Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Febbraio 2018

Questa volta dallo Stecchino un saluto ed un abbraccio forte forte alla Balenottera, al Lungagnone e alla Peperina.

E veniamo a noi…
Un messaggio dagli spiriti di Agatha Christie, Mondadori 2017.
Ogni tanto devo ritornare dalla mia Agatha, anche se letta e riletta.
“Neve, neve e ancora neve dappertutto. È il consueto bollettino meteo di un Natale nel Dartmoor. Così nel villaggio di Sittaford, appollaiato su un crinale nella brughiera, isolato dal resto del mondo, ci si organizza per passare il tempo in qualche modo.” Siamo nella casa del ricco capitano Trevelyan, affittata alla signora sudafricana Willett e a sua figlia Violet, venute qui per trascorrervi l’inverno. E qui arrivano pure gli invitati: il maggiore Burnaby, il signor Garfield, il signor Duke e il signor Rycroft.
Per passare il tempo una seduta spiritica durante la quale gli spiriti annunciano una realtà tremenda: il capitano Trevelyan, che si è trasferito a Exhampton, è morto assassinato, proprio in quel momento. Panico generale. L’unico che prende la decisione di andare a verificare la sconvolgente notizia è il maggiore Burnaby. In casa dello stesso, ovvero nello studio, trova il capitano con il cranio sfondato.
E qui entra in scena il commissario Narracott. Facile per lui identificare l’assassino nel nipote James, erede della vittima, che ha come movente il denaro. Ma non per Emily, la fidanzata dell’accusato, bellissima figura di ragazza forte ed energica (in seguito lo stesso ispettore ne apprezzerà “l’ardore, il coraggio e la determinazione”), tutta tesa a scoprire la verità. Con l’aiuto del giornalista Charles Enderby che da questa storia potrebbe ricavare un bel vantaggio per la sua carriera. Praticamente due indagini parallele.
Sospetti, sospetti e sospetti che aumentano con il passare del tempo. Ora l’uno, ora l’altro dei personaggi (ce ne sono ancora) potrebbe essere l’assassino. Anche Narracott, metodico e preciso, ha qualche dubbio. Le prove sulla colpevolezza di James esistono ma “Non sono completamente soddisfatto di questa storia” dichiara al suo superiore. E poi la faccenda della seduta spiritica: qualcosa di soprannaturale, difficile a crederci, o qualcuno dei partecipanti sapeva che Trevelyan sarebbe stato ucciso proprio in quel momento da un complice? Dubbi perfino sulla signora Willett e sua figlia: perché sono volute venire in un posto così freddo? Sono davvero quello che dichiarano di essere?…
Altri assilli, altri piccoli colpi di scena dentro la cornice di un paesaggio da brivido sotto la neve, un detenuto che fugge nella notte, un paio di scarponi che non si trovano. E la “luce” che si accende all’improvviso. Non manca il lato romantico della vicenda con il giornalista che si innamora di Emily (come andrà a finire?). Grande abilità di tessitura nel dialogo (ne assisteremo ben a quattro tra diverse persone nello stesso momento), soluzione certo non eccelsa ma senza intaccare la qualità del libro.
Ogni tanto devo ritornare dalla mia Agatha, anche se letta e riletta.

Cesare il conquistatore di Franco Forte, Mondadori 2017.
Dopo Cesare l’immortale, Mondadori 2016, ecco il seguito. L’eroe romano non è morto nella congiura delle Idi di marzo. Insieme a Bruto ha messo in scena il finto assassinio e, a capo di un manipolo di soldati ottimamente addestrati, la Legio Caesaris, si è portato nella mitica isola di Thule per combattere contro le creature che conoscono il segreto della vita eterna e strapparglielo. Ma è stato sconfitto insieme a Cicerone, Bruto, Spartaco e gli altri soldati.
Da qui ha inizio il secondo volume. Per conquistare la vita eterna occorre un’altra terribile impresa: la discesa nell’Averno per poi gettarsi nelle acque del fiume Stige che rendono immortali. Ma lo Stige non è altro che il nome antico del Nilo. Dunque il prossimo traguardo, una spedizione con l’aiuto della regina Cleopatra per risalire lungo il grande fiume fino alla sorgente e raggiungere il luogo segreto in cui è custodita la barca Mesektet di Cheope, partendo da Alessandria d’Egitto nel 30 a.C. Spedizione oltremodo dura e difficile, anche per l’età del dittatore ormai settantenne insieme agli altri compagni di viaggio segnati anch’essi dal Tempo. Vedi, per esempio, lo stesso Cicerone attaccato alla bottiglia e che fatica ad orinare, mentre Cleopatra mantiene ancora intatto il suo sorprendente fascino e la sua sorprendente sensualità.
Ostacoli duri, difficili da superare partendo dalle cateratte del Nilo che devono essere aggirate con enorme dispendio di energie. E poi gli attacchi delle tribù del luogo e quelli degli animali feroci come i leoni, i coccodrilli, gli ippopotami che metteranno in luce soprattutto l’eroismo di Spartaco. Pericolo anche da parte di Servio Primicerio, veterano fedele di Marco Antonio che si è ucciso davanti a Bruto, alla caccia di Cesare per fargliela pagare.
Terribile la discesa nell’Averno dove dovranno essere affrontati incredibili personaggi mitologici: Caronte, Cerbero, Plutone, in un paesaggio da brivido, contornato da tensioni, paure, colpi di scena. E la domanda che sorge spontanea “Riuscirà, questa volta, Cesare, nella sua incredibile impresa?”.
Un romanzo storico-fantasy-mitologico, di avventura e mistero, condotto attraverso una conoscenza accurata delle fonti del tempo (il Nilo, le imbarcazioni di papiro, le credenze, gli unguenti contro il morso delle zanzare, i vari personaggi dell’Averno…). Un libro “particolare” che ci trasporta dentro un territorio completamente diverso dall’abituale, in un mondo allo stesso tempo terribilmente concreto e terribilmente “meraviglioso”. Una commistione intrigante di generi narrativi e di personaggi storici conosciuti che hanno la forza di attrarre la curiosità e l’attenzione del lettore.

Un anno in giallo di AA. VV., Sellerio 2017.
Non c’è bisogno che la faccia lunga. Anzi, rispetto al solito, sarò breve, brevissimo. Lapidario. Trattasi di dodici racconti per i dodici mesi dell’anno con dodici protagonisti al centro della scena. Basta citarne alcuni per farvi capire il livello delle storie: Montalbano, i Vecchietti del Bar Lume, Petra Delicado, Rocco Schiavone, il condominio della Casa di Ringhiera…
Ne volete altri? D’accordo. Allora beccatevi anche Saverio Lamanna, Vince Corso, i killer di (lo scoprirete da voi), Kati Hirschel, Lorenzo La Marca. Tutti figli noti di noti autori che nemmeno cito. Cito, invece, due esordi: quello di Cornelia Zac di Simonetta Agnello Hornby (siamo in uno studio londinese), e quello di Angela Mazzola di Gian Mauro Costa, giovane poliziotta di Palermo di cui risentiremo parlare.
Dodici storie diverse in luoghi diversi (si va anche ad Istanbul) e in tempi diversi, seguendo i mesi del calendario, in prima o in terza persona, con una specie di “passamano” da un autore all’altro fino alla chiusura. Dodici personaggi ottimamente sbozzati con tutte le loro caratteristiche insieme a tanti altri a fare da comprimari, una serie di casi “strani”, particolari che fruttano indagini interessanti, personali o corali (e sapete a chi mi riferisco): qualcuno che non è convinto della confessione di un presunto assassino, uno strano furto, bottiglie di vino pregiate che spariscono, una moglie e un marito che si vogliono morti, il figlio ucciso di una vecchia compagna di classe, una indagine condotta per telefono (chi dovrebbe farla è malato), un prete spretato accoltellato in una chiesa sconsacrata, persone che scompaiono…
Storie diverse, dicevo, stili diversi, il pathos, la rabbia, l’ironia e il sorriso che si mischiano fra loro, spicchi di una società complessa, in continua trasformazione (“Artri tempi” quelli passati, dice Ampelio), talora brutta e difficile, addirittura terribilmente malvagia, criminale, che ogni tanto spunta fuori dalla trama, piccoli colpi di scena, l’idea geniale che, prima o poi, arriva e il puzzle che si ricompone.
Va bene, per gli indecisi segnalo anche gli altri autori: Camilleri, Savatteri, Stassi, Malvaldi, Robecchi, Esmahan Aykol, Alicia Giménez-Bartlett, Recami, Piazzese, Manzini.
Un anno in giallo. E che anno!

