Detective Lady (XIV) – Le lunghine di Fabio Lotti

“Stoccolma, estate 2003. Una serie di furti sconvolge i nuovi ricchi dell’alta finanza. Unico indizio: i ladri portano sempre via, oltre a gioielli e quadri, una costosissima bottiglia di vino pregiato. È la Banda delle Cantine. L’inchiesta è affidata all’ispettore capo Ewa Johnsén, 39 anni, da poco divorziata, fisico statuario e folta chioma bionda, tutta intuito, volontà e sex appeal. Ma in realtà la lunga serie di furti non è che la punta dell’iceberg di uno scandalo ben più ampio che coinvolge l’alta borghesia, stimati professionisti, poteri forti, tutti criminosamente legati tra loro. A Ewa il compito di venirne a capo…”. Così viene presentato Il mercato dei ladri di Jan Guillou, Corbaccio 2007.
Vediamo questa Ewa Johnsén. Già sin dall’inizio si sa, lo avete appreso dalla presentazione (ma già ve lo immaginavate), che è divorziata. Più precisamente con il poliziotto Hasse Järneklov. Per via di una serie ininterrotta di anni praticamente vuoti. Separazione quasi naturale. Lui prende la sua roba e parte, mentre lei socchiude la porta. Lei tiene l’appartamento e lui la casa al mare. Tutto a posto. Niente litigi o risse furibonde. Meglio così. Capelli biondi, uniforme da convegno Armani (i nostri stilisti si trovano dappertutto). Vino preferito Chardonnay. Da 14 anni fa questo lavoro, ha lavorato alla omicidi, alla narcotici, alla investigativa ed ora nella polizia tributaria. È sovrintendente, un grado sopra commissario. Subito cottarella per Pierre che dice di essere un ladro (e se fosse stato un pluriomicida sarebbe svenuta ai suoi piedi?). “Ewa soffocò l’impulso improvviso di invitarlo a salire”. Ma poi si pente. Svolge con molta cura il suo lavoro. Vuole conoscere più informazioni sul vino dal giornalista Erik Ponti e da Pierre che sono esperti. Non riesce ad inquadrare il collega Muhr con il quale lavora. A volte le sembra “carne a volte pesce”. Brava con il computer. Per scaricare la tensione va in palestra. Ancora non abituata a vivere la nuova vita da separata. Colazione con corn-flakes, passeggiata con jeans e felpa. Di nuovo attratta da Pierre “Al rapido contatto tra la mano di lui e il suo seno sinistro provò quasi una fitta”. Qualche ricordo del passato quando arriva la prima notte di mezza estate. Si butta sul lavoro. Bevicchia. Arriva al terzo bicchiere e alla seconda bottiglia con l’amica Anna Holt, commissario anche lei (naturalmente separata, ci mancherebbe…) con corpo e movimenti da ballerina. Difende suo marito dall’accusa di razzismo. Discussione con Anna sull’uomo ideale per le poliziotte. Indecisa sulle vacanze accetta con sollievo una chiamata di aiuto di un collega. Rigida etica professionale. La sera prima della partenza per la Corsica lavora fino alle due e mezzo. Rimugina su se stessa. Una donna di mezza età, di buona cultura che si prende una sbandata per uno straniero. “Forse era folle, ma le emozioni erano proprio così, un po’ folli”. A pagina 277 ci dà, finalmente, di brutto. Borsetta francese, completo Armani (ancora), tacchi alti. Non vuole fare la casalinga.
Qualche scenetta sfiziosa tra cui “Si abbassò i jeans, si infilò una bottiglia di vodka nel sedere e la agitò ben bene in modo da farne entrare almeno due cicchetti, poi si portò la bottiglia alla bocca e bevve tra le grida di giubilo misto a disgusto dei presenti” (naturalmente non si tratta di Ewa). Da inserire nel libro Bloody Art di Pablo Echaurren, Edizioni Fernandel 2006. Ci farebbe la sua bella figura.
Anche un’idea sfiziosa. Un’isola dei famosi in cui gli ultimi due classificati devono sfidarsi all’ultimo sangue. Nel sultanato di Muscat e Oman dove tutto è permesso. Tra poco lo sarà anche da qualche altra parte.
Non so cosa dire.

