Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2018

Incontri che si ripetono
A San Rocco con i miei due nipotini, Jonathan e Jessica. Stiamo andando ai “giardini grandi” per leggere e scrivere qualcosa. Poi a giocare, naturalmente. Un piccolo scontro. “Oops…, mi scusi signorina”… “Ma come, mi dà del lei? Non mi riconosce?” La ragazza è bassa, magra, con qualche tatuaggio sul braccio sinistro. Un flash subitaneo, la riconosco dagli occhioni grandi, enormi che sbucavano all’improvviso da qualche banco della classe. Che mi facevano simpatia e tenerezza… “Ti ho riconosciuta, sai, ma il nome… la memoria vacilla.” Me lo dice, mentre i nipotini scrutano curiosi. Qualche ricordo, qualche bel momento che ci accomuna, una sfilza di nomi e volti che si accavallano come nella pellicola di un film. Ora è fidanzata con uno… un pezzo grosso di non so che cosa. Anche lei lavora, è contenta, trilla tutta, gli occhioni sempre più grandi. Alla fine un abbraccio “Arrivederla, professore!”, “Ciao…”. I nipotini mi lanciano uno sguardo interrogativo. “È stata una mia alunna”, quasi sussurro, con la voce che un poco si increspa. La vita continua…
Alla Banca di San Rocco. “Prego, si accomodi…” dico ad una ragazza alta con gli occhiali per farla sedere, mentre aspetto il mio turno. “Ma come, non mi riconosce?”… Porca vacca!

La legge di Mike Hammer di Mickey Spillane e Max Allan Collins, Mondadori 2018.
La vita di Mike Spillane (1918-2006) mi ha attratto come tutte le vite movimentate. Studia legge, vende cravatte, fa il bagnino, il fumettista e perfino l’uomo proiettile in un circo. Quando ha bisogno di money per comprarsi una casa scrive un giallo. Problema risolto e lavoro definitivo trovato. Da ammirare. Da ammirare meno, semmai, la sua fobia contro i “rossi”, il suo razzismo, la sua visione del femminile. Chandler lo definì “nulla più di una mistura di violenza e pornografia esplicita”. Per quei tempi, forse. Oggi farebbe il solletico. Ma ogni avvenimento umano va giustamente circoscritto nella storia. E la storia di quei tempi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è una storia dura e difficile. C’è il maccartismo, una corrente reazionaria bella robusta ed una istintiva paura ed avversione per il nuovo ed il diverso. Mike Hammer, la sua creatura, non è un paladino di giustizia. La giustizia se la fa da solo. A suon di botte e pistolettate. Senza guardare in faccia nessuno. Nemmeno le donne, tutte maiale eccetto la mamma e la segretaria (forse). D’altra parte nei suoi libri odio e amore, sesso e morte fanno un tutt’uno. Sono indistinguibili. Spillane ebbe fortuna, tanta fortuna. Come autore, pur avendo la critica contro. Ogni volta che usciva un suo libro immancabilmente c’era Anthony Boucher del New York Times a dirgliene quattro. E se non c’era lui, perché malato o in vacanza, c’erano gli altri. All’uscita di “Io ti ucciderò”, sempre un giornalista, lo seppellì con la parola “lurido”. Ma più le critiche aumentavano, più aumentava la tiratura dei suoi libri. Siamo arrivati a circa 140 milioni di copie. Non male.
Qui abbiamo otto racconti che sintetizzano in maniera esemplare la forza espressiva di Mickey Spillane e la personalità di Mike Hammer (traduzione alla grande di Mauro Boncompagni). Sono stati messi insieme dall’amico scrittore Max Allan Collins e sviluppati in un arco temporale che va dagli anni Sessanta agli anni Novanta. Volteggerò in qua e là senza sintetizzare i racconti. Intanto nel vecchio Hackard Building, al centro di Manhattan, c’è la “Michael Hammer investigation”, l’agenzia investigativa del Nostro. Segretaria e fidanzata Velda, una bambola dai capelli corvini tagliati alla paggetto e dalle “curve non meno sinuose di una strada di campagna.” Suo amico Pat Chambers della Omicidi.
Gli inizi sono spesso micidiali. Kratch era morto “per una scarica di quarantamila volt in quell’edificio di pietra chiamato penitenziario di Stato di Rahway…”, più avanti “Ma allora cosa ci faceva in un soleggiato pomeriggio primaverile in attesa di un taxi proprio davanti al Terminal Est dell’aeroporto LaGuardia?” Un sosia o è proprio lui?… Il finale è quasi sempre lo stesso con Mike Hammer, il Vendicatore, a tirar cazzottoni e a far schizzare cervelli. Se non bastano i cazzotti e le pistolettate allora ecco una radio accesa che vola in una vasca da bagno. Dove c’è qualcuno che deve morire fulminato, naturalmente.
L’occhio clinico e la mente lucida di Hammer riescono spesso a sollevare dubbi: “Come fa un tizio che si è guadagnato una Silver Star assaltando una testa di ponte a finire cadavere in un parco pubblico come se fosse un sacco di spazzatura gettato via?.” Qualcosa non quadra… Ogni tanto una capatina da George al Blue Ribbon Restaurant sulla Quarantatreesima Strada (ma anche da Benny Joe Grissi), birra, sigaretta Lucky Strike e qualche informazione che può venirgli comodo. E, sempre ogni tanto, un incontro piacevole con il gentil sesso che Lui attrae e qualcosa di concreto, dopo “un bacio lungo, profondo, più caldo del fuoco, più umido della notte” ci scappa di sicuro.
Il marcio è dappertutto. Nei bassifondi e nelle alte sfere. Tra i mafiosi incalliti e senatori di merda. Occhio a non credere sempre a chi si presenta per una indagine che può essere proprio lui il tizio da cui guardarsi. E Mike Hammer ne ha di nemici che tentano in tutti i modi di farlo fuori. Ma lui riesce sempre a cavarsela. Da solo, o magari con l’aiuto di una gatta…
Talvolta il Male deriva da un’infanzia travagliata che porta alla pazzia, e allora può capitare di incontrare un tizio nudo che balla con la pelle di altri esseri umani. Niente pietà in ogni caso… Non manca nemmeno un testo importante come Il Principe di Machiavelli a creare una bella storia. E così via…
Scrittura veloce, dialoghi incisivi, brevi pennellate a costruire una determinata situazione o un personaggio. Il mondo è marcio, non c’è niente da fare. E allora non resta che farsi giustizia. Da soli. Alla Mike Hammer.

