Detective Lady (XIII) – Le lunghine di Fabio Lotti

Heat Wave di Richard Castle, Fazi 2010.
New York, trentasette gradi e un tizio, più precisamente l’immobiliarista Matthew Starr, che cade giù dal sesto piano di un edificio e rimane stecchito. Ad indagare la detective Nikki Heat con i colleghi Ochoa e Waley (Roach) e lo scrittore Jameson Rook. Alcuni indizi fanno pensare ad un omicidio e non mancano i possibili sospettati: la moglie che tradisce, un concorrente in affari, un mafioso, l’amministratore finanziario e via di seguito.
Al centro la nostra Nikki, belloccia e sfortunata con la madre morta uccisa quando aveva diciannove anni e i ricordi che riaffiorano all’improvviso. Atletica, si allena con le arti marziali e con il suo allenatore Don anche per un altro tipo di allenamento più ravvicinato. Suo metodo di lavoro parlare, ascoltare, capire e poi riflettere con nomi, date, fotografie sulla lavagna. In conflitto con Rook, ci scappa pure un “Vai a cagare”, ma poi ripensamenti, occhiate e sguardi furtivi conditi da batticuore fino allo scontato epilogo con capriole sul letto.
Le indagini portano a scoprire una vita dissoluta del morto tra donne e gioco e allora i sospetti su questo e su quello, una collezione di quadri che fa gola (veri o falsi?) ed altri cadaveri sparsi fino alla chiusura con inevitabile lotta.
A chiudere in bellezza via il caldo torrido e l’arrivo di un’ondata di freddo dal Canada. Ergo vento, pioggia, fulmini e i due eroi che si baciano sulla porta di casa inzuppati fradici. Che carini!
Note positive: costruzione discreta, lettura veloce, piacevole, psicologie credibili, movimentato il giusto.
Scontati: solito passato di merda che riaffiora, solita sfiga familiare, solito contrasto che si tramuta in innamoramento, solito caldo boia, ormai cliché irrinunciabile.
Ma gira e rigira gli elementi di un romanzo poliziesco sono sempre gli stessi ed è difficile tirar fuori anche un sol pizzico di originalità.

Petra Connor è la protagonista di Subito dopo mezzanotte di Jonathan Kellerman, Sperling and Kupfer 2007. Dato che la trama del romanzo, in questo tipo di ricerca che sto conducendo ci interessa il giusto, ricopio pari pari la presentazione del libro “Una e un quarto di notte. Petra Connor, l’affascinante detective della squadra Omicidi di Los Angeles, è svegliata da una telefonata del distretto di polizia: strage al Paradiso Club. Quattro morti. Adolescenti che avevano partecipato a un concerto hip-hop. Perché quell’orrendo massacro? Oltre al gravoso incarico di decifrare il rebus, Petra deve fare da baby sitter al ventiduenne dottorando Isaac Gomez, impegnato in una ricerca statistica sui crimini avvenuti in città dal 1991 al 2001. Il suo Q.I. è superiore alla media come la sua timidezza e la miseria in cui versa la sua famiglia. E se fosse proprio il giovane impacciato cervellone a fornire la chiave dell’enigma? Incrociando i dati risultano infatti sei efferati delitti commessi negli ultimi sei anni, tutti subito la mezzanotte. E tutti il 28 giugno. L’assassino sembra divertirsi un mondo a fracassare il cranio delle vittime osservandone colare la materia grigia…Quale disegno segue la follia? E quale legame con la carneficina del Paradiso? Non c’è un minuto da perdere, nemmeno per Eric Stahl, il collega che tiene in pugno il cuore di Petra: tra un mese è il 28 giugno”.
