Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2019

Ogni tanto mi butto sull’arte. Soprattutto sulla pittura. Chissà perché. Forse per dimenticare un po’, tra lo sfavillio dei colori, qualche ombra del reale. Prendo i miei librettini di Art Book, Leonardo Arte, pubblicati dal 1998 al 2000, e mi metto a sfogliarli. In primis l’Impressionismo con i suoi artisti e la luce che pervade le loro tele. La luce, segno di vita, di gioia: Manet, Monet, Renoir, Pissarro… Che fico rivedere campi di grano, feste di ballo all’aperto, tramonti arrossati, il golfo di Napoli, colazione di canottieri, belle bagnanti e, insomma, il pulsare del mondo!
Poi prendo i gialletti e mi crogiolo tra ombre, mistero, sangue e morti ammazzati. Vedete un po’ voi…

Doppia verità di Michael Connelly, Piemme 2019, traduzione di Alfredo Colitto.
Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch. Quante volte abbiamo letto le sue avventure! Quante volte ne abbiamo sentito parlare! (con questa credo che si tratti della ventesima). Ma il tempo passa per tutti. Ormai il nostro eroe è invecchiato. Un detective in pensione a studiare casi non risolti, i cold case, in una cella a San Fernando nell’area di Los Angeles.
Ed ora gliene arrivano due insieme: uno del passato e uno del presente. Il primo riguarda un certo Preston Borders, accusato trent’anni prima, da lui e dal suo collega Frankie Sheenan, di avere ucciso Danielle Skyler. Una nuova prova, costituita dal dna di un altro assassino sui vestiti della donna, mette in dubbio tutto il suo lavoro. Anche perché quella inconfutabile (ciondolo di cavalluccio marino) sembra sia scomparsa dalla scatola delle prove del Dipartimento di Los Angeles. Il secondo riguarda un doppio omicidio nella Farmacia La Familia dove sono stati uccisi a colpi di pistola sia il padre che il figlio.
E, dunque, doppio lavoro per il Nostro, da svolgere nell’arco di pochi giorni, perché Preston non venga scarcerato. Ma lui, lo sappiamo, è forte, duro e testardo come una roccia. Sa di avere svolto il suo compito con estrema diligenza. Ad aiutarlo il fratellastro avvocato Mickey Haller e, solo in parte, i Qui, Quo, Qua, ovvero i tre detective a tempo pieno del dipartimento: Danny Sisto, Oscar Luzon e Bella Lourdes (capo Trevino).
Doppio lavoro, dicevo, estremamente pericoloso perché il caso della farmacia nasconde uno spaccio di pillole, conniventi medici e farmacisti senza scrupoli, in mano a una organizzazione criminale di origine russo-armena. Con la quale Bosch se la deve vedere, in missione sotto copertura nei panni di un tossicodipendente, che gli spalancherà le porte su un mondo di soprusi e violenze.
Allo stesso tempo la vecchia storia di Preston riemerge pian piano nei minimi particolari con tutti i dubbi e gli assilli del caso: chi ha manomesso le prove? Perché? Qual è il suo obiettivo? Un lavoro incredibile (dovrà pure difendersi in tribunale) mentre il rapporto con la figlia Maddie diventa sempre più difficile, arrivano ondate di malinconia per il tempo che scorre, brevi flash sul passato, il ricordo della moglie, del padre e della madre, un po’ di musica a fargli compagnia (magari con Lullaby di Frank Morgan, il preferito). Come se questo non bastasse c’è pure da far luce sul caso di Esmeralda Tavares, scomparsa dopo aver lasciato la figlia nella culla (classico finale a sorpresa).
Tutto sembra opporsi ai suoi sforzi. “Il mondo era oscuro e spaventoso” senza un pur minimo senso logico, ma lui non demorde, capace di infrangere i regolamenti pur di raggiungere la verità. E quando Lucia Soto gli parla di una sua nuova scoperta “Voglio entrare nell’indagine. Andiamo a prendere quell’uomo.” E chi lo ferma! Il solito Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch.
Alla prossima.

L’ombra del Corvo di Tessa Harris, Mondadori 2019.
Siamo nell’Inghilterra (più precisamente nell’Oxfordshire) del 1784. Lydia Farrell, fidanzata dell’anatomista dottor Thomas Silkstone, è stata rinchiusa nel manicomio di Bedlam con un raggiro perpetrato da chi vuole prendersi la sua tenuta (addirittura attraverso la firma falsa dello stesso Thomas). Ovvero da sir Montagu Malthus, custode giudiziario della suddetta proprietà di Boughton, per conto di lord Richard Crick, il vero padrone di appena sei anni.
Tutto ha inizio quando viene ucciso l’agrimensore Jeffrey Turgoose, del cui omicidio è accusato un boscaiolo (orologio e pistola del morto trovati nella sua abitazione). L’anatomista cercherà in tutti i modi di scagionarlo perché sicuro che dietro esista un complotto che riguarda il problema delle Recinzioni. “La terra demaniale e i boschi, che i residenti hanno il permesso di usare a loro piacimento, saranno recintati e diventeranno parte esclusiva di Buoghton. I contadini perderanno il loro diritto di far pascolare le greggi, di raccogliere legna per i camini, di cacciare conigli…” come spiega il coroner Theodisius Pettigrew, amico di Thomas. Un momento difficile che porterà a ribellioni e scontri con i soldati, mentre “regna la paura del Corvo, un fantomatico brigante che imperversa nelle foreste della zona.”
A questa parte generale della storia si aggiunge quella particolare che riguarda Lydia incatenata, sottoposta a salassi e chiusa a chiave nella sua cella, tra l’altro convinta che sia stato lo stesso Thomas a farla rinchiudere per gelosia (le hanno detto che ha firmato il documento per essere internata). La situazione diventa ancor più difficile e angosciosa quando sparisce e viene data per morta. E allora sorgono i dubbi: morta o ancora viva e al suo posto un cadavere disfatto? E, se viva, dove è stata nascosta?…
Il nostro anatomista si piazza al centro della scena con la sua scienza che giganteggia fra dicerie, irrazionalità, superstizioni, cure radicali (torture) contro i malati di mente. Pronto a difendere i più deboli e gli sfruttati, rischiando la propria vita, in continuo movimento da un posto all’altro per ricercare la verità all’interno di un sistema dove i più forti cospirano, anche fra di loro, per avere sempre più potere. Ce la farà?…
Per La storia del Giallo Mondadori abbiamo La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni. Non perdetela!
Un giretto tra i miei libri