Il sentiero di Peter May, Einaudi 2017.
Già conoscevo l’autore attraverso L’isola dei cacciatori di uccelli, Einaudi 2012, e L’uomo degli scacchi, Einaudi Stile Libero Big 2015. Due splendidi volumi, per cui mi sono buttato anche sul presente.
“Non ho idea di che posto sia questo. E per la prima volta da quando ho ripreso conoscenza mi accorgo, con una fitta improvvisa, acuta e dolorosa d’ansia, di non sapere assolutamente chi sono.” Parole di un uomo che si risveglia su una spiaggia sconosciuta. Un uomo privo di memoria. L’ha persa, forse per qualche evento particolare che gli è successo. Non si riconosce nemmeno fisicamente, niente del suo corpo gli è familiare. Con l’aiuto di una signora anziana del luogo capisce di essere il signor Neal Maclean e di vivere in un cottage nell’isola di Harris delle Ebridi. Dai vicini Jan e Sally (saprà dopo essere la sua l’amante), che irrompono improvvisamente nella sua casa, apprende che sta scrivendo un libro sul mistero di tre guardiani del faro locale scomparsi senza lasciare traccia. Unico indizio una mappa con l’indicazione di un sentiero dal nome terribile “Le Bare” che attraversa l’isola. “Ma è successo qualcosa. Lo so, lo sento. Qualcosa di spaventoso.” Piccoli flash del passato a ricomporre il tremendo puzzle.
Andiamo per gradi. Primo punto, l’uomo smemorato che racconta in prima persona. Secondo punto la storia di Karen, da “adolescente ormonale” a “stronzetta ormonale e ribelle”, in terza persona, in rotta con la madre e il nuovo compagno. Cresta di capelli, piercing a borchia, anelli al labbro, tatuaggi di vario tipo. Cambiata dopo la morte di suo padre, noto scienziato e ricercatore sulle api finanziato dalla multinazionale Ergo. Un suicidio, sembra, ma lei non ci crede e farà di tutto per scoprire la verità.
Terzo punto, svolto ancora in terza persona, l’entrata in scena del sergente Gunn già conosciuto nei libri precedenti (si considera “uno studioso della natura umana”). Per l’omicidio di un uomo con il cranio sfondato in una cappella diroccata a Eilan Mòr nelle isole Flannan. Uomo trovato già prima dal supposto Maclean con diverse punture di api sul dorso delle mani (crede che sia stato lui ad ucciderlo). Già, le api, “personaggio” nuovo che avrà un bel peso nel corso della vicenda.
Dunque tre linee di sviluppo che si intrecciano fino all’epilogo finale di una storia che vede al centro una impressionante ed angosciante analisi all’interno del maggior protagonista alla ricerca della sua identità. Il tutto incorniciato dentro un paesaggio ed una natura incredibili. Da brivido: liberi, belli, aperti, fascinosi, inquietanti, attraversati da forti venti e il mare che giganteggia, in contrasto con la Londra vista da Karen, brutta, sporca e cattiva.
Il “sentiero” si presta ad essere interpretato come traccia tangibile e come percorso metaforico per ritrovare l’uomo e l’intera umanità. L’idea dell’amnesia certo non è nuova, così come in parte lo schema generale ma questo non inficia la qualità del libro.

Un giretto tra i miei libri
La strana morte dell’ammiraglio di AA. VV., Giunti 2012.
Che cosa sia stato il “Detection Club” (siamo negli anni Trenta) ce lo spiega in maniera semplice e chiara Dorothy L. Sayers nella introduzione “È un’associazione inglese di scrittori polizieschi che si incontrano più che altro per cenare insieme e parlare in continuazione di lavoro… Per entrare a far parte del Club bisogna avere scritto dei veri polizieschi (non romanzi di avventura o “thriller”), venire segnalati da due o più soci, essere votati dal Club e infine prestare giuramento”. Seguono delle regole da rispettare nell’attuazione delle storie.
Insomma questi soci un po’ fanno sul serio e un po’ si divertono. Come in questo caso. Uno inizia la storia e gli altri giù a continuarla senza sapere che cosa abbia in mente il suo predecessore. Sono ben dodici tra cui la nostra Agatha Christie che attira sempre l’attenzione dei lettori di ogni luogo e tempo (vedere copertina con suo nome e cognome in caratteri stratosferici). Prologo di Chesterton: tre immagini nelle volute di fumo dell’oppio, “tre momenti della progressiva rovina di un uomo”. O arrangiatevi. Siamo a Lingham. Neddy Ware, ex sottufficiale della Royal Navy, vede arrivare sul fiume la barca del vicario. Dentro c’è l’ammiraglio Penistone colpito al cuore con uno strumento a lama sottile. Indossa un cappotto, ha un giornale in tasca e nella barca viene trovato il cappello del vicario e una chiave. La gomena risulta tagliata.
Indaga l’ispettore Rudge “alto e magro, con il volto glabro e la carnagione giallastra”, fuma la pipa, è metodico, sistematico, sempre con il suo taccuino di appunti dietro, paziente, gli piacciono le susine (ricordo di ragazzo), appassionato di rose (una delle preferite la Madam Abel). Pignolo, non lascia nulla al caso (addirittura avvia una serie di indagini su ciascuno degli abitanti!), un uomo normale dunque, un uomo comune che “Non aveva il conforto del violino, né del flacone di cocaina, non passava il tempo a fare i nodi, o collezionava farfalle, oppure a distinguersi in qualche modo con attività estranee al lavoro” (frecciatina a Holmes da parte di Ronald A. Knox).
Secondo lui Penistone è stato ucciso da un’altra parte e poi infilato nella barca. Si scopre che si era messo nei pasticci a Hong Kong nel 1911 per una questione privata. Praticamente “c’entrava una donna”. Una vicenda che ruota intorno agli orari e alle evoluzione delle maree con gente che scappa da tutte le parti (vedi la nipote del vicario e il vicario stesso). La Christie ci infila pure la signora Davis che fa una capa tanta al nostro commissario (però lei tiene la bocca chiusa, tende a precisare), non mancano i colpi di scena e arriva pure un altro morto ammazzato.
Insomma un tourbillon di supposizioni, di “incasinamenti” magistrali e io mi immagino il povero Berkeley che suda come se fosse davanti ad un altoforno aperto per rimettere tutti i tasselli al loro posto. Al termine del libro altre soluzioni di nove (mi pare) degli autori a dimostrazione della loro incredibile capacità creativa.
Conclusa la lettura occhi sbarrati, mani tremanti e un “Li mortacci!” (misto di imprecazione-ammirazione) che viene su rigoglioso e spontaneo.

La svolta di Michael Connelly, Piemme 2012.
Mickey Haller è un avvocato della difesa a cui viene chiesto dal procuratore della contea di Los Angeles di passare dalla parte dell’accusa contro un certo Jason Jessup che ha trascorso ventiquattro anni in carcere (dal 1986) per avere ucciso una ragazzina, Melissa Landy, strangolata (senza segni di aggressione e violenza), il cui corpo era stato ritrovato nel cassonetto dietro al teatro El Rey. Ora è in procinto di essere liberato, causa un recente esame del DNA (prima non ci si poteva avvalere delle prove genetiche) di una traccia di sperma sul vestito della sorella Sarah indossato dalla morta.
Haller accetta l’incarico ma vuole con sé il detective Harry Bosch e l’ex moglie Maggie McPherson. L’omicida era stato riconosciuto dalla sorella dell’uccisa, ora sparita e dedita alla droga sulle cui tracce si mettono Bosch (ha perso la moglie uccisa a Hong Kong e ha una figlia in crisi) e Maggie. È una lotta senza esclusione di colpi fra l’accusa e la difesa di Clive Royce detto l’Astuto. Non manca l’intervento per Bosch di Rachel Willing, profiler dell’FBI (secondo lei era stato sbagliato il profilo dell’assassino).
Abbiamo, in definitiva, una parte corposa dedicata alle battaglie processuali, anche attraverso tutti i mezzi possibili, compresi i colpi bassi, tra accusa e difesa al cospetto del giudice Diane Breitman che dirige il processo con ferma autorità; una parte, anch’essa piuttosto cospicua, che vede impegnata l’accusa nelle ricerche e nella formulazione delle varie ipotesi; un’altra dedicata al controllo dei movimenti di Jessup che nel frattempo circola libero e ha in mente qualcosa di losco, ed infine ci sono le vicende personali dei vari protagonisti appena accennate. Soprattutto da Bosch arriva la critica alle carceri americane dove succede di tutto e di più e alla giustizia come una catena di montaggio. Per lui la legge è “manipolata da abili avvocati” e dunque “La giustizia diventa un labirinto” da dove è difficile uscire.
Scrittura veloce, precisa e puntuale basata soprattutto su lunghi dialoghi e una preparazione accurata degli intricati meandri del sistema giudiziario americano. In prima persona il racconto di Haller, in terza quello di Bosch. I personaggi un po’ svaniscono nell’intrigante tourbillon processuale (che va seguito con molta attenzione) fatto di mosse e contromosse, di finte, depistaggi, tranelli (la classica partita a scacchi). Finale drammatico con ripensamento e senso di vuoto. A fine lettura la preghiera di non trovarsi mai invischiati negli ingranaggi micidiali di un processo. Buona-ottima lettura ma da Connelly francamente mi aspettavo di più.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Richiamato dalla fine del mondo (insomma, al dire il vero, dalla polvere di uno scavo archeologico a Cipro), Enrico Radeschi deve tornare a Milano per una nuova difficilissima indagine e – udite, udite – stavolta addirittura in veste di consulente informatico ufficiale della questura. È questo che accade in Cartoline dalla fine del mondo. La nuova indagine di Enrico Radeschi (Marsilio, 2018), il nuovo romanzo dello scrittore, giornalista, autore teatrale milanese Paolo Roversi.
Ora però a voi un indispensabile antefatto esplicativo: Milano 2009, Radeschi è braccato. Un criminale vuole vendicarsi e dopo avere ucciso Delia, la sua ragazza, ora i sicari sono sulle sue tracce. L’unica chance di salvare la pelle è chiedere l’aiuto di un ex Kgb russo. Riceve istruzioni ferree: deve cadere in un buco nero, insomma dileguarsi, sparire dalla faccia delle terra. Per far questo deve consegnare le chiavi di casa per far pulizia di ogni traccia, poi il cellulare, il computer e uscire definitivamente da ogni e qualunque social. Gli è concesso solo di scrivere un biglietto per affidare il suo labrador Buck all’amico Furster, una lettera di vaghe spiegazioni a sua madre e pagare cento euro per nascondere il vespone giallo. Poi via: pizzetto, taglio corto di capelli, buttati gli occhiali, lenti a contatto colorate, e una nuova identità per un’altra vita. Una fuga nel nulla, durata ben otto anni, spesso imbarcato su navi cargo fino alla fine mondo con, come unico impiego semifisso, lavoretti sporchi a Cipro per un certo Danese. Fino a quando nel 2017…
Durante un esclusivo party offerto all’interno del Palazzo dell’Arengario, sede del Museo del Novecento di Milano, dalla Tech Hack Corp, la potente società multinazionale high tech di Pietro Sartori, uno degli invitati cade davanti al celeberrimo quadro Il quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Naturalmente l’omicidio – perché di omicidio si tratta – interromperà la piacevole ed erotica serata del vice questore Loris Sebastiani, da sempre coprotagonista delle avventure di Radeschi. Anche perché le trasmissioni di tutte le telecamere di sorveglianza dell’Arengario sono state cancellate da un hacker ma le riprese della morte in diretta sono già state inserite su YouTube e Twitter, e l’assassinio è stato rivendicato da qualcuno che si firma Mamba Nero. E, ma guarda un po’, le immagini delle telecamere esterne appureranno che il morto, un manager dell’azienda, prima di entrare era stato graffiato con un chiodo impregnato di veleno di un Mamba, uno dei rettili più velenosi al mondo. La faccenda diventa subito molto seria, con questo misterioso hacker che continua ad aprire e chiudere account in tutto il mondo sfidando la polizia.
Sebastiani si rende conto che non gli resta che ripescare Enrico Radeschi, ovunque si trovi, e convincerlo a tornare a Milano ad aiutarlo. Un rientro non facile che impone a Radeschi di affrontare, oltre al fatto di dover dividere l’appartamento con una rumorosa cugina universitaria scopaiola fuori corso e al suo chihuahua, anche tutte le nuove miracolose conquiste informatiche. Ma che sarà mai per lui? Gli bastano alcune ore di rodaggio con un computer d’occasione, comprato in un favoloso negozietto di via Sarpi, e il suo supertalento virtuale riaffiora miracolosamente. Non guasta la collaborazione di Fuster, il suo ricco ex allievo di giornalismo e badante di Buck il labrador (stagionato ma ancora vivo) che ha ereditato il suo blog Milano Nera, facendolo diventare una redditizia e fortunata realtà. Appena in tempo però, perché Mamba Nero è pronto a colpire ancora e il bersaglio scelto è di nuovo la Hich Tech Corp. Vogliono distruggerla?
Radeschi e Loris Sebastiani non hanno scelta. Devono affrontare una vera e propria partita mortale con l’hacker assassino che ha ricominciato a mietere vittime, ispirandosi a Leonardo da Vinci. Bisogna scoprire la sua identità a tutti i costi e bloccarlo.
Cartoline dalla fine del mondo è divertente, effervescente, spregiudicato (un pensierino all’Alligatore ci sta eccome), mette in scena efficaci personaggi di contorno che fanno da spalla a Radeschi e, tra loro, doveroso citare il funambolicamente azzeccato Danese. Anche stavolta Paolo Roversi, coinvolgendo il lettore in un tour che per Radeschi ha il sapore di una rimpatriata, rende omaggio a una Milano più moderna e cosmopolita – forse l’Expo non è stato poi così male – arricchendola di nuove entità culturali, fatte anche di edifici svettanti al cielo, senza dimenticare le opere d’arte nei musei. Tutto questo senza dimenticare i ristoranti, le birrerie e i locali dove si sta bene. Bitcoin a gogò e girandola di colpi di scena con botto finale a sorpresa (buona o cattiva?) per Enrico Radeschi.
Velato tra le righe il sapore di hardboiled alla Chandler e un rimando molto gustoso a Indiana Jones con un imperdibile duello a base di vodka. Protagonista, con forti tratti autobiografici del suo autore, Enrico Radeschi si diverte a prendere in giro gli interlocutori, a dire fregnacce e a muoversi, parlando come Paolo Roversi che gli presta magnanimamente persino Rimbaud, il suo chihuahua.

