Scerbanenco 2013: anche quest’anno…

noirsito1…una marea di scontento accompagna la rivelazione della cinquina.
Che, per inciso, vede in finale a contendersi il premio Scerbanenco Donato Carrisi (L’ipotesi del Male, Longanesi), Simone Sarasso (Il Paese che amo, Marsilio), Claudio Paglieri (L’enigma di Leonardo, Piemme), Massimo Gardella (Chi muore prima, Guanda) e Marco Malvaldi (Milioni di milioni, Sellerio).
Ma qual è il motivo dello scontento, si chiederanno i miei lettori? ALT! Se siete miei lettori, non potete farvi questa domanda perché certamente ricorderete che sul “blog che non si può nominare” ci furono, in passato, molte polemiche in merito al meccanismo della cosiddetta giuria popolare. Polemiche sulle quali si sprecarono interventi autorevoli. Polemiche le quali, sempre sia detto per inciso, se da una parte forse indussero gli organizzatori ad apportare minimi aggiustamenti formali – non sostanziali – al regolamento, dall’altra danneggiarono la sottoscritta al punto che tra me e Courmayeur c’è ormai ben più della distanza chilometrica e del gelo perenne.
La sostanza di quelle polemiche è riprodotta anche quest’anno nella lettera aperta agli organizzatori che lo scrittore Raul Montanari ha diffuso in queste ore, dopo aver appreso la composizione della cinquina dei finalisti:

Potevate dirlo prima, che era tutta una messinscena!
Mi sarei risparmiato la procedura macchinosa, grottesca, mortificante di dovermi iscrivere per votare al vostro malfatto sito, rimbalzare fra link impazziti, dover dare i miei dati personali inclusi addirittura gli estremi della carta d’identità (cosa che ho fatto con molta riluttanza, come tutti), perché così chiedevate per garantire la massima trasparenza e correttezza al voto della giuria popolare.
Risultato?
Seconda questa povera giuria popolare, la cinquina dei finalisti doveva essere:
1. Massimo Donati, Diario di spezie, Mondadori [222]
2. Fabrizio Canciani, Acqua che porta via, Todaro Editore [156]
3. Erica Arosio & Giorgio Maimone, Vertigine, Baldini & Castoldi [113]
4. Claudio Paglieri, L’enigma di Leonardo, Piemme [98]
5. Romano De Marco, A casa del diavolo, Fanucci [69]
Peccato che l’aggiunta dei voti “ponderati” della giuria tecnica abbia mandato all’aria la cinquina, confermando il solo Claudio Pagliari [sic] ed estromettendo gli altri quattro finalisti a vantaggio di Donato Carrisi, Simone Sarasso, Massimo Gardella e Marco Malvaldi.
Per dare un’idea di quanto poco contassero i voti della giuria popolare, si noti che il primo classificato della cinquina definitiva, Donato Carrisi, aveva avuto quattro, ripeto: QUATTRO voti dai giurati popolari e si ritrova in finale con 964 voti, mentre Donati (222 voti popolari), Canciani (156 voti popolari) e gli altri se ne vanno a casa! E che dire del mio amico Marco Malvaldi? I giurati popolari avevano dato quattro, ripeto: QUATTRO voti anche a lui, eppure eccolo nella finale con 484 voti totali.
Ma non vi vergognate almeno un po’? Non siete imbarazzati?
Abbiate coraggio, ditelo che tutta la strombazzata trasparenza richiesta al voto popolare conta quanto il letame, se alla fine l’unica cosa che vale sono i voti della giuria tecnica! Non state a far perdere tempo alla gente, non imbrogliate il popolo noir mettendo in scena una votazione ridicola che offende il festival e il suo legittimo orgoglio di essere il più grande evento italiano nella narrativa di genere!
In venticinque anni e passa di frequentazione da addetto ai lavori del mondo dei libri ho visto un bel numero di cialtronate, ma questa dello Scerbanenco 2013 passa in pole position con uno scatto degno di Vettel.
Bisogna però darvi atto di avere raggiunto due notevoli risultati:
1. Il ben noto complesso di inferiorità del noir non ha più ragione di esistere: avete dimostrato che nel mondo del noir ci si comporta esattamente come nelle liturgie dell’esecrata letteratura “alta”. L’allineamento è avvenuto al peggio e non certo al meglio, ma questo non deve preoccuparvi.
2. E quei poveri di spirito che mettono in dubbio che il noir sia lo specchio della società? Eccoli serviti da questa perfetta metafora dell’Italietta nostra: un popolo di caproni che votano, illusi che la loro volontà collettiva conti qualcosa, mentre questa volontà viene tranquillamente sovvertita.
Congratulazioni.
Raul Montanari
PS Per favore, amici, condividete questo stato. Facciamo un puttanaio!

