Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone (Le gialle di Valerio 184)

Maurizio de Giovanni
Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone
Einaudi, 2018
Noir

Napoli. Una settimana del novembre di due-tre d’anni fa. Elsa Martini stava stringendo i tempi di un’eccellente rapida (già pluridecorata) carriera in polizia, poi aveva ucciso di proposito un 67enne famoso pediatra squallido pedofilo, le avevano dato eccesso di legittima difesa, in appello l’assoluzione. Dopo Torino, ora viene trasferita a Pizzofalcone, a nove mesi di distanza, fra gli altri Bastardi (scartati). Arriva e lascia subito il segno. La 34enne originaria di Alessandria ha mossi capelli rossi e penetranti occhi verdi, figura slanciata e fisico atletico, gambe lunghe e cervello fino, magnifica femmina alfa; vive con l’intelligente matura figlia di 11 anni, Vittoria Vicky; fuma abbastanza ed è molto refrattaria all’attività di squadra, abituata a non consultare nessuno; risulta una gran lavoratrice e la più alta in grado dopo il commissario Palma. Peraltro, deve sostituire Pisanelli, l’anziano vice che continua a restare in Ospedale a seguito della delicata operazione subita, lasciando l’organico (suo malgrado) troppo ridotto rispetto alle turbolenze del quartiere. In commissariato è arrivata la segnalazione di un’insegnante di Matematica presso il Tecnico, preoccupata della scomparsa della 42enne collega di Lettere, Chiara Fimiani in Baffi, di solito serena e riservata. Non si sente di fare una vera e propria denuncia pur se, nemmeno due giorni prima, ha ricevuto un sms che sembra riferito a un pericolo procuratole dal marito: “Questo stasera mi ammazza. Addio, amica mia”. Giuseppe e Alex stanno provando a sentire a scuola e in giro, lo sposo è un ricco noto potente industriale e non sembra particolarmente teso, ipotizzano che potrebbe averla voluta morta, Elsa è subito coinvolta e irrequieta, qualcosa sotto c’è sicuro. E l’infermo Pisanelli si è ormai definitivamente convinto che l’amico frate elimini i potenziali aspiranti suicidi che forse vogliono farsi suicidare; vorrebbe chiedere ad Aragona di rintracciarlo per farlo arrestare.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) è giunto all’ottavo romanzo (in sei anni) della sua ottima seconda (e contemporanea) serie; a inizio 2017 e fine 2018 i personaggi li abbiamo visti su RaiUno, ormai hanno quei volti e posture. Chi ha seguito le due stagioni televisive, ognuna di sei episodi, sa che alcune vicende non sono state ancora raccontate nei romanzi: per esempio qui il clan camorristico non ha ancora tentato di corrompere Lojacono (sta appena iniziando) e sua figlia Marinella non ha ancora un fidanzato (sta appena innamorandosi). La narrazione scritta è più compatta e lirica, il filo è il vuoto del titolo e della seconda di copertina, in ordine gerarchico: vuoto di potere (Palma), di forze (Pisanelli), di passato (Elsa Martini), di futuro (Lojacono), di decisioni (Romano), di certezze (Ottavia Calabrese), di coraggio (Alessandra Di Nardo), a perdere (Aragona). Le dinamiche personali e relazionali di ciascun bastardo irrompono spesso sulla scena, mentre si sviluppano i molteplici fronti dei bui misteri criminali. Sia il privato che il professionale lasciano sempre nuovi vuoti, mai assoluti, talora colorati, talora ciclici. In questa occasione è poco presente l’altra femmina alfa, la magistrata Laura Piras, piccola bruna sarda. Interessanti le lezioni itineranti del buon Davide Maggioni, 61enne poeta e romanziere di chiara fama, due divorzi alle spalle. La narrazione è in terza varia, come sempre, in corsivo solo un dialogo fra mafiosi e qualche lettera. Come nella tradizione matura dell’amato McBain la distanza temporale dal caso precedente non coincide con quella dal libro precedente. Alex sceglie Greco di Tufo per l’attesa turbolenta cena a casa sua col padre.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Come torrenti di pioggia (vintage)

Annamaria Fassio
Come torrenti di pioggia
Fratelli Frilli editori, 2006

Come torrenti di pioggia è un romanzo completamente diverso dai precedenti della stessa autrice.
La vicenda prende spunto da un episodio realmente accaduto a Genova, la strage di via Fracchia. Il 28 marzo 1980, durante un blitz dei carabinieri del generale dalla Chiesa in un covo Br, restarono uccisi quattro brigatisti rossi: Anna Maria Ludman, Riccardo Dura, Lorenzo Betassa e Pietro Panciarelli. La dinamica dei fatti è violenta e controversa: in meno di un minuto i terroristi erano morti. Per quattro giorni ai magistrati non fu consentito entrare nel covo.
Ma l’episodio è solo uno spunto: “Io non volevo raccontare ‘la verità, ma mi sono basata su una suggestione molto forte per raccontare Antonia, le sue motivazioni, il suo rapporto con la famiglia”.
La vicenda è narrata attraverso la voce di Emma, sorella della brigatista Antonia. Nel libro dalla Chiesa è Colasanti, un colonnello del SID, un bell’uomo sanguigno che a suo modo cerca la verità. Gli fa da contraltare il giornalista Lombino (il cui nome è un omaggio al compianto Ed McBain, che la Fassio considera suo maestro). Tutti, a modo loro, cercano la verità, ma man mano che si va avanti sono costretti a scontrarsi con una realtà scomoda che fa venir meno le loro certezze.
Scritto nel 1999, Come torrenti di pioggia ha origine da una vecchia suggestione nata in un periodo storico, quello del terrorismo, pieno di fermento e contraddizioni: “In quel periodo Forleo cercava di promuovere la nascita del sindacato di Polizia, nascevano Magistratura Democratica e il sindacato della scuola. Ma a fianco di questi cambiamenti sociali c’erano le Brigate Rosse. Quando gambizzarono Castellani, del PCI, quando venne ucciso Guido Rossa, tutti si sentirono nel mirino. E i terroristi vennero emarginati, perché la gente comune non capiva, non ne condivideva metodi e finalità”.
Impossibile non notare come Genova, negli ultimi anni, sia diventata terreno di coltura per numerosi giallisti. Come mai? “È una città che si presta a fare da sfondo ai misteri e all’intrigo. Ci sono vicoli strettissimi, un po’ tipo casbah. Colline e montagne piene di funicolari e ascensori. Poi il porto: il clan dei marsigliesi, i traffici dell’angiporto.”. Soprattutto dopo il G8, poi, è nata una forte riflessione sul ruolo del giallista e della narrativa di genere come forma di denuncia. La denuncia sociale, già presente nei noir americani degli anni ’40-’50, in Come torrenti di pioggia prende la forma di una coscienza critica dei personaggi che riflettono sulla problematica, sempre attuale, dell’uso e abuso del potere.
Il risultato è un romanzo psicologico drammatico e, ovviamente, senza lieto fine, ricco di spunti di riflessione. Un pezzo di storia contemporanea, romanzato e avvincente ma molto realistico.
Per non dimenticare.