Sbirre di Carlotto, De Cataldo e de Giovanni, Rizzoli 2018.
Senza sapere quando di Massimo Carlotto
La prima sbirra è Anna. Sapremo in seguito che trattasi del vicequestore Anna Santarossa. Per ora la vediamo saltare sul letto con Zeno Degrassi, suo amante e sovrintendente capo in servizio alla frontiera (siamo nell’estremo Nordest). Scopano e bevono, bevono e scopano, alla faccia del di lei marito dentista. E fanno affari sporchi, vendendo “soffiate” alla mafia bulgara. Di fronte ai sottoposti e ai superiori è, però, “diligente, corretta, colta e gentile.” Figura messa in crisi dall’uccisione orrenda del suo amante. Ora verrà scoperta la sua vera personalità? E potrà salvarsi dalla caccia spietata di criminali? Intrico di mosse e contromosse…
La triade oscura di Giancarlo De Cataldo
La seconda è Alba. Il commissario Alba Doria di Roma. Sui trent’anni, “capelli biondi e occhi verdi solcati da pagliuzze iridescenti.” Un caso particolare, un omicidio inquietante. Visualizzato più volte su You Tube insieme al vicequestore Paolo Petti, amante per una notte. Un ragazzo che spara ai genitori e si butta giù da un terrazzo di corso Trieste con il suo computer, come se obbedisse a un ordine. E c’è un dettaglio che stona, registrato, per ora, in “un’area periferica del cervello.” di Alba. Può venire utile in seguito. Nei meandri del dark web…
Sara che aspetta di Maurizio de Giovanni
La terza è Sara. Aspetta rannicchiata nella macchina. Sara Morozzi, che sa interpretare il linguaggio del corpo delle persone, aspetta e ricostruisce il quadro degli eventi della sua vita. “Chi sei tu? Chi cazzo sei? Io non ho una madre” sono state le ultime parole del figlio abbandonato da piccolo. Che ora si trova lì sul tavolo, ucciso, spezzato in più punti. Qualcuno l’ha preso in pieno con la macchina e, particolare significativo, sembra quasi che lo abbia voluto, buttandosi di proposito. In mano il cellulare. È da lì che bisogna partire con le indagini… E ora Sara è lì che aspetta, “ascoltando le folate improvvise di vento gelido che si infrangono sulle poche auto in transito lungo la strada.”
Tre donne, tre sbirre, non più paladine eroiche romantiche. Non più evocatrici di purezza e santità, Non più donne fatali ma invischiate in un mondo sempre più cupo e ossessivo dove l’illegalità, la paura, la ferocia, le fake news, i nuovi mostri del dark web sono diventati il tiranno dell’esistenza umana. Tre donne, tre sbirre, tre vite complesse e difficili. Incasinate, in tutti i sensi. Con i loro problemi esistenziali (rapporto con i figli, con il marito, se è ancora vivo, con gli altri…) e la loro natura sempre in bilico fra il bene e il male, dove predomina l’odio e la vendetta. Pochi bagliori di luce nel buio più assoluto. Perché “Anche l’amore è un inferno.” E così sia.

