La favolosa storia delle verdure (Le varie di Valerio 43)

Évelyne Bloch-Dano
La favolosa storia delle verdure
Add, 2017 (orig. fr. 2008)
Traduzione di Sara Prencipe
Gastronomia

Suoli coltivati. Da migliaia di anni. Évelyne Bloch-Dano (Neuilly-sur-Seine, 1948) ha a lungo insegnato lettere moderne (fino al 2000) e si è sempre dedicata anche a scrivere biografie, soprattutto di donne a vario titolo famose (la madre di Proust, la moglie di Zola, la Eugénie Grandet di Balzac, Colette, Flora Tristan, George Sand, Romy Schneider). Mantiene vocazione e metodo del genere letterario preferito, dedicando una vitale delicata biografia ad alcune famiglie alimentari vegetali, i cui individui sono piante intere o parti di piante, come fiori foglie frutti radici semi steli. Si tratta delle varie specie di verdure per capirci, erbe e ortaggi; perlopiù un tempo cresciute spontanee, raccolte (gli umani errando per il pianeta) e mangiate; poi coltivate (prima qui, poi là; a periodi più, ciclicamente meno) da popoli di umani agricoltori e agricultori, che selezionavano specie in relazione all’ecosistema in cui volevano piantarle (magari dopo lunghe intenzionali migrazioni e continue sperimentazioni). Della famiglia delle Asteracee vengono presi in esame il cardo (uno stelo), il carciofo (un fiore), il topinambur (una radice); delle Brassicacee il cavolo (foglia); delle Apiacee pastinaca (radice) e carota (radice); delle Fabacee pisello (seme) e fagiolo (seme); delle Solanacee pomodoro (frutto) e peperoncino (frutto); delle Cucurbitacee la zucca (frutto). Le riflessioni provengono dalla cultura francese, ma sia per le definizioni (nelle varie lingue) che per l’etimologia (e lo stesso genere dei termini), sia per l’origine geografica che per la “traduzione” culinaria, come pure per i nessi con letteratura, pittura, simboli e metafore si tiene conto più dell’alimento umano che della nazione alimentata. La storia del gusto nasce in momenti diversi nei vari paesi (in Francia nel XIV secolo), va spesso in parallelo con l’economia domestica, le buone maniere e, infine, con la gastronomia (in Francia a metà del XVII secolo).

Bloch-Dano ha collaborato fin dal primo momento con l’Université populaire du goût d’Argentan, creata da Michel Onfray in Bassa Normandia nel 2006 con il proposito di aiutare chi è stato schiacciato dalla brutalità liberista a ritrovare dignità attraverso un reinserimento sociale: l’orto come trampolino e pretesto per l’autostima personale nel lavoro e la riflessione collettiva sull’alimentazione. Per anni, mentre si cucinavano i prodotti, ha raccontato l’avventurosa vita naturale e sociale di quel che veniva preparato, animando i seminari storici sui gusti. Parlava del valore calorico o commerciale tanto quanto della carica simbolica o sessuale, di genetica e fiabe, di arte e geografia, di climi e giardini, di migrazioni forzate e poesia universale, di colori odori suoni sapori affetti diversi nel tempo e nello spazio, grande storia e piccole storie. Onfray ha scritto la prefazione del volume, accennando alla “gastrosofia” di Charles Marie François Fourier (1772-1837): fare del cibo una propedeutica a un altro mondo, nel quale il piacere non è un errore, un peccato, ma il cemento di una comunità nuova, una micro-repubblica gastrofisica. Il volume risente delle lezioni sul campo, non vuole essere un trattato scientifico ma un preciso ritratto letterario. Così ogni capitolo è preceduto da una nota su un dipinto noto (purtroppo non riprodotto) di grandi artisti come Arcimboldo, Chardin, La Tour, Wahrol, Carracci e tanti altri; ogni tanto s’intervallano ricette (anche un paio dell’autrice) e citazioni letterarie, proverbi e canzoni; né manca una ricca bibliografia finale. Prima della vicenda delle singole verdure Bloch-Dano fa garbata ironica autobiografia sui propri trionfanti esordi di gastronoma e colti efficaci ragionamenti sul nutrirsi e sul mangiare, sulle differenze sociali nell’alimentazione, sul ruolo dell’urbanizzazione e della chimica, sulla specificità dei vegetali rispetto all’uso eccessivo di glucidi e lipidi. La radice indoeuropea di “gustare” significa “scegliere”, questo bel libro aiuta a scegliere con gusto e competenza!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Magic

