Sherlock – Season 3 – The Empty Hearse (genio!)

Sherlock Lives(Attenzione, contiene spoiler) Dopo la terza o quarta visione di The Empty Hearse, primo episodio della terza stagione di Sherlock, e in attesa del secondo (stanotte), posso affermare che questa serie rimane insuperabile nelle mie preferenze e lo rimarrà ancora per molto. The Empty Hearse è andato in onda la sera del primo gennaio, è stato guardato da quasi dieci milioni di spettatori e ha mandato in tilt Twitter con i due hashtag #SherlockLives e #Sherlock. “Non impeccabile ma brillante” è stato definito, ma in generale l’accoglienza di pubblico e critica è stata straordinariamente positiva.
Il ritorno di Sherlock Holmes – dopo il suicidio andato in scena a beneficio di John Watson due anni fa – è inevitabilmente istrionico. L’attesa dei fan era pazzesca ma, come da canone, vengono fornite diverse spiegazioni più o meno plausibili di come Sherlock sia sopravvissuto, nessuna delle quali vera. E va bene così, visto che nemmeno Conan Doyle raccontò mai in che modo Sherlock Holmes fosse sopravvissuto alle cascate di Reichenbach.
La prima spiegazione che viene fornita prevede addirittura l’intervento di un ipnotista (Derren Brown, popolarissimo illusionista britannico, primo cameo di molti all’interno dell’episodio) e un improbabile bacio tra Sherlock e Molly Hooper

Sherlock Mollyprima di rivelarci che no, si tratta solo di una fantasiosa teoria di un giornalista ossessionato dal fatto che Sherlock possa essere ancora vivo.
In realtà sia Watson che la signora Hudson che Lestrade ancora lo piangono. Watson, in particolare, pur avendo deciso di voltare pagina ha ancora in mente l’amico di sempre.

È Mycroft, il fratello intelligente di Sherlock:
Mycroft

(che nella vita reale, oltre a recitare, fa lo sceneggiatore con il nome di Mark Gatiss, il vero genio dietro Sherlock insieme allo storico Steven Moffatt), a riportare lo sconsiderato fratellino a Londra per sventare un complotto.
La prima difficoltà è far accettare a Watson che l’amico non è morto: Sherlock si presenta in un elegante ristorante durante la cena in cui John dovrebbe fare la proposta di matrimonio a Mary, sua recente fidanzata (che nella vita reale è Amanda Abbington, compagna di Martin Freeman da tredici anni).

sherlock 3La reazione di Watson è sospesa tra l’incredulità e la rabbia: man mano che si rende conto non solo che l’amico è vivo, ma che molti sapevano, Watson diventa sempre più nervoso. Da un ristorante di lusso a un diner fino a un self service di infimo ordine, la serata romantica di Watson prende una piega inaspettatamente violenta.
I due si separano in malo modo, ma non per molto.
Il rapimento di Watson e il suo rocambolesco salvataggio da un Guy Fawke’s bonfire riuniranno la coppia.
Altro cameo: i genitori di Sherlock Holmes, apparentemente suoi clienti, in realtà a Londra per qualche giorno (un Mycroft disperato dovrà accompagnarli a vedere Les Miserables, che a quanto pare non piace a Gatiss), nella vita reale sono il signore e la signora Cumberbatch, genitori di Benedict.
CumberbatchesIl complotto ai danni del Parlamento è sventato alla maniera di Sherlock, con buona pace di Mycroft e ulteriore arrabbiatura di Watson.
Prima di presentarsi alla stampa, Sherlock celebra il successo con gli amici di sempre: la signora Hudson e Lestrade, Watson e Mary.
E Molly Hooper: finalmente la vediamo risoluta. Ha chiuso con l’amore impossibile per Sherlock (pur essendo tra le poche persone a sapere che Sherlock non era morto) e ha trovato un vero fidanzato. Uno con cui andare al pub il venerdì sera e portare fuori il cane. Tom SherlockPeccato che sia la copia sputata di Holmes…

Infine: Sherlock Holmes, dopo la morte di Moriarty, ha un nuovo nemico senza volto.
Forse ne sapremo di più con il secondo episodio, The Sign of Three (che, secondo i trailer visti in rete, dovrebbe addirittura contenere il matrimonio di Watson e Mary):

sherlock-season-3-eps-2Qua Mark Gatiss intervista Martin Freeman.
Tutte le novità sul sito Sherlockology.

The Returned – ovvero dell’utilità dei social network

king returnedDunque succede che uno dei primi tweet di Stephen King è quello qua sopra, e parte la caccia forsennata a questo The Returned (Les Revenants) di cui non avevo notizia.
Complici le vacanze concludo la visione della prima stagione a tempo di record.
Si tratta di una serie francese (francesissima: parlano tutti in francese, si vestono come francesi e gesticolano come francesi, quindi se i francesi vi stanno un po’ sulle palle per quella maniera di parlare veloceveloce e con un sacco di parolacce vi tocca fare uno sforzo per andare avanti) ambientata in una paesino tra le montagne, nei pressi di una diga. I ragazzi si incontrano al Lake Pub, il pub del paese gestito da Toni, dove lavora anche Lucy. È un posto tranquillo fino a quando alcuni abitanti, deceduti, si ripresentano vivi e vegeti e senza alcun ricordo di ciò che è loro accaduto durante il periodo in cui sono morti. C’è Camille, c’è Victor, c’è Simon, c’è Serge, c’è la signora Costa. I parenti reagiscono nei modi più disparati (a volte francamente inspiegabili) al ritorno di queste “persone”; tutta la serie ruota intorno alla ricerca del “perché”: perché sono tornati proprio loro, perché il livello dell’acqua continua a salire da una parte della diga e a scendere dall’altra, dove si trova il vecchio villaggio distrutto 35 anni prima da un’inondazione (il sottotitolo della serie è Il passato ha deciso di tornare in superficie).
les revenants
In ogni episodio ci sono flashback sul passato e sul momento della morte di ciascun ritornato, non senza sorprese. Serie drammatica ma non splatter (i ritornati non hanno nulla dei walking dead che conosciamo).
Moltissime citazioni da film: facile riconoscere le locandine appese qua e là, un po’ più da esperti ricavare quelle nascoste nella trama e nelle scene. E, come dice King, il bambino Victor è davvero inquietante.
Effettivamente The Returned è interessante, speriamo che – come è successo per altre serie – la seconda stagione mantenga le premesse.

Buon 2014

Il mio è iniziato con un brindisi in teatro. Stamattina un po’ di moto e a seguire lettura:

il centenario 2013apertura di un calendario a tema:

affaires criminelles 2014(vi risparmio le foto del pranzo perché non sono una gran cuoca).
La giornata procederà così:

per finire così:

Credits: per le mutande portafortuna (foto omessa per ovvii motivi) si ringrazia la sorella palermitana mentre per i tè pomeridiani si ringrazia la sorella parigina che ha fornito la confezione di Natale di Lupicia, tre scatoline aromatiche, queste:
lupiciaA tutti, ancora auguri di un ottimo 2014.

C’è crisi, c’è grossa crisi… (post pre-natalizio)

n importe quoiUno dei segnali più decisivi della crisi di una civiltà è la sua incapacità di stabilire un metodo con cui rapportarsi col mondo, con le cose, con gli altri popoli, uomini, culture – in una parola: con la realtà. (Luca Doninelli)
Inutile che lo ribadisca: è un momento di crisi e si sente, non solo nelle tasche ma anche nell’atteggiamento della gente. La crisi porta cambiamento e qua di cose ne stanno cambiando parecchie sotto il profilo personale, lavorativo e sociale. Non tutti i cambiamenti sono negativi, non mi dilungherò in spiegazioni, ma insomma, sappiate che nel silenzio degli ultimi tempi c’è anche molta riflessione. Quali saranno gli esiti è ancora presto per dirlo ma immagino che si vedranno, prima o poi.
Per la parte che ci interessa, la crisi dell’editoria sta producendo in me una sorta di disaffezione, anche se osservo con interesse alcune cose che in questo momento sono in fase embrionale ma che mi auguro vedano presto la luce.
Sulla crisi dell’editoria voglio mettere in evidenza due articoli: il primo riguarda gli editori a pagamento, che io continuo a considerare una piaga perché, guardando esclusivamente al punto di vista del lettore, intasano il mercato di roba illeggibile sottraendo risorse e visibilità a libri meritevoli. Per quanto mi riguarda, l’esperienza di Più libri più liberi quest’anno è stata tremenda: un giro veloce degli stand, la rapida realizzazione che di editori “sani” ce n’erano pochissimi – il resto era fuffa – e mi è salita una tale rabbia mista a frustrazione che me ne sono andata. La salute prima di tutto.
Se volete farvi del male potete guardare il video realizzato da Scrittori in causa e Scrittori precari per guardare in faccia qualche “campione” dell’EAP mentre difende la deprecabile prassi. Sconsigliato dopo i pasti.