Altri due consigli della nostra immarcescibile Patrizia.
La notte della rabbia di Roberto Riccardi, Einaudi 2017.
Roma 9 maggio 1974. Con precisi riferimenti e similitudini che ci riportano all’acceso e accanito clima studentesco di allora, alle tante sanguinose azioni di guerriglia e alla spaventosa tragedia dell’omicidio di Aldo Moro commesso quattro anni dopo dalle Brigate Rosse, in La notte della rabbia Roberto Riccardi ci racconta una bella storia e con, la sua grande competenza in materia, ci aiuta a ricostruire gli anni di piombo.
L’eredità dell’abate nero di Marcello Simoni, Newton Compton 2017. Lasciati, anche se a me spiace, esorcismi e diavolerie del suo ultimo romanzo, Simoni torna al suo classico raccontare prima maniera, con un nuovo intrigante feuilleton (il primo di un’altra Secretum Saga) e un’avventurosa trama che mischia storia, alchimia, rocamboleschi duelli, tranelli, doppi giochi, tradimenti e costumi rinascimentali.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi è la volta di I viaggi di Giovannino Perdigiorno di Gianni Rodari, Einaudi Ragazzi 2012, che mi ha consigliato nonnone Fabione. Molte poesie e qualche racconto veramente divertenti!
Giovannino Perdigiorno non sta mai fermo e va di continuo a visitare con mezzi diversi (aeroplano, auto, carretto, dirigibile, sottomarino…) popoli stranissimi alla ricerca di un paese ideale (nonno), dove tutto è perfetto. Visita, per esempio gli uomini pianta, quelli di ghiaccio, di vetro, di fuoco, di burro… Poesie e storie di fantasia che fanno anche riflettere. Per esempio il racconto sulla felicità del pianeta fanciullo dove tutti vogliono rimanere bambini. Ma allora è meglio non crescere?
Insomma, se volete fare un viaggio, strano, avventuroso e divertente cercate Giovannino Perdigiorno e andate con lui!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum (in memoria di Dallas Mayr)

Jack Ketchum
La ragazza della porta accanto
Gargoyle
Traduzione di Linda De Luca
Attualmente non in commercio

Una settimana fa Stephen King ha dato notizia della morte di Dallas Mayr. Così ho ripescato dai cassetti della memoria un post di una decina di anni fa. 


Jack Ketchum (pseudonimo di Dallas Mayr) ha scritto The girl next door nel 1989 (anno in cui è stato pubblicato negli Stati Uniti), ma il romanzo è uscito in Italia solo nel 2008, pubblicato dall’editore Gargoyle. Gargoyle è (era?) specializzato in horror e in effetti La ragazza della porta accanto è un romanzo dell’orrore nel senso più vero del termine: non fantasmi, vampiri e grand-guignol, ma l’orrore della vita reale. Pur essendo un romanzo dell’orrore nel senso sopra spiegato, Ketchum non indugia in descrizioni sanguinose e morbose.

Basato su una storia realmente accaduta nel 1965, La ragazza della porta accanto racconta, attraverso gli occhi e la voce del piccolo David, la storia di Meg, quindicenne orfana data in affidamento, insieme alla sorella minore Susan, alla famiglia di Ruth, una lontana parente.
Siamo negli anni Cinquanta, provincia americana. Ruth vive sola con tre figli maschi ed è molto amata dai ragazzini perché li tratta da pari a pari, permette loro di fumare e bere birra e parla delle “cose della vita” con molta disinvoltura. Ma il divorzio l’ha incattivita confronti del mondo e l’arrivo delle sorelle Loughlin scatenerà la sua rabbia repressa. Ruth cerca dapprima di umiliare Meg, adolescente bella e orgogliosa, ma non riuscendo a piegarla inizierà a seviziarla selvaggiamente, facendo partecipare al gioco anche i figli e gli amichetti. David rimane spettatore: da un lato ha sempre ammirato Ruth, che è parte del suo mondo infantile, e non riesce a comprendere il motivo del cambiamento della donna, dall’altro lato prova attrazione per Meg e vorrebbe, lui dodicenne, proteggerla.

Finale toccante (più nel libro che nel film, tra l’altro).

Una curiosità: Dallas Mayr (prolifico scrittore di horror, più volte vincitore del Bram Stoker Award) ha mutuato il suo pseudonimo da Jack Ketch, boia della corte inglese famoso per il suo sadismo.

Dal libro è stato tratto l’omonimo film nel 2007.

Follia maggiore (Le gialle di Valerio 144)

Alessandro Robecchi
Follia maggiore
Sellerio, 2018
Noir

Milano. Novembre 2017 – gennaio 2018. Carlo Monterossi, portatore sano di blues dylaniano e di autentici guai (con orrore della violenza), ha abbandonato il programma Crazy Love che lo ha reso famoso e benestante, vivacchia in attesa di capire che fare. Ha iniziato a vedersi e a fare spesso sesso con Bianca Ballesi, la carina spigliata produttrice dell’odiato programma, quasi 39enne. Continua a garantire aiuto al grande amico borderline ficcanaso private eye Oscar Falcone, che ora si fa accompagnare a Napoli per trovare e far tornare il 72enne Umberto Serrani (in forma perfetta), come chiesto dal figlio (più interessato al denaro che al resto). Serrani si è ormai ritirato a vita privata. Per decenni aveva “nascosto” soldi: spostato, recuperato, diviso, riunito e seppellito soldi, acquisendo un notevole gruzzolo e autorevoli amicizie. In auto parla loro di ossessioni e rimpianti. Poi scopre che è stata uccisa per strada l’ancora bella insegnante e traduttrice 59enne Giulia Zerbi e allora li assume per scoprire chi è stato. Anche la polizia ovviamente segue il caso: questa volta l’alto sottile solitario nervoso 40enne sovrintendente Pasquale Carella e l’acuto indisciplinato camaleontico compassionevole (ormai a pochi anni dalla pensione) vicesovrintendente Tarcisio Ghezzi fanno coppia, ognuno a suo onesto modo, il fumatore insonne e l’intagliatore di dubbi. All’inizio degli anni novanta Umberto e Giulia avevano condiviso un meraviglioso appassionato amore (mantenendo ciascuno una doppia esistenza, sconosciuta all’altro). Lei ora viveva con Sonia, una figlia promettente soprano, e stava subendo difficoltà economiche. In passato, era stato lui a decidere di non vedersi più, sceglie perciò di farsi bene carico dell’intera situazione, senza più rimorsi.

Piove sempre nel nuovo ottimo romanzo del giornalista e autore televisivo Alessandro Robecchi (Milano, 1960), in terza varia al presente, quinto della serie d’alta qualità. La pioggia fa malinconia e stride. Bagna e non rassicura. E copre tutte le Milano, disincantandole: gli skyline e i casermoni, gli apericena e i brutti bar, gli scintillii e i carretti, le ville nel verde e i poveri stropicciati. Accanto all’indagine principale vi sono altre piste: i soldi a strozzo e l’usura, lo spaccio e le bande del traffico, la corruzione di poliziotti e funzionari apparentemente perbene. Solita ironica attenzione a vecchie e nuove figure: certo la diva Flora che continua il programma; certo la badante Katrina che garantisce fede e cibo; questa volta il finanziere innamorato, suoi i flashback sugli intriganti incontri del passato, soprattutto in lussuosi alberghi; questa volta Sonia che canta agli sposi dopo uno sfarzoso matrimonio proprio l’aria del titolo, “Non si dà follia maggiore / dell’amare un solo oggetto: / noia arreca, e non diletto / il piacere d’ogni dì”. Nessuna illusione, è uno spreco amare un uomo / una donna alla volta, meglio forse concedersi a tanti / tante. Si tratta dell’incipit della cavatina di donna Fiorilla dal Turco in Italia del giovane celebrato Gioacchino Rossini (1792-1868). E l’opera lirica comincia a piacere tanto all’aitante Carlo (gli gusta Pergolesi, e poi la classica di Bach e Barber), pur non rinnegando mai suoni e parole dell’immenso Dylan, fra un whisky e l’altro. Sauvignon Blanc con Bianca, ovviamente.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… In viaggio contromano

