Vento in scatola (Le gialle di Valerio 198)

Marco Malvaldi e Glay Ghammouri
Vento in scatola
Sellerio, 2019
Noir

Casa circondariale Antonio Gramsci di Pisa. Pochi giorni fa. Il tunisino Mohammed Bourifa, nato a Biserta il 15 agosto 1990, altezza e corporatura medie, minuto, ben rasato, occhiali, è uno dei tanti passeggeri del volo per Heathrow; viene chiamato per l’imbarco ma non reagisce subito; il suo vero nome suona Salim Mohammed Salah e non è abituato a sentirsi chiamare diversamente. Riesce a portare a bordo un coltello e, venti minuti dopo il decollo, chiama una hostess e le fa furtivamente vedere la tessera plastificata di ispettore ENAC in formazione, ora testimone di un’infrazione dell’aeroporto di partenza. Prima del poliziotto, però, faceva il detenuto a Pisa. Era stato arrestato per errore a inizio 2018, senza saperlo aveva cinquecento grammi di cocaina nella vecchia Mercedes usata appena acquistata, sostando in divieto vicino alla stazione. Allora non parlava italiano, non gli era stato possibile spiegare o incolpare altri, tanto più che era fuggito dalla patria dopo aver realizzato una truffa per un milione di dinari, circa trecentomila euro. Gli danno da scontare sei anni e mezzo. Si era laureato in economia e finanza all’Università di Gafsa (povera città ricca di fosfati e tappeti), aveva aperto una ditta di brokeraggio, esperto di flash trading; in carcere si arrabatta, impara la lingua, diventa esperto di sopravvivenza materiale, studia le persone (colleghi di pena e personale di guardia), cerca di far fruttare le sue competenze e i 250.000 segretamente accantonati. Ci sono camorristi e infiltrati che provano a servirsi di lui, che si affeziona soprattutto all’assistente scelto ignorante e sospettoso Gualtiero Molisano, ciociaro con moglie vegetariana. In cella per quasi un anno riesce chissà come a cucinare prelibatezze e se lo conquista, sono entrambi reclusi, di fatto e di diritto, affronteranno vecchi e nuovi crimini, correranno rischi, ci sono tanti modi di vivere e morire in prigione.

Evviva. Il bravo allegro chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974) fece un corso di scrittura alla casa Circondariale Don Bosco della sua città nel 2012, in quell’occasione conobbe Glay Ghammouri, un tunisino oggi di circa 40 anni che deve scontarne altri 27. Firmò la prefazione della raccolta di poesie realizzata da Glay e decisero poi di scrivere insieme un romanzo, ottima idea, “per essere autenticamente liberi occorre conoscere il carcere”, importante per noi e per tutti. Nel testo brilla lo stile frizzante concatenato divertente di Malvaldi, una trama noir a più livelli, benissimo mescolati all’interno di un contesto che può essere raccontato solo avendolo un poco vissuto: la privazione di (quasi) ogni libertà nelle piccole celle (pure quelle lisce), convivendo accanto ad altri umani detenuti e dentro dinamiche peculiari. Ogni carcere fa storia a sé stante, a seconda di chi lo dirige e di chi lo frequenta. Nella vicenda raccontata il direttore è praticamente assente, il vice è una brava persona, c’è sovraffollamento da mesi (trecento reclusi per una capienza di duecentodieci), oltre cento musulmani con la mensa che poco rispetta il Ramadan e casi di radicalizzazione, poco più di venti assistenti penitenziari. Un ruolo cruciale è svolto da competenti usi e costumi arabi: la finanza, la lingua, la cucina. Memorabili le ricette, Muhammara e Fessenjun fra le altre. Quando Gualtiero tenta Giuditta con polpettine nella salsa di spezie aggiunge pomodoro e scelgono vino bianco. Il proverbio tunisino sul vento (da cui il titolo) Salim forse lo inventa, quelli da ricordare stanno in Toscana, dove c’è un proverbio per ogni cosa, più modi di dire che altro, tanto ne esiste uno che dice bianco e un altro che dice nero. Noir di gusto.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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