L’enigma dello spillo di Edgar Wallace, Mondadori 2009.
“Luke Trasmere, misterioso uomo d’affari, viene assassinato nella sua casa londinese. Un caso che è la quintessenza del crimine insolubile: camera blindata chiusa dall’interno, l’unica chiave ritrovata sulla scrivania della vittima. Ad affrontare l’enigma il melanconico ispettore Carver, di Scotland Yard, e Frank Molland, cronista intraprendente…”
Ma non basta. La camera è stata chiusa anche dall’esterno, la chiave è macchiata di sangue, sangue anche sulla porta sia all’interno che all’esterno, il povero Tasmere ucciso con un colpo di pistola alle spalle, la pistola non si trova, nella stanza sotterranea si trovano invece i gioielli di un’attrice famosa, Ursula Adfern, alla quale sono stati rubati il giorno stesso del delitto. Non manca uno spillo leggermente incurvato, che dà il titolo al libro, rinvenuto nel corridoio (ad essere pignoli gli spilli incurvati sono due e in seguito altro morto con altro spillo per terra) e un cappelletto di celluloide di un tasto di una macchina da scrivere (e forse mi sfugge qualcos’altro).
Subito indiziati il cameriere tuttofare Walter, che altri non è che un ladro matricolato, e un ex socio di Trasmere venuto dalla Cina a minacciarlo pure di morte. Come in ogni giallo di Wallace che si rispetti, tipi misteriosi (fra cui una donna velata) si aggirano furtivi intorno alla casa del delitto e l’innamorato di turno (qui sono due) perde la testa dietro a una adorabile e intrigante signorina.
Con qualche nota umoristica sparsa qua e là (vedi la figura spassosa dell’architetto Stott) e qualche spunto di sana sociologia spicciola “Un delitto è da sempre, nel luogo in cui viene commesso, un evento del quale anche gli abitanti del quartiere che ne sembrano più seccati si compiacciono in segreto. Siccome, per quanto si faccia, è impossibile cambiare la natura degli uomini, succede che i giornali vendano un numero maggiore di copie quando riferiscono disgrazie ed episodi di cronaca nera che quando danno belle notizie o trattano di cose che vanno bene, e nulla induce il lettore ad affermare che sul giornale non c’è proprio niente di interessante quanto il leggere che il vicino ha ricevuto una eredità improvvisa”.
E non ditemi che i tempi sono cambiati…

Fino a metà del libro mi sono messo un po’ a sonnecchiare, dico la verità, cullato da uno stile volutamente ottocentesco in onore della Austen e del suo capolavoro Orgoglio e pregiudizio, da cui sono tratti i personaggi del libro in questione. Ovvero…
L’enigma di Mansfield Park di Carrie Bebris, Tea 2010.
Più precisamente Elizabeth Darcy, moglie di Fitzwilliam Darcy, ospiti del conte di Southwill, la zia Lady Catherine de Borgh che tiranneggia la figlia Anne, timida, impacciata e sottomessa. Per di più promessa sposa, senza essere stata consultata (un’abitudine dei tempi), a Neville Senex dal carattere collerico e francamente disgustoso. Chiaro che Anne non ne possa più e se ne fugga con Mr. Crawford, già in precedente relazione con una donna sposata, lasciando un biglietto a Elizabeth. Apriti cielo e tutti a rincorrere i novelli fuggiaschi. Non la faccio lunga. Mi sono risvegliato appieno solo dopo la scomparsa di Mr. Crawford e… e non aggiungo altro. La storia allora ha incominciato a prendere una piega che si rispetti con i dovuti morti ammazzati (c’è addirittura un morto che sembra resuscitato), i dubbi, la sarabanda degli interrogativi da parte degli sposi, dotte digressioni su pistole e balistica del tempo, insomma un po’ di movimento che era l’ora. Insieme alle vicende personali viene fuori il problema della condizione di inferiorità delle donne anche dal punto di vista testamentario. Scialbe le figure dei coniugi Darcy (non mi è rimasto impresso niente di particolare) mentre Lady Catherine, invece, impazza un po’ dappertutto. Colpo di scena con rapimento incorporato, spiegazione finale complicata il giusto e l’amore che vince sul vile (si fa per dire) denaro.

I Maigret di Marco Bettalli

Il pazzo di Bergerac del 1932
Se il “messaggio” è sempre lo stesso (il male non proviene dagli elementi poveri e marginali della società, o addirittura dai “pazzi” che ne stanno decisamente fuori, ma è insito profondamente proprio in chi della società occupa i posti più alti, e che Maigret scopre grattando la patina di rispettabilità, eleganza e buone maniere che li caratterizza), il plot è ravvivato dal ferimento, proprio all’inizio, di Maigret, con la conseguenza che il commissario svolge tutta l’inchiesta (supportato dalla signora Maigret, alla sua prima “parte” importante) steso su un letto di una camera d’albergo, dalla quale, lentamente, si “imbeve” di tutte le abitudini, i personaggi e i segreti piccoli e grandi della cittadina di Bergerac (il richiamo è, irresistibile, alla Finestra sul cortile di Hitchcock). Forse per questa sua condizione particolare, Maigret appare (soprattutto nella prima parte del romanzo) curiosamente sopra le righe, tanto da far credere al suo vecchio amico e ad altri di essere vicino ad aver perso la ragione. Ma non è così, anzi: con eccezionale e quasi visionaria intelligenza, il commissario come sempre sbroglierà la matassa, rivelando le tradizionali depravazioni della borghesia della provincia francese, non senza una sottile vena antisemita (il colpevole, pur brillantissimo e intelligentissimo, è ebreo e suo padre era un sordido elemento, sulle cui caratteristiche “razziali” Simenon non manca di indugiare).

Una testa in gioco del 1931
Trama originale, quanto tirata per i capelli: in pratica, Maigret, dopo aver svolto un’inchiesta per un duplice omicidio efferatissimo e aver portato a un passo dal patibolo un povero disgraziato, “sente” che c’è qualcosa che non va e convince, diosolosacome, il ministro, il procuratore e quant’altri a far fuggire il condannato a morte in modo da seguirlo e riaprire in qualche modo l’inchiesta. Nel fare questo, mette in gioco la sua carriera e corre enormi rischi. Naturalmente, tutto andrà a finire nel migliore dei modi: nell’atmosfera della Parigi “bene”, tra bar e alberghi di lusso, si farà strada la figura, del tutto inverosimile, del colpevole, un genio anarcoide esule dalla Cecoslovacchia, dotato di incredibile intelligenza e… di poco altro. Oggettivamente, pur piacevole (non esistono Maigret non piacevoli!) per le descrizioni degli ambienti (finalmente siamo, in pianta stabile, a Parigi), per piccoli particolari di grande finezza, per la presenza di molti collaboratori fedeli di Maigret (Dufour, poi non più utilizzato, e i soliti Janvier e Lucas), non uno dei migliori Maigret: d’accordo che la verisimiglianza non è caratteristica fondamentale, ma in questo caso Simenon esagera un po’, e il finale è francamente ai limiti del ridicolo.

