Premio Tedeschi: è in edicola La meccanica del delitto

Alberto Odone
La meccanica del delitto
“Il Giallo Mondadori”
In edicola dal 5 luglio o in ebook

Era giovedì, la notte del fox-trot, il nuovo ballo americano arrivato da Berlino. Un ballo fatto per la velocità, come tutto quello che arrivava da oltreoceano. […] Era quello il vero spirito del nuovo secolo. La guerra era solo riuscita a frenarlo, ad allontanarlo un poco più in là. Non era più il tempo del valzer, ma del jazz.

In una Monaco battuta dalla pioggia, il Kriminalinspektor Kurt Meingast, insieme al fedele sergente Benko, indaga sull’omicidio di tale Kopke, un faccendiere ucciso dalla polizia: un omicidio “di Stato”, un’operazione apparentemente legittima che potrebbe celare una vera e propria esecuzione. Ma la notizia è oscurata da un altro omicidio: quello di Diana Lorenz, figlia di un uomo potente, assassinata brutalmente, trovata morta in un cantiere grazie ai suggerimenti del veggente Atmaveda.
Meingast, reduce di guerra claudicante come John Watson, afflitto da tremendi mal di testa e amnesie (eredità di una brutta ferita: “sulla cicatrice che dalla tempia sinistra correva fino all’attaccatura dell’orecchio. Non era una semplice ferita da schrapnel: era un passaggio da cui la memoria dei morti riguadagnava lo spazio dei vivi”), al ritorno dalla guerra è stato spostato in una specie di archivio. Un posto oscuro e defilato, inadatto a lui, che era uno dei poliziotti migliori, prima della guerra. Si muove in un territorio cupo e ostile, un Paese “dove la Luxemburg può essere abbattuta come un cane rabbioso in spregio a ogni procedura, e lo studente che ha assassinato Eisner sarà fuori entro cinque anni.”
E non ci sono solo i criminali: anche chi dovrebbe essere dalla sua stessa parte gli è ostile. Come Fischer e Grabowski, “gente legata all’estrema destra, e quindi ai Freikorps, agli Stahlhelm”.
Meingast “non aveva mai creduto molto in quello che alcuni colleghi chiamavano il fiuto dello sbirro. Ciò che contava per lui erano il metodo, la pazienza, la capacità di collegare gli eventi; il resto era solo folclore”; ma, mentre indaga, si ritrova sospeso in un’atmosfera irreale, in cui si sovrappongono presente e passato, realtà e fantasmi. La verità è insidiosa e sfuggente: alla fine “qualcuno avrà avuto scampo, nessuno giustizia”.

Alberto Lodone ha vinto il premio Tedeschi con un romanzo colto, ricco di riferimenti cinematografici, denso di dettagli e stilisticamente ineccepibile. Gli ho fatto qualche domanda:

AB – Intanto due righe su di te: chi sei, cosa fai nella vita?
AO – Vivo a Vercelli, ho una laurea in Economia Aziendale (sono un bocconiano) e mi occupo di Attività Economiche per il mio Comune. Da molti anni pratico e insegno yoga.

AB – Stai esordendo brillantemente nel Giallo Mondadori, da vincitore del Premio Tedeschi, con un giallo storico, ambientato nella Germania degli anni Venti: come mai un romanzo storico e come mai proprio quel periodo (un periodo oscuro, tragico e forse meno “battuto” di altri sentieri)?
AO – La II Guerra Mondiale è il teatro di una infinità di romanzi di tutti i generi, ma è il momento in cui la tragedia è già manifesta, dispiegata. Io sono più interessato ai momenti in cui le cose nascono, in cui cominciano a proiettare le prime vaghe ombre, ed è per questo che trovo così interessanti gli anni ’20: perchè, in potenza, vi è già contenuto tutto il ventennio a venire, con il suo immmane carico di dolori. Per quanto riguarda il mio interesse per il romanzo storico (anche se non scrivo solo quello) mi piace la sfida a ricostruire e poi restituire un mondo ormai perso.

AB – Il periodo storico in cui è ambientato “La meccanica del delitto” è un periodo molto confuso, cupo e violento. Ha qualcosa in comune con il mondo di oggi?
AO – Vi sono certamente punti in comune, soprattutto l’impressione che le cuciture di un mondo che credevamo tessuto solidamente stiano per cedere. Rispetto a quei tempi però abbiamo un grande vantaggio: l’esempio delle cose accadute, anche se la caparbietà dell’uomo nell’indulgere nei medesimi errori è davvero indomabile.

AB – Chi è Kurt Meingast? A chi si ispira, quali sono i suoi riferimenti storici e culturali?
AO – In una letteratura in cui è abbastanza di moda dire che il protagonista è un antieroe io dico proprio il contrario: Meingast è un eroe, perché è un uomo che fa ciò che va fatto, o almeno ci prova con tutte le forze. È un uomo rigido, tutto d’un pezzo, che arriva però a scendere a compromessi quando comprende che è l’unico modo per ottenere giustizia. Certo è un personaggio complesso, con molte debolezze e molti limiti, che si incastona idealmente nella galleria dei miei riferimenti più alti: Schiavone, Veneruso, monsignor Verzi.

