Sara al tramonto (Le gialle di Valerio 160)

Maurizio de Giovanni
Sara al tramonto
Rizzoli, 2018
Noir

Napoli. Maggio 2017. Sara Mora Morozzi era una brillante graduata della Polizia di Stato, sposata con prole, prima di entrare nell’unità speciale e di innamorarsi alla follia del Capo, Massimiliano Tamburi, più vecchio di 23 anni, intensamente ricambiata, lei occhi azzurri e tratti dolci, figura sempre minuta e capelli ormai grigi. Alla scoperta della grave malattia di Massi, da quattro anni aveva abbandonato tutto, autorottamata e anonima pensionata, si era ritirata a invisibile vita privata per assisterlo fino alla fine, ma da qualche mese sono morti prima lui, 76enne, successivamente il figlio (abbandonato) Giorgio, in un incidente stradale. Viene così ricontattata dall’ex collega (già ai Servizi) Teresa Bionda Pandolfi, ora è lei a capo della sezione e le chiede di seguire piste informali di guai e crimini, attraverso indagini appartate con procedure non convenzionali. Sara possiede una sapiente peculiare caratteristica, dono o dannazione che sia: è capace di udire frasi e dialoghi a lunga distanza, abilità che ha lungamente affinato, mescolando comprensione vocale delle labbra e interpretazione gestuale dei pensieri. Dovrebbe riprendere in mano il caso Molfino, l’omicidio di un ricchissimo finanziere, cranio spaccato l’anno prima, per il quale è in carcere la figlia Dalinda, con prove schiaccianti. Davide Pardo, il poliziotto che l’aveva arrestata, tosto e trasandato, con paturnie, non è più certo della colpevolezza, ha attivato contatti riservati ed è preoccupato per Beatrice, la figlia di sei anni dell’incarcerata, data in affidamento all’altro figlio (maggiore) della vittima. Il fatto è che Sara soffre di forte insonnia e, soprattutto, ha iniziato a frequentare Viola, la 27enne compagna (vedova) del figlio, incinta (dovrebbe partorire a ottobre), curiosa e brava fotografa. Comunque accetta, si è mantenuta sana e allenata, ha conservato vecchi incartamenti. E la storia si rivela proprio complicata: la morte del passato è meno lineare di quel che sembrava e la piccola sta effettivamente male.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) inizia una nuova interessante serie, da affiancare ai ripetuti meritati successi di Ricciardi e dei Bastardi (da oltre un quinquennio un romanzo l’anno per ciascuna serie). Il precedente tentativo con i Guardiani non era pienamente riuscito, questo invece sì! Non a caso persiste l’ottima notevole accoglienza di critica e di pubblico: Sara non può che piacere e commuovere. Ha vissuto e gestito nefandezze, ha abbandonato per amore un marito fedele e un pargolo piccolo, ha affittato una stanza e ha scelto un’altra esistenza, condotta con fermezza e coerenza finché è stato possibile, non ha ancora nemmeno 55 anni, si nasconde a tutto e tutti, pur bella colta vivace. Ha un dono “sensitivo” (come Ricciardi), saprebbe ancora fare squadra (come i Bastardi), ascolta molto con introspezione, tanto quanto parla poco con nettezza. La narrazione è in terza varia al passato, intervallata dalla rara prima del colpevole e da intensi momenti (spesso in corsivo) del persistente dialogo di Sara (o Viola) con gli affetti persi o gli sconosciuti osservati, mentre sembrano più scontate le comiche conversazioni fra donne o fra poliziotti. Sara incontra Viola ogni sera al tramonto (in una città egocentrica che poco lo conosce, come l’alba), il momento della giornata che maggiormente ama (come Massimiliano ben sapeva), in cui si sente più fragile e diversa, quando percepisce un cuore forse più disponibile ad aprirsi, però davanti alla porta che si trova in cima a una scala a chiocciola. Vi sono spunti per innumerevoli seguiti, del resto Viola ha una madre naturale insopportabile, dalla quale si salva solo canticchiando appropriate melodie con un filo di voce (Billy Joel e gli anni ottanta vanno alla grande).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Naviganti delle tenebre

Carlo Mazza
Naviganti delle tenebre
edizioni E/O, 2018

Dopo Lupi di fronte al mare e Il cromosoma dell’orchidea, torna in scena il massiccio, ombroso e granitico capitano dei carabinieri Bosdaves, qualche incomprensione familiare ancora da risolvere ma finalmente in dirittura d’arrivo con la promozione a maggiore, in un romanzo cupo che rivede come palcoscenico la sua Bari. Una Bari sempre più difficile da gestire, con i contrasti legati all’epopea dei migranti, sotto costante attacco della criminalità che ne approfitta senza scrupoli e riesce a infiltrarsi dappertutto, con lucida malvagità e senza far sconti a nessuno. Fulcro e fil rouge della storia, ambientata nei rumorosi e festaioli giorni di San Nicola, simbolo di universale e spirituale messaggio di salvezza, è l’indagine affidata al capitano Bosdaves sulla scomparsa, o meglio il rapimento, di Samira Estifanos, quarantenne etiope, brava e bella donna che gestisce un banco di pesce alla Vucciria e unica sopravvissuta alla strage della sua famiglia. Ma l’indagine in realtà sarà doppia perché rimanda anche al cold case collegato a quella strage, un vile attentato di matrice estremista alla palestra di una scuola che risale a più di vent’anni prima.
Bosdaves si muove con la discrezione chiesta dal suo superiore, avvalendosi della pignola professionalità del veterano tenente Sallustio, comandante del Norm. Samira è stata rapita davanti alla porta di casa sua. Il giorno dopo i vicini hanno trovato la porta aperta e la sua borsa intonsa e abbandonata per terra. La perquisizione dell’appartamento, un bilocale ordinatissimo, e il rinvenimento di una copia del Cantico dei Cantici, lei era cristana copta e profondamente credente, con alcune pagine segnate, fanno pensare a un recente amore. Bisogna cercare il rapitore tra gli immigrati, certo, ma anche scavare più a fondo nella vecchia storia della strage dove qualche particolare non quadra. L’indagine allora fu chiusa troppo in fretta. E per farlo al meglio e riuscire a sbrogliare l’intricata matassa, servirà il disinvolto approcci dell’amico Ermanno, donnaiolo, cronista locale che un infarto ha semipensionato e di Martina, intrigante bisex, fatto che non esclude tentazioni amorose. Tra i tanti coloriti personaggi della storia, un cinico e brutale faccendiere, un vice parroco molto ma molto particolare, una donna profondamente infelice, amante di un sanguinario capoclan paraplegico e un intellettuale inquieto ossessionato dalla smania di espiazione. Un’umanità alla deriva popola questo denso e irrituale romanzo criminale, con qualcuno che intende far scontare antichi e ambigui crediti morali, quando qualcun altro solo per affetto aveva coperto la loro colpa mentre l’altro, il manipolatore, il vero deus ex machina, aveva sperato di redimersi, dedicandosi ai reietti africani della terra.

