Rispondi se mi senti

Ninni Schulman
Rispondi se mi senti
Marsilio, 2017
Traduzione di Stefania Forlani

Mercoledì 10 ottobre. Hagfors, Svezia. Una squadra di 22 cacciatori si dà appuntamento all’alba per la caccia alle renne. Sono un gruppo eterogeneo ma esperto, l’unica nuova è Alva Sanners, 13 anni, figlia di Pär. La battuta di caccia procede con i ritmi usuali (divisione dei terreni, appostamenti, spari, comunicazioni via radio) ma quando il gruppo si raduna, dopo qualche ora, all’appello mancano sia Alva che Pär.

Fece una pausa per controllare se tutti lo seguivano, e se le informazioni ricevute da Christer erano corrette. Visto che nessuno fece segno di voler intervenire, continuò.
«La prima battuta comincia alle otto e mezza. Nella zona di Rensberg, circa tre chilometri a sud-ovest di Uvanå.»
Altra pausa.
«Qualche minuto dopo le nove viene uccisa un’alce. Dopo un quarto d’ora, alle nove e venti circa, si sente un altro colpo. Il caposquadra, Waldemar Halling, chiede via radio chi abbia sparato, ma nessuno ammette di averlo fatto. Da qui gli orari sono solo indicativi. Verso le dieci e mezza i cacciatori concludono la battuta e raggiungono il capanno per la macellazione di Uvanå. Verso le undici e mezza si rendono conto che mancano ancora Pär e Alva Sanner e tentano di mettersi in contatto con loro al telefono, senza alcun risultato.»

Dopo una rapida perlustrazione, l’uomo viene ritrovato morto. Ucciso da un colpo di fucile che tutti hanno sentito ma nessuno ammette di aver sparato. Di Alva invece non c’è traccia. Le forze dell’ordine vengono prontamente allertate – tra loro anche Petra Wilander, che però non può indagare sull’omicidio in quanto componente, anche lei, della squadra di caccia, e quindi sospettata alla pari degli altri. Si attiva anche la stampa locale, o meglio dovrebbe: in realtà la miglior reporter del Värmlandsbladet, Magdalena Hansson, è bloccata a casa dalle “gioie della maternità”, ossia la crescita dei primi dentini della neonata Liv, che non le permette di dormire.

Qualche giorno prima Saxberg aveva avuto un’importante soffiata su un piano segreto che prevedeva lo stoccaggio di combustibile nucleare a Hagfors, per creare nuove opportunità di lavoro, e la settimana precedente ne aveva avuta un’altra sui lavori di ristrutturazione dell’impianto per il trattamento dell’acqua. L’incarico era stato assegnato al nipote del dirigente dell’ufficio tecnico senza un regolare appalto. Magdalena aveva creduto, o almeno sperato, che Saxberg avrebbe perso un po’ del suo zelo senza una concorrenza degna di nota, invece si stava veramente dando da fare.
E lei non poteva rimanersene seduta lì, a veder morire la redazione locale.

E anche il figlio maggiore adottivo, Nils, risente dell’arrivo della sorellina.
Magdalena deve faticare non poco per ritagliarsi lo spazio per raccogliere informazioni e scrivere. Petra invece fatica a stare lontana dall’indagine per omicidio, relegata a un’altra indagine, quella dell’uccisione di una lupa, qualche settimana prima.

«La polizia mantiene il riserbo sulle indagini relative alla lupa uccisa di frodo e trovata a sud del lago Nain questo fine settimana, ma allo stesso tempo chiede aiuto alla comunità. Christer Berglund, ex capo pro tempore della polizia di Hagfors, esorta tutte le persone che si trovavano nella zona di Majanpäsmossen e della diga di Narsdammen la scorsa settimana a presentarsi, se hanno notato qualcosa…»

Si indaga e si scava nei segreti inconfessabili della tranquilla cittadina. Fino a quando la scomoda verità non viene a galla…

«Mi preoccupa che tu scriva di persone uccise, di lupi uccisi e di cose del genere.»
Magdalena guardò il braccio di Petter, i segni dell’ustione.
La pelle era ancora rosa chiaro e tutta rugosa.
«Quando si tratta di lupi la gente si comporta in modo stupido» continuò lui. «Ricordi quel dibattito sugli animali selvatici di cui ti eri occupata?»
Sì, Magdalena lo ricordava. La sua casella si era riempita di e-mail infuocate provenienti da entrambe le fazioni, d’accordo solo nel sostenere che lei era di parte.
E il giornale aveva dovuto addirittura bloccare nella pagina web i commenti, troppo brutali.
Magdalena, in realtà, non aveva nessuna opinione sulla questione dei lupi, era solo affascinata dall’odio che scatenava.

