Da molto lontano (Le gialle di Valerio 189)

Roberto Costantini
Da molto lontano
Marsilio, 2018
Noir

Roma e Ravello. Luglio 1990 e gennaio 2018. Dopo la vittoria in Spagna e l’eliminazione agli ottavi in Messico, l’Italia (penultima vincitrice) ospita la quattordicesima edizione dei mondiali di calcio, qualificandosi bene per le semifinali con l’Argentina (ultima vincitrice, Maradona giocava col Napoli). Michele Mike Balistreri, moro e muscoloso commissario alla Terza sezione (Omicidi) della Squadra Mobile, sta per compiere 40 anni e continua ad avere solo rabbia e odio come motori della vita, esaltato e spietato, straniero ovunque. Il fido ispettore Capuzzo lo chiama domenica primo luglio e gli impone subito di inforcare il Duetto, assonnato e scarmigliato come si trova. Il magistrato leghista Mirko Locatelli sembra preoccupato per la lettera anonima giunta al Messaggero il giorno prima, come riportato quella mattina da un articolo (con occhiello in prima): potrebbe essere scomparso il 22enne Umberto Petruzzi, ostico riservato testardo e bellissimo figlio del potentissimo ricchissimo Prospero. Devono andare insieme presso l’immensa tenuta collinare del padre, ville statue colonne piscina cinema giochi giardini rimesse parcheggi. Vien detto loro di non preoccuparsi proprio. Conoscono anche la figlia Elide, ingegnere e sorellastra maggiore del ragazzo, si sta allenando nel tiro al piattello, spiega che l’avvocato factotum Annibaldi ha ipotizzato una fuga con una nuova fiamma, mentre lei è più convinta di un improvviso interesse culturale, niente di che. Indagano, capiscono che ci sono sotto loschi affari, anche la camorra; s’impicciano e rischiano finché poi la malvagia situazione precipita e trova parziale formale conclusione. Il cattivo presunto colpevole esce dal carcere a Natale 2017, il caso si riapre, ora Prospero è senatore, Mirko al CSM. Mike ha quasi settant’anni, da sei in pensione, abbastanza sereno con Bianca, Linda e i suoi ex agenti, pur con vuoti di memoria e sensi di colpa.

Il consulente aziendale e dirigente Luiss Roberto Costantini (Tripoli, 1952) continua a narrare con maestria l’avvincente saga noir di Balistreri, due piani temporali (con soluzioni connesse) per ogni avventura gialla, questo è il sesto romanzo, in prima persona come al solito la prima parte (sul passato), in innovativa terza varia la seconda parte (sul presente). I suoi romanzi sono professionali opere d’alta ingegneria: un complesso sofisticato castello abitato da una quindicina di personaggi in rete, con innumerevoli stanze corridoi anfratti e stanze segrete, dialoghi intenzioni retropensieri e incroci inaspettati, ove sesso e crimine la fanno da padroni. L’unico vero poliziotto sembra Capuzzo, pure alle prese con primi cellulari e computer portatili. In copertina la significativa terrazza di Ravello, a picco sull’acqua. Il fulcro narrativo ed emotivo è Balistreri, una straordinaria cupa capacità di fare introspezione e connessioni, insieme al permanente successo con le donne, in quei giorni dell’estate 1990 apparentemente ne sedusse almeno quattro, perlopiù false e furbe: Silvana Beldon e Clara, rispettivamente bella compita assistente e mite moglie del magistrato; Francesca Cruciani, magnifica esuberante sorella della fidanzata di Umberto; la stessa Elide, piccola e allenata, leggermente strabica e molto dominatrice, maschiaccio che si eccita solo con sangue e dolore. L’amico Angelo Dioguardi una volta gli disse: “in certi casi o ti uccidi o riesci a guardare te stesso da molto lontano, dimostrando ogni giorno di essere meglio di ciò che eri…” (da cui il titolo). Chiacchierando col boss Sabatino Merola allo stadio, Mike osserva la meraviglia di Maradona nel palleggio. Quando trova i primi morti sulla barca, lo stordiscono e in ospedale la dottoressa gli consiglia di leggere Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (1985); anche Silvana lo aveva da parte; pur se lui resta sempre ossessionato dalle ultime pagine di L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera (1984). Vino rosso argentino (Clara) o brunello (le due sempiterne innamorate)? Mike ascolterebbe di continuo Cohen, Elide invece Rachmaninov suonato al piano da Yuja Wang, tutti gli altri le musiche delle notti magiche del tempo, da Madonna a Bennato; e qualcuno ora balla pure la zumba.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Exit (Le brevi di Valerio 255)

Alicia GiménezBartlett
Exit

Sellerio, 2019 (originale del 1984)
Traduzione di Maria Nicola

Una villa nel giardino lussureggiante di bassi alberelli da frutto. Con-fine vita. Il dottor Eugenius Berset accoglie fra gli ospiti due giovani donne, Pamela e Clarissa. Anche loro hanno presentato il certificato psichiatrico e hanno provveduto a chiudere le pendenze e incombenze nel mondo, lasciando in perfetto ordine tutto e tutti. La psicologa infermiera Matea prepara pasti squisiti, ospitanti e ospiti diventano conoscenti intimi: condividono banchetti, passeggiate, escursioni, chiacchiere, giochi, passioni. Ciascuno sta cercando d’inventarsi un’uscita d’emergenza (da cui il titolo).
Ottima prima prova per una magnifica autrice. Dopo la laurea in letteratura, la scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 10 giugno 1951) pubblicò il suo primo romanzo a 32 anni, Exit (1984). Fu poi edito in Italia da Sellerio nel 2012 (e riedito ora), solo dopo il grande successo della famosissima serie di Petra Delicado (dodici opere e vari racconti 1996-2017) e di altri bei romanzi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ragione da vendere (Le gialle di Valerio 188)

Enrico Pandiani
Ragione da vendere
Rizzoli, 2019
Hard-boiled

Parigi. 24 agosto – 2 settembre 2018. Il commissario Jean Pierre Mordenti con la compagna Tristane sono a cena (magrebina) dal collega Alain Servandoni e dalla moglie Karima, nel nono (square Montholon). Mentre ancora gozzovigliano e chiacchierano in piena notte (fra venerdì e sabato), dalla finestra aperta del balcone sentono una frenata, un cozzo, un colpo e altre detonazioni. Non è solo un incidente d’auto, si affacciano e una raffica di mitra colpisce sopra le loro teste, sono stati un uomo e una donna orientali che stavano spostando una ragazza bruna e una cassa da un furgone a una Škoda. Scendono con le armi in pugno, è restato lì solo il cadavere di un cittadino inglese, il 52enne George Stubbs, operatore della Mayfair Brokers Co. di Londra. Arrivano poliziotti di ogni ordine e grado, la squadra-famiglia guidata da Pierre cerca di individuare colpevoli e movente. Incontrano la moglie della vittima che non sembra molto interessata, non perde tempo a riconoscere la salma, fa strani ammiccamenti di sesso e truffa, scompare. Incontrano l’agente di Scotland Yard che, pure lui, scoprono non essere in servizio, implicato in un grosso affare di ricettazione di un bene archeologico di inestimabile valore, una specie di Falcone Maltese. E questi sono solo gli inglesi! Poi ci sono di mezzo vietnamiti e cinesi, collezionisti e ricettatori, bande criminali e doppiogiochisti, vari servizi segreti. Si fa viva pure un’investigatrice privata italiana, Zara Bosdaves, capelli biondi e occhi grigio-verdi, alta snella avvenente, circa 40enne, ottime tecniche di aikido e scasso. E il direttore massimo, il patron uomo di sasso Patrick Le Normand (padre di Tristane e nonno di Ben) è preoccupato che questa volta les italiens (come li chiamano alla Crim) non ce la facciano a venire a capo del caso o, almeno, a uscirne vivi con salvi i loro affetti (ben coinvolti).

Il bravo grafico editoriale, illustratore e sceneggiatore (infografico del quotidiano La Stampa) Enrico Pandiani (Torino, 1956) ha pubblicato il primo romanzo dieci anni fa, iniziando la serie dedicata al generoso arrembante Pierre e al gruppo di agenti capitani comandanti parigini di origine italiana, giunta al settimo romanzo. Nel 2012 ha preso poi avvio la serie di Zara, ex poliziotta nel nord-est, ora “private eye” torinese, giunta alla quarta avventura, se così si può dire. Infatti, qui i suoi due principali protagonisti s’incontrano, si scontrano, s’aiutano e si piacciono, pensano di avere un passato in comune. Ognuno dei trenta capitoli ha come titolo la frase con cui finirà. Narra Pierre, in prima persona al passato, erede del duro padre morto in servizio della compagnia motociclisti e memore della madre tornata a vivere in patria (nostra). Bisogna capire attorno a cosa ruota la giostra di opere d’arte, femmes fatales, sbirri britannici, tagliagole cinesi, ma tutto avviene di corsa, in clima hard-boiled: smitragliate, colpi d’accetta, mosse marziali, fucilate d’assalto, scazzottate a ripetizione, con intermezzi sentimentali e minima introspezione (intensa solo per il protagonista). Funziona: non c’è un attimo di tregua emotiva, una mano lava l’altra! Interessante la vicenda del monumentale esercito di terracotta di Xi’an. Fra l’altro, è in corso il discusso perturbante trasferimento della Gendarmérie dall’arca di Noè in centro al Bastione di vetro e metallo in periferia, dal mitico 36, Quai des Orfévres, nell’Île de la Cité, a pochi passi da Notre-Dame (il più famoso commissariato della storia del cinema e della letteratura mondiale), al ribadito 36, rue du Bastion, per raggruppare a Batignolles tutti i reparti e i 1.700 funzionari finora sparsi. I vini sono francesi, scelti sempre da Pierre: il franco-algerino Coteaux de Mascara nella sanguigna bettola di Poissy, Gaillac Les Gravels domaine Rotier per Zara fuori, “spumante” Vouvray per Zara e inglesi a casa, il rosso Gamay con Zara e Tristane. La musica è quella che si ascolta per radio in auto, come capita, dagli Animals agli Heartless Bastards.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… L’essenza della colpa

Novelli&Zarini
L’essenza della colpa
Fratelli Frilli, 2018

L’essenza della colpa è il terzo capitolo della trilogia, targata Novelli&Zarini, di cui è protagonista Michele Astengo. Gli anni passano anche per lui e i fili bianchi nella barba aumentano.
Ex poliziotto ed ex marito, riciclatosi dignitosamente in investigatore privato, gode di un ufficio di rappresentanza nel palazzo Doria Danovaro, ereditato alla morte di un generoso vecchio zio senza discendenti diretti. Palazzo avito, sede di prestigio ma per il resto cinghia stretta. Astengo condivide l’ufficio, arredato in puro stile Ikea ma dominato da fastosi stucchi d’epoca, con la bella Dalia, braccio destro e segretaria. Rapporto così così, diciamo burrascoso, certo non migliorato dal recente dono di compleanno fatto da Astengo a Dalia: una scatola di cioccolatini scaduti. Lei insiste eroicamente, vorrebbe riuscire a sgretolare la dura scorza del capo, magari alleggerire la sua solitudine, imbastire una relazione, ma lui giorno dopo giorno la respinge senza pietà. Preferisce vivacchiare. Si barcamena seguendo coppie fedifraghe e accettando l’incarico di ansiosi parenti che tentano di riportare sulla retta strada qualche pecora nera, o grigia, di buona famiglia. Incarichi di poco succo, non da cardiopalma, casi banali, poco gravosi, in realtà spesso noiosi e malpagati, ma che servono lo stesso in qualche modo a far quadrare il suo risicato bilancio. Vedi anche: piccoli giochi di ricatto, qualche controversia economica da appianare per il meglio. Insomma calma quasi piatta per una vita volutamente priva di inutili complicazioni, anche quelle, le più rischiose, di cuore.
Ma una telefonata sta per dare una sterzata violenta alla sua pigra e svogliata esistenza perché chi chiama, Arcangelo Argentero, è un possibile cliente che conta, qualcuno a cui è bene rispondere, dire sissignore e magari accettare educatamente il suo cortese invito. Arcangelo Argentero è un naso: tradotto per chi non sa, il più formidabile artefice e produttore di profumi, non a suo nome ma per conto terzi. Tutte le fashion più famose si servono del suo istinto quasi sovrannaturale di creatore. Per il resto di lui si sa poco, la discrezione pare sia tra le sue qualità, e per provare a inquadrarlo un tantino, prima di incontrarlo a tu per tu, Astengo è costretto a fare le capriole. Anche il magnifico palazzo storico di proprietà, in cui Argentero risiede, è un simbolo della sua riservatezza. Nessun nome, uno splendido appartamento all’attico e una cortese persona di servizio che lo introduce e l’accompagna dal padrone, un distinto signore di circa ottanta anni, vestito con raffinatezza, chioma bianca curatissimo ma con tutta evidenza non in perfetta salute.
Arcangelo Argentero ha chiamato Astengo perché vuole il suo aiuto. Un’indagine non ordinaria. L’incarico anche se un po’ strano, in realtà non ha niente di anormale, pare comprensibile, a conti fatti umano. Chiarire dei dubbi: Astengo ci riflette poi, con un certo distacco, accetta, comincia ad approfondire, ad alzare le antenne che segnalano rosso e allora la faccenda si complica. Ma ha fatto una promessa e il suo maledetto senso dell’onore è un gravoso fardello.
E così il nostro si trova proiettato in un’indagine, sul filo del rasoio, con una storia legata al florido impero familiare, che a conti fatti magari non è più tanto florido né tanto familiare. Una strana famiglia, un padre molto ingombrante, due fratelli molto diversi, uno impegnato, l’altro immaginifico, e una madre che vive in una clinica di lusso per pazienti depressi. Michele Astengo va a frugare nei pasticci degli Argentero e finisce con il trovarsi nel bel mezzo di un gioco più grande di lui, preso di mira, coinvolto in un qualcosa di talmente pericoloso da rischiare vita.
La sua lente mette a fuoco morti sospette, sotto l’egida di poteri forti. Ma Astengo si sente punto nell’orgoglio. Deve sbrogliare il caso e, sfidando il pericolo, va dritto per la sua strada. E meno male che mantiene ancora rapporti di collaborazione con i vecchi colleghi. Quelli tosti che si affannano ogni giorni per strada alle prese con casi sempre più complicati da affrontare, quindi ha ancora qualche “santo” nella polizia. Ambientazione principale è Genova. Una breve puntata napoletana serve solo a regalare un brivido in più alla narrazione, mentre la Genova di Astengo, bella, intensa, affascinante e colorita quanto basta, se aggredita può assumere le torbide sfumature della paura.
Personaggio emblematico nella narrazione è il “cinese”, il dirimpettaio che ogni giorno vede attraverso la finestra del suo ufficio. Astengo non sa quale sia la sua occupazione, vorrebbe a ogni costo trovargli una connotazione precisa: vede un manager circondato da materiali elettronici, sempre incollato agli schermi dei suoi computer (un hacker?), un uomo che segue ritmi lavorativi paragonabili a quelli di un incrollabile robot. Pensa che niente e nessuno probabilmente potrebbe riuscire a distoglierlo dal suo lavoro. Una scelta di mentalità e di vita agli antipodi da tutte quelle fatte da Michele Astengo…

Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini dopo Acque torbide e La superba illusione ritornano con il terzo episodio dedicato al detective Michele Astengo. Novelli&Zarini hanno scritto tre romanzi di grande successo per Marsilio: Soluzione finale (2005), Per esclusione (2008), pubblicato anche ne Il Giallo Mondadori e Il paziente zero (2011). Hanno pubblicato per Feltrinelli la trilogia Manticora (2015), per Araba Fenice l’antologia Gli insoliti casi del professor Augusto Salbertrand (2013), editata in Germania per Chichili. Molti i racconti per innumerevoli antologie tra cui: Anime nere reloaded -(Oscar Mondadori), Medicina Oscura (Giallo Mondadori), Bad Prisma (Mondadori), Nero Liguria (Perrone), Ribelli (Robin), Genova criminale (Novecento), Una finestra sul noir (Fratelli Frilli Editori). Tra gli ultimi lavori, la partecipazione alla saga spin-off di The Tube (creata da Franco Forte), The Tube Nomads ideata da Alan D. Altieri, considerata dagli appassionati del genere il The Walking Dead letterario in digitale, con l’episodio Shockwave, per Delos Books. Per saperne di più sui loro lavori: www.novellizarini.it

I bambini ci guardano (Le brevi di Valerio 254)

Franco Lorenzoni
I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento
Sellerio, 2019
Scuola

Elementari. Missioni storiche. Franco Lorenzoni (Roma, 1953) da quarant’anni è un magnifico maestro elementare. Per promuovere campi scuola rivolti ad allievi di ogni età e laboratori di formazione su temi ecologici, scientifici, interculturali e di inclusione nel 1980 fondò la casa-laboratorio di Cenci, un centro di ricerca e sperimentazione nella campagna di Amelia, in Umbria.
Fin dall’inizio, ringraziando sempre bambine e bambini veri protagonisti, sulle sue esperienze pubblica cronache, saggi, articoli e libri: I bambini ci guardano è l’ultimo.
Dal 2013 al 2018 ha insegnato matematica, storia, arte, scienze e movimento nella piccolissima Giove, in provincia di Terni, sulla valle del Tevere, e ha raccolto dinamiche didattiche, pensieri e dialoghi sulle migrazioni (“Il Mediterraneo è la spaccatura di Giotto”) e su altri grandi temi, come guerra-pace, violenza-non violenza, maschile-femminile, valorizzando intuizioni, connessioni e ragionamenti dei piccoli, indispensabili a tutti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La misura dell’uomo (Le gialle di Valerio 187)

Marco Malvaldi
La misura dell’uomo
Giunti, 2018
Noir storico

Milano. Ottobre 1493. Quando ha 41 anni, Messer Leonardo di ser Piero da Vinci (Toscana 1452 – Loira 1519) si trova nella ricca popolosa città lombarda (già dal 1482), ai servigi del quasi coetaneo (pochi mesi più giovane) Ludovico Maria Sforza detto il Moro (1452-1508). Vive nei locali attigui alla bottega con la madre Caterina e il giovane Gian Giacomo Caprotti detto il Salai, garzone trattato con indulgenza nonostante sia ladro e bugiardo. Ha un volto strano, maschio più che bello, con lunghi capelli biondi e ciocche grigie, barba folta, occhi dolci; sembra distratto, studia movenze animali ed espressioni facciali; non mangia carne e pare non si accompagni (carnalmente) a donne. Vestito spesso di rosa, fa genialmente di tutto e di più alla corte del potente signore (studi, progetti, decorazioni, pitture, musiche, ingegnerie, invenzioni, armi e uniformi, giochi di luci e suoni, consulenze professionali ed emotive), da quattro anni ha soprattutto l’incarico di realizzare un colossale monumento equestre, alto più di 7 metri, possibilmente in bronzo, leggero e resistente, dedicato al padre Francesco, primo duca Sforza di Milano. Da dieci si è vantato di poterlo realizzare, finora senza successo; schizza connessi meravigliosi disegni e appunta di continuo (da destra a sinistra) sui fogli di pergamena giallastra del taccuino da cui mai si separa; sta completando il modello in creta. Ora deve risolvere un mistero, fra gli intrighi politici di palazzo e le relazioni militari coi francesi: un uomo è stato trovato cadavere in un cortile, il Piazzale delle armi interno al castello; il giorno prima aveva chiesto udienza al duca; potrebbe essere stato ucciso anche se non si capisce come e perché. Il Magistro Ambrogio è convinto di una morte naturale, Leonardo ritiene invece che sia stato assassinato facendogli mancare aria nei polmoni. Vai a dimostrarlo! E a scoprire false monete e furberie finanziarie dei banchieri!

Un noir storico su commissione per il bravo allegro chimico scrittore Marco Malvaldi (Pisa, 1974). Siamo a 500 anni dalla morte di Leonardo, era un’ottima idea farlo rivivere con garbo e ironia, mescolando ingegnosamente eventi storici e intrecci plausibili per un romanzo di ampio meritato successo, con una narrazione in terza varia al passato. L’intenzione non era rivolta a scrivere un capolavoro letterario, piuttosto un gustoso onesto parodistico divertissement, una sfida e un vincolo utili a riaccostare i lettori contemporanei al genio universale, oltre che a costumi, architetture e arti rinascimentali. Comprendiamo meglio anche le dinamiche della Francia con repubbliche e regni (e papato) italiani, poi decisive per gli Sforza; il lavoro di inventori e spie per fabbricare solidi cannoni mortiferi; il senso antico del prestare denaro per i singoli e le comunità (anche nella Firenze medicea). Leonardo mirava e tratteggiava spesso le mirabili proporzioni anatomiche umane, un punto di partenza su cui poi poteva misurarsi la vita intellettuale, anche per chi come lui non era di nobili o ricchi o esemplari natali e riusciva a essere solo anche in mezzo alle persone: “è nella crescita e nello imparare, non nella nascita, che si vede la misura dell’uomo” (da cui il titolo). “Solo con l’osservar la natura, e gli altri homini, l’homo apprende. Ma senza comparare ciò che si fa con ciò che si crede, ciò che si aspetta con ciò che succede, l’homo non può crescere sano nel suo intelletto e giudizio. E l’unico modo per haver cognizion dell’errore è misurarsi con la natura istessa, giacché, a differenza dell’homo, mai mentisce”. La nota finale ci segnala, con autoironia, di aver appena gustato un libro pieno, appunto, di errori, steso da un autore che, pur essendosi molto documentato, non poteva non possedere una certa dose di faccia di bronzo nella descrizione dei pensieri del protagonista.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Lassù all’inferno

Maurizio Matrone e Franco Foschi
Lassù all’inferno
Calibro 9 / Laurana

Lassù all’inferno, meritatamente vincitore del Nebbia Gialla romanzi inediti 2018, pare che sia nato per scommessa dall’incontro letterario di due amici scrittori, entrambi fan di Derek Raymond. Derek Raymond (vero nome Robert William Arthur Cook), nonostante venga citato troppo poco in Italia, deve essere considerato a ragione il padre-padrino del noir britannico anche per merito della serie Factory, imperniata sulle indagini del Sergente senza nome e degli uomini della sezione Delitti irrisolti, che ebbe grande successo negli anni a cavallo tra gli ‘80 e i ’90. L’idea era ghiotta, il tentativo (da azzardare) stuzzicante e Matrone e Foschi, senza ripensamenti, hanno deciso di scrivere insieme una fiction all’italiana rifacendosi alla serie Factory: con un decreto ministeriale firmato nel 1992 dall’allora capo della polizia Parisi, la famosa Factory londinese è stata rimpiazzata dalla bolognesissima “Ditta”, una divisione investigativa trasversale e territoriale votata all’azione. Peraltro “Ditta” nel codice poliziesco italiano sta per l’Amministrazione della Pubblica Sicurezza (PS). Tra colleghi poliziotti si sente spesso chiedere: “Da quanto tempo sei nella Ditta?”.
In Lassù all’inferno, Ditta è un nucleo autonomo che più autonomo non si può, una congrega di poliziotti tuttofare che opera al limite, appena un gradino prima dell’anarchia. È nella Ditta che vengono piazzati gli agenti più trasgressivi e meno controllabili, ma con la capacità di risolvere tutti le rogne che vengono loro affibbiate. Come nella Londra degli anni Ottanta e Novanta, così sarà a Bologna.
Quando c’è una brutta storia da prendere con le molle, è la Ditta a doversene far carico. E il Sergente senza nome, l’eroe di Raymond, diventerà l’ispettore Terra, lo scorbutico, piantagrane, l’asociale, perfezionista, marchiato crudelmente da un angosciante passato. Ma anche un uomo dal cuore d’oro, con un concetto di dovere e giustizia solo suo e con tante rogne da risolvere. E, nella fattispecie, la rogna del romanzo è una brutta storia che risale all’anno prima. Una rogna che, con un freddo belluino e in mezzo a una nevicata di quelle che rompono, ha spedito Terra a Borgo Malpozzo, un (inesistente) paesone della bassa a metà tra Ravenna e Ferrara, a sciogliere il mistero della scomparsa di una anziana signora tedesca, vedova di un possidente italiano, tale Hannah Schultz in Tarlato Beccadelli, madre di tal Marlon Tarlato Beccadelli, ex medico radiato dall’Ordine di Bologna. L’ipotesi investigativa è legata a una confidenza, tramite la Direzione Antimafia, suggerita dalla Procura, che teme che il fatto sia collegabile a un caso di corruzione.
Per la trasferta, Terra avrà a disposizione una Panda bianca, la Pandina bianca della Ditta le cui moderne e sofisticate dotazioni di servizio si limitano all’immancabile paletta ministeriale.
Borgo Malpozzo, e ti pareva, si presenta subito sotto la luce peggiore, a cominciare dalla locale stazione dei Carabinieri dove il comandante, il maresciallo con cui Terra avrebbe dovuto rapportarsi, latita miseramente (ahi!) e se si vuol dormire da qualche parte ci sono due pseudo alberghi, El patio e La Pensione Teresa, il secondo scelta quasi obbligata.
A Terra basta poco per rendersi conto dell’intricato giro di malaffare cittadino che pensa solo a fregare il prossimo. Non gli resta che sbrogliare il caso, alquanto ingarbugliato. Ci sono in mezzo anche una serie di errori, dovuti alla debolezza e ai sentimenti, che gli provocano soprassalti di incubi personali e lo coinvolgono emotivamente. Il suo, si sa, in fondo è solo un lavoro duro, rattristante e malpagato. Ma bisogna darsi una mossa anche a costo di pestare i piedi a quelli che sarebbero dalla sua parte: quando la Ditta si mette in moto, giustizia sarà fatta.

Maurizio Matrone, diplomato in Belle Arti a Bologna nel 1987, si laurea in Pedagogia nel 1993. Lavora come poliziotto dal 1988 al 2008. Collabora con soggettisti e sceneggiatori di telefilm polizieschi (La squadra, Distretto di polizia, L’ispettore Coliandro) e utilizza la sua esperienza di redattore di verbali per scrivere soggetti originali. Nel 2009 lascia il lavoro di poliziotto e assume il ruolo di direttore della Fondazione FMR-Art’è Marilena Ferrari dal 2009 al 2010. Dal 2010 è consulente e formatore sui temi delle narrazioni d’impresa
Franco Foschi, pediatra e scrittore, dopo l’esordio con sceneggiature radiofoniche e racconti su varie riviste e antologie, ha pubblicato quattordici libri tra narrativa e saggistica. Per Todaro Editore: Piccole morti senza importanza (2003) e Libertà di paura (2008, con prefazione di Stefano Benni). Le più recenti pubblicazioni: Amore, politica & altre bugie (Passigli 2009) e Passione 1820 (Sironi 2009, a quattro mani con Maurizio Ferrara). Scrive regolarmente sceneggiature per la radio. Ha condotto per cinque anni (e 120 incontri) la rubrica televisiva di interviste a scrittori Leggere negli occhi, consultabile sul portale video www.arcoiris.tv.

Camila Giorgi, il Tennis e la Metafora della Vita (Le brevi di Valerio 253)

t.o. & Tommaso Onofri
Camila Giorgi, il Tennis e la Metafora della Vita. Da t.o. a DFW passando per la Teoria del Caos
ElleÒ edizioni, 2018
Marketing

Campi da tennis. Da un po’. Il tennis è gioco e spettacolo, resta sport solo nelle fasi giovanile e post-agonistica. Nel periodo professionale dei tornei, lungo 11 mesi l’anno su tre diverse superfici, è solo spettacolo e business, appartiene ad associazioni private (ATP uomini, WTA donne), prima con una parziale eccezione di 4 Grandi Slam, ora nemmeno più della Coppa Davis. I migliori tre o quattro guadagnano più di altri sportivi di pari livello, dieci moltissimo, cento abbastanza, poi in genere meno di altri. La giovane maceratese Camila Giorgi, ora l’italiana più alta in classifica (circa 25°), è un personaggio atipico nel circuito per stile di gioco, scelte professionali, contesto familiare. Divenuto frequentatore dei tornei e amico dei Giorgi, pur non avendo mai giocato a tennis, l’umbro esperto di marketing e Start Up innovative Tommaso Onofri (con il troll t.o.) ha scritto un curioso interessante volumetto per offrire notizie e qualche spiegazione ad appassionati e profani.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Rien ne va plus (Le gialle di Valerio 186)

Antonio Manzini
Rien ne va plus
Sellerio, 2019
Noir

Aosta e Roma. Da martedì 10 a mercoledì 18 dicembre 2013. Non poteva finire lì. Rocco non era convinto del movente omicida e intendeva continuare a indagare. Era riuscito a far arrestare il croupier che aveva accoltellato il vedovo ragioniere in pensione Romano Favre, ex ispettore presso lo stesso casinò de la Vallée (Saint Vincent), ma non è certo di mandanti e intrecci. Ora poi si aggiunge, lungo la statale 26 prima di Châtillon, la sparizione del portavalori blindato che avrebbe dovuto portare i proventi del gioco ad Aosta, duemilioniottocentoventinovemilasettecento euro in tre cassette d’alluminio, evidentemente una sofisticata rapina, il furgone fatto salire su un camion giallo, persi tutti i contatti, l’allarme satellitare e i gps. Il vicequestore Rocco Schiavone ha la fondata personale opinione che vi sia un legame con l’omicidio, anche se è molto distratto dalle notizie raccolte sul pentito che lo bracca e deve continuamente andare nella capitale. Pare che Enzo Baiocchi abbia precisamente indicato alla polizia dove si trova il cadavere del fratello Luigi, colpito e sepolto a Roma da Rocco e dai suoi amici, dopo che aveva sparato all’amata moglie del vicequestore. Il magistrato ha deciso di credergli e sta disponendo lo scavo nel luogo segnalato, Sebastiano continua a rendersi irreperibile, Brizio e Furio sono preoccupati e si danno da fare, Rocco prende in considerazione di fuggire all’estero prima di essere arrestato come responsabile del delitto. Intanto, mentre la Guardia di Finanza sta cercando le prove della truffa ai danni della Regione e dello Stato intorno alla gestione del casinò, reincontra in vario modo i protagonisti della vicenda e guida i suoi sulla pista giusta per risolvere i vari casi. Fanno tutti squadra in questura, non solo i diversi fidati (ormai amici) Italo e Antonio: sia uomini che donne, intelligenti più o meno, molto o poco difettosi, trovano l’occasione per farsi valere.

Ottavo romanzo dell’eccelsa sospesa serie Schiavone per l’attore e regista Antonio Manzini (Roma, 1964), originale anche perché concepita come opera unica “alla ricerca del tempo perduto”. Dal 2013 finora ha narrato quindici mesi valdostani del suo personaggio (comunque frequenti le incursioni sugli antefatti romani, non solo nei racconti), sempre con uno straordinario meritato successo (anche in tv, seconda serie terminata nell’autunno 2018). Tutto avviene in terza persona, quasi fissa, al passato. Quel che Rocco definisce come il proprio “metodo” sono perlopiù perquisizioni non autorizzate, indispensabili, riesce a entrare ovunque anche in questo caso. I malati di ludopatia del precedente romanzo ci ricascano tutti, anche se forse non in modo stabile. La razza di Lupa trova finalmente esteriore esplicita certificazione (a pag. 292), è proprio una Saint-Rhémy-en-Ardennes! E nascono forse nuovi amori: la sospettosa palermitana commissario della Scientifica Michela Gambino con il medico legale squartatore di cadaveri Alberto Fumagalli, due scienziati che si intendono in laboratorio?, l’imbranato metodico agente (prossimo alla pensione) di origini pugliesi Ugo Casella con la graziosa curata vicina di casa divorziata Eugenia Artaz, due sperduti che si trovano?, l’altro lento agente 37enne Domenico D’Intino con il breve amore di gioventù (abruzzese) rimasta presto vedova, Pupa Iezzi, due ricordi che non si dimenticano? E Rocco non riesce a lasciare alle spalle il passato remoto e recente: continua a dialogare con Marina, ma resta ferito da Caterina, attratto da Lada (come non potrebbe?), incuriosito da Sandra, sorpreso da Cecilia e le pensa spesso, pur mantenendo insospettabile atteggiamento paterno per Gabriele. Le mani e i fiori parlano più delle parole, ad Antonio manca il mare di Senigallia, circa il prezzo dei bei ristoranti (non solo) di Aosta bisogna soprattutto fare attenzione al vino. Mozart e Waldteufel sono le migliori musiche da abbinare a quei meravigliosi paesaggi alpini.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2019

Memorizzare…
Memorizzare. Imparare a memoria. Mi ricordo che la maestra Elvira ci faceva imparare a memoria diverse poesie. All’inizio non capivo a cosa servisse se non a romperci lievemente gli zibidei. Poi, con il passare del tempo, ho riconosciuto l’enorme valore di questo metodo e ho cominciato a memorizzare poesie, parti di poemi e perfino brandelli di opere che mi avevano colpito. Lo facevo anche per darmi un po’ di arie con i miei alunni che strabuzzavano gli occhi quando li declamavo come un attore consumato. Oggi poeti e scrittori mi fanno compagnia e ogni tanto li tiro fuori dagli scaffali della memoria, per uscire da certi momenti brividosi e stare un po’ al calduccio con loro.
Grazie, maestra Elvira.

Le signore del delitto di Edgar Wallace, Cornell Woolrich e Baronessa Orczy, Mondadori 2018.
La collana di smeraldi di Edgar Wallace
La signorina Leslie Maughan del Dipartimento investigativo criminale di Scotland Yard non ha più di ventidue anni, alta, gambe snelle dalle caviglie sottili, due grandi occhi scuri, le labbra rosse, il mento piccolo e tondo, la gola candida. È lei che cercherà di far luce in una oscura vicenda. Il morto ammazzato con tre colpi di pistola al cuore arriva a pagina quarantanove. Si tratta del “vero colpevole” di una condanna ingiusta, ovvero del maggiordomo Anthony Druze che tiene nella mano sinistra un grosso smeraldo, il pendente della collana della affascinante lady Raytham. Subito l’ispettore capo Coldwell sospetta di Peter Dawlish, il condannato ingiustamente che voleva vendicarsi. Ma Leslie non è di questo avviso. Anzi, cerca in tutti i modi di difenderlo e aiutarlo…
Le donne protagoniste principali della storia (ma anche una bambina): la principessa Bellini che ha vissuto diversi anni a Giava; Martha Dawlish, madre di Peter; Greta, amica della Bellini; lady Jane Raytham e la nostra Leslie. Ognuna curata con grande attenzione come gli altri personaggi secondari vivi e concreti. Squarci di miseria e povertà, continui colpi di scena (incredibile quello iniziale su Druze), ricatto, ricettazione, facce gialle, bambini allevati a pagamento, momenti di ansia, paura, disprezzo, amore. Attenzione, lettore, perché spesso tutto ciò che sembra non è…
L’angelo nero di Cornell Woolrich
Subito nella mente dubbiosa di una donna che narra in prima persona. Di Alberta, ovvero “Faccia d’Angelo”, come la chiama il marito Kirk in certi particolari momenti. Sempre più radi. Qualcosa non quadra. Troppe bugie. C’è dietro una donna. Mia. Così si chiama. Deve andare a vederla. Sa dove abita, ma l’incontro è drammatico. La trova morta nella sua casa soffocata con un cuscino. Viene accusato suo marito e condannato alla sedia elettrica. E allora via ad una ricerca disperata per salvarlo. Uno scatto nella memoria, il ricordo di una bustina di fiammiferi sul luogo del delitto che si rivelerà molto utile…
Affondo nell’animo della protagonista ancora innamorata del consorte: dubbi, incertezze, momenti di panico, paura, coraggio, ricerca ininterrotta della verità tra un pericolo e l’altro, appuntamenti, incontri, facce che rimangono impresse. Riuscirà a trovare il vero assassino?…
La signora dal grande cappello della Baronessa Orczy
Chi narra la storia è Mary, amica di lady Molly del Dipartimento femminile di Scotland Yard. Questa volta se la deve vedere con “uno dei crimini più crudeli e cinici mai perpetrati nel cuore di Londra.” Ovvero con l’assassinio di un tizio in un locale attraverso una forte dose di morfina in una tazza di cioccolata. Con lui è stata vista una signora con un cappello enorme che le copriva il volto. Forse la stessa, di affascinante presenza, che si presenta un giorno a fare certe dichiarazioni alla polizia sul suo rapporto con il morto. Ma giura che non è stata lei ad ucciderlo. Un cappello enorme. Perché?. Ecco il tarlo che rode la nostra lady Molly…
Tre storie di diverso stampo, tre impianti e tre stili diversi come è giusto ed efficace che sia per il lettore quando si tratta di una raccolta. Qui donne, sempre donne, fortissimamente donne, ognuna con la propria personalità. Spinte dall’amore che muove il sole e le altre stelle e dalla insaziabile ricerca della verità anche a costo di diventare angeli neri. Con il maschietto messo in secondo piano. Quando c’è qualcosa curata da Mauro Boncompagni (leggere la sua bella Introduzione) si va sul sicuro.

L’uomo nudo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2016.
Tre racconti pubblicati nel 1938 quando Simenon ha trentacinque anni. I protagonisti ormai li conosciamo: Joseph Torrence, già collaboratore di Maigret (come lui fuma la pipa), ovvero il finto capo dell’Agenzia O; Émile lo “spilungone dai capelli rossi”, all’apparenza impacciato che affronta le indagini da vero capo; il fattorino Barbet, ex borseggiatore e la segretaria Berthe discreta nel fisico e nei modi.
Lo spioncino di Émile
Parigi, undici del mattino. La ragazza si appresta ad entrare nell’ufficio di Joseph Torrence “un colosso bonaccione, sulla quarantina, ben curato e ben pasciuto” dell’Agenzia Investigativa O. Si chiama Denise Étrillard, figlia di un notaio. Chiede solo di mettere al sicuro un plico nella cassaforte fino all’arrivo del padre. Ma Émile, giovane fotografo con spiccato intuito investigativo che osserva la scena da uno spioncino, nutre qualche sospetto sulla ragazza. Da mesi l’Agenzia deve investigare, per conto di una compagnia di assicurazione, su numerosi furti di gioielli e potrebbe esserci un legame tra questi e la giovane che, a un certo punto, si getta nelle braccia di Torrence. Perché? Occorre pedinarla e scontrarsi con lei.
Il capanno di legno
Una strana telefonata a Torrence da parte di Marie Dossin che chiama dalla Casa del Lago a Ingrannes, nella foresta di Orléans. Stamattina ha scoperto un cadavere nel capanno di legno. Visto nella penombra sembra che sia l’amico Jean Marchons impiccato ad una trave. Suo marito non deve sapere niente. Ma, arrivati sul luogo “Nessun impiccato. Neanche l’ombra di un impiccato. Neanche il benché minimo pezzo di corda da impiccato.” C’è, però, un martello pesante sporco di sangue. Dal padrone di casa si apprende che la moglie “non è più molto in sé.” Tra una bevuta e l’altra e il ritrovamento del cadavere, piano piano vengono a galla certi elementi che…
L’uomo nudo
Torrence è al Quai des Orfèvres per “annusare” l’atmosfera di un tempo. Qui regna una grande agitazione per una retata straordinaria che vede almeno una sessantina di uomini nudi come vermi sottoposti ad identificazione. Tra questi scorge addirittura il celebre avvocato Duboin, senza la consueta barba che gli chiederà, durante una mangiata di funghi, tartufi e una bevuta di cognac, di risolvere il suo problema. Ovvero quello di una lettera che gli ha spedito una certa Higuette, pregandolo di raggiungerla alle undici di sera in un determinato piccolo, rivelatosi poi equivoco, caffè. Ma lei non c’era, è stato preso nella retata ma non ha voluto rivelare la propria identità. Un caso particolare che vedrà Torrence bloccato su un treno, Barbet all’inseguimento dell’avvocato, Émile con uno sconosciuto che lo segue e la signorina Berthe narcotizzata a domicilio…
Quando ho voglia di rilassarmi e sorridere prendo in mano i racconti di Simenon. Rocamboleschi, ironici, umoristici, irresistibili e chi più ne ha più ne metta. Dal dialogo veloce, talora frenetico e la scrittura nitida, elegante, leggera, essenziale (al diavolo i cicisbei con la penna!). Più che le trame, che hanno la loro bella parte, rimangono impresse certe situazioni tra sorriso e tenerezza e i personaggi così magicamente caratterizzati da ricordarne anche i minori. Insomma una lettura di gusto che mi ripaga di qualche spiacevole incontro libresco.

Da molto lontano di Roberto Costantini, Marsilio 2018.
Me lo sono fatto regalare per Natale da mio figlio Riccardo per non ricevere il solito portafoglio (ne ho già tre o quattro). Parlare estesamente di un libro di ben 597 (cinquecentonovantasette!) pagine sarebbe per me, che sono del Toro, una fatica disumana. Cerco di sintetizzare attraverso alcuni punti. Partiamo dal primo, ovvero dal commissario Balistreri che opera a Roma. Invecchiando è cambiato. Non è più come l’abbiamo conosciuto nelle storie precedenti dove veniva fuori un essere forte, energico, scorbutico, votato al sesso, fuori dalle righe. Si ritrova spento, disilluso, malinconico, preda di certi fantasmi del passato (il padre vivo che voleva morto e la madre morta che voleva viva) che continuamente lo tormentano. Lo vedremo anche in una lotta continua con la memoria che lo tradisce. Casa alla Garbatella dove vive da solo anche se ha una compagna e una figlia, legge Nietzsche, Henry Miller, Milan Kundera, via in giro con il Duetto, Gitanes e Tavor suoi fedeli compagni di viaggio nella vita. In disparte lascia agli altri i compiti più rognosi. A Capuzzo con la “sua ormai inseparabile valigetta grigia” e il suo computer, all’ispettore Locatelli “guascone, razzista e mezzo matto” con l’assistente Silvana Beldon, ovvero “la Bella e la Bestia”.
Il racconto si svolge lungo due fasce temporali: la prima nell’estate del 1990, durante le fasi del Campionato del mondo di calcio, e l’inizio della seconda dal 25 dicembre 2017, espresse in prima e terza persona con alternati flashback. Tutto parte dalla sparizione del figlio di un noto riccone industriale che verrà ritrovato barbaramente ucciso insieme a una ragazza sottomessa a un boss della camorra. Il Nostro sembra seguire svogliatamente le indagini. Davanti a lui sfilerà, lungo il percorso, la variegata fauna dell’italico suolo che sembra non cambiare mai: avvocati al soldo dei più ricchi, adepti della camorra, affaristi di ogni genere, ragazze pronte a tutto, sesso, bisesso (mio conio), turpiloquio, scene vomitevoli, corruzione, odio, violenza. Schifo, insomma.
Nella seconda parte è il ritrovamento di due manichini, che riproducono la scena del crimine di trent’anni prima proprio nel palazzo in cui vive il padre del ragazzo ucciso, a riaprire un’indagine mai del tutto conclusa. Questa volta sotto la direzione di Graziano Corvu, ex vice di Balistreri ormai in pensione, e l’apporto della giornalista Linda Nardi (figlia del medesimo) che, con un circostanziato articolo, risveglia la memoria di quei fatti. E allora indagine su indagine, momenti di suspense e pericolo anche per Balistreri, accudito con amore dalla moglie, e morti ammazzati.
Plot complesso, intricato, intricatissimo, svolto con un linguaggio fluido e lucido, attraverso capitoletti brevi alternati a spazi più lunghi e frasi in corsivo a mettere in luce sprazzi di canzoni, improvvisi commenti, ricordi e pensieri più profondi. Colpi di scena a ripetizione, citazioni imprescindibili di Sherlock e Watson, ma anche i dieci piccoli indiani della Christie e Poirot che se non ci sono il lettore si incattivisce. A fine lettura una riflessione sulla vita, sui problemi della vecchiaia, sui soliti vincenti e perdenti, su noi stessi, sul bene e sul male che ci circondano. Contagiato dal personaggio un leggero senso di vuoto e di malinconia.

Un giretto tra i miei libri

Le perfezioni provvisorie di Gianrico Carofiglio, Sellerio 2010.
Il romanzo inizia con una telefonata di Sabino Fornelli, avvocato civilista, al nostro Guido Guerrieri per cosa “delicata e urgente”. Appuntamento veloce nel suo nuovo studio più grande del precedente. Spiegazione: aumento del personale con Maria Teresa passata da segretaria a praticante avvocato, il nuovo segretario Pasquale Macina e la peruviana Consuelo, figlia adottiva di un amico professore universitario.
La cosa “delicata e urgente” consiste nel ritrovare in qualche modo Manuela, la figlia dei signori Ferrero, improvvisamente scomparsa. Guerrieri traccheggia, tentenna, dopotutto non è un detective, ma alla fine accetta. E inizia la sua nuova avventura. Tutta la vicenda si svolge lungo trentotto giorni ed è raccontata dal nostro in prima persona. Al centro della scena proprio l’avvocato con il suo lavoro, i suoi clienti, il suo senso del dovere e di giustizia, i suoi ricordi, le sue speranze, le illusioni e disillusioni, il suo Mister Sacco (scoprirete cos’è) con cui si allena, le sue letture, i suoi dischi, la sua bicicletta, la sua solitudine. Lasciato dalla moglie Margherita, presenza costante e dolorosa lungo tutto il racconto.
Ai lati la figura di Nicoletta, amica di Manuela, giovane spigliata e intrigante che lo coinvolge sentimentalmente e quella di Nadia, ex prostituta da lui difesa e diventata amica.
Lunghi colloqui, ricordi, riflessioni, critica ironica sull’ambiente della giustizia (a volte gli sembra di assistere a “uno spettacolo di insensata, mitica, demente bellezza”), e ai suoi frequentatori (vedi il cretino intraprendente dell’avvocato Scherani), sulla lunghezza dei processi e le persone che cambiano con il passare del tempo, sul problema della droga che emerge terribile e sembra interessare anche la scomparsa.
Qualche concessione a scontati cliché come il tassista nazista e il falso amico che chiede soldi in prestito, bella soluzione finale per la “mancanza” come in un racconto di Holmes.
Un po’ di lungagnata per quanto riguarda certi dialoghi ma niente frasette in corsivo, niente frasettine brevi e sincopate (che il Signore lo abbia in gloria), niente sciupio di parole ma una prosa semplice, garbata, colloquiale, venata di una triste ironia (forse qualche citazione di troppo). Insomma un modo espressivo che ci riappacifica con la nostra lingua.

Le ragioni dell’inverno di Elena Vesnaver, Agar edizioni 2009.
Tre racconti di cui il primo dà il titolo al libro. Gli altri due sono “Aganis” e “Sotto un cielo di uomini”. Ovvero tre gialletti con Sonia Leibowitz che scrive, beve Tocai e aiuta il commissario Leone (siamo a Cormòns) a risolvere qualche caso di morti ammazzati. Suo fidanzato Alex, un assassino, ché l’amore si trova nei posti più impensati.
Di mezzo la gelosia, litigi, il passato che si intreccia con il presente, violenza, gli uomini che credono di sapere tutto. L’estate e l’inverno, il ritorno e la partenza, il rapporto con Alex, le pene d’amore, i treni di notte e le stelle cadenti. Anche un po’ di movimento e di lotta a rendere più ondulante il racconto.
Prosa leggera, delicata, sensibile. Prosa semplice e intensa. Non c’è bisogno di farla lunga. Basta un tratto di penna, un piccolo tocco per creare un sentimento, una atmosfera. Per disegnare un volto o una caricatura (le sorelle Toffolo). Una breve osservazione (le formiche nella tazza del caffè) a riportare il tutto alla concretezza della vita.
La classe non è acqua.

Lemmy Caution pericolo pubblico di Peter Cheyney, Polillo 2011.
Scritto in prima persona e al presente da Lemmy Caution, novanta chili di peso, evaso dal carcere di Oklahoma City per avere ucciso un agente di polizia. Ora si trova a Londra a seguire le tracce della bella e ricca Miranda Van Zelden, erede di un appetitoso patrimonio. Sua idea sposarla e poi beccarsi i quattrini dal padre che vorrà liberarsi di lui dopo avere scoperto che tipo sia.
Ma non è il solo ad avere delle mire sul bocconcino prelibato. Dietro alla riccona c’è pure la banda di sequestratori di Ferdie Siegella, dunque con le buone o con le cattive Lemmy deve lavorare per lui, contattarla e portarla ad una festa privata. Qui avverrà il sequestro seguito dalla richiesta di riscatto al padre milionario. Fosse così semplice. Sempre sulla medesima preda ha buttato l’occhio un’altra banda e nel frattempo la riccona sparisce.
Classica storia di tradimenti, doppio gioco e violenza che prende pure certe “signorine” come Connie e Lottie. Pistolettate e botte da orbi con Lemmy che le dà e le prende, movimento di corpo e movimento continuo di cervello, prendere veloci decisioni e se arriva il pericolo fa pure comodo la polizia. Bourbon e whisky al bisogno. E di bisogno ce n’è parecchio.
Linguaggio diretto, duro, senza tanti infiorettamenti, intriso di una ironia altrettanto tosta. La critica di allora lo trovò troppo violento. Oggi rientra nella norma e si legge sempre volentieri.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il delitto di Kolymbetra di Gaetano Savatteri, Sellerio 2018.
Secondo romanzo, senza contare i racconti, che Gaetano Savatteri ha dedicato a Saverio Lamanna – scrittore, giornalista da tempo in cerca di un’occupazione stabile e redditizia, che ha lavorato a Roma e si era fatto milanese di necessità, ma con il cordone ombelicale legato alla sua Sicilia, dove suo padre vive e prepara superbi e profumati manicaretti e alla vecchia casa di famiglia nel piccolo paese inventato di Màkari (vedi fantasia di Camilleri). Ancora coprotagonista e complice sarà l’impareggiabile Piccionello con il suo improbabile cognome, le perenni infradito ai piedi, che nonostante le mutande e le surreali t-shirt non è mai ridicolo o grottesco. Amico, àncora e spalla per Saverio diventa come una specie di cattiva coscienza, ma anche un’immagine vera che ben lo riflette e lo rappresenta senza nascondersi dietro al sarcasmo, senza l’armatura indossata perché la vita non ti faccia troppo male o ti schiacci. Dopo un quasi dissacrante antipasto in squisita salsa milanese, citando Manzoni e Robecchi, Savatteri sposta il protagonista, lo scrittore, giornalista (e detective per caso) Saverio Lamanna in Sicilia, nella valle dei templi di Agrigento. Lamanna ha accettato al volo l’incarico di scrivere, per una tv locale on-line, alcuni articoli/pezzi turistici e di costume sui siti siciliani dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco. E Lamanna sceglierà di cominciare dalla Valle dei Templi di Agrigento, che raggiungerà in compagnia dell’inseparabile amico Peppe Piccionello, in veste di pseudo operatore ma anche incaricato di una indagine familiare. La scelta fatta da Saverio Lamanna non è per caso. Proprio in quei giorni, infatti, Suleima, la fidanzata che vive e lavora a Milano, verrà in Sicilia e, ma guarda un po’, proprio ad Agrigento con il titolare dello studio di architettura dove lavora, un accompagnatore di bella presenza… Punta di gelosia da tenere a bada? Uhm. L’aura di giornalismo offre a Lamanna e Piccionello la munifica sistemazione in un albergo super stellato nella Valle dei Templi, che ospita anche un grande convegno di archeologia internazionale in vista di un importante finanziamento mondiale per una scoperta di incommensurabile valore. C’è in ballo un ritrovamento, forse una scoperta epocale: stanno affiorando da uno scavo alcune pietre che sembrano indicare la presenza dell’antico millenario Teatro greco, uno dei più grandi teatri dell’antichità. Mai scoperto, ricercato invano da secoli, è un rompicapo che da sempre intriga gli archeologi di tutto il mondo. Purtroppo, prima della conferenza ufficiale che avrebbe dovuto aprire il convegno offrendo importanti novità sulla ubicazione del teatro nascosto, l’archeologo di fama internazionale, il professor Demetrio Alù, docente emerito e autorità dell’elite universitaria siciliana, viene ritrovato con la testa fracassata da una pietra proprio nel luogo preposto agli scavi, il sito di Kolymbetra. Un inspiegabile delitto per quell’ubertoso angolo di paradiso, sotto il sonnolento sguardo del Tempio della Concordia. A conti fatti toccherà a Lamanna e Piccionello risolvere questo mistero nel mistero e nell’unico modo in cui lo sanno fare: incisivo e dissacrante…

Dal Cinquecento dell’eroico guerriero sassone, il cavaliere Mattias Tannhauser, protagonista di una famosa saga thriller cominciata con Religion, a una storia giallo noir nel Sudafrica di oggi. La macchina del tempo dello scrittore e psichiatra britannico Tim Willocks ingrana la sesta e, con un salto di circa cinquecento anni, imboccando di nuovo il cammino dei fortunati “gialli blues” dei suoi esordi, ci riporta al presente e ci regala Un caso complicato per l’ispettore Turner, Newton Compton 2018, con il sudafricano mezzosangue dagli occhi verdi, il detective d’acciaio Radebe Turner.
Cape Town: Nyanga, una delle più antiche e squallide borgate nere della città fatta di fatiscenti baracche. Notte di sabato sera, strada deserta. Una ragazzina affamata e malata fruga in cerca di cibo in un cassonetto piazzato davanti a uno shebeen, un localaccio dove si distilla illegalmente alcool di pesca a 60°. Ma, alla fine di una serata di sballo, un gruppo lascia di corsa lo shebeen, in tre salgono su una lussuosa Range Rover rossa, travolgono in retromarcia il cassonetto e investono la ragazzina. Ma lei non conta: per i suoi assassini è meno di nulla. È un essere sconosciuto, senza nome. È solo una ragazza di strada che era là per sbaglio e ora è morta o sta per morire. E il ragazzo che era al volante, che l’ha investita ma non l’ha vista, era Dirk Le Roux, figlio di Margot Le Roux, figura di spicco dell’ancora influente élite bianca sudafricana, una donna spregiudicata, ricchissima, potente, proprietaria di lucrose miniere di manganese, che vive a LangKopf, un paesino dell’arido Stato Settentrionale. Dirk era ubriaco fradicio, talmente ubriaco da non ricordare assolutamente ciò che ha fatto. L’ha cancellato ed è inconsapevole di rischiare un’accusa per omicidio colposo. Perché coloro che erano con lui hanno scelto di andarsene, scappare subito lontano e abbandonare la vittima morente al suo destino. Quando l’ispettore Turner viene richiamato in servizio dal fine settimana che doveva essere di vacanza, dopo tre passati al lavoro, e incaricato del caso, trova un cellulare sul luogo dell’incidente che gli permette di risalire all’identità dei possibili investitori, ma anche di scoprire l’entità della rogna che rischia di trovarsi tra le mani…
Un romanzo forte, una sensazionale avventura sorretta da una straordinaria energia creatrice e descrittiva, che non fa sconti al lettore e non delude ma è poco adatta a stomaci deboli. Trama densa, ben congegnata, stile brillante, ritmo perfetto senza lungaggini o passaggi a vuoto. Ritmo stringato, coinvolgente, passionale.

I giorni dell’ombra, Mondadori 2018.
Sara Bilotti ha scelto di spaziare in territori noir diversi e più originali rispetto alla sua precedente produzione. La partenza, descritta nella sinossi de I giorni dell’ombra, è intrigante: un micro universo racchiuso in un singolo palazzo, pochi personaggi e una protagonista originale, caratterizzata da alcune debolezze che dovrà riuscire a superare poiché è l’unica persona in grado di cercare la verità. Ma contemporaneamente I giorni dell’ombra è il disperato diario di una claustrofobica angosciante quotidianità, imposta ma mai del tutto inghiottita, che ostruisce persino il suono della voce, zittisce ogni parola e ribellione. E Vittoria è complice e prigioniera della sua spaventosa realtà. Vittoria ha ventisei anni, si è laureata ma non è mai diventata veramente donna. Ha vissuto sempre da reclusa, con una sorella più piccola afflitta da agorafobia, una madre rassegnata e letargica e un padre duro, violento e possessivo. Da sempre la sua vita è ridotta ai pochi metri quadri dell’appartamento del condominio dove abita con la famiglia, ai pochi rumori o suoni, il pianoforte è importante, percepiti dai vicini, dalle scale, e al piccolo universo che le ruota accanto. Con il tempo tuttavia, pur considerandosi al confino, è riuscita in qualche modo a conoscere la comunità umana che abita nell’edificio e condividere con loro per interposta persona piccole cose buone, meno buone, sensazioni. A farsi delle idee. Tra i vicini c’è Daniel, lo scrittore di origine rumena, di cui è segretamente innamorata, sentimento struggente e incoercibile ma reso più saldo e consolatorio forse dalla certezza che non sarà mai ricambiato. E poi c’è Lisa, che Vittoria ammira, considera un’amica, la persona che lei sognerebbe di essere, una modella bella, vivace e spregiudicata che sprizza sicurezza ed energia da ogni poro. Lisa la chiama al telefono quotidianamente: si sfoga, le racconta le sue giornate, permettendole così di tirarsi fuori dal suo ristretto guscio mentale, di condividere almeno per procura un mondo che non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Quando, da un giorno all’altro, Lisa, non torna a casa, non telefona più, insomma sparisce dal suo orizzonte, nessuno dei vicini e conoscenti del palazzo sembra preoccuparsene. Pensano tutti che sia partita per una della sue tante scappatelle sentimentali e che, ma certo, tornerà. Vittoria invece, che non la sente da giorni, è sicura che a Lisa sia successo qualcosa di brutto. Che sia in pericolo. Sarà quella sparizione l’imprevisto in grado di rompere il suo isolamento? La spasmodica ricerca di Lisa la spingerà a violare la semi clausura cui si è condannata da anni e ad affrontare per una volta, sola e indifesa, le tante insidie del mondo esterno…

Dall’amica lettrice Barbara Daviddi ricevo…

L’uomo che trema di Andrea Pomella, Einaudi 2018.
“La depressione è una cosa seria, è la malattia dell’anima; la depressione è un male di vivere talmente penetrante che il pensiero della morte diventa un balsamo, una consolazione.”(Vittorino Andreoli). Ho scelto di leggere questo libro incuriosita dall’autore che con il romanzo Anni luce è stato candidato al Premio Strega. Tanti psichiatri hanno scritto su questo tema ma pochi di coloro che hanno vissuto da dentro questo “male oscuro” hanno avuto il coraggio e l’onestà di descrivere in prima persona la caduta nell’abisso della depressione e il coraggio di risalire. Pomella lo fa, descrive nei minimi dettagli le sensazioni sia del corpo che dell’anima, chiude il romanzo con uno spiraglio di guarigione grazie all’azione del figlio del protagonista che, come un deus ex machina, fa chiudere i conti al padre con il passato: inizia così un gioco di scatole cinesi dove si intrecciano padri e figli.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta di Inseguimento a New York di Geronimo Stilton, Piemme 2016.
Siamo in inverno, una stagione fredda, nevica e piove tanto. Geronimo se ne sta tranquillo nel suo studio, sogna già il Natale con la famiglia, i regali, la torta… Proprio in quel momento entra nonno Torquato e annuncia che la famiglia Stilton trascorrerà il Natale dai MacMouse, i suoi amici, a New York. Tutti partono ad eccezione di Geronimo che aspetta altri 10 giorni. La sua valigia, contenente i regali, è gialla con un’etichetta blu. Arrivato al check in la posa e parte. Durante il viaggio guarda la neve che cade e si addormenta. Quando l’aereo atterra Geronimo si fionda subito a prendere la valigia ma, dopo averla aperta, si accorge che non è la sua!
Infatti dentro trova un’agenda con sopra scritto A. SMITH, evidentemente la proprietaria. Per trovarla passa da molti luoghi di New York: la Columbia University, l’Empire State Building, Times Square, Rockfeller Center, il Museo di Storia Naturale…
Geronimo riuscirà a trovare la padrona della valigia e riavere la sua? Se leggete il libro lo scoprirete e conoscerete anche una straordinaria città.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti