Amori comunisti (Le varie di Valerio 85)

Luciana Castellina
Amori comunisti
Nottetempo, 2018
Biografie storiche

Turchia, Grecia, Usa. Novecento. La traduttrice Münevver Andaç (1917-1998) e il poeta comunista Nâzım Hikmet Ran (1902-1963) si amarono, brevemente a Istanbul e qualche anno a distanza, vissero insieme poco ed ebbero un figlio. I comunisti greci Nikos Kokovlìs (1920-2013) e Arghirò Polichronaki (1926) si amarono, in decennale eroica clandestinità a Creta (alla cui fine ebbero un figlio) e poi per il restante tempo esuli (e genitori) in Uzbekistan (attraverso l’Italia), fino alla fine. I comunisti americani Sylvia Berman (1924-2014) e Robert George Thompson (1915-1965) si amarono, quando lui uscì dalla prigione del maccartismo per alcuni anni, lui divorziato (e sempre in viaggio) lei vedova, fino alla fine (sono seppelliti accanto nel militare Arlington National Cemetery di Washington, grazie all’onorificenza avuta in guerra). La comunista italiana Luciana Castellina (Roma, 1929) ha incontrato personalmente i primi cinque dei sei (e solo la seconda delle tre coppie) nella sua intensa attività di dirigente politica e parlamentare europea. Ha covato memoria diretta delle loro storie d’amore per almeno un decennio, conservando appunti e materiali, raccogliendo testi e lettere, svolgendo ricerche e approfondimenti. Esce ora con un toccante affresco di passioni e affetti, un volume con le straordinarie biografie di sei uomini e donne, che si votarono a un comunismo militante (mai dogmatico nei rari momenti democratici, quando poterono discutere), tre coppie attratte da politica e amore, capaci di incrociare con emozione comune i drammi del secolo. Narra alla grande l’amorevole geopolitica del Novecento. Leggendola si capisce più della Turchia e della poesia universale (denuncia politica e accenti sensuali), delle Resistenze e delle dittature a Creta e negli arcipelaghi greci, della conquista dei diritti, della clandestinità non criminale e del filosovietismo statunitensi leggendo le storie personali dei protagonisti, che attraverso cento saggi di aridi dati o fatti, date o cronologie. Mitico.

Oltre la metà del godibilissimo testo è ovviamente dedicato alle due personalità più note in Italia e nel mondo, al prolifico fondamentale amore fra il leggendario Nâzım, morto in esilio per infarto 55 anni fa, uno dei più grandi poeti del Novecento, e la cugina Münevver, l’ottima traduttrice in francese (e altrove, per quel tramite) dei grandi autori turchi (Hikmet stesso, pure Pamuk e Kemal). Lui figlio e nipote di pascià, 17enne pubblicò i primi versi, bello e affascinante, occhi azzurri e capelli biondi, 20enne si impegnò volontario per l’indipendenza con Atatürk (1881-1938), diventò insegnante e comunista, transitò in Russia; poi in patria venne più volte arrestato e trascorse ben 17 anni in carcere; nel 1950 fu rilasciato e riparò presto in Unione Sovietica. Lei, figlia di una francese e del fratello ambasciatore di Celile (la mamma di Nâzım), occhi verdi e sguardo intenso, bella e colta; aveva già un marito e una figlia (Renan) quando lo andò a trovare con altri nell’ospedale del carcere, si scrissero, partecipò alla campagna per la liberazione, decise di farsi trovare là fuori quando finalmente uscì; nel momento in cui lo aiutò a scappare e rimase sola visse da reclusa con i due figli, traducendo gialli, infine in esilio insegnò Lingue orientali a Varsavia. Castellina spiega chiaramente perché sceglie Münevver fra i tanti tormentati amori (anche lunghi) del romantico orgoglioso Nâzım. Si conobbero nell’autunno 1948, poterono frequentarsi (e convivere) solo dal luglio 1950 alla forzata fuga di lui da Istanbul (e da complotti dei militari) nel giugno 1950 (nemmeno tre mesi dopo la nascita di Mehmet), rimasero lontani quasi senza notizie per oltre dieci anni (e lui si sposò in Urss con Vera), si reincontrarono poi una solo volta a Varsavia il 3 agosto 1961 (nemmeno due anni prima della morte di Hikmet per infarto). Castellina li conobbe entrambi, lei a Istanbul grazie a Joyce Lussu (che aveva tradotto le poesie in italiano dal francese), lui a Roma: “il comunismo è colmo di errori e di orrori, ma anche di dolorosissimi amori”. Sono biografie di persone nel loro contesto geopolitico (sempre premesso e parallelo). I contatti personali risultano funzionali a collegare gli eventi internazionali al comunismo italiano e a sentire la “molla” umana, non altro. Non cercate pettegolezzi o consigli amorosi, anche i rari accenni a tipici atteggiamenti dei “maschi” sono utili solo a farci capire meglio l’amore per la poesia e per l’impegno politico, le donne e i popoli, l’innamoramento come una forma di non assuefazione. E per nessuna delle tre coppie ci poté mai essere vita civile, pubblica, ordinata in democrazie parlamentari.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Una mente sociale (Le brevi di Valerio 217)

Aa. Vv.
Una mente sociale. Contributi in ricordo di Barbara Pojaghi
FrancoAngeli, 2018 (orig. 1964, prima edizione Giallo Mondadori)
A cura di Paola Nicolini e Sebastiano Porcu
Biografico

Macerata. 1949-2016. Barbara Pojaghi ha insegnato psicologia sociale a Macerata, assistente nel 1972, contrattista dal 1974, ricercatrice dal 1981, associata dal 2001, ordinaria dal 2009. Studenti e colleghi ne hanno vivida memoria, per le notevoli qualità comunicative e didattiche, per la miriade di iniziative di ricerca e per l’intensa attività sociale e territoriale dei quali sono stati testimoni, in rete con tutto quanto di civile, curioso e culturale si svolgeva nelle Marche. Fu assessore e consigliere comunale, presidente (o presidentessa) del consiglio comunale, protagonista in commissioni pari opportunità. Un primo (ricco, variegato, costoso) volume consegna a lettori, amici e conoscenti, con note e testimonianze dei due figli e di oltre cinquanta donne e uomini, una traccia del suo multidisciplinare impegno, riassunto nel titolo: “Una mente sociale”. Troverete profili universitari e collaborazioni, l’attenzione alla comunità e alla scuola, resoconti culturali, quattro scritti inediti, accanto all’ampio elenco bibliografico di sue pubblicazioni scientifiche.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il primo inverno (Le varie di Valerio 84)

Philipp Blom
Il primo inverno. La piccolo era glaciale e l’inizio della modernità europea (1570-1700)
Marsilio, 2018 (orig. 2017, Die Welt aus den Angeln)
Traduzione di Francesco Peri
Storia e scienza

Europa. Da mezzo millennio fa. Fino al XVI secolo la neve è quasi assente in arte. Dalla seconda metà del Cinquecento gli artisti del Nord Europa scoprono il ghiaccio e il gelo. Il calo di temperatura osservabile tra il 1570 e il 1685, due gradi centigradi in media, ha un impatto enorme sugli ecosistemi e su tutti gli aspetti dell’esistenza umana. Fu un dato di fatto, anche se gli studiosi ancor oggi non concordano pienamente sulle cause o sull’esatta datazione. Specialisti di varie discipline hanno ricostruito comunque le caratteristiche del precedente periodo molto caldo (tardo Medioevo), della fine del periodo mite e dell’inizio del raggelamento (a partire dal Quattrocento), delle concause ipotizzabili nella lunghissima storia climatica del pianeta e, soprattutto, delle documentate ricadute pratiche in Europa, ora ottimamente descritte da un divulgatore storico tedesco. Inverni glaciali, primavere con grandine, estati piovose, autunni gelidi rappresentarono (spesso e insieme) una catastrofe per l’agricoltura e per un intero continente legato a cereali (grano, segale, orzo, avena), a ortaggi e frutti stagionali, raramente alla carne. I contadini vivevano di autosussistenza, la nobiltà e i feudatari vivevano dei contadini, il denaro aveva un ruolo secondario, le carestie (e le guerre) si moltiplicarono. L’adattamento ai cambiamenti climatici (quando ci fu e per chi sopravvisse) comportò innovazioni per ogni attività umana. Le monocolture affaticavano i terreni, si sperimentarono differenti specie e tecniche. I vegetali introdotti con lo “scambio” colombiano (rimasti per secoli culture da orto botanico) trovarono lentamente spazio produttivo. Culture e arti conobbero svolte. Ma l’evoluzione non obbediva a progressi lineari, ebbe ben poco di deliberato e intenzionale, conobbe enormi differenze temporali, geografiche e demografiche.

Il multidisciplinare giornalista Philipp Blom (Amburgo, 1970) narra un periodo storico che sconvolse il pianeta e le rare innovazioni che hanno retto alla prova del tempo giungendo a far parte anche delle nostre esistenze odierne. Parte dai quadri (il volume ha una decina di illustrazioni, oltre a una ricchissima bibliografia), parla di filosofia e teologia, medicina e scienze, economia e commercio, sottolinea qualche significativa biografia e grandi eventi, intrecciando la periodizzazione cronologica (nell’articolato ecosistema europeo) e le contraddittorie convinzioni culturali di quei tempi: tre densi capitoli (l’Europa tra il 1570 e il 1600, l’età del ferro ovvero quasi tutto il Seicento, le comete e le altre meteore nella lotta senza quartiere tra dogmatismo pensiero razionale-scientifico) fra un prologo e un epilogo (che si confronta con i cambiamenti climatici e politici in corso). Il filo “ideologico” (il conflitto fra “sogni”) non consente sempre all’autore assoluta precisione su fenomeni atmosferici e fonti storiche, tuttavia coglie bene il passaggio di fase. I primi testimoni del cambiamento climatico ragionavano quasi senza eccezione da un punto di vista religioso, finché una generazione di pionieri intellettuali tentò di scorporare il concetto di natura da quello di creato. L’inverno più rigido a memoria d’uomo fu quello del 1684, gennaio e febbraio; la morsa della piccola era glaciale non si sarebbe allentata prima di un altro secolo, diffusa a scala planetaria. Un successivo evento “climatico” globale fu l’eruzione del vulcano indonesiano sul monte Tambora nell’aprile 1815, il raggelamento durò un anno, una sorta di inverno nucleare, poi forse si consolidò un altro ciclo, il “riscaldamento”, ora accelerato drammaticamente. “Le api lavorano alla propria rovina. Sono api, è l’unica vita che conoscono”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Il Canaro della Magliana

Antonio Del Greco e Massimo Lugli
Il Canaro della Magliana
Newton Compton, 2018

La vera storia del Canaro della Magliana (1988) che confessò il più atroce delitto della cronaca nera italiana, raccontata in un romanzo noir da Antonio Del Greco, il funzionario di Polizia che l’arrestò e lo fece confessare, e da Massimo Lugli, il maestro del thriller italiano. Insieme ci fanno riscoprire un gran pezzo di Paese e di Roma che oggi non c’è più, ma allora la Questura di Roma, e Roma, erano esattamente le stesse che troverete nelle pagine di Lugli e Del Greco (compreso ovunque il fumo delle sigarette). Un mondo che fa da sfondo a questa spaventosa storia, in cui realtà e finzione si intrecciano nella carta e nella mente dell’assassino.
Il libro si ispira a una storia vera: l’uccisione dell’ex pugile Giancarlo Ricci per mano di Pietro De Negri, soprannominato “Il Canaro della Magliana” perché proprietario di un negozio di toeletta per cani.
Antonio Del Greco e Massimo Lugli hanno rivisitato il suo atroce delitto scrivendo un romanzo crudo che non lascia spazio a nessuna immaginazione, ma collega la trama con la sofferta vicenda sentimentale dell’Ispettore Angela Blasi, cresciuta nella zona della Magliana, e di Christian, ex ragazzo della Blasi, da lei coinvolto allo scopo di trovare indizi sul colpevole o i colpevoli di quell’omicidio.
Siamo a Roma, il 19 febbraio 1988, quando un cadavere, che presenta segni di mostruose ed efferate torture – pollici e indici di entrambe le mani amputati, ferite cauterizzate per non far morire subito la vittima, mutilazione di naso, orecchie, labbra e genitali, semi carbonizzato – viene ritrovato in una discarica della Magliana, alla periferia della capitale, zona ricca di povertà, degrado, malaffare, marchettari, spaccio e rapine bagnate nella più completa omertà.
In prima battuta le indagini della squadra mobile della polizia vengono affidate a Angela Blasi, giovane ma tosta ispettrice di punta della sezione omicidi. L’inchiesta, che si rivelerà tutt’altro che semplice, la metterà di fronte a una difficile realtà e sarà vano e inarrestabilmente pericoloso il suo impulsivo tentativo di coinvolgere Christian, il vecchio amico e fidanzato. Ma, con la stampa e i superiori che incalzano, ci vogliono risultati e alla svelta. Pertanto tutta la squadra omicidi di Roma, benché contemporaneamente debba battersi anche su altri temibili fronti cittadini, è costretta a impegnarsi nella caccia all’assassino. Alcuni indizi si rivelano meno promettenti di quanto si potesse sperare e solo quando si riuscirà a identificare la vittima, attraverso un’impronta, si arriverà quasi per caso a incastrare un insospettabile: l’innocuo proprietario di una toeletta per cani…
Trama impeccabile che coinvolge e intriga, suddividendosi tra un’accurata ricostruzione dei vari personaggi e la suspense emozionale e investigativa. Narrazione in cui si apprezzano fino in fondo le diverse sfumature del dialetto di borgata mischiato a quello della mala romana che impazza (che poi sono tutt’altro da quello di centro e di Trastevere) e le scivolate nel napoletano usate ad arte in certi dialoghi fra i personaggi. Tra questi, da citare assolutamente perché perfetti nelle loro sfumatura caratteriali, i cattivi Oleandro Rosati detto Nello – il gigantesco e strafatto e fumantino rinoceronte di borgata – e il consigliere occulto della mala capitolina, il Professore (qui Massimo Lugli richiama almeno in parte altre sue punte di diamante di ex appartenenti alla gang dei marsigliesi). E invece, dalla parte dei buoni, il bravo (via, perdoniamogli l’innato maschilismo), baffuto piacione commissario Tommaso Elleni, il suo acuto, pragmatico superiore e capo della mobile, Rino Frati, la piemme con le palle, Ada Capponi, Andrea Bodoni, il folle pilota delle Ritmo grigia della mobile e i Nani, i due implacabili questurini quasi gemelli.
Il Canaro della Magliana, Pietro De Negri, ex rispettabile padre di famiglia che lavorava come toelettatore nella sua bottega di via della Magliana, a Roma, fu arrestato il 21 febbraio 1988, tre giorni dopo aver ucciso Ricci all’interno del suo locale e nascosto i resti nei pressi di una discarica al Portuense. Confessando l’omicidio, De Negri dichiarò di aver fatto entrare l’ex pugile, un bullo esaltato di periferia che da tempo gli rendeva la vita impossibile, con la scusa di rapinare uno spacciatore di cocaina. A tal scopo, dopo averlo fatto nascondere e chiuso a chiave in una gabbia, il “Canaro”, sotto l’effetto della cocaina, dette il via alla sua orrenda vendetta: prima lo stordì con una bastonata, gli versò sul volto della benzina e gli dette fuoco (dopo aver acceso lo stereo a pieno volume per evitare che qualcuno sentisse), poi lo legò a un tavolo e gli tagliò gli indici e i pollici delle mani con una tronchese, cauterizzando i moncherini con la benzina, per evitare il dissanguamento. In seguito, sempre secondo le parole del De Negri, avrebbe prima schernito Ricci, che aveva ripreso conoscenza, poi avrebbe avuto anche il tempo di andare a prendere a scuola la figlia e accompagnarla a casa della madre. Una volta tornato nel suo negozio, il “Canaro” tagliò alla sua vittima anche il naso, le orecchie, la lingua e i genitali, ficcandoglieli in bocca con una tenaglia, facendolo morire per asfissia. Dopo la morte, De Negri gli ruppe i denti a martellate, poi aprì la scatola cranica, estrasse il cervello e lo lavò con lo shampoo da cani, prima di avvolgere il cadavere in un telo di plastica, portarlo alla discarica e darlo alle fiamme. Questa, è la sintesi della versione rilasciata dal diretto interessato. La sua storia fece epoca e invase per giorni le prime pagine dei quotidiani. La realtà processuale, invece, basata sull’autopsia, è diversa. Tutte le amputazioni e le efferatezze descritte dal “Canaro” risalgono a dopo la morte di Ricci, avvenuta a non più di 40 minuti dalle martellate che avevano provocato un’emorragia cerebrale. Diverse inchieste, anche extraprocessuali, hanno quindi indotto a pensare che il “Canaro” abbia solo immaginato, sotto l’effetto della droga, la maggior parte di quanto dichiarato. De Negri, che aveva confessato l’omicidio senza essersi pentito, fu sottoposto a due perizie psichiatriche che gli riconobbero una parziale incapacità. Diagnosi che gli consentì di evitare l’ ergastolo e di essere condannato a 24 anni, prima di essere liberato, dopo aver scontato solo 16 anni, per buona condotta.

Etica in laboratorio (Le brevi di Valerio 216)

Fabrizio Rufo
Etica in laboratorio. Ricerca, responsabilità, diritti
Donzelli, 2017
Scienza

I confini culturali del (nostro) corpo. Ora e in futuro. La scienza irradia problemi, allarga un circolo virtuoso di domande e risposte. Gli avanzamenti nel campo di biologia e medicina hanno trasformato i riferimenti pratici e simbolici della vita privata e di relazione, dalla generazione alla morte. Il colto acuto docente di Bioetica (a Roma) Fabrizio Rufo (1966) porta l’Etica in laboratorio, illustra lo stato dell’arte (scientifica) e delinea i possibili sviluppi. Il primo capitolo è più teorico: la parola “bioetica” compare nel 1971, si sviluppa accanto a biotecnologie e neuroscienze, costringe a ripensare il principio e la fine, assumendo in pieno una prospettiva evoluzionistica e radicando definitivamente le “emozioni” anche all’interno di reazioni corporee. Il secondo capitolo ridefinisce i rapporti tra scienza, politica e società: la conoscenza è un’elaborazione critica più raffinata dell’informazione, un bene in grado di determinare il grado di libertà di un individuo e la partecipazione ai meccanismi decisionali. Il terzo capitolo affronta il diritto alla salute.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il quaderno rosso (Le gialle di Valerio 162)

Michel Bussi
Il quaderno rosso
Edizioni e/o, 2018 (orig. On la trouvait plutôt jolie, 2017)
Traduzione di Alberto Bracci Testasecca
Noir

Marsiglia (e area mediterranea). In soli quattro recenti giorni di fine 2016. L’affascinante energica vivace efficiente Leyli Maal ha avuto fino a questo momento un’esistenza intensa e drammatica, ora vive nel quartiere di case popolari Les Aigues Douces, nella periferia metropolitana della metropoli portuale francese, in un piccolo appartamento di venticinque metri quadrati. Va nel comune di Port-de-Bouc per chiedere ancora di avere assegnato un alloggio più grande, porta il contratto di lavoro (pulizie in un albergo) ottenuto finalmente a tempo indeterminato (dopo cinque anni di lavoretti), insieme alle foto della piccola casa e dei tre amati figli. Cena insieme a loro tutte le sere, alle sette e mezzo a tavola, un rito irrinunciabile. La più grande è una meraviglia, Bamby (nome peul), ormai quasi 22enne (27 marzo 1995), ha frequentato la facoltà di psicologia, lunghi capelli neri, occhi a mandorla dai riflessi nocciola, collo ramato, labbra di pesca, silhouette slanciata, pelle olivastra. Il più piccolo gioca spesso a pallone, Tidiane, 10 anni (2006), minuto, già gran lettore, affezionato ai carissimi nonni Moussa e Marème. In mezzo c’è il possente Alpha, nero e molto alto, oltre un metro e novanta per novanta chili di muscoli, 17enne (1999) che ha abbandonato la scuola e sa sempre cavarsela, una forza della natura. Accade che Bamby seduca François, lo leghi, gli prelevi del sangue, lo uccida. E anche gli altri figli sembrano coinvolti in qualcosa di criminale. Vengono prese di mira persone e attività della Vogelzug, una delle più grandi associazioni europee di assistenza ai migranti. Indagano due bravi poliziotti francesi, il primo è però pure un informatore servizievole del capo dell’associazione. Leyli non si dà pace, finisce per raccontare agli interlocutori la sua lunga terribile storia di ex cieca ed ex prostituta, l’aveva pure scritta. Deve pur salvare i figli in qualche modo!

Il professore universitario di Rouen (Normandia) e direttore di ricerca al Cnrs francese Michel Bussi (Louviers, 1965) continua a realizzare ottimi gialli senza protagonisti seriali in ecosistemi sempre molto biodiversi e originali. Qui siamo a sud, Marsiglia e oltre. Come nelle altre occasioni, la trama è ben arzigogolata, la vicenda narrata (in terza molto varia al passato) si svolge in meno di 75 ore, pur motivandosi con l’intera biografia della protagonista, coi tanti segreti finora nascosti, via via che emergono le fasi e gli ecosistemi di una “tipica” epopea migratoria, condensata poi in un cesto di occhiali da sole di tutte le forme e colori e nelle statuine a forma di civetta disseminate ovunque nella stanza. È originaria di Ségou in Mali, duecento chilometri a nord-est della capitale Bamako, ben presto innamoratasi della lettura a causa di una malattia della pelle e subito privata della vista dall’amaurosi, prima di peggiori travagliate vicissitudini. Era cocciuta e graziosa (da cui il titolo francese) e un’amica scrisse per lei in un quaderno quanto accadde in Africa (da cui il titolo italiano). Il bellissimo romanzo è dedicato ai geografi “che esplorano il mondo” (citando versi di Brassens e Lennon), fate attenzione alle accurate convincenti descrizioni dei luoghi se volete capirci qualcosa. Insegna anche molto sui mercati generati dai flussi migratori, aiutandoci a comprendere la doppia assenza e la doppia presenza di ogni migrante: “la stragrande maggioranza della gente vuole rimanere dov’è… Sono solo pochi pazzi a tentare l’avventura. Tra i cento e i duecentomila migranti che ogni anno cercano di attraversare il Mediterraneo, cioè meno di un africano su diecimila, e mi vengono a parlare di invasione?” Perfetto: è come se avesse letto del diritto di restare e della “libertà di migrare”! Vini rossi e bianchi, lo Château Musar per chi vuole essere sedotto. Musiche della nostalgia e del Benin.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La ragazza di Marsiglia (Le brevi di Valerio 215)

Maria Attanasio
La ragazza di Marsiglia
Sellerio, 2018
Biografia

Italia. Prima e dopo l’Unità. Rosalia Montmasson nacque nel 1823 a Saint Jaroz (Savoia) e morì a Roma il 10 novembre 1904. È l’unica donna ad aver partecipato alla spedizione “dei Mille”, i 1162 volontari che sbarcarono in Sicilia l’11 maggio 1860, al comando di Giuseppe Garibaldi, episodio cruciale del Risorgimento. Allora era moglie di Francesco Crispi (1818-1901), si erano sposati a Malta il 27 dicembre 1854, ebbero 24-25 anni di vita coniugale, anche se nei libri di storia l’unica moglie “accreditata” a Crispi risulta Lina Barbagallo.
Attraverso l’accurata consultazione di archivi, epistolari, saggi, materiali iconografici, la poetessa e scrittrice Maria Attanasio (Caltagirone, 1943) narra Rose Rosalìe Rosalia, “La ragazza di Marsiglia”, ricostruendo dettagliatamente il legame amoroso con Crispi, dal primo incontro nel 1849 nel porto francese e poi a Torino (lei dal passo sfrontato e con un ciuffo di capelli ricci) alla celebrazione del matrimonio e al successivo annullamento.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lady Las Vegas (Le gialle di Valerio 161)

Don Winslow
Lady Las Vegas. Le indagini di Neal Carey
Einaudi, 2018 (orig. 1994, “A Long Walk Up the Water Slide”)
Traduzione di Alfredo Colitto
Noir Hard-Boiled

Nevada e Texas. Settembre 1982. Neal Carey, indigeno di New York, in teoria dottorando su Tobias Smollett alla facoltà di Letteratura inglese della Columbia, dopo la prima avventura è stato bloccato sette mesi in quarantena nel cottage in mezzo alla brughiera dello Yorkshire, dopo la seconda tre anni confinato nel Sichuan cinese, ora dopo la terza nelle Terre Alte Solitarie quasi felice da almeno nove mesi, è restato ad Austin con la maestra cowgirl Karen Hawley, capelli neri e occhi azzurri, mantenuto con assegni fissi dagli “amici di famiglia” che lo avevano sempre messo nei guai. Ormai ha 28 anni, troppi studi in sospeso, vocazione narrativa, barba e capelli lunghi. Cambierebbe volentieri definitivamente vita. Però. Arriva il padre putativo Joe Graham, un metro e sessantadue di cattiveria e astuzia, occhi azzurri e capelli color sabbia, braccio di gomma, irlandese nel midollo; maniaco della pulizia, si diverte mentendo e rubando ma gli vuole un gran bene; propone alla coppia una cosa facile. Devono nascondere ed educare linguisticamente Polly Paget, aureola rossa e occhi verdi, seni piccoli e spalle larghe, alta e sexy, stereotipo parlante di sguaiata “sgualdrina”, che a New York ha denunciato per stupro il bel noto (moralista) bel conduttore televisivo Jack Landis. Nonostante sia simpatica a Karen, per Neal non sarà semplice trasformarla in “fidanzata” d’America (per deporre nei tribunali e sui media), soprattutto perché la cercano in tanti e per ragioni diverse, comunque non per farle del bene, eliminarla o usarla che sia. Non è questione solo di reputazione, c’è in ballo un enorme villaggio vacanze in costruzione, appalti anticipi prestiti truffe banche ricatti crimini famiglie mafia killer. Tutti giocano almeno doppio. Neal deve rischiare, scivolando all’indietro.
Don Winslow (New York, 1953), miglior autore noir dell’ultimo quarto di secolo, californiano d’adozione, realizzò una vera e propria notevole seriale cinquina d’esordio (1991-96), in terza non fissa, soliti eccelsi dialoghi, ambientazione primi anni ottanta sulla base di quel che allora faceva lui stesso (investigatore privato, regista e manager teatrale, guida di safari fotografici anche in Cina, consulente finanziario). Questo è il quarto (1994), davvero stupendo, scoppiettante ed esilarante (ormai sicuro delle qualità letterarie), colmo di iperboli e metafore, Shakespeare e Mao, un circo indimenticabile di personaggi, caratteristi, spalle (anche quando muoiono in corso d’opera). Visto che ogni storia inizia dai personaggi Neal Carey è un ottimo primogenito, forse (se riuscirà a salvarsi) potrebbe decidere una paternità responsabile (pure letteraria). L’eliminatore perfezionista qui ha Overtime come leggendario soprannome (un tempo dato ai pugili); uccide con orgoglio nell’ombra, rapido e pulito, senza discriminazioni di sesso o etnia; opera per priorità, niente facilitazioni per gruppi, niente sconti; dopo l’uxoricidio non ha compagne ma un ricco conto alle isole Cayman. La scena si sposta presto dalle montagne del Nevada al Texas, gli alberghi casinò con convegni porno di Las Vegas (da cui il titolo italiano) e il parco giochi con acquascivolo di Candyland a Sant’Antonio (da cui il titolo americano). Si beve birra ovviamente, ma anche molto vino, sia bianco che rosso (senza specificazioni). L’opera lirica italiana fa sempre bella figura; tuttavia, al cimitero Joe accende il mangiacassette con brani jazz di Blossom Drearie.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Lo stupore della notte

Piergiorgio Pulixi
Lo stupore della notte
Rizzoli, 2018

Il Commissario Rosa Lopez, che al suo lavoro ha sacrificato tutta la vita e che è a capo dell’Unità Speciale Antiterrorismo di Milano, da dodici anni ha lasciato la Calabria, dove si era lungamente battuta nella guerra alle cosche, pagando di persona – coinvolta allo spasimo nella ricerca di giustizia (e vendetta) dopo la morte dell’uomo che amava, suo superiore, anche lui poliziotto – e lasciando dietro di sé l’amicizia e l’imperitura fedeltà dei collaboratori. Minacce e proiettili infilati nella cassetta delle lettere sono il prezzo da pagare per una carriera combattuta sul filo del rasoio e che l’ha condotta ai vertici, senza contare l’angoscioso strazio per il suo ultimo compagno, in coma irreversibile, rimasto vittima di un attentato. Prezzo a cui bisogna aggiungere la coatta imposizione di legami con i deus ex machina del Lovers Hotel, luogo che non esiste, dove tutto e peggio di tutto può accadere in nome di certi “diritti”.
Una minaccia gravissima incombe su Milano La più perfida delle menti criminali ha ordito un machiavellico piano di morte: cellule di giovani italiani musulmani radicalizzati stanno preparando un attentato per cancellare centinaia di “cani infedeli”. Dietro l’attentato c’è la diabolica benedizione del Maestro, lo sconosciuto e imprendibile capo della jihad che predica la guerra santa. Per provare a fermarlo, Rosa Lopez dovrà affrontare in un’orrenda e sporca spirale di ricatti, ritorsioni e tradimenti.
Ma al previsto attentato, occultati attraverso tante e imperscrutabili scatole cinesi, sono collegabili anche fatti e intenzioni molto più pericolosi di quanto si possa immaginare. Spionaggio, controspionaggio, connivenze interne ed esterne, crudeli violenze, si mischiano freneticamente in una brutta storia dalla quale nulla e nessuno uscirà pulito. Anche perché i mezzi per arrivare alla verità sono sempre gli stessi, utilizzati dal terrorismo e da ogni sporca guerra. Si scoprirà un complesso e inquietante legame tra criminalità organizzata, terrorismo jihadistico, CIA e altre temute agenzie di intelligence. Un intricato ginepraio in cui i sentimenti privati si fondono con gli interessi geopolitici manipolandoli e lasciandosi manipolare tanto da trasformarsi in schegge impazzite. Con i fabbricanti d’armi, tra cui gli italiani non sono secondi a nessuno, a battersi per i loro sporchi interessi in cima alla barricata.
Piergiorgio Pulixi ha scelto un argomento sensibile e rischioso per le sue implicazioni anche passionali e l’ha fatto con un libro forte, che si legge tutto d’un fiato, senza paure e con dovizia di particolari, denunciando avvenimenti, fatti e persone con il suo raccontare senza peli sulla lingua. Grande ed encomiabile la sua abilità nell’attualizzare i temi trattati (con descrizioni che rimandano a scene troppo volte viste in tv e che proprio per questo assumono maggior sapore di verosimiglianza e servono anche a trasmettere tanto di più di quanto lui dica. E che ci costringe a riflettere su una domanda ben precisa: senza considerare l’eccezionale lavoro di prevenzione degli apparati di Sicurezza italiani, c’è qualche altro motivo per cui l’Italia è uno dei pochissimi paesi europei in cui non si sono verificati attentati di stampo jihadista?
Con la sua logica risposta: che la motivazione sia legata a una connessione o pace armata con la criminalità organizzata italiana?
Pulixi sembra godere di privilegiate fonti confidenziali che gli consentono addentrarsi nei lati oscuri delle strutture italiane di pubblica sicurezza, tanto che nel suo romanzo mischia con rara bravura realtà, documentazione e finzione letteraria. È quasi impossibile capire dove finisca la prima e dove cominci l’ultima. Per farlo usa come privilegiato palcoscenico una Milano buia, cupa, spesso irriconoscibile ma forse solo perché si chiudono gli occhi per non cogliere quell’atmosfera troppo simile a quella delle banlieu parigine, della grigia ghetto/periferia belga e che si rivela il tipico esempio di metropoli vittima di certe esasperazione occidentali.
Una Milano raccontata con minuziosa precisione, coprotagonista del romanzo, segnata dalla droga pesante, dove in strade e quartieri infuriano incontrollabili gang di latinos, con i milanesi e i turisti pronti a trasformarsi in potenziali bersagli sul mirino di un kalashnikov. Rosa Lopez è una cacciatrice (o forse meglio un cacciatore, in certi momenti la sua femminilità si appiattisce talmente da far dimenticare il suo sesso), un mix di tanti e forti personaggi femminili conosciuti, una roccia di donna, dura, piagata da sentimenti profondamente tarati dai sensi di colpa, ma che invece di indebolirla e bruciarle l’anima, ne fanno una lucida macchina da guerra. Un thriller senza limiti, Lo stupore della notte, duro e crudo, che non usa filtri nel raccontare. Una trama spigolosa, quasi tagliata con l’accetta, a metà tra la spy story e il noir, ma anche una drammatica commedia umana, in cui la vita della protagonista ha dovuto, deve e dovrà annullarsi nel dovere, nel sacrificio e nello spirito di servizio. La fortissima caratterizzazione e l’amarezza morale materiale che Piergiorgio Pulixi regala alla sua protagonista e alla sua squadra tutta, non può che farci sentire e ricordare, anche se necessariamente la fiction narrativa può averlo costretto ad alzare l’asticella di alcuni toni, l’immenso debito che ogni stato e cittadino ha nei confronti di chi è preposto a salvaguardare la sua incolumità. Ma qual è la realtà che vivono questi nostri misconosciuti paladini dal volto sempre coperto? E quanto noi, i loro protetti, le potenziali vittime di ogni premeditato atto, siamo pronti ad affrontare in nome della sicurezza? Cosa e quanto siamo disposti ad accettare? Anche la brutale e feroce verità che il loro impegno impone?

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2018

Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA. VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA. VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?
Ecco, lettori miei, in che mani siete cascati…

Dopo Il metodo Cardosa, Mondadori 2012, letto con molta soddisfazione, è arrivato, un po’ in ritardo, Cardosa e il codice Modigliani di Carlo Parri, Mondadori 2018.
“Professore di storia dell’arte. Ricco e collezionista. Lo ammazzano con una busta di plastica, lo perquisiscono senza rubare nulla. Cercano qualcosa che può anche stare nel portafoglio. Una cosa piccola. Piccola e sottile.” È quello che sta pensando il vicequestore aggiunto della Omicidi a Roma Leonardo Cardosa, dopo che si è ritrovato fra i piedi un omicidio al Verano. Una cosa piccola e sottile che è servita per entrare nella galleria privata del defunto e rubare una testa in pietra di Modigliani, ovvero la Testa di Nené. Forse si tratta, addirittura, di un codice segreto. La faccenda diventa più complicata dopo altri due omicidi collegati al primo. Comunque in casa del morto non si riesce a trovarla ma c’è una sua frase, ricordata da un testimone, riferita al fatto che per lui esisteva un solo modo per non far trovare qualcosa “Nascondere in un posto che non possa nascondere niente.” Interessante…
Al centro della storia il Nostro con la sua squadra (Gianni Ferrante, Vigna, Baragli, Francesca Vanni, Gemma Costantini, Rizzo, un ragazzino nuovo, l’”indio”) e la sua variegata personalità. Su di lui nel primo libro avevo scritto “Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia, musica, un tipo forte che non si lascia andare con la prima venuta anche se si porta dietro la fama di sciupafemmine. Il suo metodo una specie di mappa stradale disegnata nell’aria, intuizioni che non riesce a spiegare agli altri. Allora entra nella fase “del miracolo” dietro la scrivania con Calvados e pistacchi e tutto si chiarisce.” Aggiungo ironico, gaudente (due fidanzate), duro e spietato all’occorrenza, in giro con la Toyota, appassionato di Maigret, “I tre moschettieri” in tutte le salse e in tutte le lingue, canzone preferita Alma Llanera, mangiate e bevute per ogni dove (fettuccine dalla sora Milla o da Marcello ) anche a casa, naturalmente, dopo il mercato (pomodori, aglio, cipolle di Tropea, pesche, albicocche, ciliegie, orata, pecorino di Pienza, peperoncini), Campari soda corretto con il prosecco, ma va bene anche il Calvados.
L’indagine è difficile, lunga, pericolosa, bisogna andare a Parigi per incontrare l’Intoccabile e vedersela con una associazione di nazionalsocialisti e fascisti che intendono riaffermare i valori (disvalori) hitleriani. Alla prima storia si aggiunge la scomparsa, in Sicilia, della fidanzata della sorella Maria, “architetto e lesbica”, che lo porterà ad indagare nell’isola su un traffico di neonati. E quindi momenti di breve relax, spunti di paesaggio, ricordi, pensieri, dubbi, riflessione e deduzione ma anche frenetico e duro movimento.
Scrittura decisa, diretta, veloce, senza tanti svolazzamenti, con qualche spunto in dialetto a renderla più viva, fresca ironia che spesso fa capolino anche nelle fasi più serie. È importante la storia ma anche “come” si scrive.

I ragni di ferro di Baynard H. Kendrick, Mondadori 2018.
Questa volta niente Duncan Maclain, il famoso investigatore cieco creato dall’autore, ma Stan Rice, ovvero l’investigatore Miles Standish Rice che arriva a pag. 46 alto e secco come uno scheletro, abbronzato, biondo e con gli occhi azzurri. Naturalmente per risolvere il caso di una morte…
Ma partiamo dall’inizio. Dall’ingegnere squattrinato Donald Buchanan che accetta come lavoro di sorvegliare la centrale elettrica di Broken Heart Key del milionario Arthur Tuckerton. Ergo vivere su un’isola deserta a contatto con la detta famiglia ritenuta un vero e proprio covo di vipere. La prima a morire è la cameriera nera Julie dilaniata dai barracuda nella Grieta, un tratto di mare estremamente pericoloso. Si era tuffata, forse inseguita da qualcuno. Le sue ultime parole, anzi la sua ultima parola prima di spirare, “Micanopy”. Il secondo cadavere è proprio quello di Arthur Tuckerton morso da un ragno velenosissimo, una vedova nera, nella sua camera da letto provvista di un sistema d’allarme che, evidentemente, non ha funzionato.
Per risolvere il mistero Stan Rice (mente geniale, ottima forchetta e buon bevitore) e Donald Buchanan decidono di unire le loro forze. Insieme a Doris, la segretaria di Arthur, che scatena palpiti sentimentali.
Tutto è stato organizzato dallo scrittore per creare un’atmosfera cupa, di paura e suspense: l’isolamento del gruppo, l’arrivo di una terribile tempesta, la luce che si spenge, passi nel buio e nella foresta, urli ancora nel buio, lo sparo, altre due morti violente (uno addirittura scalpato e potrebbe esserci di mezzo un indiano). Oltre al classico testamento che suscita sospetti, un biglietto enigmatico, addirittura un paio di libri che possono venire utili, se non alla soluzione, almeno per capire meglio certi aspetti di qualche caso e un riferimento al Dupin di Poe a proposito della famosa lettera rubata.
Andamento lento per buona parte del libro, poi una improvvisa accelerazione con classica riunione finale voluta da Stan di tutti gli abitanti dell’isola nel soggiorno, al pianterreno, e un ultimo, improvviso colpo di scena.
Ma i ragni di ferro del titolo che hanno, tra l’altro, la loro bella importanza e che escono fuori ad ogni apparir di cadavere? Già, che sciocco, me ne sono dimenticato (sto invecchiando). Chiedo venia. Ma forse è meglio così. Li scoprirete da voi.

Il fiuto del dottor Jean e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2018.
Francia, regione de La Rochelle. Qui abita un personaggio davvero curioso e singolare “Jean Dollent aveva trent’anni. Esercitava nel circondario soltanto da due anni, e forse perché era mingherlino, forse per i suoi modi gentili e alla mano, forse anche per la sua minuscola 5 CV il cui rombo echeggiava per le strade a ogni ora del giorno, tutti lo chiamavano affettuosamente il dottor Jean, o anche il dottorino.” Non gli piacciono i romanzi polizieschi e non legge articoli di cronaca nera sui giornali. Eppure, attraverso determinati eventi, scoprirà una nuova passione, “un talento singolare” che lo farà diventare famoso in un campo assai diverso dalla medicina: un investigatore di misteri, un eccellente detective, diciamo pure suo malgrado, che le intuizioni gli vengono così spontanee, di getto in modo da “far emergere dalle storie in apparenza più complicate la pura e semplice verità.”
La scoperta del suo impensabile “dono” nel primo racconto quando riceve una telefonata del giovane Drouin dalla Maison Basse, dove vive insieme alla sua bella compagna “…Deve venire subito…” Ma lì non trova nessuno, ovvero nel giardino sul retro una brutta sorpresa: il cadavere di un uomo…
È trascorso solo un mese dal delitto della Maison-Basse che eccolo a Royan dove si innamora! (è ancora scapolo e vive con la domestica Anna). Di “una ragazza in azzurro pallido”, tra la folla assiepata davanti al tavolo verde di un casinò. Un tuono, il temporale che finisce quasi subito. Adesso la ragazza si è piazzata dietro una signora grassa che ha tirato fuori un bel fascio di banconote. E lei cerca di rubarle… Una ragazza strana, seguita come un’ombra da una altrettanto strana governante inglese. E qualcuno, la stessa notte, vola giù da una finestra dell’albergo dove alloggiano…
Sono passate tre settimane da quando ha letto la deposizione di un meccanico nei pressi di Nevers. Un uomo corpulento ha chiesto trenta litri di benzina, nel sedile posteriore della macchina siede un altro uomo e una donna che, alla partenza, ha abbassato il finestrino e gridato aiuto. “Una donna che grida… Un uomo corpulento…”, caso perfetto per il nostro Jean che si fionda lì (si fa per dire) con la sua scassata 5 CV. Un morto, anzi due morti ammazzati e due sorelle particolari. Ce la farà a risolvere pienamente una situazione assai ingarbugliata?…
È arrivata una lettera, o meglio un assegno di ben cinquemila franchi da parte di un certo Evariste Marbe tornato in Francia dopo una vita trascorsa nelle colonie. “Due volte a settimana qualcuno, che non sono mai riuscito a vedere in faccia, s’introduce in casa mia e la mette a soqquadro.” Tra l’altro senza rubare un bel niente. Siccome la polizia ha fallito, il nostro Jean dovrebbe risolvere il mistero. Evariste pensa che possa trattarsi di una vendetta dei Tupapau, i demoni degli indigeni di Tahiti dove ha vissuto per un certo periodo, avendo fatto costruire una casa su un terreno considerato sacro. Sarà così, oppure c’è qualcuno che vuole trovare qualcosa di importante, per lui, in quella casa? E perché il fatto avviene solo di mercoledì e di sabato?…
Un personaggio davvero singolare Jean Dollent. Si innamora facilmente, battibecca con la polizia, pensa, riflette, rimugina, si immedesima nei personaggi, li sviscera, cerca “di farli vivere, di animarli nel loro scenario” fino all’accendersi della lampadina, fino a scoprire il “dettaglio” che gli permetterà di risolvere l’ambaradan. Ironia sparsa dovunque in questi gustosi e arguti racconti. E noi lettori siamo lì che cerchiamo di capire e, magari, superare nella deduzione degli eventi il nostro simpatico e stravagante dottor Jean.

La clinica Riposo & Pace. Commedia nera n. 2 di Francesco Recami, Sellerio 2018.
“Qui mi vogliono ammazzare! Qui mi vogliono fare l’eutanasia!”, grida disperato Alfio Pallini, ottantacinquenne con una stazza di centoventi chili, portato dai nipoti nella clinica Riposo & Pace per demenza senile e altre amenità degenerative. Stanza numero 9 al secondo piano fornita di due letti.
Fissato che lo vogliono far morire, in continuo contatto con l’alter ego Ulrich, farà di tutto per evitare l’esito funesto: non prendere con ogni mezzo le medicine, vomitare quelle prese, cercare disperatamente qualcuno, pagandolo, che lo porti fuori da quella specie di anticamere per l’aldilà (arriva pure la visita di un prete). D’altra parte i disgraziati compagni di stanza se ne vanno via uno dopo l’altro con sospirone liberatorio dei familiari e il finto cordoglio del Professore che vede rimpinguate le sue casse. Ce la farà il nostro Alfio a sottrarsi a quella che reputa la sua segnata sorte? Ci sarà qualcuno che crederà alle sue certezze?…
Scrittura veloce, ironica, grottesca fino all’esagerazione e al paradosso, capace di caratterizzare tutto un ambiente sanitario, partendo dai malati (ce n’è pure uno fissato su una nota canzone dei Corvi che non smette di cantare), continuando con il personale infermieristico, i dottori e il Professore, per terminare con il cinismo dei parenti. E viceversa. Uno sguardo drammaticamente goliardico, si ride per non piangere, sul tragico rapporto tra malato, famiglia e istituzione ospedaliera dove il primo viene spesso spogliato della sua umanità.
Insomma, occhio a certe cliniche. Specialmente se finiscono con la parola “Pace”. Che potrebbe essere perpetua.

Un giretto tra i miei libri
La vittima è in incognito di Mary McMullen, Mondadori 2011.
Agenzia pubblicitaria Wade & Wallingford a New York, qui entra al lavoro la giovane Eve Fitzsimmons, “dai capelli color nocciola e un visetto sottile, pallido e delicato” (appartamentino nella Cinquantesima Strada), per coadiuvare il bravo e difficile Luke Barden, disegnatore coi fiocchi. Suo capo Frieda Lee “piccola e sottile” dai modi disinvolti e autoritari, energici ed efficienti”, agenzia pubblicitaria di media grandezza molto rispettata, direttore Cummings, presidente Sergius Wade, suo braccio destro Tom Marriott e altri dipendenti.
Il maggiore cliente dell’agenzia è la United Farms e allora giù a lavorare sulla pubblicità dei piselli in scatola e sulla gelatina di lamponi. Tutto fila abbastanza bene fino al ritrovamento in sala riunioni di una perfetta sconosciuta completamente nuda, strozzata da una cravatta.
Arriva il tenente Grace della squadra Omicidi “un uomo magro dal viso nordico”, occhi azzurri, capelli grigi su fronte alta e uno sguardo piuttosto sardonico e allora il racconto si alterna tra lui ed Eve. Interrogatori, elucubrazioni, sospetti tra i dipendenti, un matrimonio nascosto, una donna delle pulizie che sa qualcosa, la scoperta della identità della morta, i dubbi, la paura che si insinua in Eve, la sensazione di sentirsi in trappola, i passi alla porta, il messaggio di avvertimento. E ancora i complicati rapporti amorosi tra i dipendenti. l’attrazione verso Barden, un ricatto, gli sforzi di Grace, la “gelida oscurità”, il “senso di vuoto”, il “grido soffocato e strozzato”, i passi, le corse nel buio, la pioggia gelata, il ghiaccio, la neve.
Buono il crescendo della tensione narrativa attraverso una scrittura nitida, composta, senza troppo eccedere, giallo classico con spruzzatina di gotico.

L’alibi di Scotland Yard di Don Betteridge, Polillo 2011.
Se il buon dì si vede dal mattino, un buon romanzo si vede (anche) dall’incipit. E se l’incipit è “Subito dopo aver ucciso Monckam, andai direttamente a Scotland Yard. Mi sembrava il posto migliore per crearmi un alibi”, allora si prospetta davvero un buon romanzo. Da fregarsi le mani. Però, oddio, basta vedere chi entra a Scotland Yard, per sapere chi è l’assassino. Solo che a Scotland Yard ci entrano in parecchi…
Siamo nella Londra del 1936, la vittima è Francis Moncham, un ricattatore di professione ucciso nella sua stanza con una pallottola nel cuore. Il cadavere è stato scoperto dalla moglie del portiere del palazzo, impronte femminili sulla maniglia della porta, impronta sulla finestra dalla parte esterna del ladro Podger Smith (dunque possibile indiziato). Subito sospettati i ricattati come Lumley, ex carcerato che lavora nella polizia (ingaggia a difenderlo il capitano Peter Darrell, investigatore dilettante), Peter Moffatson, Peter ed Elaine Rutland. Svolgono le indagini il sovrintendente Aliston e l’ispettore Duncan “una persona amabile, piena di tatto, arguta e dalla pazienza illimitata”, studioso di psicologia e amante della letteratura poliziesca. Tra l’altro cita un sacco di detective: Sherlock Holmes, Sexton Blake, Lord Peter Wimsey, dottor Thorndyke, Hercule Poirot, ispettore French, il sovrintendente Wilson (l’autore ci tiene a farci sapere che non è un novellino). Sotto di lui il sergente Newcombe.
Una storia basata molto sulla ricostruzione meticolosa dell’alibi ma anche movimentata con Duncan costretto ad andare a Parigi, poi ad Andorra dove scampa ad un pericolo (con ferita) lungo i monti, flash back ripetuti, un colpo, colpissimo, di scena finale.
In prima persona le vicende dell’assassino e in terza gli altri eventi, un po’ di lungagnate, ritmo talora affaticato, spunti di critica ai “soliti” romanzi polizieschi piuttosto inverosimili. Insomma qualche pagina di troppo, ma un grazie alla Polillo glielo mandiamo lo stesso.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Il grande giorno di Jack Ritchie, Marcos y Marcos 2018.
Dal maestro del noir amato da Alfred Hitchcock, Jack Ritchie – l’autore più pubblicato da una gloriosa rivista di detective story, la Hitchcock’s Mystery Magazine – quattordici eleganti e brevi storie dal meccanismo perfettamente oliato che si fanno letteralmente divorare dai lettori. Perché Ritchie sembra il mago del racconto: gli bastano poche righe per far vivere un personaggio e poche pagine per raccontarti tutta una storia breve e fulminante. I suoi protagonisti talvolta hanno la pistola facile, ma la usano con cauta parsimonia. Potrebbe capitare di essere incaricato di far fuori se stesso ma c’è sempre a portata di mano una comoda e utile soluzione. E se un bambino fa scattare il grilletto, non è poi tanto grave. Come non è troppo caro, per la propria tranquillità, foraggiare un ubriacone con cento dollari alla settimana. Ricordiamo, sorridendo, il redditizio falso omicidio.
Leggiamo dell’imputato minacciato di condanna a morte che pretende un pubblico e mediatico processo per confessare. Ritchie poi ci spiega come poter ritrovare uno zio scomparso nel nulla per una cliente con i fiocchi. Abbiamo il pappone delinquente che sogna il Messico; il ladro di lusso condannato a cinque anni di prigione che per godere di un trattamento speciale deve pagare; come si può pararsi le spalle – il tradimento non è la forma più pericolosa di infedeltà – dal rischio di diventare la vittima di un omicidio e il fiscalista ricattatore che ha buon gioco per incastrare il suo cliente con troppi panni sporchi da lavare. E se la direttrice di un supermarket accidentalmente uccisa durante una rapina tornasse al mondo con lo scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino creduto morto, unico erede del castello dello zio che stai godendo come eredità, ti rubasse le sigarette per farti capire che tanto morto non è?
Se è vero che la modestia è la virtù dei mediocri, Jack Rirchie mediocre non era proprio perché sostenne che ogni romanzo può diventare una short stories, e che nelle sue mani I Miserabili si poteva ridurre a solo due paragrafi. (La frase su I Miserabili è riportata fedelmente sul risvolto della cover del libro). Ḕ dunque sicuramente uno scrittore molto sicuro di sé e che non la mandava a dire. Ma devo riconoscere che come “novellatore” ci sa fare, eccome. I suoi racconti spesso seguono uno schema simile: un protagonista, magari il cattivo della storia, che racconta la faccenda complicata che sta vivendo. E di solito, quando le cose sembrano avviarsi verso un finale abbastanza prevedibile, Ritchie si diverte a metterci fuori strada con un gustoso espediente che cambia completamente la situazione. Tutti i protagonisti dei racconti di Ritchie, che siano imbroglioni, truffatori, studentesse mancate, maggiordomi infedeli, private eye da strapazzo, geniali assassini per caso o addirittura killer professionisti, sembrano pronti a cogliere l’occasione della vita o del caso, quel grande giorno che permetterà loro di concludere e mettere a profitto un piano pazientemente studiato, o semplicemente trovare un modo per sbarcare il lunario. Eppure Ritchie in poche righe riesce a infilare tutti gli ingredienti necessari per stuzzicare la curiosità del lettore che, a quel punto, DEVE per forza andare avanti per scoprire come il racconto va a finire. E non basta, spesso arrivato alla conclusione è costretto a rileggerlo daccapo, per riassaporare meglio i colpi di scene le sue irresistibili trovate. Soluzioni suggestive, ben architettate e con in più una bella dose di leggerezza che spesso lasciano a bocca aperta. E comunque l’autore stesso sembra non prendersi troppo sul serio. I suoi racconti infatti, lasciando poco spazio all’approfondimento di tematiche complesse, non consentono al lettore né di affezionarsi ai personaggi né di approfondirne la psicologia. Anzi Ritchie, quasi giocando con il lettore, esibisce con disinvoltura i meccanismi narrativi che permettono alle sue storie di funzionare. Quasi ci facesse l’occhiolino e ordinasse: “Siete qui perché volete una bella storia noir. Bene sedetevi e cominciamo.” Nei suoi racconti non troviamo mai eroi e a ben vedere il male è sempre parziale. In realtà Ritchie punta piuttosto a far risaltare prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo, carte vincenti nel gioco delle parti di una plausibile realtà. Il denaro è sì spesso il motore delle azioni spericolate e spesso mortali dei personaggi ma l’humour la fa sempre da padrone.

Altri spunti della nostra Debicke
Torna Luigi Guicciardi con il nuovo romanzo Nessun posto per nascondersi (2018), per i I Tascabili Noir dalla casa editrice genovese Fratelli Frilli Editori. Romanzo, il diciassettesimo per la precisione che vede il protagonista cult di Guicciardi, il commissario Giovanni (nome proprio sempre artatamente occultato, l’autore ama i cognomi) detto Vanni, Cataldo alle prese con la sua diciassettesima indagine.
Stavolta, nel prematuro caldo di una fine primavera in val Padana, il nostro dovrà confrontarsi con una strana serie di omicidi che sembrano orbitare intorno al mondo del calcio… Inquieto, tormentato, gira in tondo, brancolando nel buio, ma la soluzione c’è, è là, a portata di mano, basta insistere, scavare tra i segreti del passato per intuirla e coglierla al volo. Ma alla fine, anche dopo la soluzione del caso restano lo stesso quel senso di inquietudine, d’impotenza, di solitudine, di incertezza. Rimpianti? Forse Cataldo sente la mancanza dei figli, della rassicurante presenza di Muliere e, per rasserenarlo, non gli basta l’occasionale condivisione di qualche brano di musica classica.
A regola d’arte di Stefano Tura, Piemme 2018.
Torna in scena l’ispettore Alvaro Gerace che, da anni ossessionato dalla scomparsa di alcune bambine sulla riviera romagnola, non ha mai voluto archiviare il caso. In A regola d’arte troviamo una Londra molto poco da cartolina, vista, descritta e spiegata con gli occhi disincantati di un quasi londinese. A tratti sfavillante ma allo stesso tempo dura, dal cuore di pietra, che non perdona e che purtroppo ci regala un capitolo della saga di Peter McBride che non avremmo voluto leggere. Una colonia italiana in Inghilterra che, se rispecchia la maggioranza degli emigrati di alto livello, mette i brividi, mentre per fortuna tra i lavoratori si riesce ad apprezzare un certo spirito di collaborazione e amicizia. Ancora una volta Tura suddivide la sua storia su più piani narrativi, per alternare e portare avanti in parallelo storie diverse con protagonisti diversi che convergono nel finale. Una costruzione letteraria riscontrata anche nei romanzi precedenti che spesso per ritmo e precisione nei dettagli ricorda con prepotenza una sceneggiatura e tuffando il lettore nella storia, gliela fa vivere a tutto tondo. Insomma un romanzo anche questo A regola d’arte: brillante, intrigante e veloce, nonostante le sue 480 pagine
A noi donne basta uno sguardo di Christine von Borries, Giunti 2018.
Primo capitolo di una nuova serie giallo noir per la penna di Christine von Borries, sostituto procuratore, ambientata a Firenze città, dove vive e occupa il suo attuale incarico. Una serie che, diversamente dalla precedente con  l’unica protagonista Irene Bettini, agente operativo del Sisde, è corale e interpretata da ben quattro donne, amiche e alleate tra loro: Valeria Parri pubblico ministero presso la procura, Erika Martini ispettore di polizia presso la questura, Giulia Gori giornalista e Monica Giusti commercialista. Tutte e quattro le amiche, muovendosi ciascuna secondo le proprie competenze professionali, si troveranno a indagare sul caso dell’omicidio di Rosaline e del rapimento di suo figlio. Quattro donne con le loro vite serene o incasinate, come quelle di tutti, talvolta realizzate, o magari insoddisfatte, con le loro esperienze sentimentali più facili o più difficili, ma soprattutto con la loro grande, indistruttibile amicizia, si mettono in gioco per scoprire, affrontare i colpevoli e smontare i disumani ingranaggi di una rodata macchina crudele che governa un  sistema che si appoggia su insospettabili complicità… Testo piacevole che mentre si legge intriga, coinvolge e può offrire diverse chiavi di interpretazione. E visto che l’autrice ci ha lasciato un po’ in affanno e con una storia a metà, appuntamento al prossimo della serie. Vogliamo sapere come andrà a finire.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Oggi vi presento Le avventure di Ulisse di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
“Ricordati di me che non sono Nessuno, ma l’astuto Ulisse!” grida l’eroe greco a Polifemo, il gigante con un occhio solo figlio di Poseidone, che ha accecato nella sua grotta. Per ritornare nella propria patria, ad Itaca e dalla moglie Penelope, dopo avere distrutto la città di Troia (sua l’idea del famoso Cavallo di legno), deve affrontare una marea di avventure pericolose: la maga Circe che trasforma gli uomini in maiali, le Sirene dal canto pericoloso, Scilla e Cariddi due mostri marini e i Proci che hanno invaso la sua casa.
A me questo libro è piaciuto perché l’atmosfera è paurosa e ricca di brividi. Ulisse è furbissimo e si libera da tutti i guai che affronta. Io sto sempre dalla sua parte, mi immagino di essere lui stesso, oppure di aiutarlo nelle sue avventure.
Leggete questo libro, è bellissimo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti