Mio caro serial killer (Le gialle di Valerio 153)

Alicia Giménez-Bartlett
Mio caro serial killer
Sellerio, 2018
Traduzione di Maria Nicola
Giallo

Barcellona. Ai giorni nostri. Proprio quella mattina che la cinquantenne Petra Delicado decide di ritardare un poco e concedersi i servizi di un centro estetico, il commissario Coronas in persona la chiama dall’ufficio e la redarguisce severamente: è stata trovata una donna assassinata in casa. Non basta: devono andarci subito col fido inseparabile vice Fermín Garzón ma è la polizia autonoma ad aver chiesto collaborazione, a coordinare le indagini sarà un giovane massiccio disciplinato ispettore dei Mossos d’Esquadra, Roberto Fraile, occhi verdi e capelli a spazzola, sulla trentina. Ne vedremo inevitabilmente delle belle. E delle brutte: qualcuno ha pugnalato 22 volte l’impiegata 55enne Paulina Armengol, poi le ha tagliato la faccia fino a renderla irriconoscibile, lasciando un biglietto di disinganno d’amore. Dopo appena un giorno accade di nuovo, una 35 ecuadoriana con regolare permesso di soggiorno, accoltellata all’addome, con il volto devastato e un messaggio amoroso, stessa mano omicida e identiche modalità. Non è finita lì e non vi sono tracce o piste. Erano tutte donne sole, pochi o niente amici o parenti, fra loro non si frequentavano né si conoscevano, l’unico labile legame sembrano forse le agenzie matrimoniali con cui erano entrate in contatto, una in particolare, molto riservata. Petra e Fermín sono tranquilli a casa, i rapporti (rispettivamente) con Marcos e Beatriz sono stabili da tempo, i partner affiatati e collaborativi. Certo cresce la curiosità dei figli del terzo marito (conviventi) e della loro nonna (appena arrivata), però l’armonia non è rovinata ed emerge anzi qualche spunto investigativo. Il fatto è che il lavoro è un inferno: giorno e notte, senza costrutto, con un collega gentile ma turbato, impreparato ai comportamenti strani e ai dialoghi stranianti dei due della Policía Nacional. In qualche modo, impareranno a sonnecchiare insieme, a vedersi alla Jarra de Oro e a stimarsi.

La bravissima Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) si cimenta con morti seriali, non poteva più farne a meno. Si tratta di un argomento tipico di gialli e noir, di un topos letterario, quasi un luogo comune. Nella sua serie (iniziata nel 1996 e giunta al decimo romanzo) ci sono tante parodie fisse sul genere: il duo protagonista, le tecniche investigative, i tic dei personaggi. Non poteva mancare ora l’indagine su un presunto serial killer di donne indifese, qualcosa per cui la Petra che conosciamo (attaccabrighe e scettica) forse non sarebbe potuta essere all’altezza, lei che comunque narra in prima persona, al passato, senza compassione per nessuno (come Fermín, con il cuore di fredda ironica pietra). Ci immergiamo così nel mondo delle Agenzie di Relazioni Matrimoniali e dei siti d’incontri, nell’infinita solitudine di alcune donne, foto scelte per trasmettere un atteggiamento, una propensione, un personaggio, nella speranza di trovare un compagno. Emergono con umorismo e indulgenza i tanti possibili rifugi per cuori solitari (anche maschili): associazioni di escursionisti, centri culturali, agenzie di contatti, circoli di poker, scuole di tango. Mentre stenta a venir fuori l’intreccio sordido di interessi e crudeltà, bugie e opportunismi, destinato a tradursi poi, non tanto casualmente, in crimini sanguinosi. La lenta verifica confermerà che nessun assassino è perfetto, pare che presto se ne farà un film. Concilianti i rapporti fra le due polizie operanti in Catalogna, anche perché il terzo incomodo (vera novità del romanzo) finirà per capire e far capire l’utile piacere della condivisione. Segnalo la velenosa convivenza di verità ed equilibrio mentale, a pagina 80. Il sospettato ha lo studio in calle de la Sal a Barceloneta, proprio sopra la libreria “Il Giallo e il Nero” (“Negra y Criminal”, dove tornare presto), il gestore Paco conosce bene Beatriz e Fermín, con sorpresa di Petra: il romanzo poliziesco unisce molta gente. Passito, cariñena, cava, barricato, e via vineggiando.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La voce del crimine (Le brevi di Valerio 208)

Ed McBain
La voce del crimine
Einaudi, 2018 (orig. 1973, Let’s Hear It for the Deaf Man)
Traduzione di Andreina Negretti
Giallo

Isola. Aprile. I casi criminali sono già tanti in quel quartiere e cominciano ad arrivare pure telefonate e lettere anonime attribuibili a un antipatico conoscente che ci riprova. Il Sordo è un inafferrabile cattivo seriale, alto e bello, invia a Carella buste con fotocopie di foto (riprodotte nel libro), prepara un misfatto, probabilmente una rapina.
Evan Hunter sapeva bene di voler dar vita a una innovativa serie poliziesca, fece un contratto per più romanzi e adottò lo pseudonimo di Ed McBain. Dopo 4 anni (e 11 romanzi) sull’87° Distretto, nel 1960 individuò il personaggio “contro”, l’avversario dei buoni (più o meno). Piani astutissimi, rompicapo irridenti, una virgola che alla fine non va, loro che sventano qualcosa, lui che riesce a fuggire (spesso lasciando sul campo complici morti o arrestati). Tutto magnificamente narrato con stile dilettevole anche in La voce del crimine, 26°romanzo della serie, 3° col Sordo. E 4° riedito ora da Einaudi con nuovo titolo. Alta letteratura.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il compimento è la pioggia (Le gialle di Valerio 152)

Giorgia Lepore
Il compimento è la pioggia
Edizioni e/o, 2018
Noir

Bari. Dicembre 2013. Il 33enne ispettore della squadra Mobile Gregorio Gerri Esposito, bello e impossibile, svagato e presuntuoso, vive un esilio autoimposto. Era nato e cresciuto a Napoli, prima in un campo zingari, presto abbandonato dai genitori (madre scomparsa dopo avergli detto “aspettami” sotto la pioggia), poi in un collegio orfanotrofio gestito da due persone brave, il prete di strada don Mimì e la suora laica Adelina, ormai morti. Si sente ovunque fuori posto, senza legami e senza senso. Abita solo, frequenta varie donne con affetto, senza riuscire a stringere amori duraturi: non con la bellissima collega romana Sara Coen (la relazione ha lasciato a entrambi un reciproco rifugio, ma ormai bisticciano sempre), non con la splendida prostituta nigeriana Milly (o Jamilah o Emily o Emilie, lei ormai non lo fa pagare, ma ha un figlio in istituto e ben altro cui pensare per sopravvivere), non con la minorenne Lavinia (sono lontani e probabilmente è meglio vi restino); né con altre cui piace o che lo attirano. Proprio la notte di San Nicola arriva sulla scena di un delitto nella città vecchia: la 24enne Caterina Ketty Camarda è stata uccisa da più mani (in tempi successivi), dopo aver fatto l’amore consenziente e aver subito più di un’aggressione; era incinta e aveva due figli (che trovano chiusi nella cassapanca). Entra subito in intensa relazione con la più grande, Jennifer (cinque anni), che gli confida chi è stato, il padre Nicola, biondo alto e con gli occhi azzurri, pessimo compagno della madre (non il nuovo fidanzato Pasquale) e si fa promettere che se lo prende lo uccide. Aleggiano tutt’intorno una selva di personaggi (e rispettive famiglie): soprattutto padre e fratello di Ketty, madre fratello sorella padre di Nicola, e l’antipatico giovane pm milanese incaricato di seguire il caso insieme al vicequestore aggiunto Alfredo Marinetti, capo e padre putativo di Gerri alla terza sezione.