AB – Cosa hai pensato quando hai saputo di essere stato prima preselezionato, poi prescelto, come vincitore del Premio Tedeschi?
AO – Ai premi ho una certa abitudine, ho vinto il Gran Giallo e L’orme Gialle, sono stato finalista al Calvino, ma il Tedeschi mi ha dato la netta sensazione di aver oltrepassato un confine. Guardo i miei predecessori nell’albo d’oro, penso all’ammirazione che ho provato leggendo i loro libri e mi rendo conto di essere entrato in una famiglia molto ristretta e molto prestigiosa.

Vincitore del Premio Tedeschi con la seguente motivazione
La redazione del Giallo Mondadori
ha deciso di assegnare il
PREMIO TEDESCHI 2018
per il miglior giallo italiano inedito a
LA MECCANICA DEL DELITTO
di Alberto Odone
con la seguente motivazione:
In una Monaco d’inizio anni Venti
tenebrosa e popolata di ombre,
dipinta con forza visionaria
sull’orlo del baratro che inghiottirà l’Europa,
il tormentato ispettore Meingast,
antieroe dall’originalissimo sguardo scientifico,
è forse l’ultimo tutore della legge
per cui la legge significhi ancora qualcosa,
prima che gli assassini salgano al potere
e il crimine si insedi nel cuore dello Stato.

BANDO DI CONCORSO “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”

I Sapori del Giallo, con il patrocinio del Comune di Langhirano e in collaborazione con Il Giallo Mondadori, bandisce un concorso nazionale per il miglior racconto giallo inedito, secondo il seguente regolamento:
1. Il concorso è aperto a tutti.
2. Possono partecipare solo racconti inediti, che non siano mai stati pubblicati, neppure sul web.
3. La lunghezza massima dei racconti deve essere di 15 cartelle (30.000 battute spazi vuoti compresi)
4. Ogni autore può partecipare con quante opere desidera.
5. I racconti dovranno pervenire entro e non oltre domenica 15 luglio 2018 (non farà fede il timbro postale) via mail e anche in formato cartaceo nelle seguenti modalità:
a) via mail in formato .doc o .rtf all’indirizzo:
ufficiostampa.isaporidelgiallo@gmail.com
inserendo nel file del racconto titolo, nome e cognome dell’autore, data di nascita, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia.
b) in forma cartacea 1 (una) copia del racconto con titolo, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia e una copia del Certificato di Partecipazione (CdP)*, ritagliato in originale (niente fotocopie), pubblicato nelle ultime pagine di tutti i volumi pubblicati nel 2018 de Il Giallo Mondadori

ATTENZIONE: inserire un CdP in originale per ogni racconto partecipante. Non sono ritenuti validi i tagliandi ritagliati da volumi del Giallo Mondadori antecedenti il 2018. Di seguito l’indirizzo a cui far recapitare i racconti nel formato cartaceo:
Premio “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”
Comune di Langhirano – Assessorato alla Cultura
Piazza G. Ferrari,1 43013 Langhirano (PR)
6. Gli elaborati saranno selezionati da una pre-giuria di autori e collaboratori de I Sapori del Giallo e de Il Giallo Mondadori. Ai racconti contenenti riferimenti al gusto e al cibo, verrà attribuito dalla giuria un punteggio aggiuntivo.
7. Il racconto vincitore sarà scelto dalla giuria finale composta da:
Franco Forte (direttore editoriale del Giallo Mondadori),
Luigi Notari (Curatore della rassegna “I Sapori del Giallo”)
e verrà pubblicato nella collana Il Giallo Mondadori in data che sarà comunicata il giorno della premiazione.
8. I giudizi delle giurie sono insindacabili. I racconti pervenuti non saranno restituiti e non sarà possibile richiedere valutazioni della propria opera. Gli autori concedono gratuitamente i diritti di pubblicazione anche in via non esclusiva, fatta eccezione per la prima uscita, su Il Giallo Mondadori.
9. Tutti i partecipanti riceveranno comunicazione sulla scelta dei finalisti.
10. La partecipazione al Premio implica l’accettazione integrale di tutti i punti del bando di concorso, pena l’esclusione.
11. Il racconto vincitore sarà premiato, alla presenza delle autorità del Comune di Langhirano, durante la cerimonia ufficiale aperta al pubblico nell’ambito del “Festival del Prosciutto di Parma” che si terrà nella serata di sabato 8 settembre 2018 presso il Municipio di Langhirano.

Per informazioni contattare l’Assessorato alla Cultura del Comune di Langhirano
tel. 0521-864132
e Luigi Notari curatore della rassegna “I sapori del Giallo” tel. 348 4226784

Così crudele è la fine di Mirko Zilahy

Mirko Zilahy
Così crudele è la fine
Longanesi, 2018

«È un momento di passaggio. Una lunga mezzanotte sociale. E quando cala il sole gli animali sordidi e vigliacchi emergono dal nulla in cui vivono le loro esistenze.»

Ci siamo, dunque. Siamo arrivati alla fine della trilogia. Mirko Zilahy lo aveva annunciato e, a quanto pare, ha mantenuto il progetto iniziale. È la fine di un percorso complesso, di una costruzione ed elaborazione catartica lunga oltre 1200 pagine su tre volumi. Con un romanzo, l’ultimo, di cui si può dire molto poco senza rischiare orribili spoiler.

E allora diremo solo che la squadra del commissario Enrico Mancini, già conosciuta in È così che si uccide (2016) e La forma del buio (2017), torna in azione in una Roma arroventata dalla calura estiva. C’è un omicidio, il primo: quello di Paolo Tancredi, “il grande pianista jazz”, il cui cadavere mutilato viene rinvenuto nel Tempio di Apollo Sosiano. Mancini viene chiamato subito: è il miglior profiler a disposizione della Polizia di Stato, cosa che in passato gli ha procurato non pochi problemi. Il suo punto di forza è stato anche la sua debolezza (non era a Roma quando è morta la moglie Marisa) e gli ha attirato addosso la malevolenza del suo superiore, Vincenzo Gugliotti. Ma Mancini è intenzionato a lasciarsi alle spalle i fantasmi del passato: si presenta puntualmente alle sedute di psicoterapia della dottoressa Antonelli che lo sta aiutando a ricostruirsi una vita. L’omicidio di Tancredi irrompe nella sua vita in un momento quasi inopportuno, ma come sempre si fa coinvolgere e assorbire dal caso, con l’aiuto dei suoi.

La squadra (l’ispettore Walter Comello, la fotorilevatrice Caterina De Marchi, il pubblico ministero Giulia Foderà, il medico legale Antonio Rocchi, la storica dell’arte Alexandra Nigro e il maestro di sempre, il criminologo in pensione Carlo Biga) è ormai affiatata, coesa, anche quando si muove individualmente. Certo, Biga è ormai pieno di acciacchi, ma riuscirà a essere fondamentale anche da un letto di ospedale. E Caterina sta portando avanti un progetto tutto suo, anche se ormai quasi convive con Walter. Che a sua volta – Dio lo benedica – ha dei conti da regolare con della brutta gente, ma brutta brutta. E che dire del povero Rocchi, sedotto e abbandonato da Alexandra ma costretto a frequentarla ancora per lavoro? Mantiene un invidiabile equilibrio anche Giulia Foderà, innamorata di Enrico che con lei si comporta in modo a dir poco enigmatico. Ma non c’è tempo per i turbamenti intimi: bisogna indagare, cercare, scoprire. Dopo Paolo Tancredi tocca a Monica Longo, al Campo Scellerato. Anche lei mutilata e anche per lei il luogo ha un significato. E poi Frank, un barbone (ma sarà davvero così?). E poi…

E poi, come anticipato, non si può aggiungere molto. Se non che le vittime sono accomunate da mutilazioni che mirano a cancellarne l’identità.

Se il primo romanzo parlava di vendetta e il secondo di trasformazione il tema portante del terzo è proprio l’identità: la costruzione dell’identità, la perdita dell’identità, la ricostruzione (a volte non sempre possibile) di una nuova identità. In questo senso è proprio il romanzo finale: il romanzo dello specchio, quello dal quale i personaggi emergono, come dalla fine di un tunnel, dalla loro personale zona d’ombra, o fase di incertezza, e riscoprono una nuova identità.

Anche quelli da cui magari non ce lo saremmo aspettato:

…Gugliotti comprese che stava invecchiando.
Giù in strada, il caldo si sollevava dall’asfalto a folate e si disperdeva in onde che facevano tremolare l’aria. Gli anni di studio e le consulenze, poi la Questura di Milano, la Squadra Mobile, la Digos nel profondo Sud che lo aveva segnato nell’animo e nel fisico, con due proiettili in pancia durante una rapina a mano armata a Bari. Dal 2004 era questore di Roma, incarico che sapeva sarebbe stato l’ultimo della sua carriera. Padre non lo era mai stato, marito neppure. Quegli anni erano lontani, quelli delle emozioni violente e delle grandi paure, ma doveva ammettere che gli mancavano.
Gli anni in cui il Paese si affannava contro il terrorismo e la grande crisi energetica. Gli anni in cui aveva immaginato di potersi dedicare a una famiglia oltre che al lavoro. Senza successo.

Sullo sfondo di una Roma arroventata e martoriata, con una sequenza degna di un regista visionario come Dario Argento (che Zilahy omaggia più volte), si chiude la trilogia di Mancini. Forse. Voi comunque preparatevi per un addio, poi magari, in futuro, chissà.

Viveca Sten: Sandhamn, l’incantevole isola del crimine

Viveca Sten
L’estate senza ritorno
Marsilio, 2018 (Originale svedese I stundens hetta, 2014)
Traduzione di Alessia Ferrari

È appena uscito L’estate senza ritorno di Viveca Sten, il quinto romanzo della serie ”Omicidi a Sandhamn” (ma il quarto pubblicato in Italia). Ho una certa predilezione per i crime scandinavi e i romanzi della Sten non fanno eccezione.

L’estate senza ritorno inizia nel giorno di Midsommar, una delle festività più importanti in Svezia. L’isola di Sandhamn si riempie di gente, soprattutto giovani, che festeggiano l’inizio dell’estate. È un’occasione gioiosa che si trasforma in un incubo quando viene ritrovato il cadavere del giovane Viktor, figlio del famoso imprenditore Johan Ekengreen.
L’ispettore Thomas Andreasson viene coinvolto nelle indagini ma anche Nora Linde, avvocato, in vacanza sull’isola con il nuovo compagno e i rispettivi figli, si trova suo malgrado a esserne protagonista, invischiata oltretutto in uno psicodramma familiare.

L’autrice è appena stata in Italia, al Salone del libro di Torino, e ho colto l’occasione per una breve intervista (Il copyright della foto è del fotografo Thorn Ullberg).

AB – Ciao, Viveca! Innanzitutto, benevenuta! Ti piace l’Italia?
VS – L’Italia è sempre meravigliosa da visitare!

AB – Devo confessare una particolare predilezione per i gialli scandinavi, dovuta principalmente alle ambientazioni. Tu hai scelto di ambientare la tua serie di romanzi a Sandhamn, una meravigliosa piccola isola dell’arcipelago di Stoccolma. Ho letto che questa scelta è motivata dall’affetto che hai per questo luogo.
VS
– Hai assolutamente ragione, Sandhamn è il posto che mi è più caro e quello da cui traggo l’ispirazione, anche in inverno, quando il silenzio e l’oscurità incombono sull’isola. È esattamente lì – nel mezzo della calma e in assenza di turisti e vacanzieri – che i crimini e le storie appaiono nella mia mente. Quando guardo fuori dalla finestra, seduta nella mia poltrona preferita, sul portico, l’spirazione inizia a fluire.

AB – Concordo, e tuttavia mi chiedo: non temi l’‟effetto Jessica Fletcher”? Voglio dire, la gente potrebbe pensare che, come a Cabot Cove, anche a Sandhamn ci sono così poche persone e così tanti crimini…
VS
– Beh, i lettori dovranno farsene una ragione, anzi, direi che apprezzano molto!

Veduta dell’isola di Sandhamn – Copyright Viveca Sten

AB – Nora e Thomas sono i protagonisti dei tuoi romanzi, ben otto, finora. Quando hai scritto il primo, avresti mai immaginato che avrebbero avuto una vita letteraria così lunga?
VS – Sono estremamente grata e felice per il lungo percorso che i lettori, sia in Svezia che in altri Paesi, hanno regalato non solo a me, ma anche a Nora e Thomas. Si è sviluppata quasi una relazione affettiva, il pubblico è davvero affezionato a Nora e Thomas e di questo sarò per sempre grata, è una cosa che mi scalda il cuore.

AB – Senza rivelare troppo della trama, possiamo però dire che L’estate senza ritorno parla di crimini, certo, ma anche di tematiche attuali. I teenager tendono ad avere “vite segrete” di cui i genitori non sanno nulla. I teenager bevono troppo. I teenager mentono e si “smarriscono”. Pensi che, ai giorni nostri, sia più difficile essere teenager o genitore?
VS – Penso che sia difficile per gli uni e per gli altri. Essere adolescente sarà sempre una sfida e per molti si tratta di una fase difficile prima dell’età adulta. Ma credo che lo sia anche per i genitori. Le preoccupazioni, le ore piccole, le feste eccetera, sono cose con cui tutti i genitori di tutte le generazioni si sono dovuti confrontare. Adesso ci sono anche i social media, che sono fonte di enorme stress e che, sfortunatamente, possono essere anche un’arma nelle mani dei bulli. Crescere un adolescente è reso certamente più difficile dalla presenza dei social media.

AB – Nella tua esperienza, quando si parla di affrontare tematiche sociali, la Svezia si colloca meglio o peggio, rispetto agli altri Paesi europei?
VS – Ritengo che in Svezia abbiamo una buona rete di protezione sociale, che significa, essenzialmente, che nessuno vive per strada e che tutti hanno accesso all’istruzione e alle cure sanitarie, a prescindere dallo status sociale, dal lavoro e dal reddito. Paghiamo tasse piuttosto alte, ma nessuno soffre la fame o chiede la carità.

AB – Se dovessi scegliere un’altra ambientazione per i tuoi romanzi, quale sarebbe?
VS – Sandhamn è sempre stata al centro delle mie storie. È il posto dove ho passato tutte le mie estati sin dall’infanzia, e come me mio padre e prima ancora suo padre. Di recente ho firmato un contratto per altri tre libri della serie, quindi continuerò a scrivere di nuovi omicidi a Sandhamn almeno fino al 2023 🙂

AB – Adoro il tocco di hygge che aleggia per tutto il romanzo: tazze di caffè bevute nel portico, l’odore di pane appena sfornato e di seglarbulle a colazione, bicchieri di vino rosè al tramonto… È qualcosa di ordinario (io lo trovo straordinario!), è questa la vita quotidiana in Svezia?
VS – A dire il vero hygge è un termine danese, ma descrive perfettamente ciò che hai indicato: una tazza di caffè e un kanelbulle (rotolo alla cannella), ad esempio, il pane fresco eccetera. In Svezia lo chiamiamo fika ed è una tradizione fortemente radicata nella nostra cultura. Gli svedesi amano la fika (n.d.t.: lo so, non infierite, prima o poi dovremo spiegare agli Svedesi quanto suona male questa frase in italiano…) e sì, direi che per me è naturale condividere questa realtà con i miei lettori.

Fika: caffè e kanelbulle

AB – In che modo la tua passata esperienza (sia il percorso di studi che di lavoro) ha contribuito a strutturare i tuoi romanzi?
VS – Lavorare per 20 anni come avvocato in campo commerciale mi ha insegnato la disciplina e il rigore nella vita quotidiana, insieme all’abitudine a lavorare sodo per ore. Cerco sempre di descrivere i fatti in modo accurato e passo molto tempo a documentarmi. Voglio essere quanto più possibile aderente alla realtà e voglio che i miei lettori siano completamente assorbiti dall’universo di Sandhamn.

La serie Omicidi a Sandhamn è stata trasposta in episodi per la televisione, trasmessi in Italia dal canale tematico Giallo.

Un crime comico su Netflix: Fallet (Il caso)

Orfana di La casa di carta (ho terminato la seconda stagione all’indomani dell’uscita, senza troppa soddisfazione, ma insomma, ormai c’ero e volevo sapere come andasse a finire) ho fatto un po’ di zapping tra le nuove offerte di Netflix e ho scovato Il caso (Fallet, in lingua originale). Premetto che la serie non è doppiata ma sottotitolata in italiano e che la lingua originale è metà svedese e metà inglese. Ciò detto, l’ho trovata esilarante. Si tratta infatti di un vero crime, ma comico. Inizia con un omicidio cruento – nella sperduta regione di Norrbacka un cadavere viene ritrovato appeso a un albero, seviziato e cosparso di simboli religiosi – sul quale devono investigare Tom Brown (Adam Godley), detective inglese, e Sophie Borg (Lisa Henni), poliziotta svedese. Entrambi sono degli stereotipi: lui è timidissimo, educatissimo, viaggia con una pianta di rose al seguito, indossa un Barbour e beve tè; lei è aggressiva, rude, impaziente e dal grilletto facile. Entrambi single, entrambi hanno avuto problemi con le rispettive gerarchie e questo caso – a cui sono stati assegnati per punizione – è la loro occasione per riscattarsi. Non possono mancare l’anatomopatologa stramba, i giornalisti d’assalto, altri omicidi, un mucchio di sospettati…
Riusciranno i nostri eroi a risolvere il caso e rimettere in sesto le loro vite? Bastano 8 puntate da meno di mezz’ora l’una per scoprirlo. Tra citazioni e humour, l’intrattenimento è assicurato.

Mr. Mercedes, la serie tv da non perdere

Se 22.11.63 era stata una piacevole sorpresa, Mr, Mercedes è una straordinaria conferma. Dopo svariate trasposizioni – sia cinematografiche che televisive – piuttosto deludenti, il  lavoro letterario del grandissimo Stephen King ha trovato la giusta dimensione con le serie tv. Mr, Mercedes, infatti, 10 puntate tratte dall’omonimo romanzo, è eccellente.
Forse perché ha finalmente trovato uno sceneggiatore all’altezza, David Kelley, affiancato da altri due grandissimi nomi della scrittura, Dennis Lehane e A.M. Homes.
Forse perché la storia è in partenza molto ben costruita (ma quale storia di King non lo è?).
Sta di fatto che Bill Hodges, detective decorato ora pensionato, stropicciato e alcolizzato, non cade nel facile tranello del cliché ma, al contrario, finisce per diventare un cult.

Hodges è ossessionato da un caso irrisolto: due anni prima uno psicopatico con una maschera da clown, a bordo di una Mercedes rubata, ha falciato una folla di persone in fila d’attesa davanti all’ingresso di una fiera del lavoro, uccidendone 16 e poi sparendo nel nulla. Adesso Mr. Mercedes è tornato e, dopo aver indotto al suicidio la proprietaria della vettura, ha preso di mira Hodges.

Mr. Mercedes ha lo sguardo vuoto e spaesato di Brady Hartsfield, un geek che lavora in un negozio di vendita e assistenza di pc, uno “strambo” con una storia di disgrazie e pesanti abusi in famiglia. Il suo unico talento è l’informatica, che gli permette di portare avanti il suo lavoro nonostante un capo non particolarmente brillante e vessatore, e che è anche il mezzo di cui si serve per colpire le sue vittime. Bill Hodges invece è un luddita, un detective vecchio stampo che di chat, mail, video e altre “diavolerie” non capisce nulla, e per questo motivo ricorre all’aiuto di Jerome, giovane brillante appena ammesso ad Harvard.
Il mondo di Bill – la provincia americana di Bridgton, Ohio, ordinate villette di borghesi che falciano il prato e portano a spasso i cani – è scarsamente popolato: a parte gli ex colleghi ancora in servizio, che non hanno troppo tempo a disposizione per lui, c’è la vicina Ida Silver, signora ancora piacente che vorrebbe godersi la terza età con un compagno “comodo”, vicino ma indipendente economicamente e materialmente, possibilmente non troppo malandato. Bill avrebbe anche una figlia, ma non la sente da anni. Non è amabile, è un burbero ostinato e scontroso ma fondamentalmente buono.

Il ritorno di Mr. Mercedes diventa per Bill una ragione di vita, non solo perché gli dà un motivo per alzarsi al mattino, ma anche perché le indagini lo mettono in contatto con Janey Patterson, sorella di Olivia, la proprietaria originale della Mercedes. Janey è giovane ma non giovanissima, è determinata a scoprire chi ha indotto la sorella al suicidio ed è piena di energie, sebbene anche lei non abbia avuto vita facile.

Indagini, sentimenti, umori, rimorsi e rimpianti, legami familiari “sballati”, tòpoi ricorrenti di King (il clown, il parco giochi, l’uomo dei gelati, l’alcol, l’adolescenza e la vecchiaia): per una volta il romanzo trova una rispondenza nella trasposizione televisiva, che merita un weekend di binge-watching anche per non perdere colonna sonora, citazioni e un cameo di Stephen King.

Visto il grande successo di pubblico e critica, la rete AT&T ha messo in cantiere una seconda stagione, che andrà in onda nel 2018, basata sui tre romanzi del ciclo di Bill Hodges (Mr. Mercedes, Finders Keepers – Chi perde paga e End of Watch – Fine turno).

 

 

Sesta edizione per il “Premio GialloLuna NeroNotte”

L’associazione culturale Pa.Gi.Ne. (organizzatrice del Festival letterario GialloLuna NeroNotte), in collaborazione con Il Giallo Mondadori, ripropone anche per il 2018 il concorso letterario per il miglior racconto giallo, thriller e noir, giunto alla sua 6 edizione consecutiva.

Una collaborazione di rilievo che avvalora e fornisce ancora maggior prestigio al concorso, soprattutto perché il racconto vincitore verrà premiato durante la 16ª edizione del festival (in programma a ottobre 2018) direttamente dalle mani del direttore editoriale de Il Giallo Mondadori, lo scrittore Franco Forte, e perché sarà successivamente pubblicato nella rinomata collana.

Come termine ultimo per presentare i racconti inediti è stata fissata la data del 30 giugno 2018.

Il Premio è aperto a tutti i cittadini europei. I racconti devono essere inediti, scritti in lingua italiana e ambientati in Italia. La lunghezza massima delle opere deve essere di 20 cartelle dattiloscritte (ogni cartella è intesa di 35 righe e 55 battute, per un massimo di 2.000 battute per cartella).

I racconti devono essere inviati in busta chiusa e in 5 copie ciascuno al seguente indirizzo postale:
“Premio GialloLuna NeroNotte”
c/o Associazione culturale Pa.Gi.Ne.
via Corezolo 47
48121 Ravenna.

Contemporaneamente una copia, in formato pdf, andrà inviata all’indirizzo di posta elettronica: gialloluna@racine.ra.it.

All’interno della busta con i racconti, i concorrenti devono inserire, ritagliato in originale, il Certificato di Partecipazione (CdP), che si trova nelle ultime pagine de “Il Giallo Mondadori”.

Una pre-giuria esaminerà i racconti partecipanti.

La giuria finale – composta da Franco Forte (Direttore editoriale de “Il Giallo Mondadori”) residente della giuria, Nevio Galeati (Presidente associazione Pa.Gi.Ne., Direttore artistico di GialloLuna NeroNotte), Annamaria Fassio (scrittrice) – stabilirà il vincitore assoluto

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria del Premio:
gialloluna@racine.ra.it
335.6485088

Ufficio stampa GialloLuna NeroNotte 

L’uomo di gesso di C.J. Tudor

C.J. Tudor
L’uomo di gesso
Rizzoli, 2018

Orfani di Stranger Things e Dark, estimatori di Stephen King, gioite. È arrivato il primo caso editoriale del 2018: L’uomo di gesso, romanzo d’esordio di C.J. Tudor, effervescente scrittrice inglese.

1986: un gruppo di amici, 11-12 anni, si gode sei settimane di vacanze estive. Sono Ed Adams, Gav la Palla, David Hoppo Hopkins e Mickey Metallo Cooper. Vivono in Inghilterra, ad Anderbury, cittadina rurale e tranquilla. A loro si unisce Nicky, la rossa figlia del reverendo Martin. Quell’estate resterà memorabile per alcuni avvenimenti: l’incidente al luna park, la festa di compleanno di Gav, il bullismo ai danni di Ed (provvidenziale l’intervento del signor Halloran, un professore albino appena giunto in paese), i silenzi e le tensioni a casa di Ed, la disgrazia di Sean (fratello maggiore di Mickey), infine la scoperta di un cadavere smembrato.

2016: Gav (in sedia a rotelle fin dai 17 anni) gestisce il vecchio pub di famiglia, Hoppo fa l’idraulico e bada alla madre malata, Eddie (voce narrante) è un apatico e solitario prof di scuola che divide la vecchia casa con la giovane, spumeggiante coinquilina Chloe. Loro sono rimasti a Anderbury, Mickey ha fatto carriera come pubblicitario ma adesso è tornato e vuole scrivere un libro: sostiene di conoscere la verità sugli accadimenti dell’estate dell’86. Contatta gli amici ma, prima di poter rivelare cosa ha scoperto, muore. Tocca a Ed ricostruire i fatti. Da solo, perché anche la giovane coinquilina Chloe sparisce…

Molti i richiami kinghiani: il gruppo di amici preadolescenti un po’ ingenui, il luna park, i sogni, “l’uomo di gesso” (gli omini stilizzati, un colore diverso per ciascun ragazzo, sono il sistema di comunicazione criptata ideato dal gruppetto per darsi appuntamento). E poi segreti, molti segreti. La netta spaccatura tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi, una distanza comunicativa incolmabile.

Ci sono le musiche degli anni Ottanta, i sogni, i rimpianti, la paura di invecchiare male (come è accaduto al padre di Ed e alla madre di Hoppo), la solitudine, la forza di un legame ritrovato, un sorprendente finale.

L’uomo di gesso è coinvolgente, avvincente e merita senz’altro il successo che sta avendo. Se non vi fidate di me, fidatevi di uno che ne capisce:

La stringata biografia sul sito dell’editore dice solo che C.J. Tudor (nella foto in basso con Andrew Scott: il Jim Moriarty di Sherlock ha prestato la sua voce all’audiolibro nella versione originale, The Chalk Man) vive a Nottingham, Inghilterra, con il partner e una figlia di tre anni. Ha lavorato come copywriter, presentatrice televisiva, doppiatrice e dog sitter. È elettrizzata all’idea di poter fare la scrittrice a tempo pieno e rincorrere cani bagnati su campi fangosi non le manca molto. The Chalk Man è il romanzo d’esordio.

La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum (in memoria di Dallas Mayr)

Jack Ketchum
La ragazza della porta accanto
Gargoyle
Traduzione di Linda De Luca
Attualmente non in commercio

Una settimana fa Stephen King ha dato notizia della morte di Dallas Mayr. Così ho ripescato dai cassetti della memoria un post di una decina di anni fa. 


Jack Ketchum (pseudonimo di Dallas Mayr) ha scritto The girl next door nel 1989 (anno in cui è stato pubblicato negli Stati Uniti), ma il romanzo è uscito in Italia solo nel 2008, pubblicato dall’editore Gargoyle. Gargoyle è (era?) specializzato in horror e in effetti La ragazza della porta accanto è un romanzo dell’orrore nel senso più vero del termine: non fantasmi, vampiri e grand-guignol, ma l’orrore della vita reale. Pur essendo un romanzo dell’orrore nel senso sopra spiegato, Ketchum non indugia in descrizioni sanguinose e morbose.

Basato su una storia realmente accaduta nel 1965, La ragazza della porta accanto racconta, attraverso gli occhi e la voce del piccolo David, la storia di Meg, quindicenne orfana data in affidamento, insieme alla sorella minore Susan, alla famiglia di Ruth, una lontana parente.
Siamo negli anni Cinquanta, provincia americana. Ruth vive sola con tre figli maschi ed è molto amata dai ragazzini perché li tratta da pari a pari, permette loro di fumare e bere birra e parla delle “cose della vita” con molta disinvoltura. Ma il divorzio l’ha incattivita confronti del mondo e l’arrivo delle sorelle Loughlin scatenerà la sua rabbia repressa. Ruth cerca dapprima di umiliare Meg, adolescente bella e orgogliosa, ma non riuscendo a piegarla inizierà a seviziarla selvaggiamente, facendo partecipare al gioco anche i figli e gli amichetti. David rimane spettatore: da un lato ha sempre ammirato Ruth, che è parte del suo mondo infantile, e non riesce a comprendere il motivo del cambiamento della donna, dall’altro lato prova attrazione per Meg e vorrebbe, lui dodicenne, proteggerla.

Finale toccante (più nel libro che nel film, tra l’altro).

Una curiosità: Dallas Mayr (prolifico scrittore di horror, più volte vincitore del Bram Stoker Award) ha mutuato il suo pseudonimo da Jack Ketch, boia della corte inglese famoso per il suo sadismo.

Dal libro è stato tratto l’omonimo film nel 2007.

Primo venne Caino di Mariano Sabatini

Mariano Sabatini
Primo venne Caino
Salani, 2018

Purtroppo il male che ci sforziamo d’ignorare di solito scava ferite più profonde.

Città rovente, Roma, l’estate scorsa. Un assassino circola indisturbato: il Tatuatore (nome bizzarro: in realtà rimuove dai corpi delle sue vittime brandelli di pelle decorati da tatuaggi). Indagano i Carabinieri; uno di loro, il Maggiore Walter Sgrò, chiede collaborazione informale a Leo Malinverno, inviato speciale e cronista d’assalto, per far trapelare la notizia sui quotidiani e avvisare la popolazione. Ma il direttore del Globo Pietro Orefice ha avuto un malore, al suo posto c’è l’infido vice Lembo che nega a Malinverno la possibilità di far uscire il pezzo. Così il nostro apre il suo blog personale e inizia a caricare le informazioni di cui dispone, suscitando l’interesse delle maggiori testate. L’assassino intanto continua a mietere vittime, apparentemente senza un perché…

Dopo l’esordio in L’inganno dell’ippocastano, torna in libreria Leo Malinverno, affascinante giornalista sulla cresta dell’onda. Stavolta alle prese con un momento particolarmente difficile: l’afa che non dà tregua, il caso del giorno, una storia d’amore che non decolla, il ritorno inaspettato del padre, il lavoro improvvisamente precario e la malattia di una cara amica. Sullo sfondo ancora Roma, una Roma molto attuale, sporca e desolante, con occasionali puntate esterne nel rifugio di montagna, all’Isola Sacra, sul lago Trasimeno e anche a Bologna.
In un vortice affastellato di protagonisti e comprimari vecchi e nuovi, Malinverno tenta di districarsi come può. Ed eccolo muoversi tra l’esuberante Arrigo, la giovanissima e frizzante Eimì, il brigadiere Lucia Simoncini, l’ottima Carla, i nuovi contatti di lavoro e le vecchie conoscenze. Qualcosa andrà a buon fine, qualcosa no… Anzi, volendo fare un bilancio, a questo giro il giornalista esce sconfitto su più fronti. Riuscirà a trasformare i fallimenti in opportunità?

«Nessuno ci insegna a riconoscere la felicità, ecco cos’è. Non sappiamo capire da che parte ci può venire la felicità né sappiamo come afferrarla e tenercela».
«Che significa?»
«Ci facciamo tante riserve mentali, ma dovremmo soltanto cercare di essere felici. Ovunque e con chiunque ci prospetti questa eventualità, e dovremmo anche essere grati del privilegio che ci viene accordato».

In terza fissa, Malinverno legge I Buddenbrook per dormire, ascolta musica anche classica, cucina bene per gli amici e mantiene la linea con la corsa nei parchi. In corsivo i pensieri dell’assassino.

Mariano Sabatini, romano, giornalista, qualche anno in più di Malinverno, ha iniziato due anni fa la fortunata serie gialla di Leonardo Malinverno, cronista romano che si muove con disinvoltura fra le pieghe della città eterna, a suo agio sia nei salotti dei vip che nelle periferie. L’inganno dell’ippocastano ha vinto il premio Flaiano e premio Romiti. Madrine di eccezione di Malinverno sono Barbara Alberti e Enrica Bonaccorti, ammaliate dal giornalista-viveur.

Malinverno c’est moi: Malinverno odia l’estate, Roma afosa e torrida e senza ombre” dice Sabatini. “Tutto ciò che si scrive è autobiografico ma non in senso letterale: chi scrive è un recettore di storie – anche – altrui”.

Secondo Barbara Alberti, “in questo romanzo il nero scorre parallelo perché qui il vero giallo è la vita. Malinverno è nemico di se stesso, è amato da una giovane donna ma non riesce a ricambiarla. Malinverno è un solitario, teme che questa donna rompa i suoi equilibri che poi, invece, sono comunque rotti dal padre. Un uomo incasinato, anaffettivo e un po’ approfittatore che invade anche la sua privacy”.

Enrica Bonaccorti invece, partendo da un passaggio del libro (a proposito del gran rifiuto di Malinverno ad andare in tv per commentare gli omicidi nei programmi di intrattenimento) parla del tema della responsabilità nella comunicazione.

Insomma, ce n’è abbastanza per convincere vecchi e nuovi lettori.