Letteratura e ecologia (Le brevi di Valerio 221)

Niccolò Scaffai
Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa
Carocci, 2017
Letteratura

Libri ed ecosistemi. Dall’inizio. Fin da epoche remote la raffigurazione della natura ha unito mimesi e invenzione, umano e animale, coinvolgendo sentimenti opposti e collegati: timore e dominio, venerazione e controllo. Niccolò Scaffai (Firenze, 1975) insegna Letteratura a Losanna. Dopo dieci anni di ricerche, studi, corsi, lezioni, contributi, saggi ha concepito un bel volume che affronta organicamente i nessi fra Letteratura e ecologia. Adotta definizioni e criteri, sottolineando le tre accezioni fondamentali del termine: studio di relazioni, insieme di attività, principio di tutela. Esamina le prospettive critiche e teoriche, insieme a costanti del rapporto fra uomo e natura. Ragiona sui dispositivi che definiscono la presenza dell’ambiente nelle opere d’invenzione (dallo straniamento al cambio di prospettiva animale o temporale). Considera il caso dei rifiuti e della letteratura italiana del secondo dopoguerra. Ricchissimo corredo di citazioni accurate e ampia bibliografia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Il segreto del commendator Storace

Renzo Bistolfi
Il segreto del commendator Storace
TEA, 2018

Sapore piacevolmente vintage per Il segreto del commendator Storace, romanzo “luciferino” con cui Renzo Bistolfi torna in libreria, romanzo che potrebbe avere come sottotitolo: morire proprio al momento sbagliato.
Il ricco e malandato commendator Lisandro Storace da settimane sembra che stia per morire; ormai si contano innumerevoli i salvifici interventi in extremis del dottor Cabella e i tentativi di estreme unzioni impartiti da Monsignor Malacalza, chiamato di corsa quando la fine sembrava vicina ma, ogni volta, questo novello Lazzaro pare risuscitare miracolosamente. E ora, dopo un ultimo inimmaginabile recupero, ha convocato per una merenda domenicale dell’ottobre 1957, nel suo grande ed elegante appartamento di Sestri Ponente pieno di opere d’arte, l’arciprete monsignor Malacalza, il cavalier Damonte, amministratore dei suoi beni, il maresciallo Galanti e due stravaganti vicine di casa. Con il dichiarato scopo di rivelare a tutti loro qualcosa. Ma aspettava forse qualcuno? Perché per organizzare questa pubblica rivelazione ha fatto anche arrivare in transatlantico da New York l’unico pronipote, fino a quel momento assolutamente ignaro della loro parentela. Insomma sembra che non voglia morire senza aver prima raccontato il suo segreto. Ma quale importante rivelazione dovrà mai fare? Potrebbe riguardare l’increscioso accaduto di dieci anni prima, quando la giovane e bellissima moglie del commendatore, in uno dei suoi frequenti attacchi di rabbiosa paranoia, ha abbandonato precipitosamente il tetto coniugale, senza poi dare mai più notizie di sé. Da quel momento il marito, il commendatore, si è chiuso in casa, lasciandosi sopraffare da uno stato di prostrazione. Ma, proprio quando Lisandro Storace è finalmente pronto a parlare, zac muore, lasciandoli tutti a bocca aperta e con un palmo di naso.
Il pronipote Nicolò, detto Nick, giovanissimo (23 anni) alto, magro, remissivo ma molto curioso, vorrebbe scoprire cosa c’era di così segreto nella vita di quel prozio, appena conosciuto. Doveva essere importante se il commendatore aveva organizzato tutto quel circo e, superando la sua timidezza, decide di indagare. Fa domande tra le persone più vicine allo zio, passeggia tra i vicoli, dove raccoglie confidenze e sussurri, e poco per volta riesce a mettere insieme i primi pezzi del variopinto puzzle legato al microcosmo di affetti che circondava il vecchio commendatore, pur andando incontro a strane disavventure. Ma lui testardo va avanti a ogni costo, evitando d’un soffio misteriosi vasi che piombano giù dai balconi, incappando in rischiose scivolate sui binari del tram, senza lasciarsi fermare da lettere anonime e brutte bronchiti che non vogliono guarire. Evidentemente qualcuno vorrebbe che il famoso segreto restasse sepolto per sempre con il commendator Storace. Insomma il romanzo gira tutto attorno a “quella faccenda là….”, il segreto di cui nessuno vuole o può parlare, ma che a poco a poco verrà rivelato in un crescendo di atmosfere e situazioni che rimandano ai mistery di Agatha Christie.
Molto godibile l’affollato palinsesto di personaggi maggiori e minori, una calibrata polifonia di voci capace di evocare immagini autentiche, sepolte nella memoria dando piacevolezza alla narrazione divertente e dal sapore antico. Un raffinato noir di provincia che riesce a riportarci in un mondo d’altri tempi.

Detective Lady (XIII) – Le lunghine di Fabio Lotti

Heat Wave di Richard Castle, Fazi 2010.
New York, trentasette gradi e un tizio, più precisamente l’immobiliarista Matthew Starr, che cade giù dal sesto piano di un edificio e rimane stecchito. Ad indagare la detective Nikki Heat con i colleghi Ochoa e Waley (Roach) e lo scrittore Jameson Rook. Alcuni indizi fanno pensare ad un omicidio e non mancano i possibili sospettati: la moglie che tradisce, un concorrente in affari, un mafioso, l’amministratore finanziario e via di seguito.
Al centro la nostra Nikki, belloccia e sfortunata con la madre morta uccisa quando aveva diciannove anni e i ricordi che riaffiorano all’improvviso. Atletica, si allena con le arti marziali e con il suo allenatore Don anche per un altro tipo di allenamento più ravvicinato. Suo metodo di lavoro parlare, ascoltare, capire e poi riflettere con nomi, date, fotografie sulla lavagna. In conflitto con Rook, ci scappa pure un “Vai a cagare”, ma poi ripensamenti, occhiate e sguardi furtivi conditi da batticuore fino allo scontato epilogo con capriole sul letto.
Le indagini portano a scoprire una vita dissoluta del morto tra donne e gioco e allora i sospetti su questo e su quello, una collezione di quadri che fa gola (veri o falsi?) ed altri cadaveri sparsi fino alla chiusura con inevitabile lotta.
A chiudere in bellezza via il caldo torrido e l’arrivo di un’ondata di freddo dal Canada. Ergo vento, pioggia, fulmini e i due eroi che si baciano sulla porta di casa inzuppati fradici. Che carini!
Note positive: costruzione discreta, lettura veloce, piacevole, psicologie credibili, movimentato il giusto.
Scontati: solito passato di merda che riaffiora, solita sfiga familiare, solito contrasto che si tramuta in innamoramento, solito caldo boia, ormai cliché irrinunciabile.
Ma gira e rigira gli elementi di un romanzo poliziesco sono sempre gli stessi ed è difficile tirar fuori anche un sol pizzico di originalità.

Petra Connor è la protagonista di Subito dopo mezzanotte di Jonathan Kellerman, Sperling and Kupfer 2007. Dato che la trama del romanzo, in questo tipo di ricerca che sto conducendo ci interessa il giusto, ricopio pari pari la presentazione del libro “Una e un quarto di notte. Petra Connor, l’affascinante detective della squadra Omicidi di Los Angeles, è svegliata da una telefonata del distretto di polizia: strage al Paradiso Club. Quattro morti. Adolescenti che avevano partecipato a un concerto hip-hop. Perché quell’orrendo massacro? Oltre al gravoso incarico di decifrare il rebus, Petra deve fare da baby sitter al ventiduenne dottorando Isaac Gomez, impegnato in una ricerca statistica sui crimini avvenuti in città dal 1991 al 2001. Il suo Q.I. è superiore alla media come la sua timidezza e la miseria in cui versa la sua famiglia. E se fosse proprio il giovane impacciato cervellone a fornire la chiave dell’enigma? Incrociando i dati risultano infatti sei efferati delitti commessi negli ultimi sei anni, tutti subito la mezzanotte. E tutti il 28 giugno. L’assassino sembra divertirsi un mondo a fracassare il cranio delle vittime osservandone colare la materia grigia…Quale disegno segue la follia? E quale legame con la carneficina del Paradiso? Non c’è un minuto da perdere, nemmeno per Eric Stahl, il collega che tiene in pugno il cuore di Petra: tra un mese è il 28 giugno”.
Occupiamoci di Petra Connor: intanto ha già risolto due casi di omicidio. Dopo subentra “la solitudine”. Temperamento arzillo, non può stare ferma senza far nulla. Innamorata di “un taciturno detective di nome Eric Stahl con un passato nei servizi speciali dell’esercito”. Certo non un tipo appariscente se al primo incontro gli sembra un becchino. In seguito, in un momento delicato in cui sta per affrontare un pluriomicida, le pare “elastico” e “armonioso”. Ma poi, quando lo vede in calzamaglia, la fa sorridere. Sfortunatissimo. Già sposato con moglie e due figli. Persi tutti. Impassibile nei momenti critici “Di fronte a un indiziato con la calotta cranica ridotta in poltiglia i poliziotti, anche i veterani più incalliti, reagiscono solitamente con un minimo di emozione. Eric non mostrava in quel momento più di quella che avrebbe provato nel limarsi le unghie”. Petra, “cresciuta in Arizona con cinque fratelli e un padre vedovo” si è anch’essa sposata ma poi divorziata. Tanto per restare nel solco desolato delle detective lady. Brava in cucina, ama dipingere. Ognuno vive nella propria casa. Primo rapporto con Isaac Gomez: da una parte si sente protettiva, dall’altra irritata perché è restia ad abbracciare subito la sua teoria. Cioè che gli omicidi del 28 giugno abbiano qualcosa in comune. Tuttavia sa bene che Isaac “era più intelligente di lei, molto di più. Ignorarlo avrebbe potuto risultare un errore di quelli malandrini”. Buon senso. E proprio da lui ci arrivano di tanto in tanto particolari sulla nostra Petra. Che è agile e aggraziata e con un bel caschetto di capelli neri. Occhi castano scuro tendenti al nero. Occhi “indagatori”, “lavoratori” e non “strumenti da flirt”. Lineamenti nitidi, la pelle d’avorio e sottili vene blu. L’antitesi della bambolona maggiorata. Ma proprio per questo “la rispettava il doppio proprio per come sapeva essere se stessa, resistente alle volgari pressioni della moda corrente”. Una persona seria, di cui, evidentemente si è innamorato. “Quella pelle, quegli occhi. Quel modo che avevano i suoi capelli neri di ricadere con naturalezza al proprio posto”. Sempre da lui sappiamo anche come si veste. Invariabilmente di nero tanto che i colleghi la chiamano “Morticia”, ma anche “Barbie” e questo non riesce a capirlo. Insomma, proprio una bella donna. Altri particolari verranno aggiunti in seguito. Mani affusolate e forti, aggressiva in un modo assai femminile. Non le dispiace un po’ di “sesso atletico”. E quando non resiste non resiste. Rischiando il grottesco “Poi non ce la fece più. Prima spogliò frettolosamente il suo corpo pallido e ossuto, poi si strappò quasi di dosso i vestiti, con tanto affanno che per poco non inciampò nei calzoni”. Oppure “Petra osservò la sua sagoma sfocata. Al diavolo. Si spogliò e lo raggiunse. Crudeli e sconsiderate le posizioni in cui lo costrinse”. È veramente innamorata di lui. Lo dimostra in ogni momento. Si commuove ai ricordi. Come quando piange ripensando a Shirley Lenois, una poliziotta madre di cinque figli che si era fatta in quattro per lei quando era entrata nella polizia. Non fuma ma non le dispiace un buon caffè. Non pare molto ordinata “Si versò dell’altro caffè, giocò con fili di mozzarella, prese uno dei fascicoli. Bevve e mangiò e cominciò a leggere. Sporcando le copertine di olio. Trattandole senza molto riguardo”. Esperta guidatrice sa districarsi nel traffico e orientarsi perfettamente. Anche quando con la mente è altrove. Ottima osservatrice “Il comportamento insolito di Kurt Doebbler si fissò nella mente di Petra e, dopo che per qualche giorno ebbe lavorato inutilmente al caso Paradiso, si ritrovò a pensare a lui”, “Eppure era sicura che la persona con cui aveva parlato al reparto di oncologia aveva reagito con ansia sentendola parlare di Sandra”. Spiccia e diretta con gli altri. Si fa capire anche senza parlare “Petra indirizzò un sorriso intinto nel veleno dritto al naso all’insù della fanciulla”. Già detto che non può stare ferma un attimo “Decisa a escludere dai suoi pensieri l’attentato nonché il lavoro d’ufficio, si era buttata anima e corpo in faccende domestiche e assalti maniacali alla sua tela, dai quali aveva ricavato solo una monumentale depressione”. Che risolve facendo anche la spesa e telefonando ai suoi cinque fratelli, nonché alle loro mogli. Solo a pagina 188 si viene a sapere che ha trent’anni. Ogni tanto pensa anche a se stessa: cena leggera, bagno caldo, un tocco di trucco. Mangia alla svelta essendo cresciuta con cinque fratelli famelici. In netto contrasto con Eric che mangia, invece, lentamente. Non disdegna i piccoli, buoni ristoranti dove può ordinare salmone alla griglia con patate al forno e cavolo stufato. Esperta nei travestimenti “Petra aveva nascosto la chioma nera sotto la parrucca bionda che usava per i suoi travestimenti ai tempi in cui si occupava di furti d’auto. Interpretava una donna di dubbie virtù a caccia di una Mercedes da comprare per pochi dollari”. Nei momenti di tensione ha “le budella torte”, le mani gelate e le martellano le tempie. Sa mantenere il controllo di fronte alle provocazioni. Soprattutto a quelle del suo capo Schoelkopf “Lei è un’amorale, vero?” l’apostrofò lui. Petra strinse i pugni. Tieni la bocca chiusa, bella mia”. Fino ad un certo punto, però. Quando il capo insiste si sente la faccia bruciare come se gliel’avesse infilata in una fornace ed è “pronta a saltare alla gola di quel bastardo…”. Testarda. Dopo che è licenziata non si dà per vinta. Subito a casa mette via cavalletto e colori e allestisce un tavolo di lavoro su quello da pranzo. Se c’è da dormire per forza manda giù un tranquillante e la mattina dopo si sveglia “più battagliera che mai”. Resistente. Può stare ore ed ore a sorvegliare un probabile assassino sgranocchiando caramelle.
Che dire del libro? Le solite cose che si dicono di altri libri. Sembrano tutti fatti con lo stesso stampino. Capitoletti brevi, smozzicati, dialogo imperante con frasi in corsivo che diano risalto al pensiero, battutine più o meno ironiche, aggancio ormai imprescindibile con il passato, serial killer di turno che sembra un tizio e poi è un altro…Insomma lascio a voi lettori il giudizio. Anche perché a me interessa la detective lady di turno. Ma anche qui niente di nuovo sotto il sole. Solita sfiga, solita ragazza forte, solita storia di amore e sesso… No, non è giornata.

Dopo la cicciotella detective panettiera Corinne Chapman ecco Phryne Fisher l’aristocratica londinese (nata in Australia) venuta dal basso dopo avere ricevuto una inaspettata eredità. Alta, slanciata, caschetto di capelli neri, occhi grigioverdi, vestiti di classe inappuntabili (insomma una gnocca come la cortigiana greca Frine di cui porta il nome). Adora “Alice nel paese delle meraviglie”, legge un po’ di tutto, perfino il “Trattato di tossicologia” di Glaister. Abita in una bella villa con la dama di compagnia Dot Williams e i Butler marito e moglie per le faccende domestiche. Colore verde suo preferito, sa sparare, conosce i trucchi della lotta senza armi, canta, fuma, gioca a whist, fa tranquillamente all’amore senza innamorarsi. I soldi non le mancano ma si annoia a morte. E allora ecco che si inventa detective. Paese Australia (sì, avete capito bene), anni ’20 (sì, avete capito bene). Protagonista di Il treno per la campagna di Kerry Greenwood, Polillo 2009. Copertina verde al posto della solita copertina rossa.
Il treno è sempre stato un luogo ideale per sparizioni e morti misteriose. E dunque va a fagiolo anche per questa storia. Siamo in treno. Cloroformio, tutti narcotizzati eccetto la nostra Phryne che spacca il vetro del finestrino con una pistolettata. Sparita una signora ritrovata poi morta come calpestata lontano dalle rotaie, in più arriva una ragazzina che ha perso la memoria. Sparito anche uno strano controllore giovane, biondo e con un bel sorriso. C’è di mezzo un ipnotizzatore, la magia (va di moda) e lo sfruttamento di ragazze degli orfanotrofi. Per le sue indagini si avvale dell’apporto di Bert e Cec. Ci sono pure due bei giovanotti con uno dei quali si lascia andare fino ad un certo punto perché è inutile innamorarsi di lei “Ma non ho intenzione di giocare con il tuo cuore, Lindsay: solo col tuo corpo”. E infatti ci gioca. Non manca il movimento, gli scontri, pedate (quelle coi tacchi fanno veramente male), cazzotti e gomitate. E un cuore grande che si prende cura di due ragazze dell’orfanotrofio.
Struttura semplice come la prosa. Anche troppo. Traduzione che a naso un po’ mi puzza (nel senso che non mi convince). Una onesta confezione, talora gradevole, ma niente di più.

La Debicke e… Penelope Poirot e l’ora blu

Becky Sharp
Penelope Poirot e l’ora blu
Marcos y Marcos, 2018

Fate, fatine deluse, streghe impenitenti, orchi-mandrilli di provincia, ninfe che cantano nell’ora blu: il nuovo mystery con Penelope Poirot e Velma Hamilton è fatato. Una favola nera da brivido che rischia di ripiombare Velma Hamilton in uno strano mondo irreale denso di timori e angosce puerili. Mai tornare nei luoghi dell’infanzia a troppo tempo di distanza: amari ricordi, rivalse, rancori e sopraffazione rischiano sempre di falsare il giudizio. Oppure?
Becky Sharp sceglie, come palcoscenico per la terza avventura della sua eroina, un tranquillo borgo dominato da un castello, in bilico tra Liguria e Piemonte. Là la dama locale, Edelweiss Gastaldi, potente e rinomato personaggio universitario, organizza nella sua villa un convegno sulle fiabe. Per Penelope Poirot è un piacevole diversivo rallegrato anche dalla presenza di Francis Trevers, accademico in esilio e suo cavalier servente. Per Velma Hamilton, la sua fida segretaria, invece rischia di trasformarsi in uno sgradito tuffo nel passato: la villa è a Corterossa, paese di origine dei suoi nonni italiani, che ha rappresentato la meta di tutte le estati della sua infanzia. Velma non vuole tornare là, dove allora attendeva e sperava nelle fate. Ciò nondimeno andranno per trovare un’ospitalità molto sui generis e un’atmosfera ben poco idilliaca. Prima del convegno però ci sarà una grande festa dedicata al paese, con tutti gli ospiti della padrona di casa, organizzata vicino al lago, quasi con i piedi nell’acqua tra gli intensi profumi di carni arrostite sulle griglie, piatti sopraffini e spari dal bosco che accolgono il crepuscolo, facendo levare un volo di colombe. Ma proprio sul più bello, quando finalmente si vorrebbe mangiare la torta e brindare, c’è una testa che cade…
Con il sangue dell’antenato detective che le scalpita nelle vene, Penelope Poirot scoprirà alla svelta che tanti, troppi, detestavano la vittima. Il cavalier servente, la dottoranda mascolina, la servitù, il Cristo boscaiolo… Insomma, tutti coloro che bene o male gravitano intorno alla villa; ma anche Velma? Sì, anche Velma.
Sola contro tutto e tutti, Penelope Poirot percorrerà caparbiamente ogni pista, scartando quelle false e ingannatrici, fino alla rivelazione, un vero gran finale, in riva al lago, nell’ora blu, in quel momento della giornata dove la luce cede il passo alla notte e dove forse il tempo non esiste più.
Dopo esserci godute le due precedenti italianissime avventure di Penelope Poirot e della sua assistente Velma Hamilton, la prima sulle colline toscane, la seconda approfittando del sole e del mare di Portofino, aspettavamo la terza che finalmente è arrivata. È arrivata e, come ci aspettavamo, ci ha piacevolmente colpiti, ma in un certo senso anche messi sottosopra. Stavolta infatti la nostra Becky Sharp, britannico pseudonimo di Silvia Arzola, italiana puro sangue, traduttrice e brava scrittrice per i più piccoli, servendosi maliziosamente di continui cambi di punti di vista, pur lasciando spazio ai canoni del giallo classico (affidando a Penelope Poirot l’arduo compito di sostenere la fiamma dell’indagine), dà più corposità e risalto al colto fluire della narrativa, travolgendoci in un turbine di fantasia. Fantasia che non le impedisce però di far salire sul suo nuovo magico palcoscenico le sue classiche eroine, di dedicare largo spazio alla costruzione di una ricca serie di personaggi e di approfondire con intensa e pericolosa voluttà i loro profili psicologici. Tutti, e dico tutti, condividono a tratti elementi fatati e di stregoneria che inquietano.
Le protagoniste, come nelle precedenti storie, sono loro, la “poliedrica” Penelope Poirot (che, dopo esser stata valente critica enogastronomica e affermata scrittrice, ora si è ritagliata il ruolo di creatrice di aforismi) e la sua assistente Velma, italo-inglese e anarchica da parte di nonno. Ma in questo romanzo la scrittrice ci regala un nuovo sconosciuto ed esoterico aspetto di Velma. La trama del terzo capitolo infatti è basato sul passato dell’assistente di Penelope, l’“inglese” (come la chiamavano e la chiamano tuttora gli abitanti di Corterossa) e proprio nel passato di Velma troveremo certe risposte al suo futuro. Penelope Poirot, invece, è sempre lei, la protagonista per eccellenza, boriosa, sarcastica, superiore e sempre pronta a criticare. Però stavolta è costretta a lasciare molto spazio a Velma e ai suoi ricordi di vita. Gli altri, i tanti co-protagonisti, servono soprattutto a far risaltare la vera star di questo romanzo: Edelweiss Gastaldi, una donna ricca e potente che riesce a dominare con prepotenza la popolazione di Corterossa. Un personaggio indovinato, l’unico in grado di fronteggiare Penelope Poirot, in uno scontro alla pari, tra titaniche forze quasi uguali.
Becky Sharp. Se le chiedi cosa fa, Becky Sharp ti dirà di essere un’avventuriera della parola scritta e vanterà le sue prodezze da redattrice, copy e traduttrice. Millanterà nobili natali nel regno della filosofia e della critica letteraria. Non paga, insinuerà di essere scrittrice, misteriosa e altresì tradotta oltralpe. In realtà si sospetta che si dedichi ad attività sedentarie e che nei libri, soprattutto, si nasconda.
Marcos y Marcos ha pubblicato Penelope Poirot fa la cosa giusta, Penelope Poirot e il male inglese e Penelope Poirot e l’ora blu.

Premio Tedeschi: è in edicola La meccanica del delitto

Alberto Odone
La meccanica del delitto
“Il Giallo Mondadori”
In edicola dal 5 luglio o in ebook

Era giovedì, la notte del fox-trot, il nuovo ballo americano arrivato da Berlino. Un ballo fatto per la velocità, come tutto quello che arrivava da oltreoceano. […] Era quello il vero spirito del nuovo secolo. La guerra era solo riuscita a frenarlo, ad allontanarlo un poco più in là. Non era più il tempo del valzer, ma del jazz.

In una Monaco battuta dalla pioggia, il Kriminalinspektor Kurt Meingast, insieme al fedele sergente Benko, indaga sull’omicidio di tale Kopke, un faccendiere ucciso dalla polizia: un omicidio “di Stato”, un’operazione apparentemente legittima che potrebbe celare una vera e propria esecuzione. Ma la notizia è oscurata da un altro omicidio: quello di Diana Lorenz, figlia di un uomo potente, assassinata brutalmente, trovata morta in un cantiere grazie ai suggerimenti del veggente Atmaveda.
Meingast, reduce di guerra claudicante come John Watson, afflitto da tremendi mal di testa e amnesie (eredità di una brutta ferita: “sulla cicatrice che dalla tempia sinistra correva fino all’attaccatura dell’orecchio. Non era una semplice ferita da schrapnel: era un passaggio da cui la memoria dei morti riguadagnava lo spazio dei vivi”), al ritorno dalla guerra è stato spostato in una specie di archivio. Un posto oscuro e defilato, inadatto a lui, che era uno dei poliziotti migliori, prima della guerra. Si muove in un territorio cupo e ostile, un Paese “dove la Luxemburg può essere abbattuta come un cane rabbioso in spregio a ogni procedura, e lo studente che ha assassinato Eisner sarà fuori entro cinque anni.”
E non ci sono solo i criminali: anche chi dovrebbe essere dalla sua stessa parte gli è ostile. Come Fischer e Grabowski, “gente legata all’estrema destra, e quindi ai Freikorps, agli Stahlhelm”.
Meingast “non aveva mai creduto molto in quello che alcuni colleghi chiamavano il fiuto dello sbirro. Ciò che contava per lui erano il metodo, la pazienza, la capacità di collegare gli eventi; il resto era solo folclore”; ma, mentre indaga, si ritrova sospeso in un’atmosfera irreale, in cui si sovrappongono presente e passato, realtà e fantasmi. La verità è insidiosa e sfuggente: alla fine “qualcuno avrà avuto scampo, nessuno giustizia”.

Alberto Lodone ha vinto il premio Tedeschi con un romanzo colto, ricco di riferimenti cinematografici, denso di dettagli e stilisticamente ineccepibile. Gli ho fatto qualche domanda:

AB – Intanto due righe su di te: chi sei, cosa fai nella vita?
AO – Vivo a Vercelli, ho una laurea in Economia Aziendale (sono un bocconiano) e mi occupo di Attività Economiche per il mio Comune. Da molti anni pratico e insegno yoga.

AB – Stai esordendo brillantemente nel Giallo Mondadori, da vincitore del Premio Tedeschi, con un giallo storico, ambientato nella Germania degli anni Venti: come mai un romanzo storico e come mai proprio quel periodo (un periodo oscuro, tragico e forse meno “battuto” di altri sentieri)?
AO – La II Guerra Mondiale è il teatro di una infinità di romanzi di tutti i generi, ma è il momento in cui la tragedia è già manifesta, dispiegata. Io sono più interessato ai momenti in cui le cose nascono, in cui cominciano a proiettare le prime vaghe ombre, ed è per questo che trovo così interessanti gli anni ’20: perchè, in potenza, vi è già contenuto tutto il ventennio a venire, con il suo immmane carico di dolori. Per quanto riguarda il mio interesse per il romanzo storico (anche se non scrivo solo quello) mi piace la sfida a ricostruire e poi restituire un mondo ormai perso.

AB – Il periodo storico in cui è ambientato “La meccanica del delitto” è un periodo molto confuso, cupo e violento. Ha qualcosa in comune con il mondo di oggi?
AO – Vi sono certamente punti in comune, soprattutto l’impressione che le cuciture di un mondo che credevamo tessuto solidamente stiano per cedere. Rispetto a quei tempi però abbiamo un grande vantaggio: l’esempio delle cose accadute, anche se la caparbietà dell’uomo nell’indulgere nei medesimi errori è davvero indomabile.

AB – Chi è Kurt Meingast? A chi si ispira, quali sono i suoi riferimenti storici e culturali?
AO – In una letteratura in cui è abbastanza di moda dire che il protagonista è un antieroe io dico proprio il contrario: Meingast è un eroe, perché è un uomo che fa ciò che va fatto, o almeno ci prova con tutte le forze. È un uomo rigido, tutto d’un pezzo, che arriva però a scendere a compromessi quando comprende che è l’unico modo per ottenere giustizia. Certo è un personaggio complesso, con molte debolezze e molti limiti, che si incastona idealmente nella galleria dei miei riferimenti più alti: Schiavone, Veneruso, monsignor Verzi.

AB – Cosa hai pensato quando hai saputo di essere stato prima preselezionato, poi prescelto, come vincitore del Premio Tedeschi?
AO – Ai premi ho una certa abitudine, ho vinto il Gran Giallo e L’orme Gialle, sono stato finalista al Calvino, ma il Tedeschi mi ha dato la netta sensazione di aver oltrepassato un confine. Guardo i miei predecessori nell’albo d’oro, penso all’ammirazione che ho provato leggendo i loro libri e mi rendo conto di essere entrato in una famiglia molto ristretta e molto prestigiosa.

Vincitore del Premio Tedeschi con la seguente motivazione
La redazione del Giallo Mondadori
ha deciso di assegnare il
PREMIO TEDESCHI 2018
per il miglior giallo italiano inedito a
LA MECCANICA DEL DELITTO
di Alberto Odone
con la seguente motivazione:
In una Monaco d’inizio anni Venti
tenebrosa e popolata di ombre,
dipinta con forza visionaria
sull’orlo del baratro che inghiottirà l’Europa,
il tormentato ispettore Meingast,
antieroe dall’originalissimo sguardo scientifico,
è forse l’ultimo tutore della legge
per cui la legge significhi ancora qualcosa,
prima che gli assassini salgano al potere
e il crimine si insedi nel cuore dello Stato.

La Debicke e… I bambini delle Case Lunghe

Corrado Peli
I bambini delle Case Lunghe
Fanucci Time Crime, 2018

1985. A Case Lunghe, un quartiere della frazione di San Felice dove tutti si conoscono, la vita scorre lenta, sempre uguale e i bambini, una banda unita composta da Davide, Carlo, Eleonora, più grandi, ai quali si aggregano Laura e Nunzio, più piccoli e paurosi, crescono sognando meravigliosi viaggi a bordo di una obsoleta e non più in grado di marciare 131 Fiat. Una banda di amici che scorrazza in bicicletta per le campagne della bassa bolognese. E nei lunghi e assolati giorni di vacanza, esplorano i dintorni e, inseguendosi per le stradine dei campi in cerca di emozioni forti e improbabili avventure, azzardano qualche misteriosa puntata in ville della zona che si dicono abbandonate. Poi ci sono i raduni festaioli, gli scontri intrapresi e irrisolti con una banda di ragazzi più grandi. E poi c’è don Gaetano, il gigantesco e pragmatico parroco capace di tenere in riga tutto, anche quando ogni cosa sembra dovere andare in pezzi. Don Gaetano che ama talmente i suoi ragazzi da non esitare a mettersi in gioco.

La storia, un gran bel noir che si nasconde tra le nebbie della “Bassa”, si sviluppa in due epoche: il 1985, con i flash back che rimandano a quando i protagonisti erano bambini, e il presente, il 2016, con quei bambini diventati adulti, chi restando a vivere a Case Lunghe, chi trasferendosi in città. Ma cosa è veramente accaduto in quella lontana notte del 1985? Qualcosa che ha segnato per sempre il loro destino e che, più di trent’anni dopo, li costringerà ad affrontare se stessi. Ci sono Carlo, che allora era rimasto orfano e che ha scelto di fare l’agricoltore nella piccola azienda di famiglia, Eleonora, che ha interrotto la sua carriera di avvocato per tornare a gestire la locanda paterna, e Davide, che ha avuto gran successo e oggi è assessore regionale. Ma ci sono anche Laura e Nunzio e le loro scelte forzate e non. E il muscolare ricordo di Don Gaetano. Ma quei silenzi, quegli orizzonti bassi, quelle nebbie che sembrano non diradarsi mai custodiscono segreti inconfessabili, violenze soffocate nel perbenismo, passioni proibite consumate e rinnegate, silenzi ottenuti con il ricatto… Finché un gruppo di bambini si è ribellato tragicamente, creando un nuovo ordine che pareva durare. Ma, trentun anni dopo, l’arrivo di don Stefano Vitali, inviato a San Felice per dirimere i particolari burocratici di un ingente lascito alla parrocchia della frazione, fa riemergere dal passato i cupi contorni di un dramma che avrebbe dovuto essere dimenticato per sempre. L’ambientazione di I bambini delle Case Lunghe è uno dei maggiori punti di forza di questo romanzo. Una ambientazione bucolica che oggi non è più attuale, ma che invece più di trent’anni prima era ancora vera e tangibile. Allora a quaranta km da Bologna si respirava un’altra aria, la mentalità, le abitudini e le priorità della gente erano altre, diverse. La Case lunghe facevano parte di San Felice, un paesino dove il gigantesco e adorato parroco don Gaetano dettava legge, raddrizzava torti, puniva misfatti e riusciva a far girare lo sguardo anche al maresciallo dei carabinieri. I bambini delle Case Lunghe a piedi e in bicicletta fendevano quella loro personale nebbia fatta anche di incoscienza, ignoranza e omertà che poi era la stessa acquisita, vissuta e accettata dai loro genitori. Tutti volutamente inconsapevoli delle possibili conseguenze e alla fine forse spingendosi troppo oltre. Quei bambini però oggi non sono più gli stessi, sanno che niente potrà essere come prima, anche se molti hanno lasciato che la nebbia annacquasse il passato. Ma se Don Gaetano, che ama i suoi ragazzi e che cerca di proteggerli prima di tutto da se stessi, sapeva e ha taciuto, ora chi mai potrà dire?
Da leggere.

La Debicke e… Questa sera è già domani

Lia Levi
Questa sera è già domani
Edizioni E/O

Genova. Alessandro è un ragazzino precoce, figlio e nipote unico di una famiglia che lo vorrebbe genio; soprattutto sua madre, moglie delusa, inquieta e inappagata, vorrebbe approfittare del successo del figlio per riscattare idealmente se stessa. Alessandro è nato in seno a una famiglia ebraica, particolare a cui nessuno ha mai prestato troppa attenzione, anche perché i suoi non sono praticanti. Ma è nato in Italia e nel momento sbagliato, perché presto arriveranno gli anni bui delle leggi razziali. La famiglia è composta da suo padre Marc, straniero, abile gioielliere e tagliatore di diamanti di origini olandesi e passaporto inglese, gli altri, sua madre Emilia, gli zii Osvaldo e Wanda, nonno Luigi e zii, cugini italiani. Un padre molto equilibrato ma condizionato delle fobie della moglie, uno strano nonno che sa tante cose, degli zii incombenti ma consolanti, e dei cugini ribelli che vanno e vengono. Quanto è lecito restare invischiati in ciechi interessi personali nel momento in cui la storia si sta confrontando con i suoi inesorabili problemi? Come può essere giusto volere restare a ogni costo nel paese dove ci sono parte delle tue radici quando è prudente, anzi urgente, fuggire? Perché poi, quando è troppo tardi, non si è approfittato dell’occasione offerta e si è perso il momento giusto, cosa fare? Ci sarà un paese ancora pronto ad accoglierti? Quando un crudele burattinaio muove dall’alto i fili dei diversi destini e si vanno a intrecciare i dubbi, le passioni, le debolezze, gli slanci delle marionette coinvolte nell’epocale tragedia di una popolo. Una vicenda vera che man mano si trasforma in calvario, vissuta con disperazione e coraggio, Questa sera è già domani, pur ricreata e rivista avvalendosi di quell’intimo filtro che si chiama pudore dell’anima e che ci rimanda a un tragico recente passato, è ispirata a una storia vera, alle vicissitudini di una famiglia ebrea italiana dalla metà degli anni Trenta fino al 1943. Dal giorno in qui la loro serena quotidianità viene irrimediabilmente cambiata e stravolta dalle indegne leggi razziali. Alle quali faranno seguito incredulità, ingenuità, che troppo presto dovranno invece confrontarsi con rabbia, pericolo e paura.
Lia Levi riprende la storia di suo marito, il giornalista Luciano Tas, tra i fondatori del mensile ebraico Shalom, scomparso nel 2014. Luciano Tas, come Lia Levi, era solo un bambino quando dovette vivere sulla propria pelle l’obbrobrio della persecuzione razziale. A lui si ispirano, tra realtà e finzione, le vicende di Alessandro e della sua famiglia. Ma quando nel 1938 in Italia vengono promulgate le leggi razziali, nulla sarà più come prima. Come e con quali reazioni interiori chi ne è toccato può reagire? Il giorno prima Alessandro era pronto a tornare a scuola. Ma ora il fatto di essere nato ebreo stravolgerà la sua vita, interromperà la solida quotidianità. Perché non potrà più frequentare il ginnasio, e nessun’altra scuola pubblica. Il fatto di essere ebreo dovrà essere scritto sui documenti e messo in mostra sui vestiti. Nessun italiano ebreo potrà più lavorare per lo stato, avere una propria attività, possedere dei beni immobiliari… Tematica storica e morale di cui non si è detto e scritto mai abbastanza. Le notizie austriache e tedesche sono pessime, ciò nondimeno in molti, troppi, si illudono ancora che gli italiani siano diversi, che Mussolini non si comporterà mai come Hitler, che gli ebrei in Italia sono al sicuro, che l’Italia non entrerà mai in guerra… Ma Alessandro per primo capirà presto che non è così. E come lui, pian piano a caro prezzo anche i componenti della sua famiglia. Però, quando le cose iniziano a precipitare, come arrangiarsi e sopravvivere, arrancando in un mondo che tenta in tutti i modi di annientarti? Ci sarà qualcuno disposto a ribellarsi di fronte ai tanti spietati sbarramenti? In questo nuovo emozionante romanzo Lia Levi torna ad affrontare con particolare tensione narrativa i temi ancora brucianti di un nostro tragico passato. Il maggiore merito di Questa sera è già domani è far rivivere la Storia, quella con la S maiuscola, scaraventandoci idealmente nell’Italia di 80 anni fa. Facendoci fare un salto indietro in un passato ancora abbastanza vicino da bruciare le coscienze, con la cruda capacità di dimostrarci quanto l’oggi possa essere paragonabile a quell’allora, quando, dal 6 al 15 luglio 1938, i delegati di 32 Paesi si riunirono nella Conferenza di Evian per affrontare il problema dei rifugiati ebrei in fuga da Germania e Austria. Si discusse, si pontificò si spesero tante belle parole ma in pratica nessuno li voleva davvero. Quanti morti ha provocato quella vigliacca e ferale indecisione. Colpisce e fa male l’analogia con le attuali conferenze in cui i paesi dell’UE si contendono al ribasso le quote dei rifugiati dalle guerre in Medio Oriente e in Africa, oggi fuggitivi. Non c’è molta differenza tra l’ostilità, il sospetto e persino il rifiuto troppo spesso mostrati dagli italiani allora e ai giorni nostri. Indubbiamente quando si è poveri, spaventati e si ha fame è più facile chiudersi nel proprio guscio che dividere quel poco che si ha, quel pezzo di pane con gli altri.

Vincitrice del Premio Strega giovani 2018, Lia Levi è nella cinquina finalista del Premio Strega.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Luglio 2018

Siena d’estate. Trenate di turisti da tutte le parti. Di tutti i tipi e di tutte le specie. Ragazzi, ragazze, file di studenti vocianti, occhi a mandorla o corporature nordiche che si infilano dappertutto ad ammirare, estasiati, le bellezze storiche della città. Pieni, stracolmi, i bar, le pizzerie, le gelaterie, insomma dove ci si possa abbuffare di qualcosa da infilare golosamente nello stomaco. Serpentine di viventi che si snodano per le stradine strette della città come formiche alla ricerca del cibo e di liquidi da tracannare. Un brusio continuo alternato a risate e qualche canto alticcio intonato all’improvviso. Un magna magna pazzesco. Siena d’estate.

L’oro dei Medici di Patrizia Debicke van der Noot, TEA 2018.
“Granducato di Toscana, 1597. L’Italia è ormai caduta in mano agli eserciti stranieri, ma la sua cultura si diffonde in tutta Europa. E non solo quella: anche il denaro. I banchieri più potenti che servono i sovrani europei sono italiani, sono genovesi, sono fiorentini. Firenze è uno stato ricco in mano a una dinastia di banchieri: i Medici. E l’oro dei Medici fa gola a tanti e chi non riesce ad averlo in prestito, può anche cercare di sottrarlo in modo illecito. Per esempio organizzando il rapimento dei figli del granduca Ferdinando I…”
E il rapimento è al centro di questo libro, bello, complesso, ricco di personaggi e avvenimenti storici. Rapimento fissato il 3 dicembre durante la rappresentazione della Dafne di Ottavio Rinuccini (alla fine della seconda scena quando Amore medita la sua vendetta contro Apollo), ma rimandato all’8 per indisposizione della granduchessa nel palazzo di Ferdinando I, attraverso cospiratori travestiti da frati e il classico traditore interno.
Sarà il fratellastro don Giovanni de’ Medici, con l’aiuto del capo della polizia, a condurre un’indagine per scoprire i malfattori che richiederanno un compenso astronomico da portare a Piombino. E qui avverrà uno scontro micidiale…
Libro complesso, ricco di personaggi e avvenimenti storici, dicevo. Ricco di spunti sulla vita, gli abbigliamenti, le cerimonie, i fasti signorili, sui più piccoli dettagli tesi a ricostruire l’atmosfera del tempo. Ricco di dubbi, assilli, momenti di intimità, pathos, tensione, tradimento, paura e morte (ci saranno diversi uccisi e un suicidio). Capitoletti ora brevi ora più ampi a creare un certo ritmo della narrazione attraverso una scrittura che sa essere competente nella ricerca storica e gradevolmente leggera nella finzione.
Di Patrizia Debicke ricordo anche L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010 e La sentinella del papa, Todaro 2013 e La gemma del Cardinale, TEA, 2017.

La lettera sbagliata di Walter S. Masterman, Polillo 2018.
A Scotland Yard il telefono della scrivania del sovrintendente Sinclair comincia a squillare. È la voce di una donna che annuncia la morte del ministro degli Interni a casa sua. “Chi parla?” domanda Sinclair. “Oh, nessuno di speciale, solo l’assassino.”
Inizio niente male. Dopo un po’ arriva l’amico Silvester Collins, avvocato che ha abbandonato la professione forense per diventare un detective dilettante e collaboratore della polizia. Lineamenti marcati, naso piuttosto largo, occhi castano chiari e capelli ricci quasi neri. Estremamente elegante, sportivo e gentile ma si arrabbia se gli amici lo chiamano Sherlock Holmes. Un tipo assai diverso da Sinclair “funzionario esperto senza nessuna genialità” ma ricco di esperienza (ci ricorda il famoso duo). Qualcuno gli ha telefonato dicendogli che voleva proprio lui. E sembrava una donna…
La notizia è vera. Il ministro degli interni, il vedovo Sir James Watson, è stato ucciso nella sua biblioteca con un colpo di pistola alla tempia. Porta sbarrata e finestre chiuse con il fermo. Nessuna via d’uscita per l’eventuale assassino. Ora bisogna indagare sulla famiglia dell’ucciso. A Devon, nella villa di campagna. Qui vive la figlia Mabel con l’anziana domestica e l’anziano maggiordomo, mentre il figlio, in cattivi rapporti con il padre, sembra scomparso. Ma ecco arrivare una lettera al sovrintendente Sinclair, proprio dall’ucciso. Una lettera davvero particolare…
Le indagini bilaterali continuano, ognuno con la propria personalità, i propri mezzi e le proprie capacità (“Le cose semplici non soddisfano mai Collins”). Il caso si fa sempre più complesso, aumentano i sospettati: oltre al figlio dell’ucciso anche Lewis, assistente di Sinclair, che sparisce; il segretario personale di Sir James e perfino uno che si autoaccusa! A tutto questo si aggiunge il fatto strano del maggiordomo di Mabel che rivede l’ucciso, dice lui, “vivo e vegeto”. Incredibile…
Momenti di tensione, l’ululare del vento, passi furtivi, appostamenti al buio, il solito testamento particolare, una “simpatia” nascente tra Mabel e Collins a creare impasto di emozioni diverse. Pure una stilettata alla polizia “Se un uomo finisce nelle grinfie della legge non importa poi molto che sia colpevole oppure no. Ha le stesse probabilità di cavarsela di una mosca intrappolata in una ragnatela” secondo Collins. Pressioni dall’alto per chiudere il caso al più presto (un classico) e il problema, già detto ma essenziale, di capire come abbia fatto l’assassino ad uccidere in una stanza ermeticamente chiusa (altro classico).
Immancabile colpo di scena finale con relativa spiegazione di Collins che ha capito tutto. Ma anche Synclair ha da dire la sua… Un consiglio ai lettori. Non fidatevi delle apparenze. Non fidatevi!
Il libro uscì nel 1926 con una prefazione lusinghiera di Chesterton. E questo è già un bel marchio di qualità.

Fragile è la notte di Angelo Petrella, Marsilio 2018.
Napoli, quartiere di Posillipo sotto un caldo boia. Fuma Rothmans e beve, a litri, cognac Macallan. Poi Maalox e Gastroloc a consolare lo stomaco. Fisico snello, capelli brizzolati, occhi azzurri, vita sballata tra scommesse, allibratori, ubriacature, scopate nelle ville dei ricchi da costargli la carriera e l’unica donna, Laura, che abbia mai amato. Via con la Clio, Bukowski, Moby Dick, Henry Miller e romanzi polizieschi nella piccola biblioteca. Carattere di merda. È lui, l’ispettore di polizia Denis Carbone.
Un omicidio. La ricca Ester Fornaro, divorziata da un imprenditore edile, e assatanata di sesso anche estremo, ora ai piedi della torre “la testa fracassata sull’acciottolato e le viscere che si mischiavano al plasma.” Volo di quindici metri, occhio destro fuori dall’orbita.
Bisogna indagare. Carbone deve sostituire il suo diretto superiore Lettieri richiamato a Roma per un vecchio caso (anche questo un tipetto niente male), e collaborare, forzatamente, con il vicequestore capo Tagliamonte che lo aveva scoperto tempo fa nei suoi loschi affari e spedito dritto a Posillipo. Si parte dal luogo del delitto. A colloquio con il cingalese Roshan, il domestico filippino che non sa nulla ma si avverte che nasconde qualcosa…
Tutto sembra risolto quando viene incastrato uno degli amanti di Ester. Il caso è chiuso, secondo gli alti papaveri del comando. Ma non per il Nostro che sta seguendo una pista tutta sua, con la rabbia che gli monta addosso insieme alla malinconia, ad una “strana tristezza” e ai ricordi struggenti di Laura. In continuo pericolo, due macchine che lo seguono, la mente in assillo tra un Macallan e l’altro al Copacabana e per ogni dove, il classico video, o spezzone di filmato, che “indirizza”, la verità ad ogni costo, scontro finale con botte da orbi e pistolettate da tutte le parti. Ritmo indiavolato tanto da farci restare ad ogni pagina sul chi vive, stile asciutto, veloce, senza tanti fronzoli, all’osso.
La storia è un viaggio negli ambienti torbidi del potere, un rimestamento nel marcio della polizia dentro una Napoli “puttana”, ricca, benestante, viziata, corrotta e una “terra di nessuno abbandonata all’oscenità”, tra tossici, alcolizzati, dove tutto fa pena: i treni, le rovine, perfino il mare.
Libro sponsorizzato da Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni. Viatico mica da poco. Un lettore, però, ha scritto “Diciamoci la verità: chi ce lo vede un novello Callaghan, con la bottiglia di Mcallan in una mano e la 44Magnum nell’altra, a seminare panico per le viuzze striminzite del Moiariello e gli stradoni desolati di Via Petrarca?”.
Praticamente un personaggio da hard-boiled de noantri con tutta la forza e la malinconica fragilità della vita. Ma, senza fare paragoni impossibili con i grandi americani, si legge volentieri lo stesso.

L’impronta dell’assassino di Cornell Woolrich, Mondadori 2018.
Sei racconti di classe. Ovvero l’irridente ironia del Destino e, direi pure, dello Scrittore…
L’impronta dell’assassino
I gatti. Il miagolio terribile dei gatti Mia-ooo!… Mia-ooo! che proviene da quattro piani di sotto. Tutto ha inizio da questo sconvolgente miagolio. Tom Quinn, che non ne può più, lancia contro di loro dalla finestra anche le scarpe. Su ordine della moglie deve andare a riprenderle subito, ma non le trova. Scarpe che costeranno a Tom un bel po’ di guai perché una loro impronta viene trovata sul luogo di un delitto. Accusato di omicidio rischia perfino la pena di morte. Ma c’è l’investigatore Bob White a difenderlo. Se la caverà?…
Alle tre in punto
“Uccidila! Uccidila! Uccidila!” è il grido interiore del signor Stapp. Lui è fatto così, non rivela mai all’esterno i rancori che cova dentro di sé. In questo caso contro la moglie che, evidente, lo tradisce. Così si appresta a farla saltare in aria con un piano assai ingegnoso. Solo che, quando tutto è pronto e l’orologio si mette in moto per l’ora cruciale stabilita, tic-tac, tic-tac, tic-tac… arrivano due ladri e…
Se dovessi morire prima di svegliarmi
I lecca lecca sono al centro di questa vicenda. Racconta la storia in prima persona Tommy, ragazzino di dodici anni figlio di un poliziotto. I lecca lecca arrivano improvvisamente nelle mani di una compagna di classe, Millie Adams, presa in giro da tutti. Ma ora ha questa arma attraente e Tommy diventa suo amico, così potrà goderne anche lui. Li riceve da un “signore”, dice lei. È un segreto, Tommy deve giurare di mantenerlo. Poi la ragazzina scompare… E il fattaccio si ripeterà in seguito con un’altra compagna di classe.
Un mazzo di rose rosse
Un mazzo di rose rosse che portano sfortuna. Addirittura la morte. Alla sorella minore di Marcia, quest’ultima fidanzata con Tommy, amico di Richard che racconta la storia. Uccisa da una rosa rossa “il cui stelo è stato spruzzato con qualche sostanza velenosa.” Mazzo di rose consegnato da un fattorino, prenotato dallo stesso Richard per il party di fidanzamento. Tom indaga. È perplesso. Non può essere il suo amico l’artefice…anche perché senz’altro c’è sotto lo zampino della precedente fidanzata, la terribile Fortescue… Se ne vedranno delle belle.
Un delitto vale l’altro
A Chicago Brains Donleay va dal suo amico Fade Williams. Ha bisogno di un alibi come già successo in passato. Lui è un esperto in questo genere di cose. Deve uccidere un tipo che gli ha rotto le scatole, ma non ha intenzione di farglielo conoscere. Bene, affare fatto dopo che ha pagato gli arretrati. Tutto perfetto, tutto studiato. Ora Brains ha davanti a sé l’odiata vittima. Comincia a parlarci ma…sembra un altro, diverso, non lo faceva così…
La scappatoia
Gary Severn esce a prendere il giornale. Lo fa tutti i giorni. Solo che questa volta qualcuno lo segue. E lo arresta per omicidio, addirittura di un poliziotto. I testimoni affermano che è lui il colpevole. Rischia la pena capitale. Se non fosse che qualcuno può scagionarlo. Arriverà in tempo?…
Sei racconti di classe. Una lotta disperata fra il lettore e lo Scrittore per capire, indovinare il seguito, almeno una parte, se non come va a finire. Pagina dopo pagina i dubbi, le incertezze, i capovolgimenti di fronte, i momenti di esaltazione (ce l’ho fatta) e di abbattimento (non ce l’ho fatta). Tutto è così difficile nella vita, tutto è così contorto e frastagliato. Niente di lineare. I personaggi ce la mettono tutta per raggiungere i loro scopi, progettano, pianificano, lottano. Invano, che il Destino, e direi pure lo Scrittore, se la ridono beffardi.

Un giretto tra i miei libri
L’amica di un tempo di Laura Lippman, Giano 2010.
Liberamente tratto da un fatto accaduto a Baltimora. “Jackie Bouknight aveva un figlio, Maurice, che scomparve mentre la madre era sotto controllo (evidentemente un controllo non molto efficace) dal Dipartimento dei servizi sociali della città. Alla richiesta di mostrare il bambino, la donna si rifiutò e trascorse più di sette anni in prigione per oltraggio alla corte”.
Qui la condannata è Callie (Calliope) Jenkis sulla cui vicenda vuole indagare Cassandra Fallows, una scrittrice di successo che vive a Brooklin, amica di infanzia di Callie praticamente sparita dopo la scarcerazione.
Scrittrice di successo, dicevo, con il particolare che il terzo libro è stato un fiasco. Urge trovare qualcosa di forte come questa storia che pare proprio accattivante. Sulla cinquantina, carattere forte e intraprendente, due matrimoni falliti (il primo per colpa del marito), vita sessuale “allegra” anche durante i matrimoni, da ragazzetta incline ai giovanotti con i capelli rossi e, cito testualmente, “me ne scopai quanti più possibile” che il buon tempo si vede dal mattino. Per tenersi in allenamento come amante Bernard, e fa niente se è sposato e pure un po’ uggiosetto. Imbranata nei movimenti sbatte dappertutto “con i fianchi e i gomiti perennemente sbucciati”. Non le mancano i mezzi economici (citati Prada e Armani che sono ormai di casa e di bottega).
Per poter andare avanti nella ricerca di Callie, Cassandra comincia a contattare tutti quelli che in qualche modo la conoscono: le vecchie amiche di un tempo, il primo avvocato difensore d’ufficio, il secondo avvocato e via dicendo.
Figura imponente quella di suo padre, presenza ossessiva durante tutto il racconto, che ha tradito più volte la moglie per poi definitivamente lasciarla. Dubbi, riflessioni, ricordi della sua vita, bugie, rancori, ricatti, il tempo che passa e che cambia (fino ad un certo punto) le persone e le cose.
Scrittura che sgorga via sicura, che si insinua, avvolge, ti prende nelle sue spirali. Uno scavare in profondità, un tessere di trame che si legano fra loro, un rifrangersi delle prospettive, un aumentare improvviso di situazioni e personaggi come nati da loro stessi.
Spunti sulla società, scontri razziali (siamo al tempo dell’assassinio di Martin Luther King), matrimoni falliti, famiglie spaccate, violenza delle donne sui neonati e dei giovani verso i genitori. Sesso a perdere, come ho accennato, e l’amore. Anzi, il sacrificio dell’Amore.
Il pericolo di questi romanzi psicologici è di far morire il lettore di claustrofobia. Qui, fortunatamente, si riesce a respirare.

A scuola nelle materie scientifiche ero un broccolo. Quando c’era da calcolare l’acqua nella vasca da bagno con il maledetto rubinetto che perdeva (ma perché non lo riparavano?), il mio era uno sguardo fisso nel vuoto. Il primo impulso di fronte a L’anomalia di Massimiliano Pieraccini, Rizzoli 2011, con una formula di non so che cosa subito sotto, è stato di ripulsa. Poi ho pensato che da grandi non bisogna avere paura di niente e l’ho preso quasi d’istinto.
Qui mi sono trovato di fronte all’anomalia di Catt, al teorema di Gödel, all’equazione di quello e di quell’altro, a discussioni sull’esistenza di Dio, sulla complessità della scienza, al problema delle centrali nucleari e delle armi nucleari, batteriologiche e chimiche che mi hanno scombussolato e nello stesso tempo fortemente interessato (il problema energetico è all’ordine del giorno).
Veniamo al sodo. Il Prof. Massimo Redi è invitato dalla fondazione “Ettore Majorana”, creata dal prof. Antonino Zichichi, a Erice, in Sicilia, per discutere sulle grandi emergenze planetarie (ci sarà pure il Papa). Al momento della partenza l’incontro con suo ex allievo Fabio Moebius, analista di reti informatiche, che gli chiede uno strappo proprio ad Erice.
Tutto bene fino a quando non viene trovato in fin di vita nella sua stanza Alexander Kaposka, fisico ucraino che aveva scritto un rapporto negativo sulla sicurezza della centrale nucleare di Chernobyl. La faccenda si complica, per Massimo, con l’entrata in scena di Giulia Perego, la sua ex amante che lo aveva tradito e fatto soffrire e con l’accusa di essere addirittura lui stesso l’assassino di Kaposka.
Atmosfera plumbea, nebbia da brivido, Erice bloccata dalla polizia e i nostri eroi che se la svignano attraverso un condotto sotterraneo. Tre piani di lettura: quello scientifico, quello “giallo” e quello della storia d’amore (o meglio i ricordi) che si intersecano fra loro, con risultati decisamente ondivaghi.
Ne risente soprattutto la parte gialla (qualche “disinvoltura” e ingenuità di troppo) che si avverte frutto del neofita.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il principe. Il romanzo di Cesare Borgia, di Giulio Leoni, Editrice Nord 2018.
L’avventurosa vita dell’uomo che aveva ispirato Il Principe a Niccolò Machiavelli (che poi però meditò meglio e decise di dedicarlo a Giulio II), raccontata da Giulio Leoni, uno dei più geniali scrittori di thriller e fiction storica italiani. Cesare Borgia, cardinale, guerriero, figlio legittimato di papa Alessandro VI e di Vannozza Cattenei, politico ambizioso, poi “scardinalatosi” dopo l’assassinio del fratello Juan duca di Gandia, duca di Valentinois (italicamente il “Valentino”) per volere di Luigi XII di Francia dopo il suo matrimonio con Charlotte d’Albret sorella del sovrano di Navarra, è stato quel condottiero che dopo aver riempito i libri del Guicciardini e Machiavelli, ha fatto volare la penna di tanti saggisti e romanzieri. Giulio Leoni, stavolta, intraprende la sua impresa narrativa prendendo di petto questo protagonista della storia e regalandogli una sfaccettatura abbastanza diversa da quelle finora conosciute, il sogno di calcare le orme di Alessandro il grande. Di assoggettare un nuovo mondo…

Dopo il successo È così che si uccide e La forma de buio, Mirko Zilahy torna in libreria con una terza, diabolicamente incisiva sfida al lettore che, ancora una volta, varca i limiti noti del thriller. La sua Roma si esibisce, trasformandosi in una jungla crudele, tenebrosa, dove domina un bieco razzismo indiscriminato che miete vittime per le strade e il pericolo è in agguato nelle tenebre. La presentazione editoriale di Così crudele è la fine (Longanesi 2018) recita: «In una Roma attraversata da omicidi silenziosi ed enigmatici, che gettano una luce nera sulla città, il commissario e profiler Enrico Mancini per la prima volta dopo molto tempo accoglie la sfida con nuova determinazione». Visto che l’autore è Mirko Zilhay, sarà “una sfida coi fiocchi e con le frange”…
Ancora una volta Roma si è trasformata nell’inconsapevole e sfortunato ostaggio di un altro mostro inafferrabile, un incomprensibile assassino seriale. Di uno strano killer che sembra colpire a caso senza seguire un prestabilito disegno. Di qualcuno che si muove strisciando nelle tenebre, seminando indizi privi di logica. Talmente assurdi e caotici da rendere quasi un rebus tracciare un suo profilo. A quali inimmaginabili abissi di folle crudeltà può arrivare la spaventosa vendetta di una vittima imprigionata?…

L’altra moglie di Kerry Fisher, Nord 2018.
Si tratta di un thriller particolare, dai connotati che tendono al rosa, a conti fatti molto attuale. Leggerlo, potrebbe regalare voce e spinta a tante donne che quotidianamente vengono maltrattate o abusate psicologicamente. Spesso queste donne non trovano qualcuno disposto ad aiutarle perché sono loro stesse ad accettare la situazione, spaventate da ciò potrebbe succedere se non subiscono. Certo, talvolta la facciata può ingannare, anche se basterebbe un nonnulla per sgretolarla. E proprio queste donne, a maggior ragione, devono trovare la forza di parlare con qualcuno, di confidarsi, di mettere a fuoco il loro problema. Insomma bisogna avere il coraggio di ammettere la verità e chiedere aiuto. Dal mio punto di vista la scrittrice, per amore della fiction, ha esasperato un po’ troppo la situazione e il caso che descrive è estremo, tuttavia leggendo le notizie che ogni giorni affollano i media sulla violenza sulle donne, probabilmente ha fatto bene.

Il tatuatore di Alison Belsham, Newton Compton 2018.
Brighton. Francis Sullivan,  un detective molto motivato e ambizioso, ha superato  brillantemente a ventinove anni gli esami per diventare ispettore. Lo spinoso omicidio del “tatuatore” sarà il primo caso che dovrà affrontare come capo della sua squadra. Perché Marni Mullins, una brava tatuatrice ma anche una bella, piacevole trentaseienne, divorziata e madre di famiglia, mentre è impegnata in una Tattoo convention (congresso dei tatuatori proprio a Brighton) alla quale prendono parte anche famosi nomi internazionali,  ha trovato in un cassonetto della spazzatura un corpo orribilmente scuoiato…

 

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta vi presento Quattro topi nella giungla nera di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Qui Geronimo ha paura di tutto. Ha paura del buio, dei ragni, dei gatti… Per cercare di guarirlo da questa strana malattia, sua sorella Tea, il cugino Trappola e il nipote Benjamin decidono di farlo partecipare a un corso di sopravvivenza nella giungla nera. Corso seguito da altri quattro topi sotto la guida di Arsenia che ogni mattina sveglia i partecipanti con una secchiata di acqua gelida (brrrr!). Un corso terribile, pieno di pericoli e paure (ragni, serpenti, il buio della notte, vertigini…) che rendono più forte Geronimo e lo guariscono dalle sue fobie.
Consiglio di leggere il libro e, a tutti i lettori paurosi, di seguire il corso di Arsenia!

P.S.
Un ringraziamento al mio nipotino di dieci anni che scrive volentieri, con qualche aiuto naturalmente, la presente rubrica. Il mio obiettivo è di infondergli la passione del leggere e dello scrivere. Forza, Johnny! Ma aspetto anche Jessica, ora troppo piccola.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Chi ha ucciso il campione del mondo. Scacchi e crimine

Fabio Lotti e Mario Leoncini
Chi ha ucciso il campione del mondo. Scacchi e crimine
Prisma, 2005

Dichiara l’amico Fabio: “In questo libro ho ripreso e sviluppato alcune brevissime parti di “Partita a scacchi con il morto” che ho ritenute significative anche nel nuovo contesto. Ho sempre considerato il primo lavoro una specie di banco di prova, di bozza, data la sua limitata lunghezza, per una successiva pubblicazione più corposa come la presente. I “vecchi” lettori vi potranno trovare qualche somiglianza schematica nella costruzione delle “scene” che si susseguono, ma ciò è stato necessario per non sciupare ciò che di buono era già stato scritto. D’altra parte le novità sono molte di più delle situazioni conosciute. Basti pensare al numero dei personaggi che affollano la seconda “fatica” rispetto alla precedente. Un’altra avvertenza. Questo è un giallo, naturalmente, essendoci il morto assassinato ed il relativo detective, ma un giallo “sui generis” nel senso che la mia attenzione non si è rivolta tanto a costruire i meccanismi perfetti del giallo classico, quanto nello sfruttarne la struttura per scrivere qualcosa di piacevole e divertente, comprese alcune battute sui nostri politici che non vogliono essere altro che semplici battute. A dir la verità ero stato consigliato di evitarle, ma per noi toscani è difficile fare a meno di dare qualche “pizzicata” a chi sta in alto, anche parlando delle previsioni del tempo. Per venire incontro, almeno in parte, a tale consiglio ho deciso di inserire i puntini al posto dei nomi. Se poi il lettore li indovina lo stesso… sarà stata colpa sua”.

E allora parliamo un po’ di Chi ha ucciso il campione del mondo. Scacchi e crimine, il giallo allargato di Fabio Lotti e Mario Leoncini. Il libro già nel titolo si dichiara a doppia faccia: prima il romanzo breve (di Fabio Lotti) poi una serie di piccoli saggi (di Mario Leoncini). Iniziamo dal più corposo romanzo breve di Lotti, arricchito da esilaranti scene di vita domestica del commissario in pensione Marco Tanzini, ambientato nella irripetibile cornice di Siena eletta a palcoscenico per una super tenzone scacchistica tra i più forti Grandi Maestri del momento. Il nostro Fabio coglie l’occasione, e fa bene, per presentare al lettore, attraverso gli occhi del suo Tanzini, gli infiniti tesori della città del Palio. Ma torniamo alla trama. Per pubblicizzare maggiormente la città, il Monte dei Paschi, nato come Monte di Pietà (oggi tutt’altra cosa) e la più longeva banca del mondo, ha organizzato un supertorneo di scacchi. Cavallo dato vincente e punta di diamante dell’avvenimento è il gelido ma carismatico giocatore russo Eugeny Khaliuscin, campione del mondo, ma già all’affollatissima presentazione al popolo e ai media, nella sala del Cral del Monte dei Paschi, l’occhio ben allenato del commissario in pensione Marco Tanzini nota in lui qualcosa di strano. Insomma il favorito sembra agitato, nervoso… C’è qualcosa che non va?
Al primo turno il Khaliuscin vince contro il rivale Shitiov facilmente, forse un po’ troppo? Ma la mattina seguente viene ritrovato, barbaramente “ucciso” dai pezzi della sua scacchiera, nel principesco nido della suite dell’hotel Majestic dove alloggia con gli altri partecipanti. “La scena era da voltastomaco… Il volto una maschera irriconoscibile, i globi degli occhi pendevano fuori, appesi al loro fragile nervo. Nelle orbite vuote, irrorate di sangue rappreso, due Alfieri conficcati con forza. La bocca poi…”. Insomma uno spaventoso omicidio che butta fuori dalla scena dello scacchismo internazionale il grande K. Chi ha compiuto un delitto così e in modo tanto efferato? Il colpevole potrebbe essere uno dei campioni rivali del morto che partecipavano al torneo. Salterà fuori che tutti più o meno avevano il loro buon motivo per uccidere Khaliuscin. Il commissario Tanzini, richiamato in fretta e furia in servizio attivo dalla procura per il suo eccezionale fiuto, si ritroverà tra le mani una spaventosa gatta da pelare, senza contare che stavolta la faccenda potrebbe avere persino implicazioni internazionali…
La trama poliziesca è in secondo piano rispetto alla costruzione di personaggi simpatici e credibili allo stesso tempo. E anche gli scacchi sono tenuti volutamente in secondo piano, pur arricchendo la storia di mistero, per i profani, e ammiccando agli esperti. Siena invece si ritaglia largo spazio in quanto superba cornice della storia, con il suo meraviglioso panorama medioevale per un delitto che rimanda alle torture dalla Santa inquisizione. Tra tresche amorose improbabili, padri tormentati, invidie e rivincite sperate, tutti i giocatori superstiti sono sospettati. Tutti e nessuno, questo il problema. Tanzini fiuta, interroga, indaga dappertutto ma la faccenda è ostica. Potrebbe essere al di là delle sue possibilità?
Ciò nondimeno salta agli occhi e ovunque la grande cultura di Lotti e la sua inarrestabile ironia, “da toscanaccio”. Il faticoso avanzare delle indagini mette in evidenza anche una serie di personaggi minori ma molto meno secondari di quanto potrebbero sembrare. Tra questi c’è anche un certo Bafio Tolti… O chi sarà mai? Che risulta particolarmente intrigante, grande conoscitore di scacchi e non solo.

Questo vale per la prima parte del libro. La seconda, Scacchi e crimine, è una serie di saggi brevi, piccoli scorci, in cui serpeggia efferatamente il delitto. “E se Alekhine fosse stato ucciso con un colpo di pistola?” cita la quarta di copertina. Capitolo decisamente interessante è quello sui delitti effettivamente avvenuti. Sapevate che la sconfitta in una partita a scacchi può esasperare a tal punto il perdente da spingerlo a un raptus omicida? Basta pensare al caso di uno dei maggiori giovani talenti americani rinchiuso da quarant’anni in un manicomio criminale. E quello di Bevacqua in Italia, oppure quello dello scacchista Wallace. E come non citare l’intrigo nato da una telefonata al Liverpool Chess Club. Non basta, pensiamo all’ergastolano 99432 salito al secondo posto nella graduatoria Elo americana e all’assassinio della miglior giocatrice italiana del secolo passato Clarice Benini, senza dimenticare i serial killer o i semplici fuori legge come Bobby Fischer. Una stuzzicante rassegna di autori e romanzi nei quali gli scacchi entrano, in qualche modo, in gioco. Molto pertinente è la categorizzazione generale. Innumerevoli sono gli autori citati e i riferimenti espliciti a grandi testi, classici e non solo, della narrativa poliziesca, tra cui il celebre “Enigma dell’alfiere” di S.S. Van Dine e Sherlock Holmes, sebbene il grandissimo detective sia poco attento alla sottile arte del gioco, il suo autore in realtà preferiva l’avventura, la boxe e le gare di cavalli. Tuttavia Leoncini elenca una serie di casi in cui il celebre detective si è trovato a stretto contatto con gli scacchi, da un film a (addirittura) una scacchiera con i pezzi a lui ispirati. Chissà cosa ne avrebbe pensato il suo autore. Per gli innamorati del cinema, Leoncini passa in rassegna tanti casi, e non sono pochi, di film polizieschi in cui fanno capolino gli scacchi. Obbligatorio perciò far cenno al celebre “Agente 007, dalla Russia con amore”, in cui proprio l’inizio vede il temibile numero 5 disputare la gara per il campionato del mondo, prima di essere chiamato dal terribile capo della Spectre. Ai curiosi la lettura degli altri casi. Questo e tanto altro troverete nell’originale ricerca di Mario Leoncini sui 1500 anni di vita degli scacchi, che copre la letteratura, il cinema e la cronaca. Una ricerca a suo dire di natura soprattutto antologica. Leoncini dichiara infatti, molto onestamente, come le sue analisi non abbiano una reale validità scientifica, ma la sua ampia e motivata ricerca può rivelarsi propedeutica a un più completo e specifico studio sull’argomento. La contorta diabolicità di molti delitti ricorda la genialità richiesta in alcune partite di scacchi e spesso, riferendosi a una indagine complicata, si scrive che l’assassino sta giocando a scacchi con gli investigatori. Quindi, parrebbe proprio esserci un qualche collegamento tra la pianificazione di certi delitti e la mentalità dello scacchista. Ai lettori che vorranno, il piacere di scoprire se il tasso di criminalità legato all’universo scacchistico sia più alto rispetto al resto del mondo.

Mario Leoncini, classe 1956, abita a Siena, è maestro, problemista ed esperto di scacchi eterodossi. Ha pubblicato numerosi articoli di storia degli scacchi e ha condotto una ventennale ricerca sugli scacchi a Siena, culminata nella pubblicazione del libro All’ombra della Torre: settecento anni di scacchi a Siena (1994).

Fabio Lotti nasce a Poggibonsi nel 1946. Maestro per corrispondenza, partecipa a diverse finali nazionali (ha vinto con la Nazionale A la 5ª Coppa Latina). Vorace divoratore di libri, è curioso di tutto e di tutti; i suoi interessi spaziano dalla storia all’arte, dalla letteratura al giallo. È stimato autore di numerosi articoli e libri teorici.

Il mondo della fermentazione (Le varie di Valerio 87)

Sandor Ellix Katz
Il mondo della fermentazione. Il sapore, le qualità nutrizionali e la produzione di cibi vivi fermentati
Slow Food Editore, 2018 (orig. 2016, 2° ed.)
Traduzione di Carlo Nesler
Gastronomia

Ecosistemi alimentari umani biodiversi. Da sempre. Tutte le forme di vita sulla terra hanno origini batteriche e alcuni batteri, fra l’altro, mettono in atto straordinarie trasformazioni culinarie. La fermentazione è alla base di molti dei nostri alimenti principali e di alcune squisitezze come cioccolato, caffè, vino, birra. Il termine fermentation si usa allo stesso modo in tante lingue e, per tutte, deriva dal latino fervere, ribollire, lo spunto storico e fisico è quanto accade all’interno del mosto nel processo di vinificazione. Un insieme di microorganismi (batteri) catalizza la trasformazione di molecole (in genere carboidrati) presenti su piante o loro parti o loro derivati o su derivati di specie animali, che possono essere alimenti o cibi anche prima e, dopo, acquisiscono caratteristiche nuove e diverse, spesso “migliori” dal punto di vista del consumo umano, visto che poi risultano più digeribili e nutrienti, capaci di essere conservati a lungo e di proteggerci da malattie. Esseri umani sapienti (e forse prima anche altre specie umane) lo hanno veduto di persona in diretta, facendone ben presto un progetto e un processo, derivandone prodotti agricoli secondari, dal miele all’idromele, dal succo d’uva al vino, dal latte al formaggio, dalla farina di cereali al pane, quest’ultimo tramite il fuoco (scoprendo che la cottura induce ulteriori modificazioni). L’acqua e gli enzimi (nei lieviti, più o meno spontanei) svolgono le funzioni essenziali del percorso, che richiede anche un suo proprio tempo e che non risulta tutto evidente e lineare (tanto che spesso vi si associano accenti magici, alchimie).

Sandor Ellix Sandorkraut Katz (1962) discende da immigrati ebrei negli Stati Uniti (provenienti da Polonia, Russia, Lituania) ed è cresciuto a New York. Omosessuale, nel 1991 è risultato positivo al test Hiv, iniziando da allora ad assumere medicine antiretrovirali; dal 1993 si è trasferito nella campagna del Tennesse in una comunità queer estesa su due contee rurali, la Radical Faerie community. Ossessionato dai processi fermentativi, seguendo l’orto, studiando la foresta, sperimentando pratiche agricole e alimentari, sulla base di dieci anni di personale esperienza, nel 2003 ha pubblicato Wild Fermentation, tenendo poi centinaia di presentazioni e work shop e divenendo il catalizzatore mondiale di un vasto movimento di rinascita della fermentazione. È stato ascoltato, seguito, osannato in fattorie e mercati, università e biblioteche, ristoranti e caffè, chiese e festival, soprattutto americani e ormai di tutti i continenti. Un paio d’anni fa ha realizzato una seconda aggiornata arricchita edizione del libro, finalmente tradotto ora anche in italiano. Si tratta di un manuale vero e proprio. I primi capitoli offrono un contesto scientifico, culturale e sociale, sottolineando la salubrità microbiologica dei cibi ricchi di fermenti, possibilmente ancora vivi, contestando il terrore dei germi (e l’ossessione di un’igiene apparente) e l’eccessiva omogeneizzazione dei prodotti, valorizzando i metodi e le pratiche (molto) differenti di fermentazione sviluppate in ogni angolo (ecosistema) del pianeta. Segue una guida fai-da-te, con utensili e ingredienti di base. Poi lunghi illustrati didattici capitoli per ogni tipologia di alimenti da fermentare, corredati di foto disegni ricette: le verdure, le bevande, i caseari (con alternative vegane), i cereali, i legumi. E ancora vini, birre, aceto, per finire con cuochi e ricette italiani, sitografia, bibliografia e note. Completo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)