Magic
di V. E. Schwab
Newton Compton, 2017

Primo e stuzzicante capitolo di un’interessante trilogia fantasy che sarà presto un film, Magic (o “A darker shade of magic” secondo il titolo originale), è un romanzo coinvolgente. Un’esaltante avventura che si svolge su quattro mondi paralleli che non possono comunicare tra loro, a meno di non essere uno dei pochissimi eletti, e tutti con la stessa capitale: Londra. Tante versioni di una Londra misteriosa: la Rossa, la Bianca, la Grigia e la Nera, nelle quali accadono fatti e cose, in epoche differenti ma concomitanti, che ti proiettano nelle trame di una storia travolgente, densa di imprevedibili conseguenze e straordinarie sorprese. Ma attenzione: sia che si parli della Londra grigia in cui sfuma nella quasi completa assenza, della Londra bianca dove è sintomo di potenza e dolore, passando per la Londra rossa in cui viene trattata con rispetto e giustizia, fino alla profondità dell’orrore in cui è chiusa la Nera, la “Magia” è la principale protagonista della storia e si presenta al lettore attraverso la voce di un eroe, senza mantello ma con un cappotto molto speciale. Lui è Kell, uno degli ultimi maghi della specie degli Antari che, con i poteri che gli derivano dal sangue, è in grado di viaggiare tra gli universi paralleli della stessa città. Kell è cresciuto ad Arnes, lo sconfinato continente della Londra Rossa solcato dal vermiglio Tamigi, e si muove come ambasciatore della famiglia reale dell’Impero di cui è diventato un membro. Gli occhi di Kell, quello nero senza fondo e quello di un blu accecante, saranno il punto di riferimento di una storia che scorre tra mondi simili solo nel nome e sottoposti a forze sconosciute. Kell, messaggero ufficiale delle lettere che si scambiano i Sovrani delle varie città, approfitta dei suoi viaggi per coltivare l’hobby del collezionista, contrabbandando piccoli oggetti rari e fingendo di ignorare che può diventare un gioco pericoloso. E, visto che non riesce a rinunciare alle sue avventure, finirà per trovarsi coinvolto per uno scherzo del destino in un minaccioso complotto di potere che dovrà sventare a ogni costo se vorrà salvare se stesso e Londra Rossa. Un protagonista interessante Kell, un personaggio simpatico e profondamente umano con le sue imperfezioni. La magia gli fluisce nelle vene, ma la solitudine gli pesa, è stato raccolto e adottato a quattro anni dalla famiglia reale, e l’essere superiore ma diverso dagli altri lo spinge a battersi per cercare il suo vero posto nel mondo. Secondo e importante personaggio, che talvolta riesce a rubargli la scena, è Lila Bard, l’abilissima ladra che forse nasconde un segreto. Una specie di Lara Croft in salsa Harry Potter, Lila Bard non si lascia intimidire, ama il pericolo, l’ignoto, l’avventura e sogna di diventare un pirata. Per farsi largo è disposta a lottare fino in fondo. Una ragazza strana che vanta un’astuta mente calcolatrice e un’eccezionale furbizia, che salta all’improvviso dentro la storia e, senza concedersi un attimo di respiro, si attacca a Kell.
Dettagli curatissimi, intreccio avventuroso indovinato che permette di assistere al rapido scorrere degli avvenimenti. Ci sarebbe tanto altro da dire su questo romanzo, a partire dalla magia che domina. Magia vera, viva, animata! Non sempre però si tratta di magia positiva e quella più oscura intralcerà il cammino dei protagonisti. Kell dovrà lottare per impedirle di prendere il sopravvento e si troverà a fianco Lila, che all’inizio gli sembrava la più improbabile delle alleate. Lila invece lo aiuterà a vincere la nera minaccia del male ma anche a riconoscersi, a capire di essere amato e più fortunato degli altri.
Per tirare le somme: un fantasy appassionante (tenete presente che finora solo le avventure di Harry Potter avevano veramente toccato le mie corde), inaspettato, affascinante e che si distingue dalla massa. Il mondo inventato dalla Schwab mi piace e, secondo me, è senz’altro un libro da leggere. Ah, e a breve dovrebbe arrivare il seguito.