Delitti al Thriller Café di AA. VV., I Buoni Cugini editori 2018.
Quattordici racconti di esordienti, eccetto quello del già noto Piergiorgio Pulixi con introduzione di Giuseppe Pastore e gradevole prefazione di Romano De Marco. Chiaro che, come faccio quasi sempre in questi casi, volteggerò leggero in qua e là senza farne un sunto lungo e noioso.
Naturalmente la prima cosa che colpisce è la varietà di stile e gusto degli autori. E non poteva essere altrimenti per evitare il rischio di cadere in una monotona e stucchevole ripetitività. Qui il ventaglio di scelta è piuttosto ampio. Si parte, per esempio, dal racconto movimentato di Pulixi, ricco di colpi di scena, di violenza e tradimento, ovvero una lotta all’ultimo sangue tra due clan della Corsica. E ci si può ritrovare, dopo un certo tragitto, nell’“appartamento da scapoli sito al 221 di Baker Street.” Insomma tra le classiche deduzioni dei nostri Holmes e Watson. Niente lotte all’ultimo sangue ma la risoluzione della morte di un conte, avvenuta per avvelenamento. Solo bisogna capire come…
La donna al centro della scena. Ci voleva. Come Miriam. Cinquant’anni, matrimonio fallito, un incontro che sembra ridarle fiducia. Nuove sensazioni, nuovi desideri. La vita che rinasce. Realtà o illusione?… Una pagina di calendario per camionisti con una bionda, nuda, seduta su una slitta a gambe aperte. Miss Gennaio che dà il titolo al racconto. Una madre che cerca la figlia scomparsa con l’aiuto dell’investigatore Manlio Rune. Tre impiccati e giro di ragazze sfruttate per la prostituzione… Napoli. Andrea che vende detersivi. Una casa, una bambina. Seduta a terra con le gambe incrociate, ai piedi di un letto dove una giovane donna stringe un bambino di pochi mesi. Morti. Uccisi. Chissà perché, chissà come… Un sogno, un bel sogno al centro della costruzione di una storia. Un sogno che sembra realtà. E il protagonista è incerto, confuso… Una rivelazione. Terribile “Giulia, venti anni fa, in questa casa, in questa stessa stanza, io uccisi suo padre.” Sconvolgente ma… ma può, addirittura, venir utile… Un testimone cieco di un delitto “L’assassino è un uomo giovane, di bassa statura e, sicuramente, soffre di qualche patologia per cui è sottoposto a cure.” Il commissario Presti non ci crede. Impossibile. Eppure…
Mi fermo, anche se non mancano certo altri spunti da segnalare. Quattordici racconti di varia lunghezza, non tutti allo stesso livello (capita in ogni antologia), ognuno con un suo “taglio” particolare, thriller o poliziesco che sia, espresso in modi e tempi diversi: azione, ferocia, tradimento, scontri e spari, il marcio nella polizia, le indagini, i dubbi, gli assilli, i colpi di scena, il passato che riemerge terribile, la luce che, improvvisa, si accende a risolvere il caso. Matrimoni allo sbando, l’indifferenza dell’uomo, la solitudine della donna, momenti di tensione ma anche di malinconia, la ricerca di un affetto, dell’amore, di un senso da dare alla vita. E poi ancora paura, brivido, rancore, odio, il cambio di identità, il sorriso che si insinua, pallido, tra spasmi di sangue e qualche sussulto, leggero, di umanità.
Come scrive Romano De Marco, in queste opere di esordienti è possibile trovare “quella scintilla, quel guizzo, quell’idea” che attira il lettore.
Buona lettura.

