“Ninfa dormiente” di Ilaria Tuti

Ilaria Tuti
Ninfa dormiente
Longanesi, 2019

Non conosciamo mai veramente noi stessi, né chi abbiamo accanto. Possiamo definirci in molti modi, ma alla fine sono le nostre scelte davanti a un bivio a mostrare chi siamo. O il segreto che nascondiamo.

Seconda prova, dopo il bel Fiori sopra l’Inferno (Longanesi, 2018), per Ilaria Tuti e per la sua protagonista, il commissario Teresa Battaglia, di stanza in Friuli.
Al centro dell’indagine un magnifico dipinto, la Ninfa dormiente, sparito da decenni: il ritratto di una donna bellissima, ritrovato fortuitamente dal nipote dell’artista e analizzato da un perito, nasconde un segreto macabro. La Ninfa, infatti, è stata dipinta con sangue umano. La carta è talmente intrisa di cellule (un tempo) viventi da far presumere che chi ha fornito la materia prima per quel ritratto non sia sopravvissuto. Il procuratore Crespi intende indagare, prima di procedere a una quasi certa archiviazione, e affida il caso al commissario Battaglia. La quale combatte in privato contro una diagnosi infausta che, per il momento, tiene nascosta a colleghi e superiori. Non va meglio all’ispettore Massimo Marini, rigido e riservato, alle prese con una paternità che fatica a digerire.
Come se non bastasse, il questore Ambrosini ha avuto un infarto e al suo posto è arrivato Albert Lona: «un professionista spietato. Un poliziotto che non ha mai fatto squadra in vita sua, mai, e che metterà sotto esame la nostra, ogni minuto di ogni giorno che passerà qui. Perché io e lui abbiamo un conto in sospeso ed è venuto a saldarlo».
Si unisce alla squadra, in un anomalo supporto, la strana Blanca Zago, una cercatrice di resti umani, ipovedente, coadiuvata dal cane Smoky.
L’indagine rivela che la Ninfa dormiente ha radici antiche – non il dipinto, vecchio di settant’anni, ma la donna che ha fornito la materia prima per il ritratto. E quindi, perché non interrogare l’autore? Peccato che Alessio Andrian, artista, ex partigiano della Brigata Garibaldi, sia chiuso in un silenzio che dura dal 9 maggio 1945: «Andrian è ancora vivo, ma è ridotto a un vegetale da ormai settant’anni.»
Fece una pausa, prima di continuare, come a dar loro il tempo di prepararsi.
«Non è malato, non lo è mai stato. Non cammina per sua stessa volontà. Non parla per sua stessa volontà. Da settant’anni. Qualunque cosa sia successa dopo aver dipinto la Ninfa dormiente, lui ha deciso di morire vivendo. È una tomba che respira.»
Ovviamente Andrian, il pittore pazzo e misantropo, è il primo sospettato, ma sarà lui l’assassino? E perché? La verità è nascosta nelle pieghe del tempo, forse nei ricordi di una sanguinosa guerra mondiale: Questa era una terra di frontiera, la guerra era al suo culmine più tragico. Non c’era uno Stato, le istituzioni avevano centinaia di migliaia di morti a cui pensare. L’Italia era allo sbando.
Eravamo soli.

Mentre le indagini meticolose, accurate, procedono tra mille difficoltà, i personaggi si muovono in uno scenario vivido e reale. Descrizioni oniriche di un paesaggio fiabesco e inquietante:

Così il sole si era inabissato oltre il cerchio violaceo delle vette e il crepuscolo si era aperto all’oscurità come un fiore notturno. La luce di Venere già rischiarava l’ovest: il suo nome era Lucifero, stella del mattino, e il suo nome era Vespero, stella della sera.
In quel periodo dell’anno appariva nel delta blu cobalto tra due creste.
Sotto la sua luce diafana, i villaggi della valle riposavano addormentati.
Il campanile della chiesa svettava con il tetto di scandole di larice e la rosa dei venti al posto della croce, al di sopra dei profili lanceolati degli alberi.
Oltre i prati, oltre la linea della selva, i passi erano fruscii sommessi nel sottobosco e si accompagnavano al canto di una civetta.
Conoscevano il sentiero che occhi inesperti non avrebbero intravisto, tra ginestre bianche e lillà selvatici. Lungo il pendio diventarono piccoli balzi, fino a quando trovarono la tomba.

si alternano a incontri con chi può essere utile a sciogliere l’enigma, e ogni volta gli incontri si arricchiscono di nozioni non banali di storia, botanica e antropologia.

Ilaria Tuti ha scritto un romanzo elegante e coinvolgente, ricco di emozioni e colpi di scena, complesso ma scorrevole. Una storia “al femminile”, in cui la forza delle donne gioca un ruolo dominante. Ninfa dormiente è una bella conferma d’autore e una piacevole lettura estiva.

Tempus valet, volat, velat.

Concorso letterario “GialloCeresio”, prima edizione al via

La Pro Loco Porto Ceresio e il Comune di Porto Ceresio indicono la prima edizione del concorso letterario internazionale GialloCeresio, composto da due sezioni:
a) romanzi gialli, noir, thriller e polizieschi editi;
b) racconti inediti ambientati sui laghi di genere giallo, noir, thriller e poliziesco.
Il concorso, gratuito, vuole sostenere la scrittura in lingua italiana e promuovere, al contempo, i territori dei laghi, il loro patrimonio ambientale, culturale, architettonico e le loro tradizioni.

Per  la sezione Romanzi
Possono partecipare le opere di narrativa in lingua italiana di autori viventi e maggiorenni, pubblicate tra il 1° gennaio 2017 e il 31 marzo 2019.
La partecipazione è gratuita.

L’opera prima classificata riceverà un premio di Euro 1.500
L’opera seconda classificata riceverà un premio di Euro 700
L’opera terza classificata riceverà un premio di Euro 500
Premio speciale Claudio De Albertis – Giovani Autori di Euro 1.000 per scrittori fino ai 35 anni alla data della pubblicazione
Premio speciale “Laghi” di Euro 300 per il miglior racconto che abbia una ambientazione anche parziale in una località realmente esistente dei laghi prealpini

I romanzi editi devono pervenire entro e non oltre il 15 maggio 2019

Per la sezione Racconti
La partecipazione al concorso è gratuita.
Possono partecipare scrittori che abbiano compiuto i 15 anni di età.
Sono ammessi racconti in lingua italiana inediti e mai pubblicati neanche su web e che devono rimanere inediti fino al termine del concorso e alla data dell’eventuale pubblicazione.
I racconti inediti devono essere ambientati in località di lago realmente esistenti e contenere elementi descrittivi degli stessi.
La lunghezza dei racconti deve essere compresa tra le 20.000 e le 30.000 battute, spazi inclusi.
Sono ammesse più opere dello stesso autore.

L’opera prima classificata riceverà un premio di Euro 500 e sarà pubblicata sulla rivista Writers Magazine Italia
L’opera seconda classificata riceverà un premio di Euro 250
L’opera terza classificata riceverà un premio di Euro 150
Premio speciale Claudio De Albertis – Giovani Autori di Euro 300 per il miglior racconto di autori fino ai 35 anni di età
Premio speciale Porto Ceresio di Euro 200 per il miglior racconto ambientato a Porto Ceresio

Gli inediti devono essere inviati entro il 31 maggio 2019

La premiazione avrà luogo domenica 15 settembre 2019, alle ore 16.30 a Porto Ceresio.
I premi saranno effettivamente attribuiti e consegnati solo se gli autori saranno presenti alla premiazione.
Non sono previsti rimborsi spese.

Per informazioni consultare il sito del comune o scrivere a gialloceresio@gmail.com

Festa Internazionale della Donna: Che cosa significa essere donna a Kabul

Per celebrare la Giornata internazionale della Donna oggi diamo spazio a FREEDA.

FREEDA è nata per per colmare un vuoto di rappresentazione femminile e per accompagnare le nuove generazioni attraverso tutti i cambiamenti sociali che stiamo affrontando nell’epoca più veloce della storia. Superare i pregiudizi e far prevalere ascolto ed empatia non è semplice, ma è quello che cerchiamo di fare dall’inizio: il nostro obiettivo non è proporre un nuovo modello di donna, ma dare voce a tante donne, tutte diverse, che ogni giorno popolano il nostro palinsesto. Raccontare le loro storie è quello che ci permette di celebrare la complessità femminile e di interrogarci, insieme a loro, su che cosa davvero significa femminilità. Nei primi due anni di FREEDA siamo riusciti a farlo in Italia e in Spagna (con notevoli risultati anche in Sud America), raccontando centinaia di vite e vissuti diversi. In occasione della Festa Internazionale della Donna, quest’anno abbiamo deciso di spingerci oltre i confini del mondo occidentale per provare a raccontare che cosa significa essere una donna oggi a Kabul. Lo abbiamo fatto per la prima volta con un film di 30 minuti disponibile sul nostro canale YouTube: Figlie di Kabul.

Perché Kabul? Perché Kabul è il cuore pulsante di tutte le contraddizioni che hanno lacerato la storia contemporanea. Agli antipodi culturali di una New York simbolo del mondo occidentale, è la città che ha ospitato Al Qaida, i talebani, gli eserciti russi, quelli americani, e ora anche le pressioni della Cina. È lì che sono nati gli attentati dell’11 settembre che hanno cambiato il mondo, anche il nostro mondo, per sempre. La nostra ricerca non ha l’obiettivo di raccontare le dinamiche politiche e militari di un territorio così complesso, bensì quello di provare a rispondere a una domanda solo apparentemente semplice: che cosa provano le donne di Kabul, qual è il loro vissuto personale? Per rispondere a questa domanda abbiamo lavorato con Fondazione Pangea Onlus e abbiamo scoperto la storia di una donna, Laila, che non è una su un milione, ma una tra un milione. E abbiamo provato a conoscerla, e a entrare in contatto con lei, senza l’arroganza di proiettare un nostro punto di vista su di lei, ma cercando di ascoltarla e di amplificare la sua voce, in modo che quante più persone possibile possano sentirla. Laila è una donna di quasi cinquant’anni che ha vissuto in prima persona il passaggio dalle libertà dei costumi degli anni ‘70 alla guerra, dalla sharia imposta dai talebani fino alla pace precaria e militarizzata di oggi. È sopravvissuta ai bombardamenti e agli attentati, ma anche alle continue violenze del marito. È riuscita, nonostante tutto, grazie alle sue doti, a ritagliarsi uno spazio all’interno di una società che non lascia spazio alle donne. Non è un Premio Nobel, né un’imprenditrice di successo, non è un’eroina dell’Occidente con origini afgane. È una donna che si alza ogni giorno in una città dove la sua vita non vale niente, e lotta non solo per sopravvivere, ma per consentire a se stessa e alla sua famiglia una vita dignitosa. Per questo è così simile e così diversa da tante donne occidentali.

Laila è una donna forte, granitica, abituata a doversi difendere da tutto e da tutti. È una donna intelligente, che ha sviluppato una sua strategia di sopravvivenza e che l’ha applicata anche nel rispondere a molte delle nostre domande, con l’idea di proteggersi, di sfruttare un’opportunità, di darci quello che si aspettava volessimo da lei. Questa corazza e questa fierezza meritano stima e rispetto. Ma davanti alla camera, ricordando la sua infanzia, il suo matrimonio, la guerra, in qualche modo costretta dal suo stesso racconto a riflettere sulla propria vita, la corazza di Laila ogni tanto si è infranta, e ci ha lasciato intravedere un’emotività potente, universale, umana. Un’emotività che nella sua vita è stata un lusso che deve essersi concessa poche volte per riuscire ad andare avanti, e che per questo abbiamo deciso di mostrare, con quanta più delicatezza possibile, per riuscire a trasmettere un’autenticità altrimenti nascosta. La migliore amica di Laila è Farzanah, sua figlia, nata e cresciuta quando guerra e repressione erano ormai scontate. lI punto di vista di un’altra generazione di donne ci porta dalle violenze della guerra a quelle di una realtà domestica in cui i retaggi religiosi, sociali e culturali che attribuiscono all’uomo il ruolo di padrone assoluto privano le donne di ogni libertà. Farzanah è una donna che ha la stessa forza della madre: è prima una bambina vittima di violenza assistita poi un’adolescente con il coraggio di difendere sua mamma contro il papà. E grazie a questo coraggio riesce a imprimere una svolta alla sua vita.

Che cosa significa, quindi, essere donna a Kabul? Mentre in Occidente discutiamo del maschilismo intrinseco di espressioni come “donna con le palle”, in Afghanistan “essere donna” significa schiavitù, ed “essere uomo” significa potere. Quelli che qui sono diritti acquisiti, là sono incomprensibili privilegi. Laila e Farzanah sono state capaci di lottare per reagire ai contesti più ostili e sono riuscite a cambiare la propria condizione in un mondo in cui le donne non valgono niente. Oggi continuano a uscire di casa senza sapere se torneranno vive la sera, ma grazie anche al sostegno e ai programmi di Pangea Onlus, entrambe oggi lavorano e sono capaci di sorridere. Il desiderio di raccogliere la loro testimonianza ha messo duramente alla prova le persone che hanno lavorato al progetto – a cominciare da Simone Varano, il regista che ha rischiato la vita per girare 48 ore di materiale in 5 giorni – ma se la mission di FREEDA è quella di dare voce alle donne per provare a cambiare in meglio la società, era doveroso da parte nostra almeno il tentativo di far risuonare a un pubblico più ampio le voci di Laila e Farzana: oltre a restituire uno spaccato di vita a Kabul, ci ricordano di non dare mai per scontate le nostre conquista di libertà.

Figlie di Kabul è disponibile sul canale YouTube di FREEDA a partire dall’8 marzo. Co-prodotto da Freeda e Pangea – Regia di Simone Varano – Scritto da Daria Bernardoni, Fabrizio Luisi, Simone Varano – Con Laila e Farzanah – Montaggio di Simone Varano, Giacomo Marchetti – Art direction di Alessandro Arena – Motion Design di Raffaele Amici – Con la collaborazione artistica di Gaia Bernasconi.

Concorso Letterario “Sulle orme di Agatha Christie”

[Ricevo dalla cara Patrizia Debicke e volentieri segnalo]

La Società Umanitaria e le Edizioni Le Assassine promuovono il concorso di scrittura per racconti di genere giallo Sulle orme di Agatha Christie.
Per partecipare occorre essere soci (non temete, costa solo 10 euro ed è per una buona causa).
I partecipanti potranno presentare un solo elaborato, inedito, di loro produzione, scritto in lingua italiana, di lunghezza compresa tra le 25.000 e le 50.000 battute (spazi inclusi).
I racconti dovranno essere inviati via email in Word o Pdf all’indirizzo concorsoingiallo@umanitaria.it entro il 30 giugno 2019. L’oggetto dell’email dovrà essere il titolo del racconto.
Il modulo di iscrizione è scaricabile sul sito (leggete con attenzione come anonimizzare gli elaborati!)

La giuria, che renderà noti i vincitori a fine ottobre e la cui valutazione degli elaborati sarà insindacabile, è composta da:
Patrizia Debicke, scrittrice
Elena e Michela Martignoni, scrittrici
Daniela Pizzagalli, scrittrice e giornalista
Tiziana Elsa Prina, editrice di “Le Assassine”
Mauro Cerana, agente letterario
Franca Magnoni, direttrice Humaniter
Lidia Acerboni, insegnante scrittura creativa
Giuseppe Carfagno, insegnante scrittura creativa

La premiazione avverrà durante la prolusione dei Corsi Humaniter 2019/20 nella sede di Milano.
Saranno premiati i primi tre racconti con la pubblicazione dei medesimi in un volume edito dalle Edizioni Le Assassine. Al primo classificato verrà inoltre offerta l’iscrizione gratuita ai corsi.

I racconti dovranno ispirarsi alle 10 regole stilate nel 1930 dal Detection Club di cui faceva parte Agatha Christie:

Il Detection Club, il prestigioso circolo dei giallisti fondato nel 1930, non si radunava in posti lugubri e terrorizzanti, ma intorno a ricche tavole imbandite. Nei loro romanzi, i suoi membri s’impegnavano ad attenersi a dieci precise regole, giurando su Eric, un teschio autentico, mascotte del club.

  1. Il criminale dev’essere un personaggio che compare nella prima parte della storia, ma al lettore non devono essere esplicitati i suoi pensieri.
  2. Non sono ammessi eventi soprannaturali o paranormali.
  3. Non sono permessi più di una stanza o di un passaggio segreto.
  4. Non è concesso l’uso di veleni fin qui sconosciuti, né di strumenti che richiedano alla fine una spiegazione scientifica troppo lunga.
  5. Nessun cinese deve apparire nella storia. (N.B.: all’epoca tutti i mysteries di massa avevano sempre un cinese nella trama. Questo significa che gli scrittori devono evitare i clichés).
  6. Nessun evento casuale deve arrivare in soccorso dello scrittore né questi deve avere un’intuizione inspiegabile che risulti poi corretta.
  7. Non può essere il detective colui che commette il crimine.
  8. Il detective non può scoprire un indizio che non sia all’istante presentato anche alla verifica del lettore.
  9. L’amico stupido del detective non deve celare i pensieri che gli passano per la mente: la sua intelligenza deve essere leggermente, ma molto leggermente, al di sotto della media del lettore medio.
  10. I gemelli o i sosia non dovrebbero apparire nella storia, a meno che non siano stati debitamente introdotti fin dall’inizio.