Annamaria Fassio, nata a Genova, appassionata di letteratura, cinema e musica, è nota ai lettori per la serie di Maffina e Franzoni pubblicata nei Gialli Mondadori. Vincitrice del Premio Tedeschi 1999 con Tesi di Laurea, ha poi pubblicato I delitti della casa rossa, Biglietto di sola andata, Una città in gabbia, Povera Butterfly e Maria Morgana. Dopo Come torrenti di pioggia sono usciti Una vita in prestitoI giorni del minotauroShanghai, GangsterSantiago 544 (Segretissimo Mondadori, 2010) e, tutti con Il Giallo Mondadori, Di rabbia e morteTerra bruciataControcorrenteL’oro di SarahLa morte e l’oblioDonne da uccidere.

La Debicke e… Non dimenticare

B.A. Paris
Non dimenticare
Nord, 2019

Dodici anni prima Finn, un giovane broker di successo e molto ricco, era sicuro di aver trovato l’anima gemella: una bella ragazza dai capelli rossi neppure ventunenne, Layla. Erano di ritorno da una bella vacanza in Francia, a Megeve, e avevano tanti grandi progetti fino al momento di quella fatale ultima fermata in una piazzola di parcheggio. Buio, notte, Layla, dormiva, una fievole luce sopra i bagni illuminava qualche metro. Per Finn appena il tempo di scendere dall’auto, senza disturbarla, entrare nel gabinetto, servirsene ma al suo ritorno Layla era inspiegabilmente scomparsa, come svanita nel nulla. La piazzola del parcheggio era inesorabilmente vuota, la macchina che aveva visto prima era partita, l’autista dell’unico camion parcheggiato dormiva. E non c’era campo per il cellulare. Questo il resoconto che Finn, angosciato, aveva fatto alla polizia prima per telefono, dopo aver raggiunto la successiva area di servizio, e a voce dopo essere tornato sul posto: semplice più che credibile, tanto più che gli agenti avevano anche rinvenuto per terra una bambolina della ragazza e segni che potevano sembrare di trascinamento.
Ma era tutta la verità?
Oggi, a distanza di tanti anni, tutto è cambiato. Finn è un uomo diverso, più consapevole, ha passato il traguardo della quarantina, è riuscito a metabolizzare il traumatico evento di allora (che gli era costato anche delle accuse dalle quali aveva dovuto difendersi) ed è, pare impossibile vero?, felicemente fidanzato con Ellen, la sorella minore di Layla. È stato proprio il comune dolore per la scomparsa della ragazza ad averli fatti incontrare, avvicinare e alla fine spinti ad andare a vivere insieme. Ellen sembra diversa da Layla, solo gli occhi sono molto simili, è una brava disegnatrice ma c’è qualcosa di insondabile in lei. Finn la ama però, o crede di amarla, tanto che cerca di convincersi che sia la donna giusta, anche se forse il ricordo della sorella lo turba ancora. Ciò nondimeno Finn ha chiesto a Ellen di sposarlo e hanno deciso di traslocare in un posto tranquillo, fuori città. Ma nella loro nuova vita cominciano ad accadere strani fenomeni. Finn riceve una telefonata da un amico poliziotto. L’amico gli riferisce che il suo vecchio vicino di casa è sicuro di aver visto Layla aggirarsi davanti al loro cottage di St. Marys. Certo non c’è da fidarsi: è un uomo molto anziano, ha più di novant’anni, probabilmente si è confuso, ma quando Finn trova sul marciapiede di fronte all’ingresso della nuova casa la piccola matrioska, identica all’unica traccia della sparizione di Layla, rinvenuta dalla polizia nello sperduto parcheggio francese, qualcosa non quadra. Per Finn quell’oggetto ha un significato preciso, che lo riporta drammaticamente al passato. Ma l’incubo non è finito perché nei giorni seguenti salteranno fuori altre due matrioske, una sul muretto di casa e un’altra sul cofano della sua automobile. È possibile che Layla sia viva e sia tornata? Ma perché? Cosa vuole di preciso?
Misteri, falsità e fatali mancanze sono i motori trainanti di questo thriller di un’autrice che mischia alcuni meccanismi del giallo psicologico con gli elementi più classici del thriller e della suspense. Non dimenticare, infatti, conferma l’interesse della Paris nei confronti di tematiche e metodi di questo nuovo filone, che vede fra le interpreti scrittrici quali Paula Hawkins, Claire Douglas o Gillian Flynn. La narrazione della Paris è limitata a pochi ambienti, quasi tutti domestici. Niente pericolosi killer o serial killer venuti da fuori. La vita, o meglio la non vita, di coppia domina angosciosamente la trama e il passato diventa l’unico incubo ricorrente di un continuo doppio flash back legato alle due voci narranti che rimandano a choc, sofferenze, insani patimenti e a qualche raro idilliaco momento di anni prima.
Come nei romanzi precedenti della Paris, alla base della trama c’è sempre un rapporto malato e in qualche modo ossessivo collegato a una coppia. Evidentemente il mondo attuale porta molti scrittori e autori a scegliere con voluttà di uscire dai binari cercando di stupire a ogni costo. Il rapporto tra scrittore e lettore diventa: io la sparo sempre più grossa e vediamo se tu te la bevi.
Alcuni particolari, ma la fiction è solo un gioco no?, sono al di là del verosimile, ma va bene lo stesso. Sono convinta che la signora Paris, e come lei altri scrittori, trovi nelle pagine dei libri un bello sfogo, magari a una perfida e noiosa routine quotidiana. Quanti di noi, guardate che le do ragione, sognano almeno una volta di poter eliminare freddamente qualcuno. E riuscire a farlo scrivendo è una signora soddisfazione. Psichiatri e psicologi avrebbero motivo di battere le mani.
B.A. Paris è nata e cresciuta in Inghilterra, ma si è trasferita in Francia per lavorare in una grande banca d’investimento. A un certo punto della sua vita, però, ha deciso di cambiare e di dedicarsi alla narrativa. I suoi romanzi La coppia perfetta e La moglie imperfetta hanno venduto oltre un milione di copie e sono stati tradotti in 37 Paesi. Attualmente vive in Inghilterra col marito e le cinque figlie.

La Debicke e… La porta del buio

Franco Limardi
La porta del buio
Leone, 2018

Un prologo da incubo, lontano decenni nel tempo e legato a un bestiale, diabolico ed esoterico sacrificio di sangue, che segnerà per sempre una vita.
Il commissario Giorgio Brentani è un ottimo poliziotto, con una lucida mente di investigatore ma da tempo, ormai, lavora dietro a una scrivania. Tre anni prima una tragica indagine è costata la vita a tutta la sua famiglia: moglie e due figli, un maschio e una femmina. I delinquenti, che li avevano sequestrati per vendetta nei suoi confronti, durante la fuga ad alta velocità erano precipitati da un viadotto e l’auto su cui viaggiavano era esplosa nell’impatto, finendo divorata dalle fiamme con tutti i passeggeri. Nessun superstite. L’orrore di quell’episodio ha segnato profondamente Brentani, condizionandogli l’esistenza. Il tempo non ha guarito del tutto le piaghe della memoria. Molte delle sue notti sono ancora scandite da angoscianti incubi, in cui tornano a tormentarlo i volti di Silvia, Marco e Giulia.
Ma, ciò nonostante, di fronte a una truculenta e inspiegabile strage familiare nel quartiere di Montesacro il commissario capo Massimo Cacciatori sollecita il ritorno di Brentani sul campo. Gli saranno di supporto il vecchio collega e amico ispettore Giò Portinari e, in veste di nuovo acquisto per la ricostruita squadra, l’agente Morrone.
Gli spaventosi delitti sembrano portare le stigmate della perversione o della follia. Moglie, figli e fidanzato della figlia sono stato eliminati con una speciale pistola in uso all’esercito, mentre al capo famiglia è stata riservata la sorte peggiore. Barbaramente ucciso a coltellate, è stato abbandonato appeso a testa in giù, circondato da misteriosi segni rossi, verdi e neri tracciati sulla parete (forse parole?) in un intreccio indecifrabile e inquietante. Brentani non si perde d’animo, inizia a scavare a fondo sul modus operandi dell’assassino e negli archivi della polizia scopre la presenza di due casi molto simili all’omicidio su cui sta indagando, avvenuti nelle province di Terni e di Siena; stesse modalità, tempi diversi ma forse tutti e tre collegabili.
Si potrebbe ipotizzare un assassino seriale? Un pazzo o un vendicatore? Anche i media, nella persona di una intrigante e tentatrice giornalista, vorrebbero saperne di più, ma la regola di Brentani è sempre stata: con la stampa bocca chiusa. Le indagini conducono Giorgio e il suo amico ispettore Portinari fino a un luogo in particolare, il Pio Istituto Sant’Antonio portatore di Cristo. Brentani e Portinari sono convinti di essere sulla pista giusta: le vittime seviziate hanno tutte e tre lavorato a vario titolo presso l’orfanotrofio, Il Rifugio del fanciullo, fondato da quell’ente religioso e chiuso da anni per ordine della magistratura. Non può essere soltanto una coincidenza, ci deve essere sotto qualcosa.
Cosa accadeva dentro le mura di quell’edificio? Chi si nasconde dietro agli omicidi? Deve essere qualcuno che conta e che manovra nell’ombra per depistare le indagini e non far arrivare Brentani alla verità.
Tempi ben scanditi da una struttura narrativa che tiene il lettore in sospeso. Personaggi di spessore, ambientazioni ben calibrate che offrono un perfetto scenario a un thriller crudo e agghiacciante che, oltre ad andare a indagare sul significato di antichi simboli e rituali magici, scava a fondo nella psiche dei personaggi. Un lungo cammino per riuscire finalmente ad accendere le luci della scena, alzare il sipario, diradare l’ombra della tragedia e dare spazio alla luce della verità.

Franco Limardi è nato a Roma ma da molti anni risiede e lavora a Viterbo. Laureato in Filosofia Estetica con una tesi sul cinema, è stato sceneggiatore. Ha esordito nella narrativa nel 2001 con il romanzo L’età dell’acqua, menzione speciale della giuria al Premio Calvino, pubblicato da DeriveApprodi. Ha al suo attivo alcuni testi teatrali e i romanzi Anche una sola lacrima (Marsilio 2005), I cinquanta nomi del bianco (Marsilio 2009) e Il bacio del brigante (Mondadori 2013), vincitore del Premio Chianti Narrativa nel 2015. Alcuni suoi racconti sono comparsi in raccolte antologiche.

La Debicke e… “Stare bene”