Ambientato nello straordinario scenario, nella calma selvaggia, della natura svedese, Rispondi se mi senti è un noir scandinavo in piena regola. Crimine, indagine, soluzione. Il tutto in una settimana. Si compone di capitoli brevi per seguire, in parallelo, le azioni dei molti personaggi che popolano le pagine. L’autrice dimostra attenzione, e conoscenza, per il contesto, l’ambiente e le relazioni umane. Rispondi se mi senti è il primo di una serie di romanzi, una lettura soddisfacente per chi ama questo genere che, ormai da qualche anno, si è ricavato una nicchia consistente di lettori appassionati.

Ninni Schulman (1972), giornalista, è cresciuta nel Värmland, dove è ambientata anche la sua serie poliziesca con protagonista la reporter Magdalena Hansson, bestseller nei paesi scandinavi. Vive a Stoccolma.

Fino al 12 novembre anche Rispondi se mi senti, come gran parte dei romanzi della collana Giallosvezia, può essere acquistato in ebook a soli 4,99 euro. 

Un’esca per l’assassino di Minette Walters

Minette Walters
Un’esca per l’assassino
Longanesi, 2006

Siobhan Lavenham indaga su un omicidio avvenuto a Sowerbridge. In realtà lei ne farebbe tranquillamente a meno: è una tranquilla madre di famiglia, una giovane irlandese sposata a un imprenditore inglese. Ma proprio a causa delle sue origini si trova coinvolta nel caso che ha suscitato un violento vespaio in paese: la morte di Lavinia Fanshaw e della sua badante Dorothy Jenkins. Per l’omicidio è stato arrestato Patrick O’Riordan, un giovane irlandese che vive a Sowerbridge con la madre e il padre invalidi (ma non del tutto, come borbotta la gente del paese, sospettando che si tratti solo di un’abile truffa ai danni dell’assistenza sociale). La madre di Patrick chiede aiuto a Siobhan, l’unica scevra da pregiudizi, perché la aiuti a tirare Patrick fuori dai guai. E Siobhan indaga, mettendocela tutta, anche contro le apparenze – solo per scoprire che la verità è completamente diversa da ciò che sembra e che nessuno è senza peccato.

Interessante romanzo breve (o racconto lungo) che esplora la spinosa questione irlandese dal punto di vista della gente “normale”: difficoltà di integrazione, differenze di mentalità e pregiudizi profondamente radicati nella mentalità delle persone comuni.

(Ripescato dal cassetto dei ricordi)

L’Italia che non c’era (e adesso per fortuna c’è)

Monica Cirinnà
L’Italia che non c’era
Fandango, 2017

A poco più di un’anno dall’approvazione della legge 76 del 2016, c.d. Legge Cirinnà, esce per Fandango L’Italia che non c’era.
A metà tra diario e cronaca politica, la senatrice Monica Cirinnà racconta in prima persona il lungo iter che ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto delle unioni civili: dalla nomina a relatrice all’approvazione della legge, passando per le interminabili sedute della Commissione, gli accordi e i tradimenti, l’entusiasmo e la delusione, le alleanze inaspettate e i voltafaccia altrettanto inaspettati.
Senza dimenticare il dibattito che nel frattempo infiammava il paese e si manifestava nelle piazze e sui social. Il libro contiene una parte, minima, delle lettere inviate alla senatrice: incoraggiamenti, storie personali ma anche insulti e preghiere affinché “il Signore la illumini” (sic!).
Poche leggi hanno suscitato interesse come la legge sulle unioni civili, segno che si è trattato di un cambiamento epocale: da una parte la società civile, che voleva uscire dal medioevo e riconoscere i diritti che la maggior parte dei paesi evoluti riconosce, già da tempo, alle coppie omosessuali; dall’altra parte una frangia, piccola ma molto rumorosa, di conservatori, animati dalle più diverse motivazioni (nella quasi totalità, a parere di chi scrive, indegne di un paese civile).
Se la legge è arrivata in porto, gran parte del merito è della senatrice, che si è spesa in ogni modo per “portare a casa il risultato”. Esponendosi in prima persona ma anche facendo un passo indietro, quando è stato necessario.
Poteva essere fatto di più? No, data la composizione dell’attuale parlamento questo è il massimo che poteva essere fatto. Ed è comunque un buon punto di partenza per iniziare a diffondere una diversa sensibilità, per creare un contesto culturale più favorevole all’ampliamento della sfera dei diritti.

