Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2018

Ha senso scrivere qualcosa sui gialletti?
Mi stavo chiedendo che senso ha scrivere qualcosa sui gialletti quando tutto intorno c’è un grande fermento, una grande confusione. La flat tax, la Fornero, il reddito di cittadinanza, la manina invisibile, lo spread che sale, il ponte che crolla, le scuole che crollano, il problema degli immigrati, i furbetti del cartellino, i furbetti delle tasse che non pagano le tasse, le mazzette, i falsi invalidi, le false lauree, gli annunci strepitosi, la realtà disarmante, i sorrisetti di superiorità nei talk show televisivi… Forse dovrei fare qualcosa. Non so, partecipare alle discussioni, dire la mia, messaggiare su facebook, postare foto su instagram. Infilarmi, in qualche modo, nel marasma micidiale del web, tra fake news, urla, insulti, minacce, botte da orbi, pedate nel culo, ginocchiate nelle palle e accidenti vari.
Uhm…Meglio scrivere qualcosa sui gialletti. Parto da…

La signora Hudson e la maledizione degli spiriti di Martin Davies, Mondadori 2018.
“Fu Sgraggs, il garzone del fruttivendolo, che mosso a compassione dalle condizioni disagiate e dallo stato mentale in cui versavo mi presentò la persona che avrebbe trasformato la mia vita.” Chi narra la storia è Flotsam (Flottie), una ragazzina orfana di dodici anni che è riuscita a fuggire dalle angherie di Fogarty, il maggiordomo della casa dei Fitgerald. Ora, per opera di Sgraggs, farà la conoscenza della corpulenta e decisa signora Hudson che diventerà, in seguito, governante del duo Holmes-Watson portandosi dietro, come aiutante, la piccola ragazza.
Andiamo al sodo. Uno strano messaggio, scritto con inchiostro scarlatto e accompagnato da un sottile pugnale d’argento, è arrivato nella casa dei nostri. Seguito da uno strano cliente con una sua storia altrettanto particolare. Ovvero il commerciante Nathaniel Moran che si trova “afflitto dalla più antiscientifica e superstiziosa delle preoccupazioni.”
Ha fatto fortuna a Sumatra con la Compagnia commerciale che operava a Port Mary. Solo che la sua presenza, insieme a quella del servitore Penge e dei soci Neale e Carruthers, ha offeso, secondo il sommo sacerdote che gli ha fatto visita, gli spiriti maligni dell’isola. Prima o poi moriranno per opera del suo coltello guidato dalla mano di uno spirito. Già Penge è stato ritrovato ucciso con le orbite vuote e, mentre lui era in preda alla febbre, i due soci sono ritornati a Londra. Chiede aiuto per capire questi fatti avvolti da malefici e tenebrose leggende.
Il dado è tratto. Al lavoro Watson e Holmes con le sue impareggiabili deduzioni che lasciano a bocca aperta. Criticate, però, in parte, dalla signora Hudson che qui rivestirà un ruolo importante con le “sue” deduzioni, specialmente su ciò che attiene al “suo” regno, ovvero quello della cucina. Rivolgendosi al famoso duo “Come governante di professione, posso solo restare seduta a meravigliarmi della vostra ricerca sistematica di prove scientifiche. Ma, quanto alle faccende domestiche, ho accumulato anni di esperienza: perciò non deve stupirvi che, in cucina, io riesca a vedere cose precluse alla vostra attenzione di visitatori.” Per esempio sul forno e su un soufflé al formaggio piuttosto sospetti…
Un plot complesso di superstizione, mistero, razionalità e irrazionalità ben amalgamato e ambientato in una Londra vittoriana dalla spessa nebbia e dalle evidenti disuguaglianze sociali dove i più deboli subiscono mostruose angherie. Deduzioni, già detto, dubbi, domande su domande (perché Fogarty è interessato al racconto di Moran? Questo Moran è del tutto credibile?…), ma anche azione, movimento, travestimenti, corse notturne in carrozza, colpi a sorpresa, momenti di paura e pericolo, morti uccisi che sembrano avvalorare la maledizione del sommo sacerdote per lo spuntare di serpenti velenosi e ratti giganti.
Al centro, questa volta, la signora Hudson (ma anche Flottie si dà da fare) che, come scrive il nostro Luigi Pachì nel suo “Focus sulla governante di Baker Street”, “… è in ogni caso il fiore all’occhiello dell’opera, un personaggio di landlady che, grazie ai suoi anni di esperienza in famiglia, sa interpretare al meglio il comportamento umano e che per certi versi potrebbe ricordare perfino la Jane Marple di Agatha Christie.” Uno, fra i vari buoni motivi, per leggere il libro.

