Le origini della civiltà (Le varie di Valerio 91)

James C. Scott
Le origini della civiltà. Una controstoria
Einaudi, 2018 (Orig. 2017 Against the Grain. A Deep History of the Earliest States)
Traduzione di Maddalena Ferrara
Storia

Mesopotamia, Mezzaluna fertile. Tra 8.500 e 3.600 anni fa. È un luogo comune che, dopo la fine dell’ultima glaciazione, la domesticazione di piante e animali da parte di Homo sapiens abbia condotto alla sedentarietà e all’agricoltura stanziale. Sbagliato. Vi sono di mezzo circa cinquemila anni in cui la maggior parte degli umani viveva in altro modo, la sedentarietà precedette la domesticazione ed entrambe esistevano molto prima che apparissero villaggi agricoli. Certo, quello contadino fu il primo lavoro vero e proprio, però chi lo faceva, costretto per ragioni di sussistenza e mancanza di alternative, stava peggio, non meglio. La vita fuori dai campi coltivati e poi dalle residenze agricole era materialmente più facile, libera e sana, almeno per gli umani non schiavi (per loro era pessima ovunque). Qui l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulla Mesopotamia, la piana alluvionale meridionale a sud dell’odierna Bassora tra il Tigri e l’Eufrate, il paese di Sumer, poi la zona dei Sumeri. L’intervallo di tempo particolarmente approfondito va dalla cultura di Ubaid al periodo babilonese antico, con al centro la fase chiave della costruzione delle città murate (Uruk e poi altre) e della formazione degli stati primordiali. Si parte da lontano, dalla prima domesticazione (come controllo della riproduzione), quella del fuoco (Homo erectus, quasi mezzo milione di anni fa in Africa) e si va oltre quella contadina di piante e animali, per interpretare così anche l’assoggettamento degli schiavi allo stato e delle donne nella famiglia patriarcale. Fu un periodo cruciale per tutta la successiva enorme costruzione dell’impronta umana sulla Terra, un anticipo dell’Antropocene.

Lo scienziato americano di politica e antropologia James C. Scott (Mount Holly, New Jersey, 1936), docente a Yale, esperto finora soprattutto di stati antichi e anarchismo, ha dedicato l’ultimo quinquennio a studiare meglio il nesso ecologico nell’era del Neolitico fra mobili cacciatori-raccoglitori e primi contadini residenti, fra cereali e organizzazioni amministrative. All’inizio la popolazione mondiale non crebbe. La faticosa opzione stanziale sarebbe stata poi imposta dalle circostanze climatiche, risultando biologicamente vantaggiosa per il lentissimo saldo attivo fra maggior tasso di fertilità e riproduzione pure rispetto al maggior tasso di malattie infettive croniche acute e mortalità infantile. L’autore sottolinea le questioni cruciali, capitolo dopo capitolo, con molti dati e feconde riflessioni: l’importanza dei cambiamenti climatici e particolarmente delle terre umide nel garantire l’approvvigionamento alimentare; l’affollamento di popolazione che si determinò con conseguenti malattie epidemiche; la specificità del grano (da cui il titolo originale) nel determinare condizioni per la creazione delle mura e degli stati (obbligato lavoro fisso e duro, misurazione registrazione contabilità, esazione fiscale, difesa dei raccolti, infine scrittura); la crescita di poteri sovrani e il controllo della popolazione interna ed esterna tramite schiavitù, guerre, deportazioni; la fragilità climatica, epidemiologica e sociale dello stato antico e la lunga epoca d’oro dei barbari o selvaggi che potevano razziare chi stava “fermo”. Rimarchevoli sia le note che gli spunti, talora solo provocatori e non sempre efficaci. Molte le figure interessanti e originali (foto, mappe, schemi), ricca bibliografia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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