La Debicke e… Lassù all’inferno

Maurizio Matrone e Franco Foschi
Lassù all’inferno
Calibro 9 / Laurana

Lassù all’inferno, meritatamente vincitore del Nebbia Gialla romanzi inediti 2018, pare che sia nato per scommessa dall’incontro letterario di due amici scrittori, entrambi fan di Derek Raymond. Derek Raymond (vero nome Robert William Arthur Cook), nonostante venga citato troppo poco in Italia, deve essere considerato a ragione il padre-padrino del noir britannico anche per merito della serie Factory, imperniata sulle indagini del Sergente senza nome e degli uomini della sezione Delitti irrisolti, che ebbe grande successo negli anni a cavallo tra gli ‘80 e i ’90. L’idea era ghiotta, il tentativo (da azzardare) stuzzicante e Matrone e Foschi, senza ripensamenti, hanno deciso di scrivere insieme una fiction all’italiana rifacendosi alla serie Factory: con un decreto ministeriale firmato nel 1992 dall’allora capo della polizia Parisi, la famosa Factory londinese è stata rimpiazzata dalla bolognesissima “Ditta”, una divisione investigativa trasversale e territoriale votata all’azione. Peraltro “Ditta” nel codice poliziesco italiano sta per l’Amministrazione della Pubblica Sicurezza (PS). Tra colleghi poliziotti si sente spesso chiedere: “Da quanto tempo sei nella Ditta?”.
In Lassù all’inferno, Ditta è un nucleo autonomo che più autonomo non si può, una congrega di poliziotti tuttofare che opera al limite, appena un gradino prima dell’anarchia. È nella Ditta che vengono piazzati gli agenti più trasgressivi e meno controllabili, ma con la capacità di risolvere tutti le rogne che vengono loro affibbiate. Come nella Londra degli anni Ottanta e Novanta, così sarà a Bologna.
Quando c’è una brutta storia da prendere con le molle, è la Ditta a doversene far carico. E il Sergente senza nome, l’eroe di Raymond, diventerà l’ispettore Terra, lo scorbutico, piantagrane, l’asociale, perfezionista, marchiato crudelmente da un angosciante passato. Ma anche un uomo dal cuore d’oro, con un concetto di dovere e giustizia solo suo e con tante rogne da risolvere. E, nella fattispecie, la rogna del romanzo è una brutta storia che risale all’anno prima. Una rogna che, con un freddo belluino e in mezzo a una nevicata di quelle che rompono, ha spedito Terra a Borgo Malpozzo, un (inesistente) paesone della bassa a metà tra Ravenna e Ferrara, a sciogliere il mistero della scomparsa di una anziana signora tedesca, vedova di un possidente italiano, tale Hannah Schultz in Tarlato Beccadelli, madre di tal Marlon Tarlato Beccadelli, ex medico radiato dall’Ordine di Bologna. L’ipotesi investigativa è legata a una confidenza, tramite la Direzione Antimafia, suggerita dalla Procura, che teme che il fatto sia collegabile a un caso di corruzione.
Per la trasferta, Terra avrà a disposizione una Panda bianca, la Pandina bianca della Ditta le cui moderne e sofisticate dotazioni di servizio si limitano all’immancabile paletta ministeriale.
Borgo Malpozzo, e ti pareva, si presenta subito sotto la luce peggiore, a cominciare dalla locale stazione dei Carabinieri dove il comandante, il maresciallo con cui Terra avrebbe dovuto rapportarsi, latita miseramente (ahi!) e se si vuol dormire da qualche parte ci sono due pseudo alberghi, El patio e La Pensione Teresa, il secondo scelta quasi obbligata.
A Terra basta poco per rendersi conto dell’intricato giro di malaffare cittadino che pensa solo a fregare il prossimo. Non gli resta che sbrogliare il caso, alquanto ingarbugliato. Ci sono in mezzo anche una serie di errori, dovuti alla debolezza e ai sentimenti, che gli provocano soprassalti di incubi personali e lo coinvolgono emotivamente. Il suo, si sa, in fondo è solo un lavoro duro, rattristante e malpagato. Ma bisogna darsi una mossa anche a costo di pestare i piedi a quelli che sarebbero dalla sua parte: quando la Ditta si mette in moto, giustizia sarà fatta.

Maurizio Matrone, diplomato in Belle Arti a Bologna nel 1987, si laurea in Pedagogia nel 1993. Lavora come poliziotto dal 1988 al 2008. Collabora con soggettisti e sceneggiatori di telefilm polizieschi (La squadra, Distretto di polizia, L’ispettore Coliandro) e utilizza la sua esperienza di redattore di verbali per scrivere soggetti originali. Nel 2009 lascia il lavoro di poliziotto e assume il ruolo di direttore della Fondazione FMR-Art’è Marilena Ferrari dal 2009 al 2010. Dal 2010 è consulente e formatore sui temi delle narrazioni d’impresa
Franco Foschi, pediatra e scrittore, dopo l’esordio con sceneggiature radiofoniche e racconti su varie riviste e antologie, ha pubblicato quattordici libri tra narrativa e saggistica. Per Todaro Editore: Piccole morti senza importanza (2003) e Libertà di paura (2008, con prefazione di Stefano Benni). Le più recenti pubblicazioni: Amore, politica & altre bugie (Passigli 2009) e Passione 1820 (Sironi 2009, a quattro mani con Maurizio Ferrara). Scrive regolarmente sceneggiature per la radio. Ha condotto per cinque anni (e 120 incontri) la rubrica televisiva di interviste a scrittori Leggere negli occhi, consultabile sul portale video www.arcoiris.tv.

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