La Debicke e… La tirannia della farfalla

Frank Schätzing
La tirannia della farfalla
Editrice Nord, 2018

Tecnologia. Cosa succederebbe se in futuro le macchine fossero dotate di coscienza? Quali sarebbero i rischi per l’intera umanità? Questo è il quesito al quale prova a rispondere Frank Schätzing con il fantascientifico La tirannia della farfalla.
La catastrofe descritta da Schätzing è complessa e macchinosa e coinvolge, oltre al mondo animale, anche l’utopistico sogno della scienza moderna, il dominio dell’intelligenza artificiale.
Un incipit inquietante: un gruppo di miliziani dell’esercito regolare è in missione nel Sud Sudan. È iniziata la stagione delle piogge, con le improvvise cascate d’acqua che sembrano sciogliere il cielo. Le strade e i terreni sono impraticabili, ridotti a paludosi sentieri di fango. Ma è anche stagione di guerra, con il paese spaccato in due e i ribelli che ogni giorno si fanno strada, massacrando senza pietà. Oggi però non piove, la foresta tace e, con il favore della nebbia calata sulla foresta, l’unità al comando del maggiore Agok è pronta ad attaccare.
Fino a quando l’agghiacciante rumore di “qualcosa” che vola rompe il silenzio. Qualcosa che aggredisce i suoi uomini, li insegue, li sbrana. E anche per lui è la fine.
Sierra County (Sierra Nevada), California. Luther Opoku è il vice sceriffo di Sierra County, una zona desertica di miniere d’oro, un tempo affollata oggi semidisabitata e quasi senza storia, nelle montagne della California. Una stupenda oasi naturale, dove la massima espressione della criminalità è il microspaccio di stupefacenti e dove le forze dell’ordine, per lo più abbastanza frustrate per aver abbandonato altri futuri, devono far fronte a una cronica deficienza di personale.
Siamo appena a trecento miglia a ovest della Silicon Valley ma, in mezzo a questo nulla, alcuni visionari della super tecnologia sono in competizione per la creazione di un computer ultra-intelligente, che dovrebbe risolvere i principali problemi dell’umanità.
Quando una dottoressa, una biologa di vaglia, resta uccisa in un misterioso incidente nella foresta della Sierra County, Opoku (padre ghanese e madre bionda e americanissima) si trova il caso tra capo e collo. Il fuoristrada fermo sul ciglio della strada, le impronte di un uomo all’interno, il cadavere della donna rinvenuto in fondo al crepaccio, tutto sembra indicare che si tratti di omicidio piuttosto che di un incidente.
Il vice sceriffo scoprirà che la vittima lavorava poco lontano, nell’inquietante e inaccessibile proprietà della Nordvisk, una società della Silicon Valley che ha preso il nome dal suo fondatore Elmar Nordvisk, e finirà col realizzare che un angolo nascosto della sua contea si è trasformato da tempo nel rifugio segreto dell’immenso supercomputer pensante Ares (abbreviazione di “Artificial Research and Exploring System”), sviluppato dalla Nordvisk, una delle aziende tecnologiche più potenti del mondo. Una società che ormai da anni è leader di mercato in molte aree della robotica, quali big data, progetti che consentono il riconoscimento di espressioni facciali e vocali, traduttori istantanei, efficaci programmi di terapia medica, auto a guida autonoma… Negli intenti del suo creatore Ares, una specie di immenso bruco nutrito giorno dopo giorno da una sconfinata massa di informazioni, è destinato a trasformarsi da bruco a farfalla, raggiungendo lo stadio di super intelligenza in grado di risolvere tutti i problemi dell’umanità.
Ma sarà possibile? E, se possibile, Ares sarà poi controllabile da chi l’ha creato?
Come se non bastasse Luther Opoku trova nascosta, tra i sedili della macchina usata dalla vittima, una chiavetta USB, da cui riesce a vedere alcune riprese incriminanti. Un enorme hangar, un ponte strano e inquietante… Il suo istinto di detective – Opoku ha lavorato per anni alla narcotici di Sacramento, gli suggerisce di andare a scavare proprio là, nel cuore pulsante di Ares, alla Nordvisk. Lo farà, si scontrerà con il capo della sicurezza e sarà costretto ad accettare ciò che pare una follia: là dentro niente è come pare, neppure lo spazio e il tempo.
Ma la strada per arrivare alla verità e sconfiggere il male lo costringerà a fare i conti con se stesso e la propria realtà e ad affrontare una lunga e angosciante sfida mortale.

Frank Schätzing delinea lo scenario di una tecnologia radicalmente futuristica destinata a cambiare le vite di tutti. Una tecnologia affidata all’intelligenza artificiale con potenziale straordinario e aspirazione a migliorare il mondo. O a distruggerlo?
La brevità non è certo il marchio di fabbrica di Schätzing: di solito lui viaggia sulle 1000 pagine, tanto che le quasi 700 di La tirannia della farfalla ne fanno un romanzo snello, si potrebbe quasi azzardare breve. Tuttavia l’impostazione narrativa non cambia. Dopo un lungo ma agevole inizio di ben centocinquanta pagine, il romanzo devia imboccando diverse direzioni: dal commercio di armi biologiche agli ideali piani di conquista del mondo di Nordvisk, dalle puntate in universi paralleli alla ricerca dell’immortalità, spaziando in sogni quantistici sull’inconscio, l’identità e la perdita di identità. Per scrivere La tirannia della farfalla Schätzing ha tratto spunto da film e libri di Michael Crichton, Neal Stephenson e Daniel Suarez, vedi mostro scarnificatore, insetti volanti carnivori. ecc. Poi, per contrastare in qualche modo l’utopistica ideologia del suo tecno-filantropo Elmar Nordvisk, ispirato dal fondatore di PayPal Peter Thiel, si rifà al Cerchio di Dave Eggers, alle ragioni di critica dell’intelligenza artificiale di Jaron Lanier e ai guru pentiti della Silicon Valley che combattono il mondo scaturito dalla tecnologia. Ma riuscirà una buona tecnologia a ostacolare e sconfiggere la cattiva, cioè quella ormai diventata incontrollabile?

Frank Schätzing è nato nel 1957 a Colonia, dove vive tuttora. Dopo aver studiato scienze delle comunicazioni, ha fondato la prestigiosa agenzia pubblicitaria Intevi e, in seguito, l’etichetta discografica Sounds Fiction.Si è imposto all’attenzione del pubblico con Il quinto giorno (Nord, 2005), un romanzo che ha ridefinito i confini del genere avventuroso ed è stato salutato da un enorme successo in tutto il mondo. Ma la sua personalità eclettica, unita a un’abilità narrativa fuori dal comune gli ha permesso di ottenere eccezionali consensi anche con Il diavolo nella cattedrale (Nord, 2006; vincitore del Premio Bancarella 2007), un appassionante giallo storico, con Il mondo d’acqua (Nord, 2007), in cui ha tracciato, con passione, ironia e competenza scientifica, la storia dell’evoluzione della vita sulla Terra, e con Silenzio assoluto (Nord, 2008), un thriller politico dai risvolti sorprendenti. È uno degli autori più letti in Europa.

Premio Scerbanenco 2018 – i semifinalisti

In passato non è stato immune da critiche, ma rilevo con piacere che quest’anno il premio Scerbanenco ha prodotto una rosa di 20 semifinalisti molto interessante.

