Non ti faccio niente di Paola Barbato

Paola Barbato
Non ti faccio niente
Piemme, 2017

Nell’arco di sedici anni, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, alcuni bambini (molti, si scoprirà) sono stati rapiti. Si è trattato di rapimenti brevi (qualche giorno, meno di una settimana) e nessuno di loro ha mai riportato danni. Anzi, tutti sono tornati a casa ben vestiti, ben nutriti e senza aver subito alcun tipo di violenza. Contenti, quasi. Solo che, a differenza di quel che accade oggi, non c’erano database, gli inquirenti non incrociarono subito le informazioni e i rapimenti erano avvenuti qua e là per l’Italia: bisognerà attendere il sesto o settimo caso perché un investigatore più attento degli altri realizzasse che dietro ai vari rapimenti c’era un’unica mano. Una mano gentile, che tratta bene i bambini e li restituisce dopo qualche giorno alle famiglie terrorizzate. Talmente terrorizzate che solitamente, al ritorno la vita dei bambini migliorava sensibilmente: vuoi perché le forze dell’ordine, la stampa, gli assistenti sociali li tenevano d’occhio; vuoi perché gli stessi genitori, messi davanti all’orrore della perdita, modificavano comportamenti dolosamente o colposamente distratti, i piccoli rapiti, una volta tornati, sperimentavano un modo più piacevole di stare in famiglia. Questo, si sarebbero detti, se solo si fossero parlati tra loro. Ma i bambini, ormai adulti, non si sono mai incontrati. Non ce n’è stata occasione né motivo. Non c’è mai stato il processo, in qualche caso forse non c’è nemmeno stata una denuncia, e il rapitore, di punto in bianco, ha smesso di colpire. Quel rapitore mai catturato, quel caso dei bambini rapiti è il grande cruccio di Giuseppe Cardinali, poliziotto ormai in pensione.
Il tutto potrebbe sparire nelle pieghe della memoria senonché un giorno la piccola Greta, figlia di Remo Polimanti, viene rapita. Remo è uno dei piccoli rapiti degli anni Ottanta. Non ha ancora realizzato appieno il significato della scomparsa della figlia quando la bambina viene ritrovata. Morta.
E non è l’unica: altri due bambini, di recente, sono stati vittime di incidenti più o meno sospetti, ed entrambi erano figli di ex rapiti. Non si conosce il motivo, ma si intuisce che ancora una volta il disegno criminale è il medesimo, e stavolta non ha niente di positivo. A questa conclusione arriva Giacomo, uno degli ex rapiti che, ossessionato dalla sua vicenda personale (e anche da tante altre cose), già da anni si è messo in cerca degli altri rapiti, seguendone le tracce sul web. Giacomo contatta Daniele, e insieme iniziano una corsa contro il tempo per rintracciare tutti i piccoli ex rapiti. Cooptano altri due di loro, due donne, Bianca e Mariangela: i “non genitori” si mettono in cerca di quelli “con figli” per avvisarli del pericolo.

Anche le forze dell’ordine si attivano ma, per deformazione professionale, iniziano a cercare il vecchio rapitore, convinti che dietro i casi di adesso ci sia la stessa persona di allora.
Niente di più sbagliato, come il lettore apprende presto, perché il vecchio rapitore, ancora vivo, non è più in condizioni di nuocere. Rintanato in un casale di un paesino sperduto, vive ormai quietamente tenendo a bada i vecchi fantasmi. Basta poco per far franare il precario equilibrio conquistato in anni di isolamento. Lo sa bene Nives, la donna che, con pazienza, gli sta accanto da anni.

La monumentale caccia all’uomo che si snoda per mezza Italia, e che vede i buoni sempre un passo indietro rispetto al cattivo, lascerà sul campo morti e feriti. Amaro il finale.

Raccontato in terza, Non ti faccio niente è una monumentale ragnatela che si snoda tra passato e presente attraverso le vite di decine di personaggi. Ci sono gli investigatori, di allora e di ora; ci sono i cattivi; ci sono soprattutto i piccoli rapiti, le loro famiglie di origine e le famiglie attuali, quelle che hanno formato nel tempo.
Tutto ruota intorno all’evento che ha segnato ciascuno di loro, quei pochi giorni trascorsi in compagnia del loro rapitore di cui ognuno ha conservato un ricordo diverso. Quell’evento ha segnato il loro futuro: quello di essere finalmente accuditi, dopo essere stati maltrattati, o anche solo ignorati, da genitori distratti o assenti.
Ci sono una miriade di motivazioni e di ragionamenti che stanno dietro a ognuno di loro, e ci sarà un motivo se Remo è diventato padre di famiglia mentre Daniele ha scelto di non avere relazioni, se la bellissima Bianca ha deciso di farla finita mentre la bruttina Mariangela è assessore nel comune in cui risiede.
E poi c’è Vincenzo, che li ha salvati non potendo salvare se stesso. E che anche a distanza di anni sente forte il peso della responsabilità per quei piccoli “prescelti”.

Emozionante fino all’ultima riga.

Pubblicato a giugno, Non ti faccio niente è un romanzo nato su Wattpad, una piattaforma che consente, fra le altre cose, di pubblicare i singoli capitoli e ricevere un feedback dai lettori mentre l’opera è ancora in progress. Al momento Paola Barbato sta scrivendo un altro romanzo, 300, con la stessa formula. Si può leggere iniziando da qua.

Con Paola Barbato parleremo di Non ti faccio niente il 7 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

Chi ha bisogno di te – Elisabetta Bucciarelli

Elisabetta Bucciarelli
Chi ha bisogno di te
Skira, 2017

Meri, diciassette anni, è un’adolescente speciale, introversa e sensibile. Salva le api e le mosche invece di ucciderle. Ha un piccolo difetto fisico, residuo di una disgrazia accaduta dieci anni prima, compensato da un piccolo superpotere. Si muove controllata – con l’abitudine che le deriva dallo studio del pianoforte –  al centro del suo universo fatto a corone concentriche: famiglia e amici stretti, scuola, interessi, forse un amore che si manifesta, attraverso misteriosi bigliettini colorati, con frasi tratte dalle canzoni dei Queen.
Intorno a lei gli altri sono nebulosi, vicini ma a volte distratti: i genitori sono separati, Meri vive con la madre che le ha trasmesso la passione per la musica e per le piante – i semi, soprattutto. Il padre è una debole presenza/assenza. Sara, la migliore amica, vive in un mondo che condivide solo in parte. Zia Vale ha il compito di dire ciò che gli altri non dicono. E poi c’è il misterioso autore dei bigliettini, che mantiene le distanze, suscita curiosità, si fa desiderare.
Attraverso lo sguardo acuto, curioso ma non invadente, disincantato e nitido di Meri, Elisabetta Bucciarelli restituisce il punto di vista di un’adolescente imperfetta che osserva gli adulti ma non li giudica, prende da loro ciò che serve e lascia il resto, si interroga su come stare al mondo:

Lei non fa mai domande, prende atto. Osserva i comportamenti
e poi trae le sue conclusioni. Dice che alcuni gesti
parlano in modo eloquente, non servono spiegazioni, non
serve nemmeno interpretare. Sono quello e basta. Allora
penso che anche le parole dette e non dette siano un gesto. Il
silenzio è un gesto. Tenere chiusa la bocca, non muovere le
corde vocali.

