Sesta edizione per il “Premio GialloLuna NeroNotte”

L’associazione culturale Pa.Gi.Ne. (organizzatrice del Festival letterario GialloLuna NeroNotte), in collaborazione con Il Giallo Mondadori, ripropone anche per il 2018 il concorso letterario per il miglior racconto giallo, thriller e noir, giunto alla sua 6 edizione consecutiva.

Una collaborazione di rilievo che avvalora e fornisce ancora maggior prestigio al concorso, soprattutto perché il racconto vincitore verrà premiato durante la 16ª edizione del festival (in programma a ottobre 2018) direttamente dalle mani del direttore editoriale de Il Giallo Mondadori, lo scrittore Franco Forte, e perché sarà successivamente pubblicato nella rinomata collana.

Come termine ultimo per presentare i racconti inediti è stata fissata la data del 30 giugno 2018.

Il Premio è aperto a tutti i cittadini europei. I racconti devono essere inediti, scritti in lingua italiana e ambientati in Italia. La lunghezza massima delle opere deve essere di 20 cartelle dattiloscritte (ogni cartella è intesa di 35 righe e 55 battute, per un massimo di 2.000 battute per cartella).

I racconti devono essere inviati in busta chiusa e in 5 copie ciascuno al seguente indirizzo postale:
“Premio GialloLuna NeroNotte”
c/o Associazione culturale Pa.Gi.Ne.
via Corezolo 47
48121 Ravenna.

Contemporaneamente una copia, in formato pdf, andrà inviata all’indirizzo di posta elettronica: gialloluna@racine.ra.it.

All’interno della busta con i racconti, i concorrenti devono inserire, ritagliato in originale, il Certificato di Partecipazione (CdP), che si trova nelle ultime pagine de “Il Giallo Mondadori”.

Una pre-giuria esaminerà i racconti partecipanti.

La giuria finale – composta da Franco Forte (Direttore editoriale de “Il Giallo Mondadori”) residente della giuria, Nevio Galeati (Presidente associazione Pa.Gi.Ne., Direttore artistico di GialloLuna NeroNotte), Annamaria Fassio (scrittrice) – stabilirà il vincitore assoluto

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria del Premio:
gialloluna@racine.ra.it
335.6485088

Ufficio stampa GialloLuna NeroNotte 

L’uomo di gesso di C.J. Tudor

C.J. Tudor
L’uomo di gesso
Rizzoli, 2018

Orfani di Stranger Things e Dark, estimatori di Stephen King, gioite. È arrivato il primo caso editoriale del 2018: L’uomo di gesso, romanzo d’esordio di C.J. Tudor, effervescente scrittrice inglese.

1986: un gruppo di amici, 11-12 anni, si gode sei settimane di vacanze estive. Sono Ed Adams, Gav la Palla, David Hoppo Hopkins e Mickey Metallo Cooper. Vivono in Inghilterra, ad Anderbury, cittadina rurale e tranquilla. A loro si unisce Nicky, la rossa figlia del reverendo Martin. Quell’estate resterà memorabile per alcuni avvenimenti: l’incidente al luna park, la festa di compleanno di Gav, il bullismo ai danni di Ed (provvidenziale l’intervento del signor Halloran, un professore albino appena giunto in paese), i silenzi e le tensioni a casa di Ed, la disgrazia di Sean (fratello maggiore di Mickey), infine la scoperta di un cadavere smembrato.

2016: Gav (in sedia a rotelle fin dai 17 anni) gestisce il vecchio pub di famiglia, Hoppo fa l’idraulico e bada alla madre malata, Eddie (voce narrante) è un apatico e solitario prof di scuola che divide la vecchia casa con la giovane, spumeggiante coinquilina Chloe. Loro sono rimasti a Anderbury, Mickey ha fatto carriera come pubblicitario ma adesso è tornato e vuole scrivere un libro: sostiene di conoscere la verità sugli accadimenti dell’estate dell’86. Contatta gli amici ma, prima di poter rivelare cosa ha scoperto, muore. Tocca a Ed ricostruire i fatti. Da solo, perché anche la giovane coinquilina Chloe sparisce…

Molti i richiami kinghiani: il gruppo di amici preadolescenti un po’ ingenui, il luna park, i sogni, “l’uomo di gesso” (gli omini stilizzati, un colore diverso per ciascun ragazzo, sono il sistema di comunicazione criptata ideato dal gruppetto per darsi appuntamento). E poi segreti, molti segreti. La netta spaccatura tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi, una distanza comunicativa incolmabile.

Ci sono le musiche degli anni Ottanta, i sogni, i rimpianti, la paura di invecchiare male (come è accaduto al padre di Ed e alla madre di Hoppo), la solitudine, la forza di un legame ritrovato, un sorprendente finale.

L’uomo di gesso è coinvolgente, avvincente e merita senz’altro il successo che sta avendo. Se non vi fidate di me, fidatevi di uno che ne capisce:

La stringata biografia sul sito dell’editore dice solo che C.J. Tudor (nella foto in basso con Andrew Scott: il Jim Moriarty di Sherlock ha prestato la sua voce all’audiolibro nella versione originale, The Chalk Man) vive a Nottingham, Inghilterra, con il partner e una figlia di tre anni. Ha lavorato come copywriter, presentatrice televisiva, doppiatrice e dog sitter. È elettrizzata all’idea di poter fare la scrittrice a tempo pieno e rincorrere cani bagnati su campi fangosi non le manca molto. The Chalk Man è il romanzo d’esordio.

La ragazza della porta accanto di Jack Ketchum (in memoria di Dallas Mayr)

Jack Ketchum
La ragazza della porta accanto
Gargoyle
Traduzione di Linda De Luca
Attualmente non in commercio

Una settimana fa Stephen King ha dato notizia della morte di Dallas Mayr. Così ho ripescato dai cassetti della memoria un post di una decina di anni fa. 


Jack Ketchum (pseudonimo di Dallas Mayr) ha scritto The girl next door nel 1989 (anno in cui è stato pubblicato negli Stati Uniti), ma il romanzo è uscito in Italia solo nel 2008, pubblicato dall’editore Gargoyle. Gargoyle è (era?) specializzato in horror e in effetti La ragazza della porta accanto è un romanzo dell’orrore nel senso più vero del termine: non fantasmi, vampiri e grand-guignol, ma l’orrore della vita reale. Pur essendo un romanzo dell’orrore nel senso sopra spiegato, Ketchum non indugia in descrizioni sanguinose e morbose.

Basato su una storia realmente accaduta nel 1965, La ragazza della porta accanto racconta, attraverso gli occhi e la voce del piccolo David, la storia di Meg, quindicenne orfana data in affidamento, insieme alla sorella minore Susan, alla famiglia di Ruth, una lontana parente.
Siamo negli anni Cinquanta, provincia americana. Ruth vive sola con tre figli maschi ed è molto amata dai ragazzini perché li tratta da pari a pari, permette loro di fumare e bere birra e parla delle “cose della vita” con molta disinvoltura. Ma il divorzio l’ha incattivita confronti del mondo e l’arrivo delle sorelle Loughlin scatenerà la sua rabbia repressa. Ruth cerca dapprima di umiliare Meg, adolescente bella e orgogliosa, ma non riuscendo a piegarla inizierà a seviziarla selvaggiamente, facendo partecipare al gioco anche i figli e gli amichetti. David rimane spettatore: da un lato ha sempre ammirato Ruth, che è parte del suo mondo infantile, e non riesce a comprendere il motivo del cambiamento della donna, dall’altro lato prova attrazione per Meg e vorrebbe, lui dodicenne, proteggerla.

Finale toccante (più nel libro che nel film, tra l’altro).

Una curiosità: Dallas Mayr (prolifico scrittore di horror, più volte vincitore del Bram Stoker Award) ha mutuato il suo pseudonimo da Jack Ketch, boia della corte inglese famoso per il suo sadismo.

Dal libro è stato tratto l’omonimo film nel 2007.

Primo venne Caino di Mariano Sabatini

Mariano Sabatini
Primo venne Caino
Salani, 2018

Purtroppo il male che ci sforziamo d’ignorare di solito scava ferite più profonde.

Città rovente, Roma, l’estate scorsa. Un assassino circola indisturbato: il Tatuatore (nome bizzarro: in realtà rimuove dai corpi delle sue vittime brandelli di pelle decorati da tatuaggi). Indagano i Carabinieri; uno di loro, il Maggiore Walter Sgrò, chiede collaborazione informale a Leo Malinverno, inviato speciale e cronista d’assalto, per far trapelare la notizia sui quotidiani e avvisare la popolazione. Ma il direttore del Globo Pietro Orefice ha avuto un malore, al suo posto c’è l’infido vice Lembo che nega a Malinverno la possibilità di far uscire il pezzo. Così il nostro apre il suo blog personale e inizia a caricare le informazioni di cui dispone, suscitando l’interesse delle maggiori testate. L’assassino intanto continua a mietere vittime, apparentemente senza un perché…

Dopo l’esordio in L’inganno dell’ippocastano, torna in libreria Leo Malinverno, affascinante giornalista sulla cresta dell’onda. Stavolta alle prese con un momento particolarmente difficile: l’afa che non dà tregua, il caso del giorno, una storia d’amore che non decolla, il ritorno inaspettato del padre, il lavoro improvvisamente precario e la malattia di una cara amica. Sullo sfondo ancora Roma, una Roma molto attuale, sporca e desolante, con occasionali puntate esterne nel rifugio di montagna, all’Isola Sacra, sul lago Trasimeno e anche a Bologna.
In un vortice affastellato di protagonisti e comprimari vecchi e nuovi, Malinverno tenta di districarsi come può. Ed eccolo muoversi tra l’esuberante Arrigo, la giovanissima e frizzante Eimì, il brigadiere Lucia Simoncini, l’ottima Carla, i nuovi contatti di lavoro e le vecchie conoscenze. Qualcosa andrà a buon fine, qualcosa no… Anzi, volendo fare un bilancio, a questo giro il giornalista esce sconfitto su più fronti. Riuscirà a trasformare i fallimenti in opportunità?

«Nessuno ci insegna a riconoscere la felicità, ecco cos’è. Non sappiamo capire da che parte ci può venire la felicità né sappiamo come afferrarla e tenercela».
«Che significa?»
«Ci facciamo tante riserve mentali, ma dovremmo soltanto cercare di essere felici. Ovunque e con chiunque ci prospetti questa eventualità, e dovremmo anche essere grati del privilegio che ci viene accordato».

In terza fissa, Malinverno legge I Buddenbrook per dormire, ascolta musica anche classica, cucina bene per gli amici e mantiene la linea con la corsa nei parchi. In corsivo i pensieri dell’assassino.

Mariano Sabatini, romano, giornalista, qualche anno in più di Malinverno, ha iniziato due anni fa la fortunata serie gialla di Leonardo Malinverno, cronista romano che si muove con disinvoltura fra le pieghe della città eterna, a suo agio sia nei salotti dei vip che nelle periferie. L’inganno dell’ippocastano ha vinto il premio Flaiano e premio Romiti. Madrine di eccezione di Malinverno sono Barbara Alberti e Enrica Bonaccorti, ammaliate dal giornalista-viveur.

Malinverno c’est moi: Malinverno odia l’estate, Roma afosa e torrida e senza ombre” dice Sabatini. “Tutto ciò che si scrive è autobiografico ma non in senso letterale: chi scrive è un recettore di storie – anche – altrui”.

Secondo Barbara Alberti, “in questo romanzo il nero scorre parallelo perché qui il vero giallo è la vita. Malinverno è nemico di se stesso, è amato da una giovane donna ma non riesce a ricambiarla. Malinverno è un solitario, teme che questa donna rompa i suoi equilibri che poi, invece, sono comunque rotti dal padre. Un uomo incasinato, anaffettivo e un po’ approfittatore che invade anche la sua privacy”.

Enrica Bonaccorti invece, partendo da un passaggio del libro (a proposito del gran rifiuto di Malinverno ad andare in tv per commentare gli omicidi nei programmi di intrattenimento) parla del tema della responsabilità nella comunicazione.

Insomma, ce n’è abbastanza per convincere vecchi e nuovi lettori.

 

L’uomo del labirinto di Donato Carrisi

Non esiste azione umana che non lasci tracce.
Specie se si tratta di un atto criminale.
La lezione rientrava a pieno titolo nell’addestramento di ogni investigatore privato. Anzi, si poteva dire che il mestiere si basava proprio su questo semplice assunto, che faceva il paio con un’altra regola aurea.
Non esiste il crimine perfetto, esiste solo l’indagine imperfetta.
Ecco perché, fra i pochi fallimenti della carriera di Bruno Genko, il caso Andretti rappresentava forse il più clamoroso. Perché lui, per tutto quel tempo, era arrivato addirittura a dubitare che ci fosse un rapitore.
Il trucco più riuscito del mostro era stato convincere tutti che lui non esisteva.

Caldo torrido, scenario apocalittico: in un tempo e luogo imprecisato si muove Bruno Genko, investigatore privato in pessima forma. Prima di morire, Genko vuole sapere che cosa è successo a Sam, Samanta Andretti, la ragazza sopravvissuta a 15 anni di prigionia. Sparita mentre andava a scuola una mattina, ritrovata sul ciglio di una strada, dopo una telefonata anonima, nuda e con una gamba rotta.

Il dottor Green la sta aiutando a recuperare la memoria. Ma Samanta ricorda poco o nulla della sua prigionia. E Genko non ha tempo. Deve trovare un rapitore mascherato, l’uomo del labirinto, perché così aveva promesso ai genitori di Sam, che lo avevano ingaggiato ai tempi del rapimento per ritrovare la figlia. E forse anche per un altro motivo, un motivo che lui solo conosce e che si cela in una camera d’albergo. Un aiuto insperato gli arriverà dal Limbo, la sezione scomparsi della polizia che avevamo già conosciuto in altri romanzi di Donato Carrisi. E così, tra citazioni e autocitazioni, la storia corre veloce verso un amaro finale che lascia aperti molti interrogativi.
Come nei precedenti romanzi, la vicenda principale prende le mosse da un celebre caso di cronaca e poi “cammina” per la sua strada. L’uomo del labirinto è un ottimo “interludio” che sviluppa temi e personaggi già visti e li prepara per l’inevitabile seguito.
Donato Carrisi
L’uomo del labirinto
Longanesi, 2017

Il cielo è un posto sulla terra di Åke Edwardson (2012)

Åke Edwardson
Il cielo è un posto sulla terra
Baldini Castoldi Dalai, 2012
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima

Al commissariato di Goteborg ci sono due indagini in corso: una su alcuni studenti aggrediti nottetempo e severamente percossi, ma non uccisi; un’altra riguarda le denunce presentate da alcuni genitori perché i loro figli (piccoli, in età da asilo) raccontano di un “signore” che li ha portati su una macchina, ha dato loro le caramelle e poi li ha lasciati andare. I piccoli non presentano segni di violenza, tanto che i genitori pensano a qualche invenzione fantasiosa. Ma le denunce si moltiplicano e il commissario Erik Winter, che ha una figlia della stessa età, si allarma…

Se state storcendo il naso di fronte al “solito” crime book svedese, sappiate che è la stessa reazione che ho avuto io quando mi è stato proposto Il cielo è un posto sulla terra. Prima di leggerlo. Durante la lettura ho completamente cambiato idea. Per rassicurarvi, vi dico che Åke Edwardson, sebbene (ancora) sconosciuto da noi, è giunto al decimo romanzo della serie del commissario Erik Winter, che è stato tradotto in 25 Paesi e che gli adattamenti televisivi dei suoi romanzi sono seguiti da due milioni di svedesi (su una popolazione di circa otto milioni). Ancora più rassicurante è il fatto che Åke Edwardson abbia iniziato a scrivere prima che esplodesse il “fenomeno” Larsson, e quindi che faccia parte non della new wave, ma della vecchia guardia, quella “à la” Henning Mankell. Come dice lui, Io esisto da sempre: in principio c’erano Adamo, Eva e Åke Edwardson.
E sicuramente il giudizio molto positivo è aiutato dalla traduzione fluidissima di Carmen Giorgetti Cima.

Durante la presentazione romana Åke Edwardson ha avuto modo di dimostrare il suo “spessore” e la sua professionalità (nella foto di Cristina Greco: Enzo BodyCold Carcello, l’AngoloNero, Åke Edwardson e Fabiol’interprete):

AB – Come mai il tuo editore italiano ha scelto di iniziare la pubblicazione di Erik Winter da Il cielo è un posto sulla terra, quinto romanzo della serie?
ÅE – Credo che l’editore abbia voluto presentare Erik Winter in una fase più “matura”. Ci sono abituato, perché la stessa cosa è accaduta con la traduzione americana. Ma non è un problema perché i romanzi di Erik Winter si possono leggere separatamente, e perfino lo stile è diverso da un romanzo all’altro. Penso che Winter sia interessante dal primo all’ultimo romanzo, ma è differente nei vari episodi.

AB – Che tipo è Erik Winter?
ÅE – Erik Winter è un personaggio “morale”, più che politico, esistenzialista più che critico. Anche se nei miei romanzi c’è una critica alla società, è una critica letteraria, attraverso la scrittura, non attraverso il personaggio.

AB – Per quali percorsi personali e professionali sei arrivato a scrivere crime books?
ÅE – Ho iniziato giornalista professore di giornalismo, e a un certo punto mi sono reso conto che i miei articoli, soprattutto nel periodo in cui stavo in Asia, erano sempre più lunghi perché inventavo storie. E questo non si può fare, soprattutto se sei un docente di giornalismo. Quindi ho dovuto fare una scelta. A un certo punto sapevo che ero pronto per scrivere un romanzo.

AB – Perché proprio un romanzo giallo?
ÅE – Perché nel 1992 ho letto La Dalia Nera di James Ellroy, e mi ha colpito moltissimo, sia per la frammentazione del linguaggio, sia per il fatto che fosse completamente senza speranza. E io ho trovato questa cosa molto “rigenerante”. Anche se io, nei miei romanzi, lascio una speranza, ma trovavo “rinfrescante” il fatto che qualcuno andasse in un posto senza speranza. Questo perché di solito il giallo è come un romanzo per bambini: le cose finiscono bene. Succede qualcosa di brutto “durante”, ma alla fine tutto si chiude bene. E questo non è reale. Il romanzo di Ellroy era rigenerante perché non potevi fare affidamento su un lieto fine risolutivo, esattamente come accade nella realtà.

AB – E qual è la tua concezione del genere?
ÅE – Io scrivo “giallo moderno”. Non sono sicura che chi è venuto dopo di me faccia lo stesso. Ho cercato di mettere alla prova le regole tradizionali del giallo. Il giallo è un genere molto conservatore e la gente ha un’opinione molto precisa su come debba essere. La stessa “drammaturgia” del giallo è molto semplice. Se fosse un genere musicale sarebbe rock and roll, che si basa fondamentalmente su tre accordi, e i tre accordi del giallo sono un mistero, la ricerca e una soluzione. Io volevo giocare con questi elementi mantenendomi fedele alla logica del genere ma dando uno sviluppo diverso. Il punto è che il lettore di gialli, esattamente come accade per gli altri generi, deve imparare a ragionare con la sua testa. Non è corretto dare troppe spiegazioni alla fine: bisogna che il lettore trovi le risposte da solo. Mi piace quindi lasciare delle trame che non si chiudono in modo che il lettore sia obbligato a riflettere non solo durante, ma possibilmente anche dopo.

AB – Un’altra cosa che ho notato è che nel testo sono state mantenute espressioni in inglese, nei dialoghi e nei pensieri, come se in Svezia la gente parlasse comunemente in inglese. È così?
ÅE – In parte sì, in parte volevo qualcosa che spezzasse il ritmo. La stessa cosa vale per i brani musicali che ho citato. Sono tra l’altro grato a Erik Winter per avermi portato ad ascoltare il jazz. Quando scrivo mi isolo completamente dal mondo, metto la musica a tutto volume e via.

AB – Credo che nel nostro immaginario la Svezia sia, tuttora, un Paese con un elevato standard di welfare e protezione sociale. Leggendo il tuo romanzo scopro, invece, che non ci sono abbastanza maestre per sorvegliare adeguatamente i bambini delle scuole materne, non ci sono abbastanza poliziotti per garantire l’incolumità dei cittadini e addirittura che dichiarare apertamente la propria omosessualità è un problema. Qual è la vera Svezia, allora?
ÅE – Io credo che la Svezia sia tuttora uno dei migliori Paesi al mondo, ma le crepe di quella costruzione che è il welfare state si stanno ampliando sempre di più. Io penso che in un certo senso la Svezia sia ancora come la immagini tu, ma in un altro senso sta cambiando molto rapidamente. Il genere non è commedia, contiene per natura la possibilità di mostrare il lato oscuro della società. In più io per natura sono pessimista. È però importante che ci sia la speranza, l’empatia con le vicende narrate, l’umanità sottesa alla storia dei personaggi. È compito dello scrittore dare al lettore la sensazione di non leggere solo un libro di intrattenimento, ma qualcosa di più emozionante.

(Intervista del 2012, circa)

La ragazza nella nebbia (2017)

Sarò breve: tanto mi era piaciuto il romanzo, tanto mi è piaciuto il film. Film di genere, un bel giallo-noir che riproduce esattamente l’atmosfera del libro.
Se da una parte Donato Carrisi ha avuto gioco facile, perché avendo scritto sia il romanzo che la sceneggiatura ha evitato il rischio di mutazioni e mutilazioni dovute alle necessità di trasposizione, dall’altra bisogna ammettere che il risultato è stupefacente, ancor più perché si tratta di un esordio alla regia. Non sono in molti ad averlo fatto e non sempre è stato un successo (qua una lista non aggiornatissima di autori che hanno diretto l’adattamento cinematografico di un proprio libro).
Ottimo Alessio Boni nella parte di Loris, il professore accusato. Toni Servillo è una garanzia nella parte dell’algido Vogel. Irriconoscibile ma perfetta Greta Scacchi nella parte di Beatrice Leman, giornalista senza scrupoli. Sorprendente Jean Reno che riesce a essere intenso pur recitando in una lingua che non è la sua.

Se proprio devo fare un appunto, mi è mancata la neve. Mi aspettavo che ci fosse. Ma, a parte questo, La ragazza nella nebbia è coerente: ha ritmo, non ha sbavature, è fedele al romanzo senza troppe “scorciatoie”, quindi anche chi non lo ha letto non avrà problemi a seguire la trama e a capire quali sono i temi fondamentali.

In un panorama troppo affollato da cinepanettoni (anche fuori stagione), questo film è una boccata d’ossigeno per gli amanti del genere.

Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 2017
Durata 127 min
Genere thriller
Regia Donato Carrisi
Soggetto dall’omonimo romanzo di Donato Carrisi
Sceneggiatura Donato Carrisi
Produttore Maurizio Totti, Alessandro Usai
Casa di produzione Medusa Film, Colorado Film, Rainbow, Gavila
Distribuzione (Italia) Medusa Film

Rispondi se mi senti

Ninni Schulman
Rispondi se mi senti
Marsilio, 2017
Traduzione di Stefania Forlani

Mercoledì 10 ottobre. Hagfors, Svezia. Una squadra di 22 cacciatori si dà appuntamento all’alba per la caccia alle renne. Sono un gruppo eterogeneo ma esperto, l’unica nuova è Alva Sanners, 13 anni, figlia di Pär. La battuta di caccia procede con i ritmi usuali (divisione dei terreni, appostamenti, spari, comunicazioni via radio) ma quando il gruppo si raduna, dopo qualche ora, all’appello mancano sia Alva che Pär.

Fece una pausa per controllare se tutti lo seguivano, e se le informazioni ricevute da Christer erano corrette. Visto che nessuno fece segno di voler intervenire, continuò.
«La prima battuta comincia alle otto e mezza. Nella zona di Rensberg, circa tre chilometri a sud-ovest di Uvanå.»
Altra pausa.
«Qualche minuto dopo le nove viene uccisa un’alce. Dopo un quarto d’ora, alle nove e venti circa, si sente un altro colpo. Il caposquadra, Waldemar Halling, chiede via radio chi abbia sparato, ma nessuno ammette di averlo fatto. Da qui gli orari sono solo indicativi. Verso le dieci e mezza i cacciatori concludono la battuta e raggiungono il capanno per la macellazione di Uvanå. Verso le undici e mezza si rendono conto che mancano ancora Pär e Alva Sanner e tentano di mettersi in contatto con loro al telefono, senza alcun risultato.»

Dopo una rapida perlustrazione, l’uomo viene ritrovato morto. Ucciso da un colpo di fucile che tutti hanno sentito ma nessuno ammette di aver sparato. Di Alva invece non c’è traccia. Le forze dell’ordine vengono prontamente allertate – tra loro anche Petra Wilander, che però non può indagare sull’omicidio in quanto componente, anche lei, della squadra di caccia, e quindi sospettata alla pari degli altri. Si attiva anche la stampa locale, o meglio dovrebbe: in realtà la miglior reporter del Värmlandsbladet, Magdalena Hansson, è bloccata a casa dalle “gioie della maternità”, ossia la crescita dei primi dentini della neonata Liv, che non le permette di dormire.

Qualche giorno prima Saxberg aveva avuto un’importante soffiata su un piano segreto che prevedeva lo stoccaggio di combustibile nucleare a Hagfors, per creare nuove opportunità di lavoro, e la settimana precedente ne aveva avuta un’altra sui lavori di ristrutturazione dell’impianto per il trattamento dell’acqua. L’incarico era stato assegnato al nipote del dirigente dell’ufficio tecnico senza un regolare appalto. Magdalena aveva creduto, o almeno sperato, che Saxberg avrebbe perso un po’ del suo zelo senza una concorrenza degna di nota, invece si stava veramente dando da fare.
E lei non poteva rimanersene seduta lì, a veder morire la redazione locale.

E anche il figlio maggiore adottivo, Nils, risente dell’arrivo della sorellina.
Magdalena deve faticare non poco per ritagliarsi lo spazio per raccogliere informazioni e scrivere. Petra invece fatica a stare lontana dall’indagine per omicidio, relegata a un’altra indagine, quella dell’uccisione di una lupa, qualche settimana prima.

«La polizia mantiene il riserbo sulle indagini relative alla lupa uccisa di frodo e trovata a sud del lago Nain questo fine settimana, ma allo stesso tempo chiede aiuto alla comunità. Christer Berglund, ex capo pro tempore della polizia di Hagfors, esorta tutte le persone che si trovavano nella zona di Majanpäsmossen e della diga di Narsdammen la scorsa settimana a presentarsi, se hanno notato qualcosa…»

Si indaga e si scava nei segreti inconfessabili della tranquilla cittadina. Fino a quando la scomoda verità non viene a galla…

«Mi preoccupa che tu scriva di persone uccise, di lupi uccisi e di cose del genere.»
Magdalena guardò il braccio di Petter, i segni dell’ustione.
La pelle era ancora rosa chiaro e tutta rugosa.
«Quando si tratta di lupi la gente si comporta in modo stupido» continuò lui. «Ricordi quel dibattito sugli animali selvatici di cui ti eri occupata?»
Sì, Magdalena lo ricordava. La sua casella si era riempita di e-mail infuocate provenienti da entrambe le fazioni, d’accordo solo nel sostenere che lei era di parte.
E il giornale aveva dovuto addirittura bloccare nella pagina web i commenti, troppo brutali.
Magdalena, in realtà, non aveva nessuna opinione sulla questione dei lupi, era solo affascinata dall’odio che scatenava.

Ambientato nello straordinario scenario, nella calma selvaggia, della natura svedese, Rispondi se mi senti è un noir scandinavo in piena regola. Crimine, indagine, soluzione. Il tutto in una settimana. Si compone di capitoli brevi per seguire, in parallelo, le azioni dei molti personaggi che popolano le pagine. L’autrice dimostra attenzione, e conoscenza, per il contesto, l’ambiente e le relazioni umane. Rispondi se mi senti è il primo di una serie di romanzi, una lettura soddisfacente per chi ama questo genere che, ormai da qualche anno, si è ricavato una nicchia consistente di lettori appassionati.

Ninni Schulman (1972), giornalista, è cresciuta nel Värmland, dove è ambientata anche la sua serie poliziesca con protagonista la reporter Magdalena Hansson, bestseller nei paesi scandinavi. Vive a Stoccolma.

Fino al 12 novembre anche Rispondi se mi senti, come gran parte dei romanzi della collana Giallosvezia, può essere acquistato in ebook a soli 4,99 euro. 

Un’esca per l’assassino di Minette Walters

Minette Walters
Un’esca per l’assassino
Longanesi, 2006

Siobhan Lavenham indaga su un omicidio avvenuto a Sowerbridge. In realtà lei ne farebbe tranquillamente a meno: è una tranquilla madre di famiglia, una giovane irlandese sposata a un imprenditore inglese. Ma proprio a causa delle sue origini si trova coinvolta nel caso che ha suscitato un violento vespaio in paese: la morte di Lavinia Fanshaw e della sua badante Dorothy Jenkins. Per l’omicidio è stato arrestato Patrick O’Riordan, un giovane irlandese che vive a Sowerbridge con la madre e il padre invalidi (ma non del tutto, come borbotta la gente del paese, sospettando che si tratti solo di un’abile truffa ai danni dell’assistenza sociale). La madre di Patrick chiede aiuto a Siobhan, l’unica scevra da pregiudizi, perché la aiuti a tirare Patrick fuori dai guai. E Siobhan indaga, mettendocela tutta, anche contro le apparenze – solo per scoprire che la verità è completamente diversa da ciò che sembra e che nessuno è senza peccato.

Interessante romanzo breve (o racconto lungo) che esplora la spinosa questione irlandese dal punto di vista della gente “normale”: difficoltà di integrazione, differenze di mentalità e pregiudizi profondamente radicati nella mentalità delle persone comuni.

(Ripescato dal cassetto dei ricordi)

L’Italia che non c’era (e adesso per fortuna c’è)

Monica Cirinnà
L’Italia che non c’era
Fandango, 2017

A poco più di un’anno dall’approvazione della legge 76 del 2016, c.d. Legge Cirinnà, esce per Fandango L’Italia che non c’era.
A metà tra diario e cronaca politica, la senatrice Monica Cirinnà racconta in prima persona il lungo iter che ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto delle unioni civili: dalla nomina a relatrice all’approvazione della legge, passando per le interminabili sedute della Commissione, gli accordi e i tradimenti, l’entusiasmo e la delusione, le alleanze inaspettate e i voltafaccia altrettanto inaspettati.
Senza dimenticare il dibattito che nel frattempo infiammava il paese e si manifestava nelle piazze e sui social. Il libro contiene una parte, minima, delle lettere inviate alla senatrice: incoraggiamenti, storie personali ma anche insulti e preghiere affinché “il Signore la illumini” (sic!).
Poche leggi hanno suscitato interesse come la legge sulle unioni civili, segno che si è trattato di un cambiamento epocale: da una parte la società civile, che voleva uscire dal medioevo e riconoscere i diritti che la maggior parte dei paesi evoluti riconosce, già da tempo, alle coppie omosessuali; dall’altra parte una frangia, piccola ma molto rumorosa, di conservatori, animati dalle più diverse motivazioni (nella quasi totalità, a parere di chi scrive, indegne di un paese civile).
Se la legge è arrivata in porto, gran parte del merito è della senatrice, che si è spesa in ogni modo per “portare a casa il risultato”. Esponendosi in prima persona ma anche facendo un passo indietro, quando è stato necessario.
Poteva essere fatto di più? No, data la composizione dell’attuale parlamento questo è il massimo che poteva essere fatto. Ed è comunque un buon punto di partenza per iniziare a diffondere una diversa sensibilità, per creare un contesto culturale più favorevole all’ampliamento della sfera dei diritti.

In occasione della prima presentazione, all’Auditorium del Maxxi di Roma, la senatrice Cirinnà ha aderito all’appello di Roberta Saviano e ha esordito con un appello per lo Ius Soli (altro tema fortemente divisivo che difficilmente arriverà a meta in questa legislatura).
L’Italia che non c’era va letto per andare oltre le facili approssimazioni: illustra quanto sia difficile, complesso e insidioso il lavoro di quella che viene sprezzantemente definita “la casta” e quanto lungo ancora sia il cammino per diventare un Paese veramente civile.