Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2018

Questa volta ho portato al gabinetto due libri, ovvero il Dizionario atipico del giallo di Maurizio Testa, Cooper 2009 e 2010. Anche per ritrovare, come collaboratrice, la nostra Buccherina. Due libri già conosciuti ma che ho ripreso in mano volentieri saltabeccando in qua e là. Non si tratta del classico dizionario solo da consultare, ma da leggere. Come espresso dall’autore nella “Premessa tipica per un dizionario atipico” “La sua atipicità è determinata da vari fattori… Questo significa che troverete romanzi, pellicole cinematografiche, dvd, ma anche programmi televisivi, tutti rigorosamente gialli, o per meglio dire, thriller polizieschi, noir, mystery, che poi costituiscono la declinazione di tutti quei sottogeneri in cui si ramifica il termine “giallo”, ormai definizione-ombrello che ne comprende molte altre.” Ecco che cosa scrissi a suo tempo e riscriverei ancora oggi “Tanti personaggi, tanti autori, tante autrici. Tante belle storie. Tanta proficua documentazione. Naturalmente si può non essere d’accordo su quel giudizio, sul perché di quella scelta o di quella mancanza, ma proprio qui sta il bello. Nel taglio volutamente personale e a volte spiazzante. Nella assoluta sincerità. Al diavolo il buonismo. Se una cosa non piace non piace. Si tratti pure di un autore già affermato. Morto o vivo che sia. Prosa agile, fresca, accattivante priva di quegli orpelli letterari che fanno diventare pesante anche la storia più leggera. Un bel Dizionario ricco di spunti e di sorprese. Effervescente. Da leggere, lodare e criticare. Un Dizionario fuori dai canoni tradizionali. Atipico, insomma. Buono (e pure anche ottimo) per gli atipici come il sottoscritto. Un po’ meno (forse) per tutti gli altri.”

L’occhio di gatto di R. Austin Freeman, Mondadori 2018.
È una giornata “nuvolosa e buia.” L’avvocato Robert Anstey, patrocinante per la Corona, sta tornando a casa quando all’improvviso il silenzio viene squarciato da “un urlo penetrante”, il grido di una donna che chiede aiuto. È in lotta con un uomo che la accoltella e fugge. Robert la prende e la porta verso una casa all’antica dove l’aspetta un morto assassinato, ovvero Drayton, fratello del suo illustre collega sir Lawrence. Occorre l’aiuto dell’amico John Thorndyke, “la maggiore autorità in campo medico legale e il più grande avvocato penalista dei nostri tempi”, come dichiara lui stesso raccontando i fatti in prima persona. Iniziano le indagini. Dal racconto della signorina Blake (suo fratello Percy) sembra che ci siano due potenziali assassini. Comunque sono stati rubati alcuni gioielli fra cui un pendente con un occhio di gatto che risale al 1700 e un medaglione che sarà ritrovato, in seguito, dentro al suo scialle, finito lì durante la lotta con l’aggressore. Medaglione a forma di libretto tenuto insieme da cardini di lato e citazioni delle Scritture all’interno.
Personaggio al centro della vicenda naturalmente il dottor Thorndyke che risolve i casi attraverso rigorosi metodi scientifici con i migliori strumenti del tempo (ad un certo punto tira fuori anche gli occhiali “magici”), il lavoro nel suo ordinatissimo laboratorio e l’aiuto dell’assistente Polton. Ogni tanto Anstey (fuma la pipa e beve il Porto) ha qualche dubbio sui ragionamenti, per lui talora indecifrabili, dell’amico ma “D’altro canto, Thorndike era pur sempre Thorndike: un uomo imperscrutabile, silenzioso e persino un po’ misterioso, nonostante i suoi modi piuttosto cordiali.”
