Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2018

Ogni volta che devo iniziare il mio contributo al blog mi trovo in difficoltà per la scelta degli argomenti. O parlare di qualche lettura fatta al gabinetto (ma quale tra le millanta di vario genere?), o mandare un saluto a qualcuno, o affidarmi a certi ricordi nostalgicamente pallosi del mio vissuto, soffermandomi su alcuni particolari personaggi (vedi il postino, la pettegola e il prof. di filosofia), o buttarmi, infine, sul presente con qualche battuta più o meno riuscita.
Oggi ho deciso di partire dal blog L’oeil de Lucien di Giuseppina La Ciura “Da molti giorni soffro del “blocco del lettore”. I libri li apro, ne leggo mezza pagina e passo ad un altro. E così via. La causa è evidente. I Gialli Mondadori sono roba da mercatino rionale.
I Gialli inediti degli Anni Trenta pubblicati da Polillo sono rimasugli del passato, routinari e tediosi (il delitto del baronetto nella sua tenuta di campagna, indagine, soluzione ed impiccagione del colpevole). I Gialli moderni, con poche eccezioni, sono un ammasso di corpi squartati che nemmeno Oseghale potrebbe fare di meglio. I romanzi blancs sono illeggibili perché stereotipati e computerizzati. Quelli antichi li ho letti quasi tutti. I romanzi non mi insegnano più niente della vita. Andiamo ai saggi… “
Giuseppina La Ciura mi piace perché sincera, diretta, senza mezze parole e perché ricorda un po’ il Lottino di una volta, (invecchiando sono diventato più morbido, accidenti!). E allora dico a Giuseppina di non buttarsi giù che qualche buon libro si riesce ancora a trovare.

Donne pericolose di AA.VV., Piemme 2006.
Come già scritto tempo fa proprio qui “Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA.VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA.VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?”
Alla fine mi sono deciso. A leggerlo. O rileggerlo… (da lettino psichiatrico).
Trattasi di quattordici racconti. Inutile e faticoso farne un sunto di tutti. Volteggerò leggero in qua e là senza meta e senza un ordine preciso. Tra donne pericolose, come sintetizzato nel titolo e ampliato nella Prefazione citata di Otto Penzler. Per esempio donne affascinanti che giocano con la morte. Lo possiamo verificare sin dall’inizio “Perché non ammazziamo qualcuno?” è la proposta di una bionda “alta e flessuosa” ad un certo Will che di morti ne ha già fatti diversi durante la guerra del Golfo. “Che ne dici di quella ragazza che è seduta in fondo al bancone?”, così, come vittima scelta a caso. Inizio niente male, tra l’altro di Ed McBain. Cosa farà il nostro Will?…
Personaggi nuovi e personaggi conosciuti. C’è Bosch, per esempio, di Michael Connelly, fissato con un certo Seguin e i suoi occhi verdi di assassino. Qualcosa lo tormenta, ancora un dubbio rimasto senza risposta. Deve andare a trovarlo nelle carceri di San Quentin, mentre continua l’indagine su una ragazza uccisa. La voglia spasmodica di sapere… Racconto di guerra nel Laos, il cecchino, una donna che uccide tutti tranne uno, ovvero il personaggio che narra la storia. Perché? Ritmo, movimento, azione, rovello… In forma di lettera delirante la richiesta, da parte di un’amante respinta, del cuore dell’uomo che ha amato quando morirà. E sarà presto “Caro dottor K…”, la loro storia, l’amore, le promesse, la delusione, il travaglio, il diritto di prendersi il cuore…
Ma non facciamola lunga. Sentimenti: odio e vendetta per il tradimento, per il sogno d’amore spezzato della donna. Amore e morte. Racconti vissuti soprattutto dall’interno, un inizio “normale”, pacato, che via via si gonfia fino ad esplodere. Spesso un incontro casuale che potrebbe benissimo svolgersi nella più normale quotidianità a creare imprevedibile catastrofe. Racconti negli abissi dell’animo, dicevo, ma anche intrisi d’azione a mettere in risalto aspetti brutali della vita: soldi, sesso a go-go, sesso estremo, tradimento, follia, scontri, sparatorie, rapine, la decisione improvvisa, a sorpresa, di qualche personaggio, capace di capovolgere completamente le aspettative e la situazione. Ogni tanto uno spiraglio di luce, un momento di riflessione, il passato che ritorna, il ricordo di un volto, di un amore vero a ricondurci verso la perduta “umanità”. Tristezza e dolore.
Personaggi intriganti e inquietanti, a volte al limite dell’assurdo, tutti presi dal loro folle progetto, dalla loro perfida macchinazione. C’è di tutto e di più in questi racconti, ognuno svolto con il proprio stile. Più lunghi, più brevi. Più densi, più secchi o più articolati. Più leggeri e scanzonati o più foschi. In ogni caso terribili. Non tutti alla stessa altezza secondo la forza dei proponenti e gusto del lettore. Ma capaci, comunque, di attrarre, di interessare, di far riflettere, almeno per un momento, su quello che siamo, o che potremmo essere. Sia Donne che Uomini. Pericolosi.