Occupiamoci di Petra Connor: intanto ha già risolto due casi di omicidio. Dopo subentra “la solitudine”. Temperamento arzillo, non può stare ferma senza far nulla. Innamorata di “un taciturno detective di nome Eric Stahl con un passato nei servizi speciali dell’esercito”. Certo non un tipo appariscente se al primo incontro gli sembra un becchino. In seguito, in un momento delicato in cui sta per affrontare un pluriomicida, le pare “elastico” e “armonioso”. Ma poi, quando lo vede in calzamaglia, la fa sorridere. Sfortunatissimo. Già sposato con moglie e due figli. Persi tutti. Impassibile nei momenti critici “Di fronte a un indiziato con la calotta cranica ridotta in poltiglia i poliziotti, anche i veterani più incalliti, reagiscono solitamente con un minimo di emozione. Eric non mostrava in quel momento più di quella che avrebbe provato nel limarsi le unghie”. Petra, “cresciuta in Arizona con cinque fratelli e un padre vedovo” si è anch’essa sposata ma poi divorziata. Tanto per restare nel solco desolato delle detective lady. Brava in cucina, ama dipingere. Ognuno vive nella propria casa. Primo rapporto con Isaac Gomez: da una parte si sente protettiva, dall’altra irritata perché è restia ad abbracciare subito la sua teoria. Cioè che gli omicidi del 28 giugno abbiano qualcosa in comune. Tuttavia sa bene che Isaac “era più intelligente di lei, molto di più. Ignorarlo avrebbe potuto risultare un errore di quelli malandrini”. Buon senso. E proprio da lui ci arrivano di tanto in tanto particolari sulla nostra Petra. Che è agile e aggraziata e con un bel caschetto di capelli neri. Occhi castano scuro tendenti al nero. Occhi “indagatori”, “lavoratori” e non “strumenti da flirt”. Lineamenti nitidi, la pelle d’avorio e sottili vene blu. L’antitesi della bambolona maggiorata. Ma proprio per questo “la rispettava il doppio proprio per come sapeva essere se stessa, resistente alle volgari pressioni della moda corrente”. Una persona seria, di cui, evidentemente si è innamorato. “Quella pelle, quegli occhi. Quel modo che avevano i suoi capelli neri di ricadere con naturalezza al proprio posto”. Sempre da lui sappiamo anche come si veste. Invariabilmente di nero tanto che i colleghi la chiamano “Morticia”, ma anche “Barbie” e questo non riesce a capirlo. Insomma, proprio una bella donna. Altri particolari verranno aggiunti in seguito. Mani affusolate e forti, aggressiva in un modo assai femminile. Non le dispiace un po’ di “sesso atletico”. E quando non resiste non resiste. Rischiando il grottesco “Poi non ce la fece più. Prima spogliò frettolosamente il suo corpo pallido e ossuto, poi si strappò quasi di dosso i vestiti, con tanto affanno che per poco non inciampò nei calzoni”. Oppure “Petra osservò la sua sagoma sfocata. Al diavolo. Si spogliò e lo raggiunse. Crudeli e sconsiderate le posizioni in cui lo costrinse”. È veramente innamorata di lui. Lo dimostra in ogni momento. Si commuove ai ricordi. Come quando piange ripensando a Shirley Lenois, una poliziotta madre di cinque figli che si era fatta in quattro per lei quando era entrata nella polizia. Non fuma ma non le dispiace un buon caffè. Non pare molto ordinata “Si versò dell’altro caffè, giocò con fili di mozzarella, prese uno dei fascicoli. Bevve e mangiò e cominciò a leggere. Sporcando le copertine di olio. Trattandole senza molto riguardo”. Esperta guidatrice sa districarsi nel traffico e orientarsi perfettamente. Anche quando con la mente è altrove. Ottima osservatrice “Il comportamento insolito di Kurt Doebbler si fissò nella mente di Petra e, dopo che per qualche giorno ebbe lavorato inutilmente al caso Paradiso, si ritrovò a pensare a lui”, “Eppure era sicura che la persona con cui aveva parlato al reparto di oncologia aveva reagito con ansia sentendola parlare di Sandra”. Spiccia e diretta con gli altri. Si fa capire anche senza parlare “Petra indirizzò un sorriso intinto nel veleno dritto al naso all’insù della fanciulla”. Già detto che non può stare ferma un attimo “Decisa a escludere dai suoi pensieri l’attentato nonché il lavoro d’ufficio, si era buttata anima e corpo in faccende domestiche e assalti maniacali alla sua tela, dai quali aveva ricavato solo una monumentale depressione”. Che risolve facendo anche la spesa e telefonando ai suoi cinque fratelli, nonché alle loro mogli. Solo a pagina 