Il problema principale è che la signorina Blake ha dichiarato, durante l’inchiesta, di poter riconoscere l’assassino, e di conseguenza si trova sotto continua minaccia di morte (vedi i cioccolatini avvelenati, per esempio). Il libro è costituito da un plot molto complesso: una eredità contestata, precisamente la tenuta di Beauchamp Blake di Arthur Blake, un documento sulla storia dei Blake con alcune pagine mancanti, una donna pericolosa, un osso assai particolare, l’importanza di un capello, il passato che ritorna e così via.
Accanto ai brividi, alle inquietudini, ai momenti di vera suspense dentro una atmosfera dove vibra persino l’occulto, abbiamo anche l’aspetto sentimentale che nasce tra Anstey e la signorina Blake “morbida aureola di capelli di un rosso dorato”, “carnagione di un rosa delicato”, “naso corto leggermente all’insù”, forme solo apparentemente esili “ma in realtà piuttosto prosperose”.
Finale da cardiopalma con pericolo incorporato per i nostri eroi. Spiegazione teutonica di tutto l’ambaradan nei minimi particolari da parte di Thorndike. Da leggersi riposati e con l’occhio vispo.
Traduzione di Mauro Boncompagni. Questa già una garanzia.
R. Austin Freeman (1862-1943), giallista britannico, dopo aver lavorato da giovane in una farmacia è diventato chirurgo, ha servito come medico nelle colonie africane ed è stato ufficiale sanitario, per poi prendere parte alla Grande Guerra. Si è dedicato parallelamente alla narrativa poliziesca, introducendo nell’indagine il metodo scientifico. È l’inventore della detective story “rovesciata”, nella quale il colpevole è noto e la suspense si focalizza sulla ricerca della soluzione. Il suo personaggio più popolare è il dottor John Thorndyke, investigatore forense protagonista di una lunga serie di romanzi e racconti.

La fioraia di Deauville e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2017.
Le tre barche della caletta
Agosto. Un ricco americano ha incaricato Torrence di andare a Deauville per tener d’occhio la moglie con il vizietto di essere troppo allegra (in quel senso) e di vendere i propri gioielli dichiarando, poi, che le sono stati rubati. Ma Torrence è occupato con un altro caso per cui questa volta è il turno di Émile e della rotondetta segretaria Berthe. In breve l’amante del riccone, abituata ad andare in giro su una canoa per le calette in costume da bagno verde, ma poi come Dio l’ha fatta “per avere un’abbronzatura uniforme”, è stata uccisa in pieno giorno con un colpo al cranio alla presenza di tre testimoni che non si sono accorti di nulla. Tre testimoni, ovvero un pescatore non troppo raccomandabile; un altro che pesca “a bolentino”, e infine lo stesso riccone con il suo motoscafo. Incredibile! Partecipa all’indagine anche l’ispettore Machère di Tolone, “una sorta di macchietta”, una specie di “caricatura del poliziotto nonché del meridionale”. E, durante l’indagine, qualcosa di friccicarello potrebbe scattare tra Émile e la “graziosa e rotondetta” Berthe…
La fioraia di Deauville
Il racconto ha un aggancio con il precedente. Torrence è occupato a sorvegliare con discrezione Norma Davidson, la già citata moglie del riccone americano. Ora succede che la piccola fioraia Loulou viene uccisa con un colpo di pistola al cuore. Pistola che appartiene alla suddetta Norma. Segue l’omicidio di Henry, l’usciere capo del Royal, dove lei alloggia. Sempre con un colpo di pistola al cuore. Questa volta l’arma non le appartiene, però il defunto stringe in pugno la sua sciarpa. Ergo l’accusa della polizia locale per i due omicidi. Un bel guaio e difficile difesa per i nostri dell’Agenzia O. Ma c’è John, l’usciere in seconda, che può offrire qualche spunto importante e c’è il marito americano che sta arrivando. Litiga con la moglie e riparte subito. Strano…
Il biglietto del metro
Una giornata nebbiosa. Una giornata noiosa. Barbet è uscito per andare all’ufficio postale, la signorina Berthe è in anticamera a trafficare con la borsetta, Torrence, dando le spalle alla stufa con la pipa accesa, ricorda una posa del suo ex superiore Maigret, mentre Émile fa la punta a tutte le matite che gli capitano sotto mano. Quando all’Agenzia O arriva un uomo alto con un cappotto scuro, irrompe nell’ufficio, muove le labbra, vacilla, stringe le mani al petto e, sue ultime parole, “Il ne… Il negro…” Colpito a morte da un proiettile che gli ha trapassato il polmone sinistro. Trattasi del vicedirettore delle Trefilieries Francaises di Saint-Étienne, padre di un giovane che il giorno dopo avrebbe dovuto sposare la figlia del direttore. In una tasca interna della giacca cinquanta banconote da mille franchi. La giornata noiosa è sparita all’improvviso. Ora c’è un bel caso da sbrogliare con una serie di domande. Perché il tizio è venuto proprio all’Agenzia O? E perché prima è riuscito a sparare un colpo con la sua pistola verso qualcuno o qualcosa?  Cosa significa questo “negro” uscito dalla sua bocca?…
Émile a Bruxelles
“Fu Torrence a ruttare per primo. E nel momento stesso in cui Émile gli lanciava un’occhiata ironica, anche il suo stomaco manifestò in modo inopinato la propria soddisfatta sazietà”. Poi, “le due eminenze dell’Agenzia O” scoppiano a ridere. Un inizio che dà il sapore a tutto il racconto. Siamo a Bruxelles dove i due hanno accettato “un incarico piuttosto bizzarro”, ovvero ritrovare, ben pagati, una pelliccia di visone rubata da un giovanotto con una voglia di vino sulla guancia sinistra alla domestica di un riccone che lavora nell’ambiente del cinema. Difficile beccarlo tra milioni di persone ma, quando la cosa sembra quasi fatta (ci si sposta perfino ad Amsterdam) , ecco che il riccone vorrebbe che i nostri investigatori si togliessero dai piedi. Qualcosa non quadra…
Quattro racconti al bacio tra alberghi lussuosi, mangiate e bevute a crepapelle di specialità culinarie, momenti di relax, scontri divertenti fra Torrence e Émile, mogliettine allegre, turismo lussuoso, oggetti preziosi che scompaiono insieme a qualche pizzicotto verso le abitudini degli americani e dei meridionali. Scrittura veloce, ironica, poche parole a creare personaggi pittoreschi e caricature con i loro tic e le loro manie. Insomma una gradevole atmosfera che svolazza felice dentro una struttura poliziesca ben confezionata. Magia della semplicità.

La settima notte di Veneruso di Diego Lama, Mondadori 2018.
Sette racconti scritti tra il 2013 e il 2017, già pubblicati in appendice del Giallo Mondadori. L’ultimo, inedito e più lungo, proprio per questo volume. Vediamoli in breve.
Le sorelle Corcione
Lunedì, settembre 1884.
Personaggi: tre sorelle, la mamma, due serve, il garzone dell’avvocato, il morto ammazzato. Proprio l’avvocato, ovvero Francesco Saverio Carusio. Che non dorme con la moglie, guarda schifezze di fotografie e se la spassa, anzi se la spassava…Veneruso, commissario capo della polizia del Regno, deve trovare tra questi l’assassino. Un paio di dettagli: il letto spostato e una cassapanca con i vestiti di fuori. “Che tempi!”, commenta di continuo alla Totò. Esilarante.
Tre cose
Martedì, settembre 1884.
“Sul letto era distesa una donna anziana, morta, uccisa da un coltellaccio ficcato nella pancia.” Vedova paralitica del professor De Dominicis, deceduto trent’anni prima per un problema al cuore. Il caso sembra facile. È la vecchia cameriera ad accusarsi. Il movente? “Tu hai preso tre cose a me e io ho preso una cosa a te.”…
L’impiccata
Mercoledì, settembre 1884.