La sfinge dormiente di John Dickson Carr, Mondadori 2018.
Il nostro Gideon Fell arriva con la sua incredibile stazza a pagina novantotto “Scese con aria maestosa appoggiandosi a due bastoni, il corpo enorme avvolto in un mantello. In una mano, oltre al bastone, stringeva anche un cappello nero a larghe tese…” Aggiungo, per sintetizzare: un ciuffo ribelle di capelli grigi, un faccione rosso con tre menti, un naso piccolissimo, due baffoni da bandito e un paio di occhiali con un nastro nero alle estremità. Se poi si passa alla risata allora aspettatevi una specie di ruggito o boato da terremoto. La sua è una visita ufficiale per conto del sovrintendente Madden della polizia del Wiltshire in relazione alla morte della signora Marsh.
Ma andiamo per ordine. Siamo in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale. Qui ritorna, dopo sette anni di lontananza, il giovane, ex membro dell’Intelligence, Donald Holden (ha catturato un pericoloso criminale nazista). E ora scopre di essere ritenuto morto… Panico e angoscia.
Divenuto ricco grazie ad una eredità, è alla ricerca di Celia Devereux, la giovane donna di cui era ed è ancora innamorato corrisposto, la quale si trova in preda, però, ad un vero e proprio incubo. Alcuni mesi prima sua sorella Margot è stata trovata morta per una emorragia cerebrale, ma Celia non crede a questo impossibile evento per una donna in piena salute. È sicura, invece, che sia stata avvelenata dal marito Thorley Marsh, vecchio amico di Donald, uomo violento tanto da picchiarla e tradirla con la giovanissima Doris Locke. Ma nessuno le crede e tutti la ritengono pazza. Ad eccezione di Holden.
Ed ecco allora, sollecitato da lei stessa, l’arrivo del nostro inimitabile dottor Fell (modellato sulle sembianze di Chesterton, ammiratissimo dall’autore) che incomincia la sua strabiliante indagine dentro un’atmosfera di paura, di panico, di fatti inspiegabili che pongono una serie di angosciose domande: Celia è veramente pazza?; come si spiega lo spostamento delle pesantissime bare nella tomba sigillata della famiglia Devereux?; come ha fatto a trovarsi lì anche una boccetta di veleno?; ci sono dei fantasmi che girano in quei luoghi?; Margot aveva pure lei un amante?; cosa centra un anello d’oro con il sigillo di una sfinge dormiente?…
Intanto Celia viene accusata dell’omicidio della sorella e, dunque, un caso intricato, intricatissimo, intriso di sovrannaturale, dove è difficile stabilire uno spartiacque sicuro tra menzogna e verità. Questo fa impazzire il giovane Holden tutto teso alla ricerca della soluzione, mentre il nostro Fell sembra già averla in tasca, rendendolo ancora più agitato.
E noi lettori siamo lì, a bocca spalancata, pronti ad ascoltare le incredibili deduzioni, talora paradossali del mastodontico criminologo che scioglierà i complessi enigmi ad uno ad uno. Ogni tanto, grugnendo e tuonando “Arconti di Atene!”