Ve la sottopongo in ordine alfabetico e vi ricordo che, per contribuire a scegliere i 5 finalisti che si contenderanno la finale, si può votare fino alle 23.30 del 17 novembre:

¤ CRISTINA CASSAR SCALIA, Sabbia nera, Einaudi
¤ PIERO COLAPRICO, La strategia del gambero, Feltrinelli
¤ MAURIZIO DE GIOVANNI, Il purgatorio dell’angelo, Einaudi
¤ FEDERICA DE PAOLIS, Notturno salentino, Mondadori
¤ ANDREA FAZIOLI, Gli svizzeri muoiono felici, Guanda
¤ PATRICK FOGLI, A chi appartiene la notte, Baldini+Castoldi
¤ LEONARDO GORI, L’ultima scelta, Tea
¤ GIORGIA LEPORE, Il compimento è la pioggia, E/O
¤ DAVIDE LONGO, Così giocano le bestie giovani, Feltrinelli
¤ ENRICO PANDIANI, Polvere, Dea Planeta
¤ LUCA POLDELMENGO, Negli occhi di Timea, E/O
¤ PIERGIORGIO PULIXI, Lo stupore della notte, Rizzoli
¤ PAOLO ROVERSI, Cartoline dalla fine del mondo, Marsilio
¤ PASQUALE RUJU, Stagione di cenere, E/O
¤ STEFANO TURA, A regola d’arte, Piemme
¤ ILARIA TUTI, I fiori sopra l’inferno, Longanesi
¤ FRANCO VANNI, Il caso Kellan, Baldini+Castoldi
¤ VALERIO VARESI, La paura nell’anima, Frassinelli
¤ MARIOLINA VENEZIA, Rione Serra Venerdì, Einaudi
¤ MIRKO ZILAHY, Così crudele è la fine, Longanesi

Il diario segreto del cuore (Le gialle di Valerio 177)

Francesco Recami
Il diario segreto del cuore
Sellerio, 2018
Commedia in bianco e noir

Milano, casa di ringhiera al civico 14 di via *** del quartiere Casoretto. Ottobre-novembre 2011. Ricapitoliamo i protagonisti conviventi: Consonni (appartamento 8), Angela Mattioli (2 e 22, ma ha anche altre tre o quattro deleghe), Luis De Angelis (5), coniugi Du Vivier (6 e 7), Antonio con occasionali compagne (9), la signorina Olga Mattei Ferri (12), Claudio Giorgi (15), i peruviani (senza numero), la signora Xing (locali di sotto). Per ragioni diverse gli appartamenti son tutti vuoti. Consonni, già circa 66enne tappezziere pensionato, orrendamente morì, proprio nella corte, il funerale aveva traumatizzato tutti. Tanti inquilini sono altrove, provvisoriamente o meno, causa lavoro, vacanza, salute o chissà perché. Solo un nucleo è in qualche modo restato nel condominio, Donatella e i due figli, Gianmarco e Margherita, nell’appartamento familiare (il 15) e il separato marito Claudio come badante regolare della vecchia pettegola (del 12) ora assente. I due ragazzi (13 anni e mezzo e quasi 11) erano stati testimoni di vecchie storie criminali, trovarono pure un panetto di fumo, hanno sempre paura che tornino a galla. Donatella ha da poco compiuto 43 anni, è povera e piena di dubbi. Gianmarco sta ripetendo la terza media, gioca a calcio e attraversa un complicato inizio di adolescenza. Dal 12 settembre la piccola (anche di statura) genietto Margherita tiene un diario e la mamma finalmente lo scopre: vi sono giudizi severi, recensioni di libri, lettere del padre, le risposte, commenti inaspettati, soprattutto un accenno a chi uccise Consonni. Poi un profilo Facebook tira l’altro e succede di tutto, fin quando, via via, pure altri affezionati inquilini cominciano a farsi rivedere.

Il bravo scrittore toscano Francesco Recami (Firenze, 1956) non è riuscito a lasciar morire il suo personaggio principale (un fattore abiotico, però), come già accadde ad autorevoli personalità del genere giallo e noir. Aveva annunciato fin dal principio (2011) che sarebbero stati sei i romanzi della serie della “casa di ringhiera”, dedicata a un curioso microcosmo milanese, un modesto edificio del primo Novecento, con una corte rettangolare, ringhiere di ferro battuto e una ventina di inquilini. Mantenne l’impegno, un volume ogni anno (fino al 2016), anche se le narrazioni coprono un intervallo temporale più breve. Dopo un paio di commedie nere, a fine 2018 l’autore torna a casa. Amedeo Consonni è evocato ma non può manifestarsi, tutto (come al solito) ruota intorno all’originale ambientazione, impronta “bianca e noir”: misteri, misfatti e crimini fanno da cornice, servono a evocare il genere letterario non a praticarlo. A prescindere dall’assenza di persone uccise, è l’ulteriore verifica e conferma che in ogni dinamica sociale affettiva ci sarebbe sempre qualcuno o qualcuna da far fuori! La narrazione è in terza, ma quasi la metà è dedicata al diario, in corsivo (da cui il titolo). La talentuosa bimba adora Gerry Way (fondatore e cantante dei My Chemical Romance, 7 anni fa ancora attivi), legge molto e bene (forse con gli stessi gusti dell’autore) e vince a mani basse il concorso per studenti Raccontare è vivere (con un racconto che ci è possibile apprezzare); mentre la passione per Nesbø (Premio Chandler 2018) è passata da Amedeo a Donatella.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Premio nazionale “VASCO PRATOLINI – NARRATIVA E CINEMA”

1° edizione Premio nazionale
“VASCO PRATOLINI – NARRATIVA E CINEMA”
per conservare identità e cultura
Presidente: Lucia Bruni – Coordinamento: Federico Napoli
Segreteria: Margherita Oggiana
“Cambiar pelle non si può: occorre una volontà riservata a pochi. Solo i santi vi riescono, e qualche volta i poeti. Coloro, cioè, che credono veramente in qualcosa di eterno.”
(Cronache di poveri amanti)

