Rispondi se mi senti

Ninni Schulman
Rispondi se mi senti
Marsilio, 2017
Traduzione di Stefania Forlani

Mercoledì 10 ottobre. Hagfors, Svezia. Una squadra di 22 cacciatori si dà appuntamento all’alba per la caccia alle renne. Sono un gruppo eterogeneo ma esperto, l’unica nuova è Alva Sanners, 13 anni, figlia di Pär. La battuta di caccia procede con i ritmi usuali (divisione dei terreni, appostamenti, spari, comunicazioni via radio) ma quando il gruppo si raduna, dopo qualche ora, all’appello mancano sia Alva che Pär.

Fece una pausa per controllare se tutti lo seguivano, e se le informazioni ricevute da Christer erano corrette. Visto che nessuno fece segno di voler intervenire, continuò.
«La prima battuta comincia alle otto e mezza. Nella zona di Rensberg, circa tre chilometri a sud-ovest di Uvanå.»
Altra pausa.
«Qualche minuto dopo le nove viene uccisa un’alce. Dopo un quarto d’ora, alle nove e venti circa, si sente un altro colpo. Il caposquadra, Waldemar Halling, chiede via radio chi abbia sparato, ma nessuno ammette di averlo fatto. Da qui gli orari sono solo indicativi. Verso le dieci e mezza i cacciatori concludono la battuta e raggiungono il capanno per la macellazione di Uvanå. Verso le undici e mezza si rendono conto che mancano ancora Pär e Alva Sanner e tentano di mettersi in contatto con loro al telefono, senza alcun risultato.»

Dopo una rapida perlustrazione, l’uomo viene ritrovato morto. Ucciso da un colpo di fucile che tutti hanno sentito ma nessuno ammette di aver sparato. Di Alva invece non c’è traccia. Le forze dell’ordine vengono prontamente allertate – tra loro anche Petra Wilander, che però non può indagare sull’omicidio in quanto componente, anche lei, della squadra di caccia, e quindi sospettata alla pari degli altri. Si attiva anche la stampa locale, o meglio dovrebbe: in realtà la miglior reporter del Värmlandsbladet, Magdalena Hansson, è bloccata a casa dalle “gioie della maternità”, ossia la crescita dei primi dentini della neonata Liv, che non le permette di dormire.

Qualche giorno prima Saxberg aveva avuto un’importante soffiata su un piano segreto che prevedeva lo stoccaggio di combustibile nucleare a Hagfors, per creare nuove opportunità di lavoro, e la settimana precedente ne aveva avuta un’altra sui lavori di ristrutturazione dell’impianto per il trattamento dell’acqua. L’incarico era stato assegnato al nipote del dirigente dell’ufficio tecnico senza un regolare appalto. Magdalena aveva creduto, o almeno sperato, che Saxberg avrebbe perso un po’ del suo zelo senza una concorrenza degna di nota, invece si stava veramente dando da fare.
E lei non poteva rimanersene seduta lì, a veder morire la redazione locale.

E anche il figlio maggiore adottivo, Nils, risente dell’arrivo della sorellina.
Magdalena deve faticare non poco per ritagliarsi lo spazio per raccogliere informazioni e scrivere. Petra invece fatica a stare lontana dall’indagine per omicidio, relegata a un’altra indagine, quella dell’uccisione di una lupa, qualche settimana prima.

«La polizia mantiene il riserbo sulle indagini relative alla lupa uccisa di frodo e trovata a sud del lago Nain questo fine settimana, ma allo stesso tempo chiede aiuto alla comunità. Christer Berglund, ex capo pro tempore della polizia di Hagfors, esorta tutte le persone che si trovavano nella zona di Majanpäsmossen e della diga di Narsdammen la scorsa settimana a presentarsi, se hanno notato qualcosa…»

Si indaga e si scava nei segreti inconfessabili della tranquilla cittadina. Fino a quando la scomoda verità non viene a galla…

«Mi preoccupa che tu scriva di persone uccise, di lupi uccisi e di cose del genere.»
Magdalena guardò il braccio di Petter, i segni dell’ustione.
La pelle era ancora rosa chiaro e tutta rugosa.
«Quando si tratta di lupi la gente si comporta in modo stupido» continuò lui. «Ricordi quel dibattito sugli animali selvatici di cui ti eri occupata?»
Sì, Magdalena lo ricordava. La sua casella si era riempita di e-mail infuocate provenienti da entrambe le fazioni, d’accordo solo nel sostenere che lei era di parte.
E il giornale aveva dovuto addirittura bloccare nella pagina web i commenti, troppo brutali.
Magdalena, in realtà, non aveva nessuna opinione sulla questione dei lupi, era solo affascinata dall’odio che scatenava.

Ambientato nello straordinario scenario, nella calma selvaggia, della natura svedese, Rispondi se mi senti è un noir scandinavo in piena regola. Crimine, indagine, soluzione. Il tutto in una settimana. Si compone di capitoli brevi per seguire, in parallelo, le azioni dei molti personaggi che popolano le pagine. L’autrice dimostra attenzione, e conoscenza, per il contesto, l’ambiente e le relazioni umane. Rispondi se mi senti è il primo di una serie di romanzi, una lettura soddisfacente per chi ama questo genere che, ormai da qualche anno, si è ricavato una nicchia consistente di lettori appassionati.

Ninni Schulman (1972), giornalista, è cresciuta nel Värmland, dove è ambientata anche la sua serie poliziesca con protagonista la reporter Magdalena Hansson, bestseller nei paesi scandinavi. Vive a Stoccolma.

Fino al 12 novembre anche Rispondi se mi senti, come gran parte dei romanzi della collana Giallosvezia, può essere acquistato in ebook a soli 4,99 euro. 