Più recente invece è la notizia che perfino Mondadori ha adottato un nuovo contratto che li pone al limite dell’EAP: il Contratto ad Anticipo Zero (o CAZ, come lo ha efficacemente definito Giampaolo Simi in questa esauriente trattazione). Il che suggerisce che si debba rivedere l’intera filiera produttiva dell’editoria se non si vuole perdere il patrimonio culturale dei prossimi anni.
Sembra andare controtendenza invece la norma – all’esame del Consiglio dei Ministri – che prevede la possibilità di detrarre fiscalmente il 19% dell’importo dei libri acquistati, purché non in ebook, fino a 1000 euro (più altri 1000 per libri scolastici e universitari). Se la norma verrà approvata potremmo assistere a un rifiorire delle librerie. Forse.

Nonostante tutto, però, sto leggendo diverse cose, ho dei romanzi in wishlist e altri ne vorrei consigliare tra le uscite recenti, magari da regalare o regalarsi.

Innanzitutto c’è un’iniziativa importante, quella dei Racconti in sala d’attesa (Caracò 2013, anche in ebook).
Dodici racconti, dodici autori e un progetto culturale dedicato a Vincenzo Federico, che anche io ho conosciuto, morto dopo una breve malattia.
Si corre e non si pensa. Si corre e non si vive. Si corre e i problemi non si risolvono mai. Eppure ci sono dei momenti della nostra vita in cui siamo costretti a fermarci. Non dipende da noi. Dobbiamo aspettare.
Nelle sale d’attesa il tempo si dilata e tutto quello da cui fuggiamo ogni giorno ci si attacca addosso. Non ci sono vie di fuga. Si è da soli davanti al tempo e a se stessi.

I diritti d’autore di questo libro saranno devoluti ad un progetto culturale destinato agli ospedali italiani.
Gli autori sono Maurizio de Giovanni, Cristina Zagaria, Patrizia Rinaldi, Gabriella Genisi, Luigi Romolo Carrino, Elisabetta Bucciarelli, Patrick Fogli, Andrej Longo, Giuseppe Lupo, Emilia Marasco, Marco Marsullo, Antonio Paolacci.

Ecco, questo lo compriamo tutti, vero? Ci tengo molto.

Poi.

Colgo l’occasione per scusarmi pubblicamente con gli autori alle cui presentazioni non sono andata. Ci tengo che sappiano che l’assenza non è sintomo di lontananza, anzi, e che spero sinceramente in prossime occasioni e contesti migliori.
E quindi, in rigoroso ordine alfabetico, date un’occhiata a:
Giulio Leoni con il giallo storico Il testamento del Papa (Editrice Nord 2013, anche in ebook)
Angelo Marenzana e L’uomo dei temporali (Rizzoli 2013, anche in ebook): un giallo con il commissario Augusto Bendicò, personaggio a cui sono molto affezionata (Angelo sa perché)
Bruno Morchio e la nuova avventura di Bacci Pagano, Lo spaventapasseri (Garzanti 2013, anche in ebook)
Simone Togneri e il suo Arnoamaro (Fratelli Frilli 2013, anche in ebook).

Tra le cose che ho in lettura, praticamente già terminate:
Gaia Conventi con Giallo di zucca (Betelgeuse 2013, finalmente anche in ebook): giallo classico con Luchino, fotografo della Scientifica, che indaga “in famiglia” su una serie di omicidi avvenuti a Ferrara. Cane Poirot al seguito, utile anche per fare conoscenze femminili. Si mangia tanto, si parla del Palio, si ride anche. Piacevole.

Maurizio de Giovanni con Buio per i bastardi di Pizzofalcone (Einaudi 2013, anche in ebook) che segna il tempestivo ritorno dei ragazzi del commissariato più reietto di Napoli. Meno pathos del solito, vira molto più verso il noir. Bello, bello, bello.

Poi, per i più svariati motivi, non dovrebbero mancarvi:
Il richiamo del cuculo di Robert Galbraith (Salani 2013, anche in ebook): perché non si può non leggere la Rowling, anche se fosse solo per parlarne male;
Adamante di Maria Silvia Avanzato (Edizioni della Sera 2013): perché lei è una che sa raccontare in modo affascinante anche la quotidianità con la nonna, figuriamoci il resto – e poi Crune d’aghi per cammelli mi era piaciuto moltissimo;
Il pallonaro di Luigi Romolo Carrino, sull’omosessualità nel mondo del calcio, perché lui è uno che scrive da Dio;
il classico giallo di Natale della Polillo, quest’anno Il canto di Natale di Clifford Witting (perché non è Natale, senza).

**

Ultimamente mi sono dedicata ai film horror: un po’ lento ma ben fatto Sinister con Ethan Hawke; classico college americano con finale a sorpresa in Smiley, autoprodotto dal regista Michael Gallagher (promette un seguito); agghiacciante per la violenza Chained di Jennifer Lynch. Così, se vi avanza un po’ di tempo nelle prossime vacanze e amate il genere, sapete cosa vedere.