Rosso Barocco di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2018.
Roma. Estate e caldo boia. “MI SALÍ ADDOSSO L’IMPAZIENZA”, parole nere sul bianco della cripta di San Carlino alle Quattro Fontane, capolavoro di Francesco Borromini, architetto barocco “rivale” di Bernini. Praticamente le sue ultime parole prima del suicidio. Poi l’omicidio di una donna sgozzata da tergo come sant’Agnese in piazza Navona.
Ecco pronto un bel po’ di lavoro per il mastodontico e brusco ispettore Ceratti, l’agente scelto Antonio Cammarata, il libraio Ettore Misericordia, detective dilettante, e il suo fido assistente Fango che narra la storia. Intanto l’uccisa è Silvia Poppi, venticinque anni, residente a Firenze e studentessa fuori sede alla facoltà di Architettura a Roma. Occorre trovare qualcuno che la conosca, ovvero l’amica Francesca Conti dalla quale si apprende che stava finendo la sua tesi di laurea su Borromini.
Borromini e Bernini. Ancora una volta i due geni del Barocco che si incontrano… E c’è un altro personaggio che conosceva Silvia, l’anziano architetto Evaristo Naldi con il quale conviveva (solo per amicizia), preso da una passione smodata per Gian Lorenzo Bernini. Allora tutto ruota, tutto deve ruotare attorno ai due nomi!
Al centro della scena Misericordia con le sue donne, i suoi libri, le sue sigarettine, il suo nasone, il suo basettone, sprofondato nella poltrona Ettorina insieme a Fango che annota tutto, (praticamente i nuovi Sherlock e Watson) e si dà pure da fare (suo il travestimento come turista e l’impatto con un altro morto ammazzato). Simpatiche battute fra i due e Fango che rimane come ipnotizzato dall’amico “Non riesco ancora a capacitarmi perché ogni volta che il Capo mi coinvolge in qualche assurda missione io accetti di seguirlo senza alcuna riserva.”. Ma una domanda sorge spontanea “La scritta nella cripta e gli omicidi sono collegati fra di loro?”.
Il libro, oltre che il classico giallo, è una immersione culturale nella storia passata e un viaggio nella Roma presente, resa bella e immortale anche dalle opere dei due personaggi seicenteschi analizzati nei minimi particolari (praticamente una breve storia dell’arte). Andando avanti con le indagini arrivano diverse novità: il ragazzo innamorato di Silvia, il nobile decaduto fissato che sotto la libreria di Misericordia ci sia una misteriosa cripta con laboratorio alchemico, la giornalista Cecilia, bella e sexy, amica del detective e appassionata di cronaca nera, la Confraternita dei Berniniani, quattro importanti pergamene, dei numeri che non tornano, un barbone che ha visto qualcosa, un medaglione particolare…mentre scorrono lampi dei flash dei turisti giapponesi e numeri di clown per le strade della Città Eterna.
Spiegazione finale di Misericordia che ricollega tutti i tasselli della vicenda svolta con una scrittura veloce, spigliata, ironica e una serie interminabile di punti esclamativi che un po’ enfatizzano (vedi anche Nero Caravaggio). Il classico gialletto gradevole e simpatico senza troppe pretese e ben allineato al prezzo.

Assassinio all’Étoile du Nord e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2013.
“Nel 1933 Simenon compie trent’anni e decide che è venuto il momento di diventare un vero scrittore. Per far questo, opera due rotture significative: con il personaggio che gli ha dato la fama e con l’editore Fayard che lo ha pubblicato. In giugno termina “Maigret”, il romanzo in cui manda in pensione il commissario. In ottobre firma un contratto con Gaston Gallimard, patron della più prestigiosa casa editrice francese. Ciò nonostante, da Maigret non riesce a staccarsi, e in fondo anche al suo nuovo editore non dispiacerebbe vederlo “resuscitare”, sebbene entrambi sappiano che un ritorno del commissario rischierebbe di interferire con la nuova carriera dello scrittore. Il quale, però, troverà un compromesso soddisfacente, che consisterà nel limitarsi a scrivere dei racconti destinati ad apparire solo su riviste.”
Assassinio all’Étoile du Nord
“Con la cornetta all’orecchio, il commissario non smetteva di osservare quella creatura enigmatica che gli teneva testa con l’inaudita energia di cui solo certe donne sono capaci, e che mentiva come solo le ragazze sanno mentire.” Una lotta aperta tra Maigret (mancano due giorni alla pensione) e Céline, ragazza giovane coinvolta in un omicidio all’Étoile du Nord che si professa prostituta. Ma qualcosa non quadra e questo sarà “forse l’interrogatorio più frustrante” di tutta la sua carriera.
Tempesta sulla Manica
Maigret, ora in pensione, è in vacanza a Dieppe con la moglie in un alberghetto modesto ma non manca, per abitudine, di tenere la sua posa preferita al Quai des Orfèvres: “pipa fra i denti, spalle al fuoco, mani incrociate dietro la schiena”. Tutto tranquillo. Sta leggendo un articolo sulla vita delle talpe e dei topi di campagna (sorriso), quando arriva il commissario di polizia della zona “Lavorava qui una certa Jeanne Fénard?”… “È stata uccisa con un colpo di rivoltella in rue de la Digue…”. Sospettati gli abitanti della pensione. Volente o nolente Maigret dovrà intervenire. Anche con qualche bicchiere di grog in corpo che gli fa compiere delle azioni di una certa, involontaria comicità…
La signorina Berthe e il suo amante
Una lettera con la quale si chiede aiuto a Maigret. Ha bisogno di lui la signorina Berthe, amante di un certo Albert e convinta che sia invischiato in un colpo durante il quale è stato ucciso un agente della polizia. Anzi, è proprio lui l’assassino, non l’ha mai amata e mira solo ai suoi soldi. Ha paura, anche, che le faccia del male. Maigret accetta, ma sarà vero tutto quello che dice?…
Il notaio di Châteauneuf
“Con la pipa tra i denti e un vecchio cappello di paglia in testa, Maigret trafficava beato in un angolo dell’orto…”. Per poco, che arriva il notaio Motte di Châteauneuf a rompergli le uova nel paniere. E’ un collezionista di bassorilievi e sculture in avorio di notevole valore che spariscono due o tre volte la settimana. Ha bisogno del suo aiuto per scoprire il ladro. In casa tre figlie di cui una innamorata di un pittore spiantato: Emilienne, Armande e Clotilde. Una nuova avventura, anche se la moglie del Nostro scuote la testa…
Al centro dei racconti, come protagonista incorporeo-corporeo, l’Amore nei suoi molteplici risvolti (notare la massiccia presenza femminile) motore delle intricate situazioni e, protagonista bene in carne, il nostro Maigret, ormai tranquillo pensionato in felice rapporto casalingo con la moglie silenziosa e sferruzzante. Tranquillo fino ad un certo punto che l’assassinio è pronto a strapparlo dalla routine quotidiana. Sembra scocciato, ma in fin dei conti si diverte e non si lascia sfuggire i piccoli piaceri della vita, come un boccale portato “alle labbra con un’espressione così ghiotta che avrebbe potuto fare la pubblicità di una marca di birra.”
Inutile ripetere cose già dette e ridette su Simenon. Scrittura pulita, nitida, essenziale, ironica (in certi casi perfino pronta alla parodia), capace di creare una certa atmosfera con sprazzi di vita cittadina, di gente normale che “si accontenta di piccole gioie”, e di far rivivere i personaggi come se fossero tra noi. Non c’è bisogno di tante parole, non c’è bisogno di tanto movimento. Basta un piccolo tocco, basta un particolare e tutto è pronto per la messa in scena come davanti ad un teatro, nell’attesa che si alzi il sipario.
Avanti gli attori!