Meri è un’adolescente “normale”, di una normalità che troppo spesso dimentichiamo perché non fa rumore, non appare sui social o sui media, ma non per questo è indenne da delusioni e turbamenti. Qua e là ci sono riflessioni sulle relazioni affettive e umane (amore, amicizia, vicinanza), sul mondo (importante il capitolo UnoDiNoi sul cyber-bullismo), sugli altri. È un continuo sperimentare il mondo per conoscere se stessa.

Un romanzo compatto, evocativo, colmo di significati e pensieri, immagini e sensazioni. Per chi conosce il percorso di Elisabetta Bucciarelli c’è un piacere ulteriore nella lettura, quello di scoprire i cameo di opere precedenti:

Stimo solo chi ha molto amato. Lo dice uno dei nuovi personaggi
di Mamma, una donna molto grassa che è contenta del
proprio peso e delle sue dimensioni. Si chiama Olga.

i temi ricorrenti come fili di una trama unica, l’interesse per letteratura, musica e arte che persiste nel tempo (in questo romanzo ho scoperto Naoko Ito). E l’ormai celebre uso della lingua, sintetico, lineare ed efficace che molto deve alla poesia:

“Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire.” È un
aforisma di Alda Merini, la Mamma lo ha scritto su un biglietto
e messo sul frigorifero.

Route 68 project di Naoko Ito
2013
Wood, paint, hinge, screw, chain
24 x 33 x 15 inches
60.9 x 83.8 x 38.1 cm

Chi ha bisogno di te“: una domanda, un’esclamazione, una premessa da cui trarre le debite conseguenze?

Prima regola, non possiamo innamorarci di chiunque.
Seconda regola, ci sono modi diversi di essere innamorati.
Terza regola, l’amore vero contiene sempre una perdita.
Quarta regola, l’amore ha molti modi per esserci. Ci vuole
tempo e forse un po’ di vita per accettarlo.

Con Elisabetta Bucciarelli parleremo di Chi ha bisogno di te il 7 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

So long, der Wolf (Alan D. Altieri, 1952-2017)

L’uomo a sinistra è Sergio “Alan D.” Altieri. Per molti è “solo” il traduttore della saga Il Trono di Spade di George R.R. Martin. Per alcuni è anche un grande scrittore di action fiction o l’ex curatore del Giallo Mondadori. Oltre che per tutto questo, io lo ricorderò sempre come un uomo dall’intelligenza straordinaria e dalla gentilezza altrettanto straordinaria. Così incredibilmente disponibile che si stentava a credere che un uomo con il suo aspetto da boscaiolo canadese, la sua esperienza e i suoi trascorsi a livelli over the top potesse essere anche così affabile.

Correva l’anno 2009 quando realizzammo questa bella intervista. So long, Sergio.

AB – C’è bisogno di presentarlo? Sergio “Alan D.” Altieri è attualmente responsabile di tutto ciò che trovate in edicola per le collane Mondadori e di tanto, tanto altro. Oltre a essere, lui stesso, uno dei più prolifici autori nostrani. Come dire: le migliori braccia che la letteratura ha strappato all’ingegneria…
Come e perché Sergio è diventato Alan D.? E soprattutto, cosa significa la D.?
SA – Correva l’A.D. 1981 e – assieme al mio primo editore: il grande Andrea Dall’Oglio – stavamo preparando la copertina di Città Oscura, il mio primissimo romanzo. Ci venne l’idea di creare una sorta di “caso” italo-americano (il libro si svolge tutto in una Los Angeles da girone dantesco) e pensammo a uno pseudonimo a metà. Per ragioni di composizione grafica, “Alan” parve suonare bene. Quanto alla “D”, bene, la D è autentica: Diego. Da quei giorni, Alan D. è rimasto con me. Una sorta di trademark?

AB – Sceneggiatore, scrittore, traduttore… In quale di questi ruoli ti trovi più a tuo agio?
SA – Preferisco conglobarli nell’unico ruolo di narratore. La sceneggiatura è un medium straordinario, in quanto permette di comunicare per immagini. La prosa da romanzo permette di entrare nella testa dei personaggi, lavorando anche su atmosfere e scenari. Quanto alla traduzione, sempre nella massima fedeltà al testo originale, permette di connettere due linguaggi, vale a dire due diverse strutture di pensiero. Ecco perché preferisco vedere quei ruoli nel loro assieme.

AB – Hai avuto una vita decisamente movimentata, tra gli Stati Uniti e Milano. Una vita avventurosa è importante per chi scrive, più che stare seduto davanti al foglio bianco a lambiccarsi il cervello?
SA – Francamente, non ritengo che un narratore debba per forza avere avuto avventure per scrivere di avventure. I viaggi aiutano, nessun dubbio: genti, culture, paesaggi, storia. Ma, alla fine, la chiave di volta rimane la mente e l’immaginazione. Il grandissimo genio Edgar Allan Poe non aveva visto la “vera” Casa degli Usher, né il Pozzo della Santa Inquisizione (in cui il protagonista è rinchiuso ne Il pozzo e il pendolo, n.d.i.). Così come il grande Maestro Emilio Salgari non aveva di certo viaggiato nel Borneo.
Direi che quella che gli americani chiamano con perfetto sintetismo “the blank page syndrome” (sindrome della pagina bianca) può essere esorcizzata in due modi: 1) avere bene in mente la storia che si vuole raccontare; 2) mettersi a raccontarla.

AB – Tu non sei mai stato un giallista classico. Come definiresti il tuo genere (action writing, thriller, spionaggio, New Italian Epic…)? E le frequenti incursioni in altri periodi storici, come possiamo collocarle?
SA – Cerco sempre di essere cauto con la parola “genere”. Può diventare sia un concetto incompleto che un’etichetta impropria. Se proprio vogliamo usare il genere riferito al mio lavoro, userei il termine “narrativa di intrigo”. Non è una scappatoia: nei miei libri, nei miei racconti, cerco sempre di costruire intrighi complessi. Non senza dimenticare però i parametri del thriller, l’impulso della hard-action, il coinvolgimento dell’epica. In sostanza, oops, lavoro in un genere altamente ibrido.

