Fate il vostro gioco (Le gialle di Valerio 174)

Antonio Manzini
Fate il vostro gioco
Sellerio, 2018
Noir

Aosta. Dicembre 2013. Il quasi 50enne vicequestore Rocco Schiavone, laureato in giurisprudenza con il minimo dei voti, fa un salto nella sua Trastevere, ma Seba è ai domiciliari e continua a non volerlo vedere, Furio e Brizio accampano scuse, è proprio in crisi la storica amicizia (siglata con goccia di sangue a dieci anni). In montagna l’attendono il freddo, la neve e un paio di brutte storie. C’è qualcuno che ruba negli uffici, alcuni oggetti costosi sono scomparsi (un laptop, un drone), almeno tre spini pronti e mezzo sacchetto di marijuana risultano pure spariti (dal suo cassetto), bisogna assolutamente individuare Manolunga. E poi li chiamano in un condominio di Saint-Vincent, in un appartamento trovano il cadavere del vedovo ragioniere Romano Favre, 65 anni, in pensione da 7, prima lavorava al casinò, controllore di sala, da qualche tempo aveva ricominciato a frequentarlo. Lo hanno squarciato con due coltellate, una al fegato, l’altra alla giugulare, tanto sangue in giro. Trovano le chiavi sulla toppa interna della porta blindata, dentro un accendino bianco sul comodino e una fiche (di Sanremo) serrata fra le dita della mano destra del morto, spalancata la porta-finestra sul giardino. Le indagini piacciono a Rocco, però continua a non sentirsi in forma: gli amici sono distanti anche col cuore, Caterina lo ha tradito sul lavoro e negli affetti e ormai è a Roma, il giovane amico agente Italo Pierron è turbato (non solo per l’amata collega), la sua squadra ha molti altri punti deboli; inoltre, il famigerato Enzo Baiocchi è divenuto collaboratore di giustizia, sempre più protetto dalla magistratura alla quale consente arresti eccellenti nel mondo della droga, pur non avendo rinunciato all’idea di uccidere Rocco; e il casinò appare una fogna sotto tutti i punti di vista. Quello valdostano è pure stranamente in perdita, mentre raccoglie (come tutti gli altri) troppi ludopatici e qualche affare sporco. Non potrà finire lì.

Settimo romanzo della bella sospesa serie Schiavone per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato quindici mesi valdostani del suo vicequestore (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (anche in tv, seconda serie ora nell’autunno 2018). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa, al passato. I consueti personaggi pubblici fanno la loro funzionale figura: il questore Costa, il magistrato Baldi, i subalterni più o meno efficienti, i collaboratori come Gambino e Fumagalli. Il protagonista, invece, fa i conti con un dolore strutturale e con il ruolo formale, si è creato un proprio mondo nella testa, sofferente per la moglie morta oltre 7 anni prima a causa sua (con lei spesso dialoga) e per i sodali romani, lui ormai poliziotto di (poco) potere, bene o male che sia. Comunque il ladro Brizio molto lo aiuta. E anche lui s’acconcia bene a furti contro i cattivi (il decalogo dei principi etici si trova a pagina 182), poi prende i casi sul personale, come sfide private, alla fine ricomincia da capo se non è soddisfatto. L’attenzione si concentra sulle varie forme della malattia del gioco (da cui il titolo): Italo perde a poker, tanti altri ai tavoli del casinò, è scientifico. Manzini, attraverso Rocco (che odia carte e cavalli), scandaglia: i tic del personale e dei giocatori incalliti, la mesta umanità perduta destinata a perdere ancora, l’imprescindibile necessità di curarsi. Rocco invecchia, soffre dolori alla colonna vertebrale, acquista continuamente Clarks nuove, fuma Camel, vive solo con la cagna Lupa (se non fosse per l’imberbe Gabriele!) ma ha come al solito molto successo con le donne (pare valga anche per Giallini, l’autore che lo interpreta, da prima) e, talora, per evitare problemi e sfogare rabbia, si limita a frequentare puttane. Rum e genepy, ovviamente, ma anche nebbiolo e Blanc de Morgex. Pink Floyd e David Bowie fanno gioire più generazioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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