Non è un mestiere per uomini (Le brevi di Valerio 323)

Anna Katharine Green
Non è un mestiere per uomini. I primi tre casi di Violet Strange
Marsilio Venezia, 2019 (orig. americano 1915)
A cura (e traduzione) di Alessandra Calanchi
Con una nota di Giuseppina Torregrossa
Giallo

L’americana Anna Katharine Green (1846-1935) è stata una delle più grandi scrittrici del genere mistery, noir, policier, kriminal, giallo. Finalmente! Era proprio ora di riscoprirla ed è così che andrebbero sempre pubblicati testi letterari non contemporanei! Una chiara lunga dettagliata introduzione critica che presenta e contestualizza, una sintetica nota biobibliografica, il testo sia a sinistra in americano-inglese che a destra tradotto in italiano, una postfazione letteraria, una bibliografia completa degli originali, delle traduzioni e pubblicazioni in volume o rivista, delle edizioni critiche. Curato dalla docente Calanchi Non è un mestiere per uomini raccoglie i primi tre di nove racconti pubblicati nel 1915, ambientati a New York all’inizio del secolo scorso, dedicati a una divertente acuta protagonista investigatrice debuttante in un mestiere per donne non sposate: Miss Violet Strange, minuta e vivace, ricca ed elegante, mondana e viziata, arguta e molto molto intelligente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Premio Scerbanenco: i finalisti

Ecco la cinquina dei romanzi italiani finalisti del Premio Giorgio Scerbanenco 2019, risultata dalla sommatoria dei voti dei lettori sul sito, che quest’anno ha fatto registrare 2.281 registrazioni, e di quelli ponderati della Giuria letteraria formata da Cecilia Scerbanenco (Presidente), Maurizio Ascari, Alessandra Calanchi, Valerio Calzolaio, Luca Crovi, Loredana Lipperini, Sergio Pent, Sebastiano Triulzi e John Vignola.

I cinque finalisti verranno presentati al pubblico il 9 dicembre alle ore 17:30 presso la libreria Feltrinelli di piazza Duomo (Via Ugo Foscolo, 1, Milano).

Il Premio Giorgio Scerbanenco del 2019, consistente in un ritratto di Giorgio Scerbanenco ad opera dell’artista Andrea Ventura, sarà consegnato la sera del 9 dicembre presso l’università IULM.

Il romanzo Nero a Milano di Romano De Marco (Piemme), entrato nella cinquina finalista, si aggiudica anche il Premio dei lettori come il più votato sul sito del festival.

I 5 finalisti del Premio sono:
Cristina Cassar ScaliaLa logica della lampara, Einaudi
Romano De MarcoNero a Milano, Piemme
Piergiorgio PulixiL’isola delle anime, Rizzoli
Patrizia RinaldiLa danza dei veleni, E/O
Ilaria TutiNinfa dormiente, Longanesi

La vita bugiarda degli adulti (Le varie di Valerio 106)

Elena Ferrante
La vita bugiarda degli adulti
Edizioni e/o Roma, 2019

Napoli. Fine inverno 1992 – fine primavera 1995. Giovanna Trada è nata il 3 giugno 1979, quando i genitori Andrea e Nella avevano lui 32 e lei 30 anni. L’esile padre è professore di storia e filosofia nel liceo più prestigioso di Napoli, intellettuale abbastanza noto in città, disponibile a molto richieste lezioni private per arrotondare il modesto stipendio; la madre insegna latino e greco in un altro liceo, corregge bozze di storie e romanzetti rosa, e talora ne scrive, per arrotondare a sua volta. Vivono nei quartieri benestanti, in cima a San Giovanni dei Capri al Rione Alto (sopra il Vomero); le hanno spiegato tutto sulla sincerità e sul sesso, leggono tantissimo, fanno spesso riunioni importanti fuori e dentro casa, sono legati ai colti benestanti coetanei Mariano e Costanza con le due figlie Angela e Ida, pensano con cura se devono dire qualcosa, cercando di mantenere sempre gentilezza e proprietà di linguaggio. Una sera di febbraio 1992, Giovanna, che è in terza media e non va molto bene a scuola pur studiando molto, ascolta per caso una frase che nella loro camera il padre (due anni prima di andarsene poi di casa) dice sottovoce alla madre a commento dell’informazione sul deludente risultato dei colloqui con gli insegnanti. “L’adolescenza non c’entra”, Giovanna “sta facendo la faccia di Vittoria”, ovvero della brutta e malvagia sorella minore (quasi 40enne). La dodicenne si sente sconvolta e ferita in un periodo di fragilità e svogliatezza: da un anno ha avuto le prime mestruazioni, si vergogna per come si sente cambiare dentro e fuori (odori e languori, seno in crescita, capelli e peli in trasformazione), adora i genitori e soprattutto il padre che le hanno dipinto una zia pessima povera sciatta, infrequentabile, tenendola dunque a distanza, nei quartieri bassi con gli altri parenti. Impara a dire bugie, decide di conoscere Vittoria e diventa Giannina, per la zia e per un po’. Vittoria, in realtà, è alta e bella, vive nel ricordo del grande amore Enzo insieme alla di lui moglie vedova Margherita e ai figli del matrimonio, Tonino, Corrado e la splendida Giuliana fidanzata con il mitico Roberto di cui s’invaghisce, primo vero amore.

