La Debicke e… Il fratello unico

Il fratello unico
di Alberto Garlini
Mondadori, 2017

Con Il fratello unico scopriamo con piacere Garlini giallista. Risultato: un indovinato connubio vincente. La sua scelta è stata quella di buttarsi sul giallo classico e usare come ambientazione la bassa parmense perché, a suo dire «aveva bisogno di una zona speciale e Parma e la sua provincia sono la culla di storie incredibili, fascinose, tragiche, spietate e sognanti. Sembra che la pianura, a differenza della montagna, non possa nascondere nulla… La pianura, e il Po, con le sue acque che scorrono implacabili e a volte tracimano, sono lo sfondo dei delitti e dei misteri di fantasia che in questo libro ho raccontato».
Un territorio così infatti parrebbe fatto su misura per un ricco (azionista di una banca di affari) investigatore letterario come Saul Lovisoni, ex poliziotto dotato di un talento infallibile, ex studente modello laureato ad Harvard, ex ragazzo della buona società ed (ex?) scrittore di gran successo. Un uomo che ha deciso di estraniarsi quasi completamente dalla vita pubblica finché qualcosa non busserà di nuovo alla sua porta. Si parte bene. Voce narrante: la sua assistente Margherita Pratts, ventiseienne inquieta che, per sua ammissione, nella vita ha combinato poco, segnata dal piercing e da un tatuaggio (Stieg Larrson aleggia), apprezza il buon vino e va in giro su una Twingo scalcagnata. Tornata di recente dall’Angola, dopo una breve e infelice esperienza lavorativa e stufa di dividere la casa con il suo ex, vede sulla Gazzetta, per sua fortuna, l’annuncio di Saul Lovisoni che dice “Cerco una segretaria che sappia leggere. Lavoro di investigazione e di archivio” e parte in caccia. L’impatto iniziale, abbastanza faticoso, la costringe a vagare sotto un temporale, che imperversa con fulmini e saette, fino all’arrivo a un casone trasandato della campagna parmigiana dove incontra Saul Lovisoni. Descrizione dell’autore: «tratti marcati ma eleganti. Sembrava fatto di nulla, anche se i muscoli urgevano contro il tessuto della camicia. Meno di quarant’anni, forse trentasette o trentotto. Capelli scuri. Labbra carnose. Un pallore malinconico, come di certe montagne». (Sublime il pallore malinconico di certe montagne, mi fa subito pensare alle Apuane). Margherita viene assunta immediatamente per aver superato il test di prova, letto da Lovisoni, riconoscendo fin dalle prime battute Emma di Jane Austen. Incarico ufficiale archivista di dodicimila libri e in realtà segretaria tuttofare. Salario proposto ottimo e in più avrà diritto a vitto e alloggio. E lei zac, fa le valigie e trasloca. A metà novembre piomba a tradimento la prima cliente “Bionda, abbagliante, smalto rosso. Borsa Hermès”. Si presenta: è la contessa Cosima Allandi di Porporano. Il fratello Bernardo (detto Bernie), appartenente a una abbiente e importante famiglia proprietaria del castello di San Secondo (celebre edificio rinascimentale Rocca dei Rossi) è scomparso da tre giorni. La polizia non vuole muoversi: è un maschio adulto e vaccinato, tre giorni sono pochi ma secondo la sorella non è da lui. Ḕ preoccupata e vuole che Lovisoni lo cerchi. Bernardo (Bernie) si è innamorato di una tale Sabina Ruffini, una qualunque, ex drogata e divisa dal marito, che da poco ha perso un figlio, un bambino investito da una macchina. Cosima sa che il fratello prima di sparire ha litigato di brutto con lei. Lovisoni accetta di occuparsene, incarica Margherita di fissare la parcella e lei, per l’importo, si rifà a quella di Philip Marlowe (vedi gialli di Chandler). Ben presto (elementare no?) Lovisoni trova il cadavere di Bernardo. Più d’uno in zona aveva motivi per ucciderlo, sospetti, arresti ma solo alla fine, come in ogni giallo che si rispetti, scopriremo, con un deliberato colpo di scena in una riunione finale alla Ellery Queen, l’identità dell’assassino. Ricco di citazioni letterarie, gialle e no, Il fratello unico è un intrigo perfetto, un raffinato omaggio al mystery classico di Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Rex Stout e tutti gli altri maestri del genere. Saul Lovisoni è un calibrato mix di certi miti investigativi. Per alcuni versi ricorda Maigret ma soprattutto somiglia a Sherlock Holmes con le sue improvvise sparizioni, i suoi sbalzi di umore e il modo in cui anticipa tutti con le sue deduzioni, irritando soprattutto Margherita. Però, pur essendo un personaggio ispirato al’eroe di Conan Doyle, per arrivare alla verità e svelare il nome dell’assassino Saul Lovisoni applica alle indagini un suo particolare metodo, strettamente collegato ai meccanismi letterari…
Margherita, inevitabilmente, è attratta e affascinata dalle stravaganze e genialità del suo capo. Saul, si capisce al volo, soffre e nasconde qualcosa: quali sono i motivi del suo isolamento in campagna dopo l’eccezionale successo del primo libro? Si informa in giro. Certe risposte non le piacciono ma…
Scrittura serrata e gradevolmente ironica, dialoghi realistici e brevi frasi per un ritmo incalzante, con momenti di dolorosa pausa. Garlini, tuttavia, per il suo romanzo, non solo si ispira ai polizieschi ma attinge a piene mani anche dalla “letteratura”. E infatti per Bernardo (il fratello unico che presta il titolo al romanzo, prendendo spunto da una canzone di Rino Gaetano) ci rimanda a due “signori” personaggi: Don Chisciotte di Miguel de Cervantes e Francis Macomber, protagonista di un racconto di Hemingway.

