“Il confine” di Giorgio Glaviano

Giorgio Glaviano
Il confine
Marsilio, 2019

All’inizio, la sparizione dei tre ragazzi era sembrata una bravata. Luca Mosca, Sergio Bai e Adele Scola erano tre adolescenti. I due maschi avevano già diciott’anni, lei sedici. Tutti e tre di Siena. Tutti e tre figli di famiglie benestanti.
Un rave in piena Maremma.
E invece… un mese dopo i due ragazzi vengono ritrovati, feriti e torturati, in un casale vicino a Velianova, un paesino della Maremma. Le ricerche della ragazza scomparsa conducono poco dopo a una ancor più macabra scoperta. A investigare, il gelido capitano Rio e la sua squadra, giunti appositamente in supporto dei tre scalcinati Carabinieri della locale stazione. I tre sono Genovese, Semeraro e Meda: quest’ultimo è uno “scarto” della Benemerita, un ex Capitano dei CC caduto in disgrazia, degradato al ruolo di Carabiniere semplice e spedito in punizione da Milano in quello sperduto borgo maremmano.

Per uno cresciuto nella periferia di Torino e abituato a pattugliare le foreste di palazzi e i prati di asfalto di Milano, quel panorama era un incubo a occhi aperti. Qualcosa di insensato. La gente diceva che la Maremma era bella, vedute mozzafiato e pace. Per lui era solo chilometri di nulla che non serviva a niente e non portava da nessuna parte. Le città significavano qualcosa. Quel posto no.

Qua Meda sta scontando la sua punizione e facendo i conti con i suoi fantasmi. Perché la sua è una vera e propria mania, una irrefrenabile e distruttiva dipendenza dal sesso a pagamento che lo porta, nei momenti più impensati, a cercare una prostituta per consumare rapidi e insoddisfacenti amplessi. Questa furia autolesionista ha distrutto il suo matrimonio con Valentina, rimasta a Milano, e lo ha portato a indebitarsi con una banda di strozzini dell’Est che adesso chiedono – con modi molti spicci – la restituzione del dovuto.
Per ripagare il debito, Fabio Meda si inventa un secondo lavoro: la guida per appassionati delle scene del crimine. Con la collaborazione del pugliese-napoletano Treanni, mette su un sordido giro di turisti del morboso. In questo modo spera di raccogliere la somma per riscattare se stesso ed evitare che venga coinvolta la ex moglie.
Ma qualcosa va storto: Nevena Nikolajeva, bulgara, trentaquattro anni, ha scoperto il suo “secondo lavoro” e lo ricatta. Non vuole soldi, ma vuole che Fabio la aiuti a trovare l’Orco di Velianova – così è stato ribattezzato l’autore del rapimento di Luca, Sergio e Adele – perché, ne è convinta, la stessa persona ha fatto sparire anche sua sorella Irina, più o meno nelle stesse date dei tre ragazzi. Nevena ha denunciato la scomparsa, ma i Carabinieri pensano che Irina sia scappata con Vassily, un poco di buono che frequentava. Nevena ha un’altra teoria. Fabio all’inizio è scettico, ma poi l’istinto del segugio lo porta a seguire le tracce fino a un lussuoso resort immerso nel verde…
Tenuto ai margini dell’indagine sull’Orco, Fabio Meda si muove per i fatti suoi, sperando di riscattarsi agli occhi dei superiori e di se stesso. Ma le buone intenzioni a volte non bastano… soprattutto quando il caso sembra risolto per le vie ufficiali. Sarà davvero così?

Il confine è un noir serrato e violento, che procede per vie tortuose e impervie come le strade dei boschi maremmani in cui è ambientato, fino all’immancabile colpo di scena finale. È il ritratto amaro di un uomo distrutto e di una società allo sbando, con una piccola speranza di redenzione finale.

Giorgio Glaviano è nato a Palermo nel 1975. Lavora come sceneggiatore per il cinema e la tv. Ha pubblicato due saggi sulla serialità americana e il romanzo Sbirritudine (Rizzoli 2015). Giorgio Glaviano sarà ospite di UmbriaLibri.

Ora su Netflix: La vita dopo i figli

La vita dopo i figli (Otherhood)
Regia di Cindy Chupak
Con Patricia Arquette, Angela Bassett, Felicity Huffman
USA, 2019
Su Netflix dal 2 agosto 2019