Le lunghine di Fabio Lotti – Detective lady (V)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…
Tra le tante delusioni qualche volta capita di fare una scoperta interessante come questo Cruciverba criminale, di Parnell Hall Mondadori 2007.
“Una nuova inchiesta per Cora Felton, la Signora degli Enigmi: indagare per conto dell’amica Becky Baldwin, avvocato penalista, sull’efferato omicidio di una giovane donna, avvenuto vent’anni prima. L’uomo che sta scontando l’ergastolo per quel delitto si dichiara infatti innocente e accusa un ex collega, che però è morto in uno strano incidente d’auto. È solo l’inizio. Una dopo l’altra, per un micidiale effetto domino, le persone implicate nel caso sembrano condannate a morte certa. E l’ultima tessera del domino potrebbe essere proprio Cora”. Eh sì, tutto è poco chiaro in quel processo avvenuto venti anni prima: dall’avvocato difensore, al poliziotto testimone, al medico legale, al giudice.
Cora Felton: vive con la nipote Sherry Carter che vuole evitare le violenze del marito. Da lei si sa subito che la zia non ama ricordare i suoi compleanni e gli anniversari di matrimonio. Nella rubrica di cruciverba tenuta da Sherry c’è la fotografia di Cora che appare come “dolce nonnina dai capelli bianchi e dall’aspetto soave”. Ha passato dei momenti difficili negli ultimi tempi. Doveva sposarsi ma il progetto è fallito. Temperamento vivace, anzi più che vivace “Cora piombò nel soggiorno con lo sguardo acceso e i capelli arruffati raccolti a coda, stringendo la sua bocca a sacco” e poi “i suoi occhi color fiordaliso erano dilatati. Le guance erano rosse”. Le piace bere e fumare senza perdere il ben dell’intelletto “Sherry, potrei bere una pinta di rum e recitarti ugualmente dall’inizio alla fine il celebre discorso di Lincoln a Gettysburg”. Non si spaventa di niente. All’occasione si appende al collo l’inseparabile borsa a sacco e si cala dal tetto. Sì, avete capito bene, si cala dal tetto per entrare in un ufficio. E non ha remora nello spaccare vetri con il calcio della pistola. Non apprezza critiche sul suo aspetto fisico, una delle ragioni per cui si è divisa dal marito. Sherry ne subisce le conseguenze “Cora reagì esprimendo una serie di giudizi poco complimentosi sulla stirpe di Sherry e sul suo grado di intelligenza, e mandandola infine, non a farsi benedire, ma a farsi fare qualche altra cosa che poteva costituire, volendolo, un piacevole interludio”. Resistente. Anzi resistentissima. Praticamente non chiude occhio da due giorni.
Scorrazza a suo piacimento in internet e le piace chattare. Interessata a situazioni forti, che provocano emozioni “Voglio qualcosa di appassionante, dai risvolti succosi. Sesso, scandali, morti ammazzati. Chiedo troppo?” dice a Becky. Vista dal giudice Trillino “L’imputata, una signora piccolina, vestita di tweed, gli ricordava Miss Marple, e gli sembrava incapace, non solo di commettere il crimine di cui era accusata, ma anche solo di infrangere i limiti di velocità”. Non propriamente un occhio di lince. Infatti poco più avanti la nonnetta timida e indifesa si mostra per quello che è: “Cora avanzò sicura verso il centro dell’aula, alla maniera di Perry Mason. Non c’era una giuria a cui rivolgersi, ma fece in modo di concentrare l’attenzione di tutti su di sé, badando al tempo stesso che le telecamere la inquadrassero perfettamente”.
Personaggio interessante questa Cora Felton, una Miss Marple più dinamica e impulsiva che non sta a guardare tanto per il sottile, e una scoperta interessante questa Parnell Hall. Scrittura piacevole, gusto per il sorriso e l’ironia, una ventata di gaia leggerezza che non guasta.

Il sangue dell’altra di Tess Gerritsen, Longanesi 2007. 
“Mara Isles, medico legale di Boston, lavora a contatto con la morte e vede cadaveri tutti i giorni, gran parte dei quali vittime di sanguinosi delitti. Mai prima però d’ora aveva sentito il sangue gelarsi nelle vene, mai prima d’ora l’espressione “sosia” le era parsa tanto inquietante e reale, perché mai prima d’ora sul tavolo autoptico aveva visto il suo stesso corpo senza vita…
Eppure non è possibile negare la sconcertante realtà che lei e i suoi colleghi, tra cui la detective Jane Rizzoli, hanno davanti agli occhi: la donna uccisa con un colpo di pistola davanti alla casa di Maura è la sua copia perfetta, fin nei minimi dettagli. Ancor più incredibile è il fatto che entrambe abbiano lo stesso gruppo sanguigno e la stessa data di nascita. Per Maura, sconvolta, ci può essere soltanto una spiegazione, e quando il test del DNA conferma che la misteriosa sosia è effettivamente una sorella gemella di cui ignorava l’esistenza, un’indagine già difficile su un caso di omicidio si trasforma in un viaggio drammatico e rischioso in un passato pieno di oscuri segreti. Bisogna infatti partire dall’infanzia di Maura, dalla sua adozione avvenuta quarant’anni prima, per scoprire l’intricata verità delle sue radici”.
Parallelamente la storia di Mattie Purvis e Bart Dwayne. Lei aspetta un bambino ma il rapporto tra i due non sembra più quello felice di prima. Tra l’altro Mattie, dopo essere stata stordita nel garage della sua casa, si ritrova rinchiusa in una specie di bara. E non è tutto perché all’inizio, sì proprio all’inizio, c’è Alice Rose di quattordici anni che viene anch’essa colpita con un sasso da Eliijah Lank e messa pure lei dentro una bara. E aggiungo uccisioni di donne incinte tanto per completare il quadro.
Vediamo questa detective Jane Rizzoli. Primo spunto a pagina 24: “Mara riconobbe Jane Rizzoli, detective della Omicidi. Ormai all’ottavo mese di gravidanza, la minuta Rizzoli sembrava una pera matura nel suo tailleur pantalone”. Tenace “pur in stato avanzato di gravidanza, Rizzoli non era tipo da chiedere aiuto”. Suo marito Gabriel è partito per il Montana con una squadra dell’FBI per una indagine. Lui tutto preciso, un po’ maniaco dell’ordine da ex marine, lei più disordinata. Guardandosi allo specchio non le piacciono le sue nuove sembianze. Soprattutto il viso troppo tondo e roseo. Dov’è la poliziotta capace di abbattere una porta con un calcio e di far fuori un delinquente? Riflette sul matrimonio “due carriere, due persone ossessionate dal lavoro. Gabriel in giro, lei sola”. Ma questo lo sapeva fin dal principio. Qualche ricordo. Unica donna tra cadetti muscolosi. Tutti aspettavano che non reggesse di fronte ad un’autopsia. E invece era stata la più forte. Più avanti al capitolo dodicesimo altre informazioni: cresciuta nella cittadina di Revere con due fratelli a poca distanza dal centro di Boston, un sobborgo di operai. La sua famiglia ha avuto alti e bassi dal punto di vista economico. Quando ha dieci anni il padre perde il lavoro. Anche ora che riceve uno stipendio fisso non riesce a togliersi del tutto le insicurezze dell’infanzia. Riesce a compenetrarsi con gli altri. Capisce i problemi di Mara “l’ansia di conoscere le proprie origini, di sapere che non sei soltanto un ramoscello spezzato, ma il ramo di un albero ben radicato”. Ottima guidatrice “Jane Rizzoli guidava da bostoniana qual era, con la mano pronta sul clacson, destreggiandosi abilmente con la sua Subaru tra le macchine parcheggiate in doppia fila mentre si dirigevano verso lo svincolo dell’autostrada”. Anche impaziente e aggressiva nonostante la gravidanza. Ricorda l’episodio di Warren Hoyt che assaliva le donne nel proprio letto per tagliarle. Lei era stata il suo bersaglio finale ma l’aveva colpito e reso tetraplegico. Rimaste cicatrici da bisturi sui palmi delle mani. Anche lei ha le sue paure. Non abiterebbe mai in una casa isolata in mezzo ai boschi. Ricorda di un campeggio alle superiori “Non ho chiuso occhio”. A un certo momento la luce “Così le trova, pensò Jane. Nei parcheggi degli ambulatori. Donne incinte che vanno dal medico. Tagli velocemente la gomma e poi è solo questione di attendere. Segui la tua preda quando esce dal parcheggio e, quando si ferma, tu sei pronto, alle sue spalle”. Momento di abbattimento “Dovrei essere a casa davanti al televisore, pensò, con i piedi gonfi sollevati. Questa non è vita per una madre. Non è vita per nessuno”. Per lei la verità “è raramente quella che le persone vogliono sentire”.
Finalmente una detective lady non separata o divorziata! Aspetta un bambino e, bene o male, si arrangia con suo marito. Detto questo le solite frasette in corsivo per i pensieri (francamente stancanti), l’idea dei gemelli (in questo caso sorelle) non propriamente originale. E tuttavia dopo un po’ questa ricerca esasperata dei genitori di Mara riesce a coinvolgere almeno in parte. Diciamo passabile.

La Debicke e… Fratelli e soldati

di Bruce Henderson
Newton Compton, 2017
A più di settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, lo scrittore e giornalista Bruce Henderson ha scovato una bella storia che non era mai stata raccontata.  Sulla base di diari ritrovati fortuitamente, con pazienza certosina, ha ricostruito un docu-romanzo antologico che racconta l’incredibile storia, vera ma ignorata per anni, dei “Ritchie Boys”.
Dopo l’ascesa al potere del Terzo Reich in Germania, mentre l’atmosfera diventava di giorno in giorno più incandescente, gli ebrei che riuscirono a trovare un “affidavit”, che garantisse la sopravvivenza economica al di là dell’oceano, partirono per salvarsi o, dovendo scegliere, fecero partire un figlio. Molti di questi erano poco più che bambini. Viaggiarono da soli, non parlavano la lingua ma impararono, si diedero da fare, studiarono. Poi, anni dopo, alcuni di loro si arruolarono.
Fratelli e soldati è la storia di duemila giovani tedeschi di religione ebraica, costretti a lasciare la patria per sfuggire alle persecuzioni naziste, che tornarono in Europa per aiutare i loro nuovi concittadini e gli Alleati a sconfiggere il nazismo.
Nell’autunno del 1942 una notizia spaventò a morte gli abitanti della valle del Maryland, dove l’esercito aveva dislocato il campo militare di Fort Ritchie. Alcuni operai, che avevano superato per sbaglio l’area top secret del campo, avevano visto passare un plotone di soldati tedeschi con l’uniforme della Wehrmacht. L’America era stata invasa? Gli operai avevano bevuto? Nossignore. L’America non era stata invasa, e non era colpa dell’alcol. Effettivamente gli operai avevano visto bene, ma i giovani soldati con l’uniforme tedesca che marciavano nel campo erano ragazzi ebrei tedesco-americani, nati in Germania ma che avevano ottenuto la cittadinanza americana. Questi giovani, i Ritchie Boys, militavano ufficialmente sotto la bandiera a stelle e strisce, si esercitavano per combattere in Europa e stavano seguendo dei corsi speciali per mettere a punto una nuova e rivoluzionaria tecnica di guerra: come interrogare i prigionieri appena catturati per avere informazioni vitali sullo schieramento nemico. Una tecnica utilizzata per la prima volta dagli americani e dai britannici dopo lo sbarco in Nord Africa. Dopo un addestramento di otto settimane, circa duemila ragazzi partirono per l’Inghilterra. Fu così che duemila soldati ebrei vennero rispediti di nuovo nella Germania nazista, in prima linea sui campi di battaglia. I “Ritchie Boys”, un’unità segreta dell’esercito americano.
Molti furono paracadutati in Francia e si ricongiunsero con la fanteria. Altri sbarcarono in Normandia e, al seguito del generale Patton, conquistarono Nantes, Orléans, Nancy, per poi prendere parte, nel dicembre del 1944, alla spaventosa battaglia delle Ardenne. Molti di loro persero la vita durante l’invasione o in battaglia, ma la loro presenza e il loro intervento nell’intelligence fu importante per la sconfitta finale tedesca. Un rapporto riservato dell’esercito alleato ha rivelato che quasi il 60 per cento delle informazioni attendibili sugli spostamenti e armamenti del nemico, raccolte in Europa, furono frutto del lavoro svolto dai Ritchie Boys, addestrati dal Military Intelligence Training Center. Il loro sistema inquisitivo era buono ed era già stato collaudato in Africa, ma quale fu il quid che fece la differenza? I Ritchie Boys sapevano di dover interrogare subito i prigionieri perché le informazioni sui movimenti delle truppe, sulle postazioni difensive, sui campi minati e sul morale del nemico diventavano ben presto vecchie e superate. In più i Ritchie Boys parlavano la lingua alla perfezione, conoscevano le abitudini e il modo di pensare dei loro ex connazionali tedeschi, nazisti o no, e potevano porre le giuste domande, improvvisando o immaginando la psicologia dei prigionieri. Erano spinti da un personale coinvolgimento e sapevano come muoversi per ottenere il massimo dai loro interlocutori, e solo in alcuni rari casi dovettero ricorrere alle minacce e alle maniere forti. Molto spesso si avvalevano invece di ingegnosi trucchi e addirittura diventarono famosi, persino tra le più alte cariche militari, per aver inventato un falso rappresentante della polizia segreta sovietica presso l’esercito americano. Quando, nell’aprile del 1945, i Ritchie Boys arrivarono per la prima volta a Buchenwald, dovettero affrontare una spaventosa realtà. Avevano davanti agli occhi un esecrabile esempio del disumano orrore che aveva inghiottito i loro cari: genitori, fratelli, familiari e amici. Ma i Ritchie Boys, senza pretendere né vendetta né gloria, andarono avanti con il loro splendido lavoro fino alla fine della guerra, per poi fare ritorno in America e condurre una nuova vita lontana dalle luci del palcoscenico.