Un maestro nella foresta (Le brevi di Valerio 189)

Andrea Canevaro, Giulia Manzi, Domenico Volpi, Roberto Farné
Un maestro nella foresta. Alberto Manzi in America Latina
EDB, 2017
Pedagogia

Venezuela e Ande. 1955. Alberto Manzi (1924-1997) condusse “Non è mai troppo tardi” dal 1960 al 1968, 50 anni fa. In precedenza aveva innanzitutto insegnato in carcere a Roma, poi intrapreso una promettente carriera universitaria, interrotta nel 1954 per fare il maestro a scuola e compiere ricerche internazionali (soprattutto in America Latina). Così, a partire dall’estate 1955 per venti anni, trascorse i mesi estivi in Sudamerica. Il primo viaggio fu raccontato nel 1956 attraverso sei articoli pubblicati dal Vittorioso, un giornale per ragazzi edito dalla casa editrice Ave. Quel reportage viene ora ripresentato in questo prezioso volumetto con quattro importanti introduzioni dei due docenti universitari bolognesi Canevaro e Farné, dell’amico Domenico Volpi (che dirigeva il giornale) e della figlia Giulia, illustrato e arricchito da alcuni dattiloscritti (preparati come “fotoservizi”) conservati al Centro Alberto Manzi di Bologna.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Confesso che ho stonato (Le varie di Valerio 77)

Gianni Mura
Confesso che ho stonato
Skyra, 2017
Musica

Italia e Francia. L’ultimo secolo. Gianni Mura è nato il 9 ottobre 1945 ed è sempre vissuto a Milano. Giornalista da oltre cinquant’anni, ha iniziato alla Gazzetta dello Sport subito dopo la conclusione del Liceo Classico (il Manzoni), presto rinunciando alla laurea in Lettere moderne dovendo girare l’Italia, l’Europa, il mondo per seguire eventi e personalità dell’agonismo sportivo, soprattutto calcio e ciclismo. Pare che avrebbe voluto, invece, fare il cantautore, provò pure a cantare nei cori scolastici alle medie, fu sconsigliato e ora ha deciso di raccontare minuziosamente il lungo intenso amore per la musica di uno che non va a tempo. Spiega di essersi acculturato di arie e canzoni nelle caserme dove lavorava il padre maresciallo dei carabinieri, cresciuto in un mondo di regole da rispettare, con libri e radio come uniche evasioni a disposizione. Da allora quando può canticchia, Giovanna Marini gli disse di trovarlo un poco distonico, altri tradussero in “totalmente stonato”, ma secondo lei forse poteva piacere a Luigi Nono. Si è così rassegnato al ruolo di ascoltatore e, proprio per questo, sopporta poco che ai concerti di musica cosiddetta leggera (non succede per jazz e classica) la musica non si senta e gli spettattori urlino insieme al cantante le parole delle canzoni (tipo karaoke), fra raggi laser e luci stroboscopiche. Nella sua educazione e nel suo ascolto esistono frammenti e passioni in molte lingue di molti continenti, sottolinea comunque spesso di prediligere il cantautorato francese e italiano del secolo scorso, anche in dialetto (milanese e non solo), anche impregnato di valori civili (le vite di chi sta ai margini, morti e sofferenze di chi lavora duro). Più di tutti suggerisce di riascoltare il musicista, compositore e autore Sergio Endrigo.

Che bello! Di Gianni Mura potete leggere volentieri ogni scritto, quelli che muoiono quotidianamente sulla carta stampata, quelli che vivono in volumi di genere vario: articolo, racconto, romanzo, reportage, conversazione, intervista, recensione o cronaca di costume che sia. Scrittura eccelsa, arguzia stilistica, divulgazione colta, forma e sostanza. Qui inaugura un’interessante collana di “Note d’autore” trattando argomenti musicali con garbo e competenza. Confessa subito che lui stona da sempre e regolarmente. Poi finisce per citare in una decina di più o meno brevi capitoli circa 170 musicisti che gli (ci) hanno regalato “emozioni con le loro canzoni, una solo oppure tante”, perlopiù italiani, tanti francesi. Non è un elenco organico, né vuole essere la storia di un periodo, trovate pochi gruppi e poco pop, è ovvio. Alcune canzoni sono citate lungamente e contestualizzate. Sono impressioni di un appassionato serio che narra mirabilmente delle proprie passioni musicali, di aneddoti e incontri connessi, ogni capitolo con un suo motivo ricorrente, un ritornello orecchiabile: Bearzot patito di be-bop, Brera che descrive Pelè con Leopardi, il valore (non immemorabile) degli inni delle squadre di calcio, la musica che accompagna vari altri sport, Ėdith Piaf, le pietre sonore di Pinuccio Sciola, la fisarmonica come esperanto degli strumenti e anguria della musica, il rispetto e l’altruismo del duo Enzo Jannacci – Beppe Viola nel triangolo di piazza Adigrat – via Sismondi – via Lomellina, i tanti assurdi tagli alle canzoni da parte della censura pubblica e privata, l’abuso di parole imprecise nelle descrizioni della musica e il complesso intreccio fra poesie e canzoni. Un libro da cui si capisce finalmente bene cos’è il ritmo in letteratura.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Le lunghine di Fabio Lotti – Detective Lady (VII)