La balera da due soldi del 1931
Una storia complicata e ai limiti dell’inverosimile (e dai risvolti gialli in realtà quasi inesistenti), che parte da un mezzo sfogo di un condannato a morte pronto a salire sul patibolo, in cui Maigret si caccia a forza invece di raggiungere la signora Maigret in vacanza dalla sorella (siamo a fine giugno). I protagonisti, sostanzialmente riferibili a “tipi” fissi (ebrei usurai, mogli molto allegre, mariti che pensano solo a far quadrare i conti di imprese commerciali zoppicanti, commercianti bellocci e ben forniti di soldi ecc.) tendono a essere inconsistenti, in primis il colpevole, inglese, nichilista, intelligentissimo, francamente poco interessante. Indubbiamente, si salvano alcune descrizioni, alcune pagine (le vacanze sulla Senna, subito fuori Parigi, della piccola borghesia, in luoghi che oggi saranno senza dubbio inglobati nell’enorme metropoli, lo stupore che suscitavano ancora le auto, veri e propri status symbol …): ma il tutto suona molto falso, tanto che è possibile senza dubbio giudicare il romanzo tra i meno riusciti dei Maigret.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Joe Petrosino, il mistero del cadavere nel barile di Salvo Toscano, Newton Compton 2019.
La vera storia del terrore della Mano nera e di Joe Petrosino, il famosissimo poliziotto in bombetta, di origine italiana, che osò sfidare e combattere la mafia di Little Italy.
New York, 1903. Erano appena le cinque e mezza del mattino ma la vita, in quel pezzo dell’East Side irlandese al confine con Little Italy, era già in fermento. Piovigginava triste e Frances Connors, un donnone irlandese impiegata come donna delle pulizie che trotterellava verso il forno per comprare del pane, si trovò all’improvviso davanti a un barile abbandonato sul marciapiede di fronte all’edificio al numero 743 tra l’Undicesima Strada Est e la Avenue D. Era ingombrante, panciuto, abbastanza nuovo. Solo le doghe erano un po’ arrugginite. E qualcuno doveva averlo lasciato là da poco perché non era fradicio d’acqua, notò subito Frances. Si fermò incuriosita e si avvicinò con la speranza che contenesse qualcosa di commestibile o di utile. Posò l’ombrello aperto a terra e guardò in giro. Non voleva essere vista mentre frugava tra i rifiuti. Ma… nulla e nessuno. Allora alzò il cappotto zuppo che copriva il barile, lo lasciò cadere, si sporse a guardare dentro e scorse l’orrore di un cadavere orribilmente mutilato. Il suo grido di terrore squarciò il silenzio, svegliando i dormienti della case vicine, e richiamò l’attenzione del poliziotto di pattuglia nella vasta zona subito al di fuori di Little Italy. L’agente soffiò nel fischietto per far accorrere i colleghi della centrale. Il morto, prima di essere ripiegato in due e cacciato a forza dentro la botte, era stato sadicamente torturato e gli avevano tappato la bocca con i genitali. L’uomo, un perfetto sconosciuto nel quartiere e che non figurava negli schedari della polizia, dimostrava circa trentacinque anni ed era vestito decorosamente. Alcuni precisi segni indirizzano subito la squadra al comando dell’ispettore Max Schimitberger verso la criminalità italiana. Si tratta, è chiaro, di una bella patata bollente che mette in tilt l’intero dipartimento di polizia di New York e ben presto l’ispettore Schimitberger, posto sotto pressione dai superiori che pretendono una rapida soluzione del caso, dovrà invece vedersela anche con i servizi segreti (dietro quel delitto girano interessi molto pericolosi; potrebbe anche celarsi un traffico di banconote false). Insomma un’operazione perfetta per il “Dago”, il sergente investigativo Giuseppe “Joe” Petrosino che deve il suo grado addirittura al presidente Theodore Roosevelt. Solo il Dago, il più famoso detective della città, italiano naturalizzato americano, può metterci le mani. Lui, il piccoletto nerboruto (1,60 circa più rialzi nelle scarpe e qualche centimetro guadagnato con la bombetta), è capace di muoversi come si deve per i vicoli di Little Italy, capire tutti i dialetti della penisola, comprendere i contrassegni e le regole imposte e seguite dalle prime organizzazioni criminali americane, quali la Mano Nera…
Salvo Toscano ha deciso di ridare vita a un personaggio realmente esistito, Joe Petrosino, poliziotto nato a Padula in provincia di Salerno nel 1860. Di famiglia piccolo borghese, ebbe la fortuna di studiare abbastanza. Ma l’Unità d’Italia portò povertà e fame al Sud. Emigrato, come molti italiani, negli USA alla fine del 1800, fu strillone venditore di giornali, poi lustrascarpe, netturbino e infine a diciassette anni finalmente arruolato come poliziotto. Ma nessun italiano era al sicuro in quella New York del passato dove dominavano paura, omertà, minacce e sgarri che si lavavano con la morte. Un romanzo con una precisa componente biografica e anche per questo molto intrigante, affollato di personaggi realmente esistiti e molto ben rappresentati nella narrazione e in cui ritroviamo purtroppo ancora troppi punti in comune con l’oggi. Un thriller intrigante, un perfetto spaccato di quel mondo di emigrazione di allora. Un tuffo nel passato che dovrebbe far riflettere su quando ad emigrare erano gli italiani. Un giallo coinvolgente, in cui ritroviamo una New York dei primi ‘900 ai primordi del suo splendore, un città invasa da svedesi, tedeschi, italiani, irlandesi, gente dell’Europa dell’Est, del medio oriente, cinesi… Ognuno a suo modo ghettizzato nei propri quartieri, barricato nei loro caseggiati, afflitto da pregiudizi e timore verso gli estranei. Una bella storia che deve continuare. Alla prossima?…