Una finestra sul noir (Le brevi di Valerio 169)

Autori vari
Una finestra sul noir
Editore Frilli, 2017

Genova. 1948-2016. Marco Frilli nacque a Firenze e si era lasciato adottare dal capoluogo ligure. Dopo aver lavorato per Laterza, nel 2000 promosse una casa editrice importante: tra cinquanta e sessanta titoli l’anno pubblicati cartacei ed e-book, ormai quasi mille in 17 anni, circa un terzo gialli per genere e copertina. Il fondatore è scomparso un anno fa a causa di un brutto tumore, i figli Giacomo e Carlo (che già vi lavoravano) proseguono l’attività. Ora 46 “suoi” autori italiani di noir (alcuni in coppia o trio, 11 donne, alcuni con un successo che li ha portati altrove come proprio lo scouting Frilli metteva in conto) ricordano Marco con 40 racconti dove lo affiancano in vario modo ai propri investigatori. Se il giallo è radicato in ogni regione è merito anche loro: nella bella raccolta Una finestra sul noir s’incontrano città, protagonisti, crimini e tic provinciali di Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Sicilia. Prefazione di Valerio Varesi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I soldati delle parole (Le varie di Valerio 42)

Frank Westerman
I soldati delle parole
Iperborea, 2017 (orig. 2016, “Een woord een woord”)
Traduzione di Franco Paris
Reportage