L’origine del male di Ellery Queen, Mondadori 2018.
Ce ne sono di personaggi “particolari” in questa vicenda. Senz’altro straordinario quello dell’invalido Roger Priam inchiodato su una poltrona a rotelle: “Occhi di toro scintillavano sopra mascelle di acciaio, il naso era un grugno massiccio, una folta barba nera gli cadeva sul petto. Le mani che si afferravano alle ruote erano enormi; omeri e bicipiti tendevano le maniche della giacca. E tutto quel grandioso meccanismo era in continuo movimento, quasi che il suo grande scheletro fosse incapace di contenerne l’energia.” Roger Priam, socio in affari di Leander Hill, ucciso da un cane morto secondo la figlia adottiva Laurel, che chiede aiuto al nostro Ellery (sta scrivendo un nuovo libro a Hollywood). Proprio da un cane morto trovato davanti alla porta di casa, al cui collare era attaccata una scatoletta d’argento con un cartellino e il nome di suo padre scritto a matita. Il cuore, già malato, non ha retto. Caso davvero interessante…
Ed ecco la visita a Priam per saperne un po’ di più. Ma il socio, oltre che imponente, si rivela una specie di animale selvaggio dentro una casa scura e squallida e non ha nessuna voglia di collaborare. Alcuni personaggi sono davvero assai “particolari”, come citato all’inizio: Laurel non ha conosciuto i suoi genitori; Alfred Wallace, segretario di Roger Priam, non sa nemmeno da dove viene “Io sono uno di quei casi interessanti che si leggono sui giornali. Una vittima dell’amnesia.”; Crowe Macgowan, figlio del primo marito di Delia, sposa di Roger, è un uomo che vive nudo in una casa sugli alberi (giuro) tutto preso dalla prossima fine del mondo.
Dunque personaggi “strani” ma anche fatti altrettanto “strani” e inquietanti che si susseguono come tentativi, sembra, di impaurire Roger: tonno all’arsenico, rospi e rane morte, un portafoglio di coccodrillo, un libro bruciato, più precisamente Gli uccelli di Aristofane. Indaga il nostro Ellery tra una fumata di pipa e l’altra, ma va bene anche una bottiglia di whisky, (rischia pure di infatuarsi della bella moglie di Roger, Delia), aiutato dal poliziotto Keats, e indagano, a modo loro, Laurel e Crowe. Le domande sono diverse: c’è un filo logico che colleghi tutti questi fatti? Esiste una spiegazione che risalga al passato? Chi è il fantomatico latore di questi oscuri e minacciosi messaggi? Viene da fuori o, addirittura, fa parte della famiglia? Certo non è un tipo impulsivo perché “Tutto è esattamente prestabilito da un cervello perfettamente calmo e controllato.”
Scrittura di classe e soluzione finale incredibile (in tutti i sensi) con continui colpi di scena. Ma sarà il lettore stesso a giudicare.

Un giretto tra i miei libri

Le belve di Don Winslow, Einaudi Stile Libero 2011.
Primo capitolo promettente con un “Vaffanculo!” che è tutto un programma. Una lotta per il controllo della droga, un cartello, quello di Baja, contro due “lavoratori” in proprio: Ben e Chon. Nel mezzo, tra i maschietti, Ophelia, o meglio O, con orgasmi da tutte le parti, padre inesistente, madre incasinata (loro rapporto in chiave umoristica) in mille attività (anche istruttrice esistenziale per finire nelle braccia di Cristo).
Vediamoli un po’ questi due tipi. Naturalmente diversi, che Don sa come far fruttare i personaggi. Chon il violento (siamo violenti per natura), Ben il pacifista (siamo socialmente condizionati alla violenza). Il primo entrato nell’esercito nelle forze speciali della marina e poi finito in Afghanistan, nessun legame d’affetto con i genitori. Il prototipo della forza fisica e del Vaffa. Il secondo un modello di ragazzo, invece, ha due genitori psicoanalisti che ama, Università a Berkeley e poi l’incontro con Chon e via la vita su binari diversi. Spaccio di droga, sì, ma anche sempre in giro in varie parti del mondo per opere di beneficenza. Un Catthista, ovvero un cattivo Buddista (dice lui), obiettivo fare del bene alle popolazioni più sfortunate, un po’ nauseato per l’inutilità della sua opera.
Insieme producono la migliore marijuana idroponica che attira l’attenzione del summenzionato cartello in lotta, tra l’altro, con altri cartelli (breve storia di questa vera e propria guerra). I due sono costretti a venire a patti per amore di O, rapita e minacciata di morte (taglio della testa). Il capo del cartello di Baja è Elena Lauter, marito morto ammazzato, con tre figlie (mi pare), suo braccio destro Lado (freddo sin da ragazzo e rapporto duro con la moglie Delores), ex poliziotto antidroga, subito in azione a stendere un avvocato che non ha fatto il suo dovere.
Per liberare Ophelia Chon e Ben decidono di pagare venti milioni e di rubarne una parte proprio al cartello stesso attraverso spericolate e pericolose rapine, aiutati da Dennis “un pezzo grosso della task-force antidroga” e da un paio di esperti informatici.
Velocità, ritmo, diverse paginette a malapena intinte nell’inchiostro, ironia e umorismo che si mescolano a scene forti, amore, sesso e violenza con il desiderio, vano, di uscire da un modo di vita che pare senza sbocco: “Sono una passera inutile… Quando uscirò di qui… Userò la mia vita per fare qualcosa… Cosa?… Non ne ho la più pallida idea, cazzo” si sfoga Ophelia con il carceriere Esteban. Qualche frecciatina politica, il marcio nelle forze antidroga commiste con gli stessi cartelli, movimento, lotta, sparatorie, teste mozzate.
Un libro che si legge volentieri, fila via liscio che è un piacere e lascia dietro di sé tracce sinuose di buona scrittura insieme a qualche battuta facile facile. Il finale bello e struggente (ma perché mi pare nello stesso tempo quasi scontato?) con i tre che si ritrovano uniti in un’altra dimensione (quella vera?). Come belli, bellissimi selvaggi.
Un libro che mi ha incuriosito, attirato, invogliato a continuare la lettura (e non è poco) ma non colpito nel profondo. Dovrò rileggerlo.