Sporchi delitti di Luigi Guicciardi, Fratelli Frilli 2019.
28 marzo: a Sestola, famosa stazione di vacanze dell’Appennino modenese, Michela Fornè, una ricca e ancora giovane signora della borghesia, viene ritrovata nel bosco, orribilmente sgozzata, da una veterinaria che stava facendo jogging. Il cadavere della vittima era parzialmente nascosto da un grosso ramo caduto durante un torrenziale temporale notturno. Le indagine vengono affidate al Maresciallo Elio Biolchini, alla testa della locale stazione dei carabinieri che, approfittando della presenza in zona del nipote, l’agente di stanza a Modena Bonucchi, gli chiederà di raggiungerlo sul luogo del delitto e dare un’occhiata. Ma nome e potenti amicizie familiari il 1 aprile fanno arrivare a Sestola anche il commissario Giovanni Cataldo, detto Vanni. Ricorderete tutti lo storico personaggio di Luigi Guicciardi, il commissario Cataldo, al top della maturità professionale, ormai vicino alla sessantina, divorziato e con ohimè i figli lontano, che è rimasto alla testa della squadra coadiuvato solo (se si parla della vecchia guardia) dal sovrintendente De Pasquale. Il grande Muliere non c’è più e anche la sua spalla destra di precedenti indagini, l’ispettore (amica e forse qualcosa di più) Lea Ghedini, ha avuto il trasferimento a Pavia. Arrivato a Sestola Cataldo, su suggerimento del Maresciallo, arruolerà come guida e aiutante proprio l’agente di polizia Bonucchi. Gli approfondimenti e i primi interrogatori rivelano che Michela Fornè aveva chiesto il divorzio dopo svariati anni di matrimonio per incompatibilità (aveva una relazione) e aveva piantato figlio quindicenne e marito. L’uomo ancora innamorato di lei era un possibile indiziato, ma aveva un buon alibi. Nelle ore in cui la moglie era stata uccisa stava giocando a bridge al circolo. L’indagine passa sulle spalle del commissario Cataldo e quando poi, pochi giorni dopo, un’altra giovane donna, sposata ma con una vita sentimentale movimentata, viene uccisa con modalità molto simili a quelle della Fornè nel suo appartamento cittadino, il nostro è costretto a darsi da fare pungolato dai superiori. Coadiuvato dal sovrintendente De Pasquale e dal giovane Bonucchi, che ha preso sotto la sua ala, Cataldo sarà costretto a portare avanti per dieci giorni una difficile inchiesta. Le due donne non si conoscevano, non avevano rapporti tra loro, unico punto in comune: erano tutte e due separate. Cerca, briga, forca e scava e finalmente salta fuori un labile possibile legame ma le indagini devono confrontarsi con ostacoli, lacci e lacciuoli che rallentano o accelerano, rincorrendo gli sviluppi dell’inchiesta…
Sporchi delitti è un thriller ben concepito, con una narrazione che sa immergerci di continuo nelle sensazioni, nelle reazioni emotive e nel punto di vista del killer mentre contemporaneamente riesce a renderci partecipi delle emozioni, della professionalità e dei personali convincimenti di Cataldo. Uno scenario appenninico e campestre magicamente ricostruito e una città, Modena, che vive una sua compiaciuta modernità divisa tra i fasti di provincia e i guai sociali copiati dalla vicina realtà metropolitana. Una Modena con le sue piogge, le sue nebbie, le sue diversità tutte emiliane, perdonata in partenza dell’autore, modenese doc, e invece ancora in un certo senso subita ma accettata da chi forse rimpiange il caldo sole e il mare della Calabria.

Un doppio binario nel tempo per il thriller storico di Francesca Ramacciotti I custodi della pergamena del diavolo, Newton Compton 2019, che si svolge a Pisa tra il 1100 e i giorni nostri. Un tesoro scomparso all’ombra di un monastero, mentre un feroce assassino semina morte tra povere donne costrette a vendersi per fame, ma anche un inquietante mistero destinato a valicare i secoli che torna a vedere la luce da una approfondita ricerca in antichi diari.

 

 

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi niente Geronimo Stilton ma I più grandi eroi dei miti greci di Luisa Mattia, Gribaudo 2019.
Trattasi di ben ventuno racconti, perciò è impossibile farne un sunto di tutti. A dir la verità non so come iniziare. Il mio nonno pensa che io sia già uno studente delle superiori mentre frequento solo la quarta elementare. Ora lo chiamo perché non mi può lasciare solo “Nonno, vieni qua a darmi una mano!”. “Arrivo!”
Siamo in un mondo di uomini, dei e semidei, di guerra, duelli, lotta, tradimenti e rapimenti, vendette, amori, sacrifici, prodigi, trasformazioni e prove incredibili da superare, re, regine, indovini, animali magici. Un mondo veramente fantastico. Ora la parola al nipotino…
Il racconto che mi ha colpito di più è stato L’ariete dal vello d’oro perché ci fa conoscere un animale magico dal vello d’oro, appunto, che gli permette di volare e guarire tutte le malattie. Salverà due ragazzi, Elle e Frisso, da una matrigna cattiva e lui stesso si sacrificherà, ovvero si farà addirittura uccidere per far sposare Frisso con la figlia di un re. Accidenti, che sacrificio!
Ma ci sono anche tanti altri racconti che mi hanno colpito con dei, eroi, uomini: Zeus, Teseo, Elena, Achille, Persefone, Ettore, Menelao, Giasone, Odisseo, Apollo… Vi invito a leggerlo!

La Simeide (Le brevi di Valerio 291)

Tullio Bugari
La Simeide. Una lotta vincente
Seri Macerata, 2019

Jesi (Ancona, Marche). 1977-1996. Ci voleva proprio che, prima o poi, ora qualcuno raccontasse la vertenza della Sima di Jesi, una fabbrica metalmeccanica, dal punto di vista degli operai che la fecero e la vinsero! La prima parte spiega il contesto storico geografico, la seconda come e perché la crisi finanziaria generale del 1977 si riverberò sull’azienda fin quando (quasi dieci anni dopo) si mise fine ai tentativi di smantellarla, la terza la successiva applicazione dell’accordo col passaggio alla multinazionale Caterpillar e con la ricollocazione nel mondo del lavoro anche dell’ultimo operaio della vecchia Sima. Lo studioso Tullio Bugari (Jesi, 1952) definisce La Simeide un’epopea; segue giorno per giorno, anno per anno, assemblee dentro e fuori la fabbrica, riunioni istituzionali, blocchi scioperi denunce incontri trattative, volantini e documenti, il progressivo efficace farsi carico degli operai, direttamente, della sorte propria e di quella dell’azienda.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… Ultimo tango all’Ortica

Rosa Teruzzi
Ultimo tango all’Ortica
Sonzogno, 2019

Un altro capitolo della saga della fioraia del Giambellino, con le ormai famose Miss Marple del Giambellino, così battezzate dalla smaliziata penna della Smilza, cronista in carica alla Città, il quotidiano d’assalto più letto nelle portinerie. Le Miss Marple, al secolo Jole, stravagante madre hippy che non rinuncia alle sue follie, e Libera, sua figlia, che assomiglia a Joanne Moore. Entrambe spesso messe sugli attenti dalla rispettiva nipote e figlia Vittoria, la poliziotta, sempre un tantino immusonita. Oddio, abbastanza comprensibile per una ragazza che deve confrontarsi giorno dopo giorno con una nonna decisamente sopra le righe e una mamma un po’ svagata e malinconica (anche se forse ne ha e ne ha avuto ben donde), che si guadagna la vita con il lavoro di fioraia, creando meravigliosi bouquet per le spose. Ma finalmente, da quando è stato risolto il cold case dell’uccisione di suo padre poliziotto, delitto rimasto inspiegabile per quasi vent’anni, Vittoria si è un po’ ammorbidita, ha smussato gli angoli, si sforza di parlare e di capire di più la sua famiglia. Ripresentati i principali personaggi, e mi pareva doveroso, passiamo alla trama.
Siamo a fine agosto, alla periferia di Milano, ma questo del 2014 è un brutto agosto di un’anomala estate, ammalorata dal cattivo tempo. Quella sera, anche se non piove, l’aere trasuda umidità ma il pubblico della balera dell’Ortica vuole cenare, bere, ballare all’aperto e divertirsi… Musica, altra musica e infine l’atteso clou: il tango. Sotto le luci intermittenti dei riflettori, gli occhi dei presenti seguono incantati le sinuose e sensuali movenze di Katy, procace quarantenne di vistosa bellezza che, allacciata al suo cavaliere, è impegnata in un tango sensuale. Ma, non appena la musica si ferma, Katy se ne va, addirittura sembra fuggire via. Quella stessa notte, fuori da quel locale, viene trovato il cadavere di un giovanotto, il pubblicitario Viserbelli, ucciso a colpi di pistola. Salterà fuori che il morto era un ex di Katy, geloso, inopportuno, che la faceva pedinare e la perseguitava. Chi può averlo ucciso? Potrebbe trattarsi di un movente passionale? Da qui si dipana la trama ‘gialla’ di Ultimo tango all’Ortica. Le indagini esploreranno a fondo l’ambiente della vittima: la portinaia sua adoratrice si rivelerà una ricca miniera di informazioni (era un perfetto gentiluomo, adorato da tutte le donne, eccetera eccetera), i colleghi di ufficio invece ne sveleranno il lato oscuro di impenitente donnaiolo approfittatore e praticante di sesso estremo, le amiche e conoscenti di Katy altri particolari, diversi e poco piacevoli. Per “indagini” naturalmente intendiamo sia quelle della polizia che quelle delle nostre due intraprendenti impiccione dilettanti, Libera e Iole. Eh già perché a un certo punto la polizia arresta un personaggio insospettabile, l’Amelio, attempato maggiordomo di Franca Crivelli, ricchissima rappresentante dell’alta società industriale milanese nonché vecchia amica e benefattrice di Libera. Sarà proprio Franca Crivelli che, sicura dell’innocenza del suo maggiordomo, oltre a mettere in pista un esercito di avvocati, arruolerà come detective anche Libera e Iole. Franca infatti si fida più del loro intuito che di tutta la polizia.

Con queste premesse Rosa Teruzzi crea un connubio perfetto tra il caso poliziesco, l’omicidio di un pubblicitario discusso, amato/odiato dalle donne e invidiato dagli uomini, e le vicende private delle protagoniste. E forse la vera arma del delitto, in Ultimo tango all’Ortica, è il non dire. Si devono fare i conti con lo svicolare, il non voler parlare, il tacere. Ognuno nasconde un segreto o ha un buon motivo per mentire. Ma troppo spesso tacere porta a malintesi, provoca confusione come una melmosa trappola in cui si rischia di sprofondare. Anche se, in questo episodio, ci viene concesso di intuire un qualcosa che confidiamo e immaginiamo al momento giusto sarà svelato… Qualcosa di un passato che non morirà mai, anzi le cui radici si diramano subdole nel presente come un fiume sotterraneo, legate al ricordo di nonna Ribella e ai lontani interrogativi legati alla sua morte. O qualcosa del presente, connesso con i silenzi di Gabriele che invece forse avrebbe voglia di comunicare. Un applauso a Rosa Teruzzi, al suo scrivere effervescente pieno di vita e alla sua capacità di creare con pochi tratti personaggi vivi, reali, ma arricchiti da quel “zic” di nostalgia per le occasioni mancate, avvalendosi della sua formidabile squadra del Giambellino, con l’impagabile contributo di Irene la Smilza e di Temperante Cagnaccio, detto il Dog, caporedattore sempre al pezzo.

Rosa Teruzzi ha pubblicato diversi racconti e tre romanzi. Esperta di cronaca nera, è caporedattore della trasmissione televisiva Quarto grado, in onda su Retequattro. Per scrivere si ritira sul lago di Como, in un vecchio casello ferroviario, dove colleziona libri gialli. Per Sonzogno ha pubblicato La sposa scomparsa (2016), La fioraia del Giambellino (2017) e Non si uccide per amore (2018).

Senza confini (Le varie di Valerio 96)

Francesca Buoninconti
Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori
Codice Torino, 2019
Scienza

Aria, acque, suolo del pianeta. Da milioni di anni. Il nostro pianeta è attraversato da miliardi di animali migratori in viaggio: uccelli, mammiferi marini, terrestri e volatori, pesci, anfibi, rettili, insetti e altri invertebrati ancora. Migrano grandi e piccoli, balene e farfalle; da soli o in gruppo, percorrono migliaia di chilometri ogni anno, affrontando difficoltà e pericoli, su percorsi infidi che costano la loro vita. Più o meno si sa perché partono, per riprodursi e trovare cibo a sufficienza. Ma come fanno, chi e cosa glielo fa fare, sono questioni che incuriosiscono gli umani sapienti dall’antichità, anche Aristotele ci rifletteva (senza riuscire a capire bene), da un secolo la scienza offre alcune risposte. La maggior parte degli animali migratori vive in luoghi che hanno stagioni definite. E molto spesso proprio l’alternanza delle stagioni e dei cicli produttivi fa sì che le aree favorevoli e ricche di cibo in inverno, non lo siano per riprodursi in estate. E viceversa (tenendo pure conto che la localizzazione nei due emisferi inverte la prospettiva). Di quando e come siano nate le migrazioni non sappiamo molto, è ancora tutto da scoprire e da confermare. Molti gruppi e molte specie animali hanno iniziato da tempo: secondo le teorie più accreditate il fenomeno migratorio si sarebbe sviluppato nel Neogene (tra 23 e 2,6 milioni di anni fa), prima della comparsa delle forme umane (che poi tanto ne sono state condizionate), per poi affinarsi nelle successive fasi glaciali del Quaternario. Grazie agli stimoli ormonali, a caratteri genetici di vita e adattamento negli ecosistemi biodiversi e mutevoli, i migratori sanno quando giungono i momenti di partire e di tornare. Capacità e modalità hanno avuto una continua evoluzione. Ovunque siano diretti, con una bussola magnetica, solare o con le stelle, i migratori sanno di sicuro come arrivarci. In volo, a nuoto o in marcia non ha importanza: è tempo di migrare.

La giovane giornalista scientifica Francesca Buoninconti (Napoli) ha esaminato i più recenti studi sulle migrazioni delle specie animali di competenti ricercatori di varie discipline. Con stile curato e fresco si mette a fianco degli animali che non conoscono le frontiere fra Stati stabilite dagli umani (da cui il titolo). Pur senza un’adeguata complessiva teoria del migrare e delle migrazioni, il volume risulta molto interessante e contiene innumerevoli casi, curiosità, dati, comparazioni, spunti aggiornati, talora aiutati da disegni o mappe. La brava autrice distingue giustamente tre grandi comparti: chi si libra per aria, chi sguazza in acqua, chi calpesta terre, pur in ecosistemi sempre connessi e mai soli. Non si può che iniziare dagli appariscenti uccelli migratori, le variabili di migrazione sono quasi infinite, a corto o lungo raggio, tutti insieme o maschi e femmine differenziati, comportamenti e diete spesso adattate a luoghi e tempi. Sono i più studiati, soprattutto attraverso tre tecniche: l’inanellamento (avviato oltre un secolo fa, praticato ormai in modo diffuso e sofisticato), i radar, i GPS logger. Poi migrano volando anche libellule, locuste, farfalle, falene, pipistrelli, alcune di loro attraverso più generazioni per ogni andata e ritorno. Mari e oceani sono pieni di migranti e, forse, da oltre cento milioni di anni, come nel caso delle tartarughe marine, rettili che vivono in mare aperto, le cui femmine nidificano sulle spiagge (ricordandosi pure quelle “natie”). I cetacei, invece, hanno le pinne e sanno cantare, la comunicazione canora è cruciale. Mancano ancora notizie certe sull’incredibile traffico delle specie dei pesci, come si regola precisamente, ognuna e accanto alle altre, circa dolcezza, temperatura, correnti delle acque: qualcosa in più è noto per tonni e sardine, salmoni e anguille. Infine vengono narrati gli animali terrestri: pinguini, gnu, zebre, elefanti, renne (e persistenti popolazioni umane nomadi), caribù, antilocapre, cervi mulo, rane, anfibi, granchi. Nello scenario globale, il cambiamento climatico di origine prevalentemente antropica sta lasciando il segno anche sui migratori: sfasamento delle temperature e delle tempistiche, alterazione delle reti alimentari, fughe e nuovi adattamenti da stanzialità a migratorietà.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Rispondi se mi senti (Le brevi di Valerio 290)

Ninni Schulman
Rispondi se mi senti
Marsilio Venezia, 2017 (originale 2013)
Traduzione di Stefania Forlani

Hagfors, Värmland. Una settimana di ottobre. Nella regione a ovest di Stoccolma e al confine con la Norvegia, circa 10 mila laghi, foreste immense di abeti e mirtilli, e Klara, il più lungo fiume della Svezia, Petra Wilander, da poco capo della polizia, fa squadra con vari cittadini per la caccia all’alce. Quel freddo autunno, alla fine di una battuta, al capanno per la macellazione non si trovano né il 54enne Pär Sanner né la sua bionda figlia 13enne Alva. La Volvo è ancora dove hanno lasciato le auto per dirigersi agli appostamenti. Cercano Pär e lo trovano ucciso con la testa spappolata da uno sparo, Alva è sparita. Cominciano le indagini, ci si butta a corpo morto anche Magdalena Hansson, reporter del quotidiano di lì, in odore di chiusura, sempre stanchissima per l’appena nata Liv e l’assenza del compagno Petter, indaffaratissimo al lavoro. Rispondi se mi senti è il terzo romanzo di una riuscita serie noir della brava giornalista svedese Ninni Schulman (Lesjöfors, 1972).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La Debicke e… L’inverno del Profeta

Håkan Östlundh
L’inverno del profeta
SEM, 2019

Elias Krantz, ventiquattrenne laureando in lettere a Uppsala, ha appena saputo di avere un meningioma, un tumore al cervello. È benigno, ma si trova in una posizione tale da comprimere la corteccia e rischiare di fare seri danni. Secondo gli specialisti la miglior decisione è rimuoverlo subito. La cosa lo conforta ma allo stesso tempo lo confonde, lo preoccupa e vuole parlarne con suo padre (la madre era morta quando lui era piccolo), ma suo padre è a Sarajevo, impegnato in una missione internazionale per la SIDA, un importante ente governativo… Non gli resta che aspettare il ritorno.
Gennaio e un hotel di lusso a Sarajevo. Una delegazione ufficiale copre anche una relazione, clandestina come tante, tra due addetti agli affari del governo svedesi: Anders Krantz e la sua diretta superiore Ylva Grey. Il tempo vola, bisogna interrompere le effusioni e cambiarsi per la cena di gala. All’improvviso uno scoppio: una bomba è esplosa nella hall dell’albergo. È stato un attentato e una delle due vittime è Anders Krantz, il padre di Elias. Nel giro di pochissimi giorni il mondo del ragazzo crolla: ora deve convivere con un tumore al cervello ed è completamente solo. Non basta: l’account di Anders Krantz presso la SIDA è stato chiuso, le carte della scrivania nel suo ufficio sono scomparse e quelle che conservava nello studio di casa sono state sequestrate da una bionda sconosciuta con il consenso della matrigna, la seconda moglie di suo padre. La faccenda non quadra. È in questo drammatico frangente che Elias conosce Ylva, capo nonché amante di suo padre, sbalestrata, affranta, in Bosnia ha persino dovuto fare fronte a spiacevoli interrogatori, ma convinta che quella morte violenta nasconda un perché e ben decisa a scoprire quale. La morte li unisce. Elias ha perso un padre, Ylva l’uomo che amava. Forse Anders è morto per qualcosa che sapeva e ha nascosto nel suo computer? Elias conosce la password, comincia un’affannosa ricerca. Decidono di unire le forze per scoprire i responsabili, ma la caccia alla verità si rivelerà molto pericolosa. Nella ridda delle ipotesi e dei tanti personaggi che si alternano sulla scena diventa molto difficile indovinare chi veramente stia con i “cattivi” e chi con i “buoni”. In balia dei capricci del gelido inverno svedese – ci sembra di sentire scricchiolare la neve sotto le scarpe in quelle straordinarie ambientazione nordiche sia cittadine che non – saranno costretti a lottare per la vita contro avversari che sembrano disporre di risorse illimitate. Sono stati catapultati in mezzo a un intrigo internazionale che coinvolge partiti, forze diplomatiche e ricche aziende private in un vortice di interessi personali e sete di potere.
Troviamo in L’inverno del profeta un ventaglio ben calibrato di reali emozioni, amore contrastato, servizi segreti, gioco politico, omicidi, corruzione, esportazioni illecite di armi e accesso fraudolento della concorrenza a informazioni secretate, il tutto condito da abuso di potere ai massimi livelli. Un bel thriller carico di suspense, una perfetta miscela esplosiva per un romanzo ben scritto, ad alto ritmo, costellato da continui colpi di scena. Una storia che contraddice abbastanza la tradizionale immagine di una Svezia “virtuosa”, dimostrando che lo scandalo e la corruzione possono nascere ed esistere ovunque, spesso anche tutelati dall’ala protettiva dal governo. L’inverno del profeta è il primo capitolo di una trilogia. E – chicca delle chicche – vi rivelo che Profeta era il nomignolo appioppato dai compagni a Elias Krunz quando andava ancora al liceo… E allora appuntamento al prossimo capitolo della serie.
Håkan Östlundh, nato a Uppsala nel 1962, è giornalista e scrittore. Ha studiato Letterature comparate e Filosofia e negli anni universitari è stato impegnato politicamente per i diritti dei lavoratori. Vive e lavora a Stoccolma, a metà degli anni Novanta ha intrapreso la carriera di sceneggiatore per la TV. Dal 2004 a oggi ha pubblicato dodici libri molto apprezzati dalla critica e dal pubblico. Tradotto in dodici Paesi.

La Debicke e… Dieci piccoli gialli

Carlo Barbieri
Dieci piccoli gialli
Einaudi Ragazzi, 2019

Carlo Barbieri, autore di cinque thriller ambientati a Palermo e di due raccolte di racconti umoristici, ma anche collaboratore di testate cartacee e web, si lancia nella letteratura per bambini con Dieci piccoli gialli (Einaudi Ragazzi).
Il protagonista di Dieci piccoli gialli è “Francesco, il bambino che tutti chiamavano Ciccio perché in Sicilia è il diminutivo di Francesco, ma forse anche perché era un po’ cicciottello” recita l’incipit che lega i dieci piccoli gialli di questa antologia. Tutte le storie infatti cominciano allo stesso modo e, anche se il cognome di Francesco non compare mai, il pensiero corre a una plausibile infanzia di Francesco Mancuso, il commissario della Omicidi di Palermo, protagonista dei gialli di Barbieri. Questo Ciccio è un ragazzo fuori dal comune, pieno d’arguzia, sensibile, curioso, osservatore, con la “fissa” di andare a ficcare il naso dappertutto. Sono “10 brevi gialli per i più piccoli, da risolvere in pochissime pagine!” destinati a coloro, dagli otto anni in su, che si sentono l’anima di detective in erba! Dieci storie di vita quotidiana, dieci racconti per scoprire il mondo dei ragazzi attraverso i loro occhi, ma soprattutto dieci lezioni di vita per riconquistare certe verità che a volte ci sfuggono, perché ormai ragazzini non siamo più… Racconti costellati da strani furti, misteriose sparizioni, scippi, soprusi e altro… “l’ispettore” Francesco/Ciccio riesce infatti a risolvere svariati «casi» che si trova a fronteggiare nella sua vita da bambino: il malefico bullismo del ragazzo della classe vicina che terrorizza i suoi compagni, uno strano furto nella casetta al mare, il rapimento di un cagnolino di razza, la sparizione di alcune preziose tessere di un antico mosaico durante una visita scolastica a un museo. Con l’aiuto del nonno auto-nominatosi assistente ispettore, il ragazzino dimostra di non avere nulla da invidiare a Sherlock Holmes! Nessuna illegale o perfida attività delittuosa può sottrarsi al suo attento e acuto colpo d’occhio. Il fiuto del detective non gli manca e poi lui da grande sogna di fare il poliziotto – e Barbieri ci fa sospettare che alla fine ci riuscirà. La mente di Ciccio sembra un vulcano in perenne attività. Pensa, studia, immagina e continua a macinare idee persino mentre dorme. Chi sottovaluta la sua capacità dovrà ricredersi, perché il nostro giovane investigatore riesce a sbrogliare qualunque caso! Insomma un libro da ragazzi che piacerà sicuramente anche a coloro che ragazzi non sono più per età ma, per fortuna, lo restano nell’anima. Grazie anche stavolta Carlo e a presto!

Carlo Barbieri nasce nel 1946 a Palermo. Il lavoro di chimico e responsabile marketing presso una multinazionale chimica lo porta da Palermo a Teheran e poi in Egitto, dove risiede fino al 1986. Pubblica il primo libro nel 2011: Pilipintò – Racconti da bagno per Siciliani e non, per la 0111 Edizioni. Segue nel 2012 un giallo ambientato a Palermo, La pietra al collo, pubblicato da Todaro nella collana “Impronte” diretta da Tecla Dozio, che vede protagonista il commissario Mancuso. Nel 2013, sempre con Todaro Edizioni, pubblica Il morto con la zebiba, candidato al Premio Scerbanenco. Nel 2014 Barbieri pubblica con Dario Flaccovio Editore Uno sì e uno no, una raccolta di racconti che spaziano dal giallo all’umoristico. Seguono, con lo stesso editore, Il marchio sulle labbra (2015), Assassinio alla Targa Florio (2016) e La difesa del bufalo (2017), un thriller basato sul ritorno di un foreign fighter in Sicilia; in tutti il protagonista è il commissario Mancuso. Nel 2019 va in libreria con Dieci piccoli gialli (Einaudi Ragazzi), una serie di dieci mini-gialli dedicati ai lettori più giovani.