Vasco Pratolini, scrittore eclettico, che ha fatto della sua Firenze (e della Toscana) il palcoscenico internazionale dei propri lavori, rappresenta il paradigma della nostra memoria storica, quella identità culturale di lingua e costumi che rende una comunità cosciente di condivise libertà. Senza memoria non c’è futuro perché un popolo che non conserva il patrimonio delle proprie radici è destinato a diventare schiavo. Anche da questa convinzione nasce il Premio nazionale “Vasco Pratolini – Narrativa e Cinema”.
1. Perseo centroartivisive, associazione culturale, con il patrocinio della Regione Toscana indice la 1° edizione del Premio nazionale “Vasco Pratolini – Narrativa e Cinema” per racconti inediti (ovvero non pubblicati in precedenza alla data di consegna del testo) in lingua italiana, realizzati da autori italiani e stranieri under 40 (ancora da compiere alla data di scadenza del presente bando).
2. Gli elaborati dovranno ispirarsi alle tematiche sociali care a Pratolini, in particolare ribadire l’importanza della nostra storia e delle radici culturali di appartenenza.
3. Non saranno accettati né saggi né memorie né altro che non sia “narrativa di immaginazione”.
4. Lunghezza del racconto: minimo 6.000 e massimo 16.000 caratteri, spazi inclusi. È consentita la presentazione di un solo elaborato per autore.
5. I lavori dovranno essere anonimi e inviati esclusivamente via e-mail, formato PDF, alla casella postale dell’Associazione ovvero:
centroperseo74@gmail.com
assieme a un allegato dove si specificano generalità e recapito dell’autore nonché una breve nota circa la motivazione narrativa del proprio racconto.
6. Le opere dei concorrenti dovranno pervenire entro il 31 gennaio 2019. La segreteria dell’Associazione accuserà ricevuta.
7. I 12 migliori testi segnalati dalla Commissione letteraria giudicatrice saranno raccolti in una pubblicazione curata dalla Regione Toscana, della quale ad ogni concorrente verrà consegnata gratuitamente una copia. Ai segnalati andranno n. 5 copie.
8. All’autore del racconto fra i segnalati considerato migliore, sarà consegnato un disegno originale dell’artista ungherese Lajos Ravasz.
9. Un’apposita Commissione cinematografica sceglierà fra i racconti finalisti quello maggiormente meritevole e adatto ad essere tradotto in un cortometraggio, facendosi carico della sua realizzazione.
10. I giudizi delle due Commissioni giudicatrici sono insindacabili. I nominativi dei componenti della due giurie saranno resi noti solo il giorno della premiazione.
11. La Commissione letteraria si riserva la facoltà di segnalare un numero minore di opere.
12.La Commissione letteraria, a suo unico giudizio, potrà conferire menzioni speciali per lavori particolarmente significativi.
13.Tutti i racconti inviati resteranno nell’archivio dell’Associazione disponibili esclusivamente per una loro consultazione. I diritti dell’opera a tutti gli effetti restano di completa ed esclusiva proprietà dell’autore.
14.Affiancheranno il Premio una serie di manifestazioni che saranno riscontrabili sul sito dell’Associazione:
www.perseocentroartivisive.com
15. La comunicazione dei segnalati avverrà al momento della premiazione, prevista entro maggio 2019 in data successivamente comunicata.
16. L’adesione al presente bando, comporta implicitamente l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini del Premio.
17. Il mancato rispetto delle clausole presenti nel bando, determinerà l’esclusione del racconto dal Premio.
18.La partecipazione al Premio nazionale “Vasco Pratolini – Narrativa e Cinema” è totalmente gratuita, affinché possa godere della più ampia partecipazione.

Perseo centroartivisive
Sede e archivio: via Michelazzi 28r, 50141 Firenze
e-mail: centroperseo74@gmail.com
Per ulteriori informazioni: 339.3570156 – 340.1759268
Impianto grafico eidomantica
www.perseocentroartivisive.com

La Debicke e… Una sconosciuta

Lucia Tilde Ingrosso
Una sconosciuta
Baldini + Castoldi, 2018

L’immagine della cover parla. Richiama lo spaventoso incidente dell’incipit, ma va anche oltre, mostrando lo sguardo inquieto e incerto di Carmen, la protagonista, che si riflette nello specchietto retrovisore. Una protagonista che dovrà andare alla ricerca del suo passato e di ciò che è accaduto.
Carmen è una bella donna che, come tante, vive e lavora in una cittadina toscana di provincia. La quarantina compiuta. Insegna in un liceo come professoressa di lingue, ha un marito, Gianluca, che fa con successo l’idraulico, e due figli, Matteo bello e solare di otto anni e Letizia, una scontrosa adolescente di quindici. Una sera, mentre è alla guida della sua macchina per recarsi a un corso di danza, succede l’imprevisto. La sua auto, una Y rossa di tredici anni ma appena revisionata, non risponde ai freni, affronta una curva molto stretta ad altissima velocità, sfonda il guardrail, vola nella scarpata e Carmen finisce all’ospedale in coma, mentre Nader Hassan, il ventiquattrenne egiziano seduto al suo fianco, muore nell’incidente. Strano che fosse in macchina con lei. Suo marito Gianluca non l’aveva mai visto, è sicuro che non si conoscessero. Non risultano legami di lavoro tra loro. Ma allora, perché era con lei? Gli aveva dato un passaggio?
Dodici giorni dopo, Carmen si risveglia. Ma chi è quella donna sdraiata in un letto di ospedale che la guarda dallo specchio? Una perfetta sconosciuta, o almeno le pare, perché lei non ha più un passato. Non riconosce né il marito, né i figli. Tutti i suoi ricordi belli, brutti, buoni o cattivi sembrano essere stati annientati dall’impatto mortale. Ora Carmen è una donna confusa che riparte da zero, da un lungo dormiveglia dal quale è finalmente uscita, quasi una rinascita nel reparto rianimazione, cullata da un brusio di voci, con l’angoscioso flash di volti solo sconosciuti che si chinano su di lei, la guardano e la chiamano signora. Ma signora chi? Chi è lei ? Non ricorda più nulla. Non sa chi è, cosa sia accaduto, da dove sia venuta, sa solo di essere spaventata e immersa in una specie di angoscioso vuoto fino a quando un gentile medico le fa capire che il trauma subito nell’incidente ha provocato il vuoto nella sua testa. Insomma ha smarrito il suo passato, è affetta da amnesia. E l’unico modo per riappropriarsi della sua vita è cominciare una terapia cognitiva. Qualcosa, le spiegano, ha provocato un blocco mnemonico, molto difficile da rimuovere. Ma non deve disperare, forse con il tempo ricorderà tutto.
Quando, passo dopo passo, il suo passato comincia a farsi spazio portando con sé i primi dubbi tormentosi e traumatizzanti, Carmen è costretta a rendersi conto che forse non era una moglie e una madre modello. Però, a questo punto, non può e non deve fermarsi, deve riappropriarsi del suo io, purchessia. Ma sarà solo l’incontro con Laura Basanieri, l’amica di sempre, ad aprirle gli occhi e a spianare la strada ai ricordi che le consentono di riappropriarsi del lato più oscuro del suo vissuto, un vissuto che le pare inspiegabile, che la spaventa benché certi indizi, pulsioni che riconosce in se stessa diventano precisi sintomi che parlano di verità.
Ma un incidente stradale in cui c’è scappato il morto richiede sempre un’indagine approfondita prima di poter essere classificato come un semplice incidente. A occuparsi del caso sarà il maresciallo dei Carabinieri Vanni Campisi. Secondo lui qualcosa non quadra. Tanto per cominciare nessun segno di frenata sull’asfalto, strano. Un malore? Possibile, certo. Poi Campisi guarda quella donna negli occhi e la riconosce. Ma è proprio questo a spingerlo ad approfondire il caso o invece è colpa dell’ attrazione che prova di nuovo per lei, Carmen, incontrata solo una sera di tanti anni prima ma mai veramente dimenticata? Sembrava un caso da poter chiudere in fretta, però la realtà è diversa. I dubbi del maresciallo Campisi trovano dei riscontri. E mentre Carmen continua a ricostruire faticosamente i suoi ricordi, incomincia anche a frugare nel suo passato in cui si cela la ragione che ha spinto qualcuno a cercare di ucciderla. Chi è? Perché vuole vederla morta? Lei forse inconsciamente lo sa, ma i suoi ricordi ancora confusi, annebbiati, non le permettono di denunciarlo. E allora è ancora in pericolo…
Pulsioni incontrollabili provocate da un’inconscia rivalsa per rancori del passato, mai risolti o sopiti, affollano questo nuovo giallo che Lucia Tilde Ingrosso regge e guida su binari credibili, sfruttando la sua abilità ormai collaudata nel tempo, avvalendosi un bel ritmo narrativo e offrendoci una conclusiva e ben calcolata zampata da leone.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2018