AB – Da quali suggestioni nascono le tue storie?
SA – Letteralmente, “da tutto”. Concetti, immagini, tematiche, problematiche. Una costante del mio lavoro è costruire una situazione estrema – urbana, criminale, bellica – e stirare ugualmente all’estremo i limiti dell’essere umano. Ritengo sia proprio ai margini del tollerabile che emerga il nucleo profondo dell’uomo, e il lato oscuro dell’uomo.

AB – Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?
SA – Un mio attento lettore ha rilevato che i miei protagonisti sono – nella sostanza – sempre lo stesso protagonista. Non ha affatto torto: nomi diversi, epoche diverse, situazioni diverse ma il protagonista che chiamo ad affrontarle ha delle caratteristiche di riferimento: solitudine, contraddizione, etica, capacità di sopravvivere. È come se il “bastone del testimone” del conflitto passasse da un protagonista all’altro.
Il Solomon Newton di Città Oscura non è poi troppo dissimile dal Russell Kane della serie Sniper che non è a sua volta troppo dissimile dal David Stark di Kondor e di Ultima Luce. Ciò premesso, ed evitando il concetto di “preferenza”, il libro a cui sono più legato è certamente la trilogia di Magdeburg, soprattutto per la sfida narrativa che ha rappresentato. In un’altra direzione, Kondor – concepito nel 1987 in forma di sceneggiatura, scritto nel 1997 in forma di romanzo – rimane tuttora un testo fin troppo attuale.

AB – Credo che un aspetto di grosso interesse per i lettori del Dizionario Atipico sia il fatto che da qualche anno curi le collane Mondadori di giallo, spionaggio & affini. Da questo osservatorio privilegiato, che idea ti sei fatto dello stato dell’arte in Italia?
SA – In Italia stiamo andando alla grande. Tanti ottimi autori, tanti validi stili, grande varietà tematica in tutti, eccoci di nuovo, i generi. Oltre ai solidi professionisti, ci sono almeno due nuove generazioni di autori – diciamo i trentenni e i quarantenni – in pieno sviluppo.
I due fronti più variegati ed effervescenti sono il thriller e la fantascienza. Quanto alla spy-story, non esito a dire che gli autori italiani – da Di Marino a Nerozzi, da Cappi a Narciso, da Forte a Salvatori – sono i migliori in senso assoluto. Sottolineo: assoluto.

AB – Da esperto conoscitore, quali romanzi/autori consiglieresti ai nostri lettori?
SA – Ritengo che Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna siano due autentici fuoriclasse. Da Evangelisti è in arrivo una nuova saga sui pirati dei Caraibi, da Genna ecco Le Teste (Mondadori, Strade Blu), un thriller al napalm con il ritorno del personaggio di Guido Lopez.
I narratori che ho citato nella mia risposta precedente continuano a lasciare il segno.
Ma non perdiamo affatto di vista Simone Sarasso, Patrick Fogli, Barbara Baraldi, Zarini & Novelli: e questi autori sono certamente il futuro.

AB – Cosa hai in progetto adesso?
SA – Ho in cantiere due progetti storici: un quarto libro della saga di Magdeburg, di ambientazione quasi interamente nipponica, e un nuovo concetto collocato nel Secolo XIV ancora in fase di lavori in corso. Nel 2010, la TEA proporrà Killzone, un antologico che raccoglie tutti i racconti dello Sniper.

(A.B., dicembre 2009)

“La forma del buio” di Mirko Zilahy

Dopo aver chiuso, non senza sofferenza, il caso dell’Ombra, il commissario Enrico Mancini prende una meritata pausa e si rifugia in un casolare di montagna. Fatica fisica, isolamento e vita semplice dovrebbero ritemprarlo. O almeno così lui spera, ma il dovere lo riporta a Roma. È avvenuto un omicidio macabro e bizzarro addirittura all’interno della Galleria Borghese; la stampa, nonostante il muro di silenzio eretto dalla Questura, ha pubblicato delle foto scattate di straforo e il Questore Gugliotti, messo sotto pressione, non può fare a meno di schierare il migliore dei suoi uomini. Mancini, appunto, commissario di lunga esperienza con specializzazione in profiling a Quantico.

Torna in campo la squadra già vista in È così che si uccide: Caterina, Walter, Antonio iniziano a indagare sull’omicidio (e poi su un secondo, e un terzo…), il vecchio maestro Carlo Biga fa da consulente, alla squadra si affianca una giovane storica dell’arte italo-americana, Alexandra. Rimane nell’ombra il magistrato Giulia Foderà: dopo il timido inizio della relazione con Mancini, la dottoressa e il commissario hanno smesso di vedersi e si evitano a vicenda.
Tutti gli omicidi avvengono nei (o in prossimità dei) parchi di Roma e tutti hanno un richiamo a mostri mitologici. Lo Scultore, questo il nome del serial killer, segue uno schema imprevedibile, colpisce e poi torna a nascondersi nella sua tana. Ma la sua tana è l’intera Città Eterna…

Giunto alla fatidica prova del secondo romanzo, Mirko Zilahy migliora la prestazione e compone un testo più maturo (anche se a lui non piace sentirselo dire), con ritmo serrato e molteplici piani di lettura. Lui lo definisce un romanzo di transizione, e lo è, non solo perché è il secondo di una trilogia, ma anche perché i personaggi sono in rapida evoluzione. Alle citazioni colte si affiancano quelle della cultura pop, con il risultato di creare nel lettore un senso di familiarità, un’affinità che richiama echi di cose già viste o sentite (ma dove?).
C’è poi il tema dei mostri, in senso mitologico e in senso letterale. C’è Roma, sia alla luce del sole che nei sotterranei. C’è una varia e complessa umanità che affronta l’ordinario e l’imprevisto. Ci sono le paure, quelle vere e quelle sublimate.

«Si dice che le persone scomparse restino con noi, che vivano in una dimensione contigua alla nostra, invisibili ma presenti. in questo posto inutile io ho avuto la possibilità di scoprire che non è così. La verità è che quando qualcuno se ne va, quando lo perdiamo per sempre, che sia la peggiore delle morti o il più banale degli incidenti a portarcelo via, qui dentro», posò il pugno sullo sterno, «si forma un vuoto. E man mano che andiamo avanti quello spazio si dilata ed è come se ci riempisse. Di fantasmi. Fantasmi che ci abitano. E che ci parlano, commissario, da un passato in cui erano fatti di carne. Ci parlano e le loro parole producono echi che restano in sospensione dentro di noi.»