Una impiccata, la vedova signora Marina “sospesa a una trave del soffitto in una piccola stalla di pietra.” Trovata dal marito di Teresa, la vecchia che abita nella casa da una vita. Due elementi importanti riguardo al cadavere: piccolo gonfiore sopra la tempia e incinta. Sospettati: il marito, i suoi due fratelli di cui uno scappato in America e la sorella dell’impiccata. Martellante la domanda di Veneruso “Perché l’avete uccisa?” E c’è un pozzo chiuso…
La signora Silvana
Giovedì, settembre 1884.
Morta avvelenata la signora Silvana moglie del conte Carangelo. Sentiti i suoi lamenti ma il portiere non ce l’ha fatta ad aprire la porta. Cinque sospettati: il marito, la vecchia contessa paralitica, la sua governante, la governante della morta e una sguattera. Nel corridoio una piccola pozza di vomito e un bicchiere che non è al suo posto. Il conte pare che se la spassasse… Ma il veleno era per lei o per qualcun altro?…
Veneruso e lo scuoiato
Venerdì, settembre 1884.
Un morto nella locanda, ovvero un lupanare, di fronte al porto (addio pantagruelica mangiata per Veneruso!). L’ha annunciato Mimì Rocco, grasso, sudato e che odora di capra. Un morto sul letto con un taglio netto alla gola e scuoiato dalla schiena alle natiche. Un marinaio. Che se la spassava con un altro marinaio andato via. Al porto per fare due chiacchiere con il capitano. E nella sua cabina sono appesi dei quadri piuttosto strani…
Zezolla
Sabato, settembre 1884.
Veneruso alla Casina Rossa, “piccolo bordello di terza categoria”, per incontrare Annarella. Ci va tutti i sabati. Per una carezza, una copula e una lunga chiacchierata. Sulla facciata del palazzo dirimpetto una piccola finestra, uno specchio su cui si riflette un uomo legato al letto e immobile. Via a vedere. Uomo biondo strangolato. Veniva lì con Zezolla, dice la padrona. Un paio di scarpe strane e un manoscritto per risolvere il caso. “Che serata!”
La serenata
Una morta su una poltrona, tutta truccata e con la lingua nera. Avvelenata. Sette figlie tra cui una presa in adozione, odiata da tutte le altre. Ultime parole dell’uccisa “Maledetta Strega. Mi hai rovinata…”. Le figlie “fatte con lo stesso stampino”, con qualche particolare che, per ora, sfugge a Veneruso nella penombra. Ma perché il trucco? Chi doveva incontrare la madre prolifica? E le serenate di un giovanotto per chi erano?…
Dunque sette racconti con Veneruso al centro della scena “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono” e qualche sottoposto comprimario (Rocco, Mimì, Marra…). Nella Napoli del colera dove si trapassa da un momento all’altro. Sette racconti e sette canzoni di cui non si conosce l’autore e la destinataria. Sette morti ammazzati in vario modo e diversi sospettati. C’è sempre qualcosa che non quadra, qualcosa che disturba il nostro commissario capo, spesso macchietta irresistibile con un fondo di tenerezza, nella scena del crimine. Fino a quando… fino a quando la luce si accende. Il tutto confezionato attraverso uno stile veloce, brillante ed ironico (vedi, soprattutto, gli spassosi dialoghi).
Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme alle serenate (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte.
Che tempi!

La detective miope di Rosa Ribas, GEDI 2018.
Questa ci mancava. Voglio dire, tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona, ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta, ché la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Un giretto tra i miei libri

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcock e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

Ho conosciuto Enrico Luceri alla presentazione del mio libro (censura personale) a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi ha fatto piacere. Lo dico perché il mio giudizio può essere involontariamente condizionato da questo gesto ed è bene che i lettori ne siano al corrente. D’altra parte mi sono sempre comportato così.