In occasione della prima presentazione, all’Auditorium del Maxxi di Roma, la senatrice Cirinnà ha aderito all’appello di Roberta Saviano e ha esordito con un appello per lo Ius Soli (altro tema fortemente divisivo che difficilmente arriverà a meta in questa legislatura).
L’Italia che non c’era va letto per andare oltre le facili approssimazioni: illustra quanto sia difficile, complesso e insidioso il lavoro di quella che viene sprezzantemente definita “la casta” e quanto lungo ancora sia il cammino per diventare un Paese veramente civile.

 

UmbriaLibri 2017: mille grazie!

La frazione perugina di UmbriaLibri 2017 si è conclusa domenica 8 ottobre, al termine di un weekend denso di appuntamenti ed emozioni. La manifestazione quest’anno ha come tema centrale “Voci dal borgo”, in una visione ampia e condivisa del borgo, come spiegano in premessa al programma la presidente della regione Umbria Catiuscia Marini e l’assessore alla cultura Fernanda Cecchini.
La tappa di Perugia (preceduta da Foligno e seguita da Terni) si è svolta nella splendida cornice del complesso monumentale di San Pietro, una delle sedi dell’Università di Perugia.
Da qualche anno, ormai, con il professor Pasquale Guerra, ci siamo ritagliati una piccola nicchia, UmbriaLibri Noir, in cui cerchiamo di far conoscere libri e autori che ci sembrano maggiormente rappresentativi nel genere.

Quest’anno abbiamo avuto il piacere di ospitare, in ordine di apparizione:
Alessandro Berselli con Le siamesi, Paola Barbato con Non ti faccio niente, Elisabetta Bucciarelli con Chi ha bisogno di te, Giampaolo Simi con La ragazza sbagliata, Mirko Zilahy con La forma del buio. Per qualcuno si è trattato di un gradito ritorno, per qualcun altro di una prima volta (e pensiamo che non sarà l’ultima). Avremmo dovuto avere anche il francese Ian Manook e il suo commissario mongolo Yeruldelgger, ma purtroppo l’incontro è stato cancellato a causa di un grave problema familiare. Virtualmente presente Maurizio de Giovanni che ha fatto una rapidissima apparizione radiofonica per Hollywood Party.

Agli autori e al pubblico presente vanno i più sentiti ringraziamenti: mettere in comunicazione diretta chi scrive e chi legge è la ragione fondante di eventi come questo. Il nostro scopo è quello di facilitare il confronto tra le due platee e di stimolare, se possibile, l’interesse e la curiosità verso un libro passando per la voce dell’autore.

Special guests Silvia e Chicca, le libraie di Matelica (Kindustria è la loro meravigliosa libreria) ed editrici di Hacca Edizioni.

Un segnalazione a parte merita l’organizzazione che quest’anno è stata particolarmente attenta e solerte, coadiuvata da un nutrito staff di giovani e brillanti volontari che si sono occupati di aspetti tecnici, logistici e di supporto di ogni genere (perfino la tachipirina – grazie Eleonora!). Sulla pagina FaceBook della manifestazione è possibile trovare un’ampia rassegna di materiali fotografici e videointerviste. Infine una menzione speciale per la preziosa presenza di Rai Radio3 che, per l’occasione, ha trasmesso in diretta parte del suo palinsesto dal complesso di San Pietro. Per Loredana Lipperini, presente nella duplice veste di conduttrice di Fahrenheit e di autrice (ha presentato il suo ultimo libro, L’arrivo di Saturno): grazie per il calore umano.

La condivisione è stata certamente il valore aggiunto di tutta la manifestazione.

Arrivederci al prossimo anno!

La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi

Giampaolo Simi
La ragazza sbagliata
Sellerio, 2017

Dopo Cosa resta di noi, vincitore del Premio Scerbanenco del 2015, Giampaolo Simi torna in libreria con La ragazza sbagliata.

Oggi mi è chiaro: sotto la minaccia che tutto crollasse, niente cambiò nel senso in cui avevamo sperato. Mi è chiaro proprio mentre mi ritrovo da solo, in un appartamento ormai quasi vuoto, a scrivere quello che doveva diventare il mio libro sensazionale sul caso Calamai.
Doveva. Perché si è trasformato nel racconto di come invece è stata la mia vita a crollare e a cambiare per sempre.
In una settimana.

Ecco a voi Dario Corbo: giornalista licenziato in tronco e senza troppe spiegazioni dal settimanale di “nera” Chi è stato? che ha diretto per anni; una casa in affitto a Monti, che sta per lasciare; una separazione pesante, il figlio che rimane con la madre; insomma, un momento di grossa crisi. La tregua sembra arrivare con la richiesta di scrivere, dietro lauto e quantomai provvidenziale compenso, un instant book su un succulento caso di cronaca: il rilascio, dopo quasi vent’anni di carcere, di Nora Beckford.
Il caso Beckford è il primo caso che Corbo, giovane cronista versiliese, aveva seguito per il quotidiano La Costa, ventitré anni prima: tutto era iniziato con la scomparsa di Irene Calamai, la mattina del 7 luglio 1993. Irene era andata alla festa di Nora, figlia scapestrata dell’architetto Thomas Beckford, era stata vista litigare con Nora e andare via sul suo scooter, dopodiché se ne erano perse le tracce. La studentessa brava e senza grilli per la testa era stata ritrovata, morta, dopo qualche settimana. Corbo era stato tra i più accesi colpevolisti nel processo, prima mediatico e poi giudiziario, che aveva visto come unica imputata Nora Beckford. E adesso Nora sta per essere rilasciata e tornerà a Marina di Pietrasanta, dove verrà inaugurata una mostra dedicata al suo (nel frattempo defunto) padre.
Il fatto è che l’editore vuole un diverso punto di vista sul caso Beckford. Il libro dovrebbe insinuare nei lettori il dubbio che la Beckford non fosse colpevole.
Corbo decide di tornare sul luogo del delitto per trovare qualche spunto, qualche indizio che gli permetta di smontare il vecchio caso e darne una lettura differente. Dapprima molto scettico, poi sempre più coinvolto, perennemente al verde, nell’arco di una settimana intensissima (la seconda settimana di agosto del 2016, lungo la quale si svolge il romanzo) si troverà a fare i conti col passato personale e professionale e a rimettere tutto in discussione.

Finale sorprendente.

Calce viva sui sogni morti. Perché i nostri sogni ci dovrebbero sopravvivere? Solo per diventare gli incubi di qualcun altro? Calce viva. È questo che hanno passato sui nostri anni migliori, Irene. Tu non hai vissuto abbastanza per capirlo, ma è questo che ci hanno fatto.
Noi siamo rimasti vivi, qua nel mondo, e abbiamo bruciato, ci siamo consumati, senza neanche risplendere.
Parlo di noi che non abbiamo scavato un muro fino a perdere le unghie, noi che abbiamo camminato liberi per tutti questi anni. A differenza di te e di Nora, noi abbiamo solo continuato a illuderci. E a credere di avere, fin dalla nascita, quel famoso diritto uguale e intangibile a decidere del nostro destino.

Ci sono romanzi alchemici in cui gli elementi si combinano in modo unico. Il piacere della lettura veloce e godibile, tipica del giallo – soprattutto per me, ma so di essere in buona compagnia nell’amore per questo genere – si combina con la densità dei contenuti. Alla conclusione della storia, verso il finale disvelatore, si arriva mentre si legge altro, anche molto altro.
E dunque alla storia di questo giornalista di mezza età, con qualche fallimento e qualche delusione addosso, che riflette amaramente sul ruolo della stampa e di internet nell’informare e disinformare il pubblico, si aggiunge una vicenda del recente passato, che per i più giovani è storia: la bomba di via dei Georgofili, la strategia della tensione che ha sconvolto l’Italia nei primi anni Novanta.
Ieri e oggi si intrecciano nelle pagine di La ragazza sbagliata. Ieri Falcone e Borsellino, oggi un cold case da risolvere e una donna da salvare.

Con Giampaolo Simi parleremo di La ragazza sbagliata domenica 8 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

Gianni Farinetti vince l’ottava edizione del PREMIO NEBBIAGIALLA

(Comunicato stampa)
SUZZARA (MN) – Il 23 settembre si è tenuta la cerimonia di premiazione dell’ottava edizione del PREMIO NEBBIAGIALLA PER LA LETTERATURA NOIR E POLIZIESCA alla presenza del direttore del festival NebbiaGialla, Paolo Roversi.
La giuria popolare, composta da 47 lettori qualificati, ha decretato Gianni Farinetti vincitore dell’edizione 2017 del prestigioso premio vinto nelle edizioni precedenti da autori del calibro di Maurizio de Giovanni, Massimo Polidoro e Giuliano Pasini.

Farinetti si è aggiudicato il premio col romanzo Il ballo degli amanti perduti – MARSILIO conquistando 15 voti.
All’autore è andata un’opera dell’artista Lucia Crisci.

Questa la classifica finale
Massimo Carlotto – Il turista – RIZZOLI voti 9
Gianni Farinetti – Il ballo degli amanti perduti – MARSILIO voti 15
Giorgia Lepore – Angelo che sei il mio custode – E\O voti 12
Rosa Teruzzi– La sposa scomparsa – SONZOGNO voti 11

Nella stessa occasione sono stati assegnati i premi per le sezioni racconto e romanzo inedito.
Questi i vincitori delle sezioni riservate agli inediti:
Premio Nebbiagialla RACCONTO INEDITO in collaborazione col Giallo Mondadori
Un caso di omicidio, anzi due di Sergio Cova

Premio Nebbiagialla ROMANZO INEDITO in collaborazione con Novecento editore Calibro 9
Prosecco Connection di Fulvio Luna Romero

Non ti faccio niente di Paola Barbato

Paola Barbato
Non ti faccio niente
Piemme, 2017

Nell’arco di sedici anni, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, alcuni bambini (molti, si scoprirà) sono stati rapiti. Si è trattato di rapimenti brevi (qualche giorno, meno di una settimana) e nessuno di loro ha mai riportato danni. Anzi, tutti sono tornati a casa ben vestiti, ben nutriti e senza aver subito alcun tipo di violenza. Contenti, quasi. Solo che, a differenza di quel che accade oggi, non c’erano database, gli inquirenti non incrociarono subito le informazioni e i rapimenti erano avvenuti qua e là per l’Italia: bisognerà attendere il sesto o settimo caso perché un investigatore più attento degli altri realizzasse che dietro ai vari rapimenti c’era un’unica mano. Una mano gentile, che tratta bene i bambini e li restituisce dopo qualche giorno alle famiglie terrorizzate. Talmente terrorizzate che solitamente, al ritorno la vita dei bambini migliorava sensibilmente: vuoi perché le forze dell’ordine, la stampa, gli assistenti sociali li tenevano d’occhio; vuoi perché gli stessi genitori, messi davanti all’orrore della perdita, modificavano comportamenti dolosamente o colposamente distratti, i piccoli rapiti, una volta tornati, sperimentavano un modo più piacevole di stare in famiglia. Questo, si sarebbero detti, se solo si fossero parlati tra loro. Ma i bambini, ormai adulti, non si sono mai incontrati. Non ce n’è stata occasione né motivo. Non c’è mai stato il processo, in qualche caso forse non c’è nemmeno stata una denuncia, e il rapitore, di punto in bianco, ha smesso di colpire. Quel rapitore mai catturato, quel caso dei bambini rapiti è il grande cruccio di Giuseppe Cardinali, poliziotto ormai in pensione.
Il tutto potrebbe sparire nelle pieghe della memoria senonché un giorno la piccola Greta, figlia di Remo Polimanti, viene rapita. Remo è uno dei piccoli rapiti degli anni Ottanta. Non ha ancora realizzato appieno il significato della scomparsa della figlia quando la bambina viene ritrovata. Morta.
E non è l’unica: altri due bambini, di recente, sono stati vittime di incidenti più o meno sospetti, ed entrambi erano figli di ex rapiti. Non si conosce il motivo, ma si intuisce che ancora una volta il disegno criminale è il medesimo, e stavolta non ha niente di positivo. A questa conclusione arriva Giacomo, uno degli ex rapiti che, ossessionato dalla sua vicenda personale (e anche da tante altre cose), già da anni si è messo in cerca degli altri rapiti, seguendone le tracce sul web. Giacomo contatta Daniele, e insieme iniziano una corsa contro il tempo per rintracciare tutti