Chiunque sia, Elena Ferrante è napoletana di fatto e diritto, forse; nata nella prima metà degli anni cinquanta, forse; oggi probabilmente la più brava scrittrice italiana, certo quella di maggior meritato successo, nazionale e internazionale. I suoi romanzi sono ruvidi e trasudano lividi, slabbrature, smargini. Narra meravigliosamente in prima, un continuo flusso di coscienza momentanea e retrospettiva, in questo caso in parte un filo di un racconto adolescenziale reinterpretato, in parte un dolore arruffato e senza redenzione. Affronta i momenti essenziali di tre anni importanti, individueremo poco del prima e sapremo nulla del dopo, solo che Giovanna è viva e pensa ancora molto. Con acume e interesse incontreremo alcune di quelle persone che la circondarono allora, non i compagni di classe e i docenti al liceo del Vomero, non altri amici e conoscenti inevitabilmente frequentati, solo le relazioni essenziali e funzionali. Non è e non ha un’amica geniale, impara sola a non essere più bambina. Scopre il chiacchiericcio supponente dei colti, gli amori molesti, i giorni dell’abbandono, la genitorialità e la figliolanza oscure, le frantumaglie della coscienza adulta in cui sta entrando, chi fugge e chi resta, i mille modi di stare (male) al mondo, la vita bugiarda a tratti di tutti i grandi piccoli uomini (e donne), da cui il titolo. A ogni nitido ricordo delle scoperte di quegli anni, accenna a quel che “oggi” potrebbe forse aggiungere, da donna, 25 anni dopo. Non fa sconti: lei e ogni personaggio risultano ovviamente “impuri”, doppi o plurivalenti nei comportamenti concreti e nella comunicazione affettiva. L’autrice è stata capace di inventare un genere letterario proprio, al confine di tanti e questa è la forte continuità con i quattro volumi che l’hanno resa famosa nel mondo. Così non manca nemmeno un filo noir, un “falcone maltese” luogo tutto il racconto, il braccialetto d’oro, di origine e influsso contrastanti. Si fanno azioni che sembrano azioni e invece sono simboli. E alcuni pensieri sprigionano a volte una forza latente, afferrano immagini contro la tua volontà, te le spingono per una frazione di secondo sotto gli occhi. Da leggere!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Pizzica amara (Le brevi di Valerio 322)

Gabriella Genisi
Pizzica amara
Rizzoli Milano, 2019
Giallo

Salento. 2018. Al cimitero di Montesano Salentino, paese di poco più di duemila anime nell’entroterra, delinquenti profanano la cappella della famiglia Conte. L’unica rimasta in vita è la vedova Lucia, i tre posti occupati erano della madre del marito, del marito e del figlio Tommaso, morto a 26 anni nel 2015, probabilmente per alta velocità in moto ed effetto di droghe (cocaina). La madre vedova trova la bara aperta e la salma del figlio trafugata. Due mesi dopo l’indagine non è chiusa, mentre il maresciallo 28enne Francesca Chicca Lopez (fidanzata a Gallipoli con la manesca Flavia) riguarda il fascicolo arriva una nuova segnalazione: alla Marina di Torre Chianca è stato trovato il cadavere di una ragazza incinta affogata (in acqua dolce però). Da tre anni Lopez sta dietro alla brutta storia delle discariche abusive in Puglia. I casi e le morti si accumulano e intrecciano, comunque Chicca vi si tuffa in Pizzica amara, nuovo bel noir della salentina verace Gabriella Genisi (1965).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La misura del tempo (Le gialle di Valerio 215)

