La donna che morì due volte (Le gialle di Valerio 176)

Leif GW Persson
La donna che morì due volte
Marsilio, 2018 (Orig. 2016)
Traduzione di Katia de Marco
Noir

Solna, contea di Stoccolma. Estate 2016. Edvin Milosevic, dieci anni, figlio di serbi profughi dalla Croazia, piccolo e magro, ha un ottimo rapporto di nobile cameratismo maschile con Evert Bäckström, capo della locale sezione di polizia, pessimo uomo, ormai ultra 60enne. Sono vicini di casa a Kungsholmen. Il ragazzino considera Evert un mito, ascolta e ripete ogni sua indicazione, discreto e leale, a disposizione per frequenti piccole commissioni; il commissario non ama i bambini e non sopporta praticamente nessuno, vede in Edvin qualche affinità interiore, si è quasi affezionato. Nel tardo pomeriggio del 19 luglio Edvin suona, qualche ora prima è fuggito dal campo scout avendo casualmente rinvenuto qualcosa di importante e orribile, apre lo zaino, estrae un sacchetto contenente un cranio, spiega bene cosa ha già giustamente dedotto, c’è un evidente buco di pallottola. Evert lo ringrazia e avvia l’inevitabile laboriosa indagine. I resti della vittima sono stati ritrovati sulla piccola inospitale maledetta isola di Ofärdsön sul lago Mälaren, nemmeno un centinaio di ettari, già pascolo estivo per il bestiame prima di acquisire la brutta fama di portare sfortuna, niente spiagge o facili approdi, quasi completamente coperta di arbusti e cespugli. Quel che presto emerge dalle analisi è che il Dna appartiene a una thailandese nata nel 1973 e già morta nello tsunami di fine dicembre 2004. Tutta la squadra, i tecnici della scientifica, i colleghi asiatici, pure i servizi segreti studiano genetica e si immergono nella vicenda per un paio di mesi. Una delle due morti deve riguardare qualcun’altra, non si può morire due volte. Oppure sì?

Leif Gustav Willy GW Persson (1945), professore di criminologia alla Scuola nazionale di polizia a Stoccolma, è stato consulente del ministero di Giustizia e dei Servizi segreti svedesi e, da una ventina d’anni, ci delizia con lunghi bei gialli (la vicenda Palme insegna)! Colti e divertenti, costituiscono un ritratto vivido e ironico delle opulente società contemporanee, terza fissa al passato, una goduria di dettagli ed emozioni: si scherza e si pensa, si odia e si ama, si ride e si piange, ci si stupisce e ci si commuove, incantati da dialoghi con deliziosi retro pensieri, in punta di piedi, con raro senso della musicalità. Il suo primo mitico protagonista Lars Martin Johansson è ormai morto da oltre cinque anni. Persson alterna pertanto cattivi e buone che erano ai suoi comandi, segnalando talora personaggi e intrecci dei precedenti romanzi, qui tutto ruota intorno a Bäckström, il peggiore. Il tondo furbo fortunato commissario è figlio d’arte, corrotto ubriacone misogino arrapato volgare (grazie a un celebre supersalame), né brutto né sciocco, capace di mirabolanti intuizioni induzioni deduzioni abduzioni, ricorda collega pianifica il proprio esclusivo benessere, soprattutto gastronomico, alcolico e sessuale. Fra l’altro riemergono varie vecchie storie, pare che Putin e il governo russo, per il tramite dell’amico Gustaf G:son GeGurra Henning, vogliano assegnare a Evert la medaglia Puškin per il caso del naso di Pinocchio, si rischia l’incidente diplomatico. Più che buon vino tanta birra e vodka, al meglio con i würstel Bullens Pilsnerkorv. Il nome della barca viene da Puccini.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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