Flavia de Luce e il cadavere nel camino (Le brevi di Valerio 168)

Alan Bradley
Flavia de Luce e il cadavere nel camino
Sellerio, 2017 (orig. 2015)
Traduzione di Alfonso Geraci

Toronto. 1951. Flavia, 12enne di nobili origini, occhi azzurri e freddi, udito sopraffino, talento per la chimica, è stata mandata dalla casa inglese (Bishop’s Lacey, antiche magione e tenuta di Buckshaw, fittizi) nel college di un’Accademia Femminile canadese, lungo viaggio in nave e treno. Vi aveva studiato anche la madre Harriet, morta in un’escursione in Tibet oltre dieci anni prima. Non le mancano certo il babbo Haviland, colonnello con baffetti, filatelico collezionista di francobolli in ristrettezze finanziarie, né le sorelle maggiori Ophelia Feely 18enne e Daphne Daffy 14enne, ferocemente scherzose. Tuttavia incontra le rigide istruttrici e compagne nevrotizzate, oltre a nuovi delitti. Risolve molto. Godibile la serie Flavia De Luce’s Mysteries iniziata nel 2009 dallo scrittore canadese esperto d’ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è l’ultimo (ottavo), Flavia de Luce e il cadavere nel camino, come sempre in prima persona.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La donna di pietra (Le gialle di Valerio 133)

Xavier-Marie Bonnot
La donna di pietra
Edizioni del Capricorno, 2017 (orig. 2015)
Traduzione di Barbara Sancin
Noir

Villaggio di Saint Vincent nella grande valle alpina francese dell’Oisans fra le cime delle Aiguilles. Pochi anni fa. Il 45enne Pierre Verdier assiste alla nuova sepoltura di Vicky nel piccolo cimitero montano e ripensa al calvario di tutta la storia iniziata l’autunno dell’anno precedente. Quello era il suo ambiente, accanto al Parc National des Écrins dove erano stati appena avvistati alcuni lupi, almeno tre esemplari. Stava attendendo la sorella Claire, in arrivo da Parigi per la festa di Ognissanti. La casa di famiglia si trovava all’estremo limite del minuscolo paesino, entrambi i genitori già morti. Dopo gloriosi decenni di guida alpina e di scalatore estremo sui picchi del mondo, ebbe un terribile incidente con la sua ricca dolce fidanzata Paola Berg (con la quale conviveva felicemente a Chamonix da più di cinque anni) arrampicandosi d’inverno su una pericolosa via della parete nord dell’Olan, lei non ne uscì viva. Lui riprese in mano casa e fattoria, fece costruire un ovile sul sentiero verso gli alpeggi, un gregge di oltre cento pecore e una decina di capre nei dodici ettari ereditati (in comproprietà), rimase triste e appartato con Capitaine, un mastino dei Pirenei. Claire lavorava a Parigi (dove Pierre non era mai stato) e tornava con passione ma raramente, cinque anni più piccola, occhi neri e scintillanti, alta e flessuosa, slanciata e vigorosa, modi da maschiaccio, gran lettrice, biologa impegnata al CNRS in una importante ricerca sul cervello del laboratorio di genetica, senza mai parlare di eventuali amori. Dopo il suo arrivo Pierre accennò al medico dei disturbi della sorella (incubi riguardanti una certa Vicky), decisero di vederla subito insieme, ma a casa non c’era più, trovarono tracce nella neve e poi lei impiccata a una corda da scalatore. In base a prime indagini il maresciallo Portal e la giudice Montaz decisero di arrestare Pierre. Né Vicky né l’ex innamorato un po’ fuori di testa erano stati trovati. Ancora.

Lo storico e documentarista Xavier-Marie Bonnot (Marsiglia, 1962) scrive polizieschi da una quindicina d’anni, un paio tradotti. In questo la protagonista è la montagna descritta con sapienza ed esperienza durante tutte le differenti quattro stagioni: rumori e odori, sapori e colori, rocce e paesaggi, neve e ghiacciai, animali e vegetali. Chi parla con l’ecosistema è Pierre e la narrazione in terza riguarda soprattutto lui (toccanti le pagine relative all’agnellatura), con intervalli sulla sorella e sui due investigatori, a loro modo sempre più coinvolti nella ricerca di verità antiche e moderne. Occorre entrare dentro le reti di relazioni familiari in piccoli borghi isolati dove non mancano segreti e pazzie, anche i fiori hanno un senso. Occorre ricostruire la vita parigina (pur senza fronzoli o eccessi) e gli affetti di Claire, come e perché avesse un legame profondo, poetico e sofferente con una bella donna lontana. Occorre far emergere la tragedia che colpì il venerato fratello, il senso delle chiacchiere che lo riguardano e dalle quali sembra sempre chilometri distante. Anche perché morti e dinamiche vendicative continuano a sconvolgere la valle per tutto quell’anno. Il titolo fa riferimento al carattere (apparentemente non fragile) di alcuni umani e di tutti i monti. Un ghiacciaio vive al ritmo lento della gravitazione, si nutre di neve e di freddo, e si spezza sui pendii. Mille forze lo percorrono. Mille fratture. Claire legge romanzi senza pretese, le piacciono perché così può far riposare il cervello. Allo scopo e per festeggiare molto si utilizzano anche i liquori al genepì, il bianco Aligoté (dei cugini) non è granché. Pierre è appassionato di musica barocca e sacra, venera Bach che illumina la sua solitudine; Claire invece canta sotto la doccia i vecchi successi degli anni ottanta.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Un’esca per l’assassino di Minette Walters

Minette Walters
Un’esca per l’assassino
Longanesi, 2006

Siobhan Lavenham indaga su un omicidio avvenuto a Sowerbridge. In realtà lei ne farebbe tranquillamente a meno: è una tranquilla madre di famiglia, una giovane irlandese sposata a un imprenditore inglese. Ma proprio a causa delle sue origini si trova coinvolta nel caso che ha suscitato un violento vespaio in paese: la morte di Lavinia Fanshaw e della sua badante Dorothy Jenkins. Per l’omicidio è stato arrestato Patrick O’Riordan, un giovane irlandese che vive a Sowerbridge con la madre e il padre invalidi (ma non del tutto, come borbotta la gente del paese, sospettando che si tratti solo di un’abile truffa ai danni dell’assistenza sociale). La madre di Patrick chiede aiuto a Siobhan, l’unica scevra da pregiudizi, perché la aiuti a tirare Patrick fuori dai guai. E Siobhan indaga, mettendocela tutta, anche contro le apparenze – solo per scoprire che la verità è completamente diversa da ciò che sembra e che nessuno è senza peccato.

Interessante romanzo breve (o racconto lungo) che esplora la spinosa questione irlandese dal punto di vista della gente “normale”: difficoltà di integrazione, differenze di mentalità e pregiudizi profondamente radicati nella mentalità delle persone comuni.

(Ripescato dal cassetto dei ricordi)

Premio Scerbanenco 2017: la lista dei 25 semifinalisti

È uscita la lista dei 25 romanzi preselezionati per concorrere a formare la cinquina dei finalisti del premio Scerbanenco. Di quasi tutti ci siamo occupati nel corso dell’anno, difficile quindi fare delle previsioni.

Ecco chi sono:
1. Erica Arosio & Giorgio Maimone
Cinemascope, Tea

2. Biagio Bolocan
Il traduttore, Feltrinelli

3. Luigi R. Carrino
Alcuni avranno il mio perdono, E/O

4. Marco Consentino, Domenico Dodaro, Luca Panella
I fantasmi dell’impero, Sellerio

5. Luca D’Andrea
Lissy, Einaudi

6. Carlo F. De Filippis
Il paradosso di Napoleone, Mondadori

7. Romano De Marco
L’uomo di casa, Piemme

8. Federica Fantozzi
Il logista, Marsilio (qua anche la recensione di Patrizia Debicke)

9. Marcello Fois
Del dirsi addio, Einaudi

10. Carlo Lucarelli
Intrigo italiano, Einaudi

11. Massimo Lugli
Il criminale, Newton Compton

12. Elena Mearini
È stato breve il nostro lungo viaggio, Cairo

13. Bruno Morchio
Un piede in due scarpe, Rizzoli

14. Divier Nelli
Il giorno degli orchi, Guanda

15. Piergiorgio Pulixi
La scelta di buio, E/O

16. Roberto Riccardi
La notte della rabbia, Einaudi (qua anche la recensione Patrizia Debicke)

17. Pasquale Ruju
Nero di mare, E/O (qua anche la recensione di Valerio Calzolaio)

18. Piernicola Silvis
Formicae, Società Editrice Milanese

19. Giampolo Simi
La ragazza sbagliata, Sellerio (qua anche la recensione di Patrizia Debicke)

20. Marcello Simoni
Il marchio dell’inquisitore, Einaudi

21. Massimo Tallone & Biagio F. Carrillo
La casa della mano bianca, Del Capricorno

22. Rosa Teruzzi
La fioraia del Giambellino, Sonzogno

23. Nicola Verde
Il vangelo del boia, Newton Compton

24. Flavio Villani
Il nome del padre, Neri Pozza

25. Mirko Zilahy
La forma del buio, Longanesi

La botta in testa (Le brevi di Valerio 167)

Tiberio Mitri
La botta in testa
Sellerio, 2017

Trieste e ring. 1926-1957. “Il più bel pugile dell’Italia del Dopoguerra” Tiberio Mitri esordì nel 1946, divenne campione italiano nel 1948, poi europeo. Il 12 luglio 1950, giorno del suo compleanno, già gelosamente sposato con Fulvia (Miss Italia 1948) affrontò a New York il campione mondiale Jake LaMotta, perse. Riconquistò il titolo europeo, rimase ancora a lungo sul ring (mentre diventava attore famoso), si è ritirato nel 1957, con 101 incontri disputati, 88 vittorie, 6 sconfitte. Ebbe infanzia travagliata e adolescenza con botte e guerre, poi clamori da star.
Racconta i suoi primi 31 anni in La botta in testa, uscito per Il Carroccio (un fiasco) già nel 1966, riscoperto da Massimo Raffaeli per Limina nel 2006, ora edito con una chiara nota finale di Dario Biagi, che spiega chi e perché stese il testo a partire dalle registrazioni del pugile.
Mitri è morto nel 2001, ci sarebbe una terza vita da raccontare. Le prime due bastano, una narrazione avvincente di mille avventure.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il vino capovolto (Le varie di Valerio 41)

Jacky Rigaux e Sandro Sangiorgi
Il vino capovolto
Porthos, 2017
Gastronomia Scienza Salute

Dalla vigna alla bocca. Per secoli. La coltivazione dei vitigni e il consumo di vino risalgono a molti millenni fa. All’inizio del millennio scorso primi enofili (in genere monaci, in Francia) iniziarono a scriverci sopra cose interessanti; secolo dopo secolo produzione e uso sono evoluti, in tanti ovunque hanno affinato il bere. L’Associazione Italiana dei Sommelier (Ais) organizza corsi per diplomarsi tali, ormai siamo oltre ottantamila. Si seguono una decina di lezioni per ognuno dei tre livelli di apprendimento, ci vuole almeno un anno per arrivare a dare l’esame, che prevede questionari scritti e prove pratiche. Non c’è però un unico modo per insegnare e imparare a degustare il vino, in Italia e nel mondo. Altre associazioni nel nostro paese organizzano percorsi analoghi, con impostazione e principi diversi; inoltre si può diventare un sommelier “di fatto”, seguendo un proprio percorso senza riconoscimenti ufficiali. Si voglia o meno fregiarsi del titolo, è buono e giusto bere meglio il vino (non più, ma diversamente), capire con quale liquido odoroso abbiamo a che fare, come e quanto spendere per accrescere il piacere, quali alimenti preferibilmente si accostano (abbinano) a quello che intendiamo forse portare a tavola in un determinato contesto. Due eccellenti enofili hanno realizzato un volume unitario da due differenti tipi di scritti.
Jacky Rigaux (Donzy, Bourgogne, 1948) è uno psicologo che lavora alla formazione enologica universitaria a Digione; dopo aver pubblicato decine di testi e organizzato o partecipato a centinaia di incontri sul vino, ha curato un sintetico manuale francese relativo alla “dégustation géo-sensorielle” (2012), qui tradotto.
Sandro Sangiorgi (Friburgo, 1962) è il giornalista enogastronomo che ha fondato “Porthos”, scuola ed editoria dedicate alla divulgazione del “vino naturale”, proponendo nel 2011 il fortunato denso manuale “L’invenzione della gioia”, qui presenti gli articoli didattici usciti successivamente..
Non si tratta di un testo con frasi vergate a quattro mani. Rigaux e Sangiorgi offrono tuttavia un comune sentire, alternativo a quello ormai tradizionale in Francia e in Italia. L’ipotesi è che, da un certo momento in poi, l’offerta di vino abbia preso due strade divergenti. Da una parte i vini tecnici di vitigno e di marca; dall’altra i vini di terroir capaci di “capovolgere” l’ordine dei fattori produttivi (prima il terreno territorio ecosistema della vigna, poi il resto). Da una parte lo sviluppo sconsiderato della viticoltura chimica e dell’enologia interventista; dall’altra la riflessione su clima ed ecosistemi (fattori abiotici e biotici) per vigne e vitigni naturalmente coerenti; da una parte l’agricoltura con tanti additivi o diserbanti chimici; dall’altra l’agricoltura biologica e biodinamica; cui seguono differenti modalità di affinamento e commercializzazione. Una volta pronto, si bevono o assaggiano perciò due tipologie di prodotti diversi e ci si deve educare a degustare ogni tipologia a suo modo. La degustazione geosensoriale serve per i vini di terroir, anche per vederne qualità che non si possono trovare negli altri. Si fonda sempre sulla chimica, ma presta attenzione primaria a quella inorganica, alla dimensione minerale del vino, al gusto del luogo. Tiene conto anche della vista e dell’olfatto, ma sottolinea la centralità del gusto in bocca e la trama unitaria di tutti gli aspetti (anche tattili e aromatici). Capisce che un po’ di solfiti possono essere indispensabili, ma insegna a riconoscere la “naturalità” del liquido odoroso, ovvero che non sia stato aggiunto altro rispetto ai microorganismi già presenti nel suolo e nel sottosuolo. Cerca pertanto vini diversi anno dopo anno, sorprendenti, emozionanti. Prefazioni varie, la prima del simpatico ottimo attore friulano Giuseppe Battiston, altre due di Burtschy e Roger al testo francese, che contiene in appendice anche una scheda molto diversa da quella Ais per le ragioni diffusamente spiegate nel testo. Ecco proprio un bel libro da sorseggiare!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2017

Una mia fissazione…
Le frasette in corsivo
Ormai si trovano dappertutto. Non c’è giallo che si rispetti (inteso in senso generale) che non abbia le sue brave frasette in corsivo. E non in una pagina o due soltanto ma spiattellate lungo tutto il romanzo. Tanto da formare esse stesse una specie di sotto romanzo. Frasette in corsivo che tendono a evidenziare il pensiero vero del personaggio a cui si riferiscono. Perché i personaggi, si sa, sono come gli esseri umani in carne ed ossa. Dicono una cosa e ne pensano un’altra. Brutti bastardi. Se ne trovasse uno coerente con se stesso dalla fine al principio. Nemmeno a cercarlo con il lanternino. E allora giù frasette in corsivo… Oppure servono per dare informazioni criptiche su chi sia l’assassino o per mettere in evidenza lo sbocciare di un sentimento, di un desiderio, di una attrazione fisica che si tende, almeno in quell’attimo, a reprimere. Anche se si ha una voglia matta di saltarle/gli addosso. E così si assiste talvolta a degli sdilinquimenti da far venire il famoso latte ai ginocchi. Con inevitabile caduta nel ridicolo. Ma guarda un po’ sembrava tutto/a d’un pezzo e vedi come miagola.
Le frasette in corsivo sono uggiose. Rompono le palle.
Levatele!

La torre degli Scarlatti di Stefano Di Marino, Mondadori 2017.
Ad Amsterdam, il nostro (ormai dobbiamo chiamarlo così dopo il primo incontro con Il palazzo dalle cinque porte) Sebastiano (Bas) Salieri, noto illusionista e profondo conoscitore delle tradizioni occulte, si trova di fronte ad una richiesta piuttosto bizzarra, ovvero riordinare e catalogare la biblioteca degli Scarlatti (ricca, soprattutto, di testi di magia, demonologia, di volumi sull’inquisizione…). Qualche suo tratto “Un giovane alto, con i lineamenti affilati, i capelli scuri, lunghi sul collo e una barba a mosca che gli conferiva un aspetto vagamente luciferino”. Illusionista, ma anche “cacciatore di ciarlatani, di finti maghi, nemico di quelli che approfittavano della superstizione della gente…”
La richiesta viene da Federico Cocci, maggiordomo e amministratore dei beni della casata Scarlatti, in San Girolamo in Colle vicino a Volterra, il cui capostipite Cosimo era stato uno studioso e negromante vissuto in Toscana tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Si dice, perfino, che avesse scoperto le tracce di un’antica metropoli ricca di tesori dedicata al culto del Demone Blu. Dietro di sé la leggenda della Torre degli Scarlatti, forse una strada per arrivare a questa famosa necropoli.
Oggi la suddetta casata è diretta da Giacomo Scarlatti che l’ha riportata all’antico splendore. Sposato con Cecilia Augenti, sono stati divisi da un tradimento del primo da cui è nata Priscilla, la figlia maggiore. Cecilia, tuttavia, prima di morire “in circostanze misteriose”, trovò un notaio, che nessuno conosce, a cui dette mandato di consegnare l’eredità solo ai figli legittimi Luca e Mirella. E ora Luca sembra ritornato, scampato alla morte di un terribile incidente automobilistico, dopo un esilio volontario.
Riordinare la biblioteca è solo un pretesto, l’obiettivo principale è quello di scoprire i misteri della famiglia “in attesa che la famosa Torre e l’eredità ricompaiano” e decifrare i segni, ovvero i simboli di una scrittura etrusca apparsi in giro che alludono al citato Demone Blu. Sarà generosamente ricompensato, assicura il Cocci. Le carte di Zaira, la sua collaboratrice, però, dicono solo disgrazia…
Inutile intestardirsi nell’esemplificare una trama assai complessa per una semplice recensione (chi vuole sviscerarla qui da Piero). Vediamo il quadro generale cercando di riunirne gli aspetti principali. Intanto l’aura brividosa e inquietante che si crea sin dall’inizio attraverso una storia che affonda le radici nella negromanzia, in leggende di demoni, di qualcosa che sfugge alla razionalità umana; una famiglia depositaria di oscuri segreti, morti poco chiare, dubbi di identità (Luca sarà proprio lui?), una eredità contesa; personaggi che si muovono, soprattutto di notte, con diverse intenzioni, ovvero ricatto, contrabbando di reperti (i tombaroli); la natura stessa che ci mette lo zampino, cielo improvvisamente oscuro, nuvole nere, tuono in lontananza, pioggia scrosciante, insieme a luoghi spettrali come tombe e cimiteri; i momenti critici dello stesso Bas, a creare ancora fremito e mistero.
Una parte importante della vicenda è dedicata alla figura femminile. Attrazione, fascino intrigante, sensualità, senza scadere (merito dell’autore) nel gialletto porno che ogni tanto riprende quota e nemmeno in uno sdilinquente sentimentalismo. A Bas piacciono le donne, “un fatto assodato”, e lui piace a loro, vedi la bella e seduttiva Priscilla con la quale qualche bacio vorace ci scappa; piace a Patrizia, carabiniere e nipote del vicequestore Panitta (vecchio amico), “una elusiva bellezza che si rivelava nei modi anche dietro un aspetto dimesso e la mancanza di trucco” e affascina pure la moglie dello stesso Panitta. Mirella, poi, è attraente, occhi azzurri e limpidi, capelli biondi, non male neppure la cameriera Gisella che attira il suo sguardo per l’incedere “volutamente stuzzicante” “su per la scala.” (alla memoria lottiana certi filmetti di serie B con le attrici dotate di un discreto lato B). Insomma la bellezza femminile ritratta secondo diverse sfaccettature, tra cui il sentimento ma anche come attrazione, seduzione e pericolo.
Stefano Di Marino si serve di qualsiasi mezzo, di tutti i trucchi del mestiere che conosce a fondo, per costruire un percorso interessante e proteso lungo diverse direzioni: spunti tratti da letture e film, capitoletti brevi, brevissimi ad incalzare il lettore, a tenerlo in tensione passando da una scena all’altra, da un personaggio all’altro (ognuno con i suoi maneggi), come all’aprirsi di un sipario. Dubbi (Cocci stesso nasconde qualcosa?), pericolo, presenze malvage, classico passaggio segreto, scontri, caterve di morti violente. E tralascio altri particolari.
Come già scritto nel blog del giallo Mondadori a mio avviso un lavoro ottimo, se non eccellente, per chi ama continuo movimento, colpi ripetuti a sorpresa (incorniciati in una atmosfera di vibrante tensione) dentro un plot molto frastagliato. Un po’ meno, ma pur sempre ad un livello di alta professionalità, per chi, come il sottoscritto, preferisce andamenti più lineari. Senz’altro da leggere. E aspettiamo il seguito.

La notte ha mille occhi di Cornell Woolrich, Mondadori 2017.
Prologo. Il poliziotto Shawn sta tornando a casa lungo il fiume. Fischietta una canzone allegra, trova tre banconote sulla strada, un anello e, più avanti, una borsetta nera e un orologio sull’orlo del parapetto. Ma vede, soprattutto, una donna che sta per gettarsi nel fiume. La salva. È giovane e bella, non più di venti anni. Ce l’ha con le stelle, con il loro luccichio “Non voglio più vederle! Perché devono sempre risplendere? Non la smettono mai?”
Trattasi di Jean Reid. Racconta la sua storia. Figlia di Harlan, ha perso la madre a due anni, vissuta con il padre che, ad un certo punto, deve partire per San Francisco. Meglio che non parta, secondo suggerimento della cameriera Eileen in un ristorante aperto tutta la notte. Meglio che non parta. Qualcosa di brutto accadrà. L’ha sentito da una persona che conosce.
Per Jean momenti di crisi, di panico. Sarà una bufala, ma se poi fosse vero? In effetti l’aereo cade, tutti morti, eccetto il padre che parte in ritardo. Allora c’è veramente un uomo in città capace di predire il futuro. Bisogna incontrarlo. Niente di eccezionale in lui, una figura quasi dimessa, con una “voce profonda e lenta”, “una specie di patriarca di notevole statura dalla barba folta.” È Tompkins, che rilascia altre piccole previsioni, tutte realizzate. Agitazione, scompiglio, paura, soprattutto per l’ultima: la morte di Harlan, fra tre settimane “tra il quattordici e il quindici di giugno. A mezzanotte in punto”. Come? “Morirà tra le fauci di un leone”.
Interviene la polizia guidata da McManus per indagare e scongiurare la fatale profezia. Bisogna assolutamente scoprire cosa c’è “dietro la messinscena, chi è il responsabile, come è stato messo in atto il trucco e così via”. Dunque, tra le altre, soprattutto non perdere di vista Hopkins e cercare dei leoni dovunque si trovino. Basteranno a scongiurare l’evento fatale?…
Una narrazione lenta, di una esasperata lentezza, tesa a penetrare nei meandri dei personaggi per metterne in rilievo, i dubbi, le paure, gli incubi, le angosce, il panico. Soprattutto di Harlan che sente arrivare la sua fine mentre le ore scandiscono, con il suono della pendola, il tempo rimasto.
Ma in conclusione, dopo sviluppi incredibili e inquietanti, quando tutto sembra a posto (di mezzo l’eredità e il solito vile denaro) qualcosa non quadra “C’è qualcosa in tutta questa storia, ne sono certo. Qualcosa che non posso inserire nel rapporto e che resterà per sempre un’ossessione” afferma McManus.
Forse anche per noi lettori intrappolati dentro una storia agghiacciante dove sembra agire un destino maligno (non solo indifferente) secondo una sua precisa volontà. Gli si può sfuggire? Si può cambiare? Oppure tutto è segnato nella volta del cielo dalle stelle, da “quei puntini scintillanti, così remoti e impenetrabili”?
Chissà…

Il Sorcio di George Simenon, Adelphi 2017.
Parigi, anni Trenta. Vediamolo subito questo personaggio, Ugo Mosselbach, detto il Sorcio, vecchietto barbone di origine alsaziana, ovvero ”un ometto magro con due occhi eccezionalmente vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza”. Andatura zoppicante con la gamba sinistra, sempre in giro a chiedere l’elemosina e a bere tutto quello che gli capita. Sarà lui al centro della vicenda, dal momento in cui trova un portafogli rigonfio di banconote americane e francesi dentro ad una macchina. Piccolo particolare, il guidatore è stato ucciso.
Prendere i soldi nemmeno per sogno, lo scoprirebbero subito. Meglio cercare una busta, infilarceli dentro e far finta, con la polizia, di averla ritrovata per strada. Così, se dopo un anno e un giorno nessuno viene a reclamarla, il malloppo sarà suo per legge e potrà comprarci una vecchia canonica, in cui trascorrere la vita che gli resta. Intanto il portafogli lo si fa sparire da qualche parte.
Piano perfetto se non ci fosse di mezzo lo Scorbutico, ovvero l’ispettore Lognon che non è mai riuscito a conquistare il grado di ispettore. “Aveva un volto ossuto, dai lineamenti grossolani, i capelli corvini e folte sopracciglia nere che gli tagliavano in due il viso. Lo sguardo ostinato lo faceva sembrare sempre impegnato nella soluzione di un problema difficile”. Non crede a un’acca del suo racconto e lo seguirà per tutta la vicenda, dando vita a una specie di balletto di mosse e contromosse, come è già stato definito. Piano perfetto se non ci fossero di mezzo anche gli assassini che vogliono riprendersi il malloppo…
Comunque la macchina con il cadavere sparisce, così come sparisce l’ambasciatore inglese a Parigi (che sia lui il morto?). La faccenda si complica, ed ecco che inizia una specie di gara fra i due per scoprire la verità, con momenti di pericolo espressi anche in tono esilarante “A seguito della botta in testa, a Lognon era venuto un tic nervoso: batteva spasmodicamente la palpebra sinistra, cosicché sembrava sempre che facesse l’occhiolino”. Personaggio scalognato, ripreso pure dalla moglie che lo accusa di farsi sempre avanti e di non essere presente “quando arriva il momento di togliere le castagne dal fuoco e spartirsele…” Il merito di questa operazione potrebbe andare, immancabilmente, al commissario Lucas della polizia giudiziaria. Questa volta, però, sarà lo stesso Lucas a gratificarlo per quello che ha fatto.
Una specie di commedia leggera, una farsa, giocata su un’ironia che serpeggia per ogni dove a creare un clima divertente e divertito attraverso un ritmo pazzesco. Di mezzo soldi, doppia vita, amanti, alta finanza, gangster, ricatto, colpi di scena, addirittura rapimento con il Sorcio che si ritroverà nudo come mamma l’ha fatto. Il tutto espresso in forma bizzarra e sorridente fra gli eleganti caffè degli Champs-Elysées e gli albergoni di lusso dell’Opera di Parigi.
Anche senza Maigret i due personaggi principali resteranno, di sicuro, impressi nella memoria.

Veleno di D. L. Sayers, F. W. Crofts, V. Williams, F. Tennyson Jesse, A. Armstrong, D. Hume, Polillo 2017.
“Mrs Farland metteva a dura prova la pazienza di tutti con la sua convinzione che qualcuno la stesse avvelenando”. I primi sospetti cadono “sulla povera Millie Pink”, dama di compagnia a cui ha promesso di ricordarla nel testamento; poi su John Farland, nipote del defunto Mr Farland; ancora sulla cuoca che viene licenziata, e infine sul dottor Cheedle che la cura, ognuno, secondo lei, con un bel tornaconto dalla sua dipartita.
Intanto le sue condizioni peggiorano e allora occorre una brava infermiera, “esperta di malattie mentali” (non si capisce bene cosa abbia) che la segua. Su suggerimento dell’avvocato di famiglia Walton, una telefonata al figlio medico per trovarne una. Ed ecco Miss Ponting da Londra che, però, dopo aver parlato con il dottor Cheedle, sparisce. Viene rinvenuta nei bagni della stazione, in coma con il viso gonfio. Morta, morta per avvelenamento da Dormitol, un letale barbiturico.
E la nostra Mrs Farland? Cosa ne sarà dei suoi sospetti? Basta proseguire nella lettura che la beccheremo irrigidita per avvelenamento da arsenico. E allora non sbagliava, qualcuno ce l’aveva davvero con lei. Risolvere i due casi sarà compito dell’ispettore James Billingham “un tipo in gamba nel lavoro, di modi semplici con tutti, cordiale con i propri subordinati”. Coadiuvato dal sergente Craven “con un allegro faccione da luna piena”, sempre in vena di fare scherzi come da contrappunto. Intanto si scopre che l’infermiera Miss Ponting è stata già coinvolta in un processo per avvelenamento in seguito al quale si è fatta molti nemici.
Inizia l’indagine sui possibili sospettati con momenti di panico di Emma che vede la morte dappertutto (un tonfo contro la finestra è, per lei, l’arrivo dell’Angelo della morte), e qualche sparuto sorriso nei confronti dell’ispettore ormai preso da mille pensieri, tanto da fargli girare la testa, dimenticare di pagare il conto al ristorante e rischiare di essere investito nella strada. Non manca un piccolo tocco di politica con la Williams, quando un personaggio esclama “che un pochino di Stalin non avrebbe fatto male a molte persone, in questo paese”, un assaggino d’amore con un paio di baci che fanno sempre bene, e un testamento tormentato che non ne vuole sapere di starsene tranquillo con le stesse clausole.
Storia particolare questo “Veleno” (originale “Double Death”) in quanto gli autori si passano il testimone, partendo dalla Sayers che lascia degli appunti al successivo, ovvero a Crofts, su come, eventualmente, proseguire e su chi possa essere l’assassino. Gli altri continuano secondo le sue indicazioni ma anche con le proprie idee, costruendo un lungo piano, più o meno contrastato, di lavoro. Già Armstrong aveva scritto nelle note “Francamente, questo è il lavoro più terribile che mi sia capitato”, e lo stesso David Hume, l’ultimo a chiudere la storia con una lettera al suo agente letterario, fa presente le “diverse piste” che “implicano una certa quantità d’inspiegabili contraddizioni”. Ed è sempre lui a chiedere di pubblicare le note per consentire al lettore “di dare un’occhiata dietro la scena”. Fu un’esperienza dura per tutti, tanto che il già citato conclude la lettera con un “Che Dio mi scampi e liberi dal ripetere in avvenire una simile esperienza!”
Che dire? La vicenda risente indubbiamente della difficoltà a “integrare” i sei autori, ognuno con il proprio stile (la differenza di scrittura si nota) e una propria prospettiva di sviluppo. Capisco benissimo anche la difficoltà di Hume nello stendere un finale che abbia una sua qualche logica. Interessantissimi, invece, gli appunti scambiati fra gli autori che ci permettono di “vedere” cosa c’è dietro a ogni parto giallistico. E solo questi, da soli, valgono la lettura.

Un giretto tra i miei libri

La porta sulle tenebre di Massimo Pietroselli, Mondadori 2009.
La vicenda si svolge a Roma, da poco capitale del Regno d’Italia, dal 6 febbraio al 7 novembre 1875. Subito l’assassinio di Raffaele Sonzogno editore (13 coltellate) per un portasigarette d’argento che rispunterà in seguito. Poi si passa di colpo al 3 novembre e qui non la faccio tanto lunga che accadono due fatti importanti: l’uccisione di un ragazzo che sembra avere un marchio sul petto a forma di doppia w (come successo anni prima in Inghilterra) e quello di una barbona trovata annegata nel Tevere. Nello stesso tempo (o giù di lì) la sparizione dello scrittore Guido Tremolaterra autore di “Il mistero del dottor Bellacuccia” dove succedono fatti che sembrano rivelarsi anche nella realtà.
Ad indagare l’ispettore Corrado Archibugi del regio esercito piemontese (visto all’inizio alle prese con una mosca fastidiosa) e l’ispettore Onorato Quadraccia ex sbirro papalino. Il primo, ferito a una gamba per un colpo sparato accidentalmente da un suo soldato, si serve spesso di un bastone da passeggio. Fuma il sigaro e non bada troppo all’apparenza (pantofole e veste da camera logori). Mente acuta, analitica, precisa. Il secondo, ex sbirro papalino diventato il questurino più odiato di Roma, cinico, violento, senza amici, porta sempre un coltello con sé. Per arrivare al dunque non va tanto per il sottile (“metodo della chiave”). Abbandonata la moglie con un figlio che crede non suo.
Attraverso le indagini, oltre allo spessore individuale dei protagonisti, viene fuori il mondo della Roma di quel tempo con i suoi bulli, i duelli d’onore, il meretricio, lo sfruttamento dei ragazzi. E poi truffa, tradimento, vendetta, il potere politico ed economico intrecciati perversamente fra di loro.
L’autore tesse i fili di una trama superbamente congegnata e ce la propone con una prosa tranquilla, senza sobbalzi, quasi un parlato colloquiale venato di una sottile ironia. Come se tutto fosse semplice. Già pronto per essere servito.

Questa volta permettetemi di presentarvi un romanzo. Un romanzo che ha come fulcro fondamentale gli scacchi. E dunque potete perdonarmi…
Orfana. Beth Harmon è orfana. Non ha più i genitori. La madre morta in un incidente stradale, il padre perso l’anno precedente. Vive in un orfanotrofio del Kentucky in cura con farmaci. È timida, molto timida. Ed è anche bruttina “Hai il naso brutto e la faccia che fa schifo e la pelle che sembra scartavetrata” le viene gridato senza tante storie dall’amica Jolene. Presente duro, vuoto, doloroso. Futuro zero. Solo un miracolo può salvarla. E il miracolo arriva nella persona del custode Shaibel che le fa conoscere gli scacchi. Impara a giocare, diventa brava. Si cimenta con avversari sempre più forti. Incomincia a leggere libri di scacchi, a studiare, a concentrarsi. A vincere i tornei. E incomincia una nuova valutazione di se stessa: “Si guardò allo specchio sotto la luce forte, e vide ciò che aveva sempre visto: la sua insignificante faccia tonda e i capelli scialbi. Ma c’era qualcosa di diverso. Le guance ora erano colorite e i suoi occhi sembravano molto più vivaci di quanto non fossero mai stati. Per una volta nella vita le piacque quello che stava vedendo nello specchio”. Ora non è più all’orfanotrofio. È stata adottata dai signori Wheatly. Ha una camera tutta sua e l’affetto di queste persone. Va a scuola, studia. Fa le sue scoperte sessuali. E continua ad impegnarsi con gli scacchi fino a raggiungere livelli impensabili. Gli scacchi come riscatto, forza, elevazione. Come scoperta dei propri sentimenti: gioia, rabbia, paura, odio, vergogna, aggressività, delusione, esaltazione. Non la faccio lunga. La storia di Beth è la storia di ogni scacchista. Ma direi anche la storia di tutti gli uomini. La si trova in La regina degli scacchi di Walter Tevis, minimum fax 2007. L’autore è riuscito ad entrare nell’animo e nei pensieri di Beth con delicatezza ma senza tacere nulla. Come un documentarista ha osservato e analizzato ciò che gli si presentava di fronte con tutte le sfumature, attraverso un linguaggio semplice e diretto senza tanti fronzoli e ghirigori.
Un bel libro. Bello davvero.

Patrizia Debicke (la Debicche)
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Un commando armato, a bordo di due motociclette, falcia con il mitra Rosario Greco, il giovane carabiniere di scorta e rapisce, caricandolo su un furgone, il professor Claudio Marcelli, autore della proposta di riforma della legge penale, ministro dell’Interno in pectore. Sul posto dell’agguato, mentre la scientifica fa i primi rilievi e i colleghi cercano dei testimoni della sparatoria, arriva il colonnello dell’Arma responsabile dell’antiterrorismo in Italia, Leone Ascoli. L’azione viene presto rivendicata da un volantino della Sap (Squadre Azione Proletaria), lasciato sotto una panchina di via Nazionale e preannunciato da una chiamata all’Ansa, fatta da una cabina telefonica. Il volantino blatera minaccioso: «Abbiamo catturato l’uomo del regime… Il prigioniero sarà processato ecc, ecc… e in cambio della sua vita chiediamo la liberazione del comandante Massimo Arduini e di altri dieci compagni prigionieri nelle carceri italiane e il ritiro del progetto di legge penale…» Concludendo, enfaticamente «L’ora è scoccata, il potere è nostro, la fine della tirannia borghese e antirivoluzionaria è segnata. Il Popolo è con noi. Il Popolo siamo noi.»
Proprio il colonnello Leone Ascoli, due anni prima, aveva arrestato il capo delle SAP, operazione che gli era valsa la promozione e l’incarico che occupa attualmente. Ora gli uomini di Massimo Arduini ne chiedono l’immediata liberazione. Le indagini che Ascoli avvia senza perdere un secondo, con l’avallo dell’amico giudice Antonio Tramontano e con al fianco il fedelissimo autista Alfredo Berardi, si presentano subito molto difficili. La situazione sembra in stallo. L’unico appiglio è la presenza di una testimone dell’agguato, la brava e interessante scrittrice Luisa Rivelli, che bisogna mettere in sicurezza. E, come se non bastasse, alla porta del colonnello si presenta Bepi, il gigantesco ex partigiano che gli ha salvato la vita quando entrambi erano internati ad Auschwitz, per comunicargli che Helmut Brandauer, il tenente delle SS che è stato il loro crudele aguzzino, è stato visto a Roma e gira sotto falso nome. Per ripagare il debito nei suoi confronti, Ascoli dovrà rintracciarlo e lasciargli portare a termine la loro vendetta. Ma certe informazione non sono facili da ottenere perché Brandauer è diventato un agente doppio, in bilico fra le due Germanie separate dalla conferenza di Jalta.
Le lancette girano, le ore passano e le Sap lanciano l’ultimatum: se l’Italia non libera Massimo Arduini, il professor Marcelli verrà giustiziato. Sono ore frenetiche e drammatiche per il colonnello Ascoli mentre nella sua testa si sovrappongono presente e passato. Dovrà fare i conti con tante cose, prima fra tutte la sua coscienza. Tuttavia, caparbiamente rispettoso della legalità, va avanti, rischiando il tutto per tutto, nonostante le manovre e gli ostacoli posti dai servizi non solo italiani e non solo occidentali, e i tanti bastoni fra le ruote interni e istituzionali. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, ne La notte della rabbia Roberto Ricciardi ci racconta una bella storia e, con la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.

Altri suggerimenti della nostra Patrizia
Dopo tanta nebbia di Gabriella Genisi, Sonzogno 2017.
Doppia indagine e doppio scenario per Lolita Lobosco che la vede di nuovo protagonista e pronta a mettersi in gioco tra indagini e affari di cuore. Dopo tanta nebbia è un giallo vero, che non fa sconti. Il male esiste e troppo spesso l’omertà regna sovrana. E la follia umana domina, incontrollabile pare, nei notiziari televisivi, quasi ogni santo giorno. Più indagini e meno divagazioni del solito, Lolita Lobosco sta cambiando? Pur mantenendo lievità e freschezza mentale, sta crescendo psicologicamente e sul piano umano?  Per forza, ma per fortuna ama mangiare e le sue ricette aggiunte in appendice, e quali ricette, sono un regalo in più fatto al lettore da Gabriella Genisi.

Il maresciallo Bonanno di Roberto Mistretta, Frilli 2017,
Ci mancava da tempo e, questo del maresciallo Saverio Bonanno e del suo creatore Roberto Mistretta, è un gradito ritorno in libreria per i tipi dei Fratelli Frilli con un vivace aggiornamento e una nuova veste grafica (il libro era già stato edito molti anni fa). Roberto Mistretta, che come sempre riesce a scavare nell’animo, nella parte più oscura di ognuno di noi, ci catapulta con rara bravura in una Sicilia dai mille volti, dalle mille contraddizioni e dalle mille anime. Scorrendo le pagine sembra di godere dell’odore dei campi, di poter sentire la brezza del mare, o, meglio ancora (Bonanno docet), di inzuppare la brioche nella granita.

Le letture di Jonathan
Oggi vi presento Il segreto della famiglia Tenebrax di Geronimo Stilton, Piemme 2002.
Geronimo Stilton viene rapito dalla topina innamorata Tenebrosa Tenebrax che vuole fargli conoscere la sua famiglia che vive in un castello. Qui tutto è strano e incredibile. Intanto di guardia c’è una pianta carnivora, poi uno zerbino che parla così come il telefono. Geronimo tenta di fuggire calandosi dalla finestra ma le lenzuola ballano, tenta di fare i suoi bisogni sulla tazza ma questa lo minaccia. Anche i personaggi sono strani e incredibili. E poi c’è la “Cosa” (?) che, addirittura, fa tremare il pavimento perché ha una digestione difficile. E Geronimo? Riuscirà a fuggire da questa incredibile famiglia?…
Un libro che vi farà sorridere e ridere.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti 

La confraternita (Le brevi di Valerio 166)

Pierdomenico Baccalario
La confraternita
Einaudi, 2017

Foxburg e Ypstown, anni dopo. Dopo aver ottenuto il diploma, abilissimo con giochi di ruolo, computer e videogame, Marco McKay sta per iscriversi alla Facoltà di Economia del prestigioso ateneo. In accordo col suo grande amico Cosmo (dall’infanzia insieme), ha l’obiettivo di infiltrarsi in un’associazione universitaria segreta che “connette” giovani formidabili, si chiama Natio Suprema Iunctio, con regole severissime, forse dirige e manipola il mondo. Conquista la fiducia di Julian, figlio del Primo Ministro di Weland, e ci riesce. Poi incontra Julia e s’innamora. Il gioco si fa imprevedibile e duro.
Pierdomenico Baccalario (Acqui Terme, 1974) è un fertile prolifico scrittore di libri per ragazzi (anche gialli) affermato nel mondo. In La confraternita narra un’avventura fantanoir, divertente per tutti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ballando nel buio (Le gialle di Valerio 132)

Roberto Costantini
Ballando nel buio
Marsilio, 2017
Noir

Roma. 1974 e 1986. Michele Balistreri, bruno e muscoloso, nonno geometra dei coloni in Libia, padre bello affermato ingegnere cresciuto povero a Palermo e poi responsabile (per l’affare di favorire l’ascesa al potere di Gheddafi) della morte dell’amata madre fascista Italia, bravo fratello maggiore Alberto (ormai in Ibm a Londra), ha rabbia e odio come motori della vita, si sente esaltato e spietato, straniero ovunque. Soprattutto fra i camerati di Ordine Nuovo (appena sciolto) che stanno confluendo nel Fuan, alcuni sono i colleghi e forse amici coi quali gestisce la piccola lercia palestra dove lavora (come istruttore di arti marziali). Trova inutile continuare a dibattere, manifestare, volantinare, prendersela con qualche giovane rosso o poliziotto; vorrebbe eliminare i mandanti e le istituzioni statali dei traditori. Assomiglia al bellissimo Al Pacino, vive solo e astemio in un piccolo loculo spoglio con un letto, quattro sedie pieghevoli e il cucinino; sa di greco e letteratura, fa esami e legge Nietzsche, non sopporta che tanti lo chiamino ancora Africa (lì aveva ammazzato davvero i nemici), gira in 127 (che poi scambia con un Gilera 125); una sera incontra la sarda Isabella Mulas. S’innamora, nonostante lei si trova coinvolto in lanci di molotov, scommesse clandestine, traffico d’armi, strategia della tensione, manovre di partiti e Servizi (presto secretate), la vita svolta. Dodici anni dopo è laureato in filosofia, vive alla Garbatella e guida un Duetto, fuma e beve, risulta il più bravo, intuitivo e detestabile funzionario della squadra Mobile, sciupafemmine con una regola fissa (“mai con una donna che non ha un altro uomo”). Ai Parioli hanno ucciso un deputato, l’onorevole Giulio Giuli. Era suo capo e amico tra i fascisti, poi si era spostato nella Dc e aveva pure sposato Isabella. A stento gli assegnano il caso, reincontrerà tutti, altri ex camerati verranno assassinati, scoprirà passato e presente di ciascuno, onori e oneri.

L’ingegnere dirigente Luiss Roberto Costantini (Tripoli, 1952) continua a narrare con maestria l’avvincente saga noir di Balistreri, due piani temporali (con soluzioni connesse) per ogni avventura gialla, questo è il quinto romanzo, sempre in prima (talora intervallata con diari altrui). Sappiamo che Michele è nato a Ferragosto 1950 in Libia. L’infanzia e l’adolescenza sono descritte nel secondo, il rientro a Roma dopo la morte della madre Italia nel terzo, qui lo troviamo all’Università nel 1974, ancora colmo di rancore, e dodici anni dopo, poliziotto acuto e torvo. Abbiamo già letto di alcuni misteri che ha risolto, precedenti (1982, 1983) e successivi (2001, 2005-06, 2011). A 61 anni è certamente arrivato, nonostante abbia incrociato ferite e attentati personali, morti tradimenti abbandoni affettivi, stragi delitti poteri crimini (famosi nella storia patria), per oltre 35 anni come capace investigatore (per quanto ben presto scopra d’odiare le diavolerie informatiche e s’intenda più di foto). Vari personaggi ritornano e si intrecciano, altri (inediti o quasi) hanno specifica centralità: qui soprattutto Viola, la figlia dell’odiato potente presidente Scandriga, è suo il diario segreto (dal cui testo, oltre che dallo Springsteen del 1984, deriva il titolo), è lei a essere rimasta 12 anni in carcere; e Carlo, nemico di Scandriga (e di Moro), l’uomo che lo aveva salvato dall’abisso, utilizzato nei servizi e in polizia, dopo essere divenuto capo (45enne) della squadra mobile più grande d’Italia. I pensieri di Mike su onore, lealtà e giustizia (nel ricordo della mamma) fanno da filo conduttore per amori, amicizie, legami; viene da un mondo dove offese e ignominie si lavano col sangue, scopre che si trova sempre qualche nuovo ribaldo o qualcuno col quale si è sleali. E, con l’età, s’abbandona spesso e tanto all’alcol del Lagavulin, da solo e in compagnia. Ben sapendo che Battisti c’entra poco con la destra, resta mesto con Leonard Cohen (che anche Viola apprezza).

(Recensione di Valerio Calzolaio)