Deliziosa commedia generazionale con un cast brillante, La vita dopo i figli è la storia di tre amiche che, nel giorno della festa della mamma, scoprono di essere state “dimenticate” dai rispettivi figli, troppo assorbiti dalla vita newyorkese. Decidono così di salire in macchina e andare a trovarli senza preavviso, piombando nelle loro case e nelle loro vite, di cui sanno poco o nulla.
La vedova Carol si piazza in casa del figlio Matt, un brillante laureato che spreca il suo talento per una rivista “di massa” e ha storie fugaci (mentre la madre, nemmeno a dirlo, vorrebbe vederlo sistemato con una brava ragazza).
Gillian si è convertita all’ebraismo per amore del padre di Daniel, aspirante scrittore senza successo, il quale è innamorato di una parrucchiera che alla madre non piace anche perché… non è ebrea.
La nevrotica “divorziata e risposata” Helen è la madre di Paul, al quale non perdona i buoni rapporti che il ragazzo ha mantenuto col padre.
Le tre donne dovranno ragionare sul ruolo madre-figlio quando entrambi sono adulti, e sul fatto che non sempre i figli hanno le stesse aspirazioni dei genitori. Ma se i tre giovani uomini hanno i loro segreti, e le loro legittime recriminazioni, la vera evoluzione sarà quella delle tre donne: non solo devono fare i conti con tutto ciò che non hanno capito, ma dovranno ricordarsi del loro passato dimenticato, di ciò che erano prima e a prescindere dai figli, delle bugie che per anni si sono raccontate per mandare avanti la famiglia.
La gita a New York sarà l’occasione chiudere con il passato e aprirsi a un sereno, luminoso futuro.
Apprezzabilissima l’idea di dare un tocco di leggerezza a tre donne alle prese con i bilanci della mezza età. Carol, Gillian ed Helen sono allegre, mature, pronte a  mettersi in discussione e a reinventarsi. Con equilibrio ed energia.
Finalmente anche a Hollywood si sono accorti che c’è vita oltre i cinquant’anni…

Da vedere, magari con le amiche. Qualcuno porti il bourbon!

 

“Gennaio di sangue” di Alan Parks

Alan Parks
Gennaio di sangue (originale Bloody January, 2017)
Bompiani, 2019
Traduzione di Marco Drago

Glasgow, 1 gennaio 1973. Il trentenne (tra un giorno) detective Harry McCoy viene “convocato” nel carcere di Barlinnie dal detenuto Howie Nairn per una soffiata: l’indomani una certa Lorna verrà uccisa. La segnalazione è talmente generica che McCoy decide di ignorarla e si rifugia da Janey, giovane prostituta, per un festino privato a base di sesso, alcol e canne. Al risveglio, però, per scrupolo di coscienza inizia a cercare Lorna, che forse fa la cameriera in un ristorante di lusso. Troppo tardi: Lorna Skirving viene uccisa, proprio davanti agli occhi di McCoy, dal giovane Tommy Malone, che immediatamente dopo si suicida. E poco dopo anche Nairn viene rinvenuto cadavere nelle docce della prigione. A McCoy non resta che indagare, affiancato da Wattie Watson, una nuova recluta.

Nel 1973 Glasgow era molto diversa da come appare oggi:

Paddy’s Market si trovava sotto gli archi della ferrovia, giù lungo il Clyde. Era il mercato di quelli che non potevano nemmeno comprare le scarpe ai loro bambini, di quelli che a cena mangiavano pane e marmellata o un sacchetto di patatine quando gli andava bene. Glasgow ne era ancora piena, per loro non c’erano palazzoni né TV a colori prese a nolo. Era lì che si ritrovavano tutti i venerdì a vendere e comprare biscotti rotti in sacchetti di plastica, tendine di tulle strappate, qualsiasi cosa. Paddy’s Market era una specie di grande magazzino distorto: non c’era niente che non potessi trovare, e niente che volessi comprare“.

E poi ci sono le zone di lusso:

Park Circus faceva parte di una serie di grandiosi edifici edoardiani costruiti su una collina sopra Kelvingrove Park. Per Glasgow erano insoliti, sarebbero andati bene a Edimburgo. Era una zona elegante, ville a schiera per ricchi, uffici di avvocati e banchieri, un paio di hotel.

La microcriminalità e la corruzione dilagavano. La città era buia, sporca, povera, piena di gente disperata e di contraddizioni. Ecco perché lo scrittore scozzese Alan Parks ne ha fatto l’ambientazione ideale per la serie noir del detective Harry McCoy, con la quale aspira a essere “Il James Ellroy di Glasgow“.
Gennaio di sangue non è un “whodunnit”, è un “whydunnit”: non c’è una ricerca del colpevole ma una ricerca sul movente. Il caso potrebbe riguardare pratiche sessuali inconsuete, uno scenario allora inedito. McCoy è un buon detective ma è anche un disperato, un borderline in bilico tra sanità e follia. Beve, fuma, non disdegna le amfetamine, ha un dramma familiare alle spalle (in quel caso il suo capo, Murray, lo difese, stavolta chissà) e un debito di sangue con Stevie Cooper, violento boss locale.
L’atmosfera è quella degli anni Settanta. Si ascoltano Rod Stewart e David Bowie, in concerto. Si mangia indiano (dhansak di pollo, pakora ai funghi, rogan josh di agnello, riso con zafferano, chapatti) e si bevono pinte di birra, nella migliore tradizione.

