La Debicke e… Vendetta a Venezia

Philip Gwynne Jones
Vendetta a Venezia
Newton Compton, 2018

Secondo godibile romanzo di Philip Gwynne Jones, già autore del thriller lagunare Il ponte dei delitti con lo stesso protagonista: Nathan Sutherland, console onorario britannico a Venezia, un po’ imbranato e con tanti, troppi problemi a cui pensare. Impegnato a risolvere i guai dei connazionali in viaggio, a portare avanti il lavoro di traduttore (che gli dà da vivere e lo costringe a confrontarsi con testi di ogni tipo) e a contenere le bizzarrie del suo gatto viziato e poco socievole, che stavolta si rivelerà essenziale. Ah, dimenticavo… deve anche decidersi a mettere ordine nella sua personale situazione affettiva. Non ci sono grandi vantaggi ad essere Console Onorario Inglese a Venezia, di solito si è afflitti soprattutto da impegni burocratici e seccature, ma almeno la carica gli dà il diritto di avere il pass per il Festival della Biennale e l’invito al vernissage che precede l’apertura ufficiale dell’esposizione nel Padiglione Britannico. Un evento artistico che vede anche la presenza dell’Ambasciatore, arrivato apposta da Roma. Dovrebbe essere l’occasione per una piacevole giornata a base di vino e intelligenti conversazioni con esponenti di livello del mondo dell’arte: artisti, giornalisti e critici. La cornice è impregnata di magia, il cielo è limpido, il sole splende sulla laguna, il clima veneziano a maggio appena tiepido. Superata con il pass Vip la folla che si assiepa all’ingresso, Nathan Sutherland raggiunge il padiglione ma là, dopo il breve discorso di benvenuto di Paul Considine, l’artista che quest’anno rappresenta il suo paese, quando gli invitati cominciano a inoltrarsi all’interno del padiglione, un’unica enorme stanza concepita tutta in vetro, sarà testimone di quello che sembra un tragico e mortale incidente. Un critico, di pessimo carattere ma di fama mondiale, viene decapitato dal cedimento di una ringhiera dell’installazione. Un terribile incidente, fino a quando la polizia trova, nella tasca della giacca della vittima, una cartolina con la splendida opera di Artemisia Gentileschi: Juditha triumphans devicta Holofernis barbarie (Giuditta che decapita Oloferne). Che si tratti di una coincidenza? Ma questa cartolina sarà solo la prima di una serie. In poco tempo, infatti, arriveranno altre cartoline con risultati letali. La morte di Marat di David, Il trionfo della morte del Dorè e il Martirio di San Sebastiano del Mantegna. Uno dopo l’altro i cadaveri si accumulano.
Nathan Sutherland si dà da fare, indaga e benché Vanni, l’amico della polizia, gli abbia chiesto di stare tranquillo, si ritrova sempre più vicino alla verità, ma anche pericolosamente implicato dall’assassino. Quando anche lui riceve un’immagine della Morte con una falce, non gli resta che buttarsi in una disperata corsa contro il tempo tra calli, campielli, vaporetti veneziani (descritta talmente bene che si può quasi immaginarne la mappa!) per fermare il killer e salvare la propria vita.

Non è stata una sorpresa venire a sapere che Philip Gwynne Jones vive a Venezia, da lui descritta con amore e in modo superbo anche nel suo secondo romanzo. Certo, una città afflitta da tanti problemi, come l’umidità e l’acqua alta, ricca di palazzi che avrebbero bisogno di essere ristrutturati, invasa da turisti che vengono da tutto il mondo per vederla e non la vedono affatto, e piena di opere d’arte, di chiese, di capolavori. L’arte e l’architettura impreziosiscono la trama, mettendo in scena una serie di coreografici ma spaventosi delitti, sullo sfondo della più bella città del mondo. La tensione lievita pagina dopo pagina trascinando il lettore al punto da far pensare che a suo modo l’omicidio possa diventare una forma d’arte. Insomma un thriller venato di sottile humour inglese. Una lettura piacevole e coinvolgente che sarebbe da accompagnare con il prosecco e i cicchetti.

Philip Gwynne Jones è nato nel sud del Galles nel 1966. Ha vissuto e lavorato in tutta Europa prima di stabilirsi in Scozia negli anni ‘90. Lavorava nel dipartimento IT di una grande banca scozzese durante la crisi finanziaria globale. Era a un bivio: poteva voltare pagina e cambiare vita. Philip e sua moglie Caroline lasciarono il lavoro, vendettero l’appartamento e si trasferirono a Venezia in cerca di un futuro migliore e più semplice. Più semplice? Forse. Comunque ora Philip lavora come insegnante, scrittore e traduttore e vive a Venezia con sua moglie. Ama la cucina, l’arte, la musica classica e l’opera.

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2018

Ogni volta che devo iniziare il mio contributo al blog mi trovo in difficoltà per la scelta degli argomenti. O parlare di qualche lettura fatta al gabinetto (ma quale tra le millanta di vario genere?), o mandare un saluto a qualcuno, o affidarmi a certi ricordi nostalgicamente pallosi del mio vissuto, soffermandomi su alcuni particolari personaggi (vedi il postino, la pettegola e il prof. di filosofia), o buttarmi, infine, sul presente con qualche battuta più o meno riuscita.
Oggi ho deciso di partire dal blog L’oeil de Lucien di Giuseppina La Ciura “Da molti giorni soffro del “blocco del lettore”. I libri li apro, ne leggo mezza pagina e passo ad un altro. E così via. La causa è evidente. I Gialli Mondadori sono roba da mercatino rionale.
I Gialli inediti degli Anni Trenta pubblicati da Polillo sono rimasugli del passato, routinari e tediosi (il delitto del baronetto nella sua tenuta di campagna, indagine, soluzione ed impiccagione del colpevole). I Gialli moderni, con poche eccezioni, sono un ammasso di corpi squartati che nemmeno Oseghale potrebbe fare di meglio. I romanzi blancs sono illeggibili perché stereotipati e computerizzati. Quelli antichi li ho letti quasi tutti. I romanzi non mi insegnano più niente della vita. Andiamo ai saggi… “
Giuseppina La Ciura mi piace perché sincera, diretta, senza mezze parole e perché ricorda un po’ il Lottino di una volta, (invecchiando sono diventato più morbido, accidenti!). E allora dico a Giuseppina di non buttarsi giù che qualche buon libro si riesce ancora a trovare.

