Viveca Sten: Sandhamn, l’incantevole isola del crimine

Viveca Sten
L’estate senza ritorno
Marsilio, 2018 (Originale svedese I stundens hetta, 2014)
Traduzione di Alessia Ferrari

È appena uscito L’estate senza ritorno di Viveca Sten, il quinto romanzo della serie ”Omicidi a Sandhamn” (ma il quarto pubblicato in Italia). Ho una certa predilezione per i crime scandinavi e i romanzi della Sten non fanno eccezione.

L’estate senza ritorno inizia nel giorno di Midsommar, una delle festività più importanti in Svezia. L’isola di Sandhamn si riempie di gente, soprattutto giovani, che festeggiano l’inizio dell’estate. È un’occasione gioiosa che si trasforma in un incubo quando viene ritrovato il cadavere del giovane Viktor, figlio del famoso imprenditore Johan Ekengreen.
L’ispettore Thomas Andreasson viene coinvolto nelle indagini ma anche Nora Linde, avvocato, in vacanza sull’isola con il nuovo compagno e i rispettivi figli, si trova suo malgrado a esserne protagonista, invischiata oltretutto in uno psicodramma familiare.

L’autrice è appena stata in Italia, al Salone del libro di Torino, e ho colto l’occasione per una breve intervista (Il copyright della foto è del fotografo Thorn Ullberg).

AB – Ciao, Viveca! Innanzitutto, benevenuta! Ti piace l’Italia?
VS – L’Italia è sempre meravigliosa da visitare!

AB – Devo confessare una particolare predilezione per i gialli scandinavi, dovuta principalmente alle ambientazioni. Tu hai scelto di ambientare la tua serie di romanzi a Sandhamn, una meravigliosa piccola isola dell’arcipelago di Stoccolma. Ho letto che questa scelta è motivata dall’affetto che hai per questo luogo.
VS
– Hai assolutamente ragione, Sandhamn è il posto che mi è più caro e quello da cui traggo l’ispirazione, anche in inverno, quando il silenzio e l’oscurità incombono sull’isola. È esattamente lì – nel mezzo della calma e in assenza di turisti e vacanzieri – che i crimini e le storie appaiono nella mia mente. Quando guardo fuori dalla finestra, seduta nella mia poltrona preferita, sul portico, l’spirazione inizia a fluire.

AB – Concordo, e tuttavia mi chiedo: non temi l’‟effetto Jessica Fletcher”? Voglio dire, la gente potrebbe pensare che, come a Cabot Cove, anche a Sandhamn ci sono così poche persone e così tanti crimini…
VS
– Beh, i lettori dovranno farsene una ragione, anzi, direi che apprezzano molto!

Veduta dell’isola di Sandhamn – Copyright Viveca Sten

AB – Nora e Thomas sono i protagonisti dei tuoi romanzi, ben otto, finora. Quando hai scritto il primo, avresti mai immaginato che avrebbero avuto una vita letteraria così lunga?
VS – Sono estremamente grata e felice per il lungo percorso che i lettori, sia in Svezia che in altri Paesi, hanno regalato non solo a me, ma anche a Nora e Thomas. Si è sviluppata quasi una relazione affettiva, il pubblico è davvero affezionato a Nora e Thomas e di questo sarò per sempre grata, è una cosa che mi scalda il cuore.

AB – Senza rivelare troppo della trama, possiamo però dire che L’estate senza ritorno parla di crimini, certo, ma anche di tematiche attuali. I teenager tendono ad avere “vite segrete” di cui i genitori non sanno nulla. I teenager bevono troppo. I teenager mentono e si “smarriscono”. Pensi che, ai giorni nostri, sia più difficile essere teenager o genitore?
VS – Penso che sia difficile per gli uni e per gli altri. Essere adolescente sarà sempre una sfida e per molti si tratta di una fase difficile prima dell’età adulta. Ma credo che lo sia anche per i genitori. Le preoccupazioni, le ore piccole, le feste eccetera, sono cose con cui tutti i genitori di tutte le generazioni si sono dovuti confrontare. Adesso ci sono anche i social media, che sono fonte di enorme stress e che, sfortunatamente, possono essere anche un’arma nelle mani dei bulli. Crescere un adolescente è reso certamente più difficile dalla presenza dei social media.