188 si viene a sapere che ha trent’anni. Ogni tanto pensa anche a se stessa: cena leggera, bagno caldo, un tocco di trucco. Mangia alla svelta essendo cresciuta con cinque fratelli famelici. In netto contrasto con Eric che mangia, invece, lentamente. Non disdegna i piccoli, buoni ristoranti dove può ordinare salmone alla griglia con patate al forno e cavolo stufato. Esperta nei travestimenti “Petra aveva nascosto la chioma nera sotto la parrucca bionda che usava per i suoi travestimenti ai tempi in cui si occupava di furti d’auto. Interpretava una donna di dubbie virtù a caccia di una Mercedes da comprare per pochi dollari”. Nei momenti di tensione ha “le budella torte”, le mani gelate e le martellano le tempie. Sa mantenere il controllo di fronte alle provocazioni. Soprattutto a quelle del suo capo Schoelkopf “Lei è un’amorale, vero?” l’apostrofò lui. Petra strinse i pugni. Tieni la bocca chiusa, bella mia”. Fino ad un certo punto, però. Quando il capo insiste si sente la faccia bruciare come se gliel’avesse infilata in una fornace ed è “pronta a saltare alla gola di quel bastardo…”. Testarda. Dopo che è licenziata non si dà per vinta. Subito a casa mette via cavalletto e colori e allestisce un tavolo di lavoro su quello da pranzo. Se c’è da dormire per forza manda giù un tranquillante e la mattina dopo si sveglia “più battagliera che mai”. Resistente. Può stare ore ed ore a sorvegliare un probabile assassino sgranocchiando caramelle.
Che dire del libro? Le solite cose che si dicono di altri libri. Sembrano tutti fatti con lo stesso stampino. Capitoletti brevi, smozzicati, dialogo imperante con frasi in corsivo che diano risalto al pensiero, battutine più o meno ironiche, aggancio ormai imprescindibile con il passato, serial killer di turno che sembra un tizio e poi è un altro…Insomma lascio a voi lettori il giudizio. Anche perché a me interessa la detective lady di turno. Ma anche qui niente di nuovo sotto il sole. Solita sfiga, solita ragazza forte, solita storia di amore e sesso… No, non è giornata.

Dopo la cicciotella detective panettiera Corinne Chapman ecco Phryne Fisher l’aristocratica londinese (nata in Australia) venuta dal basso dopo avere ricevuto una inaspettata eredità. Alta, slanciata, caschetto di capelli neri, occhi grigioverdi, vestiti di classe inappuntabili (insomma una gnocca come la cortigiana greca Frine di cui porta il nome). Adora “Alice nel paese delle meraviglie”, legge un po’ di tutto, perfino il “Trattato di tossicologia” di Glaister. Abita in una bella villa con la dama di compagnia Dot Williams e i Butler marito e moglie per le faccende domestiche. Colore verde suo preferito, sa sparare, conosce i trucchi della lotta senza armi, canta, fuma, gioca a whist, fa tranquillamente all’amore senza innamorarsi. I soldi non le mancano ma si annoia a morte. E allora ecco che si inventa detective. Paese Australia (sì, avete capito bene), anni ’20 (sì, avete capito bene). Protagonista di Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009. Copertina verde al posto della solita copertina rossa.
Il treno è sempre stato un luogo ideale per sparizioni e morti misteriose. E dunque va a fagiolo anche per questa storia. Siamo in treno. Cloroformio, tutti narcotizzati eccetto la nostra Phryne che spacca il vetro del finestrino con una pistolettata. Sparita una signora ritrovata poi morta come calpestata lontano dalle rotaie, in più arriva una ragazzina che ha perso la memoria. Sparito anche uno strano controllore giovane, biondo e con un bel sorriso. C’è di mezzo un ipnotizzatore, la magia (va di moda) e lo sfruttamento di ragazze degli orfanotrofi. Per le sue indagini si avvale dell’apporto di Bert e Cec. Ci sono pure due bei giovanotti con uno dei quali si lascia andare fino ad un certo punto perché è inutile innamorarsi di lei “Ma non ho intenzione di giocare con il tuo cuore, Lindsay: solo col tuo corpo”. E infatti ci gioca. Non manca il movimento, gli scontri, pedate (quelle coi tacchi fanno veramente male), cazzotti e gomitate. E un cuore grande che si prende cura di due ragazze dell’orfanotrofio.
Struttura semplice come la prosa. Anche troppo. Traduzione che a naso un po’ mi puzza (nel senso che non mi convince). Una onesta confezione, talora gradevole, ma niente di più.

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