 

“Ninfa dormiente” di Ilaria Tuti

Ilaria Tuti
Ninfa dormiente
Longanesi, 2019

Non conosciamo mai veramente noi stessi, né chi abbiamo accanto. Possiamo definirci in molti modi, ma alla fine sono le nostre scelte davanti a un bivio a mostrare chi siamo. O il segreto che nascondiamo.

Seconda prova, dopo il bel Fiori sopra l’Inferno (Longanesi, 2018), per Ilaria Tuti e per la sua protagonista, il commissario Teresa Battaglia, di stanza in Friuli.
Al centro dell’indagine un magnifico dipinto, la Ninfa dormiente, sparito da decenni: il ritratto di una donna bellissima, ritrovato fortuitamente dal nipote dell’artista e analizzato da un perito, nasconde un segreto macabro. La Ninfa, infatti, è stata dipinta con sangue umano. La carta è talmente intrisa di cellule (un tempo) viventi da far presumere che chi ha fornito la materia prima per quel ritratto non sia sopravvissuto. Il procuratore Crespi intende indagare, prima di procedere a una quasi certa archiviazione, e affida il caso al commissario Battaglia. La quale combatte in privato contro una diagnosi infausta che, per il momento, tiene nascosta a colleghi e superiori. Non va meglio all’ispettore Massimo Marini, rigido e riservato, alle prese con una paternità che fatica a digerire.
Come se non bastasse, il questore Ambrosini ha avuto un infarto e al suo posto è arrivato Albert Lona: «un professionista spietato. Un poliziotto che non ha mai fatto squadra in vita sua, mai, e che metterà sotto esame la nostra, ogni minuto di ogni giorno che passerà qui. Perché io e lui abbiamo un conto in sospeso ed è venuto a saldarlo».
Si unisce alla squadra, in un anomalo supporto, la strana Blanca Zago, una cercatrice di resti umani, ipovedente, coadiuvata dal cane Smoky.
L’indagine rivela che la Ninfa dormiente ha radici antiche – non il dipinto, vecchio di settant’anni, ma la donna che ha fornito la materia prima per il ritratto. E quindi, perché non interrogare l’autore? Peccato che Alessio Andrian, artista, ex partigiano della Brigata Garibaldi, sia chiuso in un silenzio che dura dal 9 maggio 1945: «Andrian è ancora vivo, ma è ridotto a un vegetale da ormai settant’anni.»
Fece una pausa, prima di continuare, come a dar loro il tempo di prepararsi.
«Non è malato, non lo è mai stato. Non cammina per sua stessa volontà. Non parla per sua stessa volontà. Da settant’anni. Qualunque cosa sia successa dopo aver dipinto la Ninfa dormiente, lui ha deciso di morire vivendo. È una tomba che respira.»
Ovviamente Andrian, il pittore pazzo e misantropo, è il primo sospettato, ma sarà lui l’assassino? E perché? La verità è nascosta nelle pieghe del tempo, forse nei ricordi di una sanguinosa guerra mondiale: Questa era una terra di frontiera, la guerra era al suo culmine più tragico. Non c’era uno Stato, le istituzioni avevano centinaia di migliaia di morti a cui pensare. L’Italia era allo sbando.
Eravamo soli.

Mentre le indagini meticolose, accurate, procedono tra mille difficoltà, i personaggi si muovono in uno scenario vivido e reale. Descrizioni oniriche di un paesaggio fiabesco e inquietante:

Così il sole si era inabissato oltre il cerchio violaceo delle vette e il crepuscolo si era aperto all’oscurità come un fiore notturno. La luce di Venere già rischiarava l’ovest: il suo nome era Lucifero, stella del mattino, e il suo nome era Vespero, stella della sera.
In quel periodo dell’anno appariva nel delta blu cobalto tra due creste.
Sotto la sua luce diafana, i villaggi della valle riposavano addormentati.
Il campanile della chiesa svettava con il tetto di scandole di larice e la rosa dei venti al posto della croce, al di sopra dei profili lanceolati degli alberi.
Oltre i prati, oltre la linea della selva, i passi erano fruscii sommessi nel sottobosco e si accompagnavano al canto di una civetta.
Conoscevano il sentiero che occhi inesperti non avrebbero intravisto, tra ginestre bianche e lillà selvatici. Lungo il pendio diventarono piccoli balzi, fino a quando trovarono la tomba.

si alternano a incontri con chi può essere utile a sciogliere l’enigma, e ogni volta gli incontri si arricchiscono di nozioni non banali di storia, botanica e antropologia.