Un giretto tra i miei libri

Le fatiche di Hercule di Agatha Christie, Mondadori 2012.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Poirot. Siamo nella sua casa tutta squadrata, dalla stanza stessa in cui si trova alle poltrone, ai mobili, alle sculture di cubi, ad una composizione geometrica con filo di rame. Tutto preciso, tutto razionale. Non pende un capello. Davanti a lui il dottor Burton, professore all’Al Souls, “grassoccio e trasandato”. Bonario. E curioso. Soprattutto del suo nome. Hercule, perché? Tanto più che Poirot non assomiglia un fico secco all’eroe mitologico. Piccolo e lindo, testa d’uovo, giacca nera, farfallino elegante, baffi folti, scarpe di vernice. Diciamo pure tutto l’opposto e certo l’amico non ha letto i classici se non sa capacitarsi di questa disuguaglianza. Vero. Lacuna che il Nostro colmerà subito dopo l’uscita di scena del dottore. Prima di andare in pensione e darsi alla coltivazione delle zucche accetterà dodici casi con particolare riferimento alle dodici fatiche di Ercole (nel frattempo si è documentato con l’aiuto della segretaria Lemon).
Tra l’altro, secondo lui, esiste un punto di contatto con l’immarcescibile eroe “sia l’uno che l’altro, indubbiamente, erano stati lo strumento necessario a liberare il mondo da certi flagelli…”. Sottinteso che i suoi sono più importanti.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Hercule Poirot. Come si diceva una volta per una pubblicità, basta la parola. L’effetto è diverso (si spera) e per il recensore una manna dal cielo.
P.S.
D’accordo, vi elenco almeno le dodici fatiche che un ripassino mitologico fa sempre bene.
1) Il leone nemeo
2) L’idra di Lerna
3) La cerva dalle corna d’oro
4) Il cinghiale di Erimanto
5) Le stalle di Augia
6) Gli uccelli stinfali
7) Il toro cretese
8) Le cavalle di Diomede
9) La cintura di Ippolita
10) Il gregge di Gerione
11) I pomi delle Esperidi
12) La cattura di Cerbero.

Le immagini rubate di Manuela Costantini, Mondadori 2014.
“Una donna è stata uccisa. Ma non uccisa e basta: dopo averle trapassato il cuore con una lama lunga e sottile, l’assassino le ha preso lo scalpo, lasciando solo una ciocca a testimoniare la sua macabra impresa. Quando viene disposto il fermo di un fotografo, le cui impronte sono sul luogo del delitto, agli inquirenti sembra di poter inchiodare il colpevole”.
Non per l’avvocato Filippo Dolci il cui cognome svela la sua passione per la cioccolata, i bomboloni alla crema, i gelati e di fronte ad una pasticceria si sente “come Hansel e Gretel davanti alla casetta di marzapane”. Sposato felicemente con Lavinia (quasi una novità), amico del commissario Pietro Ciccone, alto, determinato, in relazione d’amore con Federica dopo una serie di incontri sfortunati. Altri personaggi tipici di ogni romanzo poliziesco: il procuratore Giampiero Galiffa, secco come un chiodo, l’ispettore Saverio Tudini “dalla faccia senza espressione” che “riesce a capire le persone con una sola occhiata” e l’ispettore Caterina Barnabè che “cerca, studia, segna e alla fine tira le somme e quasi sempre il risultato è giusto” (coppia perfetta).
Aggiungo l’incontro tra Filippo e Agnese Cerelli insieme ai tempi del liceo (vuole separarsi dal marito) e quello con la sorella Irene che pretende un risarcimento per un incidente stradale. Sospettati il parrucchiere Domenico Potalivo, ultimo a vedere in vita l’uccisa, e il fotografo Fausto Minardi le cui impronte sono state trovate vicino al corpo della vittima (incriminato, come già detto). Intanto a casa Dolci spariscono camicie, arrivano altri due morti ammazzati con le stesse modalità e l’indagine si fa più complessa, anche se per la polizia il caso sembra chiuso.
Insieme all’indagine, alle domande e alle elucubrazioni di rito infiorettate da dubbi e ripensamenti, il lavoro quotidiano dell’avvocato (deve difendere un ladro di pane e olio), la storia dei personaggi (tra cui quella di Corrado Scarsella omosessuale, amico di Filippo, sempre ai tempi del liceo), un po’ di filosofia sulla felicità, la televisione che incombe, la forza e la disperazione dell’amore, altri spunti sul Nostro a cui viene voglia di piangere quando piove per un ricordo doloroso da bambino e non può indossare il cappello (una specie di feticcio), la “Chioma di Berenice” di Catullo a stuzzicare la curiosità del lettore. In corsivo il pensiero dell’assassino, in prima persona quello di Filippo Dolci, in terza tutto il resto con una scrittura che si fa leggera e penetrante. Un buon inizio per Manuela Costantini.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Secondo Luca CroviL’ombra del campione, Rizzoli 2018, deve la vita a una specie di scommessa fatta con Franco Forte che volle farlo partecipare alla sua antologia calcistica  Giallo di rigore… Fu allora infatti che scoprì, stando alle date, la possibilità di un incontro e, magari perché no, un amichevole rapporto tra il grande immenso centrocampo interista Giuseppe Peppino Meazza (detto anche Balilla), e il commissario De Vincenzi, (un vero Maigret all’italiana), l’indimenticabile eroe dei romanzi di Augusto De Angelis. E da bravo ladro di storie (a detta dei suoi figli) o meglio acuto spigolatore, Luca Crovi non delude le attese dei lettori (mai avrebbe potuto) e di là riparte. Rispolvera come protagonista della sua fiction un giovane De Vincenzi, rendendo omaggio a De Angelis, al grande e purtroppo misconosciuto autore (il fascio imperava tarpando le ali) che aveva saputo creare nostrane atmosfere giallo, poliziesco, noir degli anni Trenta e, per regalarci il suo primo giallo-thriller-noir, si tuffa di testa in una gustosa storia milanese, molto intrigante e dal sapore squisitamente retrò… Con una raffinata commedia gialla, Luca Crovi, scippando alla grande quanto gli serviva, festeggia e commemora sia l’uomo icona del calcio sport, incensato dagli italiani, che l’intrigante e indubbio fascino di una Milano alla fine anni Venti, avviluppata dalla “scighera”.