**

Prosegue anche l’overdose di serie tv: la terza stagione di The Killing è ok; The Blacklist ha un suo perché nel genere crime; Homeland (anche qua, terza stagione) stenta a decollare ma si riprende dalla settima puntata in poi; naturalmente però l’attesa va tutta alla sera del 1 gennaio 2014, quando gli spettatori britannici potranno guardare il primo episodio della terza stagione di Sherlock:

Due parole sul NoirFest: il premio Scerbanenco quest’anno è andato a Donato Carrisi, menzione speciale per Simone Sarasso; avendo presentato entrambi gli autori e rispettivi romanzi, non posso che congratularmi con entrambi. Nella sezione cinema invece è stato presentato Neve di Stefano Incerti, co-sceneggiato da Patrick Fogli. Il film ha vinto il premio per il miglior attore, andato a Roberto De Francesco, e adesso si spera che trovi una distribuzione.

Se poi, come credo, anche voi siete nel vortice dei regali di Natale, sappiate che:
– quest’anno ho privilegiato l’artigianato e anzi, ho rispolverato un minimo di manualità persino io (ma non per farne regali, ché agli amici ci tengo);
– ho regalato qualche libro e qualche altro ancora lo regalerò;
– in libreria si trovano agende bellissime (io ho sempre una spiccata preferenza per la Moleskine) ma anche fumetti, lettori ebook, accessori da lettura… insomma, per i regali di Natale la libreria è ancora un posto privilegiato;
– tuttavia, quando la pigrizia incombe, mi soccorre Amazon. Un clic e via. Tanto sono già stata definita “una str**** di sinistra radical-chic” (detto da uno che mi ha vista due volte, n.d.b.) quindi posso anche dichiarare apertamente che la tecnologia, quando mi semplifica la vita, è una gran risorsa a cui attingo a piene mani.

Cari saluti, ci risentiamo per gli auguri – forse.

L’ipnotista (2012)

l'ipnotistaHo appena visto L’ipnotista, il film di Lasse Hallstrom tratto dall’omonimo romanzo di Lars Kepler. Una sorpresa, visto che le recensioni lo definivano pesante. E invece è proprio come dovrebbe essere, coinvolgente senza effetti speciali, abbastanza aderente al romanzo, con la giusta dose di suspense e ambientazione affascinante (tutto quel bianco non manca mai di colpirmi, ogni volta mi chiedo come sia vivere con l’abitudine al gelo e alla neve).

E mi sono ricordata che nel 2010, in occasione dell’uscita del libro, avevo intervistato gli autori, intervista che – miracoli della tecnologia – sono riuscita a recuperare… Eccola.

lars keplerIntervista telefonica alla coppia di scrittori del momento: Alexander Ahndoril e Alexandra Coelho Ahndoril, autori (con lo pseudonimo di Lars Kepler) del discusso thriller L’ipnotista, appena pubblicato da Longanesi, best seller in Svezia. Dopo le prime scontatissime battute della conversazione (“Piacere, Alexandra”, “Piacere, Alessandra”, “Piacere, Alexander”, “Piacere, Alessandra”, “Oh che bel nome”) passiamo alle domande serie:

AB – Come mai avete deciso di usare uno pseudonimo e da dove viene Lars Kepler?
Alexander – È successo che io e Alexandra abbiamo finito un romanzo – ciascuno con il suo nome – contemporaneamente. Quando hai terminato un romanzo ti prende una sorta di malinconia: vorresti scrivere ma non sai cosa. Ti senti in astinenza, hai una sensazione di vuoto. Vorresti sentirti creativo. Così ci siamo guardati e ci siamo detti: perché non scriviamo qualcosa insieme?
Alexandra – Io e mio marito Alexander siamo entrambi autori pubblicati in Svezia, di narrativa. Volevamo scrivere qualcosa insieme, ma quando abbiamo provato a scrivere per il teatro litigavamo, perché sembrava che la voce di ciascuno dei due cercasse di soverchiare quella dell’altro. Così abbiamo scelto un genere che non fosse né il mio né il suo, e in questo modo siamo riusciti a essere due voci diverse su una pagina bianca, un nuovo autore. Lars è un tributo a Stieg Larsson, e Kepler è lo scienziato (Keplero). Ed ecco il nuovo scrittore.
Abbiamo mandato il manoscritto agli editori anonimamente: volevamo che il manoscritto venisse giudicato in modo imparziale, che chi leggeva non pensasse agli scrittori già noti Alexander e Alexandra. È stato molto liberatorio per noi essere un nuovo scrittore. Volevamo che anche i lettori restassero all’oscuro dei nostri veri nomi, ma l’editore era molto negativo rispetto all’idea di uno pseudonimo, e la stampa ha iniziato a cercarci perché c’era un libro ma non si poteva intervistare l’autore. Così hanno iniziato a cercarci. E una notte di agosto – eravamo nella nostra casa in campagna – hanno bussato alla porta e c’erano i giornalisti e i fotografi con i flash… Game over.

AB – Per entrambi questo è il primo tentativo nel genere thriller. Come mai questa scelta?
Alexandra: Io e Alexander guardiamo moltissimi film, almeno uno ogni sera, e ne discutiamo insieme – della trama, dei personaggi. Penso che la scelta del genere sia stata molto influenzata dal cinema. Siamo stati anche ispirati da Stieg Larsson, che ha innovato il genere. Inoltre i nostri romanzi tengono in gran considerazione la lingua e lo stile. Ma penso che in un crime novel il linguaggio debba essere chiaro, che non debba frapporsi tra la trama e il lettore. Eravamo più interessati all’atmosfera e agli eventi che allo stile.

ipnotistaAB – Sapendo che Alexander è uno scrittore di teatro, non è difficile notare che alcune scene – come quelle della terapia di gruppo – sono costruite come scene di un dramma, sembrano scritte per essere rappresentate su un palcoscenico. Mi sbaglio?
Alexander – Non ci avevo mai pensato ma sì, è possibile di sì.

AB – Come vi siete divisi il lavoro? Chi ha fatto cosa?
Alexandra – Scriviamo come un solo autore. Ogni mattina parliamo della trama, decidiamo cosa scrivere, ognuno siede al suo pc e inizia a scrivere. Poi ci scambiamo i pezzi via mail, e io continuo a scrivere il suo pezzo e lui il mio, fino a quando la scena è completa. Abbiamo scritto tutto insieme, eravamo l’uno nelle frasi dell’altro. Abbiamo lavorato in modo assolutamente paritario e organico.

AB – Penso che le nuove generazioni di scrittori svedesi debbano confrontarsi con antecedenti noti in tutto il mondo, come Sjowall e Wahloo e Stieg Larsson. Si tratta più di un’eredità o di un fardello?
Alexandra – Bella domanda! Siccome io e Alexander siamo una coppia, il confronto con Sjowall e Wahloo è inevitabile… Loro sono una leggenda. Noi siamo cresciuti con i loro libri e certamente ne siamo stati influenzati. Ma siamo lontanissimi per modo di scrivere. I loro libri sono molto buoni ma sono anche molto legati al tempo in cui sono stati scritti. Sono indubbiamente molto importanti per la tradizione. A Stieg Larsson siamo molto debitori, lui ha reso i polizieschi svedesi internazionali in un modo che nessuno aveva fatto prima.

AB – Ok, ora un paio di curiosità, La prima: ho saputo che in una versione iniziale il libro terminava con un’orsa…
Alexandra – Sì! Incredibile, come hai fatto a saperlo? Inizialmente sì, avevamo pensato a un’orsa che si inferociva per proteggere i cuccioli. Ma abbiamo cambiato il finale e abbiamo introdotto il tema dell’acqua perché ci fosse una connessione con le sedute di Erik, quando induce l’ipnosi nei suoi pazienti e nel frattempo immagina di essere nell’acqua. Abbiamo pensato che fosse più elegante, e più coerente con quanto accade prima.

AB – I lettori italiani hanno contestato che, in un momento cruciale di un inseguimento in un cimitero, nottetempo, l’investigatore si scontra con un’anziana signora che era andata a portare una candela sulla tomba di Ingrid Bergman. Innanzitutto, mi confermi che a Stoccolma, come nei paesi anglosassoni, i cimiteri sono aperti anche la notte?
Alexandra – Sì, certamente! In Svezia la gente va al cimitero anche la sera, ed è comune che accendano candele. Siamo in un paese molto buio…

AB – E mi confermi che ci sono persone che ancora visitano la tomba di Ingrid Bergman?
Alexandra – Sì, certo. Non l’abbiamo affatto dimenticata.

AB – Ho notato che il libro è incentrato su problematiche familiari “forti”: il primo omicidio matura in ambiente familiare, i bambini sono abbandonati a sé stessi, Erik ha problemi con la moglie… È un problema molto sentito, quello della perdita del senso della famiglia?
Alexandra – Mi piace che tu l’abbia notato. La famiglia è anche una metafora della società, ci sono famiglie di ogni tipo nell’Ipnotista. Noi abbiamo scritto su ciò che temevamo di più. Abbiamo dei figli e cerchiamo di proteggerli, e ci sentiremmo impotenti e rabbiosi se accadesse loro qualcosa.

AB – E adesso, che succede?
Alexandra – Abbiamo terminato il secondo libro – ne abbiamo in progetto otto – con il detective Joona Linna, e i diritti cinematografici sono già stati acquistati… Siamo stupiti anche noi di questo successo. Ora non rimane che scriverli… Ma abbiamo molte idee, è stato piacevole scrivere questo romanzo insieme, è una cosa fantastica, un nuovo capitolo della nostra vita.

AB – Ed Erik Bark?
Alexandra – Forse Joona ed Erik si incontreranno ancora, nel corso di un’indagine. Chissà…

Il Paradiso degli Orchi (2013)

Il paradiso degli orchi

Non avrà certo la diffusione di Sole a catinelle, probabilmente vi toccherà cercarlo in qualche cinema d’essai, ma Il Paradiso degli Orchi è un piccolo film divertente (tratto dal bellissimo romanzo omonimo di Daniel Pennac) che dovete cercare di non perdere. Racconta le gesta di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio, e della sua sconclusionata famiglia composta dal caustico Jérémy, dalla dolce Luna, da Thérèse che legge le carte e dal Piccolo (a cui prontamente viente disattivato l’audio tutte le volte che si accende il turpiloquio).

Benjamin lavora in un centro commerciale nel quale vengono compiuti una serie di atti di sabotaggio, atti per i quali è sospettato lo stesso Benjamin. Riuscirà a scagionarsi anche grazie a un’intraprendente giornalista in cerca di scoop e di affetto.

Il Paradiso degli Orchi nasce come un noir atipico; nel romanzo giocava un ruolo centrale il quartiere di Belleville con il suo “colore” locale, ma la trama gialla con il classico svelamento finale aveva la sua importanza. Il film perde un po’ nella parte drammatica ed è semplificato, rispetto al libro, ma acquista in sentimento grazie ai protagonisti, ben caratterizzati, mai violenti. 92 minuti di buonumore intelligente e scoppiettante (in tutti i sensi!).

Il Paradiso degli Orchi (Au bonheur des ogres)
Francia, 2013
Regia: Nicolas Bary
Con Raphaël Personnaz, Bérénice Bejo, Guillaume de Tonquedec, Emir Kusturica

American Horror Story 3: Coven

American-Horror-Story Coven 2Qua e qua (e anche altrove, potete leggerlo seguendo i link) alcuni scrittori si chiedono perché continuare a leggere (e a scrivere, mestiere certo non facile) quando si può guardare una serie tv. Non una italiana, magari, ma una ben fatta come Sherlock, Homeland, Breaking Bad, Luther, House of Cards, giusto per citare le ultimissime viste. Perle di recitazione e scrittura. Io ho una risposta molto semplice, e cioè che si possono fare entrambe le cose. La tv è difficile da guardare all’aperto, quindi in spiaggia è meglio un libro (sì, anche il vituperato Joël Dicker, che a me invece è piaciuto), la sera in inverno meglio una serie tv (magari in lingua originale, così imparate anche un po’ di inglese, zucconi).
In ogni caso, che la scrittura di genere si declini magnificamente nelle serie tv è cosa che da queste parti era già nota, visto che ormai da un po’ di tempo parlo indifferentemente di libri e televisione.

Dopo aver elargito i miei two cents non richiesti (abbiate pazienza, è l’età che avanza), voglio invece consigliare la terza stagione di American Horror Story. La première è andata in onda il 9 ottobre su FX e ha avuto oltre cinque milioni di spettatori. Ma, al di là del successo di pubblico, si preannuncia davvero interessante.
Ricordo che la prima stagione era ambientata in una casa stregata, la seconda in un manicomio; la terza, come dice lo stesso nome (“coven” significa “congrega”, riferito nello specifico agli incontri di sette dedite ai riti pagani), ha come tema centrale la stregoneria. Si apre con una crudele Kathy Bates nei panni di una nobildonna dedita a pratiche terrificanti nella New Orleans dell’Ottocento, si sposta poi ai giorni nostri, dove la giovane Zoe Benson (Taissa Farmiga) viene allontanata dalla famiglia per crescere in una scuola di magia (no, non pensate a Hogwarts: qua la cosa è molto più patinata e terrificante, ovviamente, e si chiama “Accademia di Miss Robichaux”) insieme ad altre giovani donne che, come lei, devono imparare a conoscere e usare i loro poteri.

american horror story covenLa vita in accademia non è semplice: le ragazze sono solo quattro, compresa Zoe, ognuna con poteri diversi (una predice il futuro, una sposta gli oggetti con la mente, una è una bambola voodoo vivente, e poi c’è Zoe che uccide… beh, in un modo molto particolare); la preside (la bravissima Sarah Paulson) è alle prese con una madre ingombrante; la festa di una confraternita universitaria si trasforma presto in una carneficina e le ragazze… beh, le ragazze hanno già i problemi dell’adolescenza, aggravati dai loro poteri.

Le prime due stagioni lo dimostrano, la terza, appena iniziata, sembra confermare che American Horror Story funziona. Intanto per questa idea – molto di impatto sul piano di visivo – di prendere i protagonisti delle precedenti stagioni e “rimescolarli” in ruoli diversi. Chi era buono rischia di ritrovarsi nei panni del cattivo e viceversa.
Tocca allo spettatore resettare le associazioni mentali degli anni passati e aggiornare il database del cervello 🙂 Cattura Lange
Senza contare la qualità della recitazione: dalla straordinaria Jessica Lange, strega Suprema ossessionata dal mito dell’eterna giovinezza (avrà davvero usato qualche sortilegio per essere ancora così bella, nonostante le sigarette!), all’ultima delle comparse, gli attori sono impeccabili.

Poi perché regia, ambientazione, fotografia sono sofisticate, eleganti, roba che noi ce le sogniamo.
Persino i trailer di pochi secondi sono raccapriccianti, guardare per credere:

Infine perché c’è una trama: una trama solida (i processi di Salem sono storia), accattivante, condita da violenza e sesso. Sceneggiatura impeccabile e anche colta (il Minotauro!), che attinge a piene mani al passato (la stagione precedente scavava nel nazismo, ad esempio) e non si attiene al canone del “politically correct” che noi abbiamo fin troppo assimilato.

American Horror Story: Coven sembra essere tagliato sul femminile, o meglio, sul “lato oscuro” della femminilità. La strega è la donna che soggioga l’uomo, è la donna che l’uomo non può comprendere e accettare. La strega ammalia, la strega deve essere messa al rogo. La strega è una contraddizione in termini che avvince e sfida uomini e donne. Sì, credo che gli sceneggiatori abbiano giocato un’altra carta vincente.

E adesso scusate, vado a mettermi lo smalto nero…

Whitechapel: il crime inglese colpisce ancora

whitechapelNon ne ho sentito parlare molto, eppure se la serie tv britannica Whitechapel è giunta alla quarta stagione ci sarà un buon motivo.
Un ispettore, Joseph Chandler (nomen omen), affetto da un leggero D.O.C. che aumenta quando è sotto stress. Una squadra scalcinata ma efficiente. Un ricercatore che studia le analogie tra crimini del passato e crimini del presente. La fascinosa Londra a fare da sfondo. Due, tre episodi al massimo per risolvere un caso. Sono ingredienti che fanno venire l’acquolina in bocca agli appassionati del mystery. Le già decantate virtù degli sceneggiatori britannici, inoltre, garantiscono realismo e violenza senza sconti anche quando si parla delle vite private dei protagonisti.
In ogni episodio (meglio: in ogni storia, che dura due o tre episodi) la squadra di Whitechapel si muove in contesti diversissimi: si va dall’emulatore di Jack lo Squartatore alla presenza/invadenza dei Servizi Segreti, dalla stregoneria a un assassino affascinato da un film “maledetto”.
Nel corso della serie i personaggi acquistano spessore e connotazione. Il D.I. Chandler cerca di tenere a bada i suoi fantasmi mentre la squadra, che all’inizio lo vede come uno strano essere piombato dal nulla con l’assurda pretesa di metterli in riga, a poco a poco inizia ad apprezzarlo. Tradimenti, incomprensioni, rivalità e nervosismo rimangono comunque all’ordine del giorno in un ambiente lavorativo certamente difficile.

Per me è stata una straordinaria scoperta. Spero che continui a lungo e con la stessa qualità.

Trivia: il sergente Miles (Phil Davis) ha avuto una piccola ma importante parte nell’episodio 1 di Sherlock, Uno studio in rosa.

Spoiler: per svariati episodi Chandler risolve il crimine ma non arresta il colpevole, a voi scoprire il perché.

Broadchurch: Twin Peaks in salsa britannica

BroadchurchHow could you not know?

Gìà, come potevi non sapere? Broadchurch: un paese in cui tutti conoscono tutti, bassissimo tasso di criminalità, il posto migliore dove crescere dei figli… fino all’omicidio di Danny Latimer, 11 anni. Convinta che, come tutte le mattine, il figlio sia uscito presto per andare a distribuire quotidiani prima di andare a scuola, la madre fa appena in tempo ad accorgersi della scomparsa del bambino che il corpo viene ritrovato sulla spiaggia. Strangolato. Una tragedia che sconvolge l’intero paese e mette in moto il diabolico meccanismo delle indagini, alle quali nessuno può sottrarsi. Pochi hanno un alibi: per alcuni è addirittura inconfessabile, al punto da rischiare l’incriminazione pur di non svelare segreti presenti o passati.
Le indagini sono condotte dal detective Alec Hardy, da poco in forza alla polizia locale dopo un clamoroso fallimento in sede processuale relativo a un caso precedente. Lui è il nuovo, l’estraneo alla comunità, quello che ha preso il posto della detective Ellie Miller, appena rientrata dalla maternità. Anche Hardy ha segreti inconfessabili, come altri: il giornalaio, il padre di Danny, la donna che vive sulla collina, il prete del paese, il miglior amico di Danny… Le indagini scavano nella vita degli abitanti e generano “rumore” intorno alla piccola comunità. Con tutte le conseguenze del caso.

Ambientazione affascinante (un paese in riva al mare, battuto dal vento), personaggi semplici e realistici, componente mystery tipicamente inglese unita a situazioni marcatamente drammatiche: l’insieme è accattivante e, per chi è appassionato del genere, molto godibile. Aggiungete il fatto che il tutto si conclude nel giro di pochi episodi, che dal mio punto di vista è un valore aggiunto.

Lanciato soprattutto dalla presenza di David Tennant (il decimo, popolarissimo Dr Who), Broadchurch è un classico “whodunit” ed è stato apprezzato da circa sette milioni di spettatori britannici, tanto da prevederne una seconda stagione (ma attenzione, la prima è comunque autoconclusiva). Nel frattempo ne sarà prodotta anche una versione americana dalla rete Fox. Non ho notizia di una messa in onda italiana, al momento, e ovviamente non posso che auspicarla.

Luther: un detective per tre stagioni

bbc lutherWe know it’s there, we just can’t see it

A simple solution is the best solution (Occam razor)

A fine luglio è terminata la serie tv Luther, di produzione britannica. Protagonista, per complessive tre stagioni e (soli) 14 episodi, il DCI John Luther (Idris Elba) della Serious Crime Unit.

Ricordate come iniziava? Nel primo episodio (era il 2010) Luther rischiava un’azione disciplinare per non essersi attenuto alle procedure nel corso dell’arresto di un serial killer. Nel frattempo la moglie Zoe, brillante avvocato, si era definitivamente allontanata da lui, e la cosa non era indolore.
Rientrato in servizio – ma ancora sotto l’occhio vigile di colleghi e superiori, che temono il ripetersi di episodi di insubordinazione – Luther si trovava alle prese con un omicidio plurimo di cui è sospettata Alice Morgan, una donna bellissima e geniale.

And so on. Chi ha visto, sa.

Luther è brillante, spigoloso e molto solo. Il destino sembra accanirsi contro coloro che gli stanno accanto, e lui stesso, ossessionato dal lavoro, spesso non è in grado di fornire adeguata protezione.

Dopo un tot di casi risolti, non senza spargimento di sangue, all’inizio della terza stagione Luther è nuovamente alle prese con dei colleghi intenzionati a mettere fine, una volta per tutte, ai suoi metodi non convenzionali. Ma il crimine non può attendere e Luther deve far fronte al lavoro di indagine, oltre che ai problemi con la disciplinare. In soli quattro episodi la vita di Luther va incontro a uno sconvolgimento totale, prodromico (nelle intenzioni dei produttori, tra cui lo stesso attore) al film sul grande schermo.

L’ho già detto che negli ultimi anni la produzione della BBC è di qualità notevole? Se non l’ho detto l’ho sicuramente pensato. Dopo il caso eclatante di Sherlock, Luther è l’ulteriore conferma. Ha elevate dosi di cattiveria e di ironia, strizza l’occhio – per ammissione dell’autore, Neil Cross – a Sherlock Holmes e al tenente Colombo, ha ritmo. È un poliziesco-con-cliché, hanno detto alcuni, ma è unanimemente riconosciuto che la recitazione dello straordinario Idris Elba dà spessore al personaggio salvandolo dal rischio di banalità.

Siamo lontani anni luce dalla produzione televisiva italiana, afflitta da perenne buonismo per famiglie. Ma siamo lontani anche da certe serie americane che, sebbene di buon livello, non resistono alla tentazione di protrarsi per innumerevoli, sfibranti stagioni: ad esempio, qualcuno sa quanti episodi sono serviti per trovare il vero assassino di Rosie Larsen in The Killing? Io no, a un certo punto ho gettato la spugna, ripromettendomi di riprenderlo, prima o poi. Ma nuove serie incalzano ed è difficile riprendere le fila di due, tre stagioni pregresse.
La qualità spesso soccombe alla quantità in danno ai telespettatori, con le dovute eccezioni che confermano la regola.

In ogni caso, Luther dura in tutto quattordici episodi, quindi anche chi non l’ha mai visto può facilmente recuperarlo per intero. Buona visione 🙂