Ha senso scrivere qualcosa sui gialletti?
Mi stavo chiedendo che senso ha scrivere qualcosa sui gialletti quando tutto intorno c’è un grande fermento, una grande confusione. La flat tax, la Fornero, il reddito di cittadinanza, la manina invisibile, lo spread che sale, il ponte che crolla, le scuole che crollano, il problema degli immigrati, i furbetti del cartellino, i furbetti delle tasse che non pagano le tasse, le mazzette, i falsi invalidi, le false lauree, gli annunci strepitosi, la realtà disarmante, i sorrisetti di superiorità nei talk show televisivi… Forse dovrei fare qualcosa. Non so, partecipare alle discussioni, dire la mia, messaggiare su facebook, postare foto su instagram. Infilarmi, in qualche modo, nel marasma micidiale del web, tra fake news, urla, insulti, minacce, botte da orbi, pedate nel culo, ginocchiate nelle palle e accidenti vari.
Uhm…Meglio scrivere qualcosa sui gialletti. Parto da…

La signora Hudson e la maledizione degli spiriti di Martin Davies, Mondadori 2018.
“Fu Sgraggs, il garzone del fruttivendolo, che mosso a compassione dalle condizioni disagiate e dallo stato mentale in cui versavo mi presentò la persona che avrebbe trasformato la mia vita.” Chi narra la storia è Flotsam (Flottie), una ragazzina orfana di dodici anni che è riuscita a fuggire dalle angherie di Fogarty, il maggiordomo della casa dei Fitgerald. Ora, per opera di Sgraggs, farà la conoscenza della corpulenta e decisa signora Hudson che diventerà, in seguito, governante del duo Holmes-Watson portandosi dietro, come aiutante, la piccola ragazza.
Andiamo al sodo. Uno strano messaggio, scritto con inchiostro scarlatto e accompagnato da un sottile pugnale d’argento, è arrivato nella casa dei nostri. Seguito da uno strano cliente con una sua storia altrettanto particolare. Ovvero il commerciante Nathaniel Moran che si trova “afflitto dalla più antiscientifica e superstiziosa delle preoccupazioni.”
Ha fatto fortuna a Sumatra con la Compagnia commerciale che operava a Port Mary. Solo che la sua presenza, insieme a quella del servitore Penge e dei soci Neale e Carruthers, ha offeso, secondo il sommo sacerdote che gli ha fatto visita, gli spiriti maligni dell’isola. Prima o poi moriranno per opera del suo coltello guidato dalla mano di uno spirito. Già Penge è stato ritrovato ucciso con le orbite vuote e, mentre lui era in preda alla febbre, i due soci sono ritornati a Londra. Chiede aiuto per capire questi fatti avvolti da malefici e tenebrose leggende.
Il dado è tratto. Al lavoro Watson e Holmes con le sue impareggiabili deduzioni che lasciano a bocca aperta. Criticate, però, in parte, dalla signora Hudson che qui rivestirà un ruolo importante con le “sue” deduzioni, specialmente su ciò che attiene al “suo” regno, ovvero quello della cucina. Rivolgendosi al famoso duo “Come governante di professione, posso solo restare seduta a meravigliarmi della vostra ricerca sistematica di prove scientifiche. Ma, quanto alle faccende domestiche, ho accumulato anni di esperienza: perciò non deve stupirvi che, in cucina, io riesca a vedere cose precluse alla vostra attenzione di visitatori.” Per esempio sul forno e su un soufflé al formaggio piuttosto sospetti…
Un plot complesso di superstizione, mistero, razionalità e irrazionalità ben amalgamato e ambientato in una Londra vittoriana dalla spessa nebbia e dalle evidenti disuguaglianze sociali dove i più deboli subiscono mostruose angherie. Deduzioni, già detto, dubbi, domande su domande (perché Fogarty è interessato al racconto di Moran? Questo Moran è del tutto credibile?…), ma anche azione, movimento, travestimenti, corse notturne in carrozza, colpi a sorpresa, momenti di paura e pericolo, morti uccisi che sembrano avvalorare la maledizione del sommo sacerdote per lo spuntare di serpenti velenosi e ratti giganti.
Al centro, questa volta, la signora Hudson (ma anche Flottie si dà da fare) che, come scrive il nostro Luigi Pachì nel suo “Focus sulla governante di Baker Street”, “… è in ogni caso il fiore all’occhiello dell’opera, un personaggio di landlady che, grazie ai suoi anni di esperienza in famiglia, sa interpretare al meglio il comportamento umano e che per certi versi potrebbe ricordare perfino la Jane Marple di Agatha Christie.” Uno, fra i vari buoni motivi, per leggere il libro.

La sfinge dormiente di John Dickson Carr, Mondadori 2018.
Il nostro Gideon Fell arriva con la sua incredibile stazza a pagina novantotto “Scese con aria maestosa appoggiandosi a due bastoni, il corpo enorme avvolto in un mantello. In una mano, oltre al bastone, stringeva anche un cappello nero a larghe tese…” Aggiungo, per sintetizzare: un ciuffo ribelle di capelli grigi, un faccione rosso con tre menti, un naso piccolissimo, due baffoni da bandito e un paio di occhiali con un nastro nero alle estremità. Se poi si passa alla risata allora aspettatevi una specie di ruggito o boato da terremoto. La sua è una visita ufficiale per conto del sovrintendente Madden della polizia del Wiltshire in relazione alla morte della signora Marsh.
Ma andiamo per ordine. Siamo in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale. Qui ritorna, dopo sette anni di lontananza, il giovane, ex membro dell’Intelligence, Donald Holden (ha catturato un pericoloso criminale nazista). E ora scopre di essere ritenuto morto… Panico e angoscia.
Divenuto ricco grazie ad una eredità, è alla ricerca di Celia Devereux, la giovane donna di cui era ed è ancora innamorato corrisposto, la quale si trova in preda, però, ad un vero e proprio incubo. Alcuni mesi prima sua sorella Margot è stata trovata morta per una emorragia cerebrale, ma Celia non crede a questo impossibile evento per una donna in piena salute. È sicura, invece, che sia stata avvelenata dal marito Thorley Marsh, vecchio amico di Donald, uomo violento tanto da picchiarla e tradirla con la giovanissima Doris Locke. Ma nessuno le crede e tutti la ritengono pazza. Ad eccezione di Holden.
Ed ecco allora, sollecitato da lei stessa, l’arrivo del nostro inimitabile dottor Fell (modellato sulle sembianze di Chesterton, ammiratissimo dall’autore) che incomincia la sua strabiliante indagine dentro un’atmosfera di paura, di panico, di fatti inspiegabili che pongono una serie di angosciose domande: Celia è veramente pazza?; come si spiega lo spostamento delle pesantissime bare nella tomba sigillata della famiglia Devereux?; come ha fatto a trovarsi lì anche una boccetta di veleno?; ci sono dei fantasmi che girano in quei luoghi?; Margot aveva pure lei un amante?; cosa centra un anello d’oro con il sigillo di una sfinge dormiente?…
Intanto Celia viene accusata dell’omicidio della sorella e, dunque, un caso intricato, intricatissimo, intriso di sovrannaturale, dove è difficile stabilire uno spartiacque sicuro tra menzogna e verità. Questo fa impazzire il giovane Holden tutto teso alla ricerca della soluzione, mentre il nostro Fell sembra già averla in tasca, rendendolo ancora più agitato.
E noi lettori siamo lì, a bocca spalancata, pronti ad ascoltare le incredibili deduzioni, talora paradossali del mastodontico criminologo che scioglierà i complessi enigmi ad uno ad uno. Ogni tanto, grugnendo e tuonando “Arconti di Atene!”