In viaggio contromano
di Michael Zadoorian
Marcos y Marcos, 2009

In questi giorni è comparso nei cinema italiani il film di Paolo Virzì, Ella & John, acclamato alla Biennale di Venezia e mirabilmente interpretato da Donald Sutherland e Helen Mirren nei panni dei due stagionati protagonisti scappati da casa su un vecchio camper del 1978. “The Leisure Seeker”, che vuol dire più o meno “Chi cerca il tempo libero”, è il nome di un mitico camper della Winnebago, molto in voga negli Stati Uniti, nome che nel romanzo assume anche le caratteristiche di una metafora esistenziale, quasi un esorcismo venato di poesia. Ma mentre nel film i due anziani e malandati protagonisti si mettono in viaggio da Boston verso la Florida lungo la dorsale Est, nel romanzo invece vanno a prendere la antica ma famosa Route 66 partendo da Detroit, con l’unico vero scopo andare via da tutto per vivere quel po’ d’inatteso che resta: “in barba a ogni cautela, a ogni pallosa ragionevolezza”.
Ella e John non hanno più vent’anni, ma ottanta, hanno due figli, dei nipoti già all’università, stanno insieme da una vita, ma adesso Ella ha deciso che hanno bisogno di un viaggio, devono concedersi una vacanza come ai vecchi tempi e regalarsi tante belle cose prima del black out. E allora? Come si fa? Poche storie. Obiettivo Disneyland, dall’altra parte degli States. Non resta che fare i bagagli caricarli di nascosto, portare la vecchia pistola per sicurezza, salire a bordo e sedersi. John gira la chiave dell’accensione del vecchio Leisure Seeker, da più di trent’anni fedele e amato compagno di tanti viaggi e avventure – il motore gira che è una bellezza – pronti si parte: via. Chi se ne frega dei tanti no, delle ansie dei figli, delle raccomandazioni, al diavolo medici, paramedici, rompiscatole che ti impestano a suon di suggerimenti, esami, prescrizioni e inutili precauzioni. Ella ha un cancro terminale, spesso sta male e qualche volta riesce ad avere un po’ di tregua soltanto grazie all’abbuffata di pillole anestetiche che prende, John, invece, da due anni si è ammalato di “amnesie” e qualche volta non ricorda il nome della moglie, ma in due formano ancora una persona intera. Uniti da così tanto e compagni da una vita, dunque questo loro necessario ultimo viaggio dovrà essere insieme.

Partendo da Detroit, raggiungono Chicago poi puntano verso ovest e ripercorrono tappa su tappa la vecchia Route 66, ormai in gran parte sepolta sotto il cemento della nuova autostrada, per puntare verso Disneyland, loro meta finale. Il loro sarà un viaggio contromano nella realtà, con la cosciente consapevolezza da parte di Ella che macinare chilometri significa tornare indietro nel tempo e far rivivere tanti ricordi di quello che erano, ma anche degli amici che non ci sono più. Però ne vale la pena se serve a rammentare tanti particolari preziosi delle vacanze di allora, gli itinerari più svariati, gli scherzi dei figli piccoli, i loro visetti bagnati dalle lacrime ma pronti a distendersi in un sorriso e soprattutto riassaporare il significato di un amore, il loro amore che non si è assopito, ma ha retto a molti colpi del destino. Significa anche lanciarsi in una costellazione di bugie durante le rare e rassicuranti telefonate fatte ai figli lontani, trovarsi davanti a nuove impreviste avventure, a tentativi di rapina sventati mettendo in fuga i ladri con la pistola, pericolose e improvvise assenze di John, continue soste che mettono lo stomaco alla prova in fast-food scalcinati, ma anche nuovi insuperabili tramonti e attimi in cui il mondo rivela la sua parte migliore. Un viaggio imbenzinato anche a base di cocktail vietati, con straordinari irrinunciabili incontri e, con le serate, alzato un vecchio lenzuolo, animate dalle proiezioni di insostituibili diapositive, ritagli della memoria di una vita. Un romanzo che è anche un inno alla Strada che diventa quasi il terzo protagonista del romanzo. La famosa Route 66 esiste ancora, anche se da un trentennio pare cancellata dalle mappe stradali. Come tante altre negli Stati Uniti, fu costruita negli anni ’20 per reggere il crescente traffico automobilistico e lo sviluppo dell’economia. Ma c’è di più. La Route 66 fin dall’inizio acquistò nell’immaginario degli americani il significato di una fuga verso l’Ovest, verso il sole, la libertà, il sogno dell’Eldorado, l’ultima frontiera in California. E dunque un romanzo che ci regala un caleidoscopio di paesaggi strepitosi e cittadine fantasma, ma che soprattutto rappresenta un perfetto coacervo di ansie, sogni, timori: quello che è stato, che si è amato, quello che c’è ora e non potrà più essere… perché la vita, profondamente nostra, deve essere teneramente, drammaticamente grande, fino alla fine, fino all’ultimo chilometro. L’indimenticabile amore di Ella e John li ha trasformati nella memoria storica l’una dell’altro. E forse il loro unico grande segreto è stato non lasciare mai la mano dell’altro. In viaggio contromano è un libro profondo, appassionante, toccante ma soprattutto imperdibile, un libro che riesce a farci sorridere e contemporaneamente riflettere. Ma non ci lasciamo ingannare dall’ambientazione, dagli usi e costumi diversi. Zadoorian non ha scritto solo una storia americana carica di emozione. No, lui ha parlato a beneficio di tutti, di vita, di amore, del trascorrere del tempo, della malattia, della forza e della fragilità dei legami familiari. E in più ha affrontato con delicatezza i temi ahimè tanto attuali dell’Alzheimer e del cancro, dell’eutanasia. Ma in realtà ci obbliga a porci la domanda che forse dovremmo affrontare: c’è un’eredità morale ed affettiva che lasciamo ai nostri cari dopo la morte?