L’ospite di Giorgio Faletti, Einaudi 2018.
L’ospite
Uno scoop giornalistico. È quello che propone Riccardo Falchi al direttore di “Scout”. Previo centomila bigliettoni. Lui sa dove si trova Walter Celi, una star della televisione sparito improvvisamente da quattro anni. Dopo il fattaccio. Dopo che la soubrette italiana Vicky Merlino, durante una serata di uno show, “…era arrivata fino a lui, lo aveva salutato, abbracciato e baciato e poi, con un gesto talmente naturale da parere studiato, era scivolata a terra ed era morta. Morta stecchita.” Nessuno era riuscito a sapere dove fosse. Eccetto lui. Così, per caso, attraverso certe diapositive della nipote Sara appena tornata da una vacanza… Occhio ad un piccoletto con il vestito scuro, la camicia gialla, una cravatta a farfalla rossa e un lecca lecca in bocca che ogni tanto appare…
Per conto terzi
Asti. Un uomo che scende dal treno. Ha preso la sua decisione con una pistola nella tasca destra del soprabito. Poi ecco il Bradipo con due voci. La Voce Buona con la quale saluta, ovvero solo “una specie di maschera sonora.” E la Voce Cattiva che sente dentro. Un guardone tremendo con “gli occhi sporgenti e acquosi”, fissato con il sesso. Ancora un personaggio cercatore di funghi, il trifulan, come viene chiamato da quelle parti, immerso nei pensieri insieme al suo cane, da tartufi, naturalmente. E la scoperta di un uomo impiccato. Lavoro per il commissario Marco Capuzzo che indaga. Suicidio o omicidio?…
Dunque un personaggio dietro l’altro, un “avanti” e un “ritorno” continui, una specie di gioco di scatole cinesi, con l’“ospite” inquietante che si cela nell’ombra, concentrato nel suo obiettivo, a creare sconcerto nel lettore. Personaggi con le loro storie devastanti che rimuginano dentro di loro. Ironia, mistero, l’apparenza che inganna, il Destino che accomuna, il colpo a sorpresa dentro un intreccio ben congegnato.
Giorgio Faletti (1950/2014) è stato comico, attore, cantante, compositore, paroliere. E scrittore. Con Io uccido del 2002 ha venduto cinque milioni di copie solo in Italia e ha confermato il successo con altri libri. Allo stesso tempo esaltato (qualcuno in internet ha scritto che si muove sulla scia di Poe, Lovecraft e King) e stroncato come fosse uno scribacchino. A me pare sia stato scrittore di buon livello e i due racconti sono qui a dimostrarlo.

Il pozzo della morte di Ruth Rendell, Mondadori 2018.
Vita tranquilla per l’ex ispettore Reginald Wexford in pensione. Si dedica alle letture, gli piace la musica (soprattutto Bach e Händel), visita volentieri le gallerie d’arte, di solito con la moglie Dora. Vita tranquilla. Troppo tranquilla. A salvarlo dalla noiosa routine l’incontro casuale con Thomas Ede (Tom), vecchia conoscenza di poliziotto, ora sovrintendente investigativo. Urge una sua consulenza per un caso di omicidio. Nel pozzo di carbone di una storica villa in stile georgiano a St John’s Wood, ovvero l’Orcadia Cottage, sono stati rinvenuti i cadaveri decomposti di due uomini e due donne non identificabili. Nelle tasche dell’uomo più giovane fili di perle, un diamante e una collana di zaffiri. Sfida accettata con la stessa ansia e la stessa eccitazione di quando aveva cominciato il suo lavoro.
Sfida accettata ma indagine difficile, lunga, a ritroso nel tempo secondo il periodo di morte dei ritrovati, tre deceduti da circa dodici anni, il quarto solo da due. Difficile anche stabilire la loro identità, e dunque incontri e colloqui con i vicini e altri personaggi che attraverso le loro storie suscitano ricordi in Wexford (spunti sulla sua vita, sulle sue letture tra le quali, naturalmente, i gialli con i loro famosi detective, a volte cita pure le stesse parole tratte dai libri, vedi la Bisbetica domata).
Arriva qualche progresso, un indizio che tira l’altro a partire da un quadro con la dicitura “Marc e Harriet in Orcadia Place, di Simon Alpheton 1973”, una macchina americana vista nelle vicinanze, un giro tra i rivenditori di auto e le imprese edili, piano piano la trama che si ricompone, mentre la vita scorre con le gioie e i problemi familiari del nostro (una sua figlia viene accoltellata dal fidanzato).
La Rendell è protesa a delineare il quadro di una società che sta decisamente cambiando. A partire dalla stessa Londra piena di sorprese come le tante zone agresti, la strada a volte squallida e pacchiana oppure seria e dignitosa, un’area colonizzata da mediorientali e asiatici, donne velate o, addirittura, con il niqab che lascia scoperti solo gli occhi. I continui lavori in corso nella capitale sembrano non finire mai, la gente non conosce più i propri vicini, aumenta la violenza domestica e quella sui gay, di norma lo sfruttamento delle donne di servizio dell’est che spesso finiscono nei bordelli.
È anche nel passeggiare lungo questo ambiente di vita che arrivano i dubbi, gli assilli, i continui rimuginamenti di Wexford, insieme a quelli di Tom. Riflessione, ma anche azione con inevitabile pericolo. Ed ecco il fatto accidentale, il “caso” vero e proprio ad accendere nuova luce fino a quando… la classica spiegazione finale. Fra tanta tristezza qualcosa che va nel verso giusto. La vita continua.

L’enigma della rosa di John V. Turner, Polillo 2018.
“I MILIONARI DEVONO MORIRE” è la minaccia che riceve il riccone Ockley Masters, sposato con la bella figlia di Lord Mayers, attraverso un biglietto portato dal suo segretario. Ma non è il solo. Lo riceve anche Lord Belden, il magnate dei giornali. E tutti e due si ritroveranno nella casa di campagna di Masters per il fine settimana. Insieme ad altri ospiti, naturalmente. Così come naturale, per un giallo che si rispetti, sarà l’arrivo di un bel morto ammazzato. Proprio con le fattezze del già citato Masters persuaso che si trattasse solo di uno scherzo.
Ad indagare su questo caso molto particolare l’avvocato Amos Petrie, amico di Masters e dell’ispettore Ripple. Una ben strana coppia. Il primo, “l’ometto”, piccolo e basso, “occhi miopi sotto gli occhiali senza montatura”, mani grosse che strofina su un enorme fazzoletto colorato. Il secondo, invece “alto, pallido e magro”, piuttosto nervoso e dalle orecchie grandi. Dunque il nostro cadavere viene trovato fuori dalla casa nello “Stagno dei gigli” con un’orchidea nell’occhiello della giacca ed una rosa in mano. Che l’assassino sia una donna, oppure trattasi di un perfetto depistaggio?
Indagine difficile, momenti di impasse. Ripple a Petrie “Ho la testa che mi gira. Dato che sospetti di tutti, da dove dovremmo partire, secondo te? Quell’uomo è morto da diverse ore e non abbiamo fatto niente.”. Dunque sospetti, sospetti e sospetti (d’altra parte i personaggi che girano intorno alla vicenda sono diversi), di mezzo situazioni sentimentali, possibili tradimenti, motivi di interesse, debiti, richieste di sostegno finanziario, il classico testamento e, addirittura, una storia poliziesca dal titolo “I milionari devono morire” (guarda un po’). Allora un ritorno accurato sul luogo del delitto e qualcosa che può rivelarsi utile: una impronta di stivale, un mozzicone di sigaro, una siringa.
Peculiarità di Amos Petrie è la sua buffa analogia tra il crimine e la pesca, tra la maniera di affrontare il post-delitto dagli stessi assassini e le caratteristiche istintive di certi pesci come la carpa, il persico, la tinca, il ghiozzo, il barbo. Pesca e birra a lui assai gradite. Poi l’idea che si fa sempre più chiara nella mente del piccolo avvocato, basta un semplice processo di eliminazione dei sospettati e un trucco (la “tattica d’urto”) per smascherare l’assassino. Scrittura accurata, personaggi ben delineati, due piantine del luogo del delitto a chiarire meglio la situazione. Andamento lento. Sonnacchioso. Forse troppo. E qualcosa di già conosciuto.

Un giretto tra i miei libri
L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel, Castelvecchi 2012.
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein seguito da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui, (e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro). Strabico, negato il riposo secondo il mito di Ondina deambula per le strade inseguito dalla sonnolenza. Colpito pure dalla sindrome di Proteus, dell’accento straniero e di Möebius, da Immunodeficienza Acquisita, dallo Spasmo Professionale, allergico all’epitelio dei cani e mi sono perso senz’altro qualche altro malanno.
Il suo obiettivo è, dunque, questo Blaistein (ha pure un’amante), che segue dappertutto, anche in casa sua, per tentare di farlo fuori, ma mica è facile con tutti gli acciacchi che si porta appresso! (vorrei vedere voi). D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…).
Ma la domanda che ogni tanto serpeggia istintiva nel lettore è “Chi l’avrà pagato per uccidere Blaistein e ce la farà ad ucciderlo?”, perché qualche dubbio incomincia a serpeggiare sin dall’inizio.
Un libro scritto con evidente intento iperbolico ed umoristico, come gioco letterario attraverso una fine conoscenza di vite famose (almeno della loro salute) che si intercalano e si intersecano con la storia del nostro ipocondriaco assassino. Tra un sorrisetto e l’altro, tra una risatina sotto i baffi e l’allargarsi felice delle pupille, ecco però spuntare una smorfietta, un alzarsi improvviso del sopracciglio sinistro (quello più uggioso) quasi a dire basta, poni un freno, non indugiare troppo qui, non farla lunga troppo là.
Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.

LCSI: morte sulla luna di Steven Harper, Mondadori 2009.
Tenetevi forte!
Si parte con un morto. Con un morto ammazzato, si capisce. Un morto ammazzato senza nome. Non identificabile. E il luogo dove è stato ucciso non è quello in cui è stato trovato (un classico). A indagare Noah Skyler, studente di criminologia e agente dell’LCSI (Luna City Special Investigation). Ventisette anni, figlio di mezzo di sette fratelli, bella presenza, esperienze di teatro (si esibirà anche qui), un po’ imbranato nel camminare (deve adeguarsi alla pressione della luna).
Abbiamo la dottoressa Karen Fang, una specie di Kay Scarpetta, poi c’è Linus Pavlik ispettore capo dell’LCSI e altri personaggi che troverete cammin facendo come la bella ragazza Ilene Hatt che, insomma, affascinerà il nostro eroe…
A fare compagnia all’individuo assassinato ne verrà un altro e poi…e poi i responsabili vanno scoperti alla svelta per motivi economici (Luna City deve attirare turisti e non ha bisogno di una cattiva pubblicità).
Non manca l’amore, l’attrazione, un pizzico di sesso (occhio all’ottovolante), il dubbio, l’assillo, l’introspezione psicologica e le novità tecnico-scientifiche che possono esserci in un mondo futuro. Il tutto bene amalgamato senza esagerazioni di sorta in un senso o nell’atro tipiche di certi mallopponi che vanno tanto di moda. Prosa che scivola via in modo naturale.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)
Lupo mangia cane di Nora Venturini, Mondadori 2018.
Sembra proprio che i morti ammazzati si divertano ad attraversare la strada di Debora Camilli, al lavoro con la macchina Siena 23, tassista per necessità e detective per vocazione. Infatti, anche in Lupo mangia cane (secondo episodio della serie di Nora Venturini che la vede protagonista) proprio una fredda sera di novembre, mentre ha appena scaricato un gruppo di uomini d’affari milanesi davanti alla stazione Termini, sente dire che a via Marsala, poco lontano da là, è appena stato ritrovato un cadavere. Come può resistere al richiamo della foresta? E, visto che è attratta da morti e feriti come un’ape sul miele (e in quei casi diventa puntuale come un orologio svizzero), riesce ad arrivare al volo e intrufolarsi sul luogo del delitto…
Debora Camilli si conferma un personaggio particolare, anticonformista, maschiaccio, scatenata e perennemente incasinata. Tanto forte quanto fragile, piena di voglia di tenerezza, euforica e subito dopo depressa, determinata, testarda, furba, intuitiva, bugiarda. Irrimediabilmente ritardataria, scombinata ma decisamente brava per quello che vorrebbe fosse il suo lavoro, ha superato gli esami di vice ispettore di polizia, ma con la improvvisa morte del padre ha dovuto mettere da parte il diploma per dedicarsi al taxi di famiglia. Lei, generosa amica confusionaria ma sempre con il cuore in mano, anche quando il voler far troppo e la mancanza di sonno le impediscono di mantenere le promesse. Giallo ben articolato che riesce a incuriosirci e con un finale non scontato.