Carlo Mazza è nato a Bari nel 1956, dove ha sempre vissuto. Ha lavorato in banca per trentotto anni e tra i suoi interessi ha coltivato anche la scrittura teatrale. Con il personaggio di Antonio Bosdaves ha pubblicato per la collezione Sabot/Age i polizieschi Lupi di fronte al mare (Edizioni E/O 2011), incentrato sulle relazioni tra politica, finanza e sanità, finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012 e tradotto in lingua spagnola dalle Ediciones Seronda, Il cromosoma dell’orchidea (Edizioni E/O 2014), imperniato sui crimini ambientali, il racconto Valetudo, inserito nell’antologia Giochi di ruolo al Maracanà (Edizioni E/O 2016), e ora il romanzo Naviganti delle tenebre (Edizioni E/O 2018).

Cristiani di Allah (Le brevi di Valerio 214)

Massimo Carlotto
Cristiani di Allah. Un noir mediterraneo
Edizioni e/o, 2018 (prima ed. 2008, introduzione di Amara Lakhous)
Noir storico

Algeri, coste italiane e francesi. 1541-1542. Redouane è figlio di pescatore divenuto mercenario, albanese di 31 anni, innamorato del tedesco Othmane, barbetta con le treccine alla moda. I due rinnegati si sono convertiti a Maometto, fatti tagliare il prepuzio e rasare il capo, per vivere quasi liberamente la loro omosessualità e coltivare la segreta speranza di partire per il Nuovo Mondo. Hanno tre schiavi e un servo, qualche soldo da parte, finanziatori per le scorribande. Algeri rientra nel dominio arabo delle malvagie intoccabili truppe turche. La vita da corsaro era dura, si faceva la guerra di corsa con spie e inganni per depredare porti e navi, cercando bottini e merci: schiavi e schiave, cibo, vino, gioielli, arredi, armi. I morti erano sepolti in mare.
Massimo Carlotto (Padova, 1956) scrisse dieci anni fa questo magnifico noir storico, Cristiani di Allah, narrato in prima persona, riedito ora con l’introduzione dello scrittore italo-algerino che lo accompagnò lì nel 2007.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La condanna (Le gialle di Valerio 159)

Anne Holt
La condanna
Einaudi, 2018 (orig. 2016)
Traduzione di Margherita Podestà Heir
Noir

Oslo. Gennaio 2016 (e dicembre 2001). Il corpulento 58enne commissario Kjell Bonsaksen lavora in polizia dal 1978, sta andando in pensione, si trasferirà con la moglie in Provenza, non lontano dall’unico figlio e dai due nipotini. Per caso incontra il 47enne Jonas Abrahamsem, legge rassegnato tormento nei suoi occhi; nel 2004 lo aveva fatto accusare, incriminare e condannare (a dodici anni) per omicidio pur non essendo del tutto convinto fosse colpevole, è il solo sassolino che sente nelle scarpe da lavoro; così decide di consegnare a Henrik Holme il gonfio raccoglitore ad anelli del caso chiuso e gli chiede di dare un’occhiata. Henrik è ormai giovane e famoso, pur timido e pieno di tic, reduce dal fantastico successo ottenuto nel ridurre la devastazione di un attentato terroristico e nell’arrestarne i responsabili (ora sotto processo); da 5 anni in polizia, continua a lavorare a casi irrisolti, ormai da due insieme alla mitica pragmatica 55enne Hanne Wilhelmsen, bloccata su una sedia a rotelle e sempre più scontrosa sarcastica caustica (salvo che con la moglie matematica musulmana Nefis e la loro figlia 12enne Ida). Hanne lo ascolta con stima e rispetto ma pensa ad altro, ha un suo tarlo presente. Si sarebbe appena suicidata la malvagia 62enne Iselin Havørn (blogger di destra con uno pseudonimo da poco scoperto) e Hanne non riesce a crederci: era una donna forte con enorme autostima, credeva di svolgere una guerra santa xenofoba e non dubitava mai, “nessuno si toglie la vita soltanto perché passa un momento sgradevole”. Entrambi sono “non” casi, là potrebbe essere suicidio, qui chissà come dovrebbe non esserlo, nessuno potrebbe e dovrebbe preoccuparsene. Fortunatamente se ne occupano, con la solita perspicacia e un aiuto reciproco.