Taglio netto di Leigh Russell, Mondadori 2013.
Cittadina di Woolsmarsch piena di contrasti: ad est prostituzione e droga, ad ovest benessere e ricchezza. Un serial killer problematico (altrimenti non sarebbe un serial killer) che uccide, strangolandole, ragazze bionde, la polizia a dargli la caccia attraverso soprattutto l’ispettore Geraldine Steel (il collega che fa coppia con lei, il sergente Peter, rimane ai margini), un giornalista ambizioso in cerca di notorietà e promozioni, una folla impaurita e inferocita, Questi gli ingredienti principali.
Vediamo un po’ di aggiungere qualche altro elemento partendo da Geraldine. Lasciata da Mark dopo sei anni perché troppo presa dal lavoro alla squadra omicidi del South East, genitori separati, sorella e nipotina, una figura piuttosto isolata e chiusa in se stessa, rimugina di continuo sui delitti, non riesce a rilassarsi e a dormire, si lascia guidare troppo dall’intuizione (lavata di capo dal superiore). Inizio di una storia sentimentale con il collega sergente Carter.
Subito sospettato il fidanzato della prima ragazza uccisa, un tipo manesco e violento. Poi, finalmente, arriva un particolare importante che emerge dalla deposizione di una insegnante. Il racconto si muove lungo direzioni già ampiamente codificate: le riunioni della polizia per fare il punto della situazione, le azioni del giornalista arrampicatore, la vicenda dell’assassino di cui si ripercorre la vita e i traumi, i “momenti” delle vittime prima di essere uccise, le minacce a Geraldine, l’epilogo finale movimentato e pericoloso.
Tutti elementi necessari alla confezione di un buon thriller.

L’istinto del sangue di Jean-Christophe Grangé, Garzanti 2010.
Personaggio principale il giovane giudice istruttore di Nanterre Janne Korowa. Trentacinque anni, un metro e settanta, peso tra i cinquanta e i cinquantacinque chili, zitella, qualche amica, una serie di rapporti amorosi andati a male e dunque depressione, ricovero in ospedale e Lexomil come conforto. Storia attuale con il fotografo Thomas, praticamente un dongiovanni (glielo avevano detto) che fa girare le scatole. Tiene ad una certa eleganza anche se il conto in banca è zero, scarpe Prada e macchina Twingo. Suo ufficio al terzo piano del tribunale di primo grado in materia civile dove fa un caldo bestia, alle prese con giovani vittime del saturnismo (intossicazione di piombo) e con un importante traffico di armi.
Fino a quando arriva il “caso”, e cioè il cadavere della infermiera Marion Cantelau fatto praticamente a pezzi che le riporta alla mente lo scempio della sorellastra più grande Marie. Intorno alla scena del delitto impronte di piedi e mani nude e simboli sui muri dipinti con sangue mischiato all’ocra come quelli dei primitivi. Si aggiungono, da copione, altri morti ammazzati con lo stesso metodo simile ad un antico rituale. Le vittime sembrano collegate allo psicanalista Antoine Feraud che viene messo sotto controllo e dalle registrazioni si scopre la “particolarità” di un giovane paziente, forse autistico, che potrebbe essere l’assassino. Da qui dissertazioni sulla malattia, un excursus sulla storia dei popoli primitivi, il famoso “Totem e tabù” di Freud insieme agli assilli della nostra sulla vita, il suo innamoramento per Antoine, il dolore per la madre ricoverata in un istituto.
L’evolversi della vicenda la porta ad un lungo viaggio in Nicaragua, Guatemala e Argentina per terminare a Campo Alegre nella Foresta delle Anime. Storia di violenze politiche, di dittature, emozioni e paesaggi inquietanti, con un finale ricco di tensione, fuga, lotta, paura.
Un buon libro, da leggersi con calma, che svaria su diversi argomenti e ci riporta agli albori della nostra esistenza.

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcook e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