Come torrenti di pioggia (vintage)

Annamaria Fassio
Come torrenti di pioggia
Fratelli Frilli editori, 2006

Come torrenti di pioggia è un romanzo completamente diverso dai precedenti della stessa autrice.
La vicenda prende spunto da un episodio realmente accaduto a Genova, la strage di via Fracchia. Il 28 marzo 1980, durante un blitz dei carabinieri del generale dalla Chiesa in un covo Br, restarono uccisi quattro brigatisti rossi: Anna Maria Ludman, Riccardo Dura, Lorenzo Betassa e Pietro Panciarelli. La dinamica dei fatti è violenta e controversa: in meno di un minuto i terroristi erano morti. Per quattro giorni ai magistrati non fu consentito entrare nel covo.
Ma l’episodio è solo uno spunto: “Io non volevo raccontare ‘la verità, ma mi sono basata su una suggestione molto forte per raccontare Antonia, le sue motivazioni, il suo rapporto con la famiglia”.
La vicenda è narrata attraverso la voce di Emma, sorella della brigatista Antonia. Nel libro dalla Chiesa è Colasanti, un colonnello del SID, un bell’uomo sanguigno che a suo modo cerca la verità. Gli fa da contraltare il giornalista Lombino (il cui nome è un omaggio al compianto Ed McBain, che la Fassio considera suo maestro). Tutti, a modo loro, cercano la verità, ma man mano che si va avanti sono costretti a scontrarsi con una realtà scomoda che fa venir meno le loro certezze.
Scritto nel 1999, Come torrenti di pioggia ha origine da una vecchia suggestione nata in un periodo storico, quello del terrorismo, pieno di fermento e contraddizioni: “In quel periodo Forleo cercava di promuovere la nascita del sindacato di Polizia, nascevano Magistratura Democratica e il sindacato della scuola. Ma a fianco di questi cambiamenti sociali c’erano le Brigate Rosse. Quando gambizzarono Castellani, del PCI, quando venne ucciso Guido Rossa, tutti si sentirono nel mirino. E i terroristi vennero emarginati, perché la gente comune non capiva, non ne condivideva metodi e finalità”.
Impossibile non notare come Genova, negli ultimi anni, sia diventata terreno di coltura per numerosi giallisti. Come mai? “È una città che si presta a fare da sfondo ai misteri e all’intrigo. Ci sono vicoli strettissimi, un po’ tipo casbah. Colline e montagne piene di funicolari e ascensori. Poi il porto: il clan dei marsigliesi, i traffici dell’angiporto.”. Soprattutto dopo il G8, poi, è nata una forte riflessione sul ruolo del giallista e della narrativa di genere come forma di denuncia. La denuncia sociale, già presente nei noir americani degli anni ’40-’50, in Come torrenti di pioggia prende la forma di una coscienza critica dei personaggi che riflettono sulla problematica, sempre attuale, dell’uso e abuso del potere.
Il risultato è un romanzo psicologico drammatico e, ovviamente, senza lieto fine, ricco di spunti di riflessione. Un pezzo di storia contemporanea, romanzato e avvincente ma molto realistico.
Per non dimenticare.

Annamaria Fassio, nata a Genova, appassionata di letteratura, cinema e musica, è nota ai lettori per la serie di Maffina e Franzoni pubblicata nei Gialli Mondadori. Vincitrice del Premio Tedeschi 1999 con Tesi di Laurea, ha poi pubblicato I delitti della casa rossa, Biglietto di sola andata, Una città in gabbia, Povera Butterfly e Maria Morgana. Dopo Come torrenti di pioggia sono usciti Una vita in prestitoI giorni del minotauroShanghai, GangsterSantiago 544 (Segretissimo Mondadori, 2010) e, tutti con Il Giallo Mondadori, Di rabbia e morteTerra bruciataControcorrenteL’oro di SarahLa morte e l’oblioDonne da uccidere.

