L’uomo del labirinto di Donato Carrisi

Non esiste azione umana che non lasci tracce.
Specie se si tratta di un atto criminale.
La lezione rientrava a pieno titolo nell’addestramento di ogni investigatore privato. Anzi, si poteva dire che il mestiere si basava proprio su questo semplice assunto, che faceva il paio con un’altra regola aurea.
Non esiste il crimine perfetto, esiste solo l’indagine imperfetta.
Ecco perché, fra i pochi fallimenti della carriera di Bruno Genko, il caso Andretti rappresentava forse il più clamoroso. Perché lui, per tutto quel tempo, era arrivato addirittura a dubitare che ci fosse un rapitore.
Il trucco più riuscito del mostro era stato convincere tutti che lui non esisteva.

Caldo torrido, scenario apocalittico: in un tempo e luogo imprecisato si muove Bruno Genko, investigatore privato in pessima forma. Prima di morire, Genko vuole sapere che cosa è successo a Sam, Samanta Andretti, la ragazza sopravvissuta a 15 anni di prigionia. Sparita mentre andava a scuola una mattina, ritrovata sul ciglio di una strada, dopo una telefonata anonima, nuda e con una gamba rotta.

Il dottor Green la sta aiutando a recuperare la memoria. Ma Samanta ricorda poco o nulla della sua prigionia. E Genko non ha tempo. Deve trovare un rapitore mascherato, l’uomo del labirinto, perché così aveva promesso ai genitori di Sam, che lo avevano ingaggiato ai tempi del rapimento per ritrovare la figlia. E forse anche per un altro motivo, un motivo che lui solo conosce e che si cela in una camera d’albergo. Un aiuto insperato gli arriverà dal Limbo, la sezione scomparsi della polizia che avevamo già conosciuto in altri romanzi di Donato Carrisi. E così, tra citazioni e autocitazioni, la storia corre veloce verso un amaro finale che lascia aperti molti interrogativi.
Come nei precedenti romanzi, la vicenda principale prende le mosse da un celebre caso di cronaca e poi “cammina” per la sua strada. L’uomo del labirinto è un ottimo “interludio” che sviluppa temi e personaggi già visti e li prepara per l’inevitabile seguito.
Donato Carrisi
L’uomo del labirinto
Longanesi, 2017

Il cielo è un posto sulla terra di Åke Edwardson (2012)

Åke Edwardson
Il cielo è un posto sulla terra
Baldini Castoldi Dalai, 2012
Traduzione di Carmen Giorgetti Cima

Al commissariato di Goteborg ci sono due indagini in corso: una su alcuni studenti aggrediti nottetempo e severamente percossi, ma non uccisi; un’altra riguarda le denunce presentate da alcuni genitori perché i loro figli (piccoli, in età da asilo) raccontano di un “signore” che li ha portati su una macchina, ha dato loro le caramelle e poi li ha lasciati andare. I piccoli non presentano segni di violenza, tanto che i genitori pensano a qualche invenzione fantasiosa. Ma le denunce si moltiplicano e il commissario Erik Winter, che ha una figlia della stessa età, si allarma…

Se state storcendo il naso di fronte al “solito” crime book svedese, sappiate che è la stessa reazione che ho avuto io quando mi è stato proposto Il cielo è un posto sulla terra. Prima di leggerlo. Durante la lettura ho completamente cambiato idea. Per rassicurarvi, vi dico che Åke Edwardson, sebbene (ancora) sconosciuto da noi, è giunto al decimo romanzo della serie del commissario Erik Winter, che è stato tradotto in 25 Paesi e che gli adattamenti televisivi dei suoi romanzi sono seguiti da due milioni di svedesi (su una popolazione di circa otto milioni). Ancora più rassicurante è il fatto che Åke Edwardson abbia iniziato a scrivere prima che esplodesse il “fenomeno” Larsson, e quindi che faccia parte non della new wave, ma della vecchia guardia, quella “à la” Henning Mankell. Come dice lui, Io esisto da sempre: in principio c’erano Adamo, Eva e Åke Edwardson.
E sicuramente il giudizio molto positivo è aiutato dalla traduzione fluidissima di Carmen Giorgetti Cima.

Durante la presentazione romana Åke Edwardson ha avuto modo di dimostrare il suo “spessore” e la sua professionalità (nella foto di Cristina Greco: Enzo BodyCold Carcello, l’AngoloNero, Åke Edwardson e Fabiol’interprete):

AB – Come mai il tuo editore italiano ha scelto di iniziare la pubblicazione di Erik Winter da Il cielo è un posto sulla terra, quinto romanzo della serie?
ÅE – Credo che l’editore abbia voluto presentare Erik Winter in una fase più “matura”. Ci sono abituato, perché la stessa cosa è accaduta con la traduzione americana. Ma non è un problema perché i romanzi di Erik Winter si possono leggere separatamente, e perfino lo stile è diverso da un romanzo all’altro. Penso che Winter sia interessante dal primo all’ultimo romanzo, ma è differente nei vari episodi.

AB – Che tipo è Erik Winter?
ÅE – Erik Winter è un personaggio “morale”, più che politico, esistenzialista più che critico. Anche se nei miei romanzi c’è una critica alla società, è una critica letteraria, attraverso la scrittura, non attraverso il personaggio.

AB – Per quali percorsi personali e professionali sei arrivato a scrivere crime books?
ÅE – Ho iniziato giornalista professore di giornalismo, e a un certo punto mi sono reso conto che i miei articoli, soprattutto nel periodo in cui stavo in Asia, erano sempre più lunghi perché inventavo storie. E questo non si può fare, soprattutto se sei un docente di giornalismo. Quindi ho dovuto fare una scelta. A un certo punto sapevo che ero pronto per scrivere un romanzo.

AB – Perché proprio un romanzo giallo?
ÅE – Perché nel 1992 ho letto La Dalia Nera di James Ellroy, e mi ha colpito moltissimo, sia per la frammentazione del linguaggio, sia per il fatto che fosse completamente senza speranza. E io ho trovato questa cosa molto “rigenerante”. Anche se io, nei miei romanzi, lascio una speranza, ma trovavo “rinfrescante” il fatto che qualcuno andasse in un posto senza speranza. Questo perché di solito il giallo è come un romanzo per bambini: le cose finiscono bene. Succede qualcosa di brutto “durante”, ma alla fine tutto si chiude bene. E questo non è reale. Il romanzo di Ellroy era rigenerante perché non potevi fare affidamento su un lieto fine risolutivo, esattamente come accade nella realtà.

AB – E qual è la tua concezione del genere?
ÅE – Io scrivo “giallo moderno”. Non sono sicura che chi è venuto dopo di me faccia lo stesso. Ho cercato di mettere alla prova le regole tradizionali del giallo. Il giallo è un genere molto conservatore e la gente ha un’opinione molto precisa su come debba essere. La stessa “drammaturgia” del giallo è molto semplice. Se fosse un genere musicale sarebbe rock and roll, che si basa fondamentalmente su tre accordi, e i tre accordi del giallo sono un mistero, la ricerca e una soluzione. Io volevo giocare con questi elementi mantenendomi fedele alla logica del genere ma dando uno sviluppo diverso. Il punto è che il lettore di gialli, esattamente come accade per gli altri generi, deve imparare a ragionare con la sua testa. Non è corretto dare troppe spiegazioni alla fine: bisogna che il lettore trovi le risposte da solo. Mi piace quindi lasciare delle trame che non si chiudono in modo che il lettore sia obbligato a riflettere non solo durante, ma possibilmente anche dopo.

AB – Un’altra cosa che ho notato è che nel testo sono state mantenute espressioni in inglese, nei dialoghi e nei pensieri, come se in Svezia la gente parlasse comunemente in inglese. È così?
ÅE – In parte sì, in parte volevo qualcosa che spezzasse il ritmo. La stessa cosa vale per i brani musicali che ho citato. Sono tra l’altro grato a Erik Winter per avermi portato ad ascoltare il jazz. Quando scrivo mi isolo completamente dal mondo, metto la musica a tutto volume e via.

AB – Credo che nel nostro immaginario la Svezia sia, tuttora, un Paese con un elevato standard di welfare e protezione sociale. Leggendo il tuo romanzo scopro, invece, che non ci sono abbastanza maestre per sorvegliare adeguatamente i bambini delle scuole materne, non ci sono abbastanza poliziotti per garantire l’incolumità dei cittadini e addirittura che dichiarare apertamente la propria omosessualità è un problema. Qual è la vera Svezia, allora?
ÅE – Io credo che la Svezia sia tuttora uno dei migliori Paesi al mondo, ma le crepe di quella costruzione che è il welfare state si stanno ampliando sempre di più. Io penso che in un certo senso la Svezia sia ancora come la immagini tu, ma in un altro senso sta cambiando molto rapidamente. Il genere non è commedia, contiene per natura la possibilità di mostrare il lato oscuro della società. In più io per natura sono pessimista. È però importante che ci sia la speranza, l’empatia con le vicende narrate, l’umanità sottesa alla storia dei personaggi. È compito dello scrittore dare al lettore la sensazione di non leggere solo un libro di intrattenimento, ma qualcosa di più emozionante.

(Intervista del 2012, circa)

La ragazza nella nebbia (2017)

Sarò breve: tanto mi era piaciuto il romanzo, tanto mi è piaciuto il film. Film di genere, un bel giallo-noir che riproduce esattamente l’atmosfera del libro.
Se da una parte Donato Carrisi ha avuto gioco facile, perché avendo scritto sia il romanzo che la sceneggiatura ha evitato il rischio di mutazioni e mutilazioni dovute alle necessità di trasposizione, dall’altra bisogna ammettere che il risultato è stupefacente, ancor più perché si tratta di un esordio alla regia. Non sono in molti ad averlo fatto e non sempre è stato un successo (qua una lista non aggiornatissima di autori che hanno diretto l’adattamento cinematografico di un proprio libro).
Ottimo Alessio Boni nella parte di Loris, il professore accusato. Toni Servillo è una garanzia nella parte dell’algido Vogel. Irriconoscibile ma perfetta Greta Scacchi nella parte di Beatrice Leman, giornalista senza scrupoli. Sorprendente Jean Reno che riesce a essere intenso pur recitando in una lingua che non è la sua.

Se proprio devo fare un appunto, mi è mancata la neve. Mi aspettavo che ci fosse. Ma, a parte questo, La ragazza nella nebbia è coerente: ha ritmo, non ha sbavature, è fedele al romanzo senza troppe “scorciatoie”, quindi anche chi non lo ha letto non avrà problemi a seguire la trama e a capire quali sono i temi fondamentali.

In un panorama troppo affollato da cinepanettoni (anche fuori stagione), questo film è una boccata d’ossigeno per gli amanti del genere.

Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 2017
Durata 127 min
Genere thriller
Regia Donato Carrisi
Soggetto dall’omonimo romanzo di Donato Carrisi
Sceneggiatura Donato Carrisi
Produttore Maurizio Totti, Alessandro Usai
Casa di produzione Medusa Film, Colorado Film, Rainbow, Gavila
Distribuzione (Italia) Medusa Film

Rispondi se mi senti

Ninni Schulman
Rispondi se mi senti
Marsilio, 2017
Traduzione di Stefania Forlani

Mercoledì 10 ottobre. Hagfors, Svezia. Una squadra di 22 cacciatori si dà appuntamento all’alba per la caccia alle renne. Sono un gruppo eterogeneo ma esperto, l’unica nuova è Alva Sanners, 13 anni, figlia di Pär. La battuta di caccia procede con i ritmi usuali (divisione dei terreni, appostamenti, spari, comunicazioni via radio) ma quando il gruppo si raduna, dopo qualche ora, all’appello mancano sia Alva che Pär.

Fece una pausa per controllare se tutti lo seguivano, e se le informazioni ricevute da Christer erano corrette. Visto che nessuno fece segno di voler intervenire, continuò.
«La prima battuta comincia alle otto e mezza. Nella zona di Rensberg, circa tre chilometri a sud-ovest di Uvanå.»
Altra pausa.
«Qualche minuto dopo le nove viene uccisa un’alce. Dopo un quarto d’ora, alle nove e venti circa, si sente un altro colpo. Il caposquadra, Waldemar Halling, chiede via radio chi abbia sparato, ma nessuno ammette di averlo fatto. Da qui gli orari sono solo indicativi. Verso le dieci e mezza i cacciatori concludono la battuta e raggiungono il capanno per la macellazione di Uvanå. Verso le undici e mezza si rendono conto che mancano ancora Pär e Alva Sanner e tentano di mettersi in contatto con loro al telefono, senza alcun risultato.»

Dopo una rapida perlustrazione, l’uomo viene ritrovato morto. Ucciso da un colpo di fucile che tutti hanno sentito ma nessuno ammette di aver sparato. Di Alva invece non c’è traccia. Le forze dell’ordine vengono prontamente allertate – tra loro anche Petra Wilander, che però non può indagare sull’omicidio in quanto componente, anche lei, della squadra di caccia, e quindi sospettata alla pari degli altri. Si attiva anche la stampa locale, o meglio dovrebbe: in realtà la miglior reporter del Värmlandsbladet, Magdalena Hansson, è bloccata a casa dalle “gioie della maternità”, ossia la crescita dei primi dentini della neonata Liv, che non le permette di dormire.

Qualche giorno prima Saxberg aveva avuto un’importante soffiata su un piano segreto che prevedeva lo stoccaggio di combustibile nucleare a Hagfors, per creare nuove opportunità di lavoro, e la settimana precedente ne aveva avuta un’altra sui lavori di ristrutturazione dell’impianto per il trattamento dell’acqua. L’incarico era stato assegnato al nipote del dirigente dell’ufficio tecnico senza un regolare appalto. Magdalena aveva creduto, o almeno sperato, che Saxberg avrebbe perso un po’ del suo zelo senza una concorrenza degna di nota, invece si stava veramente dando da fare.
E lei non poteva rimanersene seduta lì, a veder morire la redazione locale.

E anche il figlio maggiore adottivo, Nils, risente dell’arrivo della sorellina.
Magdalena deve faticare non poco per ritagliarsi lo spazio per raccogliere informazioni e scrivere. Petra invece fatica a stare lontana dall’indagine per omicidio, relegata a un’altra indagine, quella dell’uccisione di una lupa, qualche settimana prima.

«La polizia mantiene il riserbo sulle indagini relative alla lupa uccisa di frodo e trovata a sud del lago Nain questo fine settimana, ma allo stesso tempo chiede aiuto alla comunità. Christer Berglund, ex capo pro tempore della polizia di Hagfors, esorta tutte le persone che si trovavano nella zona di Majanpäsmossen e della diga di Narsdammen la scorsa settimana a presentarsi, se hanno notato qualcosa…»

Si indaga e si scava nei segreti inconfessabili della tranquilla cittadina. Fino a quando la scomoda verità non viene a galla…

«Mi preoccupa che tu scriva di persone uccise, di lupi uccisi e di cose del genere.»
Magdalena guardò il braccio di Petter, i segni dell’ustione.
La pelle era ancora rosa chiaro e tutta rugosa.
«Quando si tratta di lupi la gente si comporta in modo stupido» continuò lui. «Ricordi quel dibattito sugli animali selvatici di cui ti eri occupata?»
Sì, Magdalena lo ricordava. La sua casella si era riempita di e-mail infuocate provenienti da entrambe le fazioni, d’accordo solo nel sostenere che lei era di parte.
E il giornale aveva dovuto addirittura bloccare nella pagina web i commenti, troppo brutali.
Magdalena, in realtà, non aveva nessuna opinione sulla questione dei lupi, era solo affascinata dall’odio che scatenava.

Ambientato nello straordinario scenario, nella calma selvaggia, della natura svedese, Rispondi se mi senti è un noir scandinavo in piena regola. Crimine, indagine, soluzione. Il tutto in una settimana. Si compone di capitoli brevi per seguire, in parallelo, le azioni dei molti personaggi che popolano le pagine. L’autrice dimostra attenzione, e conoscenza, per il contesto, l’ambiente e le relazioni umane. Rispondi se mi senti è il primo di una serie di romanzi, una lettura soddisfacente per chi ama questo genere che, ormai da qualche anno, si è ricavato una nicchia consistente di lettori appassionati.

Ninni Schulman (1972), giornalista, è cresciuta nel Värmland, dove è ambientata anche la sua serie poliziesca con protagonista la reporter Magdalena Hansson, bestseller nei paesi scandinavi. Vive a Stoccolma.

Fino al 12 novembre anche Rispondi se mi senti, come gran parte dei romanzi della collana Giallosvezia, può essere acquistato in ebook a soli 4,99 euro. 

Un’esca per l’assassino di Minette Walters

Minette Walters
Un’esca per l’assassino
Longanesi, 2006

Siobhan Lavenham indaga su un omicidio avvenuto a Sowerbridge. In realtà lei ne farebbe tranquillamente a meno: è una tranquilla madre di famiglia, una giovane irlandese sposata a un imprenditore inglese. Ma proprio a causa delle sue origini si trova coinvolta nel caso che ha suscitato un violento vespaio in paese: la morte di Lavinia Fanshaw e della sua badante Dorothy Jenkins. Per l’omicidio è stato arrestato Patrick O’Riordan, un giovane irlandese che vive a Sowerbridge con la madre e il padre invalidi (ma non del tutto, come borbotta la gente del paese, sospettando che si tratti solo di un’abile truffa ai danni dell’assistenza sociale). La madre di Patrick chiede aiuto a Siobhan, l’unica scevra da pregiudizi, perché la aiuti a tirare Patrick fuori dai guai. E Siobhan indaga, mettendocela tutta, anche contro le apparenze – solo per scoprire che la verità è completamente diversa da ciò che sembra e che nessuno è senza peccato.

Interessante romanzo breve (o racconto lungo) che esplora la spinosa questione irlandese dal punto di vista della gente “normale”: difficoltà di integrazione, differenze di mentalità e pregiudizi profondamente radicati nella mentalità delle persone comuni.

(Ripescato dal cassetto dei ricordi)

L’Italia che non c’era (e adesso per fortuna c’è)

Monica Cirinnà
L’Italia che non c’era
Fandango, 2017

A poco più di un’anno dall’approvazione della legge 76 del 2016, c.d. Legge Cirinnà, esce per Fandango L’Italia che non c’era.
A metà tra diario e cronaca politica, la senatrice Monica Cirinnà racconta in prima persona il lungo iter che ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto delle unioni civili: dalla nomina a relatrice all’approvazione della legge, passando per le interminabili sedute della Commissione, gli accordi e i tradimenti, l’entusiasmo e la delusione, le alleanze inaspettate e i voltafaccia altrettanto inaspettati.
Senza dimenticare il dibattito che nel frattempo infiammava il paese e si manifestava nelle piazze e sui social. Il libro contiene una parte, minima, delle lettere inviate alla senatrice: incoraggiamenti, storie personali ma anche insulti e preghiere affinché “il Signore la illumini” (sic!).
Poche leggi hanno suscitato interesse come la legge sulle unioni civili, segno che si è trattato di un cambiamento epocale: da una parte la società civile, che voleva uscire dal medioevo e riconoscere i diritti che la maggior parte dei paesi evoluti riconosce, già da tempo, alle coppie omosessuali; dall’altra parte una frangia, piccola ma molto rumorosa, di conservatori, animati dalle più diverse motivazioni (nella quasi totalità, a parere di chi scrive, indegne di un paese civile).
Se la legge è arrivata in porto, gran parte del merito è della senatrice, che si è spesa in ogni modo per “portare a casa il risultato”. Esponendosi in prima persona ma anche facendo un passo indietro, quando è stato necessario.
Poteva essere fatto di più? No, data la composizione dell’attuale parlamento questo è il massimo che poteva essere fatto. Ed è comunque un buon punto di partenza per iniziare a diffondere una diversa sensibilità, per creare un contesto culturale più favorevole all’ampliamento della sfera dei diritti.

In occasione della prima presentazione, all’Auditorium del Maxxi di Roma, la senatrice Cirinnà ha aderito all’appello di Roberta Saviano e ha esordito con un appello per lo Ius Soli (altro tema fortemente divisivo che difficilmente arriverà a meta in questa legislatura).
L’Italia che non c’era va letto per andare oltre le facili approssimazioni: illustra quanto sia difficile, complesso e insidioso il lavoro di quella che viene sprezzantemente definita “la casta” e quanto lungo ancora sia il cammino per diventare un Paese veramente civile.

 

UmbriaLibri 2017: mille grazie!

La frazione perugina di UmbriaLibri 2017 si è conclusa domenica 8 ottobre, al termine di un weekend denso di appuntamenti ed emozioni. La manifestazione quest’anno ha come tema centrale “Voci dal borgo”, in una visione ampia e condivisa del borgo, come spiegano in premessa al programma la presidente della regione Umbria Catiuscia Marini e l’assessore alla cultura Fernanda Cecchini.
La tappa di Perugia (preceduta da Foligno e seguita da Terni) si è svolta nella splendida cornice del complesso monumentale di San Pietro, una delle sedi dell’Università di Perugia.
Da qualche anno, ormai, con il professor Pasquale Guerra, ci siamo ritagliati una piccola nicchia, UmbriaLibri Noir, in cui cerchiamo di far conoscere libri e autori che ci sembrano maggiormente rappresentativi nel genere.

Quest’anno abbiamo avuto il piacere di ospitare, in ordine di apparizione:
Alessandro Berselli con Le siamesi, Paola Barbato con Non ti faccio niente, Elisabetta Bucciarelli con Chi ha bisogno di te, Giampaolo Simi con La ragazza sbagliata, Mirko Zilahy con La forma del buio. Per qualcuno si è trattato di un gradito ritorno, per qualcun altro di una prima volta (e pensiamo che non sarà l’ultima). Avremmo dovuto avere anche il francese Ian Manook e il suo commissario mongolo Yeruldelgger, ma purtroppo l’incontro è stato cancellato a causa di un grave problema familiare. Virtualmente presente Maurizio de Giovanni che ha fatto una rapidissima apparizione radiofonica per Hollywood Party.