Ilaria Tuti ha scritto un romanzo elegante e coinvolgente, ricco di emozioni e colpi di scena, complesso ma scorrevole. Una storia “al femminile”, in cui la forza delle donne gioca un ruolo dominante. Ninfa dormiente è una bella conferma d’autore e una piacevole lettura estiva.

Tempus valet, volat, velat.

Concorso letterario “GialloCeresio”, prima edizione al via

La Pro Loco Porto Ceresio e il Comune di Porto Ceresio indicono la prima edizione del concorso letterario internazionale GialloCeresio, composto da due sezioni:
a) romanzi gialli, noir, thriller e polizieschi editi;
b) racconti inediti ambientati sui laghi di genere giallo, noir, thriller e poliziesco.
Il concorso, gratuito, vuole sostenere la scrittura in lingua italiana e promuovere, al contempo, i territori dei laghi, il loro patrimonio ambientale, culturale, architettonico e le loro tradizioni.

Per  la sezione Romanzi
Possono partecipare le opere di narrativa in lingua italiana di autori viventi e maggiorenni, pubblicate tra il 1° gennaio 2017 e il 31 marzo 2019.
La partecipazione è gratuita.

L’opera prima classificata riceverà un premio di Euro 1.500
L’opera seconda classificata riceverà un premio di Euro 700
L’opera terza classificata riceverà un premio di Euro 500
Premio speciale Claudio De Albertis – Giovani Autori di Euro 1.000 per scrittori fino ai 35 anni alla data della pubblicazione
Premio speciale “Laghi” di Euro 300 per il miglior racconto che abbia una ambientazione anche parziale in una località realmente esistente dei laghi prealpini

I romanzi editi devono pervenire entro e non oltre il 15 maggio 2019

Per la sezione Racconti
La partecipazione al concorso è gratuita.
Possono partecipare scrittori che abbiano compiuto i 15 anni di età.
Sono ammessi racconti in lingua italiana inediti e mai pubblicati neanche su web e che devono rimanere inediti fino al termine del concorso e alla data dell’eventuale pubblicazione.
I racconti inediti devono essere ambientati in località di lago realmente esistenti e contenere elementi descrittivi degli stessi.
La lunghezza dei racconti deve essere compresa tra le 20.000 e le 30.000 battute, spazi inclusi.
Sono ammesse più opere dello stesso autore.

L’opera prima classificata riceverà un premio di Euro 500 e sarà pubblicata sulla rivista Writers Magazine Italia
L’opera seconda classificata riceverà un premio di Euro 250
L’opera terza classificata riceverà un premio di Euro 150
Premio speciale Claudio De Albertis – Giovani Autori di Euro 300 per il miglior racconto di autori fino ai 35 anni di età
Premio speciale Porto Ceresio di Euro 200 per il miglior racconto ambientato a Porto Ceresio

Gli inediti devono essere inviati entro il 31 maggio 2019

La premiazione avrà luogo domenica 15 settembre 2019, alle ore 16.30 a Porto Ceresio.
I premi saranno effettivamente attribuiti e consegnati solo se gli autori saranno presenti alla premiazione.
Non sono previsti rimborsi spese.

Per informazioni consultare il sito del comune o scrivere a gialloceresio@gmail.com

Festa Internazionale della Donna: Che cosa significa essere donna a Kabul

Per celebrare la Giornata internazionale della Donna oggi diamo spazio a FREEDA.

FREEDA è nata per per colmare un vuoto di rappresentazione femminile e per accompagnare le nuove generazioni attraverso tutti i cambiamenti sociali che stiamo affrontando nell’epoca più veloce della storia. Superare i pregiudizi e far prevalere ascolto ed empatia non è semplice, ma è quello che cerchiamo di fare dall’inizio: il nostro obiettivo non è proporre un nuovo modello di donna, ma dare voce a tante donne, tutte diverse, che ogni giorno popolano il nostro palinsesto. Raccontare le loro storie è quello che ci permette di celebrare la complessità femminile e di interrogarci, insieme a loro, su che cosa davvero significa femminilità. Nei primi due anni di FREEDA siamo riusciti a farlo in Italia e in Spagna (con notevoli risultati anche in Sud America), raccontando centinaia di vite e vissuti diversi. In occasione della Festa Internazionale della Donna, quest’anno abbiamo deciso di spingerci oltre i confini del mondo occidentale per provare a raccontare che cosa significa essere una donna oggi a Kabul. Lo abbiamo fatto per la prima volta con un film di 30 minuti disponibile sul nostro canale YouTube: Figlie di Kabul.