La Route 66 La US Route 66 inizia dal centro di Chicago nel Grant Park e dopo 2.400 miglia attraverso tre fusi orari e otto stati – Illinois, Missuri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California – termina a Los Angeles esattamente all’incrocio del Santa Monica Boulevard con Ocean Avenue. Insomma, comincia sulle sponde del lago Michigan e arriva alle spiagge dell’Oceano Pacifico ed è stata una delle prime strade asfaltate a collegare l’Est con l’Ovest del Continente Americano. Tutti gli americani conoscono la Route 66 (una delle strade più famose del mondo), spesso chiamata localmente con i nomi delle antiche piste indiane sulle quali corre: Pontiac Trail, Osage Indian Trail, Postal Highway, Ozark Trail, Grand Canyon Route, National Old Trails Highway, Mormon Trail, Will Rogers Highway. “Lanciata” negli anni 20 con un’azione pubblicitaria degna di un prodotto commerciale di consumo. La Route 66 divenne immediatamente la “via Maestra” verso l’Ovest, la strada da percorrere per raggiungere la California, le spiagge dorate, le fortune milionarie, la Mecca del cinema. Certo aveva tutte le carte in regola per diventare un prodotto di successo. Il suo tracciato attraversava alcune tra le più belle aree del continente, dal Missouri al Texas, dagli altopiani del New Mexico ai Canyon dell’ Arizona, un viaggio a ritroso alla fine del secolo scorso, i tempi della grande colonizzazione dell’Ovest. Hollywood prima e la televisione poi, fecero la loro parte costruendo con centinaia di film il mito della frontiera americana. La lunga strada che collegava Chicago con Los Angeles e viceversa diventò un sinonimo di avventura, fu celebrata da scrittori e musicisti, ebbe risonanza nazionale in un famoso serial televisivo degli anni ’60, si guadagnò insomma un suo posto. Woody Guthrie vi scrisse le sue ballate “on the road”, Steinbeck vi collocò il suo capolavoro “Furore” chiamandola la Mother Road, la Strada Madre di tutti gli americani, Kerouac vi ambientò le sue opere migliori… Ma la Route 66 fu anche un potente strumento di sviluppo economico e culturale per gli stati che attraversava, portò milioni di persone nel South West americano. Nel periodo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale milioni di automobilisti la percorsero per cercare la fortuna in California o per sfuggire alla Grande Depressione. Senza considerare che durante i suoi cinquant’anni di esistenza, la Route 66 è diventata qualcosa di più di un nastro di asfalto perché si è trasformata in una specie museo a cielo aperto. Un museo che attraversando alcuni posti tra più interessanti degli Stati Uniti, permette di riscoprire la storia del paese e della sua evoluzione culturale nell’ultimo secolo. La nuova rete di Interstate, autostrade a quattro corsie, completate negli anni ’70 e in grado di affrontare la crescente motorizzazione di massa, rese più facile viaggiare ma decretò la rovina di gran parte di quel mondo nato e cresciuto intorno alla Route 66. Le autostrade infatti hanno scarsi contatti con il territorio circostante. Solo i paesi che ottennero un’uscita sopravvissero, anzi si svilupparono, ma quelli tagliati fuori declinarono inesorabilmente: in meno di un decennio sparirono centinaia di Motel, autofficine officine e i piccoli ristoranti familiari. Ma non del tutto perché uno sparuto numero di “sopravvissuti” continuarono a vivere e lavorare ai bordi della vecchia strada, spesso più per nostalgia che per convenienza, conservando ancora intatto quello che fu lo spirito della Route 66. Tanti piccoli centri si spopolarono completamente ma alcuni riuscirono a conservare le loro caratteristiche, quasi come una magica bolla protetta dal mondo esterno. Ripercorrendo l’antico tracciato, dove è ancora agibile, si viene accolti da una civiltà fatta ancora di rapporti umani, di personaggi semplici e di piccole grandi cose che si penserebbero ormai dimenticate nei tempi. Oltre allo splendido paesaggio non ancora invaso dal turismo di massa, la Route 66 regala ancora emozioni insospettabili al viaggiatore non frettoloso e incontri impossibili da dimenticare. Per questo motivo la Route 66 è diventata un parco nazionale, caso unico al mondo per una strada, ed è stata vincolata dal Ministero Federale dei Beni Culturali come un pezzo significativo della storia d’America. E con i suoi oltre 4.000 chilometri di lunghezza e uno di larghezza, è il parco naturale più lungo del mondo.

Ce la posso fare! (Le brevi di Valerio 191)

Titty e Flavia
Ce la posso fare! Come affrontare i piccoli disastri domestici e vivere felici
SEM, 2017

A casa. Ora. Ecco un volume da tenere sempre a portata di mano: consigli domestici per chi si trova per la prima volta solo (giovanissimo o single) o per chi vuole aggiornarsi (adattando i suggerimenti al proprio vissuto). Come si mantiene (un poco) d’ordine; come si puliscono macchie e pavimenti, utensili e macchinari; come si gestiscono alimenti e cucina, indumenti e armadi; come si cura l’igiene personale; come si lavora (meglio) nei propri spazi d’ufficio; come ci si trastulla, riposa, ospita; come si mantiene un terrazzo o un giardino; come si dorme o riposa davvero nel proprio letto; come si prepara la valigia per vacanze o viaggi. Sempre con un approccio divertente ed ecofriendly, sempre con disegni ed esempi esplicativi. Le due domestic planner milanesi Flavia Alfano (da Taranto) e Titty D’Attoma (da Perugia) hanno condiviso un bel progetto di soluzioni pratiche, curano blog, scrivono libri leggeri e rubriche utili, sono ospiti fisse di una seguita trasmissione televisiva.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Primo venne Caino di Mariano Sabatini

Mariano Sabatini
Primo venne Caino
Salani, 2018

Purtroppo il male che ci sforziamo d’ignorare di solito scava ferite più profonde.

Città rovente, Roma, l’estate scorsa. Un assassino circola indisturbato: il Tatuatore (nome bizzarro: in realtà rimuove dai corpi delle sue vittime brandelli di pelle decorati da tatuaggi). Indagano i Carabinieri; uno di loro, il Maggiore Walter Sgrò, chiede collaborazione informale a Leo Malinverno, inviato speciale e cronista d’assalto, per far trapelare la notizia sui quotidiani e avvisare la popolazione. Ma il direttore del Globo Pietro Orefice ha avuto un malore, al suo posto c’è l’infido vice Lembo che nega a Malinverno la possibilità di far uscire il pezzo. Così il nostro apre il suo blog personale e inizia a caricare le informazioni di cui dispone, suscitando l’interesse delle maggiori testate. L’assassino intanto continua a mietere vittime, apparentemente senza un perché…

Dopo l’esordio in L’inganno dell’ippocastano, torna in libreria Leo Malinverno, affascinante giornalista sulla cresta dell’onda. Stavolta alle prese con un momento particolarmente difficile: l’afa che non dà tregua, il caso del giorno, una storia d’amore che non decolla, il ritorno inaspettato del padre, il lavoro improvvisamente precario e la malattia di una cara amica. Sullo sfondo ancora Roma, una Roma molto attuale, sporca e desolante, con occasionali puntate esterne nel rifugio di montagna, all’Isola Sacra, sul lago Trasimeno e anche a Bologna.
In un vortice affastellato di protagonisti e comprimari vecchi e nuovi, Malinverno tenta di districarsi come può. Ed eccolo muoversi tra l’esuberante Arrigo, la giovanissima e frizzante Eimì, il brigadiere Lucia Simoncini, l’ottima Carla, i nuovi contatti di lavoro e le vecchie conoscenze. Qualcosa andrà a buon fine, qualcosa no… Anzi, volendo fare un bilancio, a questo giro il giornalista esce sconfitto su più fronti. Riuscirà a trasformare i fallimenti in opportunità?

«Nessuno ci insegna a riconoscere la felicità, ecco cos’è. Non sappiamo capire da che parte ci può venire la felicità né sappiamo come afferrarla e tenercela».
«Che significa?»
«Ci facciamo tante riserve mentali, ma dovremmo soltanto cercare di essere felici. Ovunque e con chiunque ci prospetti questa eventualità, e dovremmo anche essere grati del privilegio che ci viene accordato».

In terza fissa, Malinverno legge I Buddenbrook per dormire, ascolta musica anche classica, cucina bene per gli amici e mantiene la linea con la corsa nei parchi. In corsivo i pensieri dell’assassino.

Mariano Sabatini, romano, giornalista, qualche anno in più di Malinverno, ha iniziato due anni fa la fortunata serie gialla di Leonardo Malinverno, cronista romano che si muove con disinvoltura fra le pieghe della città eterna, a suo agio sia nei salotti dei vip che nelle periferie. L’inganno dell’ippocastano ha vinto il premio Flaiano e premio Romiti. Madrine di eccezione di Malinverno sono Barbara Alberti e Enrica Bonaccorti, ammaliate dal giornalista-viveur.

Malinverno c’est moi: Malinverno odia l’estate, Roma afosa e torrida e senza ombre” dice Sabatini. “Tutto ciò che si scrive è autobiografico ma non in senso letterale: chi scrive è un recettore di storie – anche – altrui”.

Secondo Barbara Alberti, “in questo romanzo il nero scorre parallelo perché qui il vero giallo è la vita. Malinverno è nemico di se stesso, è amato da una giovane donna ma non riesce a ricambiarla. Malinverno è un solitario, teme che questa donna rompa i suoi equilibri che poi, invece, sono comunque rotti dal padre. Un uomo incasinato, anaffettivo e un po’ approfittatore che invade anche la sua privacy”.

Enrica Bonaccorti invece, partendo da un passaggio del libro (a proposito del gran rifiuto di Malinverno ad andare in tv per commentare gli omicidi nei programmi di intrattenimento) parla del tema della responsabilità nella comunicazione.

Insomma, ce n’è abbastanza per convincere vecchi e nuovi lettori.

 

Non sono razzista, ma (Le varie di Valerio 78)

Luigi Manconi e Federica Resta
Non sono razzista, ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura
Feltrinelli, 2017
Politica

Italia e Mediterraneo. L’ultimo ventennio. Ormai “non sono razzista, ma” è un’unità lessicale, una frase tipica, una locuzione italiana. Si può serenamente affermare che l’Italia non è razzista, fermo restando che all’interno dell’Italia si ritrovano forme e manifestazioni di razzismo. In aumento. Esemplificate da titoli stereotipati e pregiudiziali sulla carta stampata, da un’aggressiva strategia discorsiva di canali radiofonici e televisivi, da una legittimazione antistraniero nella sfera politico-istituzionale. Il paradigma razzista attribuisce in modo indifferenziato all’intera comunità connotati e misfatti di un suo singolo componente (o di più componenti): il rischio è che ogni straniero diventi criminale, ma anche ogni italiano razzista. Non è e non può essere così. Il linguaggio è terreno di scontro tra discriminazione e integrazione, tra rifiuto e accoglienza, rispetto a ciascuna comunità di cui un individuo è inevitabilmente parte. Quella locuzione mostra una classica procedura retorica: “mettere le mani avanti”; in realtà è proprio il contenuto dell’avversativa che fa spesso emergere le reali opinioni di chi parla (presentate come legate alla semplice osservazione della realtà e alla conoscenza di fatti). E segnala pure talora una sorta di richiesta d’aiuto: aiutatemi a non diventare razzista, non predicate in modo astratto, sappiate che la solidarietà è faticosa, valutate meglio il bisogno di mutuo soccorso. In ciascuno di noi – dichiarate o censurate – covano forme di intolleranza e pulsioni xenofobe. Servono dunque nuove politiche pubbliche, né superficiali né irresponsabili. Mentre invece le norme, soprattutto dal 1990 in avanti, hanno via via delineato un diritto asimmetrico e diseguale per gli stranieri, oltretutto con la progressiva riduzione delle possibilità d’ingresso, di fatto in contrasto con la tendenza strutturale dei flussi migratori e con le competenze dell’economia e della demografia.

Il sociologo Luigi Manconi (Sassari, 1948) e l’avvocata Federica Resta (Bari, 1980) ci aiutano molto a tirar fuori il razzismo che è in noi, offrendoci fondamenti linguistici, culturali, sociali e normativi per sconfiggere sia la xenofobia diffusa che gli imprenditori politici della paura. Il volume è diviso in cinque parti con dettagliate note in fondo; la terza (redatta dal solo Manconi) dedicata alla vicenda (luglio 2013) degli insulti del senatore Calderoli alla ministra Kyenge con la relativa discussione parlamentare relativa alla richiesta (respinta) di autorizzazione a procedere; le ultime due riferite alle “gabbie” nuove che si stanno costruendo ovunque in vario modo (soprattutto nei Cie) e al “peccato dell’indifferenza” che nessuno può più permettersi. Si parte sempre da parole tratte da fedeli trascrizioni di cronache quotidiane; vengono illustrati i significati formali e sostanziali, espliciti e impliciti, con citazioni funzionali di studiosi e colti acuti riferimenti alla musica e alla cinematografia; “zingaro”, “lager”, “confini” e tante altre, senza mai concedere nulla a ricette facili e semplificazioni autoassolutorie. Stigmi generalizzanti, autorappresentazioni stereotipate e denunce indistinte sono riferibili a personaggi politici di varia estrazione culturale e contesto istituzionale. I migranti rappresentano un capro espiatorio elettivo per ogni tipo di rivendicazione identitaria. Un lessico consapevole e controllato è la premessa per non assistere in silenzio al “cattivismo” in corso. Forti di differenti complementari esperienze (all’interno del Senato della Repubblica e del Garante per la protezione dei dati personali), gli autori contribuiscono a “leggere” i conflitti attinenti il migrare, i flussi di emigranti, le comunità dei cittadini, degli stranieri e degli immigrati. Arricchiamo di dimensioni culturali e di moduli espressivi la nostra identità di individui sociali umani!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Cartoline dai morti (Le brevi di Valerio 190)

Franco Arminio
Cartoline dai morti 2007 – 2017
Nottetempo, 2017
Poesia

Nel 2011 Franco Mario Arminio (Bisaccia, 1960), bravissimo “paesologo”, poeta scrittore regista, pubblicò la prima edizione di una raccolta di brevi messaggi trascritti come se fossero arrivati per cartolina, ciascuno da un individuo defunto e da un luogo ignoto. Erano 128 più una nota. In questa nuova recentissima edizione accresciuta di fine 2017 ne ha corretto qualcuno, ne ha eliminato qualcun altro, lasciandone 83 fra gli originali. Poi ne ha aggiunti 11 tratti dalla raccolta 2016 e circa 75 inediti, come “racconti senza respiro” e cartoline, oltre al componimento “La spina”. L’ultimo testo riassume un poco il senso di tutti: “Se non credi alla vita dopo la morte, devi credere di più alla vita dentro la vita. La mia fede io la chiamo intensità. L’intensità a me viene dal guardare… Il bene sta negli alberi, nell’acqua, nelle facce, il bene è sempre dalla parte di chi è intenso, si interessa meno a chi si spaccia in estasi o in disperazione.” Bella coerente veste grafica.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La danza infelice (Le gialle di Valerio 143)

Alessandra Pepino
La danza infelice
Atmosphere, 2017
Noir

Napoli. 9-15 gennaio 2017. L’acuto burbero ispettore Jacopo Starsky Guerra, dopo il fallito matrimonio, da tre anni convive con la bionda Costanza Fierro, che tiene lezioni tre giorni alla settimana (alternandosi al titolare della cattedra); ora lei è incinta di tre mesi, lui ha già smesso di fumare e le ha promesso che chiederà il trasferimento in una più tranquilla città di provincia. La sensibile esperta ispettrice Valeria Hutch Aveta ha un ottimo amato marito e stravede per il figlio Riccardo, si sente comunque molto attratta dal medico legale torinese Arturo Guida, alto e affascinante, occhi neri e spalle da pallanuotista, da poco trasferitosi. I due affiatati poliziotti sono alle prese con un caso rognoso. Il professor Leonardo Mancini, 36enne intransigente allenatore di una squadra di serie D, niente sigarette o alcol, padre solitario della figlia autistica Gioia, è stato pestato, ucciso, mutilato in palestra. Le dita mozzate vengono ritrovate all’interno dell’antico Cimitero delle Fontanelle. I sospetti si appuntano sul giovane talento cui stava dando una seconda chance, con frequenti litigi: Angelo Grimaldi è ricco sfondato di famiglia, non ha ancora nemmeno 23 anni e una storia già molto complicata. A 18 anni aveva fatto un provino positivo con la Juve e doveva trasferirsi a Torino, poi c’erano stati l’incidente col motorino e il ginocchio distrutto, un anno bloccato e l’occasione sfumata, la depressione. Si era sposato con la fidanzata (da sempre) Licia ed era nato Alessandro, ma continuava ad essere frustrato e insicuro. Mancini aveva cambiato qualcosa, c’era un rapporto intenso, quasi d’amore e d’odio. L’indagine si complica, Angelo è scomparso. Inoltre, il capo del commissariato, il vicequestore Renato Immobile, sta molto male, il Parkinson comincia a essere proprio evidente. Cerca di tener duro, considera Guerra il proprio bravo erede, lo avvisa che dovrà essere promosso alla Omicidi, altro che trasferirsi!