La forma del buio, esattamente come È così che si uccide, è un romanzo che fa paura. Non la paura dell’horror o dello splatter, però. Le storie di Mirko Zilahy spaventano perché entrano in risonanza con le mie paure. Che non sono quelle di essere uccisa da un serial killer, ma piuttosto la malattia, la solitudine, l’orrore per gli scarafaggi (come Cate lo ha dei topi), la vecchiaia, la patologia mentale più o meno grave (non solo quella dei serial killer ma più semplicemente l’ansia e gli attacchi di panico), il dolore per la morte o la perdita di una persona cara, l’alienazione, la menomazione fisica…
E se la Roma di Zilahy è un mondo decadente e decaduto, in cui angoli di una bellezza sovrannaturale si alternano a scenari sordidi, i suoi personaggi sono pieni di luci e ombre, di umanità e debolezza.

Se a questo si aggiunge il gusto per una scrittura “importante”, densa e ricca di dettagli, curata come solo chi ha lavorato con le traduzioni può fare, ce n’è abbastanza per dire che Zilahy ha mantenuto le promesse del primo romanzo. Possiamo aspettare con fiducia la chiusura (?) della trilogia e… ciò che verrà dopo.

Per il momento, La forma del buio è il libro che non potrà mancare sotto l’ombrellone. Buona lettura!

PREMIO “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”

Ricevo e volentieri segnalo

BANDO DI CONCORSO
I Sapori del Giallo, con il patrocinio del Comune di Langhirano e in collaborazione con Il Giallo Mondadori, bandisce un concorso nazionale per il miglior racconto giallo inedito, secondo il seguente regolamento:

1. Il concorso è aperto a tutti.

2. Possono partecipare solo racconti inediti, che non siano mai stati pubbicati, neppure sul web.

3. La lunghezza massima dei racconti deve essere di 15 cartelle (30.000 battute spazi vuoti compresi).

4. Ogni autore può partecipare con quante opere desidera.

5. I racconti dovranno pervenire entro e non oltre domenica 18 giugno 2017 (non farà fede il timbro postale) via mail e anche in formato cartaceo in entrambe le seguenti modalità:

a) via mail in formato .doc o .rtf all’indirizzo: ufficiostampa.isaporidelgiallo@gmail.com inserendo nel file del racconto titolo, nome e cognome dell’autore, data di nascita, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia.

b) in forma cartacea 1 (una) copia del racconto con titolo, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia e una copia del Certificato di Partecipazione (CdP)*, ritagliato in originale (niente fotocopie), pubblicato nelle ultime pagine di tutti i volumi pubblicati nel 2017 de Il Giallo Mondadori.
ATTENZIONE: inserire un CdP in originale per ogni racconto partecipante. Non sono ritenuti validi i tagliandi ritagliati da volumi del Giallo Mondadori antecedenti il 2017. Di seguito l’indirizzo a cui far recapitare i racconti nel formato cartaceo:

Premio “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”
Comune di Langhirano – Assessorato alla Cultura
Piazza G. Ferrari,1 43013 Langhirano (PR)

6. Gli elaborati saranno selezionati da una pre-giuria di autori e collaboratori de I Sapori del Giallo e de Il Giallo Mondadori, che stabilirà una rosa di 5 finalisti.

7. Il racconto vincitore sarà scelto dalla giuria finale composta da Franco Forte (direttore editoriale del Giallo Mondadori), Luigi Notari (Curatore della rassegna “I Sapori del Giallo”) e verrà pubblicato nel fascicolo di novembre 2017 della collana Il Giallo Mondadori.

8. I giudizi delle giurie sono insindacabili. I racconti pervenuti non saranno restituiti e non sarà possibile richiedere valutazioni della propria opera. Gli autori concedono gratuitamente i diritti di pubblicazione anche in via non esclusiva, fatta eccezione per la prima uscita, su Il Giallo Mondadori.

9. Tutti i partecipanti riceveranno comunicazione sulla scelta dei finalisti.

10. La partecipazione al Premio implica l’accettazione integrale di tutti i punti del bando di concorso, pena l’esclusione.

11. Il racconto vincitore sarà premiato, alla presenza delle autorità del Comune di Langhirano, durante la cerimonia ufficiale aperta al pubblico nell’ambito del “Festival del Prosciutto” che si terrà nella serata di sabato 9 settembre presso il Castello di Torrechiara.

Per informazioni contattare l’Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Langhirano Federica Di Martino tel. 3668077921
E Luigi Notari curatore della rassegna “I sapori del Giallo” tel. 348 4226784

“Premio GialloLuna NeroNotte”: concorso letterario nazionale dedicato agli autori di giallo, thriller e noir

“Premio GialloLuna NeroNotte”: quinta edizione per il concorso letterario nazionale dedicato agli autori di giallo, thriller e noir

C’è tempo fino al 30 giugno 2017 per presentare i propri racconti inediti

Dopo l’ottimo riscontro ottenuto nelle precedenti edizioni, anche per il 2017 viene riproposto il “Premio GialloLuna NeroNotte” (quinta edizione): un concorso letterario nazionale per il miglior racconto inedito giallo, thriller o noir. Promosso dall’associazione culturale Pa.Gi.Ne., organizzatrice a Ravenna del Festival GialloLuna NeroNotte, il Premio è realizzato in collaborazione con Il Giallo Mondadori, la più importante e nota collana dedicata al genere.

Il racconto vincitore verrà premiato durante la 15ª edizione del festival (in programma a ottobre 2017) direttamente dalle mani del direttore editoriale de Il Giallo Mondadori, lo scrittore Franco Forte, e perché sarà successivamente pubblicato nella rinomata collana.

Il Premio è aperto a tutti i cittadini europei. I racconti devono essere inediti, scritti in lingua italiana e ambientati in Italia. La lunghezza massima delle opere deve essere di 20 cartelle dattiloscritte (ogni cartella è intesa di 35 righe e 55 battute, per un massimo di 2.000 battute per cartella).

I racconti devono essere inviati in busta chiusa e in 5 copie ciascuno al seguente indirizzo postale: “Premio GialloLuna NeroNotte”, c/o Associazione culturale Pa.Gi.Ne., via Corezolo 47, 48121 Ravenna. Contemporaneamente una copia, in formato pdf, andrà inviata all’indirizzo di posta elettronica: gialloluna@racine.ra.it

All’interno della busta con i racconti, i concorrenti devono inserire, ritagliato in originale, il Certificato di Partecipazione (CdP), che si trova nelle ultime pagine de “Il Giallo Mondadori”.

Una pre-giuria esaminerà i racconti partecipanti.

La giuria finale – composta da Franco Forte (Direttore editoriale de “Il Giallo Mondadori”) residente della giuria, Nevio Galeati (Presidente associazione Pa.Gi.Ne., Direttore artistico di GialloLuna NeroNotte), Annamaria Fassio (scrittrice) – stabilirà il vincitore assoluto

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria del Premio: gialloluna@racine.ra.it, 335.6485088

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Intervista a Stefano Labbia

Oggi incontriamo Stefano Labbia, un autore versatile molto interessante e ancora poco conosciuto in Italia, in occasione dell’uscita di due graphic novel, Kremisi e Killer Loop’s.

AB – Dunque, cosa bolle in pentola?
SL – Nell’immediato, l’uscita di due graphic novel. Killer’s Loop sarà autoprodotta con un mini albo da 50 pagine a cura del bravissimo disegnatore Francesco Grieco e distribuita presso il circuito Feltrinelli – Mondadori. Kremisi probabilmente sarà distribuito nel circuito delle fumetterie – librerie specializzate e sarà un volume brossurato. A seguire, il mini albo di Killer Loop’s (Killer Loop’s: Kaos) presenterà i comprimari che ruotano attorno a Kimberly nel suo universo: Vincent, suo cugino, Violet, sua cugina e sorella di Vincent, Jimmi Jones, il team di Safe e i membri de La Distale. In lavorazione c’è un volumen dove finalmente vedremo Kimberly in azione, seppure in storie brevi ed autoconclusive, dal titolo Kimberly Short Stories Volume #1, avrà distribuzione Feltrinelli – Mondadori e avvieremo una campagna di raccolta fondi per sovvenzionarne la produzione e la distribuzione.

AB – Colpisce la sua poliedriticità: poeta, autore di testi per la tv, adesso fumettista nella triplice veste di soggettista, sceneggiatore e disegnatore. Come mai? Nel fumetto ci sono pochi esempi paragonabili al suo. Mi viene in mente Neil Gaiman, come paragone illustre.
SL – Grazie innanzitutto per questa splendida opportunità! Cosa dire al riguardo… ho bisogno di esprimere ciò che ho dentro… ed ogni idea, ogni sensazione, ogni emozione ha un modo diverso di essere veicolata all’esterno. La graphic novel credo che sia un mezzo attraverso cui poter esprimere poesia, sceneggiatura e testi che potrebbero benissimo essere adattati per la tv, in un’unica soluzione. Precisazione: i disegni non sono miei ma di due fantastici giovani disegnatori. Vi ringrazio per l’accostamento: fa sempre piacere, soprattutto se del calibro di Gaiman… Ovviamente è un paragone da prendere con le molle perché io muovo i miei primi passi e di strada da fare per me ce n’è tanta ancora!

AB – Escono, in contemporanea, due suoi lavori con stili molto diversi: un noir stile il Nick Fury di Steranko (ma forse anche Breccia o Miller) e uno di supereroi con grafica più commerciale. Anche qua, come mai ha scelto di cimentarsi con generi e stili così diversi?
SL – Ogni storia richiede le sue circostanze: sono attento – o almeno cerco di esserlo – ad ogni particolare del progetto che creo e curo quasi maniacalmente. Mi metto nei panni del lettore – essendolo tuttora! -: mi piacerebbe leggere una storia del genere? È il mio punto di partenza. Kremisi, ad esempio, è una storia che secondo me mancava nel panorama supereroistico a livello globale. I disegni sono volutamente in stile USA ma non è sarcasmo o provocazione. È solo coerenza stilistica con la storia. Necessità. Nel microcosmo di Kremisi ogni “eroe” non vuole essere tale – salvo rare occasioni. E fondamentalmente, la stragrande maggioranza di loro, fa parte dei così detti “loser” della società… che si ritroveranno poi ad essere l’unica salvezza per il mondo, da quella che sarà un’ondata di criminalità senza precedenti e che viene… da lontano – per inciso… non è del nostro tempo. Al contrario del classico mondo dove supereroi spadroneggiano e dove continue resurrezioni sono possibili… in Kremisi questo non avviene. È il nostro mondo. Quello in cui viviamo. Solo… gli eroi esistono. Ma chi muore non ritorna. Mai più. Killer Loop’s invece è una storia pulp nel vero senso del termine. Kimberly, il protagonista, è un killer per certi versi imbranato. Un imbranato che però vince sempre. O quasi… La rivincita degli imbranati, potrebbe essere un bel titolo per una sua storia! Diciamo, per farla breve, che è una storia dalle tinte noir condita con del buon “sano” black humour.

AB – L’uso della tricromia (bianco nero rosso) era in voga nei fumetti anni 50 stile Fantax; più recentemente lo abbiamo visto in Sin City di Miller e in Morgan Lost in Italia. Si rifà a qualcuno? Perchè? (Se fosse solo per il sangue, prende spunto dal musical Chicago in cui si vedono nastri rossi che escono dalle ferite quando le condannate raccontano i loro omicidi?)
SL – In Italia credo che l’ultimo ad usare la tricromia (ma potrei benissimo esser da Voi smentito) sia stato Ortolani nella ristampa del suo “La lunga notte dell’investigatore Merlo”. Killer Loop’s ha l’esigenza di dire molte cose. Si maschera tra le pieghe del pulp, del noir e vive di black humour. Battute al fulmicotone, lancinanti, si accostano bene, a mio dire, ad ambientazioni e scene dove il rosso… fa la sua parte. Il bianco e nero, però, dice già tutto o almeno ci prova. Diciamo che il rosso è la ciliegina sulla torta! Oh… ho adorato Sin City. Il fumetto. Il / i film… Così, così.

AB – Il supereroe che in un lampo si trasforma è un po’ déjà vu (già in Wonder Woman ma più recentemente in Venom, un simbionte alieno che condivide il corpo con l’organismo ospite): non è un po’ troppo semplificativo rispetto alla necessità di nascondere la propria identità segreta?
SL – Kremisi non è un supereroe. Mi preme ribadire il concetto perché è importante che non passi il messaggio sbagliato. Jackson – questo il suo nome di battesimo – è un afroamericano con un figlio preadolescente che vive a New York. È vedovo e lavora in fabbrica di notte per sbarcare il lunario. Ha i suoi problemi e tutto vuole dalla vita eccetto che diventare un “eroe”. E non lo fa. Almeno non fino in fondo. Un’esplosione di un laboratorio gli dona poteri inimmaginabili. L’incontro / scontro con un criminale lo porta poi ad un punto di rottura con se stesso e che forse, in realtà, si è generato subito dopo l’incidente. Il confine tra Kremisi e Jackson è labile: l’uomo ha il controllo “sull’altro” ed il trasformarsi, per lui, è solamente il cambiare stato mentale, un passaggio dovuto per abbandonare la retorica umana ed il suo metro di giudizio. A Jackson non serve “mutare” in Kremisi per avere poteri. Le sue doti sono sempre con lui. Il cambiamento è solo mentale, perché le decisioni che deve prendere entrano in conflitto con la persona che è davanti agli occhi di tutti. Kremisi invece… non è “umano”. E non usa il nostro stesso metro di giudizio.