Gianrico Carofiglio
La misura del tempo
Einaudi, 2019
Noir

Bari. Febbraio 2014. Delle Foglie, una nuova cliente, chiama in studio e prende un urgente appuntamento col bravo noto avvocato cinquantaduenne Guido Guerrieri. Sarà per caso proprio Luciana? La ragazza con la quale lui aveva avuto una breve intensa relazione fra il marzo e il settembre 1987, più grande, bella e affascinante? Sì, è Luciana quella signora che si presenta puntuale e dimostra più dei 57 anni che ha, capelli corti grigi impregnati di nicotina (come gli abiti), alta magra sbiadita, irriconoscibile. Il figlio 25enne Jacopo Cardace si trova in carcere da oltre due anni con una condanna in primo grado per un omicidio del 2011. Qualche settimana prima è morto l’anziano ammanicato legale che lo aveva seguito, un ottimo professionista che si era presto ammalato, non garantendo più un’assistenza adeguata. La prima udienza del processo di appello risulta già fissata, dopo appena sedici giorni. Per ragioni anche economiche, Luciana ha deciso di cambiare avvocato. Insegna precaria nella scuola, si arrabatta con altri lavoretti ma non ha più soldi per acconti e pagamenti immediati. Guido, pur dubbioso nel metodo e nel merito, accetta e chiede subito il rinvio, una remissione in termini. Coinvolge la cara collega andino-barese Consuelo, che ha un approccio sempre dalla parte delle vittime, e i due investigatori privati spesso usati dallo studio, Tancredi e Annapaola, il primo ex poliziotto, la seconda ex giornalista ed ex atleta che incidentalmente sarebbe inoltre la sua fidanzata (più giovane di oltre 10 anni). Luciana gli ha detto che al momento dell’omicidio il figlio era con lei, non dovrebbe e non potrebbe essere colpevole. Non sa se crederle e tutti i collaboratori sono scettici sulla causa. Va a trovare Jacopo e non gli resta proprio simpatico, certo spacciava ed era legato in qualche modo a piccoli criminali (come lo stesso ucciso), le prove in mano all’accusa sono abbastanza circostanziate. Eppure ognuno ha diritto alla difesa: deve provarci e ce la mettono tutta, qualunque sia la verità, qualunque sia la sentenza.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) è oggi probabilmente il più bravo scrittore italiano, certo quello di maggior meritato successo (considerando Camilleri fuori quota, per più ragioni). I suoi romanzi sono levigati e trasudano tersa legalità. Ha svolto a lungo funzioni di magistrato (dal 1986 al 2008) e iniziò la carriera letteraria (2002) con un protagonista avvocato, appunto Guido Guerrieri. Sono rapidamente seguite altre tre avventure sempre edite da Sellerio (2003, 2006, 2010), poi più scadenzate altre due per Einaudi (2014 e 2019). Negli ultimi 15 anni vi sono stati anche altri nove romanzi, racconti lunghi, saggi sulle parole e la scrittura, sugli interrogatori e l’investigazione, sceneggiature, drammaturgie; una ricerca appropriata dei termini da usare o togliere, uno stile denso e chiaro. Ora siamo tornati da Guerrieri a Guerrieri, il sesto romanzo della serie è un atteso ottimo ritorno. La narrazione è ancora in prima persona: il nitido competente senso del diritto sia dell’autore che del protagonista non hanno nulla di assolutamente certo o giusto. Sono un modo di stare al mondo, non l’unica e diritta via. Le testimonianze inconsapevoli, gli occhi chiusi, i ragionevoli dubbi, le provvisorie perfezioni (e le inevitabili imperfezioni), equilibri e squilibri, le spiegazioni accettabili e le plurime versioni delle mutevoli verità sono parte della realtà, una realtà che ha sempre una variabile in più rispetto alle previsioni normative, alla pubblica amministrazione, all’esercizio della giuris-prudenza, come pure rispetto alle diverse funzioni dell’accusa e della difesa, entrambe interpretabili bene e male, comunque finalizzate a un giudizio equo. Guerrieri è cambiato; i suoi pensieri mentre lavora risultano maturi, colti; ha smesso di fumare, cucina ancor meglio e si apre un gran vino (Cacc’e Mmitte di Lucera). Emerge così di continuo una riflessione sul tempo (accelera con l’età?, lo stupore diventa un antidoto? l’invecchiamento è lineare?), da cui il titolo. Il minuzioso racconto processuale (splendidi interrogatori compresi, saggiamente limitati, oltre a una significativa avvocatesca lezione ai giovani magistrati in tirocinio) si alterna con la memoria dettagliata dei mesi della relazione di 27 anni prima fra l’appena laureato Guido e la bella ragazza che cantava Neil Young a una festa, facendosi poi lei avanti (con un talento naturale per le fallacie). Gli avvocati che hanno finito di parlare in un processo delicato sono come gli scrittori che hanno terminato un libro: bisognosi di conferme. Confermato: Guerrieri e Fenoglio si stimano (a pag. 29) e Carofiglio ha realizzato un gran bel romanzo, si è divertito a scrivere e ci consente una straordinaria coinvolgente goduria. Da leggere!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il gatto striato miagola tre volte (Le brevi di Valerio 321)

Alan Bradley
Il gatto striato miagola tre volte
Sellerio, 2019 (orig. 2016)
Traduzione di Alfonso Geraci

Toronto. Inverno 1951. Flavia, 12enne di nobili origini, occhi azzurri, udito sopraffino, talento chimico, è tornata (dal Canada) nella casa inglese (Bishop’s Lacey, antiche magione e tenuta di Buckshaw, fittizi). Riprende a girare con Gladys, la bicicletta. Il babbo, colonnello con baffetti, filatelico collezionista di francobolli in ristrettezze finanziarie, è ricoverato, e le odiose sorelle Ophelia Feely 18enne e Daphne Daffy 14enne, non hanno certo la sua incontenibile curiosità. Flavia ha appena ereditato molto dalla madre e scopre l’ennesimo cadavere: l’anziano falegname Sambridge è stato ucciso a imitazione dell’uomo vitruviano di Leonardo, appeso a testa in giù, arti a formare una X. Questa volta dovrà studiare libri ed editoria per scoprire il colpevole. Sempre godibile la serie iniziata nel 2009 dallo scrittore canadese esperto d’ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è il nono, Il gatto striato miagola tre volte, come sempre in prima persona.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Milano rovente

Alessandro Bastasi
Milano rovente. L’estate feroce del commissario Ferrazza
Fratelli Frilli, 2019

Tornano in scena il commissario Ferrazza e l’ispettore Ceolin detto ‘Ndemo tosi, stavolta in veste di poco più che testimoni. In pratica sono stati ufficialmente estromessi da un caso, una storia torbida, ambigua che li coinvolge e li bastona perché vede sotto accusa uno dei ragazzi della loro squadra. E perché il caso è in mano ai loro amici/nemici, i carabinieri, che, dopo essersi leccati le ferite per il colpo basso ricevuto da Ferrazza e i suoi, hanno il dente avvelenato nei loro confronti (la difficile e pericolosa inchiesta di Ferrazza aveva portato all’incriminazione di elementi dell’Arma stessa nel caso del precedente romanzo Notturno metropolitano). Adesso un facoltoso imprenditore, Enea Bentivoglio, uomo dal passato di faccendiere, viene trovato cadavere in un boschetto di Rogoredo, noto alla polizia come fiorente mercato di smercio di droga e quindi di ritrovo per tossicodipendenti. Salterà presto fuori che Bentivoglio ha condotto per anni remunerativi e poco puliti affari con l’Unione Sovietica ai tempi di Gorbacev e, nel turbolento momento della successione, è riuscito a tagliare la corda da Mosca appena in tempo per evitare condanne e prigione. Con i proventi della sua illecita attività oggi, poco più che sessantenne, è titolare di una fiorente azienda addetta al riciclo di rifiuti. Del suo omicidio viene accusato Vittorio Gugliaro, agente della Polizia giudiziaria in forza al commissariato dello stesso Ferrazza. La pistola che ha ucciso Bentivoglio è sua, la prova del guanto di paraffina dimostra che il poliziotto ha sparato e la delega per le indagini viene assegnata al capitano dei carabinieri Francesco Calabrese. Vittorio Gugliaro, ritrovato sul luogo a terra, incosciente e massacrato a sprangate, nega tuttavia ogni addebito. Si era recato a Rogoredo per ritrovare Sara, la ragazza che ama, una ex drogata che negli ultimi giorni sembrava essere ricaduta nelle grinfie degli spacciatori. Ma la sua posizione è molto difficile e pesante da chiarire. Per Calabrese e i media, Gugliaro è il perfetto colpevole: era andato a Rogoredo per vendicare la fidanzata. Ma Ferrazza e Ceolin credono invece che Gugliaro sia estraneo al delitto. Qualcuno ha voluto incastrarlo e la sua unica grave colpa è essersi recato sul posto con l’arma di ordinanza. Costretti da ordini superiori a tenersi ufficialmente fuori dai giochi, Ferrazza sollecita per sé le ferie e si attiva in un’indagine parallela coadiuvato dall’ispettore Ceolin e dal detective privato ed ex carabiniere Romano Montanari, loro debitore per averlo tirato fuori da guai seri. Un trio che dovrà muoversi con le pinze, indagando ciascuno per suo conto, cercando di evitare ostacoli e trabocchetti messi sulla loro strada da quella sporca storia e soprattutto di non pestare i piedi al capitano Calabrese. Nell’indagare, approfondendo ogni possibile pista, i tre detective per amicizia si imbatteranno in una brutta storia di traffici illeciti di rifiuti, con stretti legami a larghi flussi internazionali di stupefacenti, in cui sono coinvolti Manlio Tripodi, ufficialmente stimato imprenditore ma in realtà legato a filo stretto con la ‘ndrangheta e una misteriosa russa, Julia Litvinova, vecchia conoscenza di Bentivoglio dei tempi d’oro a Mosca, arrivata da pochi mesi in Italia con il figlio Ivan. In appoggio alle ricerche si unirà di nascosto anche il maresciallo dei carabinieri Iginio “Joe” Callegari, convinto dell’innocenza di Vittorio Gugliaro. Sarà un’indagine difficile, faticosa, complessa e condotta sul filo del rasoio. Un’indagine che dovrà fronteggiare ostacoli, colpi di scena e inattese verità da portare avanti in una accecante Milano agostana bagnata da un torrido caldo tropicale che annebbia ogni facoltà. In una Milano che a ogni passo mostra il rovescio della medaglia dello sfolgorio delle luci, il suo lato oscuro, il peggiore, e che rivela il progressivo scivolare verso il male. Una Milano che giorno dopo giorno comincia ad assomigliare sempre più a un mostruoso girone infernale. Come se non bastasse, il trio Ferrazza, Ceolin e Montanari dovrà anche dribblare gli insormontabili paletti messi dagli agenti dei Servizi. Cosa c’è dietro a tutta la storia?
Un caso duro e talmente coinvolgente che rischia di alterare il bellissimo rapporto tra Daniele Ferrazza e la sua compagna, l’anchor woman della TV Laura Barbieri, portandoli a un passo dalla rottura. Una ingiusta rottura che rischierebbe di privare Ferrazza anche dell’affetto e del tepore di una famiglia. Qualcosa per lui sconosciuto finora, con il suo perenne randagismo e menefreghismo da uomo solitario, ma che potrebbe finalmente ancorarlo a nuove importanti certezze di vita.

Si può definire Milano rovente un giallo di polso ma anche un noir di denuncia, con un’indagine che sviscera a fondo tanti aspetti belli e brutti del mondo nel quale viviamo. Ma siamo in grado di dare delle risposte almeno a qualcuna delle giuste domande che pone?

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. Il suo primo romanzo La fossa comune, pubblicato nel 2008, è ambientato nella capitale russa. In seguito ha pubblicato i romanzi La gabbia criminale (2010), Città contro (2012), La scelta di Lazzaro (2014), Era la Milano da bere (2016), Morte a San Siro (2017) e Notturno metropolitano (2018), gli ultimi tre con Fratelli Frilli Editori. Suoi racconti sono presenti in varie antologie e siti letterari.

Il paradosso della bontà (Le varie di Valerio 105)

Richard Wrangham
Il paradosso della bontà. La strana relazione tra convivenza e violenza nell’evoluzione umana
Bollati Boringhieri Torino, 2019
Scienza

Terra. Da centinaia e decine di migliaia di anni. In tutto il mondo gli esseri umani sembrano possedere la stessa propensione sia alla generosa virtù che alla perfida violenza, una combinazione paradossale di altruismo ed egoismo. Tradizionalmente esistono due spiegazioni: l’elemento innato sarebbe la docile tolleranza ma poi la vita sociale corrompe; l’elemento innato sarebbe l’aggressiva cattiveria ma poi cerchiamo di migliorarci, dovendo convivere. Entrambe risultano parzialmente giuste e parzialmente sbagliate. Per capire meglio il mix comportamentale può essere utile ricordare che la selezione naturale favorisce un’ampia gamma di inclinazioni e studiare quali e come si sono affermate fra gli altri animali, soprattutto fra uccelli e mammiferi, ancor più fra i primati come noi; in particolare, è sorprendente e significativo che bonobo e scimpanzé mostrino opposte prevalenze. Da indagini interdisciplinari comparate è così emersa un’essenziale distinzione fra due differenti tipi di comportamenti aggressivi violenti, intesi come gamma complessa di abilità biologiche ed emozioni: quelli reattivi (a caldo, difensivi, impulsivi, rabbiosi, affettivi) e quelli proattivi (a freddo, offensivi, premeditati, mirati, bellici). Noi sapiens abbiamo evoluto un valore ridotto dei primi ed elevato dei secondi. Differiscono non solo per spiegazione e frequenza, ma anche per il modo in cui sono visti dall’opinione pubblica e dalla legge (per esempio come colpa o dolo). Entrambe le aggressività, poi, ebbero una svolta fondamentale con lo sviluppo sapiente del linguaggio articolato e simbolico.

Il famoso primatologo inglese Robert Walter Wrangham (1948), docente di Antropologia Biologica all’Università di Harvard, pubblica un libro sull’ampiezza dello spettro morale nell’evoluzione del genere umano. Nel primo capitolo documenta le differenze comportamentali tra specie umane, scimpanzé e bonobo: l’aggressività si è evoluta in modo diverso in ciascuna specie. Nel secondo individua la domanda chiave: perché abbiamo la virtù di una scarsa aggressività reattiva e il vizio di una notevole aggressività proattiva? Seguono una decina di approfonditi capitoli: le somiglianze tra animali domestici ed esseri umani (forse anche noi una versione addomesticata di un antico progenitore); i nessi tra l’insorgenza di nuovi caratteri fisici e di alcune modifiche comportamentali mansuete, di riduzione dell’aggressività reattiva; il caso dei bonobo come specie autodomesticata; il possibile caso dei sapiens come originariamente (da 300.000 anni) già contrassegnati da una sindrome da domesticazione; la differente evoluzione connessa a come si è impedito agli individui maschi alfa (“naturalmente” aggressivi) di dominare sempre e comunque sugli altri (grazie alle femmine o ad altri accorgimenti sociali); l’impiego della pena capitale nelle società umane (su media o ampia scala), ovvero l’esecuzione come pressione selettiva per costringere i dominanti a conformarsi alle norme della convivenza di gruppo; la comparazione fra due differenti specie umane come neanderthal e sapiens; il ruolo della morale e delle connesse critica e reputazione; la complementarietà dell’evoluzione verso l’aumento dell’aggressività proattiva e di società gerarchiche e dispotiche; la guerra e le guerre rispetto a tutto ciò. La conclusione ritorna appunto sul paradosso del binomio umano bontà-cattiveria, da cui il titolo. La natura umana è una chimera, la combinazione di tendenze contrapposte. La sfida più difficile è la capacità sociale coalizionaria, ridurre la nostra capacità di compiere la violenza organizzata; anche per questo Wrangham, pur consapevole di alcuni benefici che la pena capitale portò in un lontano passato, si schiera da tempo e nettamente per la sua attuale illegittimità e inutilità. Completano il volume ricche note, ampissima bibliografia, discreto indice analitico.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Bassa marea (Le brevi di Valerio 320)

Enrico Franceschini
Bassa marea
Rizzoli Milano, 2019
Giallo

Borgomarina (Romagna). Primavera 2019. Il sessantenne Andrea Muratori detto Mura è un inviato speciale di politica internazionale in pensione anticipata (imposta dal giornale). Originario di Bologna, dopo una vita in giro per il pianeta, si è trasferito nel luogo delle sue villeggiature estive, infantili e paterne, sul mare lungo e piatto del divertimentificio di massa. Due ex mogli (americana e russa) con alimenti, un figlio futuro avvocato londinese (ancora parzialmente a carico), una scopamica giramondo. Ha pochi risparmi, vive in un capanno, legge molto, corre all’alba, pesca con la rete, gioca a basket insieme a tre cari amici dai tempi di scuola. Una mattina trova una magnifica ragazza quasi morta, Sasha. Ci sono clan di calabresi e cinesi con le moto anche lì, oltre ad altra varia criminalità. Dopo risse, sparatorie, attentati, cinture di castità e botte forse tornano Cate e la Bassa marea nel gradevole romanzo del noto bravo giornalista Enrico Franceschini (Bologna, 1956).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Cospirazione Medici

Barbara Frale
Cospirazione Medici
Newton Compton, 2019

A Firenze, domenica 26 aprile 1478, durante una funzione in Santa Maria del Fiore celebrata dal diciassettenne cardinale Riario, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini Baroncelli uccisero Giuliano de’ Medici e cercarono di fare lo stesso con Lorenzo. Non era la prima volta che i congiurati si preparavano a tentare il colpaccio di quella che i posteri definirono La congiura dei Pazzi. Il giorno prima, infatti, sabato 25, avevano premeditato di far servire cibi avvelenati ai due fratelli, in occasione di un ricevimento a Villa Medici di Fiesole per festeggiare la recentissima nomina cardinalizia di Raffaele Riario. Ma l’assenza di Giuliano, ammalato, fece saltare il piano. Che fu rimandato al pranzo di domenica, dopo la Messa solenne in Duomo. Giuliano, non ancora ristabilito, fece sapere che prevedeva di intervenire alla messa, ma non al pranzo… non potendo rimandare ancora, i cospiratori decisero di uccidere i due fratelli nel duomo, durante la funzione. A quel punto, però, Montesecco, l’assassino precettato dai Pazzi, rifiutò di colpire a morte su suolo consacrato e la patata bollente di uccidere Lorenzo passò a Stefano da Bagnone e Antonio Maffei da Volterra, poco esperti d’armi. Per essere sicuri della presenza del malaticcio Giuliano, Bernardo Bandini e Francesco de’ Pazzi andarono a prenderlo. E tra Palazzo Medici e Santa Maria del Fiore (cento metri neppure), abbracciarono Giuliano per controllare che non portasse una cotta di ferro sotto le vesti. Quel giorno poi Giuliano non portava neppure la spada… Arrivarono in Duomo a Messa già iniziata. All’elevazione, mentre tutti erano inginocchiati con il capo chino in preghiera, si scatenò il massacro: Bernardo Bandini e Francesco Pazzi si avventarono furiosamente su Giuliano con i pugnali e continuarono a colpirlo anche quando ormai era a terra, morto in una pozza di sangue. Lorenzo, invece, ferito solo leggermente, coperto dagli amici (Francesco Nori sacrificò la sua vita per lui) riuscì a sfuggire agli attentatori chiudendosi in Sagrestia. L’attentato riuscito a metà scatenò un bagno di sangue. La vendetta di Lorenzo, appoggiato dai fiorentini, che si strinsero attorno ai Medici, fu spietata. I congiurati, braccati dal popolo, furono catturati, linciati, torturati, impiccati e i loro corpi smembrati e gettati in Arno. Tutti i componenti della famiglia Pazzi furono banditi da Firenze. Da quel giorno si cancellò anche il loro nome sui documenti ufficiali e tutti gli stemmi della famiglia vennero smantellati. La città, che la grandezza medicea aveva esaltato come splendida culla del Rinascimento, per lunghe settimane vide solo colare sangue per le strade.
Oppresso dal dolore e dal rimorso, Lorenzo de’ Medici è costretto a interrogarsi sul perché, le cause e i mandanti di quell’orrendo delitto. Perché solo Giuliano è morto? Certo i congiurati volevano decapitare la famiglia Medici, e lui deve la salvezza a un colpo di fortuna o all’imperizia dei suoi mancati uccisori, ma in fin dei conti i Pazzi hanno colpito Giuliano e solo lui è morto. Quali colpe aveva commesso? Lorenzo era il primogenito, Giuliano aveva vissuto sempre in secondo piano, più una pedina da giocare nei piani curiali, matrimoniali ed economici della famiglia che un vero capo. Ma la falce del destino ha colpito cieca e implacabile. Lorenzo non può fare a meno di colpevolizzarsi, rammentando i minacciosi avvertimenti trascurati, gli attacchi verbali in comune, le torve espressioni dei nemici assassini: Francesco Salviati, roso dall’astio; Jacopo de’ Pazzi, assetato di vendetta; Antonio Maffei da Volterra, spinto da odio viscerale e istinto di rivalsa nei suoi confronti. Ma dietro di loro quante altre invidie e quanti turpi inganni. Misteriose e influenti figure guidate dall’alto che miravano alla distruzione della potenza Medici. Ma avrebbe potuto esserci altro dietro la morte del fratello? Una causa incidentale? Una pericolosa passione amorosa avrebbe potuto provocare la sua tragica sorte?

Barbara Frale, che dopo In nome dei Medici torna a scrivere della celebre famiglia fiorentina, sposa questa versione. Azzardata, non comprovata ma certo plausibile e succulenta da raccontare. La Frale si focalizza sul carattere di Giuliano, forse in preda alla frustrazione per aver dovuto vivere sotto la protettiva ombra del fratello e della famiglia tutta. Sviscerato e analizzato a fondo, a livello umano: Giuliano, dopo aver perso Simonetta Vespucci, l’amore della sua vita, morta di tisi a ventitré anni, si sarebbe perdutamente invaghito della cugina Semiramide Appiani, che le assomigliava. Dimentico dell’amante Fioretta Gorini che stava per dargli un figlio (il futuro Clemente VII), la voleva a ogni costo. Prima di morire, Giuliano stava per sposarla e la ragazza gli avrebbe portato una cospicua dote, fatta anche di ambite miniere di allume… Barbara Frale insiste in questa chiave di lettura, raccontando in dettaglio una travagliata serie di eventi che portano al sanguinoso epilogo. Si avvale di una accurata ricostruzione ambientale, descrivendo intrighi di palazzo, giochi, tornei, sfarzose corti, complotti clandestini, subdole tenzoni spose del tradimento. Un pizzico di esoterismo non guasta mai e rende ancor più fumosa l’atmosfera. Ma il recensore deve dire la sua: la tesi di Barbara Frale è suggestiva, ma noi sappiamo che il potere è una belva feroce e crudele che convoglia a sé, come una calamita, i peggiori istinti umani e il potere dei Medici faceva gola a molti. L’amore invece, anche se prevaricatore, ossessivo e crudele è in grado sì di far molto male ma non potrebbe bastare da solo a scatenare un crudele eccidio che mirasse a impadronirsi di una stato e governarlo.

Barbara Frale è una nota storica del Medioevo. Autrice di varie monografie, ha partecipato a trasmissioni televisive e documentari storici. Ha curato la consulenza storica per la serie I Medici. Masters of Florence in onda sulla RAI ed è autrice, insieme a Franco Cardini, del saggio La Congiura, sui Pazzi. La Newton Compton ha pubblicato con successo I sotterranei di Notre-Dame, In nome dei Medici. Il romanzo di Lorenzo il Magnifico, Cospirazione Medici e il saggio I grandi imperi del Medioevo.