Andrea Giraudo
“Stare bene”
Rosso di Sera
In uscita oggi, 18 gennaio 2019

Quando la musica si avvicina al mondo della scrittura
Non si vive di soli libri, perciò stavolta perciò scriverò due righe sull’album di Andrea Giraudo, autore legato sensibilmente, fisicamente e moralmente al mondo della scrittura. Persino Guccini, che negli ultimi anni con Loriano Macchiavelli ha cavalcato l’accoppiata scrittura-musica, gli ha espresso apprezzamento. E, secondo Gian Franco Reverberi: “L’esibizione di Andrea Giraudo è fortemente legata alla letteratura e al teatro-canzone senza perdere mai la sua forte origine Blues”. Sappiamo che a volte certa musica italiana è trascurata. Nemo profeta in patria. Spesso all’estero ci troviamo ad ascoltare musicisti e cantanti italiani con testi magari banali, commerciali, che tengono lo spazio di una stagione. Raramente sentiamo e apprezziamo i cantautori con la “C” maiuscola. Ricordate le prime canzoni che abbiamo memorizzato poco più che ragazzi? Sicuramente tra queste c’era “Vengo anch’io: no, tu no!” di Renzo Jannacci. Un’atmosfera milanese speciale, note e parole diverse ma sì! funzionavano eccome! Sonorità e musicalità che, direi, si possono ricercare e ritrovare in Andrea Giraudo. Ascolto un pezzo a caso “Mondo Cassetto” e… ci siamo! Mi riporta a quella Milano in bianco e nero di allora, che cantava testi diversi accompagnati da strumenti semplici, con il mandolino che fungeva da sottofondo. Passo a “La clessidra” che invece mira al jazz: spunti lontani ma vicini che corrono con il pianoforte in primo piano. Di genere diverso è il brano “La guarigione”: musica più pop, con tocchi anni Settanta, che ci narra la guarigione da un amore perduto. E passo a “Poker” (che, insieme a “La clessidra”, è stato iscritto al concorso Musicultura per l’edizione 2019). La vita è come una partita di poker, bisogna saper giocare bene le proprie carte, ci vuole sempre fortuna, istinto e… il bluff.
Andrea Giraudo, cantautore, pianista e compositore, con la sua voce alternativa, graffiante e pur suadente, è una piacevole scoperta. La sua vena creativa spazia da Giorgio Gaber agli Avion Travel, da Paolo Conte a Lucio Dalla. Artista eclettico, lo si potrebbe forse definire uno dei pochi eredi di Rino Gaetano e della voce “nera” di Nino Ferrer. A cavallo tra ironia e satira, un moderno cantautore con tendenze Rock/Blues che ha prodotto questo piacevole “Stare bene”. A conti fatti di sicuro interesse per chi voglia starlo ad ascoltare perché annovera sprazzi di innovazione musicale non comuni. Un testo diretto, immediato, con musica valorizzata da arrangiamenti suggestivi, melodici, coinvolgenti. La strumentazione infatti, a partire dal pianoforte, arricchita di fisarmonica, hammond, batteria, rimane su piano analogico con suoni puliti e riconoscibili, che accompagnano melodiosamente la voce.

Nato nel 1971, Andrea Giraudo si cimenta con il pianoforte sin da giovane età passando dal tango argentino al pop melodico, al rock‘n’roll e tocca il suo vertice più elevato nel Blues. Nel 1995 sarà co-fondatore dei “Madai”, formazione Rock-Blues che vince l’Heineken Tour nel 1996. Partecipa a vari Festival e per due anni consecutivi a kermesse quali “Pavese Festival, La Luna e i Falò” a Santo Stefano Belbo. Da ottobre 2016 collabora, come ospite musicista, al Teatro “CAB 41” di Torino, diretto da Gianpiero Perone. I suoi spettacoli hanno avuto palcoscenici prestigiosi ed estici, come nel 2007 al palazzo reale di Aqaba in occasione del compleanno della principessa Bashma Hussein di Giordania. Il primo singolo dell’album Stare bene “La Guarigione” è già in classifica Mei Indie Music Like. Il 18 gennaio ci sarà la pubblicazione del suo album con l’etichetta Rosso di sera di Leopoldo Lombardi. Tutti i brani sono stati registrati, arrangiati e mixati in studio con Fabrizio Barale (musicista ed ex chitarrista di Ivano Fossati).

Le Debicke e… Addicted

Paolo Roversi
Addicted
SEM, 2019

Come potrebbe Rebecca Stark, psichiatra londinese di successo, rifiutare una proposta da sogno, con uno stipendio da favola, una proposta in grado di provare a tutti la sua eccezionale preparazione e dimostrare al mondo intero la validità e la reale efficacia del Metodo Stark, l’innovativo e rivoluzionario sistema per guarire le persone afflitte da dipendenze ossessive?
Come potrebbe non ascoltare Grigory Ivanov, il magnate russo plurimiliardario, suo ex paziente felicemente rimesso in carreggiata, che la convoca a Ginevra nel suo lussuoso ufficio direzionale e le fa l’offerta della vita?
Ivanov ha deciso di affidare alla Stark la guida di Sunrise, la prima struttura di riabilitazione mentale e psicologica che dovrà diventare il paradigma per la creazione di una serie di cliniche all’avanguardia, sparse sul pianeta e destinate a purificare la gente dai peggiori istinti ingestibili.
Come rifiutare l’offerta della lussuosa masseria, che dico, di un antico palazzo gentilizio, un fortilizio avito circondato da ettari di campi e ulivi, sontuosamente restaurato e completamente messo a sua disposizione per provare le sue teorie?
Infatti Rebecca accetta e, mentre prende tempo per appoggiare i pazienti che ha in cura a Londra a colleghi di fiducia, viene messa in moto una fantasmagorica campagna pubblicitaria/lotteria a livello mondiale per attirare i suoi primi “addicted”.
Ma tranquilli, tutto sarà avvolto dalla protettiva coltre della privacy. Si dovrà sapere solo che la prima clinica sarà in Italia, in Puglia, e che la lingua di comunicazione richiesta sarà l’inglese. Nessuna ulteriore informazione e nessuno – eccetto Grigory Ivanov, Rebecca Stark, il fidatissimo Dennis Moore, infermiere specializzato e da anni sua spalla, e Klaus, il gigantesco autista tuttofare scelto dal russo – ne conoscerà l’esatto indirizzo o saprà che si trova solo a pochi chilometri di distanza dall’incanto di Ostuni.
Tra le centinaia di richieste provenienti da ogni angolo del globo, vengono prescelti sette pazienti: Lena Weber, ossessionata fino a farsi male dalla perfezione fisica; Jian Chow, hacker compulsivo, malato di autoerotismo; Rosa, adolescente tecnodipendente scoperta dalla madre a masturbarsi a pagamento davanti a un cellulare; Claudio Carrara, un ludopatico compulsivo che in pochi giorni ha bruciato oltre 200.000 euro; Julie Arnaud, manager di successo ma ninfomane fin dall’infanzia; Tim Parker, un trader cocainomane incapace di controllo e, infine, Jessica De Groot, anoressica e autolesionista.
Selezionati fra la larghissima platea di richiedenti, i sette hanno vinto un soggiorno gratuito di un mese. La loro auspicata soddisfazione per i risultati ottenuti ne farà dei testimonial e garantirà la vendita a caro prezzo dei successivi soggiorni terapeutici. Rebecca sarà la prima ad arrivare, accompagnata da Dennis, e Klaus, dopo averli caricati all’aeroporto di Bari, li accompagnerà alla masseria.
Il sole che splende e il cielo blu rendono il luogo paradisiaco, un ambiente perfetto per accogliere i futuri pazienti che dovranno lavorare nei campi, cogliere i rigogliosi frutti degli orti, cucinare e dedicarsi alle pulizie. Dovranno vivere, insomma, come una piccola comunità monastica medioevale isolata dal resto del mondo. Sistema portante della terapia, infatti, sarà diventare autosufficienti dai condizionamenti della modernità e quindi, come imprescindibile vincolo per poter restare, sarà obbligatorio consegnare tutti gli apparecchi elettronici personali.
Durante il soggiorno non sono consentiti contatti con il mondo esterno. Non ci sono auto con cui muoversi a disposizione degli ospiti. L’unico collegamento con la civiltà sarà affidato a una corriera regionale che di giorno passa ogni ora. Sul quadro di una teca verranno affissi i biglietti per salire a bordo, ma la scelta di partire equivarrà a rinunciare per sempre a vincere la dipendenza, l’addiction.
Tutti gli ospiti arrivano alla spicciolata e all’inizio, a parte qualche piccola incomprensione, tutto sembra ben avviato.
Dopo solo pochi giorni, però, due pazienti scompaiono misteriosamente. Partiti?
Inoltre esplode un, innaturale per la stagione, uragano torrenziale che blocca i collegamenti elettrici e, imprigionando gli ospiti in un limaccioso e invalicabile lago di fango, non consente più a nessuno di comunicare per chiedere aiuto o allontanarsi per fuggire.
Per tutti loro comincerà un’esperienza da incubo che finirà per trasformarsi in un angosciante e macabro gioco al massacro (Agatha Christie docet).
Stavolta Paolo Roversi abbandona i suoi abituali schemi narrativi, soffusi dall’humour, per regalarci in salsa pugliese un thriller aspro, privo intenti consolatori e più consono agli intensi e scanditi ritmi degli scrittori nordici. Un romanzo inatteso dai suoi abituali lettori, immagino, drammaticamente horror, crudo, coinvolgente e che rivela recondite, aberranti e brutali deviazioni della psiche umana, sviscerando a fondo i tanti perché di certi lati più oscuri.

Paolo Roversi è scrittore, giornalista e sceneggiatore. Vive a Milano. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore di soggetti per serie televisive. I suoi romanzi sono tradotti in quattro lingue e dai suoi libri sono stati tratti spettacoli teatrali e cortometraggi. Col romanzo Solo il tempo di morire (Marsilio) ha vinto il Premio Selezione Bancarella 2015 e il Premio Garfagnana Giallo 2015.

Seven (vintage)

AA. VV.
7-Seven
21 storie di peccato e paura
A cura di Gian Franco Orsi
Piemme, 2010
Antologia

Qual è il vizio capitale che vi contraddistingue? O, al contrario, quello che sentite totalmente alieno da voi e stigmatizzate di più? Ventuno scrittori italiani hanno risposto all’appello di Gian Franco Orsi, storico curatore della collana del Giallo Mondadori e da qualche anno attivo coordinatore di antologie a tema.
Il risultato è 7-Seven, rassegna dei sette peccati capitali a ciascuno dei quali sono dedicati tre racconti. Perfetti nella loro compiuta diversità, ironici, tristi, crudeli, i racconti sono al tempo stesso lo specchio del noir italiano e la cartina al tornasole dei loro autori.
Ognuno fedele al suo stile e al tema, alla fine del racconto spiegano anche perché hanno scelto quel particolare vizio. Per simpatia o antipatia, perché ammettono di esserne afflitti o, al contrario, lo aborrono e lo scansano.
Alcuni hanno mantenuto temi e personaggi dei loro romanzi: Elisabetta Bucciarelli, Ben Pastor, Alan D. Altieri, Leonardo Gori. Altri hanno “dimenticato” l’ambiente di elezione per spostarsi su un argomento diverso: ad esempio Giulio Leoni si è spostato sull’hic et nunc.
Segnalo, per la particolare ironia, Campo di rieducazione alimentare di Diego Zandel e il feroce La superbia del poeta di Claudia Salvatori (ma più d’uno, devo dire, non ha perso l’occasione per lanciare qualche strale verso il mondo dell’editoria: Diana Lama, ad esempio, non è stata certo tenera con gli agenti editoriali…).
Da brava ipocondriaca emotiva, leggendo i racconti mi sono riconosciuta in ognuno dei vizi dipinti. L’ira, prima di tutto. (Beh, caro amico, ho sempre sospettato che chi è soggetto a improvvise esplosioni di rabbia è spesso una persona molto insicura. Una persona che teme di non essere amata abbastanza o di non essere presa sufficientemente sul serio. Ti arrabbi perché vuoi essere considerato, vuoi che gli altri si accorgano di te, che modifichino il loro comportamento a causa tua. In altre parole, vuoi che ti venga attribuita importanza. Vuoi sentirti importante., scrive Giancarlo Narciso). L’accidia. Magari l’invidia no, non del tutto, ma leggendo mi è venuto qualche dubbio. La gola? Uuuh… Superbia non ne parliamo. Avarizia non mi pare, però chissà. Lussuria – come dice Perissinotto – anche, ma per difetto.
Se il vizio di polemizzare fosse considerato l’ottavo peccato capitale, ecco, io sto per commetterlo. Di 7-Seven ha parlato anche Valerio Evangelisti su Carmilla. Nonostante il preambolo lusinghiero, l’ha però definita operazione di “vetrina” e soprattutto ha notato – mi sembra in modo non positivo – la differenza di stili e la mancanza di collante (?). In sintesi, Evangelisti imputa all’antologia la “colpa” di aver perso l’occasione per individuare e definire le caratteristiche omogenee del genere.
Per fortuna, dico io. Intanto perché questo estremo bisogno di categorie ed etichette sta penalizzando tutti, soprattutto noi lettori. Poi perché un’antologia non è un saggio, non ha il compito di sistematizzare. In generale, si legge per riflettere, per imparare, per divertirsi. Tutto il resto sono notazioni accademiche superflue per i più, temo.
Io amo le storie, le trame, l’ingegno. Le riflessioni, i personaggi, i dialetti. I punti di vista diversi dal mio. E non mi importa – davvero, non mi importa – sapere se sono gialli, noir, genere, mainstream o che altro. Mi importa che mi abbiano tenuto compagnia per qualche ora, sotto il sole, che mi abbiano fatto sorridere e preoccupare, intristire e sperare.

Mi auguro che lo stesso valga per voi.

Detective Lady (XVII) – Le lunghine di Fabio Lotti

Sto diventando un investigatore. Una specie di Sherlock Holmes in miniatura alla ricerca di tutte le tracce che mi permettono di tirar fuori l’identikit più completo possibile del personaggio femminile, a sua volta detective per mestiere o per caso, che sto seguendo. Qualche volta il compito è facile dato che gli indizi si affastellano l’uno sull’altro con grande generosità, talaltra piuttosto arduo soprattutto quando l’autore è un po’ reticente, o meglio riservato, rispetto alla sua “creatura”. Comunque sempre interessante. Come nella presente circostanza.
Questa volta parto proprio dall’idea che mi sono fatto su Tempe (Temperance) Brennan, docente di antropologia alla “University of North Carolina” di Charlotte e personaggio principale di Carne e ossa scritto da Kathy Reichs e pubblicato dalla Rizzoli nel 2006. Sul contenuto, che qui interessa relativamente, vedremo in seguito. Partiamo dall’aspetto fisico. Occorre arrivare a pagina sessantanove per saperne qualcosa. Ce lo dice la stessa Tempe. Altezza uno e sessantacinque, peso cinquantaquattro chili. Inoltre “Occhi nocciola, vivaci, qualcuno avrebbe detto intensi. Qualche zampetta di gallina, sì, ma erano ancora il mio pezzo forte. Zigomi alti, naso piuttosto piccolo. La mascella si manteneva tonica e, nonostante qualche capello grigio, il color miele era ancora nettamente prevalente”. Età oltre i quaranta. La solita sfiga sentimentale che accomuna tante detective femminili. Sposata e poi divisa, ma non ancora divorziata, con Pete, un avvocato che l’ha tradita e che tiene un cane e un gatto. Si sente sempre attratta fisicamente da lui anche se ha una nuova relazione con Andrew Ryan, detective della squadra omicidi di Montreal. Ed ha una figlia Katy “meravigliosa”, “turbolenta” e “quasi laureata”. Un piccolo sunto della sua vita sentimentale ce lo fornisce lo stesso Ryan in un momento di crisi “A diciannove anni hai sposato l’avvocato Pete. Lui era un imbroglione e tu un’alcolizzata. Il tuo matrimonio è fallito. Tua figlia fa l’università. La tua migliore amica è un’agente immobiliare. Hai un gatto. Ti piacciono le patatine Cheetos e detesti il formaggio di capra. Non porteresti mai abiti con i volant o tacchi a spillo. Puoi essere caustica, esilarante, e una tigre a letto”.
Passiamo al temperamento. Forte, focoso, irascibile. Se ne rende conto ella stessa: “A volte riesco a darmi dei buoni consigli, per esempio non innervosirti. Ma spesso li ignoro”, oppure “Per la rabbia, le dita mi si piegarono a formare un pugno. Sentivo ribrezzo per l’arroganza e la pomposa indifferenza di quel bastardo”. E quando va oltre le righe si pente “E mi dispiacque di essermi irritata con lui” riferito a Ryan. Tagliente nei giudizi. Il giornalista Homer Wimborn che le sta tra i piedi le sembra un Homer Simpson con il “quoziente intellettivo di un plancton”. Se non parla bastano gli occhi “Dal mio angolo di osservazione potevo vedere la coppia alla nostra destra che ci fissava. Li fulminai con un’occhiata. Rivolsero lo sguardo altrove”. Decisa a combattere la violenza “Sono giunta a pensare alla violenza come a un delitto di potenza dell’aggressore sui più deboli che si rigenera all’infinito. Gli amici mi chiedono come possa sopportare di fare il mio lavoro. Semplice: mi sento chiamata a demolire quei maniaci prima che loro demoliscano altri innocenti”. Sul lavoro è attenta, metodica, concentrata.. Non si lascia distrarre “Inoltrandomi nel bosco, misi la mente in modalità “scena del crimine”. Da quel momento in poi avrei escluso qualunque elemento estraneo e mi sarei concentrato solo sui fattori pertinenti. Avrei notato ogni pianta troppo rigogliosa, ogni rametto piegato, ogni odore, ogni insetto. Il frastuono umano intorno a me sarebbe diventato rumore di fondo”. Le piace questo lavoro anche perché le permette di presentarsi senza fronzoli e senza trucco “Ogni giorno è un venerdì casual. Più che casual”. Niente problema per il cibo. A casa vive di “takeaway o di pasti congelati”. Le piace informarsi sui fatti del giorno attraverso la radio, i giornali ed internet. Sta volentieri con i giovani, con i suoi studenti, un po’ casinari ma pieni di vita e di energia. Forte, dicevo, con un momento di crisi quando si abbandona al pianto sul torace di Pete. Ma si riprende subito “Avanzando nella luce di quel mattino splendente, ingoiai rabbia e paura e dubbio, e riplasmandoli in qualcosa di nuovo. Qualcosa di positivo”. Difficile che riesca ad aprirsi del tutto. Ci riesce solo con Ryan quando ripercorre la sua storia familiare. Ottimista “Una cosa la so. Emma aveva ragione. Comunque vada a finire, sono tra i fortunati. Ci sono molte persone nella mia vita. Persone che mi vogliono bene”.
Contenuto in breve (ma breve breve) : Tempe Brennan è impegnata con venti studenti a scavare un sito a Dewees “isola di barriera a nord di Charleston, South Caroline”. Viene ritrovato un corpo “intrusivo”, cioè introdotto nel sito più tardi rispetto a tutti gli altri. Di un maschio bianco sulla quarantina alto tra uno e ottanta e uno e ottantacinque. Che presenta segni di violenza in alcune parti (ovvero ossa) del corpo. Strangolamento? Colpo di frusta? Un colpo al mento o alla testa? L’indagine si sviluppa con Emma Rousseau, il coroner competente del caso che ha una brutta malattia. Poi c’è un altro omicidio di un uomo impiccato a un albero e di una donna ritrovata dentro a un bidone…
Parallelamente corre la storia del suo ex marito Pete incaricato di indagare su alcune questioni finanziarie che riguardano la Chiesa della Misericordia Divina e di approfondire gli spostamenti della figlia scomparsa del suo cliente coinvolta nell’organizzazione. Due storie che, naturalmente, si intersecano. C’è anche di mezzo una clinica… e non vi dico altro.
Stile fluido con qualche punta di narcisismo (guarda come sono brava). Un po’ stancante (a dir la verità) il fatto delle ossa che si trovano ora sparse un po’ dappertutto. Voglio dire nei romanzi polizieschi. Ultimamente le ho ritrovate in La città delle ossa di Michael Connelly, La signora in verde di Arnaldur Indridason, Il silenzio delle ossa di Michael Baden e Linda Kenney. Senza contare i precedenti che sono parecchi. A partire dai libri della Cornwell.
E allora un grido mi sorge spontaneo dal petto “Dateci la ciccia!”.