Luoghi del terrore. 1970-2015. Lo scrittore ex giornalista Frank Westerman (Emmen, Olanda, 1964) continua a investigare con acume e sensibilità su chi sceglie la violenza come scopo o mezzo della propria vita e sulla possibilità opposta di armarsi di parole nelle relazioni sociali e personali, anche per sconfiggere i primi. Fa base in patria, torna o gira ovunque per riflettere, intervistare e narrare. Non vuole spiegare antefatti storici e conflitti politici, ne dà per scontata una qualche conoscenza. Qui parte dalla sua infanzia a contatto coi molucchesi vicino Assen. Ricorda il quartiere dove ne aveva conosciuti alcuni bravi, qualcuno poi divenuto combattente. Riesamina alcune azioni terroristiche dal punto di vista dei protagonisti, terroristi e negoziatori: l’occupazione della residenza dell’ambasciatore indonesiano a Wassenaar nel 1970; il primo dirottamento-sequestro di treno a Wijster nel dicembre 1975; il secondo a De Punt nel maggio-giugno 1977, contemporaneo alla presa in ostaggio della scuola elementare di Bovensmilde con un centinaio di bambini dentro (vicino a dove abitava coi propri genitori e la sorella); il successivo (e di fatto ultimo) sequestro del palazzo della Provincia ad Assen nel marzo 1978. Evidenzia il passaggio dal Dutch Approach (preferenza per l’ascolto e la trattativa, coinvolgimento della comunità) alla repressione militare (retorica bellica, azioni chirurgiche che considerano tanti morti un prezzo da pagare) e fa un parallelo con dinamiche scelte o accadute in altri contesti, delle quali è stato testimone, in particolare con l’industria del sequestro cecena e le risposte russe fra 1995 e 2004. Riferisce su manuali e corsi di chi si pre-munisce di armi verbali: il quartiere tipo set cinematografico Ossendrecht-2 dove la polizia addestra i “mediatori” alla Gestione delle Crisi e dei Pericoli, la parigina Biennale de la négociation, l’esercitazione Skywawe a Shilphol, la rappresentazione teatrale di rievocazione da parte delle vittime.
Le Molucche sono un gruppo di isole dell’Indonesia. Gli olandesi arrivarono nel 1599 e denunciarono il malcontento degli aborigeni verso i portoghesi a causa della monopolizzazione del commercio tradizionale. Con l’aiuto dagli abitanti di Ambon, prevalse la Compagnia delle Indie Olandesi. Dopo l’indipendenza dell’Indonesia, un grande irrisolto problema riguardò i molucchesi che abitavano l’arcipelago meridionale, per quasi trecento anni collaborazionisti del regime coloniale olandese; molti di loro erano arruolati nell’esercito coloniale, il KNIL, non volevano uno stato unitario e nel 1950 proclamarono la Repubblica delle Molucche del Sud (RMS), subito osteggiata da Sukarno. Nessuno aveva il potere diplomatico di negoziare con il neonato stato indonesiano per garantire la creazione della RMS; così, dopo l’intervento di una corte olandese che riconobbe la responsabilità dell’oramai ex-madrepatria nei confronti dei Molucchesi, cominciarono le traversate verso i Paesi Bassi. Per l’Olanda la migrazione era volontaria, mentre per i Molucchesi era forzata, l’unica soluzione possibile, accettata come temporanea e con la speranza del ritorno. Il conflitto si trasferì, insieme alle frontiere razziali. Westerman realizza un bellissimo reportage, non un romanzo, non un’inchiesta. Alterna ricordi, ricostruzione giornalistica, interviste, spunti riflessivi. Ragiona sulle generazioni di terrorismi e terroristi; sul ruolo delle parole nel tentare di esacerbare o risolvere un conflitto, anche quando entrano in scena la violenza e altri soldati, con esempi su vari massacri; sulla fine che hanno fatto (quando non sono stati uccisi) sequestratori e dirottatori, famiglie e mediatori; su alcune personalità chiave della disciplina (o arte) negoziale come Guy Olivier Faure, Paul Meerts e Dick Mulder; sulla propria cultura calvinista e sullo scrivere di tutto ciò. Non scrivere di leggi e diritti, di storia e geografia, scrivere con chiara empatia di colloqui e azioni di donne e uomini, ben sapendo che anche le parole possono essere impotenti o violente, che lui stesso ha cambiato spesso prospettiva e non può che farsi domande scomode.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Rispondi se mi senti

Ninni Schulman
Rispondi se mi senti
Marsilio, 2017
Traduzione di Stefania Forlani

Mercoledì 10 ottobre. Hagfors, Svezia. Una squadra di 22 cacciatori si dà appuntamento all’alba per la caccia alle renne. Sono un gruppo eterogeneo ma esperto, l’unica nuova è Alva Sanners, 13 anni, figlia di Pär. La battuta di caccia procede con i ritmi usuali (divisione dei terreni, appostamenti, spari, comunicazioni via radio) ma quando il gruppo si raduna, dopo qualche ora, all’appello mancano sia Alva che Pär.

Fece una pausa per controllare se tutti lo seguivano, e se le informazioni ricevute da Christer erano corrette. Visto che nessuno fece segno di voler intervenire, continuò.
«La prima battuta comincia alle otto e mezza. Nella zona di Rensberg, circa tre chilometri a sud-ovest di Uvanå.»
Altra pausa.
«Qualche minuto dopo le nove viene uccisa un’alce. Dopo un quarto d’ora, alle nove e venti circa, si sente un altro colpo. Il caposquadra, Waldemar Halling, chiede via radio chi abbia sparato, ma nessuno ammette di averlo fatto. Da qui gli orari sono solo indicativi. Verso le dieci e mezza i cacciatori concludono la battuta e raggiungono il capanno per la macellazione di Uvanå. Verso le undici e mezza si rendono conto che mancano ancora Pär e Alva Sanner e tentano di mettersi in contatto con loro al telefono, senza alcun risultato.»

Dopo una rapida perlustrazione, l’uomo viene ritrovato morto. Ucciso da un colpo di fucile che tutti hanno sentito ma nessuno ammette di aver sparato. Di Alva invece non c’è traccia. Le forze dell’ordine vengono prontamente allertate – tra loro anche Petra Wilander, che però non può indagare sull’omicidio in quanto componente, anche lei, della squadra di caccia, e quindi sospettata alla pari degli altri. Si attiva anche la stampa locale, o meglio dovrebbe: in realtà la miglior reporter del Värmlandsbladet, Magdalena Hansson, è bloccata a casa dalle “gioie della maternità”, ossia la crescita dei primi dentini della neonata Liv, che non le permette di dormire.

Qualche giorno prima Saxberg aveva avuto un’importante soffiata su un piano segreto che prevedeva lo stoccaggio di combustibile nucleare a Hagfors, per creare nuove opportunità di lavoro, e la settimana precedente ne aveva avuta un’altra sui lavori di ristrutturazione dell’impianto per il trattamento dell’acqua. L’incarico era stato assegnato al nipote del dirigente dell’ufficio tecnico senza un regolare appalto. Magdalena aveva creduto, o almeno sperato, che Saxberg avrebbe perso un po’ del suo zelo senza una concorrenza degna di nota, invece si stava veramente dando da fare.
E lei non poteva rimanersene seduta lì, a veder morire la redazione locale.

E anche il figlio maggiore adottivo, Nils, risente dell’arrivo della sorellina.
Magdalena deve faticare non poco per ritagliarsi lo spazio per raccogliere informazioni e scrivere. Petra invece fatica a stare lontana dall’indagine per omicidio, relegata a un’altra indagine, quella dell’uccisione di una lupa, qualche settimana prima.

«La polizia mantiene il riserbo sulle indagini relative alla lupa uccisa di frodo e trovata a sud del lago Nain questo fine settimana, ma allo stesso tempo chiede aiuto alla comunità. Christer Berglund, ex capo pro tempore della polizia di Hagfors, esorta tutte le persone che si trovavano nella zona di Majanpäsmossen e della diga di Narsdammen la scorsa settimana a presentarsi, se hanno notato qualcosa…»

Si indaga e si scava nei segreti inconfessabili della tranquilla cittadina. Fino a quando la scomoda verità non viene a galla…

«Mi preoccupa che tu scriva di persone uccise, di lupi uccisi e di cose del genere.»
Magdalena guardò il braccio di Petter, i segni dell’ustione.
La pelle era ancora rosa chiaro e tutta rugosa.
«Quando si tratta di lupi la gente si comporta in modo stupido» continuò lui. «Ricordi quel dibattito sugli animali selvatici di cui ti eri occupata?»
Sì, Magdalena lo ricordava. La sua casella si era riempita di e-mail infuocate provenienti da entrambe le fazioni, d’accordo solo nel sostenere che lei era di parte.
E il giornale aveva dovuto addirittura bloccare nella pagina web i commenti, troppo brutali.
Magdalena, in realtà, non aveva nessuna opinione sulla questione dei lupi, era solo affascinata dall’odio che scatenava.

Ambientato nello straordinario scenario, nella calma selvaggia, della natura svedese, Rispondi se mi senti è un noir scandinavo in piena regola. Crimine, indagine, soluzione. Il tutto in una settimana. Si compone di capitoli brevi per seguire, in parallelo, le azioni dei molti personaggi che popolano le pagine. L’autrice dimostra attenzione, e conoscenza, per il contesto, l’ambiente e le relazioni umane. Rispondi se mi senti è il primo di una serie di romanzi, una lettura soddisfacente per chi ama questo genere che, ormai da qualche anno, si è ricavato una nicchia consistente di lettori appassionati.

Ninni Schulman (1972), giornalista, è cresciuta nel Värmland, dove è ambientata anche la sua serie poliziesca con protagonista la reporter Magdalena Hansson, bestseller nei paesi scandinavi. Vive a Stoccolma.

Fino al 12 novembre anche Rispondi se mi senti, come gran parte dei romanzi della collana Giallosvezia, può essere acquistato in ebook a soli 4,99 euro. 

Flavia de Luce e il cadavere nel camino (Le brevi di Valerio 168)

Alan Bradley
Flavia de Luce e il cadavere nel camino
Sellerio, 2017 (orig. 2015)
Traduzione di Alfonso Geraci

Toronto. 1951. Flavia, 12enne di nobili origini, occhi azzurri e freddi, udito sopraffino, talento per la chimica, è stata mandata dalla casa inglese (Bishop’s Lacey, antiche magione e tenuta di Buckshaw, fittizi) nel college di un’Accademia Femminile canadese, lungo viaggio in nave e treno. Vi aveva studiato anche la madre Harriet, morta in un’escursione in Tibet oltre dieci anni prima. Non le mancano certo il babbo Haviland, colonnello con baffetti, filatelico collezionista di francobolli in ristrettezze finanziarie, né le sorelle maggiori Ophelia Feely 18enne e Daphne Daffy 14enne, ferocemente scherzose. Tuttavia incontra le rigide istruttrici e compagne nevrotizzate, oltre a nuovi delitti. Risolve molto. Godibile la serie Flavia De Luce’s Mysteries iniziata nel 2009 dallo scrittore canadese esperto d’ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è l’ultimo (ottavo), Flavia de Luce e il cadavere nel camino, come sempre in prima persona.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La donna di pietra (Le gialle di Valerio 133)

Xavier-Marie Bonnot
La donna di pietra
Edizioni del Capricorno, 2017 (orig. 2015)
Traduzione di Barbara Sancin
Noir