CSI Alaska – Primavera di ghiaccio di Dana Stabenow, Newton Compton 2011.
Continuano a imperversare i libri venuti dal freddo. In questo caso dal freddo che più freddo non si può. Più precisamente dall’Alaska (giuro). O, ancora meglio, dal villaggio di Niniltna dove un folle fa fuori nove persone con un fucile di precisione. Ma una di queste, la giovane Lisa Getty, che se la spassava con tutti gli uomini del paese, risulta essere uccisa da un’altra arma. Chi ha sfruttato questa occasione per togliere di mezzo una tal fomentatrice di invidie e gelosie?
Ad indagare Kate Shugat con il suo fedele husky (femmina) Mutt in calore con un lupo grigio in giro che le fa la corte. Vive in una capanna “nel bel mezzo di un parco nazionale di otto milioni di ettari”, sempre in continua attività, una cicatrice alla gola ricordo di un terribile momento, pelle liscia e dorata, occhi grandi e luminosi color nocciola, capelli lunghi fino alla vita, lisci e soffici come la seta, voce roca e irregolare. Ascolta Beethoven insieme ai gruppi moderni. Più avanti da un personaggio veniamo a conoscenza di altri particolari: minuta e agile, non beve alcol, è competente ed efficiente nel lavoro, dotata di un notevole senso dell’umorismo, responsabile verso gli altri che la rispettano e la temono, soprattutto per le sue gesta leggendarie.
In relazione affettiva con Jack Morgan, capo della squadra investigativa, accetta a quattrocento dollari al giorno più le spese (pure concreta) di condurre le indagini. Via allora con la motoslitta Super Jag in giro a interrogare e ascoltare e così viene a sapere che Lisa spacciava droga e uccideva gli orsi per venderne la bile. Suo amico Bobby in carrozzella reduce dalla guerra del Vietnam che cita Sam Spade e la salva dopo un tentativo fallito di venire uccisa.
Il libro si presenta non solo come la classica indagine su un terreno già arato (l’idea del morto che non c’entra nulla con gli altri non è certo nuova), ma anche, e direi soprattutto, un excursus su una società del freddo, dove si organizzano corse, scalate della montagna più alta, gruppi di cucitrici, danze del ventre, dove si dà vita ad una specie di rito religioso: il potlack, una danza per le persone uccise a cui partecipa la stessa Kate in conflitto con la nonna Ekaterina troppo attaccata alle vecchie tradizioni. Non manca una cerimonia delle donne in onore (addirittura!) dell’assassino che le corna sono pesanti per tutti.

Ma via, dai, su, gnamo, un se ne po’ più (staggese). Di che cosa? Ma di donne poliziotto (per lavoro o per caso) che spuntano fuori da tutte le parti. Ora ci si è messo anche Jeffery Deaver con La bambola che dorme, Sonzogno 2007, a crearne un’altra, a volte se ne sentisse la mancanza.
Appena ho preso in mano il Malloppone di 503 (cinquecentotre! Li mortacci…) pagine ho pregato il Signore che non fossero vere le voci che avevo sentito in giro. Cioè che questo spilungone affusolato avesse dato vita ad una nuova detective lady. Ho scorso la seconda di copertina con l’occhio trillante, tenendo ben fermo il libro che non mi si slogasse il polso, ed i vari rumors sono diventati realtà nel personaggio di Kathryn Dance. Ho scosso la testa ed ho portato la mano al portafoglio che mi ha lanciato un mesto sorriso di rassegnazione. Gli stupidi hobby (in questo caso leggere tutti i libri possibili in cui compaiono donne poliziotto) si pagano. Ed ho pagato ricevendo in cambio un sorriso, questa volta accattivante, dall’allegra cassiera. Non tutto il male ecc…
Trascinato il Malloppone a casa ho incominciato a leggerlo (con sottofondo di parolacce) tenendolo a debita distanza da alcuni Leggeri che lo guardavano con aria impaurita.
Eccone il succo che trascrivo pari pari per abulia costituzionale. “California 1999. Daniel Raymond Pell per i media è il “figlio di Manson”: affascinante e sinistramente carismatico, al pari del suo predecessore ha incantato, sedotto e plagiato i giovani adepti della sua setta. E con la complicità di uno di essi ha sterminato un’intera famiglia. Nessuno dei due però si è accorto che la notte del massacro, confusa in mezzo alle bambole, una bambina dormiva tranquilla nel suo lettino.
Otto anni dopo Pell sta scontando la condanna a vita in un carcere di massima sicurezza per l’efferata carneficina e deve essere processato di nuovo perché vari indizi lo collegano ad un altro delitto del passato rimasto irrisolto. Condotto in tribunale, è interrogato dall’agente della California Bureau of Investigation Kathryn Dance esperta in cinesica.
Kathryn è uno dei pochi poliziotti in grado di interpretare il linguaggio non verbale e di capire se testimoni e sospetti dicono la verità. E non sbaglia mai.
Questa volta, però, il suo compito è davvero arduo, perché deve confrontarsi con un osso duro, un killer dall’intelligenza quasi sovrumana, un abile manipolatore della volontà altrui. E quando, dopo un sottile gioco di parole, sguardi, gesti, Kathryn scalfisce l’assoluta compostezza di Pell e intuisce un diabolico trucco, è troppo tardi. Il “figlio di Mason” è evaso dal tribunale. Comincia la caccia”.
Kathryn Dance: prime informazioni proprio da Pell. “Cominciò con gli occhi, di un verde complementare al suo azzurro, incorniciati da un paio di occhiali dalla montatura nera e quadrata. Proseguì con i capelli biondo scuro raccolti a treccia e la giacca nera con sotto una spessa camicetta bianca per nulla trasparente”. Al collo ciondolo a forma di conchiglia, unghie corte smaltate di rosa, fede con la perla grigia, borsetta azzurra. Sempre da Pell: “Hai passato i trent’anni, agente Dance. E sei piuttosto carina, Eterosessuale, suppongo, e sono certo che ci sia un uomo nella tua vita. O c’è stato”. Vedova (marito William Swanson morto in un incidente) con due figli, Wes e Maggie, e due cani, Dylan e Patsy. Vivi (miracolo!) i due genitori. Buon rapporto con loro e anche con i figli. “Mentre suo padre scendeva le scale, Kathryn ringraziò per l’ennesima volta Dio, il destino o chiunque fosse per avere dato a lei, vedova con figli, una figura maschile affidabile”. Mente sorprendente, acuta osservatrice. Fredda e tenace. Ha già lavorato su casi di stupro, aggressione e omicidio. Prima giornalista, poi consulente per la selezione delle giurie. Ha incontrato suo marito quando era giornalista e lui un testimone dell’accusa in un processo contro Salinas. Sua salvezza la musica: “Con le melodie dell’arpa celtica di Alan Stivell, l’irrefrenabile motivo ska-cubano di Natty Bo e Benny Billy o i pezzi di Lightnin’ Hopkins che le colmavano la mente e i pensieri, Kathryn riusciva a non rivivere gli inquietanti interrogatori con violentatori, assassini e terroristi”. Insieme alla sua amica Martine Christiansen cura un sito un sito chiamato American Tunes, dal titolo di una canzone di Paul Simon degli anni settanta. Sua seconda attività “folcloristica” ricercare musica artigianale. Pistola Glock (già vista in altre detective lady) mai usata. Tiratrice così così. Sua passione scegliere le scarpe. Patisce il mal di mare.
Simpatia per Brian Gunderson, quarantenne dirigente di una banca di investimenti. Un paio di baci. Si mette di mezzo il figlio Wes. Costretta a lasciarlo. Conosce il famoso Lincoln Rhyme (sì, proprio il detective tetraplegico) ossessivamente affascinato da ogni dettaglio degli indizi. Lei, invece, colpita dagli indizi del lato umano.
Ancora simpatia (solo baci infuocati) per il collega Winston Kellog che mantiene nascosta al figlio. Scarne notizie sul cibo. Trovato birre, pinot grigio, fette di carne fredda, noccioline…
Soffre di attacchi di solitudine “un serpente che colpiva all’improvviso”. Ritrova la sua vecchia chitarra Martin 00-18, un modello di quarant’anni prima e attacca Tomorrow is a long time di Bob Dylan.
Il tutto si svolge lungo l’arco di una settimana. Il primo commento che mi è venuto è stato mah, insomma, beh, però…Solite frasette in corsivo che non se ne può più. Prova scialba per un maestro come Jeffery.
Una ciambella senza buco.