Seven (vintage)

AA. VV.
7-Seven
21 storie di peccato e paura
A cura di Gian Franco Orsi
Piemme, 2010
Antologia

Qual è il vizio capitale che vi contraddistingue? O, al contrario, quello che sentite totalmente alieno da voi e stigmatizzate di più? Ventuno scrittori italiani hanno risposto all’appello di Gian Franco Orsi, storico curatore della collana del Giallo Mondadori e da qualche anno attivo coordinatore di antologie a tema.
Il risultato è 7-Seven, rassegna dei sette peccati capitali a ciascuno dei quali sono dedicati tre racconti. Perfetti nella loro compiuta diversità, ironici, tristi, crudeli, i racconti sono al tempo stesso lo specchio del noir italiano e la cartina al tornasole dei loro autori.
Ognuno fedele al suo stile e al tema, alla fine del racconto spiegano anche perché hanno scelto quel particolare vizio. Per simpatia o antipatia, perché ammettono di esserne afflitti o, al contrario, lo aborrono e lo scansano.
Alcuni hanno mantenuto temi e personaggi dei loro romanzi: Elisabetta Bucciarelli, Ben Pastor, Alan D. Altieri, Leonardo Gori. Altri hanno “dimenticato” l’ambiente di elezione per spostarsi su un argomento diverso: ad esempio Giulio Leoni si è spostato sull’hic et nunc.
Segnalo, per la particolare ironia, Campo di rieducazione alimentare di Diego Zandel e il feroce La superbia del poeta di Claudia Salvatori (ma più d’uno, devo dire, non ha perso l’occasione per lanciare qualche strale verso il mondo dell’editoria: Diana Lama, ad esempio, non è stata certo tenera con gli agenti editoriali…).
Da brava ipocondriaca emotiva, leggendo i racconti mi sono riconosciuta in ognuno dei vizi dipinti. L’ira, prima di tutto. (Beh, caro amico, ho sempre sospettato che chi è soggetto a improvvise esplosioni di rabbia è spesso una persona molto insicura. Una persona che teme di non essere amata abbastanza o di non essere presa sufficientemente sul serio. Ti arrabbi perché vuoi essere considerato, vuoi che gli altri si accorgano di te, che modifichino il loro comportamento a causa tua. In altre parole, vuoi che ti venga attribuita importanza. Vuoi sentirti importante., scrive Giancarlo Narciso). L’accidia. Magari l’invidia no, non del tutto, ma leggendo mi è venuto qualche dubbio. La gola? Uuuh… Superbia non ne parliamo. Avarizia non mi pare, però chissà. Lussuria – come dice Perissinotto – anche, ma per difetto.
Se il vizio di polemizzare fosse considerato l’ottavo peccato capitale, ecco, io sto per commetterlo. Di 7-Seven ha parlato anche Valerio Evangelisti su Carmilla. Nonostante il preambolo lusinghiero, l’ha però definita operazione di “vetrina” e soprattutto ha notato – mi sembra in modo non positivo – la differenza di stili e la mancanza di collante (?). In sintesi, Evangelisti imputa all’antologia la “colpa” di aver perso l’occasione per individuare e definire le caratteristiche omogenee del genere.
Per fortuna, dico io. Intanto perché questo estremo bisogno di categorie ed etichette sta penalizzando tutti, soprattutto noi lettori. Poi perché un’antologia non è un saggio, non ha il compito di sistematizzare. In generale, si legge per riflettere, per imparare, per divertirsi. Tutto il resto sono notazioni accademiche superflue per i più, temo.
Io amo le storie, le trame, l’ingegno. Le riflessioni, i personaggi, i dialetti. I punti di vista diversi dal mio. E non mi importa – davvero, non mi importa – sapere se sono gialli, noir, genere, mainstream o che altro. Mi importa che mi abbiano tenuto compagnia per qualche ora, sotto il sole, che mi abbiano fatto sorridere e preoccupare, intristire e sperare.

Mi auguro che lo stesso valga per voi.

Senza luce di Luigi Bernardi (vintage)

Luigi Bernardi
Senza luce
Perdisa Pop, 2010

Folgorante potenza del buio… Senza luce è il racconto di poche, circoscritte ore notturne in un piccolo borgo. Su questo palcoscenico oscuro, letteralmente senza luce, perché l’erogazione di corrente elettrica è stata interrotta per permettere alle forze dell’ordine di stanare un pericoloso cecchino, le persone iniziano a comportarsi in maniera strana, manifestando paure, ricordi, desideri perversi e repressi: un microcosmo apparentemente ordinato che va irrimediabilmente a rotoli.