Rosso Barocco di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2018.
Roma. Estate e caldo boia. “MI SALÍ ADDOSSO L’IMPAZIENZA”, parole nere sul bianco della cripta di San Carlino alle Quattro Fontane, capolavoro di Francesco Borromini, architetto barocco “rivale” di Bernini. Praticamente le sue ultime parole prima del suicidio. Poi l’omicidio di una donna sgozzata da tergo come sant’Agnese in piazza Navona.
Ecco pronto un bel po’ di lavoro per il mastodontico e brusco ispettore Ceratti, l’agente scelto Antonio Cammarata, il libraio Ettore Misericordia, detective dilettante, e il suo fido assistente Fango che narra la storia. Intanto l’uccisa è Silvia Poppi, venticinque anni, residente a Firenze e studentessa fuori sede alla facoltà di Architettura a Roma. Occorre trovare qualcuno che la conosca, ovvero l’amica Francesca Conti dalla quale si apprende che stava finendo la sua tesi di laurea su Borromini.
Borromini e Bernini. Ancora una volta i due geni del Barocco che si incontrano… E c’è un altro personaggio che conosceva Silvia, l’anziano architetto Evaristo Naldi con il quale conviveva (solo per amicizia), preso da una passione smodata per Gian Lorenzo Bernini. Allora tutto ruota, tutto deve ruotare attorno ai due nomi!
Al centro della scena Misericordia con le sue donne, i suoi libri, le sue sigarettine, il suo nasone, il suo basettone, sprofondato nella poltrona Ettorina insieme a Fango che annota tutto, (praticamente i nuovi Sherlock e Watson) e si dà pure da fare (suo il travestimento come turista e l’impatto con un altro morto ammazzato). Simpatiche battute fra i due e Fango che rimane come ipnotizzato dall’amico “Non riesco ancora a capacitarmi perché ogni volta che il Capo mi coinvolge in qualche assurda missione io accetti di seguirlo senza alcuna riserva.”. Ma una domanda sorge spontanea “La scritta nella cripta e gli omicidi sono collegati fra di loro?”.
Il libro, oltre che il classico giallo, è una immersione culturale nella storia passata e un viaggio nella Roma presente, resa bella e immortale anche dalle opere dei due personaggi seicenteschi analizzati nei minimi particolari (praticamente una breve storia dell’arte). Andando avanti con le indagini arrivano diverse novità: il ragazzo innamorato di Silvia, il nobile decaduto fissato che sotto la libreria di Misericordia ci sia una misteriosa cripta con laboratorio alchemico, la giornalista Cecilia, bella e sexy, amica del detective e appassionata di cronaca nera, la Confraternita dei Berniniani, quattro importanti pergamene, dei numeri che non tornano, un barbone che ha visto qualcosa, un medaglione particolare…mentre scorrono lampi dei flash dei turisti giapponesi e numeri di clown per le strade della Città Eterna.
Spiegazione finale di Misericordia che ricollega tutti i tasselli della vicenda svolta con una scrittura veloce, spigliata, ironica e una serie interminabile di punti esclamativi che un po’ enfatizzano (vedi anche Nero Caravaggio). Il classico gialletto gradevole e simpatico senza troppe pretese e ben allineato al prezzo.

Assassinio all’Étoile du Nord e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2013.
“Nel 1933 Simenon compie trent’anni e decide che è venuto il momento di diventare un vero scrittore. Per far questo, opera due rotture significative: con il personaggio che gli ha dato la fama e con l’editore Fayard che lo ha pubblicato. In giugno termina “Maigret”, il romanzo in cui manda in pensione il commissario. In ottobre firma un contratto con Gaston Gallimard, patron della più prestigiosa casa editrice francese. Ciò nonostante, da Maigret non riesce a staccarsi, e in fondo anche al suo nuovo editore non dispiacerebbe vederlo “resuscitare”, sebbene entrambi sappiano che un ritorno del commissario rischierebbe di interferire con la nuova carriera dello scrittore. Il quale, però, troverà un compromesso soddisfacente, che consisterà nel limitarsi a scrivere dei racconti destinati ad apparire solo su riviste.”
Assassinio all’Étoile du Nord
“Con la cornetta all’orecchio, il commissario non smetteva di osservare quella creatura enigmatica che gli teneva testa con l’inaudita energia di cui solo certe donne sono capaci, e che mentiva come solo le ragazze sanno mentire.” Una lotta aperta tra Maigret (mancano due giorni alla pensione) e Céline, ragazza giovane coinvolta in un omicidio all’Étoile du Nord che si professa prostituta. Ma qualcosa non quadra e questo sarà “forse l’interrogatorio più frustrante” di tutta la sua carriera.
Tempesta sulla Manica
Maigret, ora in pensione, è in vacanza a Dieppe con la moglie in un alberghetto modesto ma non manca, per abitudine, di tenere la sua posa preferita al Quai des Orfèvres: “pipa fra i denti, spalle al fuoco, mani incrociate dietro la schiena”. Tutto tranquillo. Sta leggendo un articolo sulla vita delle talpe e dei topi di campagna (sorriso), quando arriva il commissario di polizia della zona “Lavorava qui una certa Jeanne Fénard?”… “È stata uccisa con un colpo di rivoltella in rue de la Digue…”. Sospettati gli abitanti della pensione. Volente o nolente Maigret dovrà intervenire. Anche con qualche bicchiere di grog in corpo che gli fa compiere delle azioni di una certa, involontaria comicità…
La signorina Berthe e il suo amante
Una lettera con la quale si chiede aiuto a Maigret. Ha bisogno di lui la signorina Berthe, amante di un certo Albert e convinta che sia invischiato in un colpo durante il quale è stato ucciso un agente della polizia. Anzi, è proprio lui l’assassino, non l’ha mai amata e mira solo ai suoi soldi. Ha paura, anche, che le faccia del male. Maigret accetta, ma sarà vero tutto quello che dice?…
Il notaio di Châteauneuf
“Con la pipa tra i denti e un vecchio cappello di paglia in testa, Maigret trafficava beato in un angolo dell’orto…”. Per poco, che arriva il notaio Motte di Châteauneuf a rompergli le uova nel paniere. E’ un collezionista di bassorilievi e sculture in avorio di notevole valore che spariscono due o tre volte la settimana. Ha bisogno del suo aiuto per scoprire il ladro. In casa tre figlie di cui una innamorata di un pittore spiantato: Emilienne, Armande e Clotilde. Una nuova avventura, anche se la moglie del Nostro scuote la testa…
Al centro dei racconti, come protagonista incorporeo-corporeo, l’Amore nei suoi molteplici risvolti (notare la massiccia presenza femminile) motore delle intricate situazioni e, protagonista bene in carne, il nostro Maigret, ormai tranquillo pensionato in felice rapporto casalingo con la moglie silenziosa e sferruzzante. Tranquillo fino ad un certo punto che l’assassinio è pronto a strapparlo dalla routine quotidiana. Sembra scocciato, ma in fin dei conti si diverte e non si lascia sfuggire i piccoli piaceri della vita, come un boccale portato “alle labbra con un’espressione così ghiotta che avrebbe potuto fare la pubblicità di una marca di birra.”
Inutile ripetere cose già dette e ridette su Simenon. Scrittura pulita, nitida, essenziale, ironica (in certi casi perfino pronta alla parodia), capace di creare una certa atmosfera con sprazzi di vita cittadina, di gente normale che “si accontenta di piccole gioie”, e di far rivivere i personaggi come se fossero tra noi. Non c’è bisogno di tante parole, non c’è bisogno di tanto movimento. Basta un piccolo tocco, basta un particolare e tutto è pronto per la messa in scena come davanti ad un teatro, nell’attesa che si alzi il sipario.
Avanti gli attori!