Requiem per una pornostar di Jeffery Deaver, Rizzoli 2010.
Lasciati da parte Pellam e Rhyme il nostro Jeffery si è buttato ultimamente sul gentil sesso (vista l’aria buona che tira da queste parti) con Kathryn Dance, Bryn Mckenzie, ed ora con Rune.
Salta in aria il vecchio cinema a luci rosse “Velvet Venus” a Manhattan proprio mentre da quelle parti sta passando Rune, aspirante regista. La curiosità è troppa e la ragazza si infiltra tra gli agenti che indagano sull’accaduto. Lasciato un messaggio dall’esecutore della strage, più precisamente un avvertimento della “Spada di Cristo” tratto dal “Libro della Rivelazione” di San Giovanni che si riferisce alla fine del mondo dell’Apocalisse e agli angeli sterminatori. In tutto sette e qui siamo solo all’inizio. Una brutta storia.
Dicevo di Rune: piccola, alta poco più di un metro e cinquanta, capelli castani “raccolti in una coda di cavallo”, minigonna rossa con sagome di dinosauri, tre orologi e tre gioielli. Vive da sola su una barca galleggiante nel fiume. Desiderosa di girare un documentario sull’accaduto attraverso la storia della protagonista quel giorno in cartellone, la pornostar Shelly Lowe. Purtroppo saltata in aria pure lei nella sua casa con il secondo angelo che arriva puntuale di lì a poco.
Ad indagare Sam Healy della squadra artificieri lasciato dalla moglie. E si capisce come andrà e dove andrà a finire la storia della sua amicizia con Rune che lo aiuta nelle indagini. Nel solito posto ma senza tante capriole, il che, di questi tempi, è una bell’andare controcorrente.
Abbiamo dunque una digressione sul cinema porno in crisi che se lo girano anche a casa; un trattatello sugli esplosivi e Rune, tra il lavoro e l’indagine, sempre in pericolo e in continua lotta con qualche assalitore. Aggiungo bella tosta e decisa, ricca di risorse e combattiva, si attacca con tutte le forze al sentimento per Healy mandando pure degli accidenti alla moglie.
Il classico pacchetto ben confezionato e quasi scontato attraverso una scrittura di media qualità: sesso, fanatismo bigotto, sfiga e amore. Un caldo tremendo e insopportabile (anche questo ormai quasi un cliché, come l’inverno da gelare le mani o la pioggerella fitta fitta), con il doppio colpo a sorpresa che non fa più impressione e magari la sorpresa vera sarebbe quella, da qui in avanti, che non vi sia alcun colpo a sorpresa. Da certi autori si pretende di più. Ma parecchio di più.

Il sentiero dei bambini dimenticati di Elly Griffiths, Garzanti 2009.
Partiamo dal personaggio principale. Ruth Galloway, trentanove anni, ottanta chili di peso, “capelli castani lunghi fino alle spalle, occhi azzurri, carnagione pallida” con uno splendido sorriso. Nata a Londra, vive in un cottage sul limitare del Salmarsh, una distesa di paludi salate a ridosso della costa. Professoressa di archeologia forense all’università del North Norfolk, specializzata nella datazione delle ossa antiche. Due gatti, Flink maschio dal pelo fulvo e Sparky gattina dal pelo nero con il naso bianco a farle compagnia. Ha lasciato il marito Peter perché terminato l’amore, in conflitto con i genitori non sopporta il fratello Simon il “perfettino”. Sua amica Shona che insegna inglese all’università, adora Springsteen, Bruce, Rod e Bryan, legge volumi di archeologia, gialli, manuali di cucina, guide di viaggio, romanzi rosa. In continua lotta con il suo peso e in continua riflessione su se stessa e gli altri.
Si trova ad affrontare un caso particolare con l’ispettore Nelson, figura imponente e massiccia, sbrigativo nei modi, metodico nel lavoro, sposato con due figlie.
Sintesi: viene trovata una mano di una bambina leggermente chiusa con un braccialetto che sembra fatto di fibre vegetali risalente all’età del Ferro. Ritorna di attualità anche il caso di un’altra, Lucy Downey, scomparsa da circa dieci anni a cui si aggiunge quella improvvisa di Scarlet Henderson. Seguono lettere dell’assassino all’ispettore Nelson con passi tratti dalla Bibbia, di Shakespeare e di Eliot che alludono ad antichi rituali e sacrifici. A cui si aggiungono, come nel più classico dei classici, biglietti di minaccia alla stessa Ruth. Altri personaggi: Erik, suo primo tutor all’università; Cathbad suo “vecchio” studente; David, l’ornitologo vicino di casa e Peter l’ex marito, già menzionato. Da aggiungere la bambina rinchiusa in una stanza sotto terra la cui storia si evidenzia con le solite frasi in corsivo.
Un thriller psicologico che scava in profondità soprattutto nell’animo di Ruth (ma anche di Nelson), donna forte e coraggiosa, piena di dubbi che riesce in qualche modo a risolvere in positivo. Martellata dal significato nascosto delle lettere, dal presente e dal passato che riaffiora di continuo.
Un thriller con grosse venature di gotico: la paura, la corsa nella palude, il rischio della morte, l’incombere dell’assassino, l’arrivo del temporale, il tuono, le urla e insomma tutto l’armamentario usuale per creare ansia e terrore. E poi rivelazioni, colpi di scena, il sospetto riversato ora sull’uno ora sull’altro dei personaggi, la rivelazione finale, dubbia nella motivazione e di non difficile soluzione per i lettori più esperti.
La mano c’è, e si vede. Prosa sicura, efficace nella parte scientifica, nella delineazione dei personaggi o nella descrizione dell’ambiente interno ed esterno. Un libro godibile soprattutto all’inizio che scade poi piano piano nell’abituale cliché di storie complicate dal punto di vista sentimentale (risparmiata, fortunatamente, la solita scena sessuofobica) e anche della pura struttura narrativa piuttosto risaputa e sfruttata.

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