Terzo giallo della serie (in quattro anni) per Alessandra Pepino (Napoli, 1984), in prima e terza varia. Il titolo richiama le dita sparse tra i teschi, il muoversi senza allegria. La prima persona riguarda perlopiù i due poliziotti, ma anche altri, a loro legati da affetto o indagine: Costanza che Guerra aveva conosciuto investigando sull’omicidio della sorella Benedetta; il bel gigante Antonio Colangelo, collega e amico, dopo tante conquiste ora innamorato perso di Flavia; la stessa Flavia alle prese con un segreto che non può confessare a nessuno; il dolorante amareggiato Immobile, ormai prossimo alla pensione; Assunta Procopio, la vicina che spesso tiene Gioia con sé; la collega Claudia Vitagliano, già amante del capo, ora alle prese con le storie occasionali dei siti d’incontro per cuori solitari e un caso parallelo; il giovane capace agente semplice Gennaro Rizzo, esigente fidanzato spesso turbato dalla personalità di Aveta; la collega Iolanda Scapece che deve laurearsi. E la terza indugia a sprazzi (capitoli sempre brevi) sugli ulteriori personaggi (come Gioia, senza voce), su mail segrete e sull’irresistibile Napoli (ben tratteggiata), su intermezzi e flashback; sicché non sempre è semplice seguire un filo nello stile e nella storia. I pensieri scandiscono identità e personalità che s’intersecano a fatica. E la stessa, pur intuibile, qualità della narrazione, lo stesso ritmo del giallo rischiano di essere offuscati. Ottimi olfatto e gusto a chilometro zero, o quasi: Lacryma Christi e Aglianico. Nella cena fra amici sinceri sguscia fuori dallo stereo la voce di James Taylor.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Il fratello unico

Il fratello unico
di Alberto Garlini
Mondadori, 2017

Con Il fratello unico scopriamo con piacere Garlini giallista. Risultato: un indovinato connubio vincente. La sua scelta è stata quella di buttarsi sul giallo classico e usare come ambientazione la bassa parmense perché, a suo dire «aveva bisogno di una zona speciale e Parma e la sua provincia sono la culla di storie incredibili, fascinose, tragiche, spietate e sognanti. Sembra che la pianura, a differenza della montagna, non possa nascondere nulla… La pianura, e il Po, con le sue acque che scorrono implacabili e a volte tracimano, sono lo sfondo dei delitti e dei misteri di fantasia che in questo libro ho raccontato».
Un territorio così infatti parrebbe fatto su misura per un ricco (azionista di una banca di affari) investigatore letterario come Saul Lovisoni, ex poliziotto dotato di un talento infallibile, ex studente modello laureato ad Harvard, ex ragazzo della buona società ed (ex?) scrittore di gran successo. Un uomo che ha deciso di estraniarsi quasi completamente dalla vita pubblica finché qualcosa non busserà di nuovo alla sua porta. Si parte bene. Voce narrante: la sua assistente Margherita Pratts, ventiseienne inquieta che, per sua ammissione, nella vita ha combinato poco, segnata dal piercing e da un tatuaggio (Stieg Larrson aleggia), apprezza il buon vino e va in giro su una Twingo scalcagnata. Tornata di recente dall’Angola, dopo una breve e infelice esperienza lavorativa e stufa di dividere la casa con il suo ex, vede sulla Gazzetta, per sua fortuna, l’annuncio di Saul Lovisoni che dice “Cerco una segretaria che sappia leggere. Lavoro di investigazione e di archivio” e parte in caccia. L’impatto iniziale, abbastanza faticoso, la costringe a vagare sotto un temporale, che imperversa con fulmini e saette, fino all’arrivo a un casone trasandato della campagna parmigiana dove incontra Saul Lovisoni. Descrizione dell’autore: «tratti marcati ma eleganti. Sembrava fatto di nulla, anche se i muscoli urgevano contro il tessuto della camicia. Meno di quarant’anni, forse trentasette o trentotto. Capelli scuri. Labbra carnose. Un pallore malinconico, come di certe montagne». (Sublime il pallore malinconico di certe montagne, mi fa subito pensare alle Apuane). Margherita viene assunta immediatamente per aver superato il test di prova, letto da Lovisoni, riconoscendo fin dalle prime battute Emma di Jane Austen. Incarico ufficiale archivista di dodicimila libri e in realtà segretaria tuttofare. Salario proposto ottimo e in più avrà diritto a vitto e alloggio. E lei zac, fa le valigie e trasloca. A metà novembre piomba a tradimento la prima cliente “Bionda, abbagliante, smalto rosso. Borsa Hermès”. Si presenta: è la contessa Cosima Allandi di Porporano. Il fratello Bernardo (detto Bernie), appartenente a una abbiente e importante famiglia proprietaria del castello di San Secondo (celebre edificio rinascimentale Rocca dei Rossi) è scomparso da tre giorni. La polizia non vuole muoversi: è un maschio adulto e vaccinato, tre giorni sono pochi ma secondo la sorella non è da lui. Ḕ preoccupata e vuole che Lovisoni lo cerchi. Bernardo (Bernie) si è innamorato di una tale Sabina Ruffini, una qualunque, ex drogata e divisa dal marito, che da poco ha perso un figlio, un bambino investito da una macchina. Cosima sa che il fratello prima di sparire ha litigato di brutto con lei. Lovisoni accetta di occuparsene, incarica Margherita di fissare la parcella e lei, per l’importo, si rifà a quella di Philip Marlowe (vedi gialli di Chandler). Ben presto (elementare no?) Lovisoni trova il cadavere di Bernardo. Più d’uno in zona aveva motivi per ucciderlo, sospetti, arresti ma solo alla fine, come in ogni giallo che si rispetti, scopriremo, con un deliberato colpo di scena in una riunione finale alla Ellery Queen, l’identità dell’assassino. Ricco di citazioni letterarie, gialle e no, Il fratello unico è un intrigo perfetto, un raffinato omaggio al mystery classico di Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Rex Stout e tutti gli altri maestri del genere. Saul Lovisoni è un calibrato mix di certi miti investigativi. Per alcuni versi ricorda Maigret ma soprattutto somiglia a Sherlock Holmes con le sue improvvise sparizioni, i suoi sbalzi di umore e il modo in cui anticipa tutti con le sue deduzioni, irritando soprattutto Margherita. Però, pur essendo un personaggio ispirato al’eroe di Conan Doyle, per arrivare alla verità e svelare il nome dell’assassino Saul Lovisoni applica alle indagini un suo particolare metodo, strettamente collegato ai meccanismi letterari…
Margherita, inevitabilmente, è attratta e affascinata dalle stravaganze e genialità del suo capo. Saul, si capisce al volo, soffre e nasconde qualcosa: quali sono i motivi del suo isolamento in campagna dopo l’eccezionale successo del primo libro? Si informa in giro. Certe risposte non le piacciono ma…
Scrittura serrata e gradevolmente ironica, dialoghi realistici e brevi frasi per un ritmo incalzante, con momenti di dolorosa pausa. Garlini, tuttavia, per il suo romanzo, non solo si ispira ai polizieschi ma attinge a piene mani anche dalla “letteratura”. E infatti per Bernardo (il fratello unico che presta il titolo al romanzo, prendendo spunto da una canzone di Rino Gaetano) ci rimanda a due “signori” personaggi: Don Chisciotte di Miguel de Cervantes e Francis Macomber, protagonista di un racconto di Hemingway.