Le ceneri non parlano di Bruno Fischer, Mondadori 2009.
Un incontro con una ex fiamma. Uomo Ben Helm, investigatore privato, donna Elaine Coyle Lennan, scrittrice di gialli diventata nel frattempo “molto, troppo grassa”. Incontro con strana richiesta: la signora vuole conoscere il modo migliore per far fuori una persona. Insomma il delitto perfetto per il suo nuovo romanzo. Moglie di Ben, Greta Murdoch, attrice, entrambi invitati in casa di Elaine. Qui solita famiglia e amici con soliti misteri e i soliti contrasti: l’amante, la signorina a caccia di sghei, l’autista ex carcerato, un manoscritto che getta scompiglio e paura. Elaine, odiata da molti, non è per niente al sicuro. E infatti…
Arriva la polizia, indagini, opinioni diverse rispetto a quelle dell’avvocato, altro morto ammazzato, tentativo di uccisione fallito, molteplici sospetti, il passato che ritorna a sconvolgere il presente. Ci sono pure gli scacchi e il nostro Ben, per non perdere la partita con il marito di Elaine, si alza e se ne va (lo potessi fare io quando sto per perdere!).
Scrittura scorrevole, venata di umorismo. Piacevole senza entusiasmare con i personaggi che sembrano avere bisogno di un ulteriore colpo di pennello.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

È maggio, comincia a fare caldo, l’estate si affaccia alla porta e la città si ridesta pronta ad avviarsi e cogliere i frutti della stagione piú bella. Ma il male, il delitto non tiene conto della bella stagione. Sulla lingua di tufo di una splendida villa sotto Posillipo un pescatore ha ritrovato il cadavere inginocchiato di un anziano gesuita, Padre Angelo. Qualcuno lo ha barbaramente ucciso di notte, fracassandogli la testa con una pietra.
È questo omicidio efferato dal movente oscuro il caso da risolvere dal commissario Ricciardi nell’ultimo libro di Maurizio de Giovanni Il purgatorio dell’angelo (Einaudi, 2018). Un omicidio inspiegabile, pare: Padre Angelo, un santo, di lui si diceva, era un fine teologo, un’illustre figura di religioso venerato dai suoi discepoli e pupilli. E poi sempre richiesto dalla più alta società – da cui peraltro proveniva, essendo di nobili origini – a cui sapeva offrire amicizia e sostegno soprattutto nelle malattie, ma molto vicino anche al popolo. Insomma amato e stimato da tutti…
Un fitto mistero circonda questo delitto che sta sconvolgendo anche moralmente la città e che, nonostante la massima fiducia garantita a Ricciardi dall’ordine gesuita, lo sottoporrà a insistenti pressioni dall’alto. E visto che si confida in lui e si pretende una rapida soluzione, dovrà dedicare anima e corpo per cercare di risolvere il difficile caso nonostante i dubbi e le angosce personali che lo affliggono. E anche la soluzione del mistero si annida nella confessione che può diventare l’unico e vero purgatorio o medico dell’anima, a meno che un qualcosa, un patto, un antico giuramento prestato in passato si frapponga crudelmente tra il peccato e la sua remissione.
Poi, quando avrà compiuto il suo dovere fino in fondo, questa volta Ricciardi verrà messo di fronte a qualcosa che non potrà rifiutare. Una conclusiva e toccante storia di comprensione umana, dove tutto è, sarà e forse potrà essere.

Juke Box di Erica Arosio e Giorgio Maimone, TEA 2018.
La strana coppia di investigatori milanesi Greta e Marlon  torna in Juke Box pronta a ficcarsi in un’indagine legata agli ambienti della canzone italiana anni ’60, al seguito del Cantagiro.
Milano, 1964. L’arrivo di foto molto compromettenti prelude a un abietto ricatto. Il bersaglio prescelto è Massimo Ferranti, sulla quarantina, ricco discografico di gran successo e amico d’infanzia e di adolescenziali corse in bicicletta e sfide in barca a vela della nostra amica avvocato, Greta Morandi, alla quale chiede aiuto. Ma il Cantagiro sta per iniziare e i migliori cantanti della sua scuderia sono in gara. Così, per cercare di risolvere il caso, Greta e Marlon, ancora scombinato e in lenta fase di recupero, dovranno scortare Ferranti, seguendolo in macchina per tutte le tappe del giro d’Italia in musica, sballottati tra la folla dei concerti e i fan a caccia di autografi, con Gianni Morandi sempre in pole position, giornalisti pronti allo scoop a ogni costo, complicati scambi di amori e insidiose invidie pronte a colpire…
La serie dei gialli con Greta e Marlon ha raggiunto il traguardo del quarto episodio. Greta avvocato penalista, la mente dei due con il suo socio e braccio fattivo Marlon, ex partigiano di idee di sinistra e detective in caccia di colpevoli, in Juke Box però ci intrigherà con un certo scambio di ruoli. Toccherà a Greta, infatti, muoversi in quel particolare mondo al confine di una certa supponente arroganza milanese e indagare per sbrogliare il caso.

Nessun dorma… fuori di Pasquale Sgrò, Mauro Pagliai editore 2018.
Il romanzo vede il ritorno in scena dell’ispettore Felicino, un detective atipico, l’unico ispettore di polizia che si trova sempre a indagare su casi di omicidi o infortuni mortali sui luoghi di lavoro. Sicurezza e ambiente sono materia per Pasquale Sgrò (si occupa di progettazione e consulenza sul lavoro) che ne approfitta e che, con le storie di Felicino riesce a approfondire un tema fino a oggi dimenticato dalla letteratura. Stavolta il suo ispettore Felicino si trova alle prese con quello che, a prima vista, parrebbe proprio un fatale incidente alla fine di una rappresentazione teatrale. Ma cosa è successo veramente? Ben presto, infatti, non una, ma due morti sospette scombussoleranno la bollente estate versiliese e i due decessi, apparentemente casuali, riveleranno ahimé un inquietante comune filo conduttore…
Un giallo a tutto tondo, ambientato nella perla della Versilia, che altalena tra la famosa passeggiata a mare, il porto, e un teatro sperimentale d’avanguardia, con sede in un palazzotto di stile Liberty, e uno splendido e lussuoso yacht di proprietà di un facoltoso armatore…
L’ispettore Carlo Felicino, nato dalla fertile penna di Pasquale Sgrò, non è di Viareggio, è calabrese di origine ma da anni è diventato talmente parte integrante del suo tessuto sociale, che la sua acquisita “viaregginità” lo porta ad essere considerato dai pescatori come uno di loro.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta vi presento Il fantasma del Colosseo di Geronimo Stilton, Piemme 2016.
Andremo a Roma! Ovvero ci va Geronimo insieme al nipotino Benjamin che deve migliorare la sua conoscenza della storia romana. Durante il viaggio incontrano Eleoratta, cioè una vecchia amica di scuola di Geronimo. Salgono su un pullman per arrivare al Colosseo ma si accorgono che nessuno vuole entrarci perché infestato da un Fantasma Gladiatore. Lo dimostra l’urlo che si sente al tramonto nell’eco del Colosseo: – Guai a chi entra, io sono il Gladiatoreeeeeee!!! Riusciranno i nostri eroi a sconfiggere questa specie di fantasma? Tensione, paura, lotta ma anche umorismo e divertimento.
Buona lettura!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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