Donne pericolose di AA.VV., Piemme 2006.
Come già scritto tempo fa proprio qui “Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA.VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA.VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?”
Alla fine mi sono deciso. A leggerlo. O rileggerlo… (da lettino psichiatrico).
Trattasi di quattordici racconti. Inutile e faticoso farne un sunto di tutti. Volteggerò leggero in qua e là senza meta e senza un ordine preciso. Tra donne pericolose, come sintetizzato nel titolo e ampliato nella Prefazione citata di Otto Penzler. Per esempio donne affascinanti che giocano con la morte. Lo possiamo verificare sin dall’inizio “Perché non ammazziamo qualcuno?” è la proposta di una bionda “alta e flessuosa” ad un certo Will che di morti ne ha già fatti diversi durante la guerra del Golfo. “Che ne dici di quella ragazza che è seduta in fondo al bancone?”, così, come vittima scelta a caso. Inizio niente male, tra l’altro di Ed McBain. Cosa farà il nostro Will?…
Personaggi nuovi e personaggi conosciuti. C’è Bosch, per esempio, di Michael Connelly, fissato con un certo Seguin e i suoi occhi verdi di assassino. Qualcosa lo tormenta, ancora un dubbio rimasto senza risposta. Deve andare a trovarlo nelle carceri di San Quentin, mentre continua l’indagine su una ragazza uccisa. La voglia spasmodica di sapere… Racconto di guerra nel Laos, il cecchino, una donna che uccide tutti tranne uno, ovvero il personaggio che narra la storia. Perché? Ritmo, movimento, azione, rovello… In forma di lettera delirante la richiesta, da parte di un’amante respinta, del cuore dell’uomo che ha amato quando morirà. E sarà presto “Caro dottor K…”, la loro storia, l’amore, le promesse, la delusione, il travaglio, il diritto di prendersi il cuore…
Ma non facciamola lunga. Sentimenti: odio e vendetta per il tradimento, per il sogno d’amore spezzato della donna. Amore e morte. Racconti vissuti soprattutto dall’interno, un inizio “normale”, pacato, che via via si gonfia fino ad esplodere. Spesso un incontro casuale che potrebbe benissimo svolgersi nella più normale quotidianità a creare imprevedibile catastrofe. Racconti negli abissi dell’animo, dicevo, ma anche intrisi d’azione a mettere in risalto aspetti brutali della vita: soldi, sesso a go-go, sesso estremo, tradimento, follia, scontri, sparatorie, rapine, la decisione improvvisa, a sorpresa, di qualche personaggio, capace di capovolgere completamente le aspettative e la situazione. Ogni tanto uno spiraglio di luce, un momento di riflessione, il passato che ritorna, il ricordo di un volto, di un amore vero a ricondurci verso la perduta “umanità”. Tristezza e dolore.
Personaggi intriganti e inquietanti, a volte al limite dell’assurdo, tutti presi dal loro folle progetto, dalla loro perfida macchinazione. C’è di tutto e di più in questi racconti, ognuno svolto con il proprio stile. Più lunghi, più brevi. Più densi, più secchi o più articolati. Più leggeri e scanzonati o più foschi. In ogni caso terribili. Non tutti alla stessa altezza secondo la forza dei proponenti e gusto del lettore. Ma capaci, comunque, di attrarre, di interessare, di far riflettere, almeno per un momento, su quello che siamo, o che potremmo essere. Sia Donne che Uomini. Pericolosi.

L’ospite di Giorgio Faletti, Einaudi 2018.
L’ospite
Uno scoop giornalistico. È quello che propone Riccardo Falchi al direttore di “Scout”. Previo centomila bigliettoni. Lui sa dove si trova Walter Celi, una star della televisione sparito improvvisamente da quattro anni. Dopo il fattaccio. Dopo che la soubrette italiana Vicky Merlino, durante una serata di uno show, “…era arrivata fino a lui, lo aveva salutato, abbracciato e baciato e poi, con un gesto talmente naturale da parere studiato, era scivolata a terra ed era morta. Morta stecchita.” Nessuno era riuscito a sapere dove fosse. Eccetto lui. Così, per caso, attraverso certe diapositive della nipote Sara appena tornata da una vacanza… Occhio ad un piccoletto con il vestito scuro, la camicia gialla, una cravatta a farfalla rossa e un lecca lecca in bocca che ogni tanto appare…
Per conto terzi
Asti. Un uomo che scende dal treno. Ha preso la sua decisione con una pistola nella tasca destra del soprabito. Poi ecco il Bradipo con due voci. La Voce Buona con la quale saluta, ovvero solo “una specie di maschera sonora.” E la Voce Cattiva che sente dentro. Un guardone tremendo con “gli occhi sporgenti e acquosi”, fissato con il sesso. Ancora un personaggio cercatore di funghi, il trifulan, come viene chiamato da quelle parti, immerso nei pensieri insieme al suo cane, da tartufi, naturalmente. E la scoperta di un uomo impiccato. Lavoro per il commissario Marco Capuzzo che indaga. Suicidio o omicidio?…
Dunque un personaggio dietro l’altro, un “avanti” e un “ritorno” continui, una specie di gioco di scatole cinesi, con l’“ospite” inquietante che si cela nell’ombra, concentrato nel suo obiettivo, a creare sconcerto nel lettore. Personaggi con le loro storie devastanti che rimuginano dentro di loro. Ironia, mistero, l’apparenza che inganna, il Destino che accomuna, il colpo a sorpresa dentro un intreccio ben congegnato.
Giorgio Faletti (1950/2014) è stato comico, attore, cantante, compositore, paroliere. E scrittore. Con Io uccido del 2002 ha venduto cinque milioni di copie solo in Italia e ha confermato il successo con altri libri. Allo stesso tempo esaltato (qualcuno in internet ha scritto che si muove sulla scia di Poe, Lovecraft e King) e stroncato come fosse uno scribacchino. A me pare sia stato scrittore di buon livello e i due racconti sono qui a dimostrarlo.

