Le lunghine di Fabio Lotti – Detective Lady (VI)

Continuiamo la carrellata delle signore o signorine in giallo…

Difficile immaginare Petra Delicado in un centro commerciale, “il solo luogo al mondo in cui tutto coesiste in insensata contiguità”. Lei, che sembra trovare ordine e serenità, che sembra ricavare energia dai brulicanti paesaggi delle vecchie strade, che sembra orientare il suo intuito solo nella commedia umana dei quartieri cittadini. Come un Maigret cresciuto nell’orgoglio femminista, che ha bisogno di fiutare le case, le botteghe, le atmosfere. E infatti in un centro commerciale, mentre insolitamente fa provviste e depreca i tempi, le capita l’inaudito: “La mia Glock era sparita. Farsi rubare la pistola da una bambina, il colmo del ridicolo per un poliziotto”. Così, questo nuovo caso per lei e per il fido vice Garzon, inizia nella maniera più banale, sulle tracce di una minuscola ladra di pistole di non più di otto anni. Che rapidamente però la conduce in uno dei soliti inferni, covanti sottotraccia, in cui, procedendo tra qualche cadavere e passi falsi, si immerge la sua inchiesta di strada”. E che la porterà a scoprire casi di sfruttamento infantile ed un conformismo sociale del tutto riprovevole. Tutto scritto, come al solito, in prima persona in questo Nido vuoto di Alicia Gimenéz Bartlett, Sellerio 2007.
Petra Delicado: acquista l’ultimo libro di Philip Roth, cerca di non perdere la pazienza, critica dei giovani, dei loro comportamenti e abbigliamenti “Sono orribili, pensai, fanno di tutto per cancellare la naturale bellezza della gioventù. A pensarci bene, diceva la stessa cosa mia madre, negli anni della mia adolescenza, ogni volta che mi vedeva uscire con un vecchio cappotto “da poeta maledetto”, così lei lo definiva”. I centri commerciali sono i “luoghi più inospitali, volgari e nauseabondi dell’intero pianeta”. In crisi dopo il furto della pistola, la sua Glock. Riflessione sulla sua vita e sulla felicità in generale “Sono contraddittoria, lo so: quando l’azione mi coinvolge sento la mancanza della tranquillità, e quando riesco a vivere per un po’ una tranquilla routine, sono ugualmente scontenta”. Una personalità ben variegata. Se la prende con tutti ma capisce di essere lei la colpevole. Un disastro. Ostinatamente contraria al matrimonio “Basta guardare la gente che porta la fede al dito per adorare la solitudine”, oppure “Per questo il matrimonio è così disastroso: impone un testimone costante e indiscreto alla nostra vita”. Ricordi dei suoi due matrimoni. Nel primo era assorbita dall’evento mondano: invitati, parenti, il vestito ecc… il secondo era stato “un matrimonio divertente, quasi una parodia”.
La infastidiscono i luoghi comuni anche se ammette che spesso si basano su fatti incontestabili. Deve vedersela con se stessa, con Fermin Garzon che ha una compagna che vuole sposarlo e con la sottoposta Yolanda che ha una relazione con un suo ex fidanzato. Tutti e due chiedono consigli. Roba da manicomio. Ad un certo punto “E poi, sono stufa di essere presa per una consulente matrimoniale”. Una cosa è certa “Se accetti di esprimere un’opinione sui problemi personali di qualcuno, devi dire solo quello che l’altra persona vuol sentirsi dire. Nient’altro”. Conosciamo già dai libri precedenti della Bartlett il rapporto di scontro, spesso ironico, fra lei e Garzon che in fondo si rispettano “Pensai che un uomo che ama a tal punto mangiare non potesse poi tanto sbagliarsi sull’umanità”. Presa dai problemi della società “Di colpo mi tornarono in mente la responsabile del laboratorio, le operaie rumene, rinchiuse a cucire, i bambini di strada, la pornografia minorile. Il sorriso che avevo ancora sulle labbra sparì di colpo”. E ancora “Quel caso mi angosciava per una sola ragione: avevo visto il volto del male”. In crisi pensa addirittura di entrare in convento (un po’ forzata eh?). Presa anche dalle attenzioni dell’architetto Marcos Antigas, un uomo che “non rientrava nei soliti schemi, aveva una sua originalità. Tranquillo, un po’ assente, aveva qualcosa dell’hippy sognatore, ma anche dell’uomo razionale tutto d’un pezzo, perfettamente adatto alla realtà”. La sua voce le fa ricordare alcuni momenti piacevoli della sua vita di bambina. Cambio di umore “Se prima oscillavo fra la passività e la depressione, ora ero in preda all’ansia più frenetica”. Citato Versace “Tutti i villan rifatti adorano Versace”. Contro il matrimonio ma consapevole anche dei problemi legati alla solitudine, il “nido vuoto” del titolo. Sulle donne “Certo che se gli esseri umani sono un disastro a livello globale, noi donne lo siamo all’ennesima potenza”, e “Ma non c’è niente da fare, noi donne siamo come i tassisti, che detestano girare a vuoto e cercano immediatamente un nuovo cliente da far salire a bordo”. Il rapporto con Antigas la aiuta. Non riesce a capire come possa essere tanto ricercato l’amore a pagamento. Ha i suoi bravi momenti di irritazione. L’ispettore Machado “Me l’avevano detto che eri attaccabrighe, e ora vedo che non avevano torto”. Ma anche di commozione quando scoppia a piangere alla vista del corpo morto di una piccola ladra. Beve volentieri whisky. Filosofeggia “Ma forse nella vita tutto è così: aleatorio e ingannevole. Tutto mescolato, composito. La bellezza non implica necessariamente bontà d’animo, così come l’infanzia l’innocenza, né l’amore è sempre compassione”. Dopo averne dette di cotte e di crude sul matrimonio si sposa per la terza volta! Anche se le sembra di assistere al matrimonio di un’altra persona. Come è Petra vista dagli altri, e forse anche dalla stessa autrice, ce lo dice il commissario Coronas proprio alla fine del libro” Petra Delicado è attaccabrighe, ribelle, anarchica, testarda e, se mi perdonate l’espressione, una gran rompipalle”. Ma tutti sono innamorati di lei.