Perché Kabul? Perché Kabul è il cuore pulsante di tutte le contraddizioni che hanno lacerato la storia contemporanea. Agli antipodi culturali di una New York simbolo del mondo occidentale, è la città che ha ospitato Al Qaida, i talebani, gli eserciti russi, quelli americani, e ora anche le pressioni della Cina. È lì che sono nati gli attentati dell’11 settembre che hanno cambiato il mondo, anche il nostro mondo, per sempre. La nostra ricerca non ha l’obiettivo di raccontare le dinamiche politiche e militari di un territorio così complesso, bensì quello di provare a rispondere a una domanda solo apparentemente semplice: che cosa provano le donne di Kabul, qual è il loro vissuto personale? Per rispondere a questa domanda abbiamo lavorato con Fondazione Pangea Onlus e abbiamo scoperto la storia di una donna, Laila, che non è una su un milione, ma una tra un milione. E abbiamo provato a conoscerla, e a entrare in contatto con lei, senza l’arroganza di proiettare un nostro punto di vista su di lei, ma cercando di ascoltarla e di amplificare la sua voce, in modo che quante più persone possibile possano sentirla. Laila è una donna di quasi cinquant’anni che ha vissuto in prima persona il passaggio dalle libertà dei costumi degli anni ‘70 alla guerra, dalla sharia imposta dai talebani fino alla pace precaria e militarizzata di oggi. È sopravvissuta ai bombardamenti e agli attentati, ma anche alle continue violenze del marito. È riuscita, nonostante tutto, grazie alle sue doti, a ritagliarsi uno spazio all’interno di una società che non lascia spazio alle donne. Non è un Premio Nobel, né un’imprenditrice di successo, non è un’eroina dell’Occidente con origini afgane. È una donna che si alza ogni giorno in una città dove la sua vita non vale niente, e lotta non solo per sopravvivere, ma per consentire a se stessa e alla sua famiglia una vita dignitosa. Per questo è così simile e così diversa da tante donne occidentali.

Laila è una donna forte, granitica, abituata a doversi difendere da tutto e da tutti. È una donna intelligente, che ha sviluppato una sua strategia di sopravvivenza e che l’ha applicata anche nel rispondere a molte delle nostre domande, con l’idea di proteggersi, di sfruttare un’opportunità, di darci quello che si aspettava volessimo da lei. Questa corazza e questa fierezza meritano stima e rispetto. Ma davanti alla camera, ricordando la sua infanzia, il suo matrimonio, la guerra, in qualche modo costretta dal suo stesso racconto a riflettere sulla propria vita, la corazza di Laila ogni tanto si è infranta, e ci ha lasciato intravedere un’emotività potente, universale, umana. Un’emotività che nella sua vita è stata un lusso che deve essersi concessa poche volte per riuscire ad andare avanti, e che per questo abbiamo deciso di mostrare, con quanta più delicatezza possibile, per riuscire a trasmettere un’autenticità altrimenti nascosta. La migliore amica di Laila è Farzanah, sua figlia, nata e cresciuta quando guerra e repressione erano ormai scontate. lI punto di vista di un’altra generazione di donne ci porta dalle violenze della guerra a quelle di una realtà domestica in cui i retaggi religiosi, sociali e culturali che attribuiscono all’uomo il ruolo di padrone assoluto privano le donne di ogni libertà. Farzanah è una donna che ha la stessa forza della madre: è prima una bambina vittima di violenza assistita poi un’adolescente con il coraggio di difendere sua mamma contro il papà. E grazie a questo coraggio riesce a imprimere una svolta alla sua vita.

Che cosa significa, quindi, essere donna a Kabul? Mentre in Occidente discutiamo del maschilismo intrinseco di espressioni come “donna con le palle”, in Afghanistan “essere donna” significa schiavitù, ed “essere uomo” significa potere. Quelli che qui sono diritti acquisiti, là sono incomprensibili privilegi. Laila e Farzanah sono state capaci di lottare per reagire ai contesti più ostili e sono riuscite a cambiare la propria condizione in un mondo in cui le donne non valgono niente. Oggi continuano a uscire di casa senza sapere se torneranno vive la sera, ma grazie anche al sostegno e ai programmi di Pangea Onlus, entrambe oggi lavorano e sono capaci di sorridere. Il desiderio di raccogliere la loro testimonianza ha messo duramente alla prova le persone che hanno lavorato al progetto – a cominciare da Simone Varano, il regista che ha rischiato la vita per girare 48 ore di materiale in 5 giorni – ma se la mission di FREEDA è quella di dare voce alle donne per provare a cambiare in meglio la società, era doveroso da parte nostra almeno il tentativo di far risuonare a un pubblico più ampio le voci di Laila e Farzana: oltre a restituire uno spaccato di vita a Kabul, ci ricordano di non dare mai per scontate le nostre conquista di libertà.

Figlie di Kabul è disponibile sul canale YouTube di FREEDA a partire dall’8 marzo. Co-prodotto da Freeda e Pangea – Regia di Simone Varano – Scritto da Daria Bernardoni, Fabrizio Luisi, Simone Varano – Con Laila e Farzanah – Montaggio di Simone Varano, Giacomo Marchetti – Art direction di Alessandro Arena – Motion Design di Raffaele Amici – Con la collaborazione artistica di Gaia Bernasconi.