Il pozzo della morte di Ruth Rendell, Mondadori 2018.
Vita tranquilla per l’ex ispettore Reginald Wexford in pensione. Si dedica alle letture, gli piace la musica (soprattutto Bach e Händel), visita volentieri le gallerie d’arte, di solito con la moglie Dora. Vita tranquilla. Troppo tranquilla. A salvarlo dalla noiosa routine l’incontro casuale con Thomas Ede (Tom), vecchia conoscenza di poliziotto, ora sovrintendente investigativo. Urge una sua consulenza per un caso di omicidio. Nel pozzo di carbone di una storica villa in stile georgiano a St John’s Wood, ovvero l’Orcadia Cottage, sono stati rinvenuti i cadaveri decomposti di due uomini e due donne non identificabili. Nelle tasche dell’uomo più giovane fili di perle, un diamante e una collana di zaffiri. Sfida accettata con la stessa ansia e la stessa eccitazione di quando aveva cominciato il suo lavoro.
Sfida accettata ma indagine difficile, lunga, a ritroso nel tempo secondo il periodo di morte dei ritrovati, tre deceduti da circa dodici anni, il quarto solo da due. Difficile anche stabilire la loro identità, e dunque incontri e colloqui con i vicini e altri personaggi che attraverso le loro storie suscitano ricordi in Wexford (spunti sulla sua vita, sulle sue letture tra le quali, naturalmente, i gialli con i loro famosi detective, a volte cita pure le stesse parole tratte dai libri, vedi la Bisbetica domata).
Arriva qualche progresso, un indizio che tira l’altro a partire da un quadro con la dicitura “Marc e Harriet in Orcadia Place, di Simon Alpheton 1973”, una macchina americana vista nelle vicinanze, un giro tra i rivenditori di auto e le imprese edili, piano piano la trama che si ricompone, mentre la vita scorre con le gioie e i problemi familiari del nostro (una sua figlia viene accoltellata dal fidanzato).
La Rendell è protesa a delineare il quadro di una società che sta decisamente cambiando. A partire dalla stessa Londra piena di sorprese come le tante zone agresti, la strada a volte squallida e pacchiana oppure seria e dignitosa, un’area colonizzata da mediorientali e asiatici, donne velate o, addirittura, con il niqab che lascia scoperti solo gli occhi. I continui lavori in corso nella capitale sembrano non finire mai, la gente non conosce più i propri vicini, aumenta la violenza domestica e quella sui gay, di norma lo sfruttamento delle donne di servizio dell’est che spesso finiscono nei bordelli.
È anche nel passeggiare lungo questo ambiente di vita che arrivano i dubbi, gli assilli, i continui rimuginamenti di Wexford, insieme a quelli di Tom. Riflessione, ma anche azione con inevitabile pericolo. Ed ecco il fatto accidentale, il “caso” vero e proprio ad accendere nuova luce fino a quando… la classica spiegazione finale. Fra tanta tristezza qualcosa che va nel verso giusto. La vita continua.

L’enigma della rosa di John V. Turner, Polillo 2018.
“I MILIONARI DEVONO MORIRE” è la minaccia che riceve il riccone Ockley Masters, sposato con la bella figlia di Lord Mayers, attraverso un biglietto portato dal suo segretario. Ma non è il solo. Lo riceve anche Lord Belden, il magnate dei giornali. E tutti e due si ritroveranno nella casa di campagna di Masters per il fine settimana. Insieme ad altri ospiti, naturalmente. Così come naturale, per un giallo che si rispetti, sarà l’arrivo di un bel morto ammazzato. Proprio con le fattezze del già citato Masters persuaso che si trattasse solo di uno scherzo.
Ad indagare su questo caso molto particolare l’avvocato Amos Petrie, amico di Masters e dell’ispettore Ripple. Una ben strana coppia. Il primo, “l’ometto”, piccolo e basso, “occhi miopi sotto gli occhiali senza montatura”, mani grosse che strofina su un enorme fazzoletto colorato. Il secondo, invece “alto, pallido e magro”, piuttosto nervoso e dalle orecchie grandi. Dunque il nostro cadavere viene trovato fuori dalla casa nello “Stagno dei gigli” con un’orchidea nell’occhiello della giacca ed una rosa in mano. Che l’assassino sia una donna, oppure trattasi di un perfetto depistaggio?
Indagine difficile, momenti di impasse. Ripple a Petrie “Ho la testa che mi gira. Dato che sospetti di tutti, da dove dovremmo partire, secondo te? Quell’uomo è morto da diverse ore e non abbiamo fatto niente.”. Dunque sospetti, sospetti e sospetti (d’altra parte i personaggi che girano intorno alla vicenda sono diversi), di mezzo situazioni sentimentali, possibili tradimenti, motivi di interesse, debiti, richieste di sostegno finanziario, il classico testamento e, addirittura, una storia poliziesca dal titolo “I milionari devono morire” (guarda un po’). Allora un ritorno accurato sul luogo del delitto e qualcosa che può rivelarsi utile: una impronta di stivale, un mozzicone di sigaro, una siringa.
Peculiarità di Amos Petrie è la sua buffa analogia tra il crimine e la pesca, tra la maniera di affrontare il post-delitto dagli stessi assassini e le caratteristiche istintive di certi pesci come la carpa, il persico, la tinca, il ghiozzo, il barbo. Pesca e birra a lui assai gradite. Poi l’idea che si fa sempre più chiara nella mente del piccolo avvocato, basta un semplice processo di eliminazione dei sospettati e un trucco (la “tattica d’urto”) per smascherare l’assassino. Scrittura accurata, personaggi ben delineati, due piantine del luogo del delitto a chiarire meglio la situazione. Andamento lento. Sonnacchioso. Forse troppo. E qualcosa di già conosciuto.

Un giretto tra i miei libri
L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel, Castelvecchi 2012.
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein seguito da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui, (e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro). Strabico, negato il riposo secondo il mito di Ondina deambula per le strade inseguito dalla sonnolenza. Colpito pure dalla sindrome di Proteus, dell’accento straniero e di Möebius, da Immunodeficienza Acquisita, dallo Spasmo Professionale, allergico all’epitelio dei cani e mi sono perso senz’altro qualche altro malanno.
Il suo obiettivo è, dunque, questo Blaistein (ha pure un’amante), che segue dappertutto, anche in casa sua, per tentare di farlo fuori, ma mica è facile con tutti gli acciacchi che si porta appresso! (vorrei vedere voi). D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…).
Ma la domanda che ogni tanto serpeggia istintiva nel lettore è “Chi l’avrà pagato per uccidere Blaistein e ce la farà ad ucciderlo?”, perché qualche dubbio incomincia a serpeggiare sin dall’inizio.
Un libro scritto con evidente intento iperbolico ed umoristico, come gioco letterario attraverso una fine conoscenza di vite famose (almeno della loro salute) che si intercalano e si intersecano con la storia del nostro ipocondriaco assassino. Tra un sorrisetto e l’altro, tra una risatina sotto i baffi e l’allargarsi felice delle pupille, ecco però spuntare una smorfietta, un alzarsi improvviso del sopracciglio sinistro (quello più uggioso) quasi a dire basta, poni un freno, non indugiare troppo qui, non farla lunga troppo là.
Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.

LCSI: morte sulla luna di Steven Harper, Mondadori 2009.
Tenetevi forte!
Si parte con un morto. Con un morto ammazzato, si capisce. Un morto ammazzato senza nome. Non identificabile. E il luogo dove è stato ucciso non è quello in cui è stato trovato (un classico). A indagare Noah Skyler, studente di criminologia e agente dell’LCSI (Luna City Special Investigation). Ventisette anni, figlio di mezzo di sette fratelli, bella presenza, esperienze di teatro (si esibirà anche qui), un po’ imbranato nel camminare (deve adeguarsi alla pressione della luna).
Abbiamo la dottoressa Karen Fang, una specie di Kay Scarpetta, poi c’è Linus Pavlik ispettore capo dell’LCSI e altri personaggi che troverete cammin facendo come la bella ragazza Ilene Hatt che, insomma, affascinerà il nostro eroe…
A fare compagnia all’individuo assassinato ne verrà un altro e poi…e poi i responsabili vanno scoperti alla svelta per motivi economici (Luna City deve attirare turisti e non ha bisogno di una cattiva pubblicità).
Non manca l’amore, l’attrazione, un pizzico di sesso (occhio all’ottovolante), il dubbio, l’assillo, l’introspezione psicologica e le novità tecnico-scientifiche che possono esserci in un mondo futuro. Il tutto bene amalgamato senza esagerazioni di sorta in un senso o nell’atro tipiche di certi mallopponi che vanno tanto di moda. Prosa che scivola via in modo naturale.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)
Lupo mangia cane di Nora Venturini, Mondadori 2018.
Sembra proprio che i morti ammazzati si divertano ad attraversare la strada di Debora Camilli, al lavoro con la macchina Siena 23, tassista per necessità e detective per vocazione. Infatti, anche in Lupo mangia cane (secondo episodio della serie di Nora Venturini che la vede protagonista) proprio una fredda sera di novembre, mentre ha appena scaricato un gruppo di uomini d’affari milanesi davanti alla stazione Termini, sente dire che a via Marsala, poco lontano da là, è appena stato ritrovato un cadavere. Come può resistere al richiamo della foresta? E, visto che è attratta da morti e feriti come un’ape sul miele (e in quei casi diventa puntuale come un orologio svizzero), riesce ad arrivare al volo e intrufolarsi sul luogo del delitto…
Debora Camilli si conferma un personaggio particolare, anticonformista, maschiaccio, scatenata e perennemente incasinata. Tanto forte quanto fragile, piena di voglia di tenerezza, euforica e subito dopo depressa, determinata, testarda, furba, intuitiva, bugiarda. Irrimediabilmente ritardataria, scombinata ma decisamente brava per quello che vorrebbe fosse il suo lavoro, ha superato gli esami di vice ispettore di polizia, ma con la improvvisa morte del padre ha dovuto mettere da parte il diploma per dedicarsi al taxi di famiglia. Lei, generosa amica confusionaria ma sempre con il cuore in mano, anche quando il voler far troppo e la mancanza di sonno le impediscono di mantenere le promesse. Giallo ben articolato che riesce a incuriosirci e con un finale non scontato.

L’ultimo testimone di Simon Scarrow e Lee Francis, Newton Compton 2018.
L’agente speciale dell’FBI Rose Blake è entrata nella tana, lo splendido chalet di caccia, di Shane Koenig, il macabro e crudele serial killer cannibale che cattura le sue vittime, le sevizia e poi le uccide, straziandole. Per farlo, la Blake ha usato gli stessi metodi che finora hanno garantito l’impunità del criminale. Lei e la sua squadra l’hanno individuato nel dark web, il lato oscuro di internet del quale il mostro si serviva per irretire le sue vittime, e gli hanno lanciato l’amo. Koenig ha abboccato all’esca, ma all’ultimo momento qualcosa della trappola accuratamente preordinata non ha funzionato…
Un romanzo, L’ultimo testimone, denso di idee e considerazioni lucide e intelligenti, con un’eroina buona e comprensiva ma costretta a confrontarsi con un mortale nemico che niente e nulla sembra poter fermare.

Il superstite di Massimiliano Governi, e/o 2018.
Il superstite è un romanzo breve, un noir dal titolo inquietante, parlante. Il narratore, che poi è il Superstite, è il protagonista di una storia terribile, ambientata – almeno pare – nel Nord Italia. Una mattina, alle otto e mezzo, il Superstite, che vive centocinquanta metri più in là, passa davanti alla casa dei genitori, vicina all’allevamento dei polli di suo padre. Stranamente le luci del giardino sono ancora accese e le imposte sbarrate nonostante sua madre abbia l’abitudine di svegliarsi molto presto e dar aria alla casa. Da sotto la porta d’ingresso esce un torrentello d’acqua. Un guasto? Perplesso, preoccupato, il Superstite entra lasciando la bambina nell’ingresso ad aspettarlo e scopre lo spaventoso massacro: padre, fratello, sorella, madre, uccisi, colpiti a morte. La sua famiglia era semplice, non certo abbiente, una famiglia di piccoli imprenditori campagnoli. Chi ha commesso un tale spietato delitto? E perché?…
Con scrittura affilata, tagliente e durissima, senza fare sconti ai sentimenti, Massimiliano Governi ci racconta di un uomo solo, devastato nell’anima da una violenza senza nome e senza ragione, incapace di continuare ad avere normali rapporti con i suoi affetti familiari, una specie di naufrago, un reietto che stenta a ritrovare il suo posto nella vita, in preda a incubi che non smettono mai di ossessionarlo, alla forse vana ricerca di una sconosciuta verità. Una favola nera ma di una disarmante realtà, una storia che, nella sua gelida ferocia, è precisa nei dettagli quanto volutamente indefinita nelle ambientazioni. Ci sono l’Italia, la Serbia, gli Stati Uniti, ma tutto potrebbe essere accaduto altrove…. ovunque? “Tutto può sembrare vero o falso allo stesso tempo”.

Kiss me first  di Lottie Moggach, romanzo già pubblicato in Italia, torna in libreria con il nome Prendi la mia vita (Nord, 2018) in occasione del prossima proiezione della serie inglese Kiss me first, distribuita da Netflix.
Una partenza da thriller, con un prologo denso di tensione che anticipa quella che sarà la scena madre della storia. Due donne stanno parlando via skype. Sono a Londra e noi possiamo vederne solo una che piange e ammette di avere paura. L’altra invece parla con voluto distacco di un piano da portare a termine. Alla fine le due si dicono addio per sempre. Dopo questa misteriosa anticipazione, la storia passa in Spagna, in una comune, e la voce narrante, la donna invisibile del prologo, si chiama Leila, è arrivata là da Londra per cercare l’altra donna della conversazione che si chima Tess ed è sparita. Leila non sa se Tess sia in Spagna, se sia ancora viva o se, come voleva fare, si sia suicidata. Mentre la cerca tra la gente ospite della comune, scrive sul suo computer portatile rivelando man mano tutta la loro storia…
Prendi la mia vita, della giornalista inglese Lottie Moggach, ha fatto parlare molto di sé nel Regno Unito, immagino per l’attenzione che dedica a due temi oggi molto discussi: l’eutanasia e la crescente tendenza di troppe persone a vivere ogni aspetto della propria vita attraverso Internet. Il romanzo poi inventa un traumatico e possibile nesso tra questi due temi: se le nostre vite sono diventate così cibernetiche da risultare interscambiabili, la nostra identità potrebbe essere rubata da chiunque, e una persona morta potrebbe continuare a vivere all’infinito o quasi nel cyberspazio? E ancora una volta un romanzo mi costringe a porre la solita pericolosa domanda: è possibile arrivare a questo totale coinvolgimento mentale con l’web? Insomma vivere praticamente solo e per Internet?

Torna in libreria Marcello Simoni con Il patto dell’abate nero, Newton Compton 2018, seconda puntata della nuova e dirompente Secretum Saga, ambientata nel Quattrocento, con Tigrinus in veste di protagonista (eroe di professione e ladro per scelta), azzeccato mix di avventura e feuilleton salgariano/dumasiano di colto respiro storico ambientale. E ci propone un lungo ma intrigante e spericolato viaggio che porterà il nostro eroe dalla chioma zebrata dalla Firenze di Cosimo de’ Medici ad Alghero, e da là lo costringerà a spingersi a costo della vita fino a uno sperduto monastero nelle riarse alture dell’interno della Catalogna…
L’indovinata ricetta delle sue storie sta nel sapiente mix di alcuni tra i più coinvolgenti generi narrativi: il romanzo di cappa e spada (e dunque avventure, tradimenti e intrighi), il cuore dei romanzi gotici inglesi (con sotterranei, agguati, misteri) e il coup de thèatre del classico poliziesco con l’affannosa attesa del finale e la soluzione. Stavolta con Il patto dell’abate nero ci ha fatto correre tra Firenze, la Sardegna, la Francia, e la Catalogna sulle tracce di un favoloso tesoro per cui già molti hanno perso la vita. Tiriamo il fiato! Alla prossima!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Questa volta andremo in missione con Geronimo alla ricerca del cuore della felicità! È stato svegliato dal canto del drago dell’arcobaleno, perché trovi questo cuore che manca nel paese di cristallo in cui vivono. Insieme a lui, al drago e ad altri amici (lo scarafaggio Oscar, un unicorno alato, una principessa muta, un camaleonte), visiteremo un sacco di paesi diversi: quello dei giocattoli, dei dolci, dell’oro, delle fiabe, degli orchi. Sarà un viaggio bello ma anche pericoloso. Il drago viene ferito da una freccia avvelenata scagliata dagli orchi, ma l’antidoto si trova nella foresta delle streghe. Riuscirà Geronimo a trovarlo? E riuscirà a vincere le streghe? Ma, soprattutto, riuscirà a trovare il cuore della felicità?…
Venite con noi e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti (e buone vacanze da tutti noi!)

Operette morali (Le brevi di Valerio 226)

Giacomo Leopardi
Operette morali
Armando, 2011
A cura di Ludovico Fulci, con DVD “Il filosofo della speranza” (a cura di S. Vinceti)
Filosofia

Recanati, Roma, Milano, Bologna, Firenze, Pisa. 1924-1932. In quegli anni Giacomo Leopardi (1798-1837) scrisse (almeno) venti “Operette morali”, un’opera in prosa definitivamente pubblicata a Napoli nel 1835 (dopo due edizioni intermedie, 1827 e 1834), curata da Ranieri, censurata (copie vendute con lo stratagemma del frontespizio) e ripresa criticamente da Moroncini nel 1929, ora trovabile presso molti editori. Armando cura testi utili nelle scuole, questo in particolare nei licei. Non si tratta di estratti, non si fa un’arbitraria selezione; anzi sono rese disponibili on-line le 4 operette di una delle versioni edite, altre operette rifiutate o solo abbozzate, appunti e approfondimenti. L’intento divulgativo dell’autore era unitario, “sogni poetici, invenzioni e capricci malinconici”, storie novelle dialoghi sulle relazioni fra specie compresa l’umana. Un’occasione per rileggerle, dall’incipit sulla “Storia del genere umano” alle conclusioni del “Dialogo di Timandro e di Eleandro”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Ostracismo (Le gialle di Valerio 168)

Veit Heinichen
Ostracismo
Edizioni e/o, 2018 (Orig. 2017, Scherbengericht)
Traduzione di Monica Pesetti
Giallo

Trieste. Novembre 2016. Il bravo gigantesco cuoco Aristèides Athos Kiki Albanese, cresciuto senza padre, madre di origini greche morta quando aveva 4 anni, ne ha ormai 54. Gli ultimi 17 li ha trascorsi in carcere, è uscito da tre mesi con barba folta e capelli castani lunghi raccolti in coda di cavallo, qualche fantasiosa idea per la testa. Fu condannato da capro espiatorio per un omicidio non commesso su falsa retribuita testimonianza di dodici traditori; ora deve comunque ancora presentarsi dagli sbirri una volta alla settimana. L’anziana malata 80enne ex prostituta Melissa zia Milli Fabiani ha ingenti risparmi da parte e lo aiuta in tutti i modi ad aprire un ristorante d’intesa con la comunità di periferia del dinamico 60enne don Alfredo, cui era stato affidato appena scarcerato e dove preparava i pasti per i profughi. In cucina lo aiuta il dotato pakistano 35enne Aahrash Ahmad Zardari, presso il cui piccolo appartamento vive, disponibile anche a collaborare alla nuova impresa. In vista dell’apertura vorrebbe però togliersi lo sfizio di vendicarsi. Comincia a intrufolarsi nelle case di chi lo tradì e a preparare loro qualcosa di molto buono, avvelenato. Fra di loro ci sono due figure chiave: la sua compagna di allora, Fedora Bertone, esuberante sgualdrina bionda, allora cameriera nella sua trattoria, che ora gestisce come bar, senza avergli permesso rapporti col figlio Dino 24enne; il potente politicante Antonio Tonino Gasparri che lo fece fuori, consigliere comunale e regionale ammanicato con tutto e tutti, esile e untuoso, furbo e corrotto. E potrebbe andarci di mezzo forse anche il commissario (dal 1999) vicequestore (già da un po’) Proteo Laurenti, che 17 anni prima non si ribellò alla dinamica criminale e ora indaga su un’armatrice precipitata nel vuoto.

Veit Heinichen (Villingen-Schwenningen, 1957) è un economista tedesco che ha scelto prima di essere solo un professionista letterario, libraio editore giornalista, poi di trasferirsi nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia dove vive da decenni. In una ventina d’anni ha anche scritto una decina di belle premiate avventure noir del testardo Laurenti, di lontane origini salernitane, poliziotto di strada, alto e sottile, sempre innamorato della moglie Laura, bella energica donna d’affari (le storie con Linda e Ziva risalgono al passato) e dei tre figli ormai grandicelli, Livia Patrizia Marco (nati a due anni di distanza l’una dall’altro, cresciuti con le solite dinamiche familiari, ogni volta articolate e aggiornate). Molto si parla dei rapporti fra Trieste e Grecia, anche il titolo fa riferimento all’istituto dell’esilio forzato, utilizzato nella democrazia di Atene e di altre antiche città greche per mettere al bando persone capaci ritenute pericolose dal potere costituito. Bella l’idea del nuovo ristoro in centro: usare avanzi a basso costo per preparazioni improvvisate e di gusto, tanto che il giornale spiega con entusiasmo anglo-verboso che il nuovo “ristorante fast-casual propone piatti espressi preparati in front-cooking con la rapidità di un locale quick service. La selezione del giorno non è molto ampia, ma i prodotti sono freschi e il locale offre anche un servizio di take-away, ponendosi a un livello intermedio tra il fast food e il casual dining… Rating AA+”. Sullo sfondo i discutibili interessi commerciali portuali e le persecuzioni legaiole contro i migranti. Troppo prosecco, ma alla piccola taverna greca accanto al Ghetto Laurenti si concede un rosso di Creta, lo Skalani, cuvée di Syrah e Kotsifali.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il Re della sfoglia (Le brevi di Valerio 225)

Beniamino Baleotti
Il Re della sfoglia. Ottanta gustose ricette, tradizionali e innovative, a base di pasta fresca
Pendragon, 2017
Cucina

Da secoli. Dal bolognese. La pasta è sempre occasione di nutrimento e simbolo di convivialità, di mangiar sano e di buona cucina. Difficile dire da quanto sia in auge in Italia, comunque a partire dal 1400 non fu più un piatto solamente fatto in casa, cominciò a essere venduto e, ben presto, emerse una specifica tradizione emiliano-romagnola, in particolare per la pasta sfoglia. Da un uovo e 100 grammi di farina, adattati in proporzione o con critica sensibilità, trattati col mattarello, derivano infinite varianti di prodotti, semplici e ripieni. Il fidato mattarello del cuoco in grembiule giallo Beniamino Baleotti (Bologna, 1984) si chiama Antonello. Ospite della trasmissione “Detto fatto” su RAI 2, è stato definito “Il Re della sfoglia” e dal suo libro si capisce perché. Dedica varie pagine a illustrare con parole semplici materie prime, utensili, opzioni, i gesti opportuni per produrre, conservare, cuocere, degustare. Seguono ottanta ricette con foto da acquolina in bocca.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Sbirre (Le gialle di Valerio 167)

Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio de Giovanni
Sbirre
Rizzoli, 2018
Racconti gialli

Pubblica sicurezza. Oggi. Anna Santarossa è vicequestore in Friuli Venezia Giulia, diligente, colta, gentile, bella, sterile. Da quattro anni ogni tre settimane tradisce polizia di Stato e marito Pietro con il sovrintendente capo Zeno Degrassi alla pensione Mangart, frontiera fra Italia Austria Slovenia. Corrotti dalla mafia bulgara (per far passare armi, stupefacenti, latitanti, puttane, soldi) dividono diecimila euro, vino, sesso (dopo un’iniezione di papaverina nel cazzo). Finché qualcuno nelle campagne di Cormons taglia la gola a Zeno, che aveva una maestra moglie (da dodici anni) e due figli maschi. E Anna finisce in grossi guai, davvero. Alba Doria è commissario all’Unità di analisi del crimine violento di Roma, nemmeno trentenne, corti capelli biondi e occhi verdi. Col suo capo Paolo Petti, vanesio rapace cinquantenne sovrappeso col quale è stata a letto una sola volta nonostante lui continui a insistere, stanno guardando per l’ennesima volta il video di un ragazzo che ha sparato ai genitori e si è gettato dal terrazzo. C’è qualcosa che non la convince, come se l’omicida fosse teleguidato. Finché si verifica un caso apparentemente analogo. E Alba si butta a cercare nella rete profonda, il dark web, fra odiatori e psicopatici affetti da triade oscura, davvero. Sara Morozzi si è autorottamata dall’unità speciale di Napoli, lei maestra per le intercettazioni, bruna poco più che cinquantenne, occhi azzurri e tratti dolci, figura minuta e capelli ingrigiti. Il suo amore 76enne è morto dopo penosa malattia, per lui aveva abbandonato la famiglia. La avvisano ora che anche il figlio metodico scienziato chimico Giorgio Alberti (che non vedeva da anni) è deceduto in un incidente stradale, davanti alla casa dove viveva con la compagna fotografa incinta. Sara agisce subito, indagando i segreti, aspettando con tenacia, ricominciando a fare il braccio che punisce, davvero.

Massimo Carlotto (Padova, 1956), Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956) e Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) sono tre fra i maggiori scrittori italiani contemporanei, dediti prevalentemente alla letteratura e al romanzo giallo noir, senza disdegnare altre arti e altri generi. Il progetto di un volume collettaneo risale indietro nel tempo e vede finalmente la luce con tre estesi bei racconti polizieschi dedicati a protagoniste di sesso femminile, “Senza sapere quando” per Carlotto, “La triade oscura” (il più lungo) per De Cataldo, “Sara che aspetta” (il più breve) per De Giovanni. Esperimento riuscito. Terza persona fissa al passato per tutti. Sara era apparsa in un recente libro dell’autore napoletano, inizio di una serie, comunque il racconto è ambientato qualche mese prima degli avvenimenti del romanzo (non dopo), quando sta per essere ricontattata dall’ex collega (già ai Servizi) Teresa Pandolfi, ora a capo della sezione, che le vuol chiedere appunto di seguire piste informali di guai e crimini, attraverso indagini appartate con procedure non convenzionali. Anna e Alba sono di fatto alla loro prima apparizione, pur non potendosi ora escludere che possano tornare; soprattutto la seconda, brillante nella Rete buia, garanzia di affermazione sociale; la prima si trova comunque in braghe di tela, umiliata con metodo, finendo per chiedere aiuto proprio alla brava moglie dell’amante, Aleksandra Droic a Tarvisio. Comunque donne sensibili, di forte adeguata reattività, capaci di violenza, in bilico fra bene e male, immerse nei crimini e nelle vendette. Ribolla gialla per Anna, Sauvignon per lo spasimante di Alba, costretta pure alle note di Dragon Ball e Carmina Burana.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Il giallo di Montelepre

Gavino Zucca
Il giallo di Montelepre
Newton Compton, 2018

Benvenuti nella “Sardegna dei misteri” degli anni Sessanta, con un altro caso scottante per il tenente Giorgio Roversi, bolognese DOC trasferito, o meglio sbattuto, in Sardegna per motivi disciplinari.
1961. Siamo a Sassari, dieci giorni prima di Natale. Sono passate poche settimane dall’arrivo in Sardegna del tenente Giorgio Roversi, bolognese laureato in fisica, fanatico della scorza di cioccolato e di Tex Willer. Poche settimane colme di avvenimenti nelle quali Roversi, che si è messo subito di buzzo buono per imparare la lingua del posto, è persino riuscito a risolvere un misterioso omicidio con l’aiuto della Squadra Speciale, formata dai suoi impagabili nuovi amici di Villa Flora: il padrone, Luigi Gualandi, ex ufficiale veterinario dell’Arma (anche lui cultore di Tex) e Caterina, la bella governante della tenuta.
Natale si avvicina, ma a Villa Flora è tutto un fiorir di rogne. Due preziosi lenzuoli sono spariti, il capanno degli attrezzi è nel caos: qualcuno ha buttato per aria i sacri bulbi di donna Brunilde (moglie tedesca di Gualandi) e rubato il sacco di patate da friggere pronte per la semina. Rimedia, la nipote del gestore tuttofare Michele, è sicura che si tratti del fantasma che protegge il tesoro che, secondo un’antica leggenda, fu nascosto nella villa dai Gesuiti. Luigi Gualandi invece è sicuro che qualche ladruncolo si diverta e faccia man bassa a sue spese. Interpella così l’amico Giorgio Roversi affinché lo aiuti a sbrogliare la situazione. Il tenente arriva in suo soccorso, ma al suo rientro in caserma deve andare a constatare un omicidio: Millomì, sbandato e confuso reduce del fronte russo diventato un barbone ma ben tollerato in città, è stato ritrovato morto in una piazza del centro storico. Qualcuno gli ha fracassato la testa con una pietra. Subito si pensa che a ucciderlo sia stato un altro barbone, Barrasò, con cui era venuto alle mani pochi giorni prima. Il caso pare semplice: una testimone ha addirittura visto il presunto omicida che sottraeva qualcosa dalle tasche della vittima, ma Barrasò ha fatto perdere le sue tracce. Si scatena dunque la caccia all’uomo, anche se alcuni indizi suggeriscono a Roversi che la verità sia da ricercare altrove. E, nonostante le pressioni del capitano Armani, suo superiore, che spinge per chiudere in fretta il caso, allarga le indagini. La piazza e il bar, tipici posti di ritrovo dei sassaresi, rappresenteranno succose fonti di informazioni. Ma Roversi deve anche confrontarsi con i fantasmi del suo recente passato bolognese, evocati dall’arrivo dell’amica Flavia Lanzarini che è venuta a chiedere il suo aiuto. Pur passando in secondo piano, però, i misteri di villa Flora non verranno trascurati, anche perché continuano a infittirsi e ad arricchirsi di nuovi strani particolari! Ai furti dell’ipotetico fantasma si aggiunge una misteriosa invasione di gatti gialli che coinvolgerà anche altre case della zona e, altro mistero, la comparsa al bar di un inquietante e pericoloso figuro: il pindacciu (lo jettatore). Possibile che l’arrivo in città di questo personaggio foriero di sventura sia legato agli ultimi avvenimenti? Jella delle jelle, viene rinvenuto anche un secondo cadavere. Roversi ha davvero poco tempo per agire, ma per scoprire la verità dovrà tornare indietro nel tempo seguendo gli indizi disseminati ovunque con l’aiuto di Luigi Gualandi e della sua Squadra speciale, formata dalla famiglia di Villa Flora allargata, prima che l’assassino riesca a farla franca. Le ultime pagine lasciano aperti molti interrogativi anche squisitamente logistici: appuntamento alla prossima puntata! In Sardegna? Oppure?

Nella Sardegna degli anni Sessanta, fra antiche tradizioni, leggende locali, credenze popolari, sapori particolari che fanno venire l’acquolina in bocca e paesaggi unici, si snoda una trama popolata da una brillante carrellata di personaggi, che mischia i toni tipici impegnati del genere poliziesco al sorriso. Ma Il giallo di Montelepre ci fa anche ripercorrere gli anni bui del Fascismo e riflettere sui brutti giorni legati alla sua fine. Dopo il 25 Aprile 1945, ovunque in Italia e anche in Sardegna la barbarie prese il sopravvento. Bisognava dare una lezione, pareggiare i conti con i gerarchi e le camicie nere che, per più di vent’anni, avevano tenuto l’isola sotto il tallone dei loro stivali…

Gavino Zucca è laureato in Fisica e Filosofia ed è specializzato in Progettazione di Sistemi Informatici. È nato a Sassari nel 1959 e vive a Bologna.

Spia contro spia (Le brevi di Valerio 224)

Duško Popov
Spia contro spia
Sellerio, 2018 (orig. 2012, prima edizione 1974)
Traduzione di Carla Chiaffrino (e Sofia Merlo)
Giallo

L’Europa tra guerre mondiali e doppi giochi. Dušan “Duško” Popov (1912 – 1981) apparteneva a una ricchissima poliglotta famiglia serba e, dopo studi giuridici, abile amante della bella vita, esercitò il mestiere di spia. Durante la Seconda Guerra, sotto lo pseudonimo Tricycle, lavorava per i tedeschi e riferiva agli inglesi, mantenendo comunque “troppi stemmi” sulla sua “bandiera”. Nel 1940 in Portogallo ispirò Fleming per la scena del bluff al tavolo da gioco (e altro ancora, anche se considerava 007 inverosimile). Nel 1941 avvisò gli anglo-americani del prossimo attacco a Pearl Harbour ma non fu preso sul serio (dal pessimo incompetente Hoover). Come Duško Popov spiega nel prologo dell’autobiografia Spia contro spia, a fine guerra gli diedero due abiti civili e un cambio di biancheria, andò in pensione, gli fu concessa cittadinanza britannica e vivacchiò niente male, attese un poco per raccontare ricordi personali e storie serie, verificando retrospettivamente i fatti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La scimmia vestita (Le varie di Valerio 88)