Un giretto tra i miei libri

Le fatiche di Hercule di Agatha Christie, Mondadori 2012.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Poirot. Siamo nella sua casa tutta squadrata, dalla stanza stessa in cui si trova alle poltrone, ai mobili, alle sculture di cubi, ad una composizione geometrica con filo di rame. Tutto preciso, tutto razionale. Non pende un capello. Davanti a lui il dottor Burton, professore all’Al Souls, “grassoccio e trasandato”. Bonario. E curioso. Soprattutto del suo nome. Hercule, perché? Tanto più che Poirot non assomiglia un fico secco all’eroe mitologico. Piccolo e lindo, testa d’uovo, giacca nera, farfallino elegante, baffi folti, scarpe di vernice. Diciamo pure tutto l’opposto e certo l’amico non ha letto i classici se non sa capacitarsi di questa disuguaglianza. Vero. Lacuna che il Nostro colmerà subito dopo l’uscita di scena del dottore. Prima di andare in pensione e darsi alla coltivazione delle zucche accetterà dodici casi con particolare riferimento alle dodici fatiche di Ercole (nel frattempo si è documentato con l’aiuto della segretaria Lemon).
Tra l’altro, secondo lui, esiste un punto di contatto con l’immarcescibile eroe “sia l’uno che l’altro, indubbiamente, erano stati lo strumento necessario a liberare il mondo da certi flagelli…”. Sottinteso che i suoi sono più importanti.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Hercule Poirot. Come si diceva una volta per una pubblicità, basta la parola. L’effetto è diverso (si spera) e per il recensore una manna dal cielo.
P.S.
D’accordo, vi elenco almeno le dodici fatiche che un ripassino mitologico fa sempre bene.
1) Il leone nemeo
2) L’idra di Lerna
3) La cerva dalle corna d’oro
4) Il cinghiale di Erimanto
5) Le stalle di Augia
6) Gli uccelli stinfali
7) Il toro cretese
8) Le cavalle di Diomede
9) La cintura di Ippolita
10) Il gregge di Gerione
11) I pomi delle Esperidi
12) La cattura di Cerbero.

Le immagini rubate di Manuela Costantini, Mondadori 2014.
“Una donna è stata uccisa. Ma non uccisa e basta: dopo averle trapassato il cuore con una lama lunga e sottile, l’assassino le ha preso lo scalpo, lasciando solo una ciocca a testimoniare la sua macabra impresa. Quando viene disposto il fermo di un fotografo, le cui impronte sono sul luogo del delitto, agli inquirenti sembra di poter inchiodare il colpevole”.
Non per l’avvocato Filippo Dolci il cui cognome svela la sua passione per la cioccolata, i bomboloni alla crema, i gelati e di fronte ad una pasticceria si sente “come Hansel e Gretel davanti alla casetta di marzapane”. Sposato felicemente con Lavinia (quasi una novità), amico del commissario Pietro Ciccone, alto, determinato, in relazione d’amore con Federica dopo una serie di incontri sfortunati. Altri personaggi tipici di ogni romanzo poliziesco: il procuratore Giampiero Galiffa, secco come un chiodo, l’ispettore Saverio Tudini “dalla faccia senza espressione” che “riesce a capire le persone con una sola occhiata” e l’ispettore Caterina Barnabè che “cerca, studia, segna e alla fine tira le somme e quasi sempre il risultato è giusto” (coppia perfetta).
Aggiungo l’incontro tra Filippo e Agnese Cerelli insieme ai tempi del liceo (vuole separarsi dal marito) e quello con la sorella Irene che pretende un risarcimento per un incidente stradale. Sospettati il parrucchiere Domenico Potalivo, ultimo a vedere in vita l’uccisa, e il fotografo Fausto Minardi le cui impronte sono state trovate vicino al corpo della vittima (incriminato, come già detto). Intanto a casa Dolci spariscono camicie, arrivano altri due morti ammazzati con le stesse modalità e l’indagine si fa più complessa, anche se per la polizia il caso sembra chiuso.
Insieme all’indagine, alle domande e alle elucubrazioni di rito infiorettate da dubbi e ripensamenti, il lavoro quotidiano dell’avvocato (deve difendere un ladro di pane e olio), la storia dei personaggi (tra cui quella di Corrado Scarsella omosessuale, amico di Filippo, sempre ai tempi del liceo), un po’ di filosofia sulla felicità, la televisione che incombe, la forza e la disperazione dell’amore, altri spunti sul Nostro a cui viene voglia di piangere quando piove per un ricordo doloroso da bambino e non può indossare il cappello (una specie di feticcio), la “Chioma di Berenice” di Catullo a stuzzicare la curiosità del lettore. In corsivo il pensiero dell’assassino, in prima persona quello di Filippo Dolci, in terza tutto il resto con una scrittura che si fa leggera e penetrante. Un buon inizio per Manuela Costantini.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Secondo Luca CroviL’ombra del campione, Rizzoli 2018, deve la vita a una specie di scommessa fatta con Franco Forte che volle farlo partecipare alla sua antologia calcistica  Giallo di rigore… Fu allora infatti che scoprì, stando alle date, la possibilità di un incontro e, magari perché no, un amichevole rapporto tra il grande immenso centrocampo interista Giuseppe Peppino Meazza (detto anche Balilla), e il commissario De Vincenzi, (un vero Maigret all’italiana), l’indimenticabile eroe dei romanzi di Augusto De Angelis. E da bravo ladro di storie (a detta dei suoi figli) o meglio acuto spigolatore, Luca Crovi non delude le attese dei lettori (mai avrebbe potuto) e di là riparte. Rispolvera come protagonista della sua fiction un giovane De Vincenzi, rendendo omaggio a De Angelis, al grande e purtroppo misconosciuto autore (il fascio imperava tarpando le ali) che aveva saputo creare nostrane atmosfere giallo, poliziesco, noir degli anni Trenta e, per regalarci il suo primo giallo-thriller-noir, si tuffa di testa in una gustosa storia milanese, molto intrigante e dal sapore squisitamente retrò… Con una raffinata commedia gialla, Luca Crovi, scippando alla grande quanto gli serviva, festeggia e commemora sia l’uomo icona del calcio sport, incensato dagli italiani, che l’intrigante e indubbio fascino di una Milano alla fine anni Venti, avviluppata dalla “scighera”.

Una morte perfetta di Angela Marsons, Newton Compton 2018.
Quarto romanzo della serie di Angela Marsons con la brusca detective Kim Stone come protagonista; un bel personaggio, con una difficile infanzia e giovinezza alla spalle, duro se necessario e spietato perfino con se stesso – unica recente debolezza l’accettazione di Barnie, un border collie rimasto senza padrone – ma che crede fino in fondo nel suo lavoro e vorrebbe poter offrire giustizia a tutti. E tutti e quattro i romanzi, benché ciascuno racconti una storia finita, fanno comunque parte di una concezione seriale tanto che, sia per un approfondimento sui vari interpreti quali lei, Kim la protagonista e il resto del team, Bryant, Stacy e Kev, sia per una migliore comprensione delle loro scelte di vita, suggerirei senz’altro di andare a leggere anche i precedenti.
Ma ora torniamo a Una morte perfetta. Nonostante la rapida e felice soluzione di un caso a lei affidato e la serie di nuove indagini da svolgere, racchiusa nella massa di carte impilate sulle scrivanie,  Kim Stone e la sua squadra ricevono l’ordine di recarsi a Westerly, nella Black Country, in quella che è chiamata la Body Farm, segretissimo centro di ricerca e laboratorio dove si studiano le reazioni chimiche sui corpi in decomposizione, che sono stati lasciati in eredità alla ricerca medica. In realtà, una ributtante struttura nata per far progredire la scienza forense, situata in un terreno isolato e cintato a più di 2 km da ogni edificio nelle vicinanze, insomma non proprio un posto piacevole o adatto a deboli di stomaco. E proprio là, mentre la detective Stone e la sua squadra stanno compiendo la loro visita di aggiornamento e studio, scopriranno, poco fuori dal recinto, il corpo ancora caldo di una giovane donna, barbaramente uccisa con il volto straziato a colpi di pietra e soffocata dalla terra infilata di forza in bocca…
Una storia che sguazza nella psicologia e, scavando senza pudori nell’inconscio, sviscera e approfondisce i rapporti di lavoro e le relazioni interpersonali di Kim Stone. Anaffettiva, caustica, sempre diffidente, ma forse tiene alla sua squadra più che a se stessa. Nessun vero legame, a parte Barney, il cane adottato. L’idea di una possibile relazione con un collega, un consulente conosciuto in un precedente caso, per ora  non pare destinata ad andare in porto (mai dire mai, pensa il lettore, e forse anche l’autrice). La  serenità non sta di casa nei romanzi della Marsons, le persone “normali” si possono contare sulle dita della mano, ma si impara che esistono professioni astruse quali Archeologo forense e Osteoarcheologo, che nella realtà possono aiutare e risolvere alcuni  complessi  e contorti casi criminali.