L’ultimo testimone di Simon Scarrow e Lee Francis, Newton Compton 2018.
L’agente speciale dell’FBI Rose Blake è entrata nella tana, lo splendido chalet di caccia, di Shane Koenig, il macabro e crudele serial killer cannibale che cattura le sue vittime, le sevizia e poi le uccide, straziandole. Per farlo, la Blake ha usato gli stessi metodi che finora hanno garantito l’impunità del criminale. Lei e la sua squadra l’hanno individuato nel dark web, il lato oscuro di internet del quale il mostro si serviva per irretire le sue vittime, e gli hanno lanciato l’amo. Koenig ha abboccato all’esca, ma all’ultimo momento qualcosa della trappola accuratamente preordinata non ha funzionato…
Un romanzo, L’ultimo testimone, denso di idee e considerazioni lucide e intelligenti, con un’eroina buona e comprensiva ma costretta a confrontarsi con un mortale nemico che niente e nulla sembra poter fermare.

Il superstite di Massimiliano Governi, e/o 2018.
Il superstite è un romanzo breve, un noir dal titolo inquietante, parlante. Il narratore, che poi è il Superstite, è il protagonista di una storia terribile, ambientata – almeno pare – nel Nord Italia. Una mattina, alle otto e mezzo, il Superstite, che vive centocinquanta metri più in là, passa davanti alla casa dei genitori, vicina all’allevamento dei polli di suo padre. Stranamente le luci del giardino sono ancora accese e le imposte sbarrate nonostante sua madre abbia l’abitudine di svegliarsi molto presto e dar aria alla casa. Da sotto la porta d’ingresso esce un torrentello d’acqua. Un guasto? Perplesso, preoccupato, il Superstite entra lasciando la bambina nell’ingresso ad aspettarlo e scopre lo spaventoso massacro: padre, fratello, sorella, madre, uccisi, colpiti a morte. La sua famiglia era semplice, non certo abbiente, una famiglia di piccoli imprenditori campagnoli. Chi ha commesso un tale spietato delitto? E perché?…
Con scrittura affilata, tagliente e durissima, senza fare sconti ai sentimenti, Massimiliano Governi ci racconta di un uomo solo, devastato nell’anima da una violenza senza nome e senza ragione, incapace di continuare ad avere normali rapporti con i suoi affetti familiari, una specie di naufrago, un reietto che stenta a ritrovare il suo posto nella vita, in preda a incubi che non smettono mai di ossessionarlo, alla forse vana ricerca di una sconosciuta verità. Una favola nera ma di una disarmante realtà, una storia che, nella sua gelida ferocia, è precisa nei dettagli quanto volutamente indefinita nelle ambientazioni. Ci sono l’Italia, la Serbia, gli Stati Uniti, ma tutto potrebbe essere accaduto altrove…. ovunque? “Tutto può sembrare vero o falso allo stesso tempo”.

Kiss me first  di Lottie Moggach, romanzo già pubblicato in Italia, torna in libreria con il nome Prendi la mia vita (Nord, 2018) in occasione del prossima proiezione della serie inglese Kiss me first, distribuita da Netflix.
Una partenza da thriller, con un prologo denso di tensione che anticipa quella che sarà la scena madre della storia. Due donne stanno parlando via skype. Sono a Londra e noi possiamo vederne solo una che piange e ammette di avere paura. L’altra invece parla con voluto distacco di un piano da portare a termine. Alla fine le due si dicono addio per sempre. Dopo questa misteriosa anticipazione, la storia passa in Spagna, in una comune, e la voce narrante, la donna invisibile del prologo, si chiama Leila, è arrivata là da Londra per cercare l’altra donna della conversazione che si chima Tess ed è sparita. Leila non sa se Tess sia in Spagna, se sia ancora viva o se, come voleva fare, si sia suicidata. Mentre la cerca tra la gente ospite della comune, scrive sul suo computer portatile rivelando man mano tutta la loro storia…
Prendi la mia vita, della giornalista inglese Lottie Moggach, ha fatto parlare molto di sé nel Regno Unito, immagino per l’attenzione che dedica a due temi oggi molto discussi: l’eutanasia e la crescente tendenza di troppe persone a vivere ogni aspetto della propria vita attraverso Internet. Il romanzo poi inventa un traumatico e possibile nesso tra questi due temi: se le nostre vite sono diventate così cibernetiche da risultare interscambiabili, la nostra identità potrebbe essere rubata da chiunque, e una persona morta potrebbe continuare a vivere all’infinito o quasi nel cyberspazio? E ancora una volta un romanzo mi costringe a porre la solita pericolosa domanda: è possibile arrivare a questo totale coinvolgimento mentale con l’web? Insomma vivere praticamente solo e per Internet?

Torna in libreria Marcello Simoni con Il patto dell’abate nero, Newton Compton 2018, seconda puntata della nuova e dirompente Secretum Saga, ambientata nel Quattrocento, con Tigrinus in veste di protagonista (eroe di professione e ladro per scelta), azzeccato mix di avventura e feuilleton salgariano/dumasiano di colto respiro storico ambientale. E ci propone un lungo ma intrigante e spericolato viaggio che porterà il nostro eroe dalla chioma zebrata dalla Firenze di Cosimo de’ Medici ad Alghero, e da là lo costringerà a spingersi a costo della vita fino a uno sperduto monastero nelle riarse alture dell’interno della Catalogna…
L’indovinata ricetta delle sue storie sta nel sapiente mix di alcuni tra i più coinvolgenti generi narrativi: il romanzo di cappa e spada (e dunque avventure, tradimenti e intrighi), il cuore dei romanzi gotici inglesi (con sotterranei, agguati, misteri) e il coup de thèatre del classico poliziesco con l’affannosa attesa del finale e la soluzione. Stavolta con Il patto dell’abate nero ci ha fatto correre tra Firenze, la Sardegna, la Francia, e la Catalogna sulle tracce di un favoloso tesoro per cui già molti hanno perso la vita. Tiriamo il fiato! Alla prossima!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Questa volta andremo in missione con Geronimo alla ricerca del cuore della felicità! È stato svegliato dal canto del drago dell’arcobaleno, perché trovi questo cuore che manca nel paese di cristallo in cui vivono. Insieme a lui, al drago e ad altri amici (lo scarafaggio Oscar, un unicorno alato, una principessa muta, un camaleonte), visiteremo un sacco di paesi diversi: quello dei giocattoli, dei dolci, dell’oro, delle fiabe, degli orchi. Sarà un viaggio bello ma anche pericoloso. Il drago viene ferito da una freccia avvelenata scagliata dagli orchi, ma l’antidoto si trova nella foresta delle streghe. Riuscirà Geronimo a trovarlo? E riuscirà a vincere le streghe? Ma, soprattutto, riuscirà a trovare il cuore della felicità?…
Venite con noi e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti (e buone vacanze da tutti noi!)

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