Agli autori e al pubblico presente vanno i più sentiti ringraziamenti: mettere in comunicazione diretta chi scrive e chi legge è la ragione fondante di eventi come questo. Il nostro scopo è quello di facilitare il confronto tra le due platee e di stimolare, se possibile, l’interesse e la curiosità verso un libro passando per la voce dell’autore.

Special guests Silvia e Chicca, le libraie di Matelica (Kindustria è la loro meravigliosa libreria) ed editrici di Hacca Edizioni.

Un segnalazione a parte merita l’organizzazione che quest’anno è stata particolarmente attenta e solerte, coadiuvata da un nutrito staff di giovani e brillanti volontari che si sono occupati di aspetti tecnici, logistici e di supporto di ogni genere (perfino la tachipirina – grazie Eleonora!). Sulla pagina FaceBook della manifestazione è possibile trovare un’ampia rassegna di materiali fotografici e videointerviste. Infine una menzione speciale per la preziosa presenza di Rai Radio3 che, per l’occasione, ha trasmesso in diretta parte del suo palinsesto dal complesso di San Pietro. Per Loredana Lipperini, presente nella duplice veste di conduttrice di Fahrenheit e di autrice (ha presentato il suo ultimo libro, L’arrivo di Saturno): grazie per il calore umano.

La condivisione è stata certamente il valore aggiunto di tutta la manifestazione.

Arrivederci al prossimo anno!

La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi

Giampaolo Simi
La ragazza sbagliata
Sellerio, 2017

Dopo Cosa resta di noi, vincitore del Premio Scerbanenco del 2015, Giampaolo Simi torna in libreria con La ragazza sbagliata.

Oggi mi è chiaro: sotto la minaccia che tutto crollasse, niente cambiò nel senso in cui avevamo sperato. Mi è chiaro proprio mentre mi ritrovo da solo, in un appartamento ormai quasi vuoto, a scrivere quello che doveva diventare il mio libro sensazionale sul caso Calamai.
Doveva. Perché si è trasformato nel racconto di come invece è stata la mia vita a crollare e a cambiare per sempre.
In una settimana.

Ecco a voi Dario Corbo: giornalista licenziato in tronco e senza troppe spiegazioni dal settimanale di “nera” Chi è stato? che ha diretto per anni; una casa in affitto a Monti, che sta per lasciare; una separazione pesante, il figlio che rimane con la madre; insomma, un momento di grossa crisi. La tregua sembra arrivare con la richiesta di scrivere, dietro lauto e quantomai provvidenziale compenso, un instant book su un succulento caso di cronaca: il rilascio, dopo quasi vent’anni di carcere, di Nora Beckford.
Il caso Beckford è il primo caso che Corbo, giovane cronista versiliese, aveva seguito per il quotidiano La Costa, ventitré anni prima: tutto era iniziato con la scomparsa di Irene Calamai, la mattina del 7 luglio 1993. Irene era andata alla festa di Nora, figlia scapestrata dell’architetto Thomas Beckford, era stata vista litigare con Nora e andare via sul suo scooter, dopodiché se ne erano perse le tracce. La studentessa brava e senza grilli per la testa era stata ritrovata, morta, dopo qualche settimana. Corbo era stato tra i più accesi colpevolisti nel processo, prima mediatico e poi giudiziario, che aveva visto come unica imputata Nora Beckford. E adesso Nora sta per essere rilasciata e tornerà a Marina di Pietrasanta, dove verrà inaugurata una mostra dedicata al suo (nel frattempo defunto) padre.
Il fatto è che l’editore vuole un diverso punto di vista sul caso Beckford. Il libro dovrebbe insinuare nei lettori il dubbio che la Beckford non fosse colpevole.
Corbo decide di tornare sul luogo del delitto per trovare qualche spunto, qualche indizio che gli permetta di smontare il vecchio caso e darne una lettura differente. Dapprima molto scettico, poi sempre più coinvolto, perennemente al verde, nell’arco di una settimana intensissima (la seconda settimana di agosto del 2016, lungo la quale si svolge il romanzo) si troverà a fare i conti col passato personale e professionale e a rimettere tutto in discussione.

Finale sorprendente.

Calce viva sui sogni morti. Perché i nostri sogni ci dovrebbero sopravvivere? Solo per diventare gli incubi di qualcun altro? Calce viva. È questo che hanno passato sui nostri anni migliori, Irene. Tu non hai vissuto abbastanza per capirlo, ma è questo che ci hanno fatto.
Noi siamo rimasti vivi, qua nel mondo, e abbiamo bruciato, ci siamo consumati, senza neanche risplendere.
Parlo di noi che non abbiamo scavato un muro fino a perdere le unghie, noi che abbiamo camminato liberi per tutti questi anni. A differenza di te e di Nora, noi abbiamo solo continuato a illuderci. E a credere di avere, fin dalla nascita, quel famoso diritto uguale e intangibile a decidere del nostro destino.

Ci sono romanzi alchemici in cui gli elementi si combinano in modo unico. Il piacere della lettura veloce e godibile, tipica del giallo – soprattutto per me, ma so di essere in buona compagnia nell’amore per questo genere – si combina con la densità dei contenuti. Alla conclusione della storia, verso il finale disvelatore, si arriva mentre si legge altro, anche molto altro.
E dunque alla storia di questo giornalista di mezza età, con qualche fallimento e qualche delusione addosso, che riflette amaramente sul ruolo della stampa e di internet nell’informare e disinformare il pubblico, si aggiunge una vicenda del recente passato, che per i più giovani è storia: la bomba di via dei Georgofili, la strategia della tensione che ha sconvolto l’Italia nei primi anni Novanta.
Ieri e oggi si intrecciano nelle pagine di La ragazza sbagliata. Ieri Falcone e Borsellino, oggi un cold case da risolvere e una donna da salvare.

Con Giampaolo Simi parleremo di La ragazza sbagliata domenica 8 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

Gianni Farinetti vince l’ottava edizione del PREMIO NEBBIAGIALLA

(Comunicato stampa)
SUZZARA (MN) – Il 23 settembre si è tenuta la cerimonia di premiazione dell’ottava edizione del PREMIO NEBBIAGIALLA PER LA LETTERATURA NOIR E POLIZIESCA alla presenza del direttore del festival NebbiaGialla, Paolo Roversi.
La giuria popolare, composta da 47 lettori qualificati, ha decretato Gianni Farinetti vincitore dell’edizione 2017 del prestigioso premio vinto nelle edizioni precedenti da autori del calibro di Maurizio de Giovanni, Massimo Polidoro e Giuliano Pasini.

Farinetti si è aggiudicato il premio col romanzo Il ballo degli amanti perduti – MARSILIO conquistando 15 voti.
All’autore è andata un’opera dell’artista Lucia Crisci.

Questa la classifica finale
Massimo Carlotto – Il turista – RIZZOLI voti 9
Gianni Farinetti – Il ballo degli amanti perduti – MARSILIO voti 15
Giorgia Lepore – Angelo che sei il mio custode – E\O voti 12
Rosa Teruzzi– La sposa scomparsa – SONZOGNO voti 11

Nella stessa occasione sono stati assegnati i premi per le sezioni racconto e romanzo inedito.
Questi i vincitori delle sezioni riservate agli inediti:
Premio Nebbiagialla RACCONTO INEDITO in collaborazione col Giallo Mondadori
Un caso di omicidio, anzi due di Sergio Cova

Premio Nebbiagialla ROMANZO INEDITO in collaborazione con Novecento editore Calibro 9
Prosecco Connection di Fulvio Luna Romero

Non ti faccio niente di Paola Barbato

Paola Barbato
Non ti faccio niente
Piemme, 2017

Nell’arco di sedici anni, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, alcuni bambini (molti, si scoprirà) sono stati rapiti. Si è trattato di rapimenti brevi (qualche giorno, meno di una settimana) e nessuno di loro ha mai riportato danni. Anzi, tutti sono tornati a casa ben vestiti, ben nutriti e senza aver subito alcun tipo di violenza. Contenti, quasi. Solo che, a differenza di quel che accade oggi, non c’erano database, gli inquirenti non incrociarono subito le informazioni e i rapimenti erano avvenuti qua e là per l’Italia: bisognerà attendere il sesto o settimo caso perché un investigatore più attento degli altri realizzasse che dietro ai vari rapimenti c’era un’unica mano. Una mano gentile, che tratta bene i bambini e li restituisce dopo qualche giorno alle famiglie terrorizzate. Talmente terrorizzate che solitamente, al ritorno la vita dei bambini migliorava sensibilmente: vuoi perché le forze dell’ordine, la stampa, gli assistenti sociali li tenevano d’occhio; vuoi perché gli stessi genitori, messi davanti all’orrore della perdita, modificavano comportamenti dolosamente o colposamente distratti, i piccoli rapiti, una volta tornati, sperimentavano un modo più piacevole di stare in famiglia. Questo, si sarebbero detti, se solo si fossero parlati tra loro. Ma i bambini, ormai adulti, non si sono mai incontrati. Non ce n’è stata occasione né motivo. Non c’è mai stato il processo, in qualche caso forse non c’è nemmeno stata una denuncia, e il rapitore, di punto in bianco, ha smesso di colpire. Quel rapitore mai catturato, quel caso dei bambini rapiti è il grande cruccio di Giuseppe Cardinali, poliziotto ormai in pensione.
Il tutto potrebbe sparire nelle pieghe della memoria senonché un giorno la piccola Greta, figlia di Remo Polimanti, viene rapita. Remo è uno dei piccoli rapiti degli anni Ottanta. Non ha ancora realizzato appieno il significato della scomparsa della figlia quando la bambina viene ritrovata. Morta.
E non è l’unica: altri due bambini, di recente, sono stati vittime di incidenti più o meno sospetti, ed entrambi erano figli di ex rapiti. Non si conosce il motivo, ma si intuisce che ancora una volta il disegno criminale è il medesimo, e stavolta non ha niente di positivo. A questa conclusione arriva Giacomo, uno degli ex rapiti che, ossessionato dalla sua vicenda personale (e anche da tante altre cose), già da anni si è messo in cerca degli altri rapiti, seguendone le tracce sul web. Giacomo contatta Daniele, e insieme iniziano una corsa contro il tempo per rintracciare tutti i piccoli ex rapiti. Cooptano altri due di loro, due donne, Bianca e Mariangela: i “non genitori” si mettono in cerca di quelli “con figli” per avvisarli del pericolo.

Anche le forze dell’ordine si attivano ma, per deformazione professionale, iniziano a cercare il vecchio rapitore, convinti che dietro i casi di adesso ci sia la stessa persona di allora.
Niente di più sbagliato, come il lettore apprende presto, perché il vecchio rapitore, ancora vivo, non è più in condizioni di nuocere. Rintanato in un casale di un paesino sperduto, vive ormai quietamente tenendo a bada i vecchi fantasmi. Basta poco per far franare il precario equilibrio conquistato in anni di isolamento. Lo sa bene Nives, la donna che, con pazienza, gli sta accanto da anni.

La monumentale caccia all’uomo che si snoda per mezza Italia, e che vede i buoni sempre un passo indietro rispetto al cattivo, lascerà sul campo morti e feriti. Amaro il finale.

Raccontato in terza, Non ti faccio niente è una monumentale ragnatela che si snoda tra passato e presente attraverso le vite di decine di personaggi. Ci sono gli investigatori, di allora e di ora; ci sono i cattivi; ci sono soprattutto i piccoli rapiti, le loro famiglie di origine e le famiglie attuali, quelle che hanno formato nel tempo.
Tutto ruota intorno all’evento che ha segnato ciascuno di loro, quei pochi giorni trascorsi in compagnia del loro rapitore di cui ognuno ha conservato un ricordo diverso. Quell’evento ha segnato il loro futuro: quello di essere finalmente accuditi, dopo essere stati maltrattati, o anche solo ignorati, da genitori distratti o assenti.
Ci sono una miriade di motivazioni e di ragionamenti che stanno dietro a ognuno di loro, e ci sarà un motivo se Remo è diventato padre di famiglia mentre Daniele ha scelto di non avere relazioni, se la bellissima Bianca ha deciso di farla finita mentre la bruttina Mariangela è assessore nel comune in cui risiede.
E poi c’è Vincenzo, che li ha salvati non potendo salvare se stesso. E che anche a distanza di anni sente forte il peso della responsabilità per quei piccoli “prescelti”.

Emozionante fino all’ultima riga.

Pubblicato a giugno, Non ti faccio niente è un romanzo nato su Wattpad, una piattaforma che consente, fra le altre cose, di pubblicare i singoli capitoli e ricevere un feedback dai lettori mentre l’opera è ancora in progress. Al momento Paola Barbato sta scrivendo un altro romanzo, 300, con la stessa formula. Si può leggere iniziando da qua.

Con Paola Barbato parleremo di Non ti faccio niente il 7 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri