlo nelle sue avventure.
Leggete questo libro, è bellissimo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

5 thoughts on “Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2018

  1. Con l’estate alle porte, un bel pacco di gialli sotto l’ombrellone è quello che ci vuole. Grazie Maestro (ma sugli scacchi nulla?)

  2. Sugli scacchi consiglio sempre “Gli scacchi, la vita” di Garry Kasparov, e “Bobby Fischer va alla guerra” di David Edmonds e John Eidinow..
    Grazie per la visita!

  3. Dovrebbe essere interessante “ALEKHINE – La spia che sapeva giocare a scacchi. Il segreto di un’indagine storica” di Angelo Acampora, uscito da poco..

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