Genesi di A.G. Riddle, Newton Compton 2018.
Dal geniale autore di Epidemia mortale e Atlantis Saga, uno scrittore da 3 milioni di copie e tradotto in ben 22 lingue, arriva in Italia un nuovo romanzo per gli amanti del genere Science Fiction, in un indovinato cocktail che riesce shakerare thriller, avventura e psicologia. Infatti Riddle, da scrittore abile e disincantato, per costruire le sue storie sonda le angosce e le paure umane, e diventa quell’abile affabulatore che avvincendo i suoi lettori riesce quasi a convincerli della possibile realtà delle storie che sta narrando. E non si parla di noccioline, no! Perché sono storie complesse che si avvalgono subdolamente di termini altamente scientifici per mischiare a suo piacere verità e fantasia, fondendo la ricerca con la narrativa…
Un thriller ben concepito che incolla il lettore alle pagine, come l’hanno definito oltreoceano i critici più smaliziati del settore. Vero! Perché nonostante affronti spesso temi astrusi e magari ostici ai più, risulta lo stesso comprensibile, ben costruito e congegnato come un orologio svizzero. In più ha l’innegabile pregio di essere ricco di azione senza tregua, con una trama affascinante in cui alla fine tutti gli ingranaggi come in un puzzle universale si incastrano alla perfezione

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta tocca a Il Tempio del Rubino di Fuoco di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Amici, ecco un’altra avventura di Geronimo Stilton! Questa volta andremo nel Rio delle Amazzoni, in Brasile. Tra ragni pelosi, piranha aggressivi e piante carnivore, Geronimo e i suoi amici, accompagnati dalla figlia del capo tribù, devono andare a difendere il Tempio del Rubino di Fuoco dai topi cattivi che distruggono la foresta per rubarlo. Il loro capo è basso e grasso, il suo aiutante è magro e intelligente.
Questo è un racconto di avventura, ricco di pericoli e movimento, ma anche un racconto educativo che ci insegna a difendere e salvaguardare la natura.
Alla prossima!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Sola nell’auto

Patrizia Calamia
Sola nell’auto
Bertone, 2018

30 gennaio 2017: nell’alba lattiginosa di Firenze, in via Lupo, una traversa di Lungarno Serristori, viene ritrovato il cadavere di Linda Donati. una tredicenne di buona famiglia, nella Porsche rossa intestata al padre, noto manager bancario cittadino. Linda è stata strangolata (ma non violentata), ciò nondimeno sul cadavere si trovano tracce biologiche che presumibilmente appartengono all’assassino. Le indagini vengono affidate al commissario Cosimo Cavaliero che, affiancato dalla collega e criminologa ispettore Monica Quanti, intraprende un formale interrogatorio dei famigliari. I genitori della vittima sono divorziati, il padre è single, la madre si è risposata e ha avuto un bambino dal secondo marito. Quando le analisi del DNA dimostrano che la traccia biologica riscontrata sul corpo della ragazzina appartiene al padre, il caso sembra risolto. Ma Monica Quanti non è d’accordo. Perché un padre evidentemente molto affezionato alla figlia, della quale condivideva l’affidamento con la ex moglie e che non aveva mai mostrato turbe comportamentali, avrebbe commesso un delitto tanto efferato? Lasciando poi Linda così esposta, adagiata sul sedile posteriore della sua auto, con un’inconfutabile e incriminante traccia biologica, quasi una firma, o peggio un’autodenuncia? Insomma pare tutto troppo artefatto, quasi un segnale in codice, un avvertimento voluto dal vero assassino in modo analitico e premeditato. Tanto dice e fa, che riesce a convincere e coinvolgere il commissario Cavaliero e, con il suo appoggio, anche il questore, a esplorare una seconda linea di indagini che mirano ad allargare il tiro. Andando a scavare negli archivi informatici italiani, la Quanti riesce a trovare alcuni casi analoghi, figlie adolescenti uccise e ritrovate con inequivocabili tracce biologiche all’interno dell’auto paterna. Tracce che automaticamente hanno incriminato i padri. Elemento inconfutabile che accomuna tutti i casi e che non si riesce a spiegare. E se invece si trattasse di un unico assassino? Della premeditata macchinazione di un diabolico killer seriale? Monica Quanti, anche lei madre di una figlia adolescente, non si arrende, annota tutti i particolari, li sviscera, richiama alla mente elementi di profiling anche di casi oltreoceano per riuscire a individuare chi potrebbe essere dietro a quei delitti e perché.
I pochi e brevi tratti di leggerezza nella trama non allentano la morsa di questo thriller psicologico a tinte fosche, che riesce a privarsi crudelmente anche di una conclusione consolatoria ma che, a mio vedere, ogni tanto, invece di inquadrare l’indagine per il lettore, si perde un po’ per strada e sarebbe stato avvantaggiato da un’impostazione narrativa più rapida e stringata.

Patrizia Calamia, nata a Roma, vive a Trieste insieme al marito e ai due figli, conciliando lavoro, passione per il tango e scrittura. Ha pubblicato diversi romanzi. Sola nell’auto è il suo primo romanzo per Bertoni editore.

Invasori (Le varie di Valerio 92)

Pat Shipman
Invasori. Come gli umani e i loro cani hanno portato i Neanderthal all’estinzione
Carocci, 2017 (Orig. 2015)
Traduzione di Anna Maria Paci
Scienza

Europa. Ultimi cinquantamila anni. Un superpredatore, il moderno Homo sapiens fece il suo ingresso nell’ecosistema euroasiatico un po’ più di 45.000 anni fa. Dalle nostre parti, da qualche centinaia di migliaia di anni c’erano altre specie umane, in particolare i neanderthaliani. Noi siamo stati una specie molto invasiva, dopo poche migliaia di anni siamo di fatto rimasti l’unica specie umana in Europa e sul pianeta, abbiamo favorito l’estinzione di altri mammiferi di grossa taglia (megafauna), abbiamo sostituito piante e vegetazione spontanee con specie domesticate, abbiamo iniziato a far pagare un prezzo alto alla biodiversità globale. Gli ecosistemi sono entità complesse, intersecati e tenuti insieme da una rete di cooperazione, simbiosi e dipendenza reciproche. Quando i nostri progenitori s’imbatterono nei neanderthaliani in Eurasia, questi erano intelligenti, abili, ben adattati al loro ambiente; eppure loro si estinsero e noi no. La convivenza è durata poche migliaia di anni, le due specie erano non del tutto incompatibili sotto il profilo genetico, vi era già stata e è proseguita una qualche ibridazione (con discendenza fertile). Pare che non li abbiamo uccisi tutti o tanti, che vi sia stata competizione per le risorse ma la nostra prevalenza non sia dovuta a un’aggressiva conquista militare. Probabilmente le ragioni sono altre, hanno a che vedere con la biologia delle invasioni e i cambiamenti climatici: abbiamo occupato spazi e ci siamo adattati meglio. Allo sconvolgimento faunistico e ambientale avvenuto tra 45.000 e 35.000 anni fa, con rapide oscillazioni climatiche, sopravvissero lupi e uomini moderni, non è escluso che fossero anche predatori “alleati”, in grado di guardarsi nelle sclere (come mostra la copertina) e di sconfiggere i mammut.