L’istinto del sangue di Jean-Christophe Grangé, Garzanti 2010.
Personaggio principale il giovane giudice istruttore di Nanterre Janne Korowa. Trentacinque anni, un metro e settanta, peso tra i cinquanta e i cinquantacinque chili, zitella, qualche amica, una serie di rapporti amorosi andati a male e dunque depressione, ricovero in ospedale e Lexomil come conforto. Storia attuale con il fotografo Thomas, praticamente un dongiovanni (glielo avevano detto) che fa girare le scatole. Tiene ad una certa eleganza anche se il conto in banca è zero, scarpe Prada e macchina Twingo. Suo ufficio al terzo piano del tribunale di primo grado in materia civile dove fa un caldo bestia (aridagliela), alle prese con giovani vittime del saturnismo (intossicazione di piombo) e con un importante traffico di armi.
Fino a quando arriva il “caso”, e cioè il cadavere della infermiera Marion Cantelau fatto praticamente a pezzi che le riporta alla mente lo scempio della sorellastra più grande Marie. Intorno alla scena del delitto impronte di piedi e mani nude e simboli sui muri dipinti con sangue mischiato all’ocra come quelli dei primitivi. Si aggiungono, da copione, altri morti ammazzati con lo stesso metodo simile ad un antico rituale. Le vittime sembrano collegate allo psicanalista Antoine Feraud che viene messo sotto controllo e dalle registrazioni si scopre la “particolarità” di un giovane paziente, forse autistico, che potrebbe essere l’assassino. Da qui dissertazioni sulla malattia, un excursus sulla storia dei popoli primitivi, il famoso “Totem e tabù” di Freud insieme agli assilli della nostra sulla vita, il suo innamoramento per Antoine, il dolore per la madre ricoverata in un istituto.
L’evolversi della vicenda la porta ad un lungo viaggio in Nicaragua, Guatemala e Argentina per terminare a Campo Alegre nella Foresta delle Anime. Storia di violenze politiche, di dittature, emozioni e paesaggi inquietanti, con un finale ricco di tensione, fuga, lotta, paura.
Un buon libro, da leggersi con calma, che svaria su diversi argomenti e ci riporta agli albori della nostra esistenza.

Una copertina nera, una mano sinistra di donna con una sigaretta fra le dita. In alto Sara Gran Una del giro. Più in basso “Uno dei romanzi criminali più duri e graffianti mai scritti… Merita un posto d’onore al fianco di Hammet, Thompson e Chandler” scrive “The Associated Press”, Editore Longanesi 2008. Interessante, mi sono detto, anche se la bocca ha preso una involontaria piega di sospetto. Quando i termini di paragone sono i grossi calibri sopra citati è meglio andarci cauti.
Siamo nei bassifondi di Manhattan negli anni cinquanta con Josephine Flannigan detta Joe, una tossica uscita dal giro da due anni. Niente si sa del padre, trascurata dalla madre se ne va via di casa occupandosi della sorella più piccola, Shelley. Droga e prostituzione per tirare avanti. Alloggia alla Sweedmore, una pensione femminile in una stanza dalle dimensioni “di una scatola di scarpe”. Due vecchie poltrone di seconda mano, un tavolo, un tavolino da salotto, un vecchio fonografo e bagno in comune con altre ragazze. Uscita da poco di galera senza un soldo. Frega portafogli, fuma l’erba che tanto non da dipendenza. Sposata e separata da suo marito Monte che l’aveva iniziata alla droga. Accetta l’incarico da parte dei genitori Nelson, di ritrovare la loro figlia Nadine scomparsa, anch’essa caduta in un brutto giro. Vista l’ultima volta con Jerry McFall, un losco figuro come suol dirsi. Mille dollari subito e mille al suo ritrovamento. Inizia il tourbillon della ricerca a partire dalla scuola che frequentava e dai locali in cui poteva essere stata: il “Rose”, il “Royale”, il “Red Roster” con tutta la fauna di sbandati, ballerine, prostitute, papponi che ci girano intorno. Ricerca dura, difficile, qualche momento di debolezza. Ma poi continua la ricerca con i soliti intoppi che si trovano in ogni noir che si rispetti. Jerry McFall viene trovato ucciso e pare che la famiglia Nelson non esista. Dunque una trappola per incastrarla…
Stile secco senza tante sbavature, giusta dose di psicologia, colpi finali a sorpresa ma solo un riecheggiamento di Hammet, Thompson e Chandler…