L’ottima scrittrice norvegese Anne Holt (Larvik, 1958), laureata in legge, giornalista dal 1984, avvocato dal 1994, ministro della giustizia nel biennio 1996-97, ha pubblicato complessivamente quasi una ventina di gialli, questo (doloroso e stupendo) è il decimo della serie Wilhelmsen, il primo uscì nel 1993. Considerate le vicissitudini affettive e professionali di Hanne, ormai i protagonisti sono due, il solitario Henrik va assolutamente promosso, lui che ha trent’anni e non ha mai fatto sesso, esile e insicuro. La narrazione è ancora in terza varia al passato, tanti accanto a loro, fra cui Kejll, Jonas (il tormento è la sua seconda vita, dopo la morte della figlia in un casuale incidente), Maria (moglie di Iselin). I due poliziotti procedono senza alcuna autorizzazione o competenza formale, oltretutto le vicende sono chiuse e separate. Poi tutti d’improvviso iniziano a preoccuparsi perché viene pure rapita una bambina di tre anni, Hedda: la madre è famosa, il nonno ha vinto al lotto, i fili si moltiplicano e s’ingarbugliano. Non ci si può congratulare per ogni condanna (da cui il titolo italiano). Il romanzo è avvincente, gestito con maestria fra passato recente e presente convulso di tre settimane. L’autrice riesce a offrirci riflessioni informate e acute rispetto al suicidio, a Breivnik, alla destra che investe sulla paura, alla normale omosessualità, alla articolata genitorialità. Negli appartamenti norvegesi ci si toglie le scarpe all’ingresso, come forse è noto (e utile). Segnalo la risata sui gialli con almeno due casi apparentemente diversi e realmente intrecciati, a pag. 191. E le trousse delle compagnie aeree con tutto l’occorrente per la toilette, a pag. 371. Jazz e Grisham. Nel sentirsi liberi e morti ha la sua importanza una vecchia canzone interpretata da Janis Joplin, “Me and Bobby McGee”. Vino prevalentemente rosso, questa volta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’anello mancante (Le brevi di Valerio 213)

Antonio Manzini
L’anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone
Sellerio, 2018
Giallo

Aosta. 2012-2013. Sono finora usciti sei romanzi di Antonio Manzini con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone, trasferito in punizione ad Aosta. Gli affezionati lettori sanno che si tratta di un’unica epopea psicologica esistenziale, molto segnata dalla morte a Roma della moglie di Rocco, il 7 luglio 2007. Le vicende gialle sono l’occasione (ogni volta diversa) per seguire evoluzione e introspezione del vicequestore.
Per un certo periodo, nelle belle raccolte a tema degli scrittori Sellerio, i racconti di Manzini riguardavano le esperienze collinari e trasteverine del nostro eroe, prima delle Clarks sulla neve. Poi l’autore si è messo alla prova, ed è riuscito efficacemente a narrare curiosi episodi montanari, sganciati dal flusso narrativo unitario della serie. Esce così una deliziosa antologia con le cinque storie aostane di Schiavone, la prima è  L’anello mancante e dà il titolo all’intero testo di piacevolissima lettura (e rilettura).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La Regola delle Ombre

Giulio Leoni
La regola delle ombre
TEA, 2018

Torna meritatamente in libreria La regola delle ombre di Giulio Leoni, che stavolta lascia Dante per rendere protagonista della sua storia il grande Pico della Mirandola.
Pico della Mirandola conte di Concordia, fedele amico di Lorenzo de’ Medici (ebbe la, secondo me infausta, idea di fargli invitare a Firenze fra’ Gerolano Savonarola), ricordato ancora oggi per la sua prodigiosa memoria. Ma Pico della Mirandola aveva tante altre qualità: era un umanista, un filosofo. Intendeva arrivare a una sintesi tra le varie dottrine, non solo quelle di ispirazione cristiana e pagana, ma anche quelle di matrice ebraica e araba, senza escludere gli insegnamenti della filosofia medievale. A tal fine compose un documento articolato in 900 tesi che avrebbe dovuto essere discusso a Roma in un consesso tra dotti provenienti da tutto il mondo. La discussione, però, non avvenne, perché alcune delle sue tesi furono giudicate eretiche. Di fronte alle contestazioni, Pico cercò di dimostrare la validità delle proprie posizioni (soprattutto sulla magia e sulla cabala) scrivendo una dotta Apologia, ma la condanna sancita dal pontefice Innocenzo VIII lo costrinse a lasciare Roma.
Pico della Mirandola era conosciuto anche come grande spadaccino; tra i suoi mille interessi c’era anche la passione per l’Occulto e l’Occulto fa da padrone in La regola della Ombre. Infatti Simonetta Vespucci, giovane donna di leggendaria bellezza, celebrata dal Botticelli, sembra essere ritornata dall’Aldilà. Simonetta, vagheggiata in vita dallo stesso Signore di Firenze, forse è riuscita a valicare il Confine e sta camminando di nuovo su questa terra. Una voce serpeggia strisciante, pare addirittura che qualcuno l’abbia vista aggirarsi per Firenze e la sua tomba è vuota. Il Magnifico deve sapere la verità. Tanto più che la riapparizione di Simonetta ha coinciso con un misterioso delitto: la prima stamperia a lettere mobili di Firenze è stata divorata dalle fiamme e il cadavere dello stampatore ritrovato con la testa serrata nel torchio. Tutto lascia pensare che l’incendio sia doloso perché anche l’incisore, che lavorava nella stamperia, viene ritrovato morto in una taverna, pugnalato nella schiena. I due stavano lavorando a un libro, un’opera eccezionale, per farne dono al Signore di Firenze. E il Magnifico crede che possa trattarsi del misterioso volume ricevuto da suo nonno Cosimo da Leon Battista Alberti: la Regola delle ombre, l’ultimo volume dell’antico “Corpus Hermeticum”, nel quale forse si cela il segreto per far tornare le anime dal mondo dei morti. Ma è possibile che Simonetta Vespucci sia davvero tornata dal regno dei morti? Lorenzo de’ Medici affida l’indagine al giovane Pico della Mirandola. Per risolvere l’enigma, Pico deve raggiungere il cuore della Cristianità, Roma, e mettersi sulle tracce del celebre architetto Leon Battista Alberti. Suo malgrado il protagonista si troverà coinvolto in una serie di menzogne e spaventosi delitti in cui è implicato un pericoloso rivale, il cardinale Rodrigo Borgia. Non ancora papa, il potentissimo religioso aragonese sta tessendo la trama della sua ascesa. Vuole la tiara pontificia per sé e un regno per i suoi figli.
Il punto di maggiore forza di La regola delle ombre sta nella colta abilità di Leoni di catapultare il lettore in uno dei più movimentati e complicati contesti storici del passato. Un contesto fatto di corruzioni e intrighi, in un perenne vortice di lotte intestine tra famiglie e casate; il palcoscenico è una Roma fatta di splendide rovine antiche, palazzi signorili, vicoli intricati e stanze sotterranee sconosciute nelle quali si nasconde ancora il sapere esoterico. Un contesto dove, per riuscire a sbrogliare l’intricata matassa, sarà costretta a muoversi e operare la figura del giovane Pico, con i suoi dubbi, i suoi pensieri e le sue angosce ma anche e soprattutto con la lucidità della sua mente in grado di ricordare e catalogare ogni dettaglio. In questa storia si cela una Roma segreta, quella immensa dell’età classica, depredata delle sue ricchezze per erigere i nuovi monumenti della Cristianità. Ma questa città nascosta, sempre silenziosamente presente, riaffiora con prepotenza dal passato, intrecciandosi con certi misteri che lasciano attonito l’essere umano. In un carosello di situazione, affrontando persino l’anarchia del carnevale romano, Giulio Leoni ci trasporta in un mondo temporale in cui tutto appare possibile, anche la folle idea che la più bella delle donne sia ritornata dall’Aldilà per allontanare le ultime ombre del Medioevo, liberando l’uomo dalle sue ataviche paure.