La stimata antropologa americana Pat Shipman (Scarsdale, 1949), ex-docente alla Penn State University, dopo decenni di studi specifici di tassonomia e di archeologia fossile, nel nuovo millennio si è dedicata a biografie scientifiche e a questioni generali di paleo ecologia. Siamo noi gli invasori che le suggeriscono il titolo, meglio esserne consapevoli; mentre il sottotitolo non riassume l’insieme delle informazioni e riflessioni contenute poi nel testo. Per lunghi meditati capitoli l’autrice ragiona sulla competizione interspecifica negli ecosistemi, anche cercando di cogliere le dinamiche possibili rispetto ad assenza o presenza di umani; valuta le piramidi trofiche con produttori vegetali, diversi erbivori animali (consumatori primari) e consumatori secondari come insettivori e carnivori; chiarisce cosa in un ecosistema determina l’arrivo di una specie di predatori, con un esempio relativo all’habitat del parco di Yellowstone; segnala la lunga attività terrena di specie umane prima di e accanto a noi sapiens, i neanderthaliani in un vasto territorio dalla Spagna alla Russia, dal Galles al Medio Oriente. Forse, tra le capacità che a un certo punto mostrammo ci furono una notevole flessibilità della caccia (non solo con agguati) e della dieta (onnivora) e la domesticazione di un canide. Shipman lo definisce lupo-cane, segnalando peculiari caratteristiche, che si combinarono sinergicamente con quelle umane e ci rese specie quasi imbattibile nell’ecosistema europeo intorno a 40.000 anni fa. L’autrice conclude riconoscendo che nell’ipotesi vi sono anche “punti di debolezza: domande senza risposta, parametri non misurati, lacune nelle evidenze difficilmente colmabili”. Una cosa considera certa: il nostro ruolo negli ecosistemi del mondo è di invasori e ci si sta ritorcendo contro.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La lunga eclissi (Le brevi di Valerio 240)

Achille Occhetto
La lunga eclissi. Passato e presente del dramma della sinistra
Sellerio, 2018
Politica

Sulla sinistra. Questi 30 anni. L’ultimo segretario del Pci Achille Occhetto (Torino, 1936) fu il primo segretario del Pds, promosse lui la “svolta” del cambio di nome e di (parziale) sostanza. Sono trascorsi quasi tre decenni dall’evento epocale che gli suggerì di agire, la caduta del muro di Berlino, e sottolinea che le ultime vicende europee (compreso il voto italiano del 4 marzo 2018) “ci mettono brutalmente dinnanzi al tema dell’eclissi della sinistra su scala mondiale”. Ecco, dunque, il saggio La lunga eclissi per riprendere il discorso del crollo del comunismo, individuarne le radici, ribadire che occorreva andare oltre anche le esperienze socialdemocratiche, nel contesto di ipotesi sul male oscuro delle permanenti divisioni che dilaniano dagli albori il fronte progressista e le sinistre. Valuta ex post importanza e limiti, retroterra culturale e cattivo funzionamento della svolta, tenendo conto sia della recente ricerca storiografica che dei ricordi personali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La donna che morì due volte (Le gialle di Valerio 176)

Leif GW Persson
La donna che morì due volte
Marsilio, 2018 (Orig. 2016)
Traduzione di Katia de Marco
Noir

Solna, contea di Stoccolma. Estate 2016. Edvin Milosevic, dieci anni, figlio di serbi profughi dalla Croazia, piccolo e magro, ha un ottimo rapporto di nobile cameratismo maschile con Evert Bäckström, capo della locale sezione di polizia, pessimo uomo, ormai ultra 60enne. Sono vicini di casa a Kungsholmen. Il ragazzino considera Evert un mito, ascolta e ripete ogni sua indicazione, discreto e leale, a disposizione per frequenti piccole commissioni; il commissario non ama i bambini e non sopporta praticamente nessuno, vede in Edvin qualche affinità interiore, si è quasi affezionato. Nel tardo pomeriggio del 19 luglio Edvin suona, qualche ora prima è fuggito dal campo scout avendo casualmente rinvenuto qualcosa di importante e orribile, apre lo zaino, estrae un sacchetto contenente un cranio, spiega bene cosa ha già giustamente dedotto, c’è un evidente buco di pallottola. Evert lo ringrazia e avvia l’inevitabile laboriosa indagine. I resti della vittima sono stati ritrovati sulla piccola inospitale maledetta isola di Ofärdsön sul lago Mälaren, nemmeno un centinaio di ettari, già pascolo estivo per il bestiame prima di acquisire la brutta fama di portare sfortuna, niente spiagge o facili approdi, quasi completamente coperta di arbusti e cespugli. Quel che presto emerge dalle analisi è che il Dna appartiene a una thailandese nata nel 1973 e già morta nello tsunami di fine dicembre 2004. Tutta la squadra, i tecnici della scientifica, i colleghi asiatici, pure i servizi segreti studiano genetica e si immergono nella vicenda per un paio di mesi. Una delle due morti deve riguardare qualcun’altra, non si può morire due volte. Oppure sì?

Leif Gustav Willy GW Persson (1945), professore di criminologia alla Scuola nazionale di polizia a Stoccolma, è stato consulente del ministero di Giustizia e dei Servizi segreti svedesi e, da una ventina d’anni, ci delizia con lunghi bei gialli (la vicenda Palme insegna)! Colti e divertenti, costituiscono un ritratto vivido e ironico delle opulente società contemporanee, terza fissa al passato, una goduria di dettagli ed emozioni: si scherza e si pensa, si odia e si ama, si ride e si piange, ci si stupisce e ci si commuove, incantati da dialoghi con deliziosi retro pensieri, in punta di piedi, con raro senso della musicalità. Il suo primo mitico protagonista Lars Martin Johansson è ormai morto da oltre cinque anni. Persson alterna pertanto cattivi e buone che erano ai suoi comandi, segnalando talora personaggi e intrecci dei precedenti romanzi, qui tutto ruota intorno a Bäckström, il peggiore. Il tondo furbo fortunato commissario è figlio d’arte, corrotto ubriacone misogino arrapato volgare (grazie a un celebre supersalame), né brutto né sciocco, capace di mirabolanti intuizioni induzioni deduzioni abduzioni, ricorda collega pianifica il proprio esclusivo benessere, soprattutto gastronomico, alcolico e sessuale. Fra l’altro riemergono varie vecchie storie, pare che Putin e il governo russo, per il tramite dell’amico Gustaf G:son GeGurra Henning, vogliano assegnare a Evert la medaglia Puškin per il caso del naso di Pinocchio, si rischia l’incidente diplomatico. Più che buon vino tanta birra e vodka, al meglio con i würstel Bullens Pilsnerkorv. Il nome della barca viene da Puccini.

(Recensione di Valerio Calzolaio)