La misura del tempo (Le gialle di Valerio 215)

Gianrico Carofiglio
La misura del tempo
Einaudi, 2019
Noir

Bari. Febbraio 2014. Delle Foglie, una nuova cliente, chiama in studio e prende un urgente appuntamento col bravo noto avvocato cinquantaduenne Guido Guerrieri. Sarà per caso proprio Luciana? La ragazza con la quale lui aveva avuto una breve intensa relazione fra il marzo e il settembre 1987, più grande, bella e affascinante? Sì, è Luciana quella signora che si presenta puntuale e dimostra più dei 57 anni che ha, capelli corti grigi impregnati di nicotina (come gli abiti), alta magra sbiadita, irriconoscibile. Il figlio 25enne Jacopo Cardace si trova in carcere da oltre due anni con una condanna in primo grado per un omicidio del 2011. Qualche settimana prima è morto l’anziano ammanicato legale che lo aveva seguito, un ottimo professionista che si era presto ammalato, non garantendo più un’assistenza adeguata. La prima udienza del processo di appello risulta già fissata, dopo appena sedici giorni. Per ragioni anche economiche, Luciana ha deciso di cambiare avvocato. Insegna precaria nella scuola, si arrabatta con altri lavoretti ma non ha più soldi per acconti e pagamenti immediati. Guido, pur dubbioso nel metodo e nel merito, accetta e chiede subito il rinvio, una remissione in termini. Coinvolge la cara collega andino-barese Consuelo, che ha un approccio sempre dalla parte delle vittime, e i due investigatori privati spesso usati dallo studio, Tancredi e Annapaola, il primo ex poliziotto, la seconda ex giornalista ed ex atleta che incidentalmente sarebbe inoltre la sua fidanzata (più giovane di oltre 10 anni). Luciana gli ha detto che al momento dell’omicidio il figlio era con lei, non dovrebbe e non potrebbe essere colpevole. Non sa se crederle e tutti i collaboratori sono scettici sulla causa. Va a trovare Jacopo e non gli resta proprio simpatico, certo spacciava ed era legato in qualche modo a piccoli criminali (come lo stesso ucciso), le prove in mano all’accusa sono abbastanza circostanziate. Eppure ognuno ha diritto alla difesa: deve provarci e ce la mettono tutta, qualunque sia la verità, qualunque sia la sentenza.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) è oggi probabilmente il più bravo scrittore italiano, certo quello di maggior meritato successo (considerando Camilleri fuori quota, per più ragioni). I suoi romanzi sono levigati e trasudano tersa legalità. Ha svolto a lungo funzioni di magistrato (dal 1986 al 2008) e iniziò la carriera letteraria (2002) con un protagonista avvocato, appunto Guido Guerrieri. Sono rapidamente seguite altre tre avventure sempre edite da Sellerio (2003, 2006, 2010), poi più scadenzate altre due per Einaudi (2014 e 2019). Negli ultimi 15 anni vi sono stati anche altri nove romanzi, racconti lunghi, saggi sulle parole e la scrittura, sugli interrogatori e l’investigazione, sceneggiature, drammaturgie; una ricerca appropriata dei termini da usare o togliere, uno stile denso e chiaro. Ora siamo tornati da Guerrieri a Guerrieri, il sesto romanzo della serie è un atteso ottimo ritorno. La narrazione è ancora in prima persona: il nitido competente senso del diritto sia dell’autore che del protagonista non hanno nulla di assolutamente certo o giusto. Sono un modo di stare al mondo, non l’unica e diritta via. Le testimonianze inconsapevoli, gli occhi chiusi, i ragionevoli dubbi, le provvisorie perfezioni (e le inevitabili imperfezioni), equilibri e squilibri, le spiegazioni accettabili e le plurime versioni delle mutevoli verità sono parte della realtà, una realtà che ha sempre una variabile in più rispetto alle previsioni normative, alla pubblica amministrazione, all’esercizio della giuris-prudenza, come pure rispetto alle diverse funzioni dell’accusa e della difesa, entrambe interpretabili bene e male, comunque finalizzate a un giudizio equo. Guerrieri è cambiato; i suoi pensieri mentre lavora risultano maturi, colti; ha smesso di fumare, cucina ancor meglio e si apre un gran vino (Cacc’e Mmitte di Lucera). Emerge così di continuo una riflessione sul tempo (accelera con l’età?, lo stupore diventa un antidoto? l’invecchiamento è lineare?), da cui il titolo. Il minuzioso racconto processuale (splendidi interrogatori compresi, saggiamente limitati, oltre a una significativa avvocatesca lezione ai giovani magistrati in tirocinio) si alterna con la memoria dettagliata dei mesi della relazione di 27 anni prima fra l’appena laureato Guido e la bella ragazza che cantava Neil Young a una festa, facendosi poi lei avanti (con un talento naturale per le fallacie). Gli avvocati che hanno finito di parlare in un processo delicato sono come gli scrittori che hanno terminato un libro: bisognosi di conferme. Confermato: Guerrieri e Fenoglio si stimano (a pag. 29) e Carofiglio ha realizzato un gran bel romanzo, si è divertito a scrivere e ci consente una straordinaria coinvolgente goduria. Da leggere!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

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