Viveca Sten: Sandhamn, l’incantevole isola del crimine

Viveca Sten
L’estate senza ritorno
Marsilio, 2018 (Originale svedese I stundens hetta, 2014)
Traduzione di Alessia Ferrari

È appena uscito L’estate senza ritorno di Viveca Sten, il quinto romanzo della serie ”Omicidi a Sandhamn” (ma il quarto pubblicato in Italia). Ho una certa predilezione per i crime scandinavi e i romanzi della Sten non fanno eccezione.

L’estate senza ritorno inizia nel giorno di Midsommar, una delle festività più importanti in Svezia. L’isola di Sandhamn si riempie di gente, soprattutto giovani, che festeggiano l’inizio dell’estate. È un’occasione gioiosa che si trasforma in un incubo quando viene ritrovato il cadavere del giovane Viktor, figlio del famoso imprenditore Johan Ekengreen.
L’ispettore Thomas Andreasson viene coinvolto nelle indagini ma anche Nora Linde, avvocato, in vacanza sull’isola con il nuovo compagno e i rispettivi figli, si trova suo malgrado a esserne protagonista, invischiata oltretutto in uno psicodramma familiare.

L’autrice è appena stata in Italia, al Salone del libro di Torino, e ho colto l’occasione per una breve intervista (Il copyright della foto è del fotografo Thorn Ullberg).

AB – Ciao, Viveca! Innanzitutto, benevenuta! Ti piace l’Italia?
VS – L’Italia è sempre meravigliosa da visitare!

AB – Devo confessare una particolare predilezione per i gialli scandinavi, dovuta principalmente alle ambientazioni. Tu hai scelto di ambientare la tua serie di romanzi a Sandhamn, una meravigliosa piccola isola dell’arcipelago di Stoccolma. Ho letto che questa scelta è motivata dall’affetto che hai per questo luogo.
VS
– Hai assolutamente ragione, Sandhamn è il posto che mi è più caro e quello da cui traggo l’ispirazione, anche in inverno, quando il silenzio e l’oscurità incombono sull’isola. È esattamente lì – nel mezzo della calma e in assenza di turisti e vacanzieri – che i crimini e le storie appaiono nella mia mente. Quando guardo fuori dalla finestra, seduta nella mia poltrona preferita, sul portico, l’spirazione inizia a fluire.

AB – Concordo, e tuttavia mi chiedo: non temi l’‟effetto Jessica Fletcher”? Voglio dire, la gente potrebbe pensare che, come a Cabot Cove, anche a Sandhamn ci sono così poche persone e così tanti crimini…
VS
– Beh, i lettori dovranno farsene una ragione, anzi, direi che apprezzano molto!

Veduta dell’isola di Sandhamn – Copyright Viveca Sten

AB – Nora e Thomas sono i protagonisti dei tuoi romanzi, ben otto, finora. Quando hai scritto il primo, avresti mai immaginato che avrebbero avuto una vita letteraria così lunga?
VS – Sono estremamente grata e felice per il lungo percorso che i lettori, sia in Svezia che in altri Paesi, hanno regalato non solo a me, ma anche a Nora e Thomas. Si è sviluppata quasi una relazione affettiva, il pubblico è davvero affezionato a Nora e Thomas e di questo sarò per sempre grata, è una cosa che mi scalda il cuore.

AB – Senza rivelare troppo della trama, possiamo però dire che L’estate senza ritorno parla di crimini, certo, ma anche di tematiche attuali. I teenager tendono ad avere “vite segrete” di cui i genitori non sanno nulla. I teenager bevono troppo. I teenager mentono e si “smarriscono”. Pensi che, ai giorni nostri, sia più difficile essere teenager o genitore?
VS – Penso che sia difficile per gli uni e per gli altri. Essere adolescente sarà sempre una sfida e per molti si tratta di una fase difficile prima dell’età adulta. Ma credo che lo sia anche per i genitori. Le preoccupazioni, le ore piccole, le feste eccetera, sono cose con cui tutti i genitori di tutte le generazioni si sono dovuti confrontare. Adesso ci sono anche i social media, che sono fonte di enorme stress e che, sfortunatamente, possono essere anche un’arma nelle mani dei bulli. Crescere un adolescente è reso certamente più difficile dalla presenza dei social media.

AB – Nella tua esperienza, quando si parla di affrontare tematiche sociali, la Svezia si colloca meglio o peggio, rispetto agli altri Paesi europei?
VS – Ritengo che in Svezia abbiamo una buona rete di protezione sociale, che significa, essenzialmente, che nessuno vive per strada e che tutti hanno accesso all’istruzione e alle cure sanitarie, a prescindere dallo status sociale, dal lavoro e dal reddito. Paghiamo tasse piuttosto alte, ma nessuno soffre la fame o chiede la carità.

AB – Se dovessi scegliere un’altra ambientazione per i tuoi romanzi, quale sarebbe?
VS – Sandhamn è sempre stata al centro delle mie storie. È il posto dove ho passato tutte le mie estati sin dall’infanzia, e come me mio padre e prima ancora suo padre. Di recente ho firmato un contratto per altri tre libri della serie, quindi continuerò a scrivere di nuovi omicidi a Sandhamn almeno fino al 2023 🙂

AB – Adoro il tocco di hygge che aleggia per tutto il romanzo: tazze di caffè bevute nel portico, l’odore di pane appena sfornato e di seglarbulle a colazione, bicchieri di vino rosè al tramonto… È qualcosa di ordinario (io lo trovo straordinario!), è questa la vita quotidiana in Svezia?
VS – A dire il vero hygge è un termine danese, ma descrive perfettamente ciò che hai indicato: una tazza di caffè e un kanelbulle (rotolo alla cannella), ad esempio, il pane fresco eccetera. In Svezia lo chiamiamo fika ed è una tradizione fortemente radicata nella nostra cultura. Gli svedesi amano la fika (n.d.t.: lo so, non infierite, prima o poi dovremo spiegare agli Svedesi quanto suona male questa frase in italiano…) e sì, direi che per me è naturale condividere questa realtà con i miei lettori.

Fika: caffè e kanelbulle

AB – In che modo la tua passata esperienza (sia il percorso di studi che di lavoro) ha contribuito a strutturare i tuoi romanzi?
VS – Lavorare per 20 anni come avvocato in campo commerciale mi ha insegnato la disciplina e il rigore nella vita quotidiana, insieme all’abitudine a lavorare sodo per ore. Cerco sempre di descrivere i fatti in modo accurato e passo molto tempo a documentarmi. Voglio essere quanto più possibile aderente alla realtà e voglio che i miei lettori siano completamente assorbiti dall’universo di Sandhamn.

La serie Omicidi a Sandhamn è stata trasposta in episodi per la televisione, trasmessi in Italia dal canale tematico Giallo.

La Debicke e… La sera a Roma

La sera a Roma
di Enrico Vanzina
Mondadori, 2018

Roma 2013: Federico, sceneggiatore di successo che sogna di realizzare la sua grande ideale opera cinematografica, è un uomo arrivato, con un matrimonio riuscito ma che si concede, per noia, trasgressione o altro, una liaison clandestina con una bella insegnante di pilates. Lui è uno che conta, che frequenta i salotti della nobiltà, il giro cinematografico e intellettuale romano e, come giornalista mondano, le redazioni dei quotidiani e dei settimanali.

Una sera Roberto Bassani, uomo d’affari che possiede e gestisce patrimoni milionari e conta molto economicamente, chiede a Federico di incontrare un giovane attore, Domenico Greco, per capire se ha le carte per sfondare nel mondo del cinema e nel caso per dargli una mano. Federico, malvolentieri ma per educazione, riceve il raccomandato, a prima vista solo un belloccio che maltratta clamorosamente la dizione. Insomma un personaggio senza un futuro nel mondo dello spettacolo. Purtroppo il giorno dopo il ragazzo viene ucciso a colpi di pistola. E Federico, essendo uno degli ultimi ad averlo visto di persona, si sentirà in dovere di andare alla polizia. Il suo gesto di civiltà finirà per implicarlo in un complesso pasticcio e coinvolgerlo nell’avanzare della indagini.

Per sbrogliare la contorta e arzigogolata trama, che vede accordi segreti, semplici, duplici e triplici relazioni clandestine, sentimenti mai confessati, voltafaccia che scombinano patti e amicizie, si muoveranno in parallelo, seguendo strade diverse e non necessariamente aiutandosi, Margiotta, un bravo e illuminato commissario, Maselli, un giornalista di cronaca nera che annusa lo scoop, e il nostro sceneggiatore, anche lui come Maselli collaboratore del Messaggero. Ma mal gliene incoglie, perché il suo pieno coinvolgimento morale e mentale lo porterà a mettere a rischio persino il suo ormai ultradecennale e stracollaudato matrimonio.
Il romanzo, nato come una narrazione di indagine, finisce per sfociare in tutt’altra storia. Stavolta Vanzina, con poche ma indovinate pennellate bagnate di rimpianto, ci racconta la Roma di oggi, catapultandoci nel mondo artificioso in cui gravita la nobiltà romana e in cui la politica fa capolino di prepotenza nelle avventure giallo-rosa-noir che compromettono Federico.
E, naturalmente, fin dalla prime pagine il lettore si domanda quanto ci sia in Federico della storia, del vissuto, delle sensazioni, delle speranze, delle riflessioni e dei rimpianti del suo autore/creatore Enrico Vanzina. I punti di contatto sono tanti: sceneggiatori tutti e due, scrittori e giornalisti per Il Messaggero. La risposta è probabilmente positiva perché talvolta, narrando, si possono esprimere concetti e insegnamenti diversi con precisi riferimenti alla realtà e che prevaricano la pur avvincente linea guida di una storia.
Altro notevole pregio del romanzo: il protagonista cita, parla, e ricorda tanti giganteschi interpreti del nostro cinema e della nostra cultura: Sordi, Beha, de Laurentiis, Lizzani e altri grandi e importanti, e introduce il delicato cammeo della descrizione del funerale del grande Dino Risi (e qui direi che Enrico Vanzina indossa con maggior decisione i panni di Federico).
Un libro da assaporare (al di là dell’intrigo in sé) per gustare veramente la Roma di oggi paragonata a quella che era, vista con gli occhi e il cuore di Enrico Vanzina, un romano vero.
Si è parlato di La Grande Bellezza riferendosi a Roma e Vanzina stesso, per altro, non fa mistero nelle sue pagine di pensare al film di Contarello e Sorrentino, due non-romani che hanno voluto raccontare il lato più paradossale e decadente di un certo ambiente della Roma di oggi. Ma siamo poi sicuri che solo Roma sia così? Certo nel film di Sorrentino non c’era la capacità di identificarsi di Vanzina, che si esprime nella rabbia, nella frustrazione ma anche con indulgenza, con la disillusione di un amore calpestato. Ma, più che a Sorrentino, Vanzina mi ha rimandato a Fellini (e nemmeno a farlo apposta Federico è il nome del protagonista, alter ego di Vanzina?) e a una moderna rivisitazione di ‘La dolce vita’. Una dolce vita imbruttita, invecchiata, peggiorata, con cinquant’anni in più, dove permane ancora la regola non scritta: molti contatti, molte cene, molto ‘salotto’, ma dove in realtà nessuno conosce davvero nessuno. Un impietoso ritratto di una certa aristocrazia decadente che sembra solo il fantasma di se stessa. Sfilano nelle pagine del romanzo, come antichi cavalieri che inalberano sull’elmo i loro emblemi, lussuriosi, violenti, avari e prodighi, iracondi e violenti. Quelli dominati dall’ossessione per l’antica nobiltà e quelli che invece devono difendere a tutti costi la troppo bistrattata parola onore.
Mentre nella volubile, incosciente e carnale promiscuità i due poli si mischiano in un insano delirio. La notte copre le trasgressioni, i pensieri, le tragedie. Come trovare la via d’uscita da questa spirale infernale, fatta di delitti intorno ai quali gravitano pederasti, rubacuori, faccendieri, scambisti, pettegoli, bugiardi, traditori?
Chi sa servirsi dell’umorismo, come Vanzina, ha una marcia in più ed è in grado di andare a fondo e scovare ogni verità, anche la peggiore, regalandoci il fuoco d’artificio di un inatteso finale eclatante.
Roma resta Roma anche se tutto è perduto… fuorché l’onore.
Un giallo? Un noir? Sicuramente un attento e disincantato spaccato di una certa realtà romana, in pericolante equilibrio tra miseria e nobiltà (quel quid legato alla maestria di grandi interpreti), che c’è, esiste e può “far danni” agli altri e a se stessi quanto o come gli altri. Quel quid talvolta profondamente istintivo della natura umana.

Mi piace chiudere con la frase del duca di Bedford, scelta da Vanzina per far strada alla sua trama: ‘Lo snobismo si può definire all’ingrosso il piacere di guardare gli altri dall’alto in basso. E il mondo è costruito talmente bene che tutti troviamo sempre qualcuno da guardare dall’alto in basso. (J.I. Russel Duca di Bedford, Il libro degli snob).’

Detective Lady XI – Le lunghine di Fabio Lotti

Diane Wei Liang L’occhio di giada, Sperling & Kupfer 2007.
“Mei è una giovane cinese intraprendente e coraggiosa. Vive a Pechino, ha un’agenzia di investigazioni tutta sua, possiede un’auto – cosa non da poco per una donna anche nella Cina d’oggi – e ha perdipiù un segretario maschio. Un giorno Zio Chen, un amico di vecchia data della madre, si presenta da lei con un’insolita richiesta: la prega di ritrovare l’occhio di giada, un antico sigillo d’inestimabile valore “scomparso” durante i saccheggi della Guardia Rossa nel periodo della Rivoluzione culturale ma che lui ha buoni motivi di ritenere ancora in città. Affascinata dalla romantica leggenda che ammanta il gioiello, l’investigatrice si mette all’opera sfidando corruzione e omertà e contattando personaggi disparati. E, mentre indaga, si trova non solo a percorrere la storia più oscura del suo Paese, ma anche a scoprirne lo scrigno dei segreti della sua vita privata e famigliare: come morì il padre? Quale terribile colpa sembra nascondere la madre ora gravemente malata? Perché il suo primo e unico amore la lasciò e ora ricompare all’improvviso?”.

Vediamo un po’ questa Mei Wang: ha il suo ufficio in un vecchio palazzo del distretto di Chongyang di Pechino, una agenzia di consulenza perché gli investigatori privati sono messi all’indice. Criticata aspramente dalla sorella minore Lu “…sei un’asociale, non ti intendi di politica, non hai guanxi, nessuna delle conoscenze e contatti di cui avresti bisogno”. Caratteristiche di Lu: tre anni più giovane e di una bellezza straordinaria. “Dolce, affascinante e piena di talento”. Primo segno di un contrasto più grande. Suo assistente (di Mei) Gupin un giovane di venti anni “con le spalle larghe e i muscoli che gli trasparivano dietro la camicia”. Timido e onesto. Costretta a lasciare il campo di lavoro e il padre scrittore insieme a sua madre Ling Bai che da giovane lavorava in una rivista di propaganda chiamata La vita delle donne. Ha trenta anni, viso tondo e capelli lunghi alle spalle. Il naso affilato e “La gente dice che mi fa sembrare sempre arrabbiata”. Ha studiato all’università di Peking. Fidanzata con Yaping che la lascia, si sposa e viene lasciato a sua volta. Si incontrano di nuovo. Lui le spiega che non ha continuato con lei perché si sentiva inferiore. Mei lascia il posto al Ministero in continua pressione con un uomo di potere che la vuole a tutti costi come amante. Si sente una incompresa dagli altri e Mama (la sua mamma) la paragona al padre, un uomo solitario che viveva di letteratura, di principi e ideali: “Mei è diventata proprio come suo padre: sta sempre a guardare gli altri dall’alto in basso, sempre a giudicare”. E infatti Mei avrebbe voluto diventare una scrittrice proprio come lui. Rimprovera alla madre di averlo abbandonato. Carattere forte: “Un’agenzia investigativa le avrebbe dato l’indipendenza che aveva sempre desiderato. E le avrebbe dato anche la possibilità di dimostrare a tutti quelli che le avevano voltato le spalle che avrebbe avuto successo anche da sola”. Siamo nel 1995 e Lu si deve sposare proprio in questo anno. Per lei conta soprattutto la bellezza e l’immagine. Sono diverse fra loro. Mei pensa addirittura di non andare al suo matrimonio. Parole buone dallo Zio Chen “Tu sei sempre stata la mia preferita. Non sto dicendo che Lu non mi piace, ma tu sei diversa. Sei coraggiosa. Non corri dietro alle cose come invece fanno gli altri”. Contento che abbia avviato un lavoro in proprio. Sa mettersi anche in ghingheri se l’occasione lo richiede. Ha una Mitsubishi rossa donatale dalla sorella (in questo caso gentile). Spesso colpita dai ricordi, soprattutto del padre e della madre. Assomiglia molto nell’aspetto fisico a sua madre con il naso dritto e affilato. Quando si ammala si sente in colpa per averla ferita. Sa parlare con la gente e accattivarsela. Dentro di sé avverte sempre l’attrazione per l’unico fidanzato. Quando sta per incontrarlo di nuovo “Una travolgente miscela di emozioni si scatenò dentro di lei, come l’acqua che sale da un pozzo profondo, i suoi pensieri si fecero confusi”. In contrasto se vederlo o meno. Un suo giudizio “A scuola non ti sei mai integrata completamente, e non ti facevi coinvolgere da ciò che ti accadeva intorno. Un sacco di gente ti considerava arrogante. Io, invece, pensavo che fossi isolata ma felice di esserlo”.
Triste conclusione “Sembra tutto sbagliato. Ho sempre pensato che la verità e l’amore mi avrebbero resa felice. Ma non è stato così”.
Il fulcro del libro non è tanto costituito dalla vicenda gialla ma questa, come avviene sempre più spesso, costituisce l’occasione per mettere in luce le magagne di una società (fabbriche della contraffazione, polizia menefreghista, sfruttamento dei lavoratori che vengono dalle province ecc…). La conclusione: ciò che conta in America è il denaro, in Cina il potere.

Maria Cristina Aggio e Nazareno Valente Il risveglio dei Palici, editrice Odissea Mystery 2009, vincitore della prima edizione del premio Thriller Magazine (vista la composizione della giuria non è poco).
Si parte con la liberazione di un prigioniero dalle Latomie, cave di pietra usate come carceri, si continua con la spiegazione del fallimento della spedizione di Alcibiade contro Siracusa avvenuta tra il 414 e il 413 a.C. Presagi funesti: l’eclissi di luna, la mutilazione delle erme, si parla di un tradimento durante la battaglia del fiume Assinaros dove furono uccisi molti soldati ateniesi. Arrivano bigliettini con la minaccia di morte per i traditori da eseguirsi entro l’Asinaria, cioè la festa istituita dai Siracusani proprio in ricordo della disfatta degli ateniesi sul fiume sopra citato. E i morti ammazzati incominciano a venire… (sono quasi un’ecatombe). Frammento dorato di lamina vicino ai loro corpi.
Chi può essere il vendicatore? Uno degli scampati al macello, l’uomo liberato dalle latomie o addirittura uno dei traditori che vuole impossessarsi di qualcosa per cui stanno ancora insieme? (diciamo pure che è un tesoro). Ma si tratta solo di vendetta o c’entra di mezzo qualche altro sentimento?
Ad indagare la caria Mnesarete, medico venuto da Atene a Siracusa per parlare con colui che tutti ritenevano successore del grande Ippocrate. Ferma, composta, risoluta, innamorata del giovane Fileo dato per morto in battaglia. Suo spasimante il logografgo Sombrothidas, sua schiava Erice, una specie di indovina che “sente” avvicinarsi gli eventi nefasti e il risveglio terribile dei Fratelli Palici “divini signori degli antichi Siculi” (da qui il titolo del libro).
Questa Mnesarete, infastidita dalla corte di Sombrothidas e imbronciata quando non gliela fa (ottima psicologia), non è mica male con i suoi capelli corvini “ondulati e lunghissimi” e dalle forme “morbide e flessuose”. Occhi scuri, vivida intelligenza, notevole capacità dialettica e di osservazione sarà lei che, novella Poirot, alla fine svelerà le trame complesse degli omicidi.

“Stoccolma, estate 2003. Una serie di furti sconvolge i nuovi ricchi dell’alta finanza. Unico indizio: i ladri si portano sempre via, oltre a gioielli e quadri, una costosissima bottiglia di vino pregiato. È la Banda delle Cantine. L’inchiesta è affidata all’ispettore capo Ewa Johnsén, 39 anni, da poco divorziata, fisico statuario e folta chioma bionda, tutta intuito, volontà e sex appeal. Ma in realtà la lunga serie di furti non è che la punta dell’iceberg di uno scandalo ben più ampio che coinvolge l’alta borghesia, stimati professionisti, poteri forti, tutti criminosamente legati tra loro. A Ewa il compito di venirne a capo…”. Così viene presentato Il mercato dei ladri di Jean Guillou, Editore Corbaccio 2007.
Vediamo questa Ewa Johnsén. Già sin dall’inizio si sa, lo avete già appreso dalla presentazione (ma già ve lo immaginavate), che è divorziata. Più precisamente con il poliziotto Hasse Järneklov. Per via di una serie ininterrotta di anni praticamente vuoti. Separazione quasi naturale. Lui prende la sua roba e parte, mentre lei socchiude la porta. Lei tiene l’appartamento e lui la casa al mare. Tutto a posto. Niente litigi o risse furibonde. Meglio così. Capelli biondi, uniforme da convegno Armani (i nostri stilisti si trovano dappertutto). Vino preferito Chardonnay. Da 14 anni fa questo lavoro, ha lavorato alla omicidi, alla narcotici, alla investigativa ed ora nella polizia tributaria. È sovrintendente, un grado sopra commissario. Subito cottarella per Pierre che dice di essere un ladro. “Ewa soffocò l’impulso improvviso di invitarlo a salire”. Ma poi si pente. Svolge con molta cura il suo lavoro. Vuole conoscere più informazioni sul vino dal giornalista Erik Ponti e da Pierre che sono esperti. Non riesce ad inquadrare il collega Muhr con il quale lavora. A volte le sembra “carne a volte pesce”. Brava con il computer. Per scaricare la tensione va in palestra. Ancora non abituata a vivere la nuova vita da separata. Colazione con corn-flakes, passeggiata con jeans e felpa. Di nuovo attratta da Pierre “Al rapido contatto tra la mano di lui e il suo seno sinistro provò quasi una fitta”. Qualche ricordo del passato quando arriva la prima notte di mezza estate. Si butta sul lavoro. Bevicchia. Arriva al terzo bicchiere e alla seconda bottiglia con l’amica Anna Holt ,commissario anche lei (naturalmente separata, ci mancherebbe…) con corpo e movimenti da ballerina. Difende suo marito dall’accusa di razzismo. Discussione con Anna sull’uomo ideale per le poliziotte. Indecisa sulle vacanze accetta con sollievo una chiamata di aiuto di un collega. Rigida etica professionale. La sera prima della partenza per la Corsica lavora fino alle due e mezzo. Rimugina su se stessa. Una donna di mezza età, di buona cultura che si prende una sbandata per uno straniero. “Forse era folle, ma le emozioni erano proprio così, un po’ folli”. Finalmente a pag. 277 ci dà giù di brutto. Borsetta francese, completo Armani (ancora), tacchi alti. Non vuole fare la casalinga.
Qualche scenetta disgustosa tra cui “Si abbassò i jeans, si infilò una bottiglia di vodka nel sedere e la agitò ben bene in modo da farne entrare almeno due cicchetti, poi si portò la bottiglia alla bocca e bevve tra le grida di giubilo misto a disgusto dei presenti” (naturalmente non si tratta di Ewa). Da inserire nel libro BloodyArt di Pablo Echaurren, Edizioni Fernandel 2006. Ci farebbe la sua bella figura.
Anche un’idea sfiziosa. Un’isola dei famosi in cui gli ultimi due classificati devono sfidarsi all’ultimo sangue. Nel sultanato di Muscat e Oman dove tutto è permesso. Tra poco lo sarà anche da qualche altra parte.

La Debicke e… Cristiani di Allah

Cristiani di Allah
di Massimo Carlotto
E/O, 2018

Algeri, 1541. “Il Mediterraneo è teatro di guerre, razzie, traffici di schiavi, scontri ideologici e religiosi…” recitano le prime righe dell’introduzione di questo eccellente romanzo storico, ma straordinariamente attuale e credibile.
I “Cristiani di Allah” del titolo sono i rinnegati cristiani diventati musulmani, talvolta per fede, più spesso per convenienza o per costrizione. Sono tedeschi, albanesi, spagnoli, veneziani, calabresi, sardi, lanzichenecchi, giannizzeri e berberi che, volenti o nolenti, riescono a convivere gomito a gomito, sfumando i loro attriti, mischiando gli eterogenei colori delle loro pelli nelle strade e nelle taverne di Algeri, governata dalla intelligente apertura mentale dell’eunuco Hassan Agha per conto del sultano turco di Costantinopoli. Nelle pagine del romanzo scorrono veloci, incrociandosi pericolosamente tra loro, amicizie e amori, interessi e complotti fra genti appartenenti a culture, religioni e linguaggi diversi e il cui destino è mosso solo da quella sete di libertà che li ha portati a convergere nella bianca città maghrebina.
Il romanzo narra in particolare la storia di due corsari, due ex lanzichenecchi, amanti tra loro. Situazione questa che li marchia come rinnegati per ben tre volte, perché apostati, pirati e omosessuali. Redouane e Othmane, i protagonisti, il primo albanese e il secondo germanico, per evitare la condanna a morte hanno scelto la libera tolleranza dei costumi di Algeri, da dove salpano regolarmente sul loro sciabecco e dove sperano di continuare a vivere indisturbati. Infatti i corsari, soprattutto quelli nati cristiani, abbracciavano la fede del profeta, non per convinzione, ma perché consentiva loro la facoltà di depredare navi e territori costieri, sotto l’ala protettrice del sultano, anche con l’avallo e il finanziamento dei committenti europei (e qui è d’uopo ricordare che Francesco I, re di Francia, aveva stretto alleanza con Solimano il Magnifico, sultano di Costantinopoli). Ma la loro coinvolgente odissea personale, una vera storia d’amore, va a intrecciarsi con eventi epocali molto più grandi di loro: l’assedio portato della immensa flotta di Carlo V ad Algeri, sconfitta più dal mare che dalle armi islamiche, i funambolici giochi di potere della Sublime Porta, il crudele scontro tra fazioni in atto all’interno della città e le barbare e feroci usanze schiaviste in uso in quei tempi, tese ad esercitare il turpe gioco al riscatto del commercio degli essere umani. La loro vita, però, e le loro scelte verranno comunque messe in discussione perché Othmane, il più giovane dei due, annebbiato dai fumi dell’alcol, commetterà il tragico errore di invaghirsi di un imberbe giannizzero, uno dei fanatici e spietati cani da guardia del sultano, e la sua irruenta e incontrollabile sensualità trascinerà anche Redouane in un vortice di agguati, cospirazioni e sanguinose vendette. Il risultato finale intriga perché rappresenta un quadro sconvolgente, a tratti anche poetico, un ritratto a tinte forti di un antico noir storico in cui la criminalità organizzata, collegata inestricabilmente con la società di allora, ha insinuato le sue radici fin nel più profondo dell’animo dei personaggi. Ma a ben pensarci tutta la storia, con le sue infinite secolari sequenze di soprusi e carneficine, si trasforma molto spesso nell’essenza più pura e indicativa di cosa voglia dire noir.
Cristiani di Allah non è solo un noir coinvolgente, ma è anche un romanzo di grande attualità. Un romanzo che affronta temi caldi come quello dell’omosessualità, della multietnicità, della criminalità organizzata accettata dal potere, della violenza sulle donne, ma soprattutto il tema dello scontro ideologico tra Oriente e Occidente, tra Islam e Cristianesimo, dove allora, tutta la storia è ambientata nel 16° secolo, forse l’islam appare più tollerante e moderno del cristianesimo. Ricordiamo che per la chiesa romana suonano le trombe di guerra dello scisma, in Spagna l’inquisizione si fa strada sanguinosamente e siamo vicini al letale avvento della Controriforma. Concludo facendo tanto di cappello a Massimo Carlotto per l’attenta, accurata e colta ricostruzione ambientale. Un’attualizzazione ad hoc e perfettamente calibrata.