Una morte perfetta di Angela Marsons, Newton Compton 2018.
Quarto romanzo della serie di Angela Marsons con la brusca detective Kim Stone come protagonista; un bel personaggio, con una difficile infanzia e giovinezza alla spalle, duro se necessario e spietato perfino con se stesso – unica recente debolezza l’accettazione di Barnie, un border collie rimasto senza padrone – ma che crede fino in fondo nel suo lavoro e vorrebbe poter offrire giustizia a tutti. E tutti e quattro i romanzi, benché ciascuno racconti una storia finita, fanno comunque parte di una concezione seriale tanto che, sia per un approfondimento sui vari interpreti quali lei, Kim la protagonista e il resto del team, Bryant, Stacy e Kev, sia per una migliore comprensione delle loro scelte di vita, suggerirei senz’altro di andare a leggere anche i precedenti.
Ma ora torniamo a Una morte perfetta. Nonostante la rapida e felice soluzione di un caso a lei affidato e la serie di nuove indagini da svolgere, racchiusa nella massa di carte impilate sulle scrivanie,  Kim Stone e la sua squadra ricevono l’ordine di recarsi a Westerly, nella Black Country, in quella che è chiamata la Body Farm, segretissimo centro di ricerca e laboratorio dove si studiano le reazioni chimiche sui corpi in decomposizione, che sono stati lasciati in eredità alla ricerca medica. In realtà, una ributtante struttura nata per far progredire la scienza forense, situata in un terreno isolato e cintato a più di 2 km da ogni edificio nelle vicinanze, insomma non proprio un posto piacevole o adatto a deboli di stomaco. E proprio là, mentre la detective Stone e la sua squadra stanno compiendo la loro visita di aggiornamento e studio, scopriranno, poco fuori dal recinto, il corpo ancora caldo di una giovane donna, barbaramente uccisa con il volto straziato a colpi di pietra e soffocata dalla terra infilata di forza in bocca…
Una storia che sguazza nella psicologia e, scavando senza pudori nell’inconscio, sviscera e approfondisce i rapporti di lavoro e le relazioni interpersonali di Kim Stone. Anaffettiva, caustica, sempre diffidente, ma forse tiene alla sua squadra più che a se stessa. Nessun vero legame, a parte Barney, il cane adottato. L’idea di una possibile relazione con un collega, un consulente conosciuto in un precedente caso, per ora  non pare destinata ad andare in porto (mai dire mai, pensa il lettore, e forse anche l’autrice). La  serenità non sta di casa nei romanzi della Marsons, le persone “normali” si possono contare sulle dita della mano, ma si impara che esistono professioni astruse quali Archeologo forense e Osteoarcheologo, che nella realtà possono aiutare e risolvere alcuni  complessi  e contorti casi criminali.

Genesi di A.G. Riddle, Newton Compton 2018.
Dal geniale autore di Epidemia mortale e Atlantis Saga, uno scrittore da 3 milioni di copie e tradotto in ben 22 lingue, arriva in Italia un nuovo romanzo per gli amanti del genere Science Fiction, in un indovinato cocktail che riesce shakerare thriller, avventura e psicologia. Infatti Riddle, da scrittore abile e disincantato, per costruire le sue storie sonda le angosce e le paure umane, e diventa quell’abile affabulatore che avvincendo i suoi lettori riesce quasi a convincerli della possibile realtà delle storie che sta narrando. E non si parla di noccioline, no! Perché sono storie complesse che si avvalgono subdolamente di termini altamente scientifici per mischiare a suo piacere verità e fantasia, fondendo la ricerca con la narrativa…
Un thriller ben concepito che incolla il lettore alle pagine, come l’hanno definito oltreoceano i critici più smaliziati del settore. Vero! Perché nonostante affronti spesso temi astrusi e magari ostici ai più, risulta lo stesso comprensibile, ben costruito e congegnato come un orologio svizzero. In più ha l’innegabile pregio di essere ricco di azione senza tregua, con una trama affascinante in cui alla fine tutti gli ingranaggi come in un puzzle universale si incastrano alla perfezione

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta tocca a Il Tempio del Rubino di Fuoco di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Amici, ecco un’altra avventura di Geronimo Stilton! Questa volta andremo nel Rio delle Amazzoni, in Brasile. Tra ragni pelosi, piranha aggressivi e piante carnivore, Geronimo e i suoi amici, accompagnati dalla figlia del capo tribù, devono andare a difendere il Tempio del Rubino di Fuoco dai topi cattivi che distruggono la foresta per rubarlo. Il loro capo è basso e grasso, il suo aiutante è magro e intelligente.
Questo è un racconto di avventura, ricco di pericoli e movimento, ma anche un racconto educativo che ci insegna a difendere e salvaguardare la natura.
Alla prossima!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

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