AB – Nella tua esperienza, quando si parla di affrontare tematiche sociali, la Svezia si colloca meglio o peggio, rispetto agli altri Paesi europei?
VS – Ritengo che in Svezia abbiamo una buona rete di protezione sociale, che significa, essenzialmente, che nessuno vive per strada e che tutti hanno accesso all’istruzione e alle cure sanitarie, a prescindere dallo status sociale, dal lavoro e dal reddito. Paghiamo tasse piuttosto alte, ma nessuno soffre la fame o chiede la carità.

AB – Se dovessi scegliere un’altra ambientazione per i tuoi romanzi, quale sarebbe?
VS – Sandhamn è sempre stata al centro delle mie storie. È il posto dove ho passato tutte le mie estati sin dall’infanzia, e come me mio padre e prima ancora suo padre. Di recente ho firmato un contratto per altri tre libri della serie, quindi continuerò a scrivere di nuovi omicidi a Sandhamn almeno fino al 2023 🙂

AB – Adoro il tocco di hygge che aleggia per tutto il romanzo: tazze di caffè bevute nel portico, l’odore di pane appena sfornato e di seglarbulle a colazione, bicchieri di vino rosè al tramonto… È qualcosa di ordinario (io lo trovo straordinario!), è questa la vita quotidiana in Svezia?
VS – A dire il vero hygge è un termine danese, ma descrive perfettamente ciò che hai indicato: una tazza di caffè e un kanelbulle (rotolo alla cannella), ad esempio, il pane fresco eccetera. In Svezia lo chiamiamo fika ed è una tradizione fortemente radicata nella nostra cultura. Gli svedesi amano la fika (n.d.t.: lo so, non infierite, prima o poi dovremo spiegare agli Svedesi quanto suona male questa frase in italiano…) e sì, direi che per me è naturale condividere questa realtà con i miei lettori.

Fika: caffè e kanelbulle

AB – In che modo la tua passata esperienza (sia il percorso di studi che di lavoro) ha contribuito a strutturare i tuoi romanzi?
VS – Lavorare per 20 anni come avvocato in campo commerciale mi ha insegnato la disciplina e il rigore nella vita quotidiana, insieme all’abitudine a lavorare sodo per ore. Cerco sempre di descrivere i fatti in modo accurato e passo molto tempo a documentarmi. Voglio essere quanto più possibile aderente alla realtà e voglio che i miei lettori siano completamente assorbiti dall’universo di Sandhamn.

La serie Omicidi a Sandhamn è stata trasposta in episodi per la televisione, trasmessi in Italia dal canale tematico Giallo.

Un crime comico su Netflix: Fallet (Il caso)

Orfana di La casa di carta (ho terminato la seconda stagione all’indomani dell’uscita, senza troppa soddisfazione, ma insomma, ormai c’ero e volevo sapere come andasse a finire) ho fatto un po’ di zapping tra le nuove offerte di Netflix e ho scovato Il caso (Fallet, in lingua originale). Premetto che la serie non è doppiata ma sottotitolata in italiano e che la lingua originale è metà svedese e metà inglese. Ciò detto, l’ho trovata esilarante. Si tratta infatti di un vero crime, ma comico. Inizia con un omicidio cruento – nella sperduta regione di Norrbacka un cadavere viene ritrovato appeso a un albero, seviziato e cosparso di simboli religiosi – sul quale devono investigare Tom Brown (Adam Godley), detective inglese, e Sophie Borg (Lisa Henni), poliziotta svedese. Entrambi sono degli stereotipi: lui è timidissimo, educatissimo, viaggia con una pianta di rose al seguito, indossa un Barbour e beve tè; lei è aggressiva, rude, impaziente e dal grilletto facile. Entrambi single, entrambi hanno avuto problemi con le rispettive gerarchie e questo caso – a cui sono stati assegnati per punizione – è la loro occasione per riscattarsi. Non possono mancare l’anatomopatologa stramba, i giornalisti d’assalto, altri omicidi, un mucchio di sospettati…
Riusciranno i nostri eroi a risolvere il caso e rimettere in sesto le loro vite? Bastano 8 puntate da meno di mezz’ora l’una per scoprirlo. Tra citazioni e humour, l’intrattenimento è assicurato.

Mr. Mercedes, la serie tv da non perdere

Se 22.11.63 era stata una piacevole sorpresa, Mr, Mercedes è una straordinaria conferma. Dopo svariate trasposizioni – sia cinematografiche che televisive – piuttosto deludenti, il  lavoro letterario del grandissimo Stephen King ha trovato la giusta dimensione con le serie tv. Mr, Mercedes, infatti, 10 puntate tratte dall’omonimo romanzo, è eccellente.
Forse perché ha finalmente trovato uno sceneggiatore all’altezza, David Kelley, affiancato da altri due grandissimi nomi della scrittura, Dennis Lehane e A.M. Homes.
Forse perché la storia è in partenza molto ben costruita (ma quale storia di King non lo è?).
Sta di fatto che Bill Hodges, detective decorato ora pensionato, stropicciato e alcolizzato, non cade nel facile tranello del cliché ma, al contrario, finisce per diventare un cult.

Hodges è ossessionato da un caso irrisolto: due anni prima uno psicopatico con una maschera da clown, a bordo di una Mercedes rubata, ha falciato una folla di persone in fila d’attesa davanti all’ingresso di una fiera del lavoro, uccidendone 16 e poi sparendo nel nulla. Adesso Mr. Mercedes è tornato e, dopo aver indotto al suicidio la proprietaria della vettura, ha preso di mira Hodges.

Mr. Mercedes ha lo sguardo vuoto e spaesato di Brady Hartsfield, un geek che lavora in un negozio di vendita e assistenza di pc, uno “strambo” con una storia di disgrazie e pesanti abusi in famiglia. Il suo unico talento è l’informatica, che gli permette di portare avanti il suo lavoro nonostante un capo non particolarmente brillante e vessatore, e che è anche il mezzo di cui si serve per colpire le sue vittime. Bill Hodges invece è un luddita, un detective vecchio stampo che di chat, mail, video e altre “diavolerie” non capisce nulla, e per questo motivo ricorre all’aiuto di Jerome, giovane brillante appena ammesso ad Harvard.
Il mondo di Bill – la provincia americana di Bridgton, Ohio, ordinate villette di borghesi che falciano il prato e portano a spasso i cani – è scarsamente popolato: a parte gli ex colleghi ancora in servizio, che non hanno troppo tempo a disposizione per lui, c’è la vicina Ida Silver, signora ancora piacente che vorrebbe godersi la terza età con un compagno “comodo”, vicino ma indipendente economicamente e materialmente, possibilmente non troppo malandato. Bill avrebbe anche una figlia, ma non la sente da anni. Non è amabile, è un burbero ostinato e scontroso ma fondamentalmente buono.

Il ritorno di Mr. Mercedes diventa per Bill una ragione di vita, non solo perché gli dà un motivo per alzarsi al mattino, ma anche perché le indagini lo mettono in contatto con Janey Patterson, sorella di Olivia, la proprietaria originale della Mercedes. Janey è giovane ma non giovanissima, è determinata a scoprire chi ha indotto la sorella al suicidio ed è piena di energie, sebbene anche lei non abbia avuto vita facile.

Indagini, sentimenti, umori, rimorsi e rimpianti, legami familiari “sballati”, tòpoi ricorrenti di King (il clown, il parco giochi, l’uomo dei gelati, l’alcol, l’adolescenza e la vecchiaia): per una volta il romanzo trova una rispondenza nella trasposizione televisiva, che merita un weekend di binge-watching anche per non perdere colonna sonora, citazioni e un cameo di Stephen King.

Visto il grande successo di pubblico e critica, la rete AT&T ha messo in cantiere una seconda stagione, che andrà in onda nel 2018, basata sui tre romanzi del ciclo di Bill Hodges (Mr. Mercedes, Finders Keepers – Chi perde paga e End of Watch – Fine turno).

 

 

Sesta edizione per il “Premio GialloLuna NeroNotte”

L’associazione culturale Pa.Gi.Ne. (organizzatrice del Festival letterario GialloLuna NeroNotte), in collaborazione con Il Giallo Mondadori, ripropone anche per il 2018 il concorso letterario per il miglior racconto giallo, thriller e noir, giunto alla sua 6 edizione consecutiva.

Una collaborazione di rilievo che avvalora e fornisce ancora maggior prestigio al concorso, soprattutto perché il racconto vincitore verrà premiato durante la 16ª edizione del festival (in programma a ottobre 2018) direttamente dalle mani del direttore editoriale de Il Giallo Mondadori, lo scrittore Franco Forte, e perché sarà successivamente pubblicato nella rinomata collana.

Come termine ultimo per presentare i racconti inediti è stata fissata la data del 30 giugno 2018.

Il Premio è aperto a tutti i cittadini europei. I racconti devono essere inediti, scritti in lingua italiana e ambientati in Italia. La lunghezza massima delle opere deve essere di 20 cartelle dattiloscritte (ogni cartella è intesa di 35 righe e 55 battute, per un massimo di 2.000 battute per cartella).

I racconti devono essere inviati in busta chiusa e in 5 copie ciascuno al seguente indirizzo postale:
“Premio GialloLuna NeroNotte”
c/o Associazione culturale Pa.Gi.Ne.
via Corezolo 47
48121 Ravenna.

Contemporaneamente una copia, in formato pdf, andrà inviata all’indirizzo di posta elettronica: gialloluna@racine.ra.it.

All’interno della busta con i racconti, i concorrenti devono inserire, ritagliato in originale, il Certificato di Partecipazione (CdP), che si trova nelle ultime pagine de “Il Giallo Mondadori”.

Una pre-giuria esaminerà i racconti partecipanti.

La giuria finale – composta da Franco Forte (Direttore editoriale de “Il Giallo Mondadori”) residente della giuria, Nevio Galeati (Presidente associazione Pa.Gi.Ne., Direttore artistico di GialloLuna NeroNotte), Annamaria Fassio (scrittrice) – stabilirà il vincitore assoluto

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria del Premio:
gialloluna@racine.ra.it
335.6485088

Ufficio stampa GialloLuna NeroNotte 

L’uomo di gesso di C.J. Tudor

C.J. Tudor
L’uomo di gesso
Rizzoli, 2018

Orfani di Stranger Things e Dark, estimatori di Stephen King, gioite. È arrivato il primo caso editoriale del 2018: L’uomo di gesso, romanzo d’esordio di C.J. Tudor, effervescente scrittrice inglese.

1986: un gruppo di amici, 11-12 anni, si gode sei settimane di vacanze estive. Sono Ed Adams, Gav la Palla, David Hoppo Hopkins e Mickey Metallo Cooper. Vivono in Inghilterra, ad Anderbury, cittadina rurale e tranquilla. A loro si unisce Nicky, la rossa figlia del reverendo Martin. Quell’estate resterà memorabile per alcuni avvenimenti: l’incidente al luna park, la festa di compleanno di Gav, il bullismo ai danni di Ed (provvidenziale l’intervento del signor Halloran, un professore albino appena giunto in paese), i silenzi e le tensioni a casa di Ed, la disgrazia di Sean (fratello maggiore di Mickey), infine la scoperta di un cadavere smembrato.

2016: Gav (in sedia a rotelle fin dai 17 anni) gestisce il vecchio pub di famiglia, Hoppo fa l’idraulico e bada alla madre malata, Eddie (voce narrante) è un apatico e solitario prof di scuola che divide la vecchia casa con la giovane, spumeggiante coinquilina Chloe. Loro sono rimasti a Anderbury, Mickey ha fatto carriera come pubblicitario ma adesso è tornato e vuole scrivere un libro: sostiene di conoscere la verità sugli accadimenti dell’estate dell’86. Contatta gli amici ma, prima di poter rivelare cosa ha scoperto, muore. Tocca a Ed ricostruire i fatti. Da solo, perché anche la giovane coinquilina Chloe sparisce…

Molti i richiami kinghiani: il gruppo di amici preadolescenti un po’ ingenui, il luna park, i sogni, “l’uomo di gesso” (gli omini stilizzati, un colore diverso per ciascun ragazzo, sono il sistema di comunicazione criptata ideato dal gruppetto per darsi appuntamento). E poi segreti, molti segreti. La netta spaccatura tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi, una distanza comunicativa incolmabile.

Ci sono le musiche degli anni Ottanta, i sogni, i rimpianti, la paura di invecchiare male (come è accaduto al padre di Ed e alla madre di Hoppo), la solitudine, la forza di un legame ritrovato, un sorprendente finale.

L’uomo di gesso è coinvolgente, avvincente e merita senz’altro il successo che sta avendo. Se non vi fidate di me, fidatevi di uno che ne capisce:

La stringata biografia sul sito dell’editore dice solo che C.J. Tudor (nella foto in basso con Andrew Scott: il Jim Moriarty di Sherlock ha prestato la sua voce all’audiolibro nella versione originale, The Chalk Man) vive a Nottingham, Inghilterra, con il partner e una figlia di tre anni. Ha lavorato come copywriter, presentatrice televisiva, doppiatrice e dog sitter. È elettrizzata all’idea di poter fare la scrittrice a tempo pieno e rincorrere cani bagnati su campi fangosi non le manca molto. The Chalk Man è il romanzo d’esordio.

La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum (in memoria di Dallas Mayr)

Jack Ketchum
La ragazza della porta accanto
Gargoyle
Traduzione di Linda De Luca
Attualmente non in commercio

Una settimana fa Stephen King ha dato notizia della morte di Dallas Mayr. Così ho ripescato dai cassetti della memoria un post di una decina di anni fa. 


Jack Ketchum (pseudonimo di Dallas Mayr) ha scritto The girl next door nel 1989 (anno in cui è stato pubblicato negli Stati Uniti), ma il romanzo è uscito in Italia solo nel 2008, pubblicato dall’editore Gargoyle. Gargoyle è (era?) specializzato in horror e in effetti La ragazza della porta accanto è un romanzo dell’orrore nel senso più vero del termine: non fantasmi, vampiri e grand-guignol, ma l’orrore della vita reale. Pur essendo un romanzo dell’orrore nel senso sopra spiegato, Ketchum non indugia in descrizioni sanguinose e morbose.

Basato su una storia realmente accaduta nel 1965, La ragazza della porta accanto racconta, attraverso gli occhi e la voce del piccolo David, la storia di Meg, quindicenne orfana data in affidamento, insieme alla sorella minore Susan, alla famiglia di Ruth, una lontana parente.
Siamo negli anni Cinquanta, provincia americana. Ruth vive sola con tre figli maschi ed è molto amata dai ragazzini perché li tratta da pari a pari, permette loro di fumare e bere birra e parla delle “cose della vita” con molta disinvoltura. Ma il divorzio l’ha incattivita confronti del mondo e l’arrivo delle sorelle Loughlin scatenerà la sua rabbia repressa. Ruth cerca dapprima di umiliare Meg, adolescente bella e orgogliosa, ma non riuscendo a piegarla inizierà a seviziarla selvaggiamente, facendo partecipare al gioco anche i figli e gli amichetti. David rimane spettatore: da un lato ha sempre ammirato Ruth, che è parte del suo mondo infantile, e non riesce a comprendere il motivo del cambiamento della donna, dall’altro lato prova attrazione per Meg e vorrebbe, lui dodicenne, proteggerla.

Finale toccante (più nel libro che nel film, tra l’altro).

Una curiosità: Dallas Mayr (prolifico scrittore di horror, più volte vincitore del Bram Stoker Award) ha mutuato il suo pseudonimo da Jack Ketch, boia della corte inglese famoso per il suo sadismo.

Dal libro è stato tratto l’omonimo film nel 2007.

Primo venne Caino di Mariano Sabatini

Mariano Sabatini
Primo venne Caino
Salani, 2018

Purtroppo il male che ci sforziamo d’ignorare di solito scava ferite più profonde.

Città rovente, Roma, l’estate scorsa. Un assassino circola indisturbato: il Tatuatore (nome bizzarro: in realtà rimuove dai corpi delle sue vittime brandelli di pelle decorati da tatuaggi). Indagano i Carabinieri; uno di loro, il Maggiore Walter Sgrò, chiede collaborazione informale a Leo Malinverno, inviato speciale e cronista d’assalto, per far trapelare la notizia sui quotidiani e avvisare la popolazione. Ma il direttore del Globo Pietro Orefice ha avuto un malore, al suo posto c’è l’infido vice Lembo che nega a Malinverno la possibilità di far uscire il pezzo. Così il nostro apre il suo blog personale e inizia a caricare le informazioni di cui dispone, suscitando l’interesse delle maggiori testate. L’assassino intanto continua a mietere vittime, apparentemente senza un perché…

Dopo l’esordio in L’inganno dell’ippocastano, torna in libreria Leo Malinverno, affascinante giornalista sulla cresta dell’onda. Stavolta alle prese con un momento particolarmente difficile: l’afa che non dà tregua, il caso del giorno, una storia d’amore che non decolla, il ritorno inaspettato del padre, il lavoro improvvisamente precario e la malattia di una cara amica. Sullo sfondo ancora Roma, una Roma molto attuale, sporca e desolante, con occasionali puntate esterne nel rifugio di montagna, all’Isola Sacra, sul lago Trasimeno e anche a Bologna.
In un vortice affastellato di protagonisti e comprimari vecchi e nuovi, Malinverno tenta di districarsi come può. Ed eccolo muoversi tra l’esuberante Arrigo, la giovanissima e frizzante Eimì, il brigadiere Lucia Simoncini, l’ottima Carla, i nuovi contatti di lavoro e le vecchie conoscenze. Qualcosa andrà a buon fine, qualcosa no… Anzi, volendo fare un bilancio, a questo giro il giornalista esce sconfitto su più fronti. Riuscirà a trasformare i fallimenti in opportunità?

«Nessuno ci insegna a riconoscere la felicità, ecco cos’è. Non sappiamo capire da che parte ci può venire la felicità né sappiamo come afferrarla e tenercela».
«Che significa?»
«Ci facciamo tante riserve mentali, ma dovremmo soltanto cercare di essere felici. Ovunque e con chiunque ci prospetti questa eventualità, e dovremmo anche essere grati del privilegio che ci viene accordato».

In terza fissa, Malinverno legge I Buddenbrook per dormire, ascolta musica anche classica, cucina bene per gli amici e mantiene la linea con la corsa nei parchi. In corsivo i pensieri dell’assassino.

Mariano Sabatini, romano, giornalista, qualche anno in più di Malinverno, ha iniziato due anni fa la fortunata serie gialla di Leonardo Malinverno, cronista romano che si muove con disinvoltura fra le pieghe della città eterna, a suo agio sia nei salotti dei vip che nelle periferie. L’inganno dell’ippocastano ha vinto il premio Flaiano e premio Romiti. Madrine di eccezione di Malinverno sono Barbara Alberti e Enrica Bonaccorti, ammaliate dal giornalista-viveur.

Malinverno c’est moi: Malinverno odia l’estate, Roma afosa e torrida e senza ombre” dice Sabatini. “Tutto ciò che si scrive è autobiografico ma non in senso letterale: chi scrive è un recettore di storie – anche – altrui”.

Secondo Barbara Alberti, “in questo romanzo il nero scorre parallelo perché qui il vero giallo è la vita. Malinverno è nemico di se stesso, è amato da una giovane donna ma non riesce a ricambiarla. Malinverno è un solitario, teme che questa donna rompa i suoi equilibri che poi, invece, sono comunque rotti dal padre. Un uomo incasinato, anaffettivo e un po’ approfittatore che invade anche la sua privacy”.

Enrica Bonaccorti invece, partendo da un passaggio del libro (a proposito del gran rifiuto di Malinverno ad andare in tv per commentare gli omicidi nei programmi di intrattenimento) parla del tema della responsabilità nella comunicazione.

Insomma, ce n’è abbastanza per convincere vecchi e nuovi lettori.

 

L’uomo del labirinto di Donato Carrisi

Non esiste azione umana che non lasci tracce.
Specie se si tratta di un atto criminale.
La lezione rientrava a pieno titolo nell’addestramento di ogni investigatore privato. Anzi, si poteva dire che il mestiere si basava proprio su questo semplice assunto, che faceva il paio con un’altra regola aurea.
Non esiste il crimine perfetto, esiste solo l’indagine imperfetta.
Ecco perché, fra i pochi fallimenti della carriera di Bruno Genko, il caso Andretti rappresentava forse il più clamoroso. Perché lui, per tutto quel tempo, era arrivato addirittura a dubitare che ci fosse un rapitore.
Il trucco più riuscito del mostro era stato convincere tutti che lui non esisteva.

Caldo torrido, scenario apocalittico: in un tempo e luogo imprecisato si muove Bruno Genko, investigatore privato in pessima forma. Prima di morire, Genko vuole sapere che cosa è successo a Sam, Samanta Andretti, la ragazza sopravvissuta a 15 anni di prigionia. Sparita mentre andava a scuola una mattina, ritrovata sul ciglio di una strada, dopo una telefonata anonima, nuda e con una gamba rotta.

Il dottor Green la sta aiutando a recuperare la memoria. Ma Samanta ricorda poco o nulla della sua prigionia. E Genko non ha tempo. Deve trovare un rapitore mascherato, l’uomo del labirinto, perché così aveva promesso ai genitori di Sam, che lo avevano ingaggiato ai tempi del rapimento per ritrovare la figlia. E forse anche per un altro motivo, un motivo che lui solo conosce e che si cela in una camera d’albergo. Un aiuto insperato gli arriverà dal Limbo, la sezione scomparsi della polizia che avevamo già conosciuto in altri romanzi di Donato Carrisi. E così, tra citazioni e autocitazioni, la storia corre veloce verso un amaro finale che lascia aperti molti interrogativi.
Come nei precedenti romanzi, la vicenda principale prende le mosse da un celebre caso di cronaca e poi “cammina” per la sua strada. L’uomo del labirinto è un ottimo “interludio” che sviluppa temi e personaggi già visti e li prepara per l’inevitabile seguito.
Donato Carrisi
L’uomo del labirinto
Longanesi, 2017

Il cielo è un posto sulla terra di Åke Edwardson (2012)

Åke Edwardson
Il cielo è un posto sulla terra
Baldini Castoldi Dalai, 2012
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima

Al commissariato di Goteborg ci sono due indagini in corso: una su alcuni studenti aggrediti nottetempo e severamente percossi, ma non uccisi; un’altra riguarda le denunce presentate da alcuni genitori perché i loro figli (piccoli, in età da asilo) raccontano di un “signore” che li ha portati su una macchina, ha dato loro le caramelle e poi li ha lasciati andare. I piccoli non presentano segni di violenza, tanto che i genitori pensano a qualche invenzione fantasiosa. Ma le denunce si moltiplicano e il commissario Erik Winter, che ha una figlia della stessa età, si allarma…

Se state storcendo il naso di fronte al “solito” crime book svedese, sappiate che è la stessa reazione che ho avuto io quando mi è stato proposto Il cielo è un posto sulla terra. Prima di leggerlo. Durante la lettura ho completamente cambiato idea. Per rassicurarvi, vi dico che Åke Edwardson, sebbene (ancora) sconosciuto da noi, è giunto al decimo romanzo della serie del commissario Erik Winter, che è stato tradotto in 25 Paesi e che gli adattamenti televisivi dei suoi romanzi sono seguiti da due milioni di svedesi (su una popolazione di circa otto milioni). Ancora più rassicurante è il fatto che Åke Edwardson abbia iniziato a scrivere prima che esplodesse il “fenomeno” Larsson, e quindi che faccia parte non della new wave, ma della vecchia guardia, quella “à la” Henning Mankell. Come dice lui, Io esisto da sempre: in principio c’erano Adamo, Eva e Åke Edwardson.
E sicuramente il giudizio molto positivo è aiutato dalla traduzione fluidissima di Carmen Giorgetti Cima.

Durante la presentazione romana Åke Edwardson ha avuto modo di dimostrare il suo “spessore” e la sua professionalità (nella foto di Cristina Greco: Enzo BodyCold Carcello, l’AngoloNero, Åke Edwardson e Fabiol’interprete):

AB – Come mai il tuo editore italiano ha scelto di iniziare la pubblicazione di Erik Winter da Il cielo è un posto sulla terra, quinto romanzo della serie?
ÅE – Credo che l’editore abbia voluto presentare Erik Winter in una fase più “matura”. Ci sono abituato, perché la stessa cosa è accaduta con la traduzione americana. Ma non è un problema perché i romanzi di Erik Winter si possono leggere separatamente, e perfino lo stile è diverso da un romanzo all’altro. Penso che Winter sia interessante dal primo all’ultimo romanzo, ma è differente nei vari episodi.

AB – Che tipo è Erik Winter?
ÅE – Erik Winter è un personaggio “morale”, più che politico, esistenzialista più che critico. Anche se nei miei romanzi c’è una critica alla società, è una critica letteraria, attraverso la scrittura, non attraverso il personaggio.

AB – Per quali percorsi personali e professionali sei arrivato a scrivere crime books?
ÅE – Ho iniziato giornalista professore di giornalismo, e a un certo punto mi sono reso conto che i miei articoli, soprattutto nel periodo in cui stavo in Asia, erano sempre più lunghi perché inventavo storie. E questo non si può fare, soprattutto se sei un docente di giornalismo. Quindi ho dovuto fare una scelta. A un certo punto sapevo che ero pronto per scrivere un romanzo.

AB – Perché proprio un romanzo giallo?
ÅE – Perché nel 1992 ho letto La Dalia Nera di James Ellroy, e mi ha colpito moltissimo, sia per la frammentazione del linguaggio, sia per il fatto che fosse completamente senza speranza. E io ho trovato questa cosa molto “rigenerante”. Anche se io, nei miei romanzi, lascio una speranza, ma trovavo “rinfrescante” il fatto che qualcuno andasse in un posto senza speranza. Questo perché di solito il giallo è come un romanzo per bambini: le cose finiscono bene. Succede qualcosa di brutto “durante”, ma alla fine tutto si chiude bene. E questo non è reale. Il romanzo di Ellroy era rigenerante perché non potevi fare affidamento su un lieto fine risolutivo, esattamente come accade nella realtà.

AB – E qual è la tua concezione del genere?
ÅE – Io scrivo “giallo moderno”. Non sono sicura che chi è venuto dopo di me faccia lo stesso. Ho cercato di mettere alla prova le regole tradizionali del giallo. Il giallo è un genere molto conservatore e la gente ha un’opinione molto precisa su come debba essere. La stessa “drammaturgia” del giallo è molto semplice. Se fosse un genere musicale sarebbe rock and roll, che si basa fondamentalmente su tre accordi, e i tre accordi del giallo sono un mistero, la ricerca e una soluzione. Io volevo giocare con questi elementi mantenendomi fedele alla logica del genere ma dando uno sviluppo diverso. Il punto è che il lettore di gialli, esattamente come accade per gli altri generi, deve imparare a ragionare con la sua testa. Non è corretto dare troppe spiegazioni alla fine: bisogna che il lettore trovi le risposte da solo. Mi piace quindi lasciare delle trame che non si chiudono in modo che il lettore sia obbligato a riflettere non solo durante, ma possibilmente anche dopo.

AB – Un’altra cosa che ho notato è che nel testo sono state mantenute espressioni in inglese, nei dialoghi e nei pensieri, come se in Svezia la gente parlasse comunemente in inglese. È così?
ÅE – In parte sì, in parte volevo qualcosa che spezzasse il ritmo. La stessa cosa vale per i brani musicali che ho citato. Sono tra l’altro grato a Erik Winter per avermi portato ad ascoltare il jazz. Quando scrivo mi isolo completamente dal mondo, metto la musica a tutto volume e via.

AB – Credo che nel nostro immaginario la Svezia sia, tuttora, un Paese con un elevato standard di welfare e protezione sociale. Leggendo il tuo romanzo scopro, invece, che non ci sono abbastanza maestre per sorvegliare adeguatamente i bambini delle scuole materne, non ci sono abbastanza poliziotti per garantire l’incolumità dei cittadini e addirittura che dichiarare apertamente la propria omosessualità è un problema. Qual è la vera Svezia, allora?
ÅE – Io credo che la Svezia sia tuttora uno dei migliori Paesi al mondo, ma le crepe di quella costruzione che è il welfare state si stanno ampliando sempre di più. Io penso che in un certo senso la Svezia sia ancora come la immagini tu, ma in un altro senso sta cambiando molto rapidamente. Il genere non è commedia, contiene per natura la possibilità di mostrare il lato oscuro della società. In più io per natura sono pessimista. È però importante che ci sia la speranza, l’empatia con le vicende narrate, l’umanità sottesa alla storia dei personaggi. È compito dello scrittore dare al lettore la sensazione di non leggere solo un libro di intrattenimento, ma qualcosa di più emozionante.

(Intervista del 2012, circa)

La ragazza nella nebbia (2017)

Sarò breve: tanto mi era piaciuto il romanzo, tanto mi è piaciuto il film. Film di genere, un bel giallo-noir che riproduce esattamente l’atmosfera del libro.
Se da una parte Donato Carrisi ha avuto gioco facile, perché avendo scritto sia il romanzo che la sceneggiatura ha evitato il rischio di mutazioni e mutilazioni dovute alle necessità di trasposizione, dall’altra bisogna ammettere che il risultato è stupefacente, ancor più perché si tratta di un esordio alla regia. Non sono in molti ad averlo fatto e non sempre è stato un successo (qua una lista non aggiornatissima di autori che hanno diretto l’adattamento cinematografico di un proprio libro).
Ottimo Alessio Boni nella parte di Loris, il professore accusato. Toni Servillo è una garanzia nella parte dell’algido Vogel. Irriconoscibile ma perfetta Greta Scacchi nella parte di Beatrice Leman, giornalista senza scrupoli. Sorprendente Jean Reno che riesce a essere intenso pur recitando in una lingua che non è la sua.

Se proprio devo fare un appunto, mi è mancata la neve. Mi aspettavo che ci fosse. Ma, a parte questo, La ragazza nella nebbia è coerente: ha ritmo, non ha sbavature, è fedele al romanzo senza troppe “scorciatoie”, quindi anche chi non lo ha letto non avrà problemi a seguire la trama e a capire quali sono i temi fondamentali.

In un panorama troppo affollato da cinepanettoni (anche fuori stagione), questo film è una boccata d’ossigeno per gli amanti del genere.

Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 2017
Durata 127 min
Genere thriller
Regia Donato Carrisi
Soggetto dall’omonimo romanzo di Donato Carrisi
Sceneggiatura Donato Carrisi
Produttore Maurizio Totti, Alessandro Usai
Casa di produzione Medusa Film, Colorado Film, Rainbow, Gavila
Distribuzione (Italia) Medusa Film