L’archeologa e storica dell’arte pugliese Giorgia Lepore prosegue con successo la bella serie in terza persona (quasi fissa) sul suo inquieto Gerri, sempre sospeso fra passato e presente, infanzia zingara o sola e bimbi incontrati in affanno ora. Per ragioni diverse, ha frequenti dolori a spalla, gamba, testa, e sente spesso pure i dolori degli altri; a volta risulta odioso scocciato nervoso assente, altre volte calmo paziente comprensivo suadente. Gerri si porta dietro confusamente tutto del suo passato, spesso attraverso sogni, flashback, analogie. Ogni altro personaggio (seriale oppure occasionale) risulta comprimario. Eppure, continuiamo a non sapere tutto di lui: intuiamo zone d’ombra, vuoti, buchi neri (che sono in parte nel passato di ciascuno). Non solo le indagini ma l’insieme delle sue relazioni sociali (con o senza parole) affondano lontano nel tempo e debbono risultare funzionali a un percorso di presa di coscienza e di messa a fuoco di tutto ciò che lo incatena all’infanzia. Non a caso cerca di fissare quanto più possibile su carta, affronta ogni caso arrovellandosi su complicati schematici appunti, chi dove come quando perché, disegni simboli nomi lettere asterischi frecce riquadri, colori ed evidenziazioni varie. E la narrazione noir non prevede mai azioni in diretta, gialle o hard-boiled che siano: quando sta per accadere qualcosa passiamo al momento in cui qualcuno (lui in genere) lo ripensa o lo narra, dopo. Si tratta, dunque, di storie (volutamente) circonvolute. Intrattenimento molto godibile per lettori assorti e accorti, non distratti da enogastronomia e consumi dominanti. Gerri odia il pesce, ha in libreria tanti volumi sui rom e ascolta tutto Vinicio Capossela. Il titolo deriva da un proverbio arabo, “le nuvole sono una promessa. L’adempimento è la pioggia”, accompagnato ovviamente (nella dedica) dal capolavoro di Dürrenmatt, appunto sulla promessa (difficile da mantenere).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Putin segreto (Le brevi di Valerio 207)

Vladimir Fédorovski
Putin segreto
Edizioni del Capricorno, 2018 (orig. ed. fr. Poutine, l’itineraire secret, 2014)
Traduzione di Barbara Sancin
Storia e politica

Russia e Urss. Putin è stato rieletto nel marzo 2018. Dopo Gorbaciov (1985-1991), dopo la fine dell’URSS, dopo Eltsin (1991-2000), in Russia e nella grande zona d’influenza russa il capo è lui da vent’anni e forse molto ancora.
Vladimir Fédorovski (Mosca, 1950) è stato un diplomatico sovietico (nella perestroika) e vive da tempo in Francia, avendo confermato lì doti di narrazione geopolitica. Il suo recente saggio Putin segreto non è una vera e propria biografia, l’autore ha conosciuto il leader russo, ricostruisce infanzia (a Leningrado) famiglia studi interessi carriera, intrecciando informazioni e contesto. L’idea è che Putin riabiliti i retaggi storici, russo zarista (di oltre due secoli) e sovietico stalinista (di oltre settanta anni), valendosi della polizia segreta (come nei regimi totalitari), il KGB, e del controllo dell’informazione. Ne vien fuori un dettagliato realistico resoconto diplomatico (con note bio dei personaggi, cronologia e bibliografia finali).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lo sguardo profondo (Le varie di Valerio 82)

Massimo Luciani
Lo sguardo profondo. Leopardi, la politica, l’Italia
Mucchi, 2017
Letteratura e Diritto

Recanati e Italia. 1798-1837. Ormai conosciamo abbastanza bene vita e opere di Giacomo Leopardi. Quel che continua a stupire è la vitalità contemporanea dei suoi testi letterari e delle sue riflessioni culturali, anche rispetto a discipline e argomenti meno indagati, come il diritto e le forme di governo (non solo la politica). Il crivello leopardiano ha saputo separare attentamente la liquidità contingente dalla permanente solidità dei processi storici, in particolare guardando a fondo nella psicologia degli italiani e cogliendo con lucidità e freschezza le correnti carsiche che percorrono la storia del nostro Paese. Leopardi mette sempre in guardia contro l’illusione che i governi possano dare agli uomini la felicità, pur consapevole che l’inutilità della politica non è maggiore né diversa dall’inutilità della vita e di tutte le cose umane in generale. Al centro del suo pensiero si colloca il concetto dell’illusione, delle illusioni, maggiori e più fertili (foriere di immaginazione) nello stato di fanciullezza, del singolo e della comunità politica, sempre e comunque essenziali per la sopravvivenza individuale e per la tenuta dei legami sociali. Essendo materialismo, empirismo, scetticismo, non cognitivismo, relativismo i tratti fondamentali della sua “filosofia”, per il poeta recanatese è il sistema delle illusioni che aiuta a farci sopportare il destino umano e a conservare le comunità politiche. Molto si è discusso se qualche spunto innovativo degli ultimi anni (di contro alla “natura” unicamente il sodalizio degli uomini può servire di difesa, per tutti e per ciascuno) contrasti le opinioni precedenti; più probabilmente le completa, problematizzandole ulteriormente. Ciò riguarda anche l’apprezzamento per le forme di governo segnate dall’appartenenza del potere alla nazione, una (meno imperfetta) società “mezzana” che asseconda la brama umana di felicità e assicura la massima varietà delle personalità (una uguaglianza almeno di mezzi e di opportunità).