Claudio Tuniz e Patrizia Tiberi Vipraio
La scimmia vestita
Carocci, 2016
Scienza

Il pianeta (delle scimmie). Prima e ora. Il mondo non gira intorno a noi. La specie umana e l’umanità contemporanea sono il prodotto degli stessi processi che hanno originato tutti gli altri organismi viventi. Quel che accade oggi e, in larga parte, quel che accadrà sono la risultante del lungo processo evolutivo che ha avuto luogo nel nostro passato profondo, di processi adattativi e circolari di un sistema vitale complesso e integrato. Quella che, vista con gli occhi di oggi si chiamava civilizzazione, appare piuttosto come un processo di domesticazione e autodomesticazione, imperniato sulla capacità (acquisita) umana di pensare attraverso simboli, di inventarci realtà immaginarie che poi diventano reali, nelle nostre menti, e ci consentono di pianificare, di cambiare direzione e di reindirizzare le nostre energie per scopi diversi. L’evoluzione e l’adattamento si svolgono attraverso reti di continue interazioni – non lineari e a diversi livelli della struttura biologica – che collegano tra loro i rami delle diverse specie, e questi all’ambiente, attraverso processi circolari e retroattivi. Sappiamo che molte altre specie umane hanno preceduto noi Homo sapiens, che altre ancora ci sono state contemporanee, che loro e noi siamo stati più volte sull’orlo dell’estinzione, che innovazioni cerebrali e comportamentali ci hanno portato a un aumento frenetico della socialità negli ultimi 100.000 anni (a partire da un piccolo gruppo africano), accelerando ancora quando abbiamo iniziato ad avere un impatto globale sull’ambiente (circa 50.000 anni fa) e siamo restati (poco meno di 40.000 anni fa) l’unica specie sul pianeta, capace di diventare davvero un “organismo sociale” cosmopolita: grazie all’elevata capacità migratoria (e alla conseguente “ambiguità” territoriale, con maggiori gradi di libertà per stanziamenti e dispersioni) ci siamo sempre incrociati fra gruppi diversi e nessuno può associare la propria origine a un determinato territorio!
Il fisico Claudio Tuniz e l’economista Patrizia Tiberi Vipraio hanno già (ben) narrato una biografia (non autorizzata) della nostra specie. Ora iniziano la storia evolutiva dall’assunzione della posizione eretta (una svolta per deambulazione e alimentazione), proseguono con il graduale passaggio da prede a predatori (grazie anche al controllo del fuoco), cui si associa l’aumento del volume cerebrale per giungere al decisivo culmine (specifico): la nascita del pensiero simbolico (rappresentare, raccontandola, una realtà alternativa e trasformarla così in esistente), dalle tracce più episodiche e antiche ai possibili sviluppi futuri individuali e generali. Non si limitano certo alle proprie discipline, si addentrano con sintesi efficace nei territori dell’antropologia, archeologia, biologia, geologia, geografia, medicina, ingegneria, informatica e, ancora, neurologia, fisiologia, demografia, psicologia, sociologia. Ed è costante l’aggancio fra fenomeni e concetti che ci appaiono moderni o contemporanei con anticipazioni e preludi del Paleolitico e del Neolitico. Per giungere all’oggi: l’aumento demografico e l’instabilità climatica saranno i maggiori responsabili della conflittualità umana durante questo secolo. A settantamila anni dalla prima, ci sarà una seconda grande uscita dei sapiens dall’Africa, non per sostituire i Neanderthal ma per riempire il vuoto lasciato dalla scarsa natalità dei sapiens autoctoni. In più ci sarà un nuovo protagonista: l’intelligenza artificiale (un’intelligenza raffinata e ora tendenzialmente autonoma, ma anche “primordiale” della nostra specie), contributo-rischio per gestire la complessità delle relazioni sociali. Al termine si trovano sia le note esplicative distinte per ciascuno dei quindici capitoli, sia l’ampia bibliografia (poco italiana), che mostra la rete interdisciplinare e aggiornatissima dei riferimenti utilizzati dagli autori.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

A bocce ferme (Le gialle di Valerio 166)

Marco Malvaldi
A bocce ferme
Sellerio, 2018
Giallo

Pineta. 7 gennaio 2018. La procace precisa intelligente Tiziana Guazzelli deve andare dal commercialista, coglie l’occasione per valutare con il matematico Massimo Viviani l’andamento del loro nuovo BarLume. Arrivano e, prima di salire al primo piano, trovano Alice Martelli a piano terra, la freddolosa compagna 37enne di Massimo, attesa presso l’ufficio del notaio (pare che i due professionisti condividano pure altro, oltre alla palazzina). Occorre presenziare all’apertura di un testamento, nel cui testo (evidentemente) si parla di qualche reato che interessa l’autorità giudiziaria. Dieci giorni prima era morto Alberto Corradi (nato lì nel 1948), ricco proprietario della Farmesis e padre di Matteo (nato a Pisa nel 1980), ora ha lasciato scritto di aver ucciso nel maggio 1968 il padre putativo Camillo Luraschi, il lascito testamentario non può essere reso operativo, accidenti! E poi c’è di mezzo il Sessantotto: che accidenti facevano allora quelli della banda della “Magliadilana”, proprio nell’anno in cui Massimo stava appunto venendo al mondo e loro non erano ancora vecchietti prostatici (tutti ispirati a personaggi reali)? Certo conoscevano Luraschi. Aldo era già del Torino (come Massimo e alcuni altri), Pilade Del Tacca già lavorava all’anagrafe (tanto che Alice gli dà un incarico ufficiale), Gino Rimediotti si dichiarava già nostalgico di destra e, soprattutto, Nonno Ampelio Viviani (ora diabetico, vicino ai novant’anni) era ferroviere sindacalista di sinistra e fu arrestato per rissa aggravata. Tocca ancora una volta a Massimo e ai simpatici sodali capirci qualcosa, tanto più quando capita un altro omicidio che si ricollega a delitti dei tempi andati, in qualche modo.

Lo scienziato scrittore (già allievo di conservatorio e buon pongista) Marco Malvaldi (Pisa, 1974) è una garanzia di piacevole divertente intrattenimento noir. Qui tornano gli spassosi toscanacci seriali apparsi nel 2007 e già protagonisti di (finora) sette romanzi, una decina di racconti e vari episodi televisivi (Sky). La narrazione in terza varia al passato alterna tempi e luoghi, l’ambientazione nella Pisa del Movimento (ringraziamenti ad Adriano Sofri) e nel piccolo e anonimo borgo del litorale toscano contemporaneo. Significativa e competente la storia dell’azienda farmaceutica del defunto (mentre ora l’erede Matteo vorrebbe buttarsi in politica). Le battute si sprecano, tutto viene trattato con arguzia e ironia, attraverso i soliti dialoghi teatrali scoppiettanti e qualche rara introspezione. Sacrosanta ostilità alla demagogia. Il tifo si manifesta solo in un paio di occasioni, contro la Juve (anche se non avevano ancora saputo di Cristiano Ronaldo). Quel che conta è la corale squadra investigativa, anche Tiziana fa parte degna, non indifferenziata: negli ultimi dieci anni in provincia ci sono stati circa venti omicidi, circa metà sono avvenuti dalle parti di Pineta, quasi tutti sono stati risolti da loro che, comunque, iniziano solo leggendo il giornale e commentando ogni notizia, mentre bevono caffè corretto al sassolino (Gino), spuma bionda (Aldo), estratto di sedano e finocchio (Pilade), caffè semplice (Ampelio) e Massimo sbatacchia la campana di bronzo se ascolta una cazzata. Il brindisi si fa con lo spumante Chiarebolle della Tenuta Tebaldi Santangeli. Meglio il rum, Demerara 1990.

(Recensione di Valerio Calzolaio)