Concorso Letterario “Sulle orme di Agatha Christie”

[Ricevo dalla cara Patrizia Debicke e volentieri segnalo]

La Società Umanitaria e le Edizioni Le Assassine promuovono il concorso di scrittura per racconti di genere giallo Sulle orme di Agatha Christie.
Per partecipare occorre essere soci (non temete, costa solo 10 euro ed è per una buona causa).
I partecipanti potranno presentare un solo elaborato, inedito, di loro produzione, scritto in lingua italiana, di lunghezza compresa tra le 25.000 e le 50.000 battute (spazi inclusi).
I racconti dovranno essere inviati via email in Word o Pdf all’indirizzo concorsoingiallo@umanitaria.it entro il 30 giugno 2019. L’oggetto dell’email dovrà essere il titolo del racconto.
Il modulo di iscrizione è scaricabile sul sito (leggete con attenzione come anonimizzare gli elaborati!)

La giuria, che renderà noti i vincitori a fine ottobre e la cui valutazione degli elaborati sarà insindacabile, è composta da:
Patrizia Debicke, scrittrice
Elena e Michela Martignoni, scrittrici
Daniela Pizzagalli, scrittrice e giornalista
Tiziana Elsa Prina, editrice di “Le Assassine”
Mauro Cerana, agente letterario
Franca Magnoni, direttrice Humaniter
Lidia Acerboni, insegnante scrittura creativa
Giuseppe Carfagno, insegnante scrittura creativa

La premiazione avverrà durante la prolusione dei Corsi Humaniter 2019/20 nella sede di Milano.
Saranno premiati i primi tre racconti con la pubblicazione dei medesimi in un volume edito dalle Edizioni Le Assassine. Al primo classificato verrà inoltre offerta l’iscrizione gratuita ai corsi.

I racconti dovranno ispirarsi alle 10 regole stilate nel 1930 dal Detection Club di cui faceva parte Agatha Christie:

Il Detection Club, il prestigioso circolo dei giallisti fondato nel 1930, non si radunava in posti lugubri e terrorizzanti, ma intorno a ricche tavole imbandite. Nei loro romanzi, i suoi membri s’impegnavano ad attenersi a dieci precise regole, giurando su Eric, un teschio autentico, mascotte del club.

  1. Il criminale dev’essere un personaggio che compare nella prima parte della storia, ma al lettore non devono essere esplicitati i suoi pensieri.
  2. Non sono ammessi eventi soprannaturali o paranormali.
  3. Non sono permessi più di una stanza o di un passaggio segreto.
  4. Non è concesso l’uso di veleni fin qui sconosciuti, né di strumenti che richiedano alla fine una spiegazione scientifica troppo lunga.
  5. Nessun cinese deve apparire nella storia. (N.B.: all’epoca tutti i mysteries di massa avevano sempre un cinese nella trama. Questo significa che gli scrittori devono evitare i clichés).
  6. Nessun evento casuale deve arrivare in soccorso dello scrittore né questi deve avere un’intuizione inspiegabile che risulti poi corretta.
  7. Non può essere il detective colui che commette il crimine.
  8. Il detective non può scoprire un indizio che non sia all’istante presentato anche alla verifica del lettore.
  9. L’amico stupido del detective non deve celare i pensieri che gli passano per la mente: la sua intelligenza deve essere leggermente, ma molto leggermente, al di sotto della media del lettore medio.
  10. I gemelli o i sosia non dovrebbero apparire nella storia, a meno che non siano stati debitamente introdotti fin dall’inizio.

Come torrenti di pioggia (vintage)

Annamaria Fassio
Come torrenti di pioggia
Fratelli Frilli editori, 2006

Come torrenti di pioggia è un romanzo completamente diverso dai precedenti della stessa autrice.
La vicenda prende spunto da un episodio realmente accaduto a Genova, la strage di via Fracchia. Il 28 marzo 1980, durante un blitz dei carabinieri del generale dalla Chiesa in un covo Br, restarono uccisi quattro brigatisti rossi: Anna Maria Ludman, Riccardo Dura, Lorenzo Betassa e Pietro Panciarelli. La dinamica dei fatti è violenta e controversa: in meno di un minuto i terroristi erano morti. Per quattro giorni ai magistrati non fu consentito entrare nel covo.
Ma l’episodio è solo uno spunto: “Io non volevo raccontare ‘la verità, ma mi sono basata su una suggestione molto forte per raccontare Antonia, le sue motivazioni, il suo rapporto con la famiglia”.
La vicenda è narrata attraverso la voce di Emma, sorella della brigatista Antonia. Nel libro dalla Chiesa è Colasanti, un colonnello del SID, un bell’uomo sanguigno che a suo modo cerca la verità. Gli fa da contraltare il giornalista Lombino (il cui nome è un omaggio al compianto Ed McBain, che la Fassio considera suo maestro). Tutti, a modo loro, cercano la verità, ma man mano che si va avanti sono costretti a scontrarsi con una realtà scomoda che fa venir meno le loro certezze.
Scritto nel 1999, Come torrenti di pioggia ha origine da una vecchia suggestione nata in un periodo storico, quello del terrorismo, pieno di fermento e contraddizioni: “In quel periodo Forleo cercava di promuovere la nascita del sindacato di Polizia, nascevano Magistratura Democratica e il sindacato della scuola. Ma a fianco di questi cambiamenti sociali c’erano le Brigate Rosse. Quando gambizzarono Castellani, del PCI, quando venne ucciso Guido Rossa, tutti si sentirono nel mirino. E i terroristi vennero emarginati, perché la gente comune non capiva, non ne condivideva metodi e finalità”.
Impossibile non notare come Genova, negli ultimi anni, sia diventata terreno di coltura per numerosi giallisti. Come mai? “È una città che si presta a fare da sfondo ai misteri e all’intrigo. Ci sono vicoli strettissimi, un po’ tipo casbah. Colline e montagne piene di funicolari e ascensori. Poi il porto: il clan dei marsigliesi, i traffici dell’angiporto.”. Soprattutto dopo il G8, poi, è nata una forte riflessione sul ruolo del giallista e della narrativa di genere come forma di denuncia. La denuncia sociale, già presente nei noir americani degli anni ’40-’50, in Come torrenti di pioggia prende la forma di una coscienza critica dei personaggi che riflettono sulla problematica, sempre attuale, dell’uso e abuso del potere.
Il risultato è un romanzo psicologico drammatico e, ovviamente, senza lieto fine, ricco di spunti di riflessione. Un pezzo di storia contemporanea, romanzato e avvincente ma molto realistico.
Per non dimenticare.

Annamaria Fassio, nata a Genova, appassionata di letteratura, cinema e musica, è nota ai lettori per la serie di Maffina e Franzoni pubblicata nei Gialli Mondadori. Vincitrice del Premio Tedeschi 1999 con Tesi di Laurea, ha poi pubblicato I delitti della casa rossa, Biglietto di sola andata, Una città in gabbia, Povera Butterfly e Maria Morgana. Dopo Come torrenti di pioggia sono usciti Una vita in prestitoI giorni del minotauroShanghai, GangsterSantiago 544 (Segretissimo Mondadori, 2010) e, tutti con Il Giallo Mondadori, Di rabbia e morteTerra bruciataControcorrenteL’oro di SarahLa morte e l’oblioDonne da uccidere.

Seven (vintage)

AA. VV.
7-Seven
21 storie di peccato e paura
A cura di Gian Franco Orsi
Piemme, 2010
Antologia

Qual è il vizio capitale che vi contraddistingue? O, al contrario, quello che sentite totalmente alieno da voi e stigmatizzate di più? Ventuno scrittori italiani hanno risposto all’appello di Gian Franco Orsi, storico curatore della collana del Giallo Mondadori e da qualche anno attivo coordinatore di antologie a tema.
Il risultato è 7-Seven, rassegna dei sette peccati capitali a ciascuno dei quali sono dedicati tre racconti. Perfetti nella loro compiuta diversità, ironici, tristi, crudeli, i racconti sono al tempo stesso lo specchio del noir italiano e la cartina al tornasole dei loro autori.
Ognuno fedele al suo stile e al tema, alla fine del racconto spiegano anche perché hanno scelto quel particolare vizio. Per simpatia o antipatia, perché ammettono di esserne afflitti o, al contrario, lo aborrono e lo scansano.
Alcuni hanno mantenuto temi e personaggi dei loro romanzi: Elisabetta Bucciarelli, Ben Pastor, Alan D. Altieri, Leonardo Gori. Altri hanno “dimenticato” l’ambiente di elezione per spostarsi su un argomento diverso: ad esempio Giulio Leoni si è spostato sull’hic et nunc.
Segnalo, per la particolare ironia, Campo di rieducazione alimentare di Diego Zandel e il feroce La superbia del poeta di Claudia Salvatori (ma più d’uno, devo dire, non ha perso l’occasione per lanciare qualche strale verso il mondo dell’editoria: Diana Lama, ad esempio, non è stata certo tenera con gli agenti editoriali…).
Da brava ipocondriaca emotiva, leggendo i racconti mi sono riconosciuta in ognuno dei vizi dipinti. L’ira, prima di tutto. (Beh, caro amico, ho sempre sospettato che chi è soggetto a improvvise esplosioni di rabbia è spesso una persona molto insicura. Una persona che teme di non essere amata abbastanza o di non essere presa sufficientemente sul serio. Ti arrabbi perché vuoi essere considerato, vuoi che gli altri si accorgano di te, che modifichino il loro comportamento a causa tua. In altre parole, vuoi che ti venga attribuita importanza. Vuoi sentirti importante., scrive Giancarlo Narciso). L’accidia. Magari l’invidia no, non del tutto, ma leggendo mi è venuto qualche dubbio. La gola? Uuuh… Superbia non ne parliamo. Avarizia non mi pare, però chissà. Lussuria – come dice Perissinotto – anche, ma per difetto.
Se il vizio di polemizzare fosse considerato l’ottavo peccato capitale, ecco, io sto per commetterlo. Di 7-Seven ha parlato anche Valerio Evangelisti su Carmilla. Nonostante il preambolo lusinghiero, l’ha però definita operazione di “vetrina” e soprattutto ha notato – mi sembra in modo non positivo – la differenza di stili e la mancanza di collante (?). In sintesi, Evangelisti imputa all’antologia la “colpa” di aver perso l’occasione per individuare e definire le caratteristiche omogenee del genere.
Per fortuna, dico io. Intanto perché questo estremo bisogno di categorie ed etichette sta penalizzando tutti, soprattutto noi lettori. Poi perché un’antologia non è un saggio, non ha il compito di sistematizzare. In generale, si legge per riflettere, per imparare, per divertirsi. Tutto il resto sono notazioni accademiche superflue per i più, temo.
Io amo le storie, le trame, l’ingegno. Le riflessioni, i personaggi, i dialetti. I punti di vista diversi dal mio. E non mi importa – davvero, non mi importa – sapere se sono gialli, noir, genere, mainstream o che altro. Mi importa che mi abbiano tenuto compagnia per qualche ora, sotto il sole, che mi abbiano fatto sorridere e preoccupare, intristire e sperare.

Mi auguro che lo stesso valga per voi.

Senza luce di Luigi Bernardi (vintage)

Luigi Bernardi
Senza luce
Perdisa Pop, 2010

Folgorante potenza del buio… Senza luce è il racconto di poche, circoscritte ore notturne in un piccolo borgo. Su questo palcoscenico oscuro, letteralmente senza luce, perché l’erogazione di corrente elettrica è stata interrotta per permettere alle forze dell’ordine di stanare un pericoloso cecchino, le persone iniziano a comportarsi in maniera strana, manifestando paure, ricordi, desideri perversi e repressi: un microcosmo apparentemente ordinato che va irrimediabilmente a rotoli.

C’è Federica, infermiera, che accoglie con un misto di sospetto e sollievo l’intervento del vicino di casa. C’è il suddetto vicino di casa, Mario, un personaggio sgradevole in pensieri, parole, opere e omissioni (ma quando arriva la catarsi, Dio che liberazione…). C’è Umberto, prof universitario pretenzioso, insieme ai suoi due orribili figli: una triade tirannica che ha fagocitato la personalità di Giuliana. Nel buio, la donna scoprirà che l’istinto materno non è eterno. C’è Loretta, la barista, che forse scopre l’amore. E poi Ivano, Guidino, il dottore…

C’è, in realtà, un unico vero omicidio – camuffato da morte naturale, ma intenzionale.

Poi c’è Domenico, lo scrittore. Che pensa che uno scrittore non ha il compito di cambiare il mondo ma di raccontarlo, e che però non racconta più storie perché da quando Anna è morta non c’è nessuno che ascolti. Per uscire da questo loop, alla fine sceglie l’alternativa…

Senza luce è sintesi allegorica di una società che ha perso i punti di riferimento, della catastrofe dentro e fuori di noi, delle incertezze, delle paure, degli errori. Dimostra – se ce ne fosse bisogno – che il nesso di causa-effetto, a cui tante volte ci affidiamo per cercare di mantenere il controllo delle nostre vite, è in realtà pura astrazione, perché le cose accadono indipendentemente da ciò che vogliamo.

Scrittura essenziale, tensione che nasce dalla verosimiglianza della situazione, personaggi che si muovono in un limbo amniotico, primordiale, spontaneo. Luigi Bernardi non ha certo bisogno di provare nulla o di convincere alcuno della sua bravura. Probabilmente non ha nemmeno bisogno della mia approvazione, lui che sta una spanna sopra i best sellers italiani. Ma io lo dico lo stesso, perché l’evidenza non è tale finché non si dichiara palesemente: Senza luce è un gran bel romanzo. Un noir, per inciso, ma sarebbe riduttivo parlarne in termini di narrativa di genere. È un romanzo in cui si “respira” l’inquietudine superficiale e sotterranea dei nostri anni.
Una prova d’autore di razza, un punto di riferimento per chi oggi aspira a scrivere.

(Oggi sarebbe stato il compleanno di Luigi Bernardi. Ovunque tu sia, Luigi, auguri)