Il grande costituzionalista Massimo Luciani (Roma, 1952) quasi una decina di anni fa introdusse un seminario a porte chiuse su Leopardi politico, poi apparso fra il 2010 e il 2012 in varie riviste e volumi collettanei. Il bel testo esce ora in modo autonomo (formato snello e tascabile) con ampia ricca prefazione e titolo nuovo. I paragrafi centrali erano sei, i primi tre sulle premesse antropologiche e le cruciali illusioni nel pensiero leopardiano, i successivi più specifici su argomenti giuridici (la dottrina delle forme di governo, la critica all’universalismo e al cosmopolitismo e la figura del nemico, la questione dell’Italia), tutti di non semplice (ma molto interessante) lettura per virgolettati, rimandi, parentesi. Le considerazioni supplementari riflettono ancora sulla capacità leopardiana di indagine storica stratigrafica (oltre gli eventi individuali) e approfondiscono due aspetti: universalismo e linguaggio. L’avversione al cosmopolitismo non era ideologica o aprioristica, ma logica e razionale, espressa col tradizionale angosciato disincanto. Il nesso di causalità va dalla società e dalla politica alla letteratura e all’espressione linguistica. Luciani offre continue frequenti citazioni di Leopardi sui vari temi trattati, prima di esaminare con acume e coerenza una parte delle interpretazioni critiche che già li avevano valutati. Denso è l’apparato di note, dal quale emerge una bibliografia selezionata ed essenziale. Interessanti i riferimenti al nesso fra parole e cose e alla xenofobia. Forse è un poco sottovalutato il retroterra scientifico nella filosofia e nella poesia di un piccolo gobbo sommo pensante, che molto amò la scienza e la laica coscienza della propria finitezza, per arrivare a definire uno scientifico poetico relativismo, contro la pretesa assolutezza di qualsiasi dottrina, anche religiosa.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Non si uccide per amore

Non si uccide per amore
di Rosa Teruzzi
Sonzogno, 2018

Un flash-back di vent’anni ci riporta alla morte in diretta di Saverio, poliziotto, marito di Libera, padre di Vittoria e genero di Iole nel terzo capitolo della saga della fioraia del Giambellino. Un flash-back annunciato che, dopo il fortuito ritrovamento di un foglietto ingiallito in una vecchia camicia di Saverio, conservata per ricordo nel fondo di un armadio, ha riportato Libera all’episodio più doloroso della sua vita, che ha reso lei vedova e sua figlia orfana. Un caso, un delitto lontano, mai risolto che ha spinto Vittoria a seguire le orme paterne e arruolarsi in polizia. Un delitto per il quale non è mai stato trovato il colpevole, e a cosa può servire ora quel biglietto, che sembra scritto da una donna? Che dovrebbe essere una certa Loredana Pace, bella e giovane moglie di un mafioso in prigione e madre dei suoi figli. L’orrendo sapore di cose irrisolte, il dolore e l’angoscia, tormentano Libera e gli incubi affollano le sue notti. Quel biglietto riapre tutte le piste: cosa è davvero successo la notte in cui Saverio è morto? Chi è stata a ucciderlo? Perché? Su cosa indagava? La sua morte è collegabile alla mafia calabrese? Qualcuno della polizia l’ha tradito? Ossessionata dalle tante, troppe domande senza risposta che le riempiono la testa, collegate anche a Gabriele, da anni suo nume protettore, migliore amico di suo marito e padrino di sua figlia, Libera, dubita persino di lui, perché non riesce a far riaprire il caso. Insomma Libera, per cercare la verità, deve rivangare il passato e, dopo essersi guadagnata sul campo nei romanzi precedenti una fama di quasi detective, per mantenerla deve coinvolgere di nuovo nella sua personale indagine Temperante Cagnaccio. Chi altri se non lui, detto il Dog, capocronista del giornale del pomeriggio La Città, che sopravviveva grazie alle pagine dello sport, degli spettacoli e soprattutto della cronaca nera, poteva aiutarla? Ne era sicura, le aveva dato una mano, in passato, e lo avrebbe fatto ancora. Bastava presentargli una polpetta abbastanza appetitosa e il caso di Saverio lo è. Cagnaccio metterà subito all’opera la sua giornalista di nera o il suo cane da punta Irene Milani, da lui soprannominata Smilza o Smortina. Le informazioni che saltano fuori convinceranno Libera a partire di nascosto con la madre Iole, estroversa, stravagante e prepotente ex figlia dei fiori con velleità amorose, verso la Calabria, in un avventuroso viaggio sulle tracce della verità che l’aiuterà a chiarirsi le idee ma anche ad arrivare a mettere la parola fine alla più dolorosa fase della sua esistenza.
La nostra rossa o Julianne Moore del Giambellino (così chiamata proprio per il fulgore della sua chioma) è un personaggio speciale, figlia di Iole e mamma di Vittoria, quasi schiacciata tra due donne dalla personalità molto forte, importante. Lei è più fragile, più insicura. Ma lo è veramente? Come giovane vedova con una bambina da crescere ha preso tante botte dalla vita. Sua madre, quando lei era piccola, la trascurava, inseguendo la sua libertà. Sua grande figura di riferimento nonno Spartaco, il colto ferroviere che sapeva il vocabolario a memoria, ma ora non c’è più da anni. Libera sembra in attesa, come se avesse premuto il tasto “pausa” della sua vita. Spesso incerta, non riesce a parlare, a spiegarsi, ad aprirsi, ma quando vuole sa tirare fuori grinta e coraggio quanto basta. E se se in futuro dovrà affrontare nuove esperienze, nuovi interessi, saprà farlo.
Ancora una volta Rosa Teruzzi fa centro con una storia che convince e intriga, allo stesso tempo dura e delicata e, con una sana dose di intelligente ironia, continua a far vivere alla grande i suoi tre ormai irrinunciabili personaggi: Iole, Libera e Vittoria. Felici lo stesso, benché sfumate stavolta, le comparsate dell’amico-corteggiatore cuoco e del suo cane, ma vuoi mettere, caro lettore, l’atmosfera di una riunione d’indagine in un gelido e umido agosto milanese dove domina il profumo di polenta coperta di parmigiano messo a confronto con i magici spunti calabresi soffusi di sole e di profumi che fanno sognare?

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2018

(Buona Pasqua!)
In un momento di esaltazione artistica mi sono portato al gabinetto un libro su Siena, per ricordare e riammirare certi tesori già visti, partendo dai capolavori di Duccio Di Buoninsegna, ovvero dalla sua splendida Maestà (1308-1311) nel museo dell’Opera del Duomo. Continuando con l’altra Maestà (1312-1315) di Simone Martini e così via attraverso le opere di Pietro e Ambrogio Lorenzetti e di Domenico Di Giacomo Di Pace detto il Beccafumi fino a produrre un mirabile impasto di fremiti corporali e intellettuali. Stavo ammirando e decifrando la Allegoria del Buono e del Cattivo governo quando un Fabiooooo!!! a tutta voce mi ha fatto sobbalzare. Tirata di sciacquone e via. Non si può stare tranquilli nemmeno al gabinetto.

Prima di beccarmi I guardiani di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2017, sono andato in giro per internet a trovare qualche commento. E di commenti ce ne sono stati. Favorevoli e negativi. Anche molto negativi, se qualcuno non è riuscito nemmeno ad arrivare in fondo al libro. Perché?…
Un tradimento. Il libro è stato sentito come un tradimento alle aspettative di certi lettori che non vedevano l’ora di riprendere in mano le storie del commissario Ricciardi e dei famosi Bastardi di Pizzofalcone. Con I guardiani de Giovanni si è buttato decisamente su una riva opposta a quella conosciuta, una riva in genere poco amata o, almeno, non troppo amata: il fantasy (l’autore lo definisce un fanta-thriller). Un salto pericoloso, esagerato. Una novità, troppo “novità” per diversi suoi sostenitori.
Ma io vi invito a leggerlo, a non stare ancorati sempre sullo stesso terreno, a non aver timore dei cambiamenti. Tra esoterismo, riti e passaggi segreti, mistero e scoperta, la scrittura di de Giovanni è lì che vi prende per mano e vi conduce, a ritmo sostenuto, attraverso una Napoli magica, misteriosa e inquietante.

Sull’adorato Giallo Mondadori alcune cose interessanti. Intanto l’inedito La casa dell’oscurità di Ethel Lina White, una delle scrittrici famose dei famosi anni Trenta dai cui capolavori sono stati tratti film diretti da registi come Alfred Hitchcock e Robert Siodmak. Siamo al civico 11 di India Crescent, a Rivermead. “La casa era stata sbarrata, chiusa a chiave e resa totalmente inaccessibile oltre undici anni prima.” Una casa da brivido, da paura, dalla quale arrivano strani rumori, “scricchiolii, rimbombi, colpi di vario tipo.” Ascoltati con tremore dalla diciannovenne Elizabeth Featherstonhaugh (spero di averla scritta correttamente) che vive nella casa adiacente come governante di Nigel Pewter, generale a riposo. Ragazza che sarà al centro della storia, tutta presa dalle sue ossessioni, vere o false, e dal tenere a bada i due figli di Nigel (anche questi avranno una loro importanza). Sempre con il pensiero rivolto agli insegnamenti della nonna che vengono ad aiutarla nei momenti di crisi. Spunti: amore e morte, l’uomo nero, passaggio segreto, tensione, paura. “Un gioiello di suspense” come evidenziato in copertina, tradotto magnificamente da Mario Boncompagni.

A seguire Il caso Sandrine di Thomas H. Cook
In prima persona durante il processo che lo accusa. Che accusa lui, Samuel Madison, docente del Coburn College, della morte della moglie e collega Sandrine (studiosa di Cleopatra) per un mix di farmaci e vodka. Niente suicidio, come si era pensato in un primo momento, ma omicidio. Ovvero rischio di pena capitale. Un ripensamento sulla sua vita, sul matrimonio, sulla moglie, sui suoi comportamenti indecifrabili, sulle sue frasi enigmatiche, sull’ultimo giorno in cui l’aveva vista viva (si era ammalata di SLA), mentre il pubblico ministero Harold Singleton lo accusa e l’avvocato ebreo Mordecai “Morty” Salberg lo difende. Mentre i testi salgono al banco dei testimoni per il giuramento…
Poi la vita con la figlia Alexandra, i loro scontri, i ricordi che si affacciano alla mente, passato e presente che si mischiano e accavallano insieme. Qualche spunto, qualche particolare nella stanza della morta, una candela accesa, una guida turistica, e ancora processo con i testimoni che si alternano, battaglia serrata fra accusa e difesa, il tradimento di entrambi, un libro particolare che può essere usato come arma d’accusa…
Dubbi, assilli, timori, incertezze, cambi di prospettiva che affascinano e attraggono inesorabilmente il lettore. Chi era veramente Sandrine? E chi è veramente Samuel Madison? Chi l’ha uccisa? Via, veloci verso la fine. Un capolavoro di tecnica narrativa (giù il cappello). Tradotto con la solita arte da Mauro Boncompagni.

Ancora con La notte è per le streghe di A.A. Fair
A.A. Fair è uno degli pseudonimi di Erle Stanley Gardner, l’inventore di Perry Mason, tanto per capire con chi abbiamo a che fare. L’inizio è complicato e bizzarro, dunque intrigante. Al sodo, Bertha Cool, donnone dai modi spicci, ha un’agenzia investigativa con il socio Donald nel frattempo arruolato in marina. Un rappresentante di commercio le propone di recuperare dei crediti. Niente di particolare se il debitore da cui occorre incassare il denaro non fosse lui stesso… Continuo sfruttando la quarta di copertina che riassume bene tutto il guazzabuglio “Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.”…
Ritmo veloce, movimento, capitoli brevi, dialoghi spigliati, sorriso, ironia sparsi sulle situazioni e sui personaggi fra cui giganteggia il citato donnone (sibila, urla, sbuffa, ha la voce tonante…), una specie di farsa nella tragedia, un guazzabuglio micidiale e mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura. Traduzione all’altezza di Sem Schumpler.

Da non perdere lo Speciale Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr ed Ellery Queen con introduzione succosissima di Mauro Boncompagni. Praticamente due romanzi ed un racconto basati sul “dying message, il messaggio che l’individuo in punto di morte lascia al detective o al testimone perché il suo decesso non resti impunito…” Ma ci ritorneremo la prossima volta.
Sul Giallo Mondadori già pubblicati tre excursus nelle mie “Lunghine”: la prima parte, la seconda e la terza.

La figlia modello di Karin Slaughter, Harper Collins 2017.
Sono sincero, l’ho letto perché avevo voglia di fare piazza pulita di tutte le recensioni encomiastiche che avevo trovato in giro. Soprattutto di quelle in cui c’è “il fiato sospeso dall’inizio alla fine.” Così, tanto per ritornare il rompipalle di un tempo che fu.
Ma non posso. Il libro merita e il tempo che fu non c’è più. Al sodo: giovedì 16 marzo 1989 dramma familiare a Pikeville in Georgia. Due uomini mascherati irrompono nella casa dei Quinn per farla pagare a Rusty, avvocato difensore anche dei più spregevoli criminali (tutti, per lui, meritano un processo equo). Non trovandolo, uccidono la moglie Gamma, seppelliscono viva la figlia Samantha (Sam) di quindici anni, mentre l’altra figlia Charlotte (Charlie) di tredici anni riesce a fuggire.
Ed eccoci ad oggi con un salto temporale di ventotto anni. Charlie è diventata un avvocato difensore che lavora nello stesso ufficio del padre; Sam, riuscita miracolosamente a salvarsi, vive a New York cercando successo nel diritto dei brevetti. Ma un altro fatto luttuoso, una sparatoria nella scuola del luogo da parte di una ragazza con problemi mentali, di cui Charlie è testimone, le farà ritrovare con tutti i drammi che si portano appresso.
Donne forti e fragili allo stesso tempo, alla ricerca di qualcosa, di un po’ di felicità che sfugge continuamente perché il passato riemerge come una ferita mai chiusa, mentre la violenza e il male si annidano dappertutto. Personaggi vivi, intricati, difficili, psicologicamente credibili, scene forti, crude, sanguinolente, ammorbidite in qua e là da un certo leggero umorismo senza scadere nel truculento pornografico. La complessità della vita, la maledetta complessità della vita, dei rapporti con gli altri e con se stessi irrompe in queste pagine, orchestrate, devo dire, in maniera superba. E anche questa è diventata una brevissima recensione encomiastica. Acc…

Spiluzzicature
Chi vuole conoscere il Leonardo Sciascia in versione giallofilo è uscito, ripubblicato da Adelphi, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo. Dal quale si evince la sua netta antipatia per l’hard boiled americano (salva Hammett insieme a Chandler), compresa quella banda di malloppi di altra provenienza tutti movimento e sangue. Ammira, invece, il Maigret di Simenon, della cui umanità e competenza professionale, traccia un profilo esaustivo.
Ricevuto come regalo per la festa del Papà, ho cominciato a spiluzzicare Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018. La famosa coppia, l’ispettrice Petra Delicado e l’inseparabile vice Fermin Garzón, si trovano di fronte ad un problema purtroppo tragicamente attuale: il femminicidio. Caso difficile anche perché costretti ad indagare insieme ad un giovane della Catalogna (altro problema attuale nella Spagna) eccessivamente rigido e pedante. Ci risentiremo alla prossima.

Un giretto tra i miei libri
Oggi facciamo un bel tuffo a ritroso nel tempo. Più precisamente al 1923, quando uscì The Groote Park Murder di Freeman Wills Crofts, riproposto lodevolmente da Odissea Mystery con il titolo La tela del ragno.
Manca ancora un anno alla nascita del più noto ispettore French di Scotland Yard che si oppone a tutta la serie di segugi genialoidi del tempo e si presenta come l’esponente della cosiddetta tendenza realistica nata all’interno del romanzo poliziesco. Qui abbiamo, invece, l’ispettore Vandam, coadiuvato dal sergente Clark, che lavora (udite, udite) nella città di Middeldorp nel Sudafrica e che anticipa alcuni aspetti della personalità e del modo di operare del più famoso French.
Primo spunto: amabile nel rapporto con gli altri il che “lo rendeva l’idolo dei suoi subalterni”. Ciò non lo esime dal fare subito una lavata di capo al sergente “Impari a non trarre facili conclusioni” per non avere esaminato accuratamente gli elementi del caso. Secondo spunto: osservatore attento e minuzioso, lavoratore instancabile “Quando Vandam era sulla pista di un caso nuovo non aveva più riposo: per lui non esistevano più né notte né giorno, viveva in un continuo stato di eccitamento”. Si accontenta anche di un panino imbottito. Coscienzioso all’eccesso interroga anche quelli che non ci sono, tanto per fare una battuta. Ragiona, riflette e rimugina sui fatti in continuazione cambiando opportunamente le sue valutazioni se arrivano gli imprevisti (e non sono pochi). Del tutto simile, quanto a solerzia e meticolosità, l’ispettore Ross di Edimburgo, protagonista della seconda parte delle indagini che si svolgeranno in Scozia.
In breve: omicidio che sembra un suicidio, possibile assassino fuggito, un sacchetto di sabbia, un martello, una signorina-fidanzata attratta dai diamanti, lettere su lettere, calligrafie falsificate, travestimento, orari di tutti i tipi che saltano fuori ad ogni piè sospinto, uno spaccato sul processo in Inghilterra, un inabissarsi nella mente degli ispettori con il colpo finale a sorpresa.
Anche lo stile si adegua ai due personaggi e viceversa. Niente voli spettacolari e sobbalzi di sorta ma un continuo, lento ed incessante descrivere ed accumulare particolare su particolare. Una prosa, praticamente una cronaca, che può apparire grigia al primo impatto ma che poi sorprende per la sua capacità di entrare nel profondo delle cose. Ti intriga, ti avvolge e ti cattura. Come la tela del ragno.

La tomba di Alessandro di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2010.
Questa volta non si tratta di scoprire il colpevole di un omicidio o il mistero della sparizione di un uomo. Si tratta, invece, di scoprire quello della sparizione di un cadavere. Meglio ancora di un cadavere con annessi e connessi. Ergo della sua tomba. E che cadavere! E che tomba!
Nientepopodimeno che del cadavere di Alessandro Magno e della sua reale tomba. Dispersa, sparita nel nulla. Sulle sue tracce lo scrittore Valerio Massimo Manfredi con gli strumenti tipici del detective storico: i documenti.
Si parte dalla fine di un mito, dalla morte prematura, gli ultimi giorni di agonia, gli eventi infausti premonitori, le congetture. Avvelenato con arsenico o elleboro, sfinito da una malattia come la malaria perniciosa, la febbre tifoidea, una infezione aviaria, o infine da una pancreatine acuta?
Si continua con il viaggio del carro funebre e la sepoltura, prima a Menfi e poi ad Alessandria “alla maniera macedone”, come la tomba di suo padre Filippo II scoperta l’8 novembre 1977 dall’archeologo greco Manolis Andronikos.
Illustri visitatori ebbero modo di vederla: da Cesare a Ottaviano, da Caligola a Settimio Severo fino all’ultimo che è Caracalla. Tomba dileguata nel nulla, scomparsa, solo una fonte sembra attestare l’ipotesi di una sua sopravvivenza (Libanio). Ma qual è il luogo dove fu posta? Anche qui diverse congetture tratte dalla lettura di documenti storici: Nabi Daniel, Kom el Dick, in un luogo dove ai tempi dei Tolomei c’era l’acqua del mare, la moschea di Attarine, all’oasi di Siwa o, addirittura, nella basilica di San Marco a Venezia, anzi proprio dentro l’urna che sembra contenere le reliquie dell’evangelista (accidenti!).
La ricerca di una tomba, di un mistero come nel più classico dei gialli. Insieme al detective storico Valerio Massimo Manfredi e a tutti gli altri che, prima di lui, si sono cimentati in questa ardua impresa. Seguiteli.

La vedova del miliardario di E.C. Bentley, Mondadori 2009.
Un libro che ci riporta di colpo ai giorni nostri. Qui abbiamo il ricchissimo magnate della finanza Sigsbee Manderson che fa il bello e il cattivo tempo negli affari della Borsa. Tutti lo temono, tutti lo odiano. Fino a quando gli capita quello che dovrebbe, pardon potrebbe capitare a chi ha troppa fortuna. Di lasciarci le penne senza volerlo. Con una pallottola nell’occhio sinistro.
E allora arriva Philip Trent giornalista-pittore-investigatore a vederci chiaro. Trentadue anni, colto, brillante, pieno di buonumore, fuma il sigaro e tiene sempre a portata di mano un taccuino che gli serve per i suoi schizzi. Già a vent’anni si era guadagnato una discreta fama nell’ambiente artistico inglese. Poi, come successo già al grande Poe, era riuscito a risolvere un caso intrigante attraverso la sola lettura dei giornali. E dunque in seguito avrebbe percorso questa strada lavorando per James Molloy direttore del “Record”. In serena armonia con l’ispettore Murch di Scotland Yard, uomo tranquillo, di grande coraggio e “molto furbo”.
Per quanto riguarda il delitto alcuni particolari saltano subito agli occhi: mancanza dell’arma, strane ecchimosi e graffiature sui polsi del cadavere, le scarpe di vernice troppo strette, vestito di tutto punto ma privo della solita dentiera ecc… Possibili indiziati la moglie stessa, i due segretari, i domestici, il ragazzo addetto alle pulizie delle scarpe, il giardiniere come nel più classico dei classici.
Su Trent aggiungo che ha una discreta considerazione di se stesso “Io sono il migliore investigatore del mondo” e che viene catturato dal fascino della signora Manderson. Abbiamo un suo articolo inedito che ha spedito a Molloy nel quale chiarisce le sue conclusioni sul misterioso assassinio, la storia della moglie e quella del segretario americano (che sa giocare anche a scacchi…), la chiusura finale ad effetto.
Qua e là battute sui domestici francesi diversi da quelli inglesi, considerazioni sul malcontento della classe operaia americana rispetto a quella inglese, critica alla società dei ricchi presi solo dal dio denaro ecc…
Prosa lucida, precisa, senza troppe svirgolettate o colpi d’ala, minuziosa nello svelare la psicologia dei personaggi. Una prosa tranquilla ed educata che riveste un buon prodotto.

Patrizia Debicke (la Debicche)
I segreti di mia sorella di Nuala Ellwood, Nord 2018.
Sua madre, ricoverata da pochi mesi per una forma di demenza senile in una casa di cura per anziani, è morta, le ha annunciato freddamente il telegramma della sorella, ma Kate Rafter, reporter di guerra in Siria e imprigionata dai combattimenti in atto ad Aleppo, non riuscirà  a tornare in tempo per i funerali. Kate ha trentanove anni, una vita di single alle spalle con le piaghe ancora aperte provocate dai frantumi del suo unico importante legame affettivo. E in più è ancora sotto choc, pesantemente condizionata dagli incubi di un ultimo massacro al quale ha dovuto assistere impotente. Quindi sarà solo a funerali avvenuti e dopo il suo rientro in patria che riuscirà a prendere il treno per tornare a Herne Bay, cittadina balneare del Kent (Sud Est dell’Inghilterra) dove ha trascorso infanzia e prima giovinezza. Deve andare dal notaio, firmare le carte per chiudere la successione materna e mettere in vendita la casa di famiglia.
Ḕ già calata la notte quando il treno si ferma alla stazione di Herne Bay e Kate scende. A prenderla trova Paul Cheverell, suo cognato, uomo mite ed educato, che pare l’unico punto fermo rimasto di quanto resta della famiglia, viste le condizioni psico fisiche di sua moglie Sally (sorella minore di Kate), alcolista da anni, condizione che la rende aggressiva e rissosa, peggiorata dopo la scomparsa anni prima dell’unica figlia sedicenne Hannah, fuggita di casa. Meglio così, pensa Kate, già convinta di dover affrontare un ennesimo litigio. Kate Rafter è una donna dal carattere forte, tutta la sua vita è stata segnata da un pessimo e angosciante rapporto con il padre troppo spesso ubriaco, dalla difficoltà di mantenere un legame affettuoso con la sorella, tanto che tra loro i rapporti si sono progressivamente sgretolati fino alla rottura, e da un morboso e protettivo attaccamento alla madre succube e indifesa di fronte al marito. Per tutte queste ragioni Kate, invece che farsi ospitare da sorella e cognato o andare in un albergo, chiede a Paul di accompagnarla nella vecchia casa di famiglia. Ma non sarà un soggiorno facile. Negli ultimi tempi in Siria, Kate ha collezionato troppi brutti ricordi  e da anni riesce a dormire solo prendendo sonniferi. Anche per questo, quando già la prima notte viene svegliata da grido, lo pensa frutto dei fantasmi della sua immaginazione. Si sforza d’ignorarlo ma scorge dalla finestra nel giardino un bambino piccolo che chiede aiuto, tuttavia quando si precipita fuori per soccorrerlo, non ne vede traccia. Smarrita, scopre anche che la porta di casa sua, che credeva chiusa, è aperta. Il giorno dopo va a bussare alla casa vicina e la giovane padrona di casa che, a suo dire, aveva buoni rapporti con la madre morta di Kate, dichiara categoricamente di non avere figli. Ma, anche nei giorni successivi, Kate continua a credere di vedere qualcosa. E cerca addirittura di fare irruzione in quella casa e nel garage accanto. Potrebbero essere allucinazioni dovute alla sua sindrome da choc? Oppure? Certo è che nessuno sembra crederle, né il cognato Paul né la polizia. Ma Kate è talmente sicura di vedere qualcosa che prova persino a parlarne con Sally, ma neppure lei l’ascolta, anzi l’accusa di essere sull’orlo della follia, solo schiacciata dal senso di colpa per la morte di un bambino siriano. Ma cosa si nasconde dietro le tende perennemente chiuse della casa vicina? Si tratta solo di uno o più fantasmi del suo passato o Kate ha intuito che può trattarsi di una spaventosa e inimmaginabile verità?
Con ritmo coinvolgente e una azzeccata sequenza di colpi di scena, Nuala Ellwood ha costruito una storia profondamente crudele, in cui l’aberrazione umana sembra in grado di superare ogni limite e in cui alla fine quasi niente in realtà sarà poi come sembra. Un romanzo duro e coinvolgente che sviscera senza pudore alcuni torbidi aspetti dei rapporti familiari e che, descrivendo delle inquietanti simmetrie tra i pericoli della guerra e quelli che si annidano tra le mura domestiche, ci porta a scoprire alcuni agghiaccianti parallelismi tra gli orrori del mondo e quelli talvolta peggiori che si annidano dentro gli esseri umani.

Altri spunti della nostra Debicke
La montagna rossa di Olivier Truc, Marsilio 2018, corrispondente di Le Monde a Stoccolma dal 1994, racconta in questo suo terzo romanzo poliziesco nordico la lotta intrapresa dai Sami (o lapponi, nome nel quale non si riconoscono ma che li distingue in Europa), cittadini considerati di serie B in Svezia, ancora dediti stagionalmente all’allevamento delle renne, per conservare i propri diritti sul territorio. I Sami svedesi infatti, una minoranza di circa 20.000 persone, sottoposti a discriminazioni razziali e in passato in molti casi a sterilizzazione forzata – provocata dall’aberrazione dell’utopia eugenetica del welfare svedese che, con il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione dal 1934 è arrivato: udite udite, ohimè fino al 1975 – si battono da sempre per i propri diritti, minacciati oggi anche dall’industria del legname e dallo sfruttamento delle risorse minerarie. Perché i Sami non vogliono essere considerati solo un elemento di folklore per i turisti o peggio un popolo senza passato, né futuro, emarginato e condannato all’estinzione. La casuale scoperta di alcune ossa umane nel recinto di macellazione danno l’avvio ad una storia incredibile tra misuratori di crani e predatori senza scrupoli di vestigia aborigene, rilassanti massaggiatrici thailandesi e strane giocatrici di bingo, ai piedi di rosse montagne incantate e sui sentieri di gelide foreste infinite.

Aurora nel buio è stato il primo della serie thriller all’americana in indovinata salsa emiliana creata da Barbara Baraldi, con protagonista la giovane profiler Aurora Scalviati, e dal 7 marzo il secondo, Osservatore oscuro (Giunti, 2018), arriva in libreria. E trovo geniale che la copertina di questo secondo thriller da brividi sembri la gemella di quella scelta per il primo. L’osservatore oscuro è l’alter ego negativo che ci portiamo dentro, quello che ci dice che non ce la faremo, quello che alimenta le nostre paranoie, gli incubi peggiori… recitano le prime righe della presentazione editoriale del romanzo. Che la nostra Debicke ci consiglia caldamente di leggere per scoprire la citata Aurora Scalviati, considerata a Torino il miglior profiler della polizia italiana, con una vita decisamente dolorosa alle spalle.

Cominciamo subito con inserire Bologna, la multiforme e culturalmente vivace capitale emiliana, florida culla del giallo italiano, nel cast di personaggi del nuovo libro di Gianluca Morozzi Gli Annientatori, TEA 2018, in veste di bollente palcoscenico di un intrigante mistero estivo, un impensabile e angoscioso percorso di alienazione. Un incipit da paura «Questo è l’inferno: non sapere da quanto tempo sei all’inferno… Sono mesi o minuti che cammino in questo bosco desolato?… Se potessi farlo, mi strapperei il cuore con le mani. Ma non posso…E allora lo supplico, il mio cuore…fermati!… Fammi morire! Dentro questo bosco, io ci sono da vivo. E anche l’inferno è preferibile agli Annientatori» si dice angosciosamente il protagonista nel primo capitolo. Ma quando è cominciato quell’inferno? Come si è arrivati a quell’incubo che l’ha portato a quella disumana dannazione? Il protagonista (o vittima?) della storia è Giulio Maspero, giovane autore bolognese, che ama le donne, regalandosi spesso delle avventure, e sogna solo di diventare molto famoso… Sempre in equilibrio tra reale e surreale, con humour e bravura, Gianluca Morozzi accompagna perfidamente i suoi lettori lungo lo scivoloso percorso in discesa di un’anormale storia intrigante che si cela in un’inquietante “normalità” .

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
R.L. Stine Gli orrori di Shock Street Piccoli brividi, Fabbri 2004.
In questo libro incontrerete un nuovo personaggio. Lo sapete chi è? Non lo immaginerete mai. È… la Paura! (idea nonnesca che mi è piaciuta). Vi metterà i brividi addosso. Intanto si è nascosto al cinema. Qui sono andati a vedere un film Erin e Marty. Pauroso, naturalmente. Così come pauroso sarà il parco dove andranno con il babbo di Erin. Ecco un esempio “A un tratto scorsi due zampe artigliate. Poi sentii un fruscio. La prima siepe si mosse bruscamente, poi ne emerse una sagoma oscura. Subito dopo, un’altra figura spuntò dietro la seconda pianta. Le terribili presenze ringhiavano e soffiavano. Sussultai. Era troppo tardi per scappare. Le orrende creature digrignavano i denti e soffiavano minacciosamente…”
E questo non è niente. Un consiglio, non dovrei darvelo ma… Non lo leggete! Morireste di paura…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La musica vuota (Le varie di Valerio 81)

Corrado Dottori
La musica vuota
Pequod, 2017
Avventura, sentimentale

Da Milano verso altrove. 1973-2017. Edoardo Alessi è nato a fine 1973 ed è cresciuto quasi sempre con i nonni. I due genitori erano settantasettini più che sessantottini, gli hanno lasciato geni e passioni in eredità, ma sono stati fisicamente prima distratti poi assenti. Il padre Darth Vader e la madre Nina si erano messi insieme a scuola proprio all’inizio del 1973, neanche diciottenni, si erano trovati con un bimbo travolti dall’impegno politico nell’estrema sinistra, militavano nel movimento in giro per l’Italia, talora col figlio in tenda e sacco a pelo, fra concerti e sagre, fra collettivi e comuni, fra occupazioni e auto-riduzioni, dal 1987 la galera l’uno (senza aver ammazzato nessuno) la fuga l’altra. Da oltre 20 anni Edoardo si era trasformato da esponente della Pantera in trader finanziario, private banker, consulente essenziale del capitalismo. Nel 2012 aveva trovato nella casa in montagna dei nonni sette scatoloni di diari, lettere, documenti, poesie, fotografie scolorite, probabilmente nascosti lì dal padre prima di morire, ci sono anche diari suoi, scritti chissà quando, trovati chissà come, buttati nel mucchio. Aveva preso tutto e se l’era portato a Milano. Edoardo aveva cominciato a leggere i diari del padre, capendo subito di avere molto in comune, innanzitutto gusti musicali e pulsioni narrative. A quel tempo stava con la bellissima poco amata Raffaella; quando la compagna vede cosa sta leggendo è l’inizio della fine, lei capisce (come aveva già intuito) quanto era stata importante la storia con Maria, pur durata solo un quinquennio, nella seconda metà dei Novanta. Leggendo e scuficchiando Edo scopre molto altro, soprattutto fino al 2002- 2003 (quando il padre si ammala), scrive riflessioni nuove, contemporanee. Ne vien fuori un affresco sonoro sulla vita, un flusso di autocoscienza (perlopiù infelice) su viaggi e amori, speranze e passioni, aspettative e delusioni di un paio di generazioni italiane.

Corrado Dottori (Cupramontana, 1972) ha pubblicato nel 2012 il bel volume autobiografico Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente, con al centro il decisivo passaggio (circa venti anni fa) dalla professione squallidamente bancaria milanese al mestiere naturalmente vitivinicolo marchigiano. Esce ora con un pulsante romanzo, parte del testo giaceva nel cassetto dalla fine dei Novanta, ha finalmente trovato il filo (spesso cupo) per dipanare i pensieri affastellati allora e parlare dell’oggi. Il protagonista ha un anno di meno, è originario delle vigne della tirrenica Toscana (non dell’Adriatico), resta il caro Luke Skywalker dei Navigli e sceglie, al contrario, di continuare a vendere e comprare titoli di credito (tossici) per meglio soddisfare (economicamente) il portafoglio dei propri clienti. Impariamo a conoscere l’elegante altezzosa Alessandra Rossi, il commercialista puttaniere e giocatore d’azzardo Guidi, la maga Iris dagli immensi guadagni esentasse. Non se ne può proprio più. Ha rinviato la ribellione, non l’ha dimenticata. Non a caso Maria gli diceva: “Tu vivi emozionandoti! Non riesci a vivere al cinquanta per cento…”. Il padre suonava, anche Edoardo lo faceva, da tempo ha appeso al chiodo la Gibson Diavoletto da rocker bastardo. Continua ad ascoltare tanta musica, spesso la stessa del padre, come lui odiando quella “vuota”, che si canticchia e ci anestetizza. La colonna più sonora è Exile on Main St., The Rolling Stones, lp del maggio 1972, un classico dell’epopea r’n’r (omaggio a Los Angeles, stavolta più Keith Richards che Mike Jagger); sul vinile c’è ancora la bella inspiegabile dedica dello zio, ormai sperduto eremita, per capire va a trovarlo in Val d’Aosta. La scoperta degli scatoloni gli consente di ripercorrere i giri del passato, soprattutto quelli con Maria (da Berna a Parigi, dal Marocco alla Carinzia), di risentire l’istinto della fuga (da Raffaella) verso West Coast e Messico (con vari occasionali incontri), di programmare un nuovo lungo viaggio. La punteggiatura è consciamente frammentata. Alcune dinamiche appaiono interrotte e sospese, alcuni risvolti (anche noir) accennati e incompiuti. Emergono avvenimenti che segnarono la vita di generazioni di padri e figli, come l’assassinio di Fausto e Iaio del Leoncavallo nel marzo 1978. Vino, liquori e cocktail non mancano mai, soprattutto Daiquiri.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Leningrado (Le brevi di Valerio 206)

Giuseppe Tornatore e Massimo De Rita
Leningrado
Sellerio, 2018
Cinema

Italia e Russia. 2001-2004. All’inizio degli ’80 si parlò spesso del film che il grande Sergio Leone avrebbe voluto trarre da un volume sui 900 giorni dell’assedio di Leningrado (attenzione, non Stalingrado). Si incuriosì anche il giovane bravo regista Giuseppe Tornatore (Bagheria, 1956). Il progetto rimase incompiuto fin quando Leone morì nel 1989. A sorpresa, nel 1994 il produttore Grimaldi propose a Tornatore di riprendere in mano l’idea di Leone. L’ormai famoso regista ci rifletté e, per due volte, spiegò motivatamente perché non se la sentiva. Dopo vari altri anni e intrecci, nel 2001 iniziò a visitare San Pietroburgo per realizzare il film e nel 2004 terminò la sceneggiatura insieme a Massimo De Rita (1934-2013). Il film non è stato mai girato, ma ora Leningrado spiega chiaramente tutta la vicenda (Tornatore) e presenta la bella sceneggiatura ultimata (a quattro mani). Molto interessante, anche sul piano della storia, della musica (era là pure Šostakovič) e del mercato.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… La forma dell’acqua

La forma dell’acqua
di Guillermo Del Toro e Robert Kraus
Tre60, 2018

Guillermo Del Toro e Daniel Kraus (famoso scrittore statunitense) hanno messo insieme i loro talenti di visionari narratori celebrati in tutto il mondo dando vita a La forma dell’acqua, una coinvolgente e tormentata storia di riscatto e d’amore. Il romanzo, una moderna favola che dibatte l’eterna lotta tra bene e male, tra l’oscena prevaricazione e il profondo rispetto delle vita purchessia, ha ispirato l’omonimo film di Guillermo Del Toro, che ha vinto il Leone d’oro al miglior film alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, si è visto attribuire il Golden Globe 2018 per la migliore regia e si è aggiudicato quattro Premi Oscar, su tredici candidature ricevute, vincendo il premio per il miglior film, la migliore regia, la migliore scenografia e la migliore colonna sonora. Immediata considerazione da fare: perché un film di questo genere è riuscito a emozionare sia la platea europea che quella americana? In genere il Leone d’oro spesso fa scelte molto diverse da quelle della critica di oltreoceano. E invece stavolta? Butto là un’ipotesi: non sarà che l’eccesso di violenza e di disincanto che guarnisce oscenamente e quotidianamente la nostra vita spinge alla ricerca di un mondo migliore, più umano, netto, idealista e pulito come è quello che compare in La forma dell’acqua?

Comunque, torniamo a noi. Baltimora, 1962: Elisa Esposito, giovane donna affetta da mutismo a causa della recisione delle corde vocali da bambina, lavora come addetta alle pulizie nel Centro di Ricerca Aerospaziale di Occam, dove si studiano e progettano segreti esperimenti per contrastare la Russia durante la Guerra Fredda. I suoi unici due amici sono la solare collega afroamericana Zelda, in lotta per i suoi diritti anche dentro il proprio matrimonio, e il coinquilino artista e creatore Giles (vivono entrambi sopra un cinema di periferia), gay discriminato nel lavoro. Con loro Elisa condivide i pochi rapporti, legati a una vita di solitudine ed emarginazione. Un giorno però nel laboratorio di Occam viene portata una cisterna contenente un essere anfibio dall’aspetto umanoide. L’essere, una creatura definita dal suo guardiano e aguzzino la «risorsa», unica, preziosa e che potrebbe consentire straordinari passi avanti per la scienza e preziose informazioni per la corsa allo spazio, è stata catturata in Amazzonia dove gli indigeni locali la veneravano come un dio. Ma cos’è? Anzi: chi è? Di nascosto a tutti, Elisa entra in contatto con quella creatura, ne resta turbata e affascinata, comincia ad andare a trovarla di nascosto e le offre del cibo, comunicando per mezzo dell’unica lingua che conosce, quella dei segni. Tra i due si crea un misterioso legame sempre più forte. Un legame incomprensibile al mondo, un legame tra una donna insignificante e quell’essere che gli scienziati trattano come un mostro da studiare. Un legame che tuttavia si avvicina all’amore. Diventa amore? Ma certo, e quando Elisa scopre che l’aguzzino, il colonnello Strickland, che ha già condotto sanguinosi esperimenti sull’amico anfibio, ha ricevuto dall’alto l’ordine di vivisezionarlo, dopo essere riuscita a vincere le reticenze di Giles, suo coinquilino, organizza un rocambolesco piano per liberare la “risorsa”. Ma per agire avrà bisogno dell’aiuto di Zelda e di Hoffstetler, uno scienziato che si è schierato contro il bestiale progetto di Strickland. E dimenticando ogni debolezza, dubbi e paure, dovrà imparare e battersi come una tigre fino alle conseguenze più estreme.
Utopia, terrore e pathos si mischiano in una eccezionale storia d’amore, arricchita dalle splendide illustrazioni di James Jean. La forma dell’acquaThe Shape of Water è un romanzo profondamente diverso, che commuove e riesce a parlare all’immaginazione. Al giorno d’oggi spesso gli artisti trovano ispirazione nel profondo delle acque dei fiumi, dei mari e degli oceani alla ricerca di qualcosa di insolito, magari legato ad antiche mitologie. E per questo forse Guillermo Del Toro ha scavato nel profondo, segretamente, a caccia delle affinità tra gli esseri umani e il mondo marino. Comunque il suo romanzo in bilico tra nevrosi terrestri (la Guerra Fredda e l’incontrollabile paura del diverso) e sorprendenti esplosioni di giochi di colore acquatici, crea sotto i nostri occhi un nuovo e desiderabile continente, tra mare e terra. Collocata in piena Guerra Fredda, la narrazione si muove su due livelli, quello della cronaca realista (la spaventosa violenza della Storia) e quello dell’immaginario mitologico (il magico incontro di Elisa con la straordinaria creatura). Sicuramente un buon libro la cui lettura mi spinge ad andare a vedere il film, che credo senz’altro altrettanto appassionante.

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