AB – Quanto spazio è dedicato e come (flashback?) alla psicologia del killer nel noir? Per certe modalità mi viene in mente Il killer di Jacamon-Matz. A chi o cosa si è ispirato?
SL – Killer Loop’s è nato perché non c’era nulla del genere e ne sentivo il bisogno. Sono un cultore dei comics – principalmente Marvel – sin da tenera età. Se dovessi descrivere Kimberly… Io penso più al Joker o a The Mask, per come si rapporta col mondo. La sua è una storia sofferta: ha perso sua sorella per mano di una gang. Kimberly non è nato killer ma la legge del più forte l’ha tramutato in un assassino prezzolato che comunque ha una (pseudo) morale: non uccide donne o bambini. E cerca, per quanto gli è possibile, di stare dalla parte del più debole. Sembra una sorta di Robin Hood per anime inquiete. Solo che questo è anche il suo unico mezzo di sostentamento…

AB – Quali sono le sue passioni?
SL – Molte. Forse troppe, a dirla tutta… e non riesco nemmeno a dedicar loro il tempo che vorrei! Amo suonare, guardare vecchi film, scrivere (per quello tempo ho deciso di averlo!), giocare ai videogames, leggere (comics e libri!)… se continuo temo che questa risposta sarà più lunga di tutte le altre.

Stefano Labbia, classe 1984, è un autore italiano di origine brasiliana. Nato nella Capitale, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Gli Orari del Cuore nel 2016 per Casa Editrice Leonida. Al lavoro sulla sua prima serie televisiva originale inglese di stampo teen drama, dal titolo “Fear”, di cui è unico ideatore e sceneggiatore, vive attualmente a Londra. Nel 2017 vedrà alla luce la sua seconda silloge poetica dal titolo I Giardini Incantati (Talos Edizioni).
Collabora dal 2016 con i portali 2duerighe.com (sezione spettacolo (cinema e teatro)), MyReviews.it (cinema e libri) e Oubliette Magazine (cinema, arte, teatro, musica).
Scrive, dal 2017, per “Il Nostro”, free press magazine mensile.
Conduce e cura un programma radio dedicato a cultura, poesia, teatro e musica sulla radio indipendente Deliradio.it.
Ha inoltre collaborato alla stesura e all’ideazione di “Rivka” (Serie Italiana – 2016), “Boh” (Sitcom – Distribuita da Extra Tv – Idea, regia e sceneggiatura – 2016), “Butterfly Lies” (2015 / 2016 – UK – idea, soggetto e sceneggiatura), “Safe” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Tv Show – USA – 2015), “Life Goes On” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Film – 2015), “American Inn” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Sitcom – USA – 2015), “(R)Evolution” (Idea, soggetto e sceneggiatura – 2015), “Police Assault” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Tv Show – USA – 2014), “WMW – What Men Wants” (dramedy – UK – 2015 / 2016 – Idea, soggetto e sceneggiatura) e “Strings” (co-autore con Agnese Pagliarani – Sitcom – 2016).

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Il libro degli specchi di E.O. Chirovici

Non puoi sapere cos’è il dolore finché non ti ferisci a tal punto da capire che le ferite precedenti erano soltanto piccoli graffi. (p. 32)

Il libro degli specchi ruota intorno a un cold case e a un manoscritto incompiuto che l’autore, Richard Flynn, invia all’agente Peter Katz.
Nel manoscritto Flynn racconta, in forma autobiografica, un trimestre di vita universitaria a Princeton, nel 1987, segnato dall’arrivo di una affascinante coinquilina, Laura Baines. Fredda ed enigmatica, Laura diventa il centro del mondo di Richard. I due passano molto tempo insieme e presto Laura gli presenta il professor Joseph Wieder, un brillante psicologo con cui la studentessa collabora. Il professor Wieder vive in una magnifica villetta, è amichevole e offre a Richard, studente di letteratura squattrinato, un piccolo lavoro da svolgere nella sua biblioteca. Ben presto Richard inizia a sospettare che Wieder non sia poi così limpido e che forse anche Laura, della quale si è innamorato, gli nasconda qualcosa. Gli eventi si susseguono fino alla tragedia che accade subito prima di Natale… e qui il manoscritto si interrompe.
Peter Katz fiuta il “colpo grosso” e tenta di rintracciare l’autore, o almeno il seguito del manoscritto, per procedere alla pubblicazione. Ma non riesce e affida il compito a un giornalista, John Keller, che si mette a sua volta sulle tracce dei protagonisti della vicenda per ricostruirne l’epilogo. Dal manoscritto, infatti, si intuisce che la verità dei fatti potrebbe essere diversa dalla verità giudiziale. Ma anche i protagonisti, a distanza di anni, forniscono versioni diverse non solo della tragedia, ma anche di tutti i “fatti a contorno” narrati da Richard Flynn. Qualcuno mente, ma chi? Il manoscritto di Flynn è davvero attendibile o è viziato da pregiudizi e rancori personali? Nel corso della ricerca Keller incontra anche il detective Roy Freeman, che si era occupato del caso Wieder. Sarà Freeman, ormai pensionato e con qualche acciacco, a risolvere i punti oscuri e arrivare a una tardiva, quanto inutile, verità.
“Quando Matt Dominis mi chiamò, era una di quelle sere in cui dispiace non avere un gatto. Dopo la fine della telefonata, uscii sulla veranda dove mi trattenni qualche minuto, cercando di schiarirmi le idee. Stava calando il buio, le prime stelle punteggiavano il cielo e il traffico sull’autostrada echeggiava distante come il ronzio di uno sciame d’api.
Quando finalmente si scopre la verità su un caso che per molto tempo ci ha ossessionati, è come perdere un compagno di viaggio. Un compagno logorroico, impiccione e forse perfino maleducato, la cui presenza accanto a te, ogni mattina, al risveglio, è una certezza. Questo era stato per me il caso di Wieder negli ultimi mesi. Ma il racconto di Matt cadde come un grosso e pesante coperchio sulle tante ipotesi che, nelle ore passate nel piccolo ufficio in cui avevo trasformato la stanza per gli ospiti, avevo architettato.
Mi dicevo però che quella non poteva essere la fine, che c’erano ancora dei particolari poco chiari, sebbene tutto nel resoconto del mio amico fosse vero”. (p. 233)
Con i diritti venduti in 38 Paesi, Il libro degli specchi si avvia a essere il caso editoriale dell’anno. Il romanzo di E.O. Chirovici è un giallo, certo, ma non solo. È un gioco di intrecci in cui tre voci narranti nel presente – Peter Katz, John Keller, Roy Freeman – si confrontano con un fatto del passato senza riuscire ad afferrarne l’essenza. Perché la verità non può che essere una e una soltanto, ma tutti coloro che a vario titolo sono coinvolti nella caso Keller la raccontano in modo diverso. Forse qualcuno mente volontariamente, ma forse – e anche peggio – ognuno ha ricostruito la vicenda con i filtri distorti del proprio vissuto. Al punto che la verità diventa inafferrabile e chiunque tenti di inseguirla è destinato a un frustrante fallimento. Il libro degli specchi è un romanzo sulla fallacia della memoria e sui bias che noi tutti, più o meno consapevolmente, mettiamo in atto, il tutto abilmente celato tra le righe di una brillante e coinvolgente indagine la cui soluzione non mancherà di soddisfare le aspettative del lettore più esigente.
E.O. Chirovici
Il libro degli specchi
Longanesi, 2017
Traduzione di Luca Bernardi
E. O. Chirovici è nato in una famiglia di origini rumene, ungheresi e tedesche ed è cresciuto a Fagaras, una cittadina nel sud della Transilvania. Ha iniziato la sua carriera come economista ed è poi diventato giornalista televisivo, mestiere che lo ha portato nel Regno Unito dove ha lavorato per la BBC e altre emittenti. Attualmente vive a Bruxelles. Ha pubblicato il suo primo racconto nel 1989 e il primo romanzo, Il massacro, due anni dopo: un grande successo in Romania, oltre centomila copie vendute in un anno. Due mesi dopo è uscito un altro bestseller, Commando per il Generale, un thriller politico ambientato in Italia e ispirato all’omicidio del Generale Dalla Chiesa. Ha poi pubblicato altri quindici libri in Romania prima di lasciare il paese e stabilirsi all’estero, quattro anni fa. Il libro degli specchi è il suo primo romanzo in lingua inglese, venduto in soli dieci giorni in 38 paesi.

Metti il tuo segreto allo specchio e condividi la foto su Instagram con l’hashtag#IlLibroDegliSpecchi entro l’8 marzo. Le cinque foto che conquisteranno più “like” entro il 9 marzo riceveranno una copia speciale fuori commercio dello straordinario esordio di #EOChirovici: thriller e letteratura non sono mai stati tanto uniti! 

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Il Maestro delle Ombre di Donato Carrisi

il-maestro-delle-ombreDonato Carrisi
Il Maestro delle Ombre
Longanesi, 2016

Roma, in un momento imprecisato. Il maltempo ha danneggiato una centrale elettrica creando un sovraccarico sulle altre. È necessario programmare un blackout d’emergenza di 24 ore per risolvere il guasto. Niente luce, niente telefoni. Le forze dell’ordine sono allertate: in quelle 24 ore di blackout, di totale isolamento dal mondo, può accadere di tutto. L’ispettore Vitali, a capo dell’ufficio statistiche su crimine e criminalità, deve monitorare la situazione dalla sala dell’unità di crisi della Polizia. Qua viene portata la fotorilevatrice Sandra Vega: sebbene ormai presti servizio all’ufficio passaporti, la poliziotta è considerata ancora la migliore, l’unica a cui possa essere chiesto di analizzare il video di un efferato omicidio rinvenuto in un cellulare smarrito – o forse appositamente abbandonato – in un taxi. Ma è veramente questo, il motivo per chiamare in servizio Sandra? Fermare un serial killer violento?
Nel frattempo Marcus (già visto in Il Tribunale delle Anime, nel 2011), dopo essersi liberato da una trappola mortale, riceve un incarico: il vescovo Gorda è morto, nel suo appartamente in Vaticano, in modo “sconveniente”; a Marcus tocca fare pulizia sulla scena del decesso per fugare le ombre che intaccherebbero la memoria dell’alto prelato. Ma sulla scena Marcus rinviene degli elementi che lo inducono a pensare che il prelato possa essere stato ucciso dallo stesso uomo che ha tentato di intrappolare Marcus. Al centro la scomparsa di un bambino: Tobia Frai.

Partendo da uno spunto visto al cinema (nella trilogia La notte del giudizio: cercatela, bello soprattutto il primo episodio), la situazione di pericoloso isolamento, di buio tecnologico in cui “tutto può accadere” fa da scenario all’ultimo, brillante thriller di Donato Carrisi. Col ritorno di Marcus, il penitenziere tormentato, e di Sandra, la poliziotta triste. Dalle 7.41 del giorno X alla stessa ora dell’indomani, Roma sfida la bolla di Papa Leone X, che prescrisse che la Città Eterna non dovesse «ma mai mai» rimanere al buio. Provvidenziale, ai fini della trama, l’amnesia di Marcus, che costringe il penitenziere a indagare su indizi che lui stesso ha disseminato, senza sapere come e perché: anche qui il richiamo cinematografico immediato è al celebre Memento di Chris Nolan. Dal canto suo, Sandra è costretta a rivedere la sua visione del mondo e a cambiare alleanze in corsa. E poi… niente, non si può aggiungere altro senza togliere piacere alla lettura.

Buone feste!

Il Filo Rosso di Paola Barbato (2010)

il-filo-rossoPaola Barbato
Il filo rosso
Rizzoli, 2010

[Il post originale è del 2010]

«Siete tutti uguali, Antonio. Tutti avete perso qualcuno, siete il terzo vertice del triangolo. Ogni volta che viene commesso un crimine o un delitto tutti ragionano in linea retta: vittima-carnefice. Ma c’è un terzo punto di vista, quello di chi rimane. Chi rimane vivo, chi rimane in attesa, chi rimane e combatte, contro tutto e tutti, contro quell’ingranaggio farraginoso che si chiama “Giustizia”. Rimangono, sono i sopravvissuti. Siete i sopravvissuti, tutti voi. Annaspate nel sangue delle vittime che vi vengono sottratte, osservate impotenti i carnefici che vengono giudicati innocenti, infermi di mente, spogli di prove sufficienti che li inchiodino. Sopravvivete a tutto questo, e ciò fa di voi degli eroi. Tu sei un eroe, Antonio. Anche se non lo credi, anche se Lara non lo crede, anche se il mondo intero non lo crede, tu sei e rimani un eroe.»

Antonio Lavezzi conduce un’esistenza ordinata in modo maniacale. La sistematica e metodica ripetizione di gesti gli serve per riempire tutti i momenti di un’esistenza ridotta a mera sopravvivenza da quando la sua vita familiare si è frantumata. Il brutale assassinio della figlia, il coma e la separazione – senza una parola di addio – dalla moglie Lara, hanno costretto Antonio a ricostruirsi una facciata in una città diversa. Lavora come ingegnere edile nella ditta di un amico di infanzia che, di settimana in settimana, gli propone qualche potenziale fidanzata. Ma Antonio non ha nessuna intenzione di rifarsi una vita, non fino a quando una parte del suo cervello dovrà necessariamente rimanere sigillata per non pensare alla tragedia che gli è successa. Tragedia della quale non è mai stato trovato il colpevole.
Un giorno, nel cantiere di cui Antonio è responsabile, viene rinvenuto un cadavere. Pochi essenziali indizi lo inducono a pensare che tra la sua personale tragedia e quel cadavere ci siano dei legami. È solo l’inizio di un’incredibile spirale che coinvolge Antonio. Manovrato da un burattinaio ferocemente etico, Antonio diventerà strumento di vendetta e dispensatore di giustizia privata. Nella speranza che prima o poi arrivi il momento catartico della sua personale rivincita. Ma quando arriverà, quel momento sarà il peggiore di tutti.

Il nuovo romanzo di Paola Barbato, Il filo rosso, ha tutti i numeri per competere ad altissimo livello nel panorama editoriale nostrano. Sia per la scrittura, a cui Paola presta molta attenzione, sia per la trama, ingegnosa e avvolgente. Ma ciò che colpisce è l’emotività “di pancia” con cui viene raccontata la storia di Antonio. In un romanzo (noir? thriller?) che parla di dolore e dolore, ci sono infiniti spunti e molteplici facce da cui guardare alla sofferenza. La conclusione è che la sofferenza genera altra sofferenza, che si perpetua indefinitamente e si irradia come i cerchi concentrici nello stagno in cui viene lanciata una pietra.

Paola Barbato, in prossimità dell’uscita, ha tenuto un blog in cui racconta a ritroso la genesi del romanzo – una foto – e la progressione della scrittura. Si potrebbe dire che il blog fa parte integrante del libro: in chi non ha ancora letto il romanzo suscita curiosità, a chi lo ha letto dà delle risposte alle prime, facili domande che possono venire in mente. L’autrice – già vincitrice del premio Scerbanenco nel 2008 con il romanzo Mani nude) si è gentilmente prestata a rispondere a qualche domanda.

AB – “Gli scheletri non escono mai senza permesso”: questa è la frase che dà al protagonista, Antonio Lavezzi, la forza di gestire razionalmente un’esistenza che sotto il profilo emotivo è andata in pezzi. Nel momento del dolore, a quali forze bisogna fare appello?
PB – Non c’è una ricetta né per affrontare né per elaborare il dolore. Per un dolore assolutamente IDENTICO (nei fatti) ho visto persone cercare di buttarsi dalla finestra e altre iniziare compitamente a organizzare il funerale. Personalmente adotto il metodo “alla Rocky” e mi ripeto “Non fa male, non fa male, non fa male…”. Non risolvo niente, ma mi consente di fare quello che va fatto (e in ogni dolore c’è sempre qualcosa che va fatto).

AB – “L’apparenza, questa grande, infinita risorsa”: alzarsi la mattina, lavarsi, vestirsi e andare a lavorare. Fare finta di vivere anche quando dentro qualcosa si è spezzato. Nel tuo libro racconti come una vita finita (che avrebbe teoricamente potuto rimanere così per sempre) trovi improvvisamente una nuova ragion d’essere, sebbene feroce e adrenalinica. È pur sempre una via d’uscita. Ma se la vita di Antonio non avesse avuto questa svolta inaspettata, cosa gli sarebbe accaduto?
PB – Come dice lui stesso, avrebbe aspettato la vecchiaia, un giorno dopo l’altro, un giorno uguale all’altro. Finchè sarebbe morto.

AB – Nel romanzo viene menzionato Facebook, questo nuovo strumento infernale che ha cambiato le relazioni, che permette di nascondersi, sparire e rinascere sotto falso nome. Oltre che di incontrarsi, come è accaduto a te e a me. Come vivi il rapporto con i social network e le relazioni virtuali?
PB – Bene, a me Facebook piace. Non ho mai tempo per telefonare, scrivere, mi perdo un sacco di gente per strada. Attraverso Internet almeno so come stanno, cosa fanno, riesco persino a scambiarci due parole. Pare poco, ma è tanto, invece.

AB – “Antonio X, non l’uomo in linea retta, non il povero Lavezzi”. Ciò che accade ad Antonio muta la percezione che lui ha di se stesso. Fino a un certo punto, però. Dovendo scegliere fra Antonio e il suo carnefice (di cui parleremo dopo), a chi vanno le tue “simpatie”? A quale dei due ti sei sentita più affine?
PB – Indubbiamente io sono tutta dalla parte dell’assassino. L’abulia di Antonio è anni luce lontana da me. Quanto meno l’assassino crede in qualcosa, e FA qualcosa, pur se con una percezione totalmente distorta del bene e del male. Io detesto i rimpianti, preferisco i rimorsi. Ecco: Antonio è un uomo fatto di rimpianti, l’assassino potrà avere solo rimorsi.

AB – “Il dolore è un filo sottile”: solo? Il dolore è più spesso una tempesta fisica, almeno nella mia esperienza. Quando diventa un filo sottile è già passato. Anche se certi dolori si portano fino alla morte, e a volte portano alla morte. È solo una considerazione…
PB – No, la definizione è precisa. Il dolore è una cappa che ti isola dall’esterno? No, l’esterno c’è e si intromette. È una bomba che ti distrugge? No, perchè ci sei ancora. È qualcosa di subdolo, che ti avvoltola come una mummia, prima fuori, poi dentro, ti copre tutta, ti sembra di non vederlo, impari a guardarci attraverso ma c’è. E quando credi di esserti abituata comincia a segarti la carne a penetrare, a essere IN TE più di quanto tu stessa sia IN TE. Questa è la mia esperienza personale.

AB – Nel tuo romanzo hai creato un carnefice spavetosamente intelligente, adattativo e manipolativo al tempo stesso. Che però è talmente alienato dal mondo da non avere possibilità di reinserimento, al punto che sceglie volontariamente la morte. È lui l’eroe vero del romanzo, quello che ha trovato da solo la via del riscatto e che paga per tutti, nonostante si sia macchiato di crimini infami. Condividi?
PB – A suo modo, pur involontariamente, sì, è quanto di più vicino a un eroe si riesca a immaginare in quel contesto.

AB – Paola, tu vivi di incubi: li scrivi per Dylan Dog e li descrivi nei tuoi libri. Di cosa bisogna avere paura? E di cosa NON bisogna avere paura?
PB – Non bisogna avere paura di ciò che si è. L’ignoranza di sè, il non conoscersi, il non volersi conoscere ci rende pericolosi per noi stessi e per gli altri. Accettare i lati oscuri e anche quelle cose brutte che pure fanno parte di noi è fonte di grande sicurezza.
Di cosa avere paura? Della società? Del genere umano? Non vedo nessun pericolo che non arrivi dalla nostra specie.