Questa volta mi ha attirato il cognome. Lippman. Ho preso in mano il libro. Lippman, ma dove ho già letto questo cognome, ho farfugliato fra i denti. Lippman. Ma sì, un colpetto sulla fronte con la mano destra ed il ricordo è venuto fuori. Dal libro Scacco perpetuo di Icchokas Meras che stavo leggendo. Qui si trova un certo Abraham Lipman (con una sola “p”, però) che ha una discreta parte nella storia. Il libro mi piaceva e chissà che anche questo Baltimora Blues di Laura Lippman, Giano 2008, non mi facesse lo stesso effetto. Qualche volta è proprio il Caso a guidare le nostre scelte…
Trascrivo impunemente dalla seconda di copertina “Il giornale presso cui lavorava, il secondo quotidiano di Baltimora, ha chiuso i battenti un paio di anni fa e da allora Tess Monaghan, ventinove anni, capelli lunghi castani raccolti in una treccia, la pelle chiara e gli occhi castani, non vive certo uno dei suoi momenti migliori. Senza lavoro e senza sussidio di disoccupazione, trascorre il tempo andandosene a vogare la mattina al Circolo di Canottaggio e a correre la sera per le strade di Baltimora che non se la passa bene nemmeno lei, col suo triste record di un omicidio al giorno.
Qualche settimana fa Tess ha incontrato, nelle acque del circolo, Darryl Paxton, Rock per gli amici, ricercatore di biologia alla Hopkins di Baltimora…”.
Non la faccio lunga. Rock propone a Tess di seguire Ava, la sua, ragazza per appurare se è davvero nei guai, come sembra. Ava, la classica gnocca coi fiocchi, lavora nello studio legale di Michael Abramowitz, l’avvocato difensore dei peggiori delinquenti della città. Dopo qualche pedinamento Tess si rende conto che Ava è un’abile ladra e che ha una storia (forzata, si verrà a sapere poi) con il suo datore di lavoro. Il quale datore di lavoro, Michael Abramowitz, verrà trovato strangolato nel suo ufficio (ma ha ricevuto anche qualche mazzata in testa). E qui le cose si complicano e c’è di mezzo pure il VOMA, cioè l’associazione delle vittime di aggressione (soprattutto stupri).
Ma veniamo a Tess e a qualche altro particolare su di lei. Vuole leggere il “Don Chisciotte” ma non ci riesce. Altre letture: citati “Imbroglio d’amore” e i libri di M. Cain. Suo ex fidanzato Jonathan Ross. Suo amico Darryl Paxton, detto Rock. Sua zia la dinamica Kitty, riccioli rosso fuoco e occhi verdi, che trabocca di gioia e suo zio Donald un tempo un bell’uomo ma con il fascino tramontato. Tess (da bambina Theresa e poi Tesser) vive in un appartamento piccolo, praticamente una stanza divisa da librerie ma ha un bel terrazzo da cui può vedere la città.
Veste spesso sportiva con jeans, una T-shirt bianca fuori dai pantaloni e scarpe da basket, oppure stivali di camoscio e giacca in pelle. E comunque roba simile. Adolescenza di grandi successi per le sue belle forme. Guida una Toyota ma prende volentieri i mezzi pubblici. Sua amica-nemica Whitney “ricca e magra” mentre lei è “sfrenata e impulsiva”. Ama soprattutto la vecchia musica di Cole Porter, Johnny Mercer, Rodgers e Hart, Bob Dylan. Ha ancora vivi (miracolo) tutti e due i genitori. Suo padre di sessanta anni, capelli rossi e pelle chiara ha il piccolo vizio di fare rutti mentre è a tavola (da tirargli una bottiglia piena in testa). Mangia e beve un po’ di tutto: croissant al cioccolato con caffè alla nocciola, panna acida e cipolle (e qui mi fermo che mi viene da vomitare), scotch, vermouth (Martini), birra, bourbon. Solo una scena veloce di sesso con il suo ex fidanzato. Si abbassa i jeans e si cala su Jonathan senza farla tanto lunga.
Rivisitazione critica di Baltimora dell’acciaio, della polvere rossa, delle vittime dell’asbestosi. La bella Baltimora dell’est osannata negli articoli dei giornalisti e ora imbrattata e luogo di incontro di ragazzini che fumano PCP e crack. La solita storia del cambiamento in peggio.
Buona la scrittura e l’orchestrazione della trama. Ma il libro è del 1997 e si sente.

La Debicke e… La chiave di tutto

Gino Vignali
La chiave di tutto
Solferino/Corriere della Sera, 2018

Primo romanzo da solista di Gino Vignali (senza Michele Mozzati), La chiave di tutto è un frizzante poliziesco ambientato in un improbabile commissariato di Rimini. Commissariato retto da un’indimenticabile squadra di investigatori, guidata dal vice questore Costanza Confalonieri Bonnet, aristocratica, ricchissima, di origine milanese, una vera fata, la poliziotta più bella mai toccata in sorte a una Questura, che vive nella suite 401, la Gradisca, presso il famoso Grand Hotel di Rimini, che spopola per eleganza e per il lato B superiore, pare, a quello di Pippa Middleton (ricordate il matrimonio di William e Kate…). Gli altri “fortunati” componenti della sua squadra sono il cinquantenne ispettore siciliano, un normanno alto biondo e intellettuale, Orlando Appicciafuoco; il vice sovrintendente locale, Emerson Leichen Palmer Balducci, che non ha inventato la polvere da sparo (irresistibile poi il suo inglese scritto e parlato); la geniale esperta informatica bergamasca, l’agente scelto Cecilia Cortellesi.
Ambientato in una Rimini dal sapore squisitamente felliniano, nello scenario del Grand Hotel di felliniana memoria, il libro si apre in modo inconsueto per la rilassante atmosfera della famosa stazione di vacanze della costa adriatica. ma sicuramente nel modo più classico per un giallo: con un feroce delitto.
La vittima è Vagano, così chiamato perché recita ossessivamente la filastrocca di inizio di Amarcord, un senzatetto conosciuto e apprezzato da tutti, ritrovato barbaramente ucciso e bruciato su una panchina proprio davanti al Grand Hotel. Appena il tempo di dare il via all’indagine per la nostra fascinosa vice questore, che salta fuori una seconda vittima, stavolta un etiope di buona famiglia ma con un trascorso di droga e di successiva di disintossicazione a San Patrignano, che ha ricevuto lo stesso trattamento del barbone e, come se non bastasse, c’è subito anche una terza vittima, Pandora, una pierre ed ex spogliarellista di buon cuore nonché fidanzata dell’etiope.
Questi tre orrendi efferati delitti sembrano adeguarsi a una sinistramente logica catena di intolleranza e razzismo. I media si scatenano, si tratterebbe di un killer che ha deciso di ripulire Rimini.
Ma il vice questore Costanza Confalonieri Bonnet non è affatto convinta. Secondo lei, la pista ideologica non è giusta.
Vagano è stato torturato prima di morire. L’anatomopatologa che ha effettuato l’autopsia l’ha riscontrato e anche trovato una chiave dentro il suo esofago. Perché mai Vagano l’avrebbe ingoiata? Evidentemente quella chiave, secondo Costanza Confalonieri Bonnet (e dati i magnanimi lombi della milanesissima famiglia del vice questore, Vignali non si azzarda mai a citarla altrimenti), deve essere la “chiave” di tutto. Ma cosa diavolo apre? E se non si tratta di intolleranza e razzismo, dove bisogna guardare?
Gatta ci cova, sono tempi pericolosi. Che la storia sia molto, ma molto più sporca?
Una trama azzeccata che si regge su uno stile spumeggiante. I personaggi sono spassosi, il dialoghi effervescenti, le ambientazione perfette. La storia si dipana con dettagli e personaggi centrati, spesso resi con tratti macchiettistici ma perfettamente credibili. L’autore si trastulla giocosamente con i nomi e fa bene.
Il divertimento è garantito dal principio alla fine ma la cultura con la C maiuscola fa l’occhiolino al lettore e, unita all’ingegno, trasuda gradevolmente da tutte le pagine. Un dialogo serrato e vivace, una investigazione lucida ed intelligente, un’ironia soffusa, sono le caratteristiche salienti di un romanzo che non delude le aspettative, anzi intriga e conquista il lettore.
Siamo d’inverno, la cattiva stagione non aiuta certo a tirarci su il morale, ciò nondimeno l’inverno di La chiave di tutto, sia pur con la sua implacabile e spessa coltre di neve riminese, ci sta bene, anzi benissimo. Perché dopo tanti brividi, non di freddo ma di angoscia, paura, ribrezzo, finalmente un romanzo che nonostante i suoi morti ammazzati, pur barbaramente, riesce a metterti di buon umore, facendoti sorridere quasi a ogni pagina. Grazie Vignali, mi ci voleva!

Gino Vignali è nato a Milano. Il suo nome è da anni legato a quello di Michele Mozzati, un sodalizio nato ai tempi dell’università e che li ha resi celebri come Gino & Michele. Sono tra i fondatori dell’agenda Smemoranda, hanno partecipato alla nascita del cabaret Zelig e ideato l’omonima trasmissione televisiva. In coppia con Michele ha pubblicato numerosi libri, di narrativa e non, tra cui Anche le formiche nel loro piccolos’incazzano (1991) e Neppure un rigo di cronaca (2000).

Senza luce di Luigi Bernardi (vintage)

Luigi Bernardi
Senza luce
Perdisa Pop, 2010

Folgorante potenza del buio… Senza luce è il racconto di poche, circoscritte ore notturne in un piccolo borgo. Su questo palcoscenico oscuro, letteralmente senza luce, perché l’erogazione di corrente elettrica è stata interrotta per permettere alle forze dell’ordine di stanare un pericoloso cecchino, le persone iniziano a comportarsi in maniera strana, manifestando paure, ricordi, desideri perversi e repressi: un microcosmo apparentemente ordinato che va irrimediabilmente a rotoli.

C’è Federica, infermiera, che accoglie con un misto di sospetto e sollievo l’intervento del vicino di casa. C’è il suddetto vicino di casa, Mario, un personaggio sgradevole in pensieri, parole, opere e omissioni (ma quando arriva la catarsi, Dio che liberazione…). C’è Umberto, prof universitario pretenzioso, insieme ai suoi due orribili figli: una triade tirannica che ha fagocitato la personalità di Giuliana. Nel buio, la donna scoprirà che l’istinto materno non è eterno. C’è Loretta, la barista, che forse scopre l’amore. E poi Ivano, Guidino, il dottore…

C’è, in realtà, un unico vero omicidio – camuffato da morte naturale, ma intenzionale.

Poi c’è Domenico, lo scrittore. Che pensa che uno scrittore non ha il compito di cambiare il mondo ma di raccontarlo, e che però non racconta più storie perché da quando Anna è morta non c’è nessuno che ascolti. Per uscire da questo loop, alla fine sceglie l’alternativa…

Senza luce è sintesi allegorica di una società che ha perso i punti di riferimento, della catastrofe dentro e fuori di noi, delle incertezze, delle paure, degli errori. Dimostra – se ce ne fosse bisogno – che il nesso di causa-effetto, a cui tante volte ci affidiamo per cercare di mantenere il controllo delle nostre vite, è in realtà pura astrazione, perché le cose accadono indipendentemente da ciò che vogliamo.

Scrittura essenziale, tensione che nasce dalla verosimiglianza della situazione, personaggi che si muovono in un limbo amniotico, primordiale, spontaneo. Luigi Bernardi non ha certo bisogno di provare nulla o di convincere alcuno della sua bravura. Probabilmente non ha nemmeno bisogno della mia approvazione, lui che sta una spanna sopra i best sellers italiani. Ma io lo dico lo stesso, perché l’evidenza non è tale finché non si dichiara palesemente: Senza luce è un gran bel romanzo. Un noir, per inciso, ma sarebbe riduttivo parlarne in termini di narrativa di genere. È un romanzo in cui si “respira” l’inquietudine superficiale e sotterranea dei nostri anni.
Una prova d’autore di razza, un punto di riferimento per chi oggi aspira a scrivere.

(Oggi sarebbe stato il compleanno di Luigi Bernardi. Ovunque tu sia, Luigi, auguri)