Il quaderno dei conti di casa (Le brevi di Valerio 188)

Altreconomia
Il quaderno dei conti di casa. Lo zen e l’arte del risparmio ecologico e solidale
Altreconomia, 2017
Scienza

Italia. Di giorno in giorno. I “conti” hanno almeno duplice significato: sono entrate e uscite in quantità di ciascun nucleo (anche collettivo pubblico, o individuale), indicano qualità e priorità pratiche ed etiche delle merci usate. Ispirandosi al kakebo giapponesi, sottolineando consumi equi e solidali, la cooperativa che da quasi venti anni edita il mensile Altreconomia ha realizzato un utilissimo volume per tenere in ordine il bilancio (consapevolezza, puntualità, squilibri) e creare le condizioni per rendere più sagge e sostenibili alcune abitudini (autodisciplina, stile di vita, indipendenza dalla pubblicità, opzioni ecologiche, meditazione). Dal 2018 in avanti ogni anno è buono; ciascuna doppia pagina indica mese e settimana (spese, scadenze, eventi, consigli); ogni tanto alcune schede compilate da esperti dell’associazionismo intervallano la sequenza (risparmio, denaro, vestiti, igiene e pulizia, cibo, viaggi, cultura, tecnologia, mobilità, salute, energia, ambiente).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Una famiglia pericolosa

Una famiglia pericolosa
di Caroline Moorehead
Newton Compton, 2017

La verità andrebbe sempre raccontata senza mai stancarsi, perché gli anni annebbiano la memoria storica e gli italiani di oggi dovrebbero essere figli, nipoti e pronipoti di coloro che si batterono per la libertà. Ma erano pochi e troppo spesso le loro voci furono messe a tacere per oltre un ventennio. L’illusione, che per altro continua a serpeggiare velenosamente nelle menti di troppi, che il fascismo fosse il male minore, che fece anche cose “positive” (dimenticando troppo spesso tutte quelle negative: l’Africa e peggio), deve scontrarsi con quello che sicuramente portò: lo sfascio di una generazione e la distruzione morale e materiale di una nazione. Ma si sa: l’Italia e gli italiani hanno sempre sofferto del loro profondo male identitario. E allora la perenne insicurezza, l’ignoranza dovuta all’analfabetismo ancora molto diffuso nella penisola e l’incertezza di ideali comuni furono duramente messi alla prova dall’orrore della I Guerra Mondiale. Con il senno di poi, si può affermare che l’Italia avrebbe dovuto e potuto non farsi coinvolgere, né in quella guerra né nella successiva, ma la massa degli italiani di oggi invece, perennemente contraddistinta da faide politiche intestine, continua belligeranza e nuovi stravaganti sogni di potere assoluto, discende soprattutto da coloro che accettarono, magari per forza ma supini e incolori, Mussolini e il fascismo.
E dunque, visto che si è quasi perso l’anima di una generazione, buona parte dei superstiti sono pallidi ectoplasmi di quei loro predecessori che seppero dimostrare tanto patriottismo, sopportazione e coraggio. Scrivo questo perché il libro sull’odissea della famiglia Rosselli mi ha commosso e mi ha fatto toccare con mano e con il cuore cosa debba essere stato vivere e combattere la loro sanguinosa battaglia. La famiglia Rosselli faceva parte dell’aristocrazia intellettuale fiorentina che tanto dette alla nazione agli inizi del Novecento. I Rosselli erano una famiglia di commercianti e banchieri livornesi molto legati all’Inghilterra. Di fede mazziniana, credevano nel Risorgimento e per il Risorgimento si adoperarono sempre strenuamente. Attorno al 1890 Giuseppe “Joe” Rosselli sposò Amelia Pincherle, di origine veneziana, ed ebbero tre figli, Aldo, Carlo e Nello. Vivevano a Roma, erano entrambi ebrei non praticanti ma soprattutto si sentivano degli italiani. Dissapori nati tra i coniugi, dovuti soprattutto alla mania del gioco di Joe, li portarono alla separazione nel 1903, ma i rapporti tra loro restarono sempre improntati alla civiltà. Amelia Pincherle Rosselli, che è una figura chiave della storia, si trasferì a Firenze e provvide personalmente a una spartana educazione di Aldo, Carlo e Nello. Joe morì nel 1911 a quarantaquattro anni, lasciandola vedova. Ma Amelia era una donna straordinaria: di grande moralità e decisa a fare dei suoi figli dei cittadini responsabili. Fiera ed elegante, frequentava i più colti circoli fiorentini. La prima guerra mondiale le portò via Aldo, il maggiore dei ragazzi, morto in Carnia nella battaglia del Pal Piccolo. Sin dall’avvento di Mussolini e la sua cricca, Amelia, una matriarca a capo della famiglia, e i suoi due figli Carlo e Nello, si opposero al regime, prendendo posizione anche pubblicamente. Grazie ai dividendi di una miniera sul monte Amiata, avevano soldi sufficienti per finanziare le loro attività antifasciste: fondare e mandare avanti giornali liberali, fornire aiuto economico ai perseguitati dal sistema e tentare di far conoscere all’estero il pericolo della dittatura mussoliniana, che Carlo Rosselli definiva la peste nera. Quando si instaurò il nuovo Stato di Polizia, i Rosselli trasformarono il loro dissenso in una resistenza politica più attiva che li costrinse a vivere ripetutamente il confino. Erano convinti socialisti e il loro progetto era alternativo al comunismo: Carlo ci lavorò durante la prigionia sul’isola di Lipari e più tardi, quando riuscì a fuggire rocambolescamente e riparare in Francia, scrivendo, durante l’esilio parigino, il manifesto “Socialismo Liberale”, che in seguito ispirò il Partito D’Azione e il movimento Giustizia e Libertà. Dopo la fuga di Carlo, Nello fu arrestato di nuovo, poi rilasciato per i buoni uffici di uno storico amico che si barcamenava con il regime, ma costretto a Firenze a una vita isolata di ricercatore. Ma a metà degli Anni ’30 il capo della polizia di Mussolini, Bocchini, aveva un vasto apparato di spie e informatori a Parigi, che era il centro degli antifascisti esiliati. Dopo la guerra civile in Spagna, alla quale prese parte durante la fase iniziale, Carlo rientrò in Francia dopo essere stato ferito. Ma con il suo eccezionale carisma, che lo aveva fatto diventare un militante simbolo dell’antifascismo, diventava sempre più influente. E tanto pericoloso da doverlo eliminare. Infatti il 9 giugno nel 1937 i due fratelli – Nello aveva raggiunto il maggiore per una breve visita – furono brutalmente assassinati in Normandia, su ordine di Galeazzo Ciano. I loro funerali furono seguiti da oltre 200.000 persone. I fascisti tentarono di attribuire la loro morte a un tradimento di alcuni componenti del movimento Giustizia e Libertà, ma dopo pochi giorni la verità rimbalzò sulla stampa internazionale. Ma i tempi si facevano sempre più invivibili per gli ebrei in Italia e, dopo un soggiorno in Svizzera, Amelia raggiunse New York con le nuore e i bambini, grazie all’intervento di Eleanor Roosevelt, la moglie del presidente degli Stati Uniti.

Una famiglia pericolosa o la storia della famiglia Rosselli è l’indimenticabile affresco di un’Italia piegata sotto il giogo del fascismo e un vivido ritratto della strenua volontà di resistenza di alcuni che la dittatura non riuscì a soffocare. Un racconto disincantato sul colpevole silenzio di molti e sull’eroismo di coloro che persero la vita combattendo il regime. L’autrice ha dichiarato a ragione: il coraggio si impara dai Rosselli.

Caroline Moorehead: nata a Londra, è giornalista, autrice e attivista per i diritti umani. Ha firmato numerose opere, tra cui la biografia di Bertrand Russell e una storia della Croce Rossa, e ha collaborato con le più famose testate internazionali, tra cui «The Independent», lo «Spectator», il «Times» e la BBC. La Newton Compton ha pubblicato Un treno per Auschwitz, La piccola città dei sopravvissuti e Una famiglia pericolosa.

Non è mai troppo tardi (Le brevi di Valerio 187)

Alberto Manzi
Non è mai troppo tardi. Testamento di un maestro
EDB, 2017
Pedagogia

Rai. 1960-1968. Alberto Manzi (1924-1997) condusse il programma della televisione pubblica “Non è mai troppo tardi”, ideato in collaborazione con il Ministero della Pubblica istruzione per contrastare l’analfabetismo. La trasmissione ebbe tale successo che riuscì a far prendere la licenza elementare a quasi un milione e mezzo di italiani e venne riprodotta all’estero in ben 72 paesi. In precedenza Manzi aveva innanzitutto insegnato in carcere a Roma, poi intrapreso una promettente carriera universitaria, interrotta per fare il maestro a scuola, compiere ricerche internazionali (soprattutto in America Latina), preparare testi per ragazzi. Qualche mese prima di morire, il 13 giugno 1997 realizzò una videointervista con Roberto Farné (oggi ordinario di Didattica a Bologna), che negli ultimi quindici anni molto ha scritto sul ruolo educativo della televisione e su Manzi. Dopo un’esplicativa introduzione, il volume raccoglie la trascrizione dell’intervista al bravissimo educatore.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

L’abisso (Le varie di Valerio 76)

Flore Murard-Yovanovitch
L’abisso. Piccolo mosaico del disumano
Stampa alternativa , 2017
Traduzione di Luca Briasco
Reportage

Mediterraneo. Ai giorni nostri. “In una pulsione senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale, l’Europa sceglie la violenza come politica e decide di spostare la sua Frontiera più a sud, in Africa, trasformandosi in un dispositivo per bloccare e per deportare chi tenta di arrivare – l’Europa si fa muraglia di eserciti e di poliziotti, di campi, di leggi e persecuzioni”. Da circa dieci anni la giornalista Flore Murard-Yovanovitch, di origine serbe, nata e cresciuta in Francia, globetrotter militante, spesso con base a Roma, raccoglie cronache, commenti, pensieri, recensioni nel blog Floremy, molto imperniato sulla (cattiva) politica europea nei confronti delle immigrazioni. Non solo comunque: si tratta di scritture intuitive di quello che c’è nell’aria e delle trasformazioni psicosociali in corso, pulsanti verso una società diversa, libera e davvero umana fondata su rapporti umani nonviolenti, sulle realizzazioni reciproche degli individui, della loro identità, in creatività e fantasia. Esce ora con la terza parte di quello che ha chiamato “piccolo mosaico del disumano”. Dopo Derive (2014) e La negazione del Soggetto Migrante (2015), L’abisso (ottobre 2017) contiene quasi una trentina di testimonianze e resoconti su episodi di flusso migratorio del biennio 2015-2016: la percezione “delirante” (concetto ripreso dallo psichiatra Fagioli) che impera sugli organi d’informazione e sui social, capace di delirare sugli esodi, distorcendo dati e realtà; il nuovo “fascismo” della frontiera, ovvero muri razziali, caccia ai profughi, campi di concentramento nuovi lager lungo i transiti o all’arrivo, rimpatri forzati e mortiferi; la vera e propria “guerra” ai migranti, ovvero pattugliamenti militari respingenti, fuoco armato contro i soccorritori, naufragi indotti o accettati, psicopatologia dei poteri statali e comunitari.

Flore Murard-Yovanovitch (Parigi, 1972) è una storica di formazione, divenuta ben presto operatrice dell’Onu e di varie Organizzazioni non governative, giornalista freelance, coinvolta nelle esperienze di psichiatria dell’analisi collettiva di Massimo Fagioli (1931-2017), testimone diretta e sul campo di storie e volti di esodati. I testi erano in parte usciti anche su quotidiani cartacei e online, agenzie varie. Nel volume la scrittrice assembla i pezzi non per tema, ma per amaro argomento e aggiunge un lavoro di editing, oltre a un ricco apparato di circa cento note (con citazioni bibliografiche e riferimenti giuridici). Entusiasta l’impegnata postfazione di Alessandro Dal Lago, che parte dal “costo umano” dei morti di frontiera (“Trentamila annegati in vent’anni. Quaranta o forse cinquantamila morti, se contiamo le vittime, per fame, sete, torture o guerra, nelle savane, nei deserti e nelle desolazioni che separano l’Africa… dalle coste mediterranee”) e integra il libro con le novità del 2017: “quello che è successo in Italia tra il febbraio e l’estate del 2017 non ha precedenti. Una campagna, probabilmente appoggiata o ispirata dai servizi segreti, alimentata dai media scandalistici e legittimata da alcuni magistrati inquirenti loquaci o specializzati in esternazioni alla stampa, ha preso di mira le navi delle Ong che operano tra Sicilia e Libia, salvando migliaia di migranti”. Ė purtroppo un dato che l’Europa di fatto non ha mai riconosciuto il diritto di restare (con la schiavitù antica e moderna, il colonialismo, lo sfruttamento, le emissioni di gas serra) e ha paura della libertà di migrare (altrui e universale), unita da una psicosi nazionalistica ed etnocentrica. Abbiamo bisogno di conoscenza ed empatia per resistere alle abissali disuguaglianze!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Stephen Jay Gould (Le brevi di Valerio 186)

Alessandro Ottaviani
Stephen Jay Gould
Ediesse, 2012
Scienza

New York, 10 settembre 1941 – 20 maggio 2002. Consiglio di approfondire la conoscenza di Gould, uno dei grandi scienziati del Novecento, straordinario divulgatore scientifico. Famiglia laica (ebrea non osservante), padre stenografo marxista e madre artista di origini ungheresi, “graduato” nel 55, diplomato nel 58, buon corista e fanatico del baseball, laureato nel 63 in geologia, mogli e figli. Paleontologo per vocazione e professione, dal 71 teorizzò con Eldredge gli “equilibri punteggiati” (in alternativa al “gradualismo filetico”) per connettere evoluzione della biosfera, selezione naturale, speciazioni. Dal 73 ottenne la cattedra ad Harvard, formatore di tanti nuovi zoologi, biologi, scienziati, protagonista del dibattito culturale internazionale anche attraverso meravigliosi libri (alcuni tradotti in italiano). Il giovane filosofo della scienza Ottaviani ha scritto una chiara e utile biografia intellettuale con finestre di approfondimento, ottimo glossario, curata bibliografia.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Onde confidenziali (Le gialle di Valerio 142)

Marc Fernandez
Onde confidenziali
Sellerio, 2017
Traduzione di Francesco Bruno
Noir Hard-Boiled

Madrid. Qualche anno fa. Una donna fuma e ascolta in auto “Clandestino” di Manu Chao, finché non passa Paco Gómez, 36enne consigliere comunale dei franchisti dell’AMP (Alleanza per la maggioranza popolare), candidato a fare il ministro dell’Economia nel prossimo governo dei neo vincitori di destra alle elezioni politiche spagnole (quelle dopo la legislatura in cui fu approvato il matrimonio per coppie omosessuali). Gli spara alla nuca con una P38 nuova fiammante, un inizio di vendetta. Dopo aver votato, il sofferente giornalista slow Diego Martín (1970) è rientrato a casa nell’appartamento di Malasaña, vive solo (depresso, senza amore e senza sesso) da quando il capo del cartello di Juárez ha fatto uccidere l’amatissima moglie Carolina cinque anni prima, e ascolta davanti alla tv le pessime notizie sui risultati elettorali. Passano sei mesi. Diego è un democratico di sinistra, ma non gli hanno cancellato il programma settimanale di ogni venerdì, la seguita trasmissione “Onde confidenziali” dell’emittente pubblica Radio Uno, due ore dalla mezzanotte in avanti, in cui si occupa soprattutto di mala giustizia e ospita dettagliate cronache di un anonimo magistrato. Una sera decide di riparlare dell’insoluto assassinio di Gómez, ha chiesto alla sua bionda amica transessuale Ana Durán, già escort di gran classe, ora ottima detective privata, di dargli qualche spunto nuovo, inoltre vuole intervistare la madre della vittima. Quel pomeriggio la vendicatrice ferma l’auto del 90enne ricchissimo notaio Don Pedro de la Vega (legato alla destra della destra) e, quando lui abbassa il finestrino, gli spara in fronte e cancella il secondo nome dall’elenco di cinque che ha appuntato su un foglio. Diego scopre che Ana aveva avuto l’incarico di indagare sul notaio da parte della bella alta mora Isabel Ferrer, penalista francese da poco trasferitasi a Madrid per fondare l’Associazione nazionale dei bambini rapiti (Anbr).

Dopo vari libri inchiesta a quattro mani (con Jean-Christophe Rampal, anche su Ciudad Juárez), il giornalista francese Marc Fernandez (1973) esordisce nel “polar” (originale del 2015) con un interessante ritmato romanzo, Mala vida (titolo preso da un’altra canzone di Manu Chao). La narrazione è in terza varia al presente, concentrata in parallelo sui due protagonisti, Diego e Isabel, destinati ad attrarsi, almeno un poco, mentre la discutibile vendetta procede. Lo spunto è un fatto di cronaca nera: nel gennaio 2011 l’Associazione nazionale delle vittime delle adozioni irregolari (Anadir, «ricongiungere» in spagnolo) presentò una denuncia per la scomparsa di 261 bambini durante il periodo del franchismo; la dittatura era durata dal 1939 al 1975, il numero delle possibili vittime ben presto si moltiplicò, la vicenda creò enorme scalpore nelle regioni spagnole più coinvolte, emerse che i crimini erano continuati anche dopo Franco. La stessa Isabel ha la nonna 89enne Emilia nel XVIII° arrondissement di Parigi, cui fu sottratto a Madrid (in un ospedale gestito dalla Chiesa) il neonato in fasce quando aveva 21 anni e militava nel Partito comunista, e che accetta l’invito della nipote di farsi intervistare da Diego. C’era una vera e propria organizzazione criminale legata al regime franchista e creata al solo scopo di privare dei figli alcune famiglie di oppositori. Per il resto, i riferimenti politici sono liberamente tratti dalla vicenda spagnola. I cenni all’Italia riguardano una sorta di “berlusconizzazione” del paesaggio mediatico nazionale da una parte, il rischio per individui che ficcano il naso dove non dovrebbero di ritrovarsi a “vivere come Saviano”, sotto protezione permanente, dall’altra. Calimoxo è il miscuglio obbrobrioso di Coca e vino; meglio il rum del Venezuela e un bicchiere di Rioja. Diego ama anche Pink Floyd e Noir Desir, Isabel Mozart.

(Recensione di Valerio Calzolaio)