Villaggio di Saint Vincent nella grande valle alpina francese dell’Oisans fra le cime delle Aiguilles. Pochi anni fa. Il 45enne Pierre Verdier assiste alla nuova sepoltura di Vicky nel piccolo cimitero montano e ripensa al calvario di tutta la storia iniziata l’autunno dell’anno precedente. Quello era il suo ambiente, accanto al Parc National des Écrins dove erano stati appena avvistati alcuni lupi, almeno tre esemplari. Stava attendendo la sorella Claire, in arrivo da Parigi per la festa di Ognissanti. La casa di famiglia si trovava all’estremo limite del minuscolo paesino, entrambi i genitori già morti. Dopo gloriosi decenni di guida alpina e di scalatore estremo sui picchi del mondo, ebbe un terribile incidente con la sua ricca dolce fidanzata Paola Berg (con la quale conviveva felicemente a Chamonix da più di cinque anni) arrampicandosi d’inverno su una pericolosa via della parete nord dell’Olan, lei non ne uscì viva. Lui riprese in mano casa e fattoria, fece costruire un ovile sul sentiero verso gli alpeggi, un gregge di oltre cento pecore e una decina di capre nei dodici ettari ereditati (in comproprietà), rimase triste e appartato con Capitaine, un mastino dei Pirenei. Claire lavorava a Parigi (dove Pierre non era mai stato) e tornava con passione ma raramente, cinque anni più piccola, occhi neri e scintillanti, alta e flessuosa, slanciata e vigorosa, modi da maschiaccio, gran lettrice, biologa impegnata al CNRS in una importante ricerca sul cervello del laboratorio di genetica, senza mai parlare di eventuali amori. Dopo il suo arrivo Pierre accennò al medico dei disturbi della sorella (incubi riguardanti una certa Vicky), decisero di vederla subito insieme, ma a casa non c’era più, trovarono tracce nella neve e poi lei impiccata a una corda da scalatore. In base a prime indagini il maresciallo Portal e la giudice Montaz decisero di arrestare Pierre. Né Vicky né l’ex innamorato un po’ fuori di testa erano stati trovati. Ancora.

Lo storico e documentarista Xavier-Marie Bonnot (Marsiglia, 1962) scrive polizieschi da una quindicina d’anni, un paio tradotti. In questo la protagonista è la montagna descritta con sapienza ed esperienza durante tutte le differenti quattro stagioni: rumori e odori, sapori e colori, rocce e paesaggi, neve e ghiacciai, animali e vegetali. Chi parla con l’ecosistema è Pierre e la narrazione in terza riguarda soprattutto lui (toccanti le pagine relative all’agnellatura), con intervalli sulla sorella e sui due investigatori, a loro modo sempre più coinvolti nella ricerca di verità antiche e moderne. Occorre entrare dentro le reti di relazioni familiari in piccoli borghi isolati dove non mancano segreti e pazzie, anche i fiori hanno un senso. Occorre ricostruire la vita parigina (pur senza fronzoli o eccessi) e gli affetti di Claire, come e perché avesse un legame profondo, poetico e sofferente con una bella donna lontana. Occorre far emergere la tragedia che colpì il venerato fratello, il senso delle chiacchiere che lo riguardano e dalle quali sembra sempre chilometri distante. Anche perché morti e dinamiche vendicative continuano a sconvolgere la valle per tutto quell’anno. Il titolo fa riferimento al carattere (apparentemente non fragile) di alcuni umani e di tutti i monti. Un ghiacciaio vive al ritmo lento della gravitazione, si nutre di neve e di freddo, e si spezza sui pendii. Mille forze lo percorrono. Mille fratture. Claire legge romanzi senza pretese, le piacciono perché così può far riposare il cervello. Allo scopo e per festeggiare molto si utilizzano anche i liquori al genepì, il bianco Aligoté (dei cugini) non è granché. Pierre è appassionato di musica barocca e sacra, venera Bach che illumina la sua solitudine; Claire invece canta sotto la doccia i vecchi successi degli anni ottanta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un’esca per l’assassino di Minette Walters

Minette Walters
Un’esca per l’assassino
Longanesi, 2006

Siobhan Lavenham indaga su un omicidio avvenuto a Sowerbridge. In realtà lei ne farebbe tranquillamente a meno: è una tranquilla madre di famiglia, una giovane irlandese sposata a un imprenditore inglese. Ma proprio a causa delle sue origini si trova coinvolta nel caso che ha suscitato un violento vespaio in paese: la morte di Lavinia Fanshaw e della sua badante Dorothy Jenkins. Per l’omicidio è stato arrestato Patrick O’Riordan, un giovane irlandese che vive a Sowerbridge con la madre e il padre invalidi (ma non del tutto, come borbotta la gente del paese, sospettando che si tratti solo di un’abile truffa ai danni dell’assistenza sociale). La madre di Patrick chiede aiuto a Siobhan, l’unica scevra da pregiudizi, perché la aiuti a tirare Patrick fuori dai guai. E Siobhan indaga, mettendocela tutta, anche contro le apparenze – solo per scoprire che la verità è completamente diversa da ciò che sembra e che nessuno è senza peccato.

Interessante romanzo breve (o racconto lungo) che esplora la spinosa questione irlandese dal punto di vista della gente “normale”: difficoltà di integrazione, differenze di mentalità e pregiudizi profondamente radicati nella mentalità delle persone comuni.

(Ripescato dal cassetto dei ricordi)