C’è Federica, infermiera, che accoglie con un misto di sospetto e sollievo l’intervento del vicino di casa. C’è il suddetto vicino di casa, Mario, un personaggio sgradevole in pensieri, parole, opere e omissioni (ma quando arriva la catarsi, Dio che liberazione…). C’è Umberto, prof universitario pretenzioso, insieme ai suoi due orribili figli: una triade tirannica che ha fagocitato la personalità di Giuliana. Nel buio, la donna scoprirà che l’istinto materno non è eterno. C’è Loretta, la barista, che forse scopre l’amore. E poi Ivano, Guidino, il dottore…

C’è, in realtà, un unico vero omicidio – camuffato da morte naturale, ma intenzionale.

Poi c’è Domenico, lo scrittore. Che pensa che uno scrittore non ha il compito di cambiare il mondo ma di raccontarlo, e che però non racconta più storie perché da quando Anna è morta non c’è nessuno che ascolti. Per uscire da questo loop, alla fine sceglie l’alternativa…

Senza luce è sintesi allegorica di una società che ha perso i punti di riferimento, della catastrofe dentro e fuori di noi, delle incertezze, delle paure, degli errori. Dimostra – se ce ne fosse bisogno – che il nesso di causa-effetto, a cui tante volte ci affidiamo per cercare di mantenere il controllo delle nostre vite, è in realtà pura astrazione, perché le cose accadono indipendentemente da ciò che vogliamo.

Scrittura essenziale, tensione che nasce dalla verosimiglianza della situazione, personaggi che si muovono in un limbo amniotico, primordiale, spontaneo. Luigi Bernardi non ha certo bisogno di provare nulla o di convincere alcuno della sua bravura. Probabilmente non ha nemmeno bisogno della mia approvazione, lui che sta una spanna sopra i best sellers italiani. Ma io lo dico lo stesso, perché l’evidenza non è tale finché non si dichiara palesemente: Senza luce è un gran bel romanzo. Un noir, per inciso, ma sarebbe riduttivo parlarne in termini di narrativa di genere. È un romanzo in cui si “respira” l’inquietudine superficiale e sotterranea dei nostri anni.
Una prova d’autore di razza, un punto di riferimento per chi oggi aspira a scrivere.

(Oggi sarebbe stato il compleanno di Luigi Bernardi. Ovunque tu sia, Luigi, auguri)

XY di Sandro Veronesi (vintage)

Sandro Veronesi
XY
Fandango Libri, 2011

Perché io so quello che è bene e continuo a fare male?

Quattro anni dopo Caos calmo Sandro Veronesi tornò in libreria con XY, romanzo dalla trama… impossibile.
Il piccolo borgo montano di San Giuda è sconvolto da una strage inaspettata. Gli abitanti, tutti imparentati tra loro e isolati dal resto del mondo, reagiscono in modo inconsulto: non riescono più a convivere con il proprio passato, non riescono a gestire il presente, “non riescono a essere quello che sono”. Don Ermete, il parroco del paese, rischia di essere risucchiato dal vortice di stranezza. L’incontro con Giovanna, psicanalista in crisi, servirà a entrambi per riportare l’ordine nelle rispettive vite prima che gli eventi prendano il sopravvento.

XY inizia come un giallo, con i misteriosi omicidi e l’albero ricoperto di sangue ghiacciato. Continua come un’indagine a due voci: a capitoli alterni Ermete e Giovanna raccontano l’evoluzione della vicenda. Finisce in modo del tutto inatteso, lasciando al lettore due possibili interpretazioni:
– l’autore non sapeva come terminare il romanzo;
– l’autore voleva raccontare altro.

Propendo per la seconda ipotesi, e in particolare ritengo che Veronesi abbia voluto destrutturare lo schema del giallo rompendone il meccanismo. XY viene presentato come un giallo (non solo per ingannare i lettori, oso sperare): c’è un evento misterioso ma non c’è una soluzione, non può esserci una soluzione. Veronesi mette in scena l’assoluta impossibilità di capire la realtà, di spiegarla secondo schemi che rispondono a principi logici e coerenti, e al tempo stesso la necessità di viverla.
Se all’inizio del libro Giovanna, citando Cartesio, dice Va bene l’irrazionalità, va bene l’ignoto, va bene tutto, ma l’edera non può salire più in alto del muro che la sostiene, alla fine non ne è più così convinta.

Da leggere? Assolutamente sì, se avete in mente un romanzo di narrativa e non un giallo.

In appendice L’Alfier Nero, racconto “scapigliato” di Arrigo Boito.

 

Premio Scerbanenco 2018 – I finalisti

Pubblicata la cinquina dei romanzi italiani finalisti del Premio Giorgio Scerbanenco 2018, risultata dalla sommatoria dei voti dei lettori sul sito e di quelli ponderati della Giuria letteraria che ha votato in questa formazione: Cecilia Scerbanenco (Presidente), Valerio Calzolaio, Luca Crovi, Loredana Lipperini, Sergio Pent, Sebastiano Triulzi, John Vignola.

I cinque finalisti saranno presentati il 3 dicembre alle ore 18.30 presso la libreria Feltrinelli di piazza Duomo (Via Ugo Foscolo, 1, Milano).

Il Premio Giorgio Scerbanenco 2018, consistente in un ritratto dello scrittore ad opera dell’artista Andrea Ventura, verrà consegnato la sera del 3 dicembre presso l’università IULM.

Il romanzo Lo stupore della notte di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli), entrato nella cinquina finalista, si aggiudica anche il Premio dei lettori per essere stato il più votato sul sito del festival.

I cinque finalisti
Maurizio de Giovanni, Il purgatorio dell’angelo, Einaudi
Patrick Fogli, A chi appartiene la notte, Baldini+Castoldi
Giorgia Lepore, Il compimento è la pioggia, E/O
Piergiorgio Pulixi, Lo stupore della notte, Rizzoli
Ilaria Tuti, I fiori sopra l’inferno, Longanesi

Andrea Ventura (Milano, 1968), l’artista che nel 2016 ha realizzato il Premio Giorgio Scerbanenco, nel 1991 si trasferisce a New York. I suoi lavori sono esposti in tutto il mondo e pubblicati da «The New York Times», «The New Yorker», «Rolling Stones», «Time», «Newsweek» e molte altre riviste e libri nazionali e internazionali. Riceve, inoltre, le medaglie d’oro e d’argento dalla Society of Illustrators a New York. Nel 2014 l’editore tedesco Gestalten pubblica la monografia del suo lavoro. Vive attualmente in Germania.

Premio Scerbanenco 2018 – i semifinalisti

In passato non è stato immune da critiche, ma rilevo con piacere che quest’anno il premio Scerbanenco ha prodotto una rosa di 20 semifinalisti molto interessante.

Ve la sottopongo in ordine alfabetico e vi ricordo che, per contribuire a scegliere i 5 finalisti che si contenderanno la finale, si può votare fino alle 23.30 del 17 novembre:

¤ CRISTINA CASSAR SCALIA, Sabbia nera, Einaudi
¤ PIERO COLAPRICO, La strategia del gambero, Feltrinelli
¤ MAURIZIO DE GIOVANNI, Il purgatorio dell’angelo, Einaudi
¤ FEDERICA DE PAOLIS, Notturno salentino, Mondadori
¤ ANDREA FAZIOLI, Gli svizzeri muoiono felici, Guanda
¤ PATRICK FOGLI, A chi appartiene la notte, Baldini+Castoldi
¤ LEONARDO GORI, L’ultima scelta, Tea
¤ GIORGIA LEPORE, Il compimento è la pioggia, E/O
¤ DAVIDE LONGO, Così giocano le bestie giovani, Feltrinelli
¤ ENRICO PANDIANI, Polvere, Dea Planeta
¤ LUCA POLDELMENGO, Negli occhi di Timea, E/O
¤ PIERGIORGIO PULIXI, Lo stupore della notte, Rizzoli
¤ PAOLO ROVERSI, Cartoline dalla fine del mondo, Marsilio
¤ PASQUALE RUJU, Stagione di cenere, E/O
¤ STEFANO TURA, A regola d’arte, Piemme
¤ ILARIA TUTI, I fiori sopra l’inferno, Longanesi
¤ FRANCO VANNI, Il caso Kellan, Baldini+Castoldi
¤ VALERIO VARESI, La paura nell’anima, Frassinelli
¤ MARIOLINA VENEZIA, Rione Serra Venerdì, Einaudi
¤ MIRKO ZILAHY, Così crudele è la fine, Longanesi