Il console onorario (Le brevi di Valerio 289)

Graham Greene
Il console onorario
Sellerio Palermo, 2019
Traduzione di Alessandro Carrera

Fiume Paraná, confine fra Argentina e Paraguay. Quasi cinquant’anni fa. Nella repubblica a nord c’è la terribile dittatura militare, nella repubblica a sud non ancora. Il 34enne dottore Eduardo Plarr è inglese, da venti anni è giunto in Argentina esule dal Paraguay solo con la madre (spagnola), il padre (inglese) restò lì a lavorare e non li raggiunse mai, a un certo punto scomparve. È amico del console onorario della zona, di basso rango e mezzo alcolizzato, Charley Fortnum, più anziano. Frequentano a letto la stessa bella donna, Clara, una delle ragazze della señora Sanchez. Un gruppo di guerriglieri paraguayani rapisce per sbaglio il console, a capo della banda c’è un ex prete amico del medico, le peripezie saranno aspre e dolorose. Con la cura di Domenico Scarpa, Sellerio ripubblica meritoriamente il grande scrittore inglese Graham Greene (1904-1991) e inizia con uno degli ultimi romanzi, bellissimo, Il console onorario (1973), nuova traduzione, breve introduzione di Baricco.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il razzismo è illegale (Le varie di Valerio 95)

Livio Pepino (a cura di) per Arci, Asgi, GruppoAbele, LibertàGiustizia
Il razzismo è illegale. Strumenti per un’opposizione civile
Edizioni Gruppo Abele Torino, 2019
Politica e diritto

Italia. 2019. Oggi subiamo anche un “razzismo di Stato”. L’odio razziale ha scalato le stanze del potere e si è trasformato in programma di Governo. Gli antefatti culturali furono tanti e proseguono nella totale inconsapevolezza del ruolo dell’Occidente nell’innesco delle migrazioni e nel pensiero diffuso di identità nazionali escludenti e contrapposte. L’antefatto giuridico risale purtroppo alla prima legge del 1998 (nota come Turco-Napolitano) che assumeva le migrazioni come fenomeno negativo, era cauta nell’accoglienza e formalmente inflessibile nel controllo delle irregolarità. Una vera e propria svolta repressiva fu indotta dalla legge del 2002 (nota come Bossi-Fini); un ulteriore salto di qualità razzista si è verificato nell’ultimo anno con il governo Conte-Salvini-Di Maio. Risulta ancor più evidente che il razzismo è uno dei veicoli di cui si serve l’establishment per mantenere il proprio potere e i propri privilegi, indirizzando la protesta verso veri e propri capri espiatori: chi ha e può meno, i poveri soprattutto (non esattamente una novità nella storia delle civiltà). Eppure, tutti i dati degli ultimi decenni ci dicono che non siamo di fronte a una pressione immigratoria insostenibile, né in Europa né tanto meno in Italia. La Costituzione italiana è stata tradita, in particolare con il decreto-legge Salvini 113/2018, convertito con modifiche nella legge 132/2018, un uso improprio della decretazione d’urgenza che crea cittadini di serie B, erode e lede l’effettività del diritto d’asilo, annulla la protezione umanitaria, toglie la libertà personale agli stranieri. Il testo viene esaminato con molta precisione e chiarezza, sottolineando come smantelli il modello (pur contraddittorio) di accoglienza diffusa in vigore dal 2002, lo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati: chi arriva va parcheggiato in attesa che vada via, stop, ciò si propaganda e ciò si vorrebbe ottenere in odio a geografia e storia.

Il magistrato (dal 1970 al 2010) Livio Pepino (Caramagna Piemonte, 1944) è stato presidente di Magistratura democratica e dirige ora le Edizioni Gruppo Abele. Per conto anche di altre tre grandi associazioni nazionali ha redatto, curato e assemblato un ottimo lavoro collettivo di dodici personalità (Alessandra Algostino, Daniela Consoli, D’Amora, Masera, Miraglia, Montanari, Pallante, Chiara Sasso, Schiavone, Nicoletta Vettori, Nazarena Zorzella) con l’obiettivo di contrastare il crescente diffuso razzismo “istituzionale”: leggi, provvedimenti, ordinanze, dichiarazioni di pubbliche autorità contro gli stranieri che vivono nel nostro paese e contro quelli che vi arrivano (o cercano di farlo), atteggiamenti che fanno da cemento unitario della destra ma hanno anche visto la sinistra inerte o subalterna o complice. Sono atti in contrasto con la Costituzione italiana, con ogni principio etico e con i fondamenti del nostro sistema giuridico, rispetto ai quali reagire sia con il rifiuto e la disobbedienza civile, sia in positivo, mettendo insieme esperienze, definendo adeguati strumenti e creando una cultura diversa. La seconda parte del volume è dedicata alle proposte operative: come ridurre i danni delle norme recentemente approvate, quali provvedimenti solidali approvare nelle amministrazioni locali, come garantire protezione e accesso ai servizi a chi ne ha bisogno. Viene spiegato in teoria e in pratica il “diritto di resistenza” (di cui parlarono Dossetti e Mortati alla Costituente): come costruire una rete di esperienze virtuose ed efficaci, quali progetti già sono stati avviati per le microaccoglienze e microassistenze, quali ong e navi di soccorso possono essere sostenute nel Mediterraneo. E l’ultimo capitolo è dedicato al ruolo dei giudici: a loro occorre chiedere imparzialità e terzietà, non neutralità rispetto ai principi e ai diritti sanciti dalla carta costituzionale.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lettera agli italiani come me (Le brevi di Valerio 288)

Elizabeth Arquinigo Pardo
Lettera agli italiani come me
People Gallarate, 2018

Italia. Oggi. Elizabeth Arquinigo Pardo (Lima, Perù, 1990) si è trasferita nel nostro paese quando aveva dieci anni, ha studiato qui, si è laureata qui, opera da anni (qui e in missioni all’estero) nel campo dell’asilo politico, non ha ancora la cittadinanza italiana, anzi il recente decreto cosiddetto “insicurezza” ha rallentato l’iter. Lo scorso anno lavorava come interprete alla Questura di Milano, assunta tramite contratto di collaborazione con l’agenzia europea (EASO), scrisse tre missive al vice presidente del consiglio, poi questo bel libro come aperta Lettera agli italiani come me. Non è accaduto niente, al danno si è pure aggiunta la beffa: nel febbraio 2019 il ministero degli Interni ha inviato una segnalazione; una direttiva ministeriale ad personam l’ha esonerata dall’incarico, senza spiegazioni; c’è una causa giudiziaria in corso. Intanto possiamo ben leggere la sua toccante intelligente riflessione da concittadina che purtroppo discriminiamo.

(Recensione di Valerio Calzolaio)