Dunque andiamo al sodo: prefazione brillante di Sabina Marchesi e Massimo Pietroselli più otto racconti, otto sfide alle cellule grigie. Vecchi compagni di scuola che si ritrovano insieme invitati da… non si sa chi, liti, gelosie, ricatti, patti scellerati, ricordi terribili di un tempo passato che riaffiorano, vecchie fotografie, canzoni sinistre, angoscia, paura, vendetta.
Mogli, mariti, domestiche, segretarie, dottori, avvocati, architetti, figli i figlie, portieri e portiere, commissari e commissarie, ragazzi e ragazze che ruotano in uno spazio ristretto, tutti vivi con piccoli tocchi di classe.
E poi riecheggiamenti di capolavori, indizi sparsi ad arte, colpi di scena (è lui o non è lui?), travestimenti, ombre paurose che si aggirano per le case ( un po’ di gotico non guasta) prosa asciutta, precisa, lineare, con qualche sbandata verso l’enfasi della paura.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, Nero Cromo 2017.
“Milano è scossa. I cadaveri di un’insegnante e di una prostituta sono stati rinvenuti. Sebbene in posti diversi, entrambe sono state accoltellate e strangolate, e ad entrambe è stato lasciato tra le mani un articolo di giornale a firma di Fabio Sandri” recita l’aletta di copertina di La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, romanzo noir milanese, con qualche puntata nella bergamasca, sul lago d’Endine, dove Fabio Sandri, il nostro giornalista protagonista, si rifugia per ritrovare la pace e se stesso. Con quell’indizio del ritaglio con la sua firma che punta minacciosamente il dito su di lui, la polizia e la procura non possono fare a meno di coinvolgerlo, ma Sandri, che è reduce da un accoltellamento che lo ha messo duramente alla prova e non solo fisicamente, si tira indietro. Ha un mucchio di problemi psicologici e sentimentali che tenta di risolvere o dimenticare con qualche bicchiere di troppo. E non ha più intenzione di ricominciare a scrivere di cronaca nera. Ma l’assassino agisce con crudele e lucida efferatezza e il ritrovamento di una terza vittima e soprattutto di una quarta, questa volta colpendo vicino ai suoi affetti più cari, cambierà le carte in tavola. Anche se non vorrebbe sentir più parlare di omicidi, di indagini e di morti ammazzati, l’ultimo delitto lo costringerà in qualche modo a scendere di nuovo in campo…
Storia e indagine da thriller classico, ma con quel quid in più che comporta l’ambientazione nel luogo e l’immersione di fatto in una ossessiva grande città, con i suoi quotidiani cliché e inconvenienti ad essa collegati e dunque: ripetitività fino alla noia, abitudini consolidate, tante necessità. Basta pensare a quelle piccole cose obbligatorie per ciascuno, vedi: stirare, fare la spesa, andare dal meccanico. Tante microstorie che, come fa un ragno con la sua ragnatela, tessono la trama del romanzo. La doppia tela del ragno è il sequel di Cuore Apolide e, in un certo senso, il sequel in cui i lettori speravano.

L’estate del silenzio di Mikel Santiago, Casa Editrice Nord, 2018.
Non ci sentiamo da anni, e mi chiami proprio adesso a rovinarmi il miglior momento dell’estate? pensa Tom, leggendo sul display il nome di Bob Ardlan, il suo ex suocero. Tom Harvey, jazzista per vera passione, riciclatosi anche a guida turistica per arrivare a fine mese, è a Roma a letto con una bella ragazza e non intende farsi rovinare la serata, perciò non risponde e non richiama. Due giorni dopo, però, mentre è in viaggio verso nord per partecipare ad alcuni spettacoli musicali, riceve la scioccante telefonata con richiesta di aiuto da Elena, la sua ex moglie. Lei gli spiega piangendo che suo padre, ex eccezionale reporter di guerra e oggi famosissimo pittore e ritrattista a sei zeri, è morto cadendo dal balcone della sua villa sulla sottostante scogliera. Harvey non ha scelta, deve invertire la marcia, tornare indietro e raggiungere la splendida villa del suocero a Tremonte, paesino sulla costiera amalfitana da anni oasi e rifugio di artisti. Al suo arrivo, trova Elena affranta ma che cerca di affrontare la tragedia con lucidità.
Di cosa si tratta esattamente? Incidente? Suicidio? Oppure molto peggio e qualcuno ha spinto Ardlan giù dalla terrazza del suo studio?… Ben presto, tuttavia, Tom si renderà conto che tra gli eletti di quella raffinata comunità d’intellettuali esistono vecchie  ruggini, rivalità e contrasti mai appianati. Tutti hanno qualcosa da nascondere e a ben vedere pare che tutti abbiano qualche motivo per mentire. E qualcuno non si fa scrupoli a uccidere pur di proteggere a ogni costo il suo terribile segreto…

Una mente diabolica che sembra ispirata dai peggiori orrori medievali dell’inferno dantesco colpisce a Genova. Tre corpi femminili orribilmente profanati. Una serie di mostruosi omicidi che sconvolge la città. Una dopo l’altra infatti, e a brevissima distanza di tempo, tre donne vengono ritrovate morte, barbaramente assassinate e ogni successiva scena del delitto sembra un’efferata rappresentazione architettata dalla follia di una mente distorta. Si tratta di un serial killer o di una macabra setta di invasati? In apparenza non risultano legami tra le tre donne uccise. L’ispettore capo Manzi, un romano solido che non si lascia fuorviare dai superiori, viene incaricato di condurre le indagini, ma quando si trova a brancolare nel buio davanti a questi delitti macabri e assurdi, decide di chiedere aiuto a Goffredo Red Spada, ex poliziotto e suo collaboratore che ha dato le dimissioni dal servizio, l’unico con una marcia in più e secondo lui in grado di avere la capacità e le intuizioni per scovare il killer. Spada, però (personaggio di punta della trama e che, sono certa, ricalcherà presto le scene) all’inizio rifiuta. Ma ben presto proprio lui, tormentato da un drammatico passato familiare e che trascina stancamente la sua vita in una nuova strana e poco redditizia attività, si lascerà istintivamente coinvolgere di nuovo in ciò che sa fare bene davvero: indagare, scavare a fondo e braccare gli assassini. Ma la polizia non è l’unica sulle tracce del misterioso killer. A braccarlo c’è anche Orietta Costa, giornalista di cronaca del Secolo XIX, bella ficcanaso sempre in cerca di guai che, per venire a capo del mistero, si infila dappertutto con lo scopo di firmare lo scoop dell’anno…
Intrigante e sanguinario Tre cadaveri di Raffaele Malavasi (Newton Compton, 2018) narra tutto quello che ci si aspetta da un thriller che si rispetti e anche molto di più.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Questa volta vi presento Il fantasma del metrò di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Il personaggio principale di questo racconto è un gatto. Voi penserete che sia un gatto normale, un gatto nero o bianco che fa le fusa. Invece è un gatto particolare, un gatto fantasma che si aggira nelle fermate del metrò di Topazia! Geronimo, Tea e Trappola (buffo e pasticcione) decidono di indagare su questo caso. Hanno anche alcuni indizi: sono stati ritrovati dei graffi nel metrò, uditi miagolii, viste delle ombre… La polizia ha sbarrato tutte le strade che portano alle fermate del metrò, ma Tea ha l’idea di passare da un tombino per arrivare lì. Attenzione, essi non sono gli unici a indagare su questo caso perché c’è anche Sally, la giornalista de “La gazzetta del ratto.”
Ce la faranno i nostri eroi a smascherare il gatto fantasma? Seguiteli con me.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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