Lissy (Le brevi di Valerio 179)

Luca D’Andrea
Lissy
Einaudi, 2017

Inverno 1974. Sud Tirolo. La bella 22enne Marlene Taufer in Wegener, occhi blu malinconia, affascinante neo accanto alle labbra, sta derubando la cassaforte nella villa del 42enne marito Robert, potente crudele boss della zona, capo della malavita, ormai legato al temibile segreto Consorzio. Lo ha tradito pensando a Klaus, nonostante fosse pedinata ovunque. Prende gli zaffiri, ha l’inseparabile vecchio libro dei fratelli Grimm e fugge con la Fiat 130 avuta in regalo. Acquista una Mercedes W114 dallo sfasciacarrozze, però sbanda e vola fra gli alberi nella scarpata innevata. L’uomo di fede Simon Keller l’estrae viva dall’auto, la porta al secolare maso dove accudisce maiali; pulisce e ricuce le ferite, la cura con infuso di papavero; la nasconde all’ira funesta del marito che la cerca ovunque, con rabbia malvagia, con uomini di fiducia. Seconda buona prova per Luca D’Andrea (Bolzano, 1979), Lissy, in terza varia su fuggitivi e cacciatori, di ogni risma, Premio Scerbanenco 2017.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto (Le gialle di Valerio 138)

Fulvio Capezzuoli
Il commissario Maugeri e il fantasma di via Ariosto
Todaro, 2017
Giallo

Milano. Ottobre 1948. Il commissario Gianfranco Maugeri, già comandante partigiano durante la Resistenza, sprovvisto di senso dell’umorismo, vive in una casa per funzionari di Polizia con la moglie Giovanna e il figlio Giacomo (influenzato). L’amico vice questore gli ha chiesto di parlare con una vecchia signora, la 62enne Susanna Bellingeri, occhi scuri e labbra carnose, alle prese con strani rumori (da “fantasmi”) nel solaio della bella palazzina Liberty di via Ludovico Ariosto, zona Magenta. Quel sabato va e ascolta, poi attiva qualche procedura di verifica e sorveglianza. Eppure la mattina presto del lunedì successivo il bel serio cameriere Enrico Bonavita trova Susanna morta, seduta in poltrona. Abitavano con la sorella Elisa, malata e invalida, talora con la bella infermiera Franca, talora con Giovanni, architetto 35enne residente a Londra, figlio di Simone, il terzo fratello, deceduto suicida durante il conflitto. Marco Fulgenzi, il medico di famiglia spiega che Susanna non aveva particolari malattie, proprio mentre sentono il suono di un campanello. E nel solaio trovano un campanello con alcune impronte, che la Scientifica dirà essere appartenute ad Attilio Colombo, un condannato a morte nel 1938 per uxoricidio, fucilato dunque dieci anni prima. Per altro l’ispettore Valenti si era accorto di una macchiolina di sangue, caduto da una minuscola puntura al centro della nuca, più o meno in corrispondenza della parte terminale del tronco encefalico: Susanna è stata uccisa, e con le stesse modalità della moglie di Colombo. La vicenda appare molto ingarbugliata, in un intrico di relazioni affettive e politiche che chiama in causa famiglie ebree e affari svizzeri, foto di nudità e identità occultate. Poi anche Enrico viene ucciso, in solaio. I brividi (paranormali) non si placano.

Il bravo storico critico cinematografico Fulvio Capezzuoli (Cava de’ Tirreni), milanese d’adozione, dal 2014 scrive un’avventura l’anno, ricca di particolari sulla città nei primi anni del dopoguerra, 4 storie con il commissario Maugeri dall’estate 1946 all’autunno 1948 (finora), volute dalla compianta Tecla Dozio per la collana “Impronte” (gialle), che dirigeva. La narrazione è in terza fissa, quieta e sorniona, i brevi pensieri del protagonista in corsivo. L’autore getta uno sguardo documentato sulle politiche della neutrale Svizzera nella prima metà del Novecento, l’attrazione nei confronti di capitali e affari, le resistenze verso gli ebrei (anche ricchi), la chiusura (in parte conseguente) verso tutti i richiedenti asilo. A un certo punto, tutte le piste investigative convergono su Lugano: la sede della Società Anonima Telerie del Lago Maggiore di Simone Bellingeri e la sua stessa residenza quando si era sposato con l’ebrea Elisabetta Modena, prima di trasferirsi a Milano; la destinazione di lei poco prima del suicidio del marito, dopo che lui aveva forse quasi dilapidato le fortune accumulate dal padre con la fabbrica di Gironico (Como); la residenza d’origine di Enrico (anche lui circonciso). Ed è lì che Maugeri mostra il suo grande spirito organizzativo, profilo basso e poche ciance, ottimi risultati. Se Maometto non può andare alla montagna (per gli intoppi burocratici internazionali), persone e spunti decisamente interessanti gli arriveranno in treno da Lugano. Il riso giallo non manca mai, non c’entra il lusso del gran ristorante (che i poliziotti non possono permettersi), ove il vino va in bicchieri di cristallo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

È stato breve il nostro lungo viaggio (Le brevi di Valerio 178)

Elena Mearini
È stato breve il nostro lungo viaggio
Cairo Editore, 2017

6 aprile – 6 maggio 2016. Milano. Il 50enne Cesare Forti si racconta. Spalle larghe, corpo asciutto, barba accennata, capelli fluttuanti, ottima confezione per un guru dell’industria chimica (fluidificanti, acceleranti, antischiuma, battericidi), ricco e potente, ha una famiglia felice. La splendida misurata moglie Margherita e la figlia Maya (in vista della prima comunione) lo amano, riamate, è perfetto anche con loro. Da sei mesi ogni venerdì incontra Alma (un’interprete di arabo), pelle ambrata e capelli corvini; è la sua smagliatura di passione, il punto di rottura. Lei arbitra la partita. Un pomeriggio s’infrattano, lei lo provoca, muore, la seppellisce alla meglio. Qualcuno lo ha visto? Proprio bello il nuovo romanzo a tinte noir dell’ottima sensibile scrittrice Elena Mearini (1978), È stato breve il nostro lungo viaggio, finalista allo Scerbanenco 2017, in prima, quasi sempre lui, a tratti in corsivo una lei diversa da quel che crede, i dialoghi come flusso di frasi narrate.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il cielo è un posto sulla terra di Åke Edwardson (2012)

Åke Edwardson
Il cielo è un posto sulla terra
Baldini Castoldi Dalai, 2012
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima

Al commissariato di Goteborg ci sono due indagini in corso: una su alcuni studenti aggrediti nottetempo e severamente percossi, ma non uccisi; un’altra riguarda le denunce presentate da alcuni genitori perché i loro figli (piccoli, in età da asilo) raccontano di un “signore” che li ha portati su una macchina, ha dato loro le caramelle e poi li ha lasciati andare. I piccoli non presentano segni di violenza, tanto che i genitori pensano a qualche invenzione fantasiosa. Ma le denunce si moltiplicano e il commissario Erik Winter, che ha una figlia della stessa età, si allarma…

Se state storcendo il naso di fronte al “solito” crime book svedese, sappiate che è la stessa reazione che ho avuto io quando mi è stato proposto Il cielo è un posto sulla terra. Prima di leggerlo. Durante la lettura ho completamente cambiato idea. Per rassicurarvi, vi dico che Åke Edwardson, sebbene (ancora) sconosciuto da noi, è giunto al decimo romanzo della serie del commissario Erik Winter, che è stato tradotto in 25 Paesi e che gli adattamenti televisivi dei suoi romanzi sono seguiti da due milioni di svedesi (su una popolazione di circa otto milioni). Ancora più rassicurante è il fatto che Åke Edwardson abbia iniziato a scrivere prima che esplodesse il “fenomeno” Larsson, e quindi che faccia parte non della new wave, ma della vecchia guardia, quella “à la” Henning Mankell. Come dice lui, Io esisto da sempre: in principio c’erano Adamo, Eva e Åke Edwardson.
E sicuramente il giudizio molto positivo è aiutato dalla traduzione fluidissima di Carmen Giorgetti Cima.

Durante la presentazione romana Åke Edwardson ha avuto modo di dimostrare il suo “spessore” e la sua professionalità (nella foto di Cristina Greco: Enzo BodyCold Carcello, l’AngoloNero, Åke Edwardson e Fabiol’interprete):

AB – Come mai il tuo editore italiano ha scelto di iniziare la pubblicazione di Erik Winter da Il cielo è un posto sulla terra, quinto romanzo della serie?
ÅE – Credo che l’editore abbia voluto presentare Erik Winter in una fase più “matura”. Ci sono abituato, perché la stessa cosa è accaduta con la traduzione americana. Ma non è un problema perché i romanzi di Erik Winter si possono leggere separatamente, e perfino lo stile è diverso da un romanzo all’altro. Penso che Winter sia interessante dal primo all’ultimo romanzo, ma è differente nei vari episodi.

AB – Che tipo è Erik Winter?
ÅE – Erik Winter è un personaggio “morale”, più che politico, esistenzialista più che critico. Anche se nei miei romanzi c’è una critica alla società, è una critica letteraria, attraverso la scrittura, non attraverso il personaggio.

AB – Per quali percorsi personali e professionali sei arrivato a scrivere crime books?
ÅE – Ho iniziato giornalista professore di giornalismo, e a un certo punto mi sono reso conto che i miei articoli, soprattutto nel periodo in cui stavo in Asia, erano sempre più lunghi perché inventavo storie. E questo non si può fare, soprattutto se sei un docente di giornalismo. Quindi ho dovuto fare una scelta. A un certo punto sapevo che ero pronto per scrivere un romanzo.

AB – Perché proprio un romanzo giallo?
ÅE – Perché nel 1992 ho letto La Dalia Nera di James Ellroy, e mi ha colpito moltissimo, sia per la frammentazione del linguaggio, sia per il fatto che fosse completamente senza speranza. E io ho trovato questa cosa molto “rigenerante”. Anche se io, nei miei romanzi, lascio una speranza, ma trovavo “rinfrescante” il fatto che qualcuno andasse in un posto senza speranza. Questo perché di solito il giallo è come un romanzo per bambini: le cose finiscono bene. Succede qualcosa di brutto “durante”, ma alla fine tutto si chiude bene. E questo non è reale. Il romanzo di Ellroy era rigenerante perché non potevi fare affidamento su un lieto fine risolutivo, esattamente come accade nella realtà.

AB – E qual è la tua concezione del genere?
ÅE – Io scrivo “giallo moderno”. Non sono sicura che chi è venuto dopo di me faccia lo stesso. Ho cercato di mettere alla prova le regole tradizionali del giallo. Il giallo è un genere molto conservatore e la gente ha un’opinione molto precisa su come debba essere. La stessa “drammaturgia” del giallo è molto semplice. Se fosse un genere musicale sarebbe rock and roll, che si basa fondamentalmente su tre accordi, e i tre accordi del giallo sono un mistero, la ricerca e una soluzione. Io volevo giocare con questi elementi mantenendomi fedele alla logica del genere ma dando uno sviluppo diverso. Il punto è che il lettore di gialli, esattamente come accade per gli altri generi, deve imparare a ragionare con la sua testa. Non è corretto dare troppe spiegazioni alla fine: bisogna che il lettore trovi le risposte da solo. Mi piace quindi lasciare delle trame che non si chiudono in modo che il lettore sia obbligato a riflettere non solo durante, ma possibilmente anche dopo.

AB – Un’altra cosa che ho notato è che nel testo sono state mantenute espressioni in inglese, nei dialoghi e nei pensieri, come se in Svezia la gente parlasse comunemente in inglese. È così?
ÅE – In parte sì, in parte volevo qualcosa che spezzasse il ritmo. La stessa cosa vale per i brani musicali che ho citato. Sono tra l’altro grato a Erik Winter per avermi portato ad ascoltare il jazz. Quando scrivo mi isolo completamente dal mondo, metto la musica a tutto volume e via.

AB – Credo che nel nostro immaginario la Svezia sia, tuttora, un Paese con un elevato standard di welfare e protezione sociale. Leggendo il tuo romanzo scopro, invece, che non ci sono abbastanza maestre per sorvegliare adeguatamente i bambini delle scuole materne, non ci sono abbastanza poliziotti per garantire l’incolumità dei cittadini e addirittura che dichiarare apertamente la propria omosessualità è un problema. Qual è la vera Svezia, allora?
ÅE – Io credo che la Svezia sia tuttora uno dei migliori Paesi al mondo, ma le crepe di quella costruzione che è il welfare state si stanno ampliando sempre di più. Io penso che in un certo senso la Svezia sia ancora come la immagini tu, ma in un altro senso sta cambiando molto rapidamente. Il genere non è commedia, contiene per natura la possibilità di mostrare il lato oscuro della società. In più io per natura sono pessimista. È però importante che ci sia la speranza, l’empatia con le vicende narrate, l’umanità sottesa alla storia dei personaggi. È compito dello scrittore dare al lettore la sensazione di non leggere solo un libro di intrattenimento, ma qualcosa di più emozionante.

(Intervista del 2012, circa)

Tre minuti (Le gialle di Valerio 137)

Anders Roslund e Börge Hellström
Tre minuti
Einaudi, 2017 (Orig. 2016)
Traduzione di Katia De Marco e Alessandra Scali
Noir Hard-boiled

Colombia. Agosto 2015. Il 38enne Piet Hoffmann vorrebbe proprio tornare a Stoccolma, è sposato con Zofia, hanno due figli, Hugo (8) e Rasmus (6), ama la sua città e la sua famiglia alla follia. Da tre anni è infiltrato per conto dei governanti statunitensi fra i guerriglieri narcos del Prc, il movimento di guerriglia finanziato dal traffico di cocaina (più di cento chili a settimana), un secolo dopo la sua messa al bando. Si chiama Peter Haraldsson, snello e rasato, con un tatuaggio sul cranio nudo, senza indice e medio della mano sinistra, detto El Sueco. Per non essere scoperto mastica coca, beve intrugli, ammazza e tortura quando le circostanze lo richiedono. Zofia (Maria ora) si è trasferita con lui, insegna e sa tutto, i ragazzi no (Sebastian e William), studiano. L’ultima impresa criminale è stata ripresa dal satellite, gli americani hanno istituito la nuova potente Unità Crouse sotto l’impulso di Timothy D. Crouse, speaker della Camera dei rappresentanti, la terza persona più importante degli Usa dopo presidente e vice, animato da uno spirito di crociata visto che l’adorata figlia 24enne Liz (dipendente da 12) era morta per droga. Tim decide di guidare personalmente la distruzione di una cocina, un accampamento chimico, mal gliene coglie. L’armatissimo organizzatissimo gruppo militare speciale viene devastato nella giungla, lui stesso fatto prigioniero, messo in una gabbia, torturato atrocemente, costretto a proporre un patto al proprio governo, che ha appena iniziato (coi droni) a uccidere tutti i 13 capi della guerriglia. Piet è il settimo della lista, la direttrice della Dea a Washington non può più proteggerlo e nessun’altro sa che lui (in codice Paula) aiutava l’agenzia. Solo a Stoccolma un altro paio di importanti attempati poliziotti ne sono a conoscenza, a tutti loro spetta un triplo salto mortale carpiato. E nulla sarà impossibile, fino alla fine.

Anders Roslund (1961) e Börge Hellström (1957–2017), premiatissimi scrittori a tempo pieno dal 2004, narrano ancora con grande ritmo (in terza persona varia) l’avvincente saga di Piet, un uomo interessante in una società regolata dalla droga, all’interno della serie sul suo persecutore e (ora) difensore, il non più giovane commissario Ewert Grens, alto e cocciuto, mole imponente e andatura zoppicante. La scena si sposta di continuo; le città colombiane (Bogotá, Cali, Medellín) e i campi base smontabili nella foresta inaccessibile, i bordelli e i mercati, ospedali e bunker, le capitali di Svezia e Usa, le vite private e la Casa Bianca, i trasporti della merce e le fughe rocambolesche, di terra e di mare. Violenza a iosa. I dialoghi sono serrati e coinvolgenti, per quanto autorevoli possano essere i protagonisti, bimbi sicari o potenti del mondo. Il titolo fa riferimento a due dei tanti conti alla rovescia, i (pochi) minuti di preavviso che Piet ha prima dell’ennesima operazione per eliminarlo, la finestra temporale in cui un satellite lascia scoperto una singola coordinata di latitudine-longitudine del pianeta, un’eternità rispetto ai tre secondi del romanzo precedente (2010). Lui sa da molto e si ripete che deve fidarsi solo di se stesso. Doppie identità e tradimenti, traditori e traditi si accavallano in tutto il suo ultimo decennio: spacciatore arrestato, nove anni da informatore della polizia svedese, reati nuovi inventati per risultare credibile, portato in un carcere di massima sicurezza per infiltrarsi nella mafia polacca, bruciato e abbandonato da capi corrotti, infame evaso e condannato all’ergastolo in contumacia essendo morto per (quasi) tutti quelli che lo volevano tale, segretamente ingaggiato dal governo (bloccate 7 raffinerie e 15 partite grazie alle sue informazioni) che ora cerca di eliminarlo, una vita d’inferno finora. Il vino per gli anniversari è costoso, Moulin Touchais del 1982; il buon rum colombiano; la musica sacra.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un fitto mistero. Immagini e storie del crimine (Le brevi di Valerio 177)

Giancarlo De Cataldo
Un fitto mistero. Immagini e storie del crimine
Contrasto, 2017

Gli ultimi 150 anni, circa. Cronaca nera e narrazione poliziesca. L’ottimo giudice, scrittore e sceneggiatore Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956) consegna ad accurate stampe Un fitto mistero. Immagini e storie del crimine, brevi saggi e grandi illustrazioni su memorabili delitti. L’introduzione ragiona sulle domande-chiave dietro i casi emblematici, mettendo in parallelo, dalla metà dell’Ottocento, supplementi feuilleton dei giornali della domenica e nascita del romanzo da noi poi chiamato “giallo”. Seguono 25 storie (in larga parte già pubblicate da quotidiani o settimanali), italiane o americane, distinte in sette sezioni (famiglia, complotti, mafia, affari, politica, mostri, luci rosse), perlopiù di vicende famose, spunto di riflessioni su fatti, tecniche, mode, stereotipi, logiche lombrosiane, segreti, false emergenze, con un ricchissimo apparato di coevi foto e disegni. L’epilogo è lungo la via Gradoli di oggi. Scritto benissimo, stimolante, godibile (se così si può dire).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La farfalla nell’uragano (Le gialle di Valerio 136)

Walter Lucius
La farfalla nell’uragano
Marsilio, 2017 (orig. 2013)
Traduzione di Maria Cristina Coldagelli e Claudia Cozzi
Noir Hard-boiled

Amsterdam, Johannesburg, Mosca. Quattro giorni d’agosto di qualche anno fa. L’attraente irrequieta Farah, ricci capelli corvini, occhi azzurri, voce dolce, cresciuta a Kabul (nel ricco quartiere Wazir-Abkar-Khan, quasi nessuno sa che il padre era stato ministro), arrivata in Olanda a 9 anni, poi adottata e ben educata, vi vive ormai da 30; da 10 fa la giornalista di cronaca, lavora per il quotidiano di sinistra And; gira in Porsche Carrera nera del 1987, cambia spesso uomini (ora con il tarchiato documentarista e regista televisivo David sembra resistere bene, pur in appartamenti diversi); non crede nel matrimonio, nelle coincidenze e nel paradiso, è musulmana poco praticante; pratica il pencak silat, nobile arte marziale indonesiana appresa dal padre, se si arrabbia o commuove parla in dari. La sua lingua d’improvviso le serve quando in ospedale, di ritorno da un cruento combattimento spettacolo, incappa in un piccolo di 7 anni, travestito e truccato con leggiadre forme femminili, vittima di incidente e quasi ucciso: fratture multiple, emorragie interne, milza compromessa lui, due auto coinvolte e due cadaveri carbonizzati nel bagagliaio di una lì vicino. Il bimbo farfuglia una parola che solo lei capisce, si sente coinvolta, cerca di rassicurarlo, comincia ad andare spesso a trovarlo. Probabilmente era stato coinvolto in un bacha bazi, ragazzini comprati e venduti a signorotti vari da astuti criminali trafficanti, trasformati in ingioiellate danzatrici esotiche e in giocattoli sessuali, una forma di schiavismo e di prostituzione minorile coatta. Ci sono coinvolti uomini ricchi e potentissimi, pedofili e corrotti, governanti e imprenditori; vari cercano di insabbiare la storia e screditarla; l’intreccio s’allarga all’invasione sovietica del 1979, a Sudafrica e Russia di oggi; Paul (conosciuto da bimba) e suo zio Edward la aiutano, alcuni muoiono amaramente, tutti rischiano la vita.

Il documentarista e produttore Walter Lucius, pseudonimo di Walter Goverde (Den Helder, Paesi Bassi, 1954) si è occupato spesso di integrazione di migranti. Il romanzo è del 2013, primo di una trilogia (era pensata inizialmente come serie tv, il terzo pare sia quasi pronto). Narra in terza varia una palpitante storia noir di turbocapitalismo e di sfruttamento, attraverso tante diverse esperienze: Farah è la protagonista assoluta, olandese a tutti gli effetti con un passato orientale; i due poliziotti che seguono il caso sono il bel Joshua Calvino di origini italiane, occhi marroni e barba corta, impossibile non prendere una cotta per lui, e il più vecchio stressato imponente Marouan Diba che sta per partire con la famiglia verso il suo Marocco; la bionda sensibile medico che opera subito il bambino è appena scappata da un ospedale di fortuna in Africa attaccato da soldati armati di machete e mitra; uno dei possenti occulti registi del male parla in inglese con un forte accento slavo e vorrebbe in realtà ritirarsi a lontana vita privata con l’amato. Goverde ha spiegato in un’intervista: “la società non è un’entità statica, un’istituzione come il rock. La società è fatta di persone, che si muovono. Un movimento costante. Come nei nostri rapporti interpersonali, noi interagiamo con le persone. Se tutte le società interagissero bene tra di loro allora ci sarebbero molti meno problemi”. Il romanzo sviscera tre temi sensibili inevitabilmente permeati oggi dal fenomeno migratorio: il giornalismo spazzatura che distorce fatti, infanga individui, orienta strumentalmente paure; la moderna schiavitù dietro il traffico internazionale dei minori; il peso esplicito e implicito del passato (accaduto in terre più o meno distanti) nelle scelte attuali di ciascuno. Il titolo fa riferimento ai ricordi di Farah nel giardino del palazzo presidenziale di Kabul, all’antica farfalla portafortuna di stoffa acquistata da Farah in una bancarella e donata al suo mentore Parwaiz, anziano conservatore d’arte afghano, e all’uragano che si scatena nella vita di lei. Vino rosso. Cibi e musiche di tutti i continenti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un delitto inglese (Le brevi di Valerio 176)

Cyril Hare
Un delitto inglese
Sellerio, 2017 (orig. 1951, Garzanti 1955 con altra traduzione)
Traduzione di Sofia Merlo

Warbeck Hall, Markshire, England. 1950. Natale è prossimo. Il dottor Wenceslaus Bottwink, laureato ad Heidelberg, dottore in Lettere a Oxford, già professore di Storia moderna all’Università di Praga, membro di varie accademie da Leida a Chicago, sta studiando antichi manoscritti conservati da illustri antenati in un’ala dell’edificio. Il maggiordomo Briggs lo informa che il vecchio padrone di casa Lord Warbeck sarebbe lieto restasse durante le feste. Arriveranno il figlio nazistoide Robert, il cugino ministro Cancelliere dello Scacchiere, la nipote Camilla invano innamorata di Robert, la signora Carstairs moglie del collaboratore stretto del cugino. Robert muore, non sarà il solo, come Bottwink ben presto capisce. Ci deve essere un inconfondibile movente in Un delitto inglese secondo Cyril Hare, pseudonimo del giudice Alfred Alexander Gordon Clark (Mickleham, 1900-1958). Dal 1937 scrisse una 15ina di classici gialli a enigma, manierismo solido, aggraziato, garbato.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Chi ha bisogno di te (Le varie di Valerio 75)

Elisabetta Bucciarelli
Chi ha bisogno di te
Skira, 2017
Sentimentale Musicale

Milano. Ora. Siamo insieme a una coppia appassionata dei Queen, una studentessa 17enne di seconda liceo e la Mamma 43enne, attraverso un diario di 51 scene. Nella prima la ragazza narra di sé chiusa nella propria stanza di casa, con le cuffie ad ascoltare Freddie Mercury e in testa pensieri convinti che è ora d’innamorarsi. Il suo nome è Mary (Meri), la compagna di classe e amica del cuore si chiama Sara, gira in bici, gioca a tennis, prende lezioni di piano e canta intonata all’interno di un coro, riesce a studiare solo con la musica ad alto volume (abbassa solo per matematica e scienze), pensa forse di iscriversi a Ingegneria Civile. La madre scrive, dopo aver studiato al Piccolo e aver insegnato molti anni ora fa la drammaturga (un suo personaggio è una grassa molto contenta, Olga), vive sola con la figlia e da sempre le spiega la vita con i testi delle canzoni, ben gestisce tante piante nei terrazzi e tanti libri dentro, mantiene una chioma lunga più di cinquanta centimetri, anoressica mentale di rado, per il resto sempre alla ricerca di qualcosa. Una svolta importante della loro vita ebbe luogo dieci anni prima, Meri era piccola ed esile con lunghi capelli chiari, il padre si trovava ancora con loro. Erano in vacanza a Berceto in provincia di Parma, per raccogliere semi e funghi, a fine agosto. Nello stesso bell’albergo c’era un gruppo di ragazzi appassionati di motocross, s’innamorò infantilmente di uno di loro, Davide; poi ci fu un incendio, si ustionò una mano, pur riacquistandone poi lentamente le funzioni; ebbe altri traumi uditivi, avendo poi maturato una maggiore sensibilità a ogni ronzio (soprattutto di mosche e api). E, dopo, i suoi si separarono. Meri e Sara sono carine e intelligenti; non si drogano, non fumano, non soffrono d’anoressia; si raccontano sempre (quasi) tutto. Ora c’è qualcuno che lascia fogliettini e messaggini anonimi per Meri, s’industriano per capirci qualcosa.

La scrittrice di talento Elisabetta Bucciarelli continua la sua ricerca narrativa (amante della poesia) con trame di coppie, qui madre-figlia soprattutto, e accorto uso delle parole, riferite a fattori biotici chiave, qui semi e api, per sostanziose ragioni che emergono dal diario, e soprattutto qui il mitico cantautore compositore gay leader dei Queen, sentimentalmente Freddie (1946-1991). Non a caso, è il terzo volume della collana di musica narrata (curata da Biondillo e Tonti) “Note d’autore”, dedicata alle colonne sonore proprie di personalità del mondo della cultura letteraria: non saggi o biografie, racconti (anche) della storia d’amore di uno scrittore con la musica. Entrambe le protagoniste femminili hanno spunti autobiografici, anche se la prima persona è assegnata a chi ne ha meno. La libera ricostruzione della mappa emotiva riguarda perlopiù proprio Meri. Il titolo fa riferimento all’incontenibile bisogno d’innamorarsi e di amare, all’incontrollabile sentimento dell’amore (nell’aprirsi e nel chiudersi), alla reciprocità e singolarità di alcuni effetti. La dedica appunto consegue: “stimo solo chi ha molto amato”, una frase che a un certo punto Meri prende da Olga, uno dei personaggi “inventati” dalla Mamma, che ora sta scrivendo un testo teatrale, protagonista un adolescente che minaccia di farsi fuori nel bagno del liceo. Meri, dal canto suo, riflette intensamente sull’autore dei biglietti, il primo in una busta sigillata, frasi scritte a mano di qualcuno che la conosce bene, condivide gusti d’ascolto e di lettura. L’indagine la porta a creare occasioni d’incontro, a cercarlo, a farsi cercare, a produrre un movimento di imprevedibili svelamenti d’identità e di relazioni.

(Recensione di Valerio Calzolaio)