La lettera di Montanari, pubblicata anche da altri siti e su FaceBook, sta suscitando commenti che, in qualche modo, sembrano avallare il sospetto che si tratti del solito imbroglio “all’italiana”.

In realtà non è così, con le dovute precisazioni.

Chi vi scrive parte da una posizione molto impopolare, e cioè che “il web” non ha ragione di default e che solo in rari, fortunati casi si ha l’incontro alchemico tra qualità del testo e gusto popolare. Data questa premessa, sono convinta che sia intrinsecamente sbagliato affidare alla giuria del web il compito di compiere una valutazione qualitativa. In questo come in qualunque altro caso: anche voi avrete riscontrato che la miglior canzone dell’anno non è quella prescelta dal televoto di Sanremo; la più bella miss d’Italia non è quella che riceve più sms inviati a un numero a pagamento; il miglior romanzo noir dell’anno non può essere deciso da chi, nel migliore dei casi, tra i venti e passa libri finalisti ne ha letti solo uno o due.
Il miglior romanzo noir dell’anno deve essere scelto da una giuria di qualità, punto.
Di questo avviso sembrano essere anche gli organizzatori, dal momento che hanno introdotto il meccanismo del voto ponderato che è – appunto – ponderato in modo tale da disattendere completamente l’esito del voto popolare, se i giurati tecnici lo vogliono.
Quello che non comprendo è perché ogni anno gli organizzatori inducano i votanti all’erroneo convincimento che il loro voto potrà servire a qualcosa. Perché, a chi non legge con molta attenzione il regolamento, sembra che il voto al proprio libro preferito potrà contribuire a formare la cinquina. Invece non è così.
È su questo passaggio che si appuntano le mie critiche perché è questo passaggio che genera, in molti, il sospetto dell’imbroglio, sospetto le cui ombre si allungano maligne anche sui malcapitati finalisti. Questi ultimi, infatti, senza alcuna colpa vedono una “deminutio” del loro riconoscimento a causa dei “rumors”. E questo è sommamente ingiusto.
D’altra parte comprendo la necessità degli organizzatori di generare “interesse” intorno alla manifestazione (e al suo sito web) soprattutto in prossimità della prima settimana di dicembre.

Che fare, dunque?

Ammesso e non concesso che ci sia la reale volontà di trovare una soluzione, ripropongo un suggerimento già avanzato qualche anno fa, pur consapevole che ancora una volta cadrà nel vuoto.
Partendo dal presupposto che il meccanismo della giuria popolare sia finalizzato a generare “contatti” sul sito web del Noirfest, il suggerimento agli organizzatori era:
– fate votare il “popolo del web” e tra tutti coloro che votano (con nome, cognome, carta d’identità etc etc) mettete in palio un premio poco più che simbolico, ad esempio tre buoni acquisto di Amazon da 50 euro ciascuno. In questo modo vi assicurerete una marea di accessi al sito con una spesa decisamente modica;
– chiarite in anticipo che il voto della giuria popolare servirà solo a incoronare un “vincitore del web”, una sorta di riconoscimento morale al libro più votato, ma che *in nessun modo* il voto della giuria popolare influenzerà il voto della giuria tecnica.
Così sarebbero tutti felici e contenti e finalmente potremmo parlare della qualità dei libri invece che di ‘ste cose.
Con questo minimo, stupido accorgimento ci risparmieremmo ogni anno la polemica del premio Scerbanenco, stantìa come le decorazioni di Natale a febbraio.
È davvero così difficile?
(Poi magari discutiamo anche della giuria di qualità, volendo, ma intanto chiariamo i fondamentali…).

Le solite varie ed eventuali e un saluto speciale

Carlo Oliva (1943-2012)

Ricordo in rosso La blogger ricorda con affetto Carlo Oliva, uomo gentile e colto che gli amici milanesi saluteranno oggi pomeriggio per l’ultima volta.

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Le parole sono importanti Anche minima & moralia, il blog di minimum fax, esprime solidarietà all’editor di Ponte alle Grazie Vincenzo Ostuni, citato in giudizio da Gianrico Carofiglio per un commento molto poco lusinghiero su Il silenzio dell’onda («un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes»). Indipendentemente dall’esito del giudizio penso che la verità stia nel mezzo: si può (si deve!) stroncare un romanzo senza offendere la persona. Se Ostuni avesse pronunciato la stessa frase omettendo solo “da uno scribacchino mestierante”, nessuno avrebbe potuto contestargli niente.

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Decaloghi di scrittura Grazie a questo post è tornato alla ribalta un articolo del Guardian di quasi due anni anni fa in cui alcuni autori svelano il proprio decalogo di scrittura. Parte prima (Elmore Leonard, Roddy Doyle, Jonathan Franzen, Neil Gaiman, P D James…) e parte seconda (Joyce Carol Oates, Ian Rankin…).
Come tutti i decaloghi, vanno letti per essere dimenticati immediatamente dopo.

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Serie tv, che passione! Sono in arrivo decine di programmi dagli USA, tra nuove produzioni e nuove stagioni di vecchie serie. Come ho scritto a un’amica, se non trovo un fidanzato almeno so cosa fare nei prossimi sei mesi. Se trovo un fidanzato in ogni caso non voglio perdere Homeland 2, American Horror Story: Asylum, Person of Interest 2, Elementary e Boardwalk Empire 2. Per gli appassionati di Miss Marple segnalo – su Rai Movie ogni mercoledì alle 21.10 – la quarta e la quinta stagione della serie britannica dedicata alla cara vecchietta.

Avrei anche in programma Sons of anarchy, trent’anni di Doctor Who, The good wife e Wallander (versione svedese e versione britannica). Li riservo per la vecchiaia.

E voi, cosa state guardando?

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Medialibrary: lo conoscete? Che ne pensate?

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Il baratro Due parole, due, sulla profonda deriva sociale e politica che stiamo attraversando. Che schifo.

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La noia Si accettano consigli di lettura e cinema. Qualcosa di attuale e bello, per favore, anche non esclusivamente di genere purché sia bello. Altrimenti devo proseguire nel vintage spinto (al momento sto ripassando i film di Woody Allen, per dire).


Quando l’autore si recensisce da solo…

Quella delle autorecensioni è una pratica diffusa e mai abbastanza deprecata. Normalmente io la associo all’autore esordiente che, sull’onda di un ingenuo entusiasmo, non appena si trova tra le mani il suo romanzo – sì, proprio quel romanzo che magari è riuscito a pubblicare, dopo decine di rifiuti, pagando “solo” le spese tipografiche o acquistandone “solo” quelle 5-6000 copie di cui farà gradito dono a parenti e amici – si dedica anima e corpo alla promozione. Promozione che consiste solitamente
– nell’invitare tutti i contatti su FaceBook alla lettura, con cadenza (quando va bene) quindicinale;
– nel recensirsi da soli su Amazon, IBS, addirittura Ebay;
– nell’intervenire in tutte le discussioni in rete (blog, social network, siti) vertenti su temi “hot”: interventi a gamba tesa nei quali, qualunque sia l’argomento in esame, il consiglio spassionato è sempre quello di leggere il romanzo dell’autore Tal dei Tali.
La prima attività normalmente viene fatta mettendoci la faccia; la seconda e la terza sono quelle che discriminano l’ingenuo entusiasta (che si espone con nome e cognome) da quello in malafede (che si firma con altro nome, salvo poi essere riconoscibilissimo per via dello stile).

Quella di cui sopra è prassi diffusissima, dicevo. La sorpresa – amara – è stata leggere che all’estero (ma sarà solo all’estero?) incorrono in queste cadute di stile anche autori celebri e blasonati. È il caso di R.J. Ellory che, riporta il Telegraph, dopo essere stato smascherato da un collega, si è dovuto scusare pubblicamente per avere non solo recensito i propri romanzi in termini entusiastici, ma anche denigrato quelli di altri scrittori, il tutto sotto falso nome. “Una pratica patetica”, viene definita dai colleghi.
La condanna arriva anche dalla Crime Writers’ Association che bolla la pratica del “sockpuppeting” come iniqua nei confronti di scrittori e lettori nonché contraria all’etica dell’Associazione.
La gravità della cosa è accentuata dal fatto che l’autore in questione ha venduto oltre un milione di copie dei suoi dieci romanzi, tradotti in diverse lingue (in Italia tre di questi sono usciti per Giano).
Se umanamente si possono comprendere i motivi di questo comportamento (spaziando dall’invidia all’insicurezza), professionalmente risultano del tutto ingiustificabili. Visto il danno all’immagine, poi, viene da chiedersi se uno scrittore che si comporta così non abbia una pesante vena di masochismo.
Quali che siano i motivi, ce ne vorrà di tempo prima che i lettori riacquistino fiducia nello scrittore. Fiducia conquistata a fatica, visto che un anno fa lo scrittore raccontava: Tra il 1987 e il 1993 ho scritto ventidue romanzi, tutti rifiutati più o meno con la stessa motivazione: ci dispiace, ma non possiamo pubblicare un autore inglese che scrive romanzi ambientati in America. Ho smesso per otto anni e ho ripreso all’indomani dell’11 settembre (dieci anni oggi, n.d.b.). E questa volta sono stato pubblicato. […] Quando ho ripreso a scrivere, mi sono approcciato alla scrittura con un’idea diversa, più diretta, più onesta. E soprattutto ora scrivo i libri che mi piacerebbe leggere, non i libri che piacerebbero agli altri. Se qualcuno mi chiedesse dei consigli direi: scrivi ciò che ti piacerebbe leggere e scrivi ciò che ti interessa. Perché se scrivi per le mode, le mode passano. E se scrivi per altri motivi – denaro, fama, desiderio di attenzione – stai scrivendo per motivi sbagliati.

(La foto in apertura è tratta da qua).

Update (via Steve Mosby): gli autori si mobilitano per denunciare il fenomeno e stigmatizzarlo.

Link dalla rete e un pizzico di veleno

(foto tratta da qua)

Ammetto di aver avuto un attimo di scoramento quando ho scoperto che sei anni e mezzo (dicasi sei anni e mezzo, mica bruscolini) di vita sono stati cancellati – in pieno agosto, senza preavviso e senza back up – irrimediabilmente, e che se ora cercate una vecchia intervista siete reindirizzati alle inutilissime pagine di un illustre sconosciuto (per il quale non provo invidia: essere obbligati a scrivere quotidianamente, anche in agosto, comporta che il livello non sia sempre eccellente).

Ma insomma, io sono sempre qua e a poco a poco cercherò di recuperare ciò che altri hanno inopinatamente dismesso. Perché alla fatica intellettuale (mia e degli altri) si deve sacrosanto rispetto. E perché i concetti di buona fede e correttezza, seppur scomparsi dal vocabolario genetico di certa gente, sono tuttora menzionati nel codice civile.
Nel frattempo ho letto moltissimo e ho spulciato un po’ di roba qua e là.
Dunque segnalo:

Per le letture, invece, momentaneamente fornisco un elenco parziale; quasi sicuramente ne parlerò più in là (adesso, dopo due giorni passati attaccata al pc a saccheggiare la cache di Google, forzatamente lontana dal mare, la voglia di scrivere scarseggia).

Luciano Ligabue, Il rumore dei baci a vuoto

Sara Bilotti, Nella carne

Patrick Dennis, Zia Mame

Diego De Silva, Sono contrario alle emozioni

Anche in ebook:

Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio

Anche in ebook:

Infine, sto leggendo una roba in inglese – e di questa senz’altro renderò conto verso la fine di agosto…

Cinquanta sfumature di (g)rosso… sollievo

È finita. Forse. (Nel senso che le parole dell’autrice E. L. James alla fine del libro fanno temere un seguito, per quanto improbabile).

Adesso possiamo dirlo: Cinquanta sfumature (di grigio, di nero, di rosso, di qualsiasi cosa) è la più grossa fregatura dai tempi del Codice da Vinci. Abbandonata qualunque velleità erotica, l’ultima parte della trilogia è un inno all’amore ossessivo e simbiotico dei due protagonisti.

Un esempio?

Fisso con orrore i segni rossi che mi ricoprono il seno. (Finalmente! Finalmente il Dominante avrà fatto qualcosa da Dominante! Prendo popcorn e birra e continuo a leggere) Ho dei succhiotti! (…succhiotti…?!) Sono sposata con uno dei più rispettati uomini d’affari degli Stati Uniti e lui mi ha fatto dei succhiotti! (…ESTIQUATSI!! Ti ha fatto dei succhiotti, e quindi? Ce ne frega qualcosa? È proprio il caso di scriverci un terzo libro sopra???). Come osa marchiarmi in questo modo, come uno stupido adolescente?! La mia vocina interiore non si tiene: questa volta è andato decisamente oltre. (Oltre? OLTRE?! Oltre che? È un suc-chiot-to santo cielo! Fatto da TUO marito. Sul seno, cioè in un punto che presumibilmente il lattaio e l’edicolante non vedranno. Che te ne frega??).

Segue litigata furibonda tra i due a proposito dell’impossibilità di indossare un bikini da 540 dollari per il resto della luna di miele.

Ecco, questo è l’inizio del terzo capitolo del terzo volume della trilogia supertrasgressiva (?!) che sta rastrellando secchiate di denaro in tutto il mondo e alzando la media di lettori del globo terracqueo. Ringraziate che vi ho risparmiato i primi due capitoli: nemmeno la più becera soap opera nostrana ha mai toccato simili vette di dialoghi cariogeni.

Lette queste frasi mi è venuta la voglia irrefrenabile di frustare a sangue qualcuno. Giuro. Uno qualsiasi, Anastasia o Christian o E.L. James o chiunque altro, tanto sono intercambiabili. I buoni sono stra-buoni, i cattivi stra-cattivi e (come avviene nella realtà, no?) ogni cosa va perfettamente a posto nel giro di poche pagine.

Come se non bastasse l’ingiustificato successo letterario, si è aperto il totofilm su chi interpreterà la pellicola di Cinquanta sfumature (Ryan Gosling?) e su chi la dirigerà. Ogni nuovo elemento aggiunto al “Fifty Team” viene prontamente twittato e ri-twittato: qualche giorno fa è toccato ai produttori. Non serve essere una veggente per sapere che sarà un successo planetario.

Ma questo Twilight per adulti malcresciuti è noioso, ridicolo, pomposo. Sei mia, sei mio, sono tua, sono tuo e “rimettiti il costume!” perché la svergognata neo-moglie si mostra in topless su una spiaggia di Montecarlo.
Mioddio.
E questo è solo l’inizio. Il resto è la trashcronaca dei primi mesi di matrimonio di una coppia di giovani miliardari. Se per caso vi siete mai chiesti cosa accade nelle favole dopo il fatidico “E vissero per sempre felici e contenti”, Cinquanta sfumature di rosso ve lo racconta con dovizia di particolari. Voglio vedere in quante si riconosceranno in Anastasia, nei suoi sandali Louboutin e nei braccialetti Cartier da trentamila euro.

Adesso, in scia, ci attendono mesi e mesi di romanzi pseudoerotici che tenteranno di ripetere il successo di Cinquanta sfumature. Se dopo il Codice da Vinci Rennes-le-Chateau è diventato meta di turismo di massa, non oso pensare all’effetto “manette e bende” nelle camere da letto di tutto il mondo.

Non riesco nemmeno a essere ironica, non so che altro dire se non (per le numerose appassionate, sulle quali continuo a interrogarmi perplessa) “fatevi ‘sto bagno di melassa e poi dimenticatevene”. Per sempre. O almeno fino a quando non uscirà il film.

(Non sono l’unica a interrogarmi in merito: leggi anche Why does Fifty Shades of Grey turn British women on? | Books | The Observer)

Anche in ebook:

Libro estate è il tag che ho usato per consigliare i libri – rigorosamente già testati – da mettere in valigia per le vacanze. O anche no, vedete un po’ voi. Buona lettura 🙂

Circondati!

Oggi ospito un intervento di Fabio Lotti, assiduo commentatore di questo blog (e anche del precedente) e arguto osservatore. A voi.

Prepariamoci a respingere l’assalto…
Già vi avevo avvisati con “L’assalto delle pocce”. Le donne stanno arrivando dappertutto. Come protagoniste delle storie e come autrici delle storie stesse. Dalle vecchiette sferruzzanti di una volta alle giovincelle sbarbatelle di oggi. Si insinuano nei racconti, nei romanzi, nelle vicende sanguinose portando la loro forza, la loro grinta e togliendo di mezzo “piccoletti con la testa d’uovo, ciccioni orchideati, nobili monocolati, lungagnoni elementari, pretucoli ombrelliferi, tracagnotti fumantini, omaccioni vocioni, belloni scienziatoni, casalinghi birraioli”, visionari tristoni, giovanottoni sghimbesciati e tutti quei disgraziati maledetti sfigati fradici che gliene andasse bene almeno una (mi diverto a strapazzar le parole dopo averle rispettate per tanto tempo).
Portano, dicevo, la loro forza, la loro grinta insieme ad una variegata messe di vicende sentimentali che si ampliano e si sviluppano come per partenogenesi: il batticuore, il sussultino, lo sguardino birichino, il contattino frementino, il sospirino struggentino, il sognino spintarellino con risveglino sudatino e insomma tutto l’ambaradan del rosa si insinua prepotente nella struttura giallistica.
Fanno mille mestieri, hanno mille fattezze, arrivano da mille paesi, hanno mille età, ma sono soprattutto giovincelle scherzose codesta età fiorita d’allegrezza piena (mi è venuta così).
È nato il gialletto rosa. Scoprire chi è l’assassino e seguire il corso delle indagini passa in secondo piano. L’importante è sfogliare i petali della margherita: mi ama, non mi ama, mi ama, non mi ama, ah se mi amasse!
Scrittrici, recensori, blogghiste, lettrici, commentatrici sono ormai  dappertutto come il prezzemolo. Si buttano all’assalto dei blog, vedete un po’ questo, e discettano di sesso come neanche il Papa sulla vita di Gesù, lasciando di stucco il portatore di palle che se ne sta mogio mogio in un angolo.
E allora maschietti miei portatori di palle, per non essere buttati fuori dalle gonne d’assalto, prepariamoci a respingere l’attacco poccesco. In alto i nostri batacchi, in alto il nostro grido di guerra…
“Mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”.

Fabio e Jonathan Lotti

Indignazione: la sentenza Aldrovandi e gli insulti dei colpevoli

Sto cercando le parole giuste per esprimere ciò che voglio dire senza farmi trascinare dalla rabbia. Dunque, facciamo le solite debite premesse.
Io so che esiste una cosa chiamata “libertà di manifestazione del pensiero”, costituzionalmente garantita e tutelata, e la difendo anche. Però vorrei ricordare a tutti che nessuna libertà è per definizione illimitata perché la TUA libertà termina dove inizia la MIA. E soprattutto, se uno manifesta un pensiero di dubbio gusto, infamante e illegittimo, è giusto che venga sanzionato.
Avendo espresso queste pacate premesse, vi segnalo che esiste su FaceBook (aperto in lettura) un gruppo di facinorosi fomentatori che – con il pretesto di tutelare gli appartenenti alle Forze dell’Ordine – si è scagliato con violenza contro la sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna ai quattro delinquenti agenti di PS che hanno ucciso Federico Aldrovandi. Inutile dire che io sto sempre e comunque dalla parte della legalità sostanziale e non formale: per quanto mi riguarda una divisa NON è sinonimo di impunità. Non solo: un sedicente rappresentante dello Stato dovrebbe avere sacro rispetto di una pronuncia della Cassazione. Quindi non mi spiego frasi del tenore che potete leggere:

Paolo Forlani è uno dei quattro agenti condannati. A parte l’ignoranza becera (siamo a livello di quinta elementare scarsa, forse anche meno), mi chiedo se un onesto servitore dello Stato abbia il diritto di parlare in questo modo. In pubblico. Di una a cui ha ammazzato il figlio. Senza praticamente fare un giorno di carcere (perché, se non vado errata, i 3 anni e 6 mesi sono già stati ridotti per via dell’indulto e per le condanne sotto i tre anni è previsto che in carcere non si vada affatto, ma vengano dati i domiciliari, salvo controindicazioni).
Dunque i quattro eroi sostanzialmente se la sono cavata con niente. E protestano, pure. Magari speravano  nell’encomio.

Certo, anche il Ministro dell’Interno ha manifestato delle perplessità, e questo non è affatto bello. Lo sappiamo tutti, signora Cancellieri, che per uno che sbaglia ce ne sono 100 silenziosamente e onestamente dediti al lavoro, ma questo discorso, mutatis mutandis, vale per chiunque. Anche gli Italiani, in generale, sono un popolo di brava gente, ma ci sono pure i Pacciani e i De Pedis. Ed è giusto che chi sbaglia paghi. Ma paghi davvero, non per finta.

Vi invito a segnalare il gruppo su FaceBook chiedendone la chiusura. Chiamatela censura, chiamatela come vi pare, ma certe affermazioni sono indegne di un Paese civile.
Mai, mai, per nessun motivo, si deve tollerare che si parli in quei termini di qualcuno a cui è stata tolta la vita “per sbaglio” e senza alcun motivo.

Update del 26 giugno, ore 18:

Gian Paolo Serino, Lara Manni, Loredana Lipperini e Thomas Jay: la sfiducia corre su internet

Intervenire a caldo sulle polemiche non è mai un bene, ma questa volta farò un’eccezione. Indovina indovinello: cos’hanno in comune i quattro personaggi del titolo?

A pochi giorni dal discusso episodio che lo vede in attesa di giudizio, il critico Gian Paolo Serino lancia una frecciata alla giornalista Loredana Lipperini. La quale non si cura di smentire. Dal suo entourage trapela che il diktat è “tacere e ignorare”, ma una fonte – che non gradisce comparire con nome e cognome – conferma quanto scritto da Serino.

Quale che sia la verità sui due episodi, nota solo ai diretti interessati e a pochi altri, forse è il caso di fare qualche riflessione generale.

Quanto credito si può dare allo Sgarbi della letteratura? Valutate voi. Ma se non avete mai ceduto al fascino del “soddisfatti o rimborsati” il problema non vi tocca più di tanto.

Quanto è rilevante un’omessa informazione? Sorge il sospetto – ma può anche darsi che io abbia un’insana tendenza al complottismo: d’altra parte è venerdì e la stanchezza mi fa diventare paranoica – che nessuno sia immune dalla logica della combriccola. Ora, capiamoci: è normale che frequentando lo stesso ambiente si diventi amici. Come è ovvio che giudici e avvocati vadano a braccetto, perché frequentano le stesse aule dei tribunali, lo stesso bar e spesso sono stati studenti nelle stesse aule universitarie, così è ovvio che scrittori e critici si conoscano, vadano a pranzo insieme, si frequentino. Il problema è quando il legame viene taciuto o addirittura negato.

Con la precisazione che a volte i legami sono di tipo affettivo, disinteressati, senza alcun ritorno. Nel mio piccolo succede anche a me: dopo anni di frequentazione dell’ambiente è lapalissiano che mi capiti di leggere libri di autori con cui ho rapporti più o meno intensi e frequenti. (Peraltro quando le amicizie erano disinteressate solo da parte mia sono improvvisamente finite a seguito di recensione negativa o mancata recensione: ma questo è un altro discorso.) Però non ho mai omesso di dichiarare apertamente i casi in cui stavo recensendo libri di amici.

Altre volte invece i legami sono di tipo economico e lobbystico: io parlo bene di te perché tu pubblichi con il mio editore/tu mi sei stato segnalato da un collega/tu sei un collega. E viceversa. In questo caso sarebbe altrettanto opportuno dichiarare quali sono i rapporti tra recensore e autore.

L’imparzialità assoluta non è di questo mondo, ma una volta resi noti i legami non ci sono problemi: il lettore sa che sta leggendo una recensione “di parte” e tiene in debito conto anche questa informazione. Quando però l’informazione viene omessa è legittimo perdere la fiducia. Il caso Lara Manni è un caso di omessa informazione.

Se il quadro è quello che ho dipinto, la conseguenza è che non ci si può fidare di nessuno.

Cosa c’entra Thomas Jay con tutto questo? (E soprattutto, chi è Thomas Jay?). Ieri ho ricevuto, come molti altri blogger, una mail dalla sedicente presidente del comitato Free Thomas Jay. Si annuncia con grande clamore l’imminente pubblicazione dell’opera omnia di questo autore di culto italo-americano, vittima della Three Strikes Law, una legge che prevede il “fine pena mai” per chi abbia commesso tre reati gravi (Ci sarebbe da discutere se questa legge sia giusta o sbagliata, ma non è la sede adatta).

Ebbene, Thomas Jay, come Lara Manni, non esiste. La denuncia è partita da Kelebekler (leggetelo, è molto esaustivo) ed è stata ripresa dal Corriere Fiorentino. Eppure in molti ci sono cascati e hanno rilanciato “il caso Thomas Jay”. Difficile rinunciare a uno scoop succulento.
Peccato che il sito freethomasjay.com sia stato registrato il 9 marzo 2012 dall’editore Fazi. Peccato che non ci sia traccia di libri di Thomas Jay. Ma le recensioni sono ottime, come potete leggere sul sito:

Casualmente sia Lara Manni che Thomas Jay sono pubblicati da Fazi. A questo punto la mancanza di rispetto nei confronti dei lettori inizia a essere imbarazzante.

Risultato: oltre a rinnovare il voto fatto ai tempi dell’orribile Cento colpi di spazzola (mai più libri di Fazi), da oggi in poi non solo i pareri dei critici saranno presi con le pinze, ma anche le segnalazioni degli editori verranno accuratamente verificate. Onde evitare che qualcun altro, contagiato dalla smania del marketing virale, tenti di rifilarmi qualche fregatura clamorosa.

Nota a margine: sarebbe una buon idea quella di segnalare all’ambasciatore americano in Italia (ha anche una pagina su FaceBook) che qualcuno ha pensato di farsi pubblicità inventando di sana pianta un caso di “malagiustizia” e sfruttando il conseguente impatto emotivo. Invocando l‘ingiustizia del sistema giudiziario americano, anzi, come dice Mike Olsen, avvocato di Thomas Jay: «Si tratta, molto semplicemente, di una delle peggiori ingiustizie mai perpetrate dal sistema giudiziario americano».

Sai come saranno contenti gli americani?

Ah, dimenticavo. La risposta alla domanda iniziale è: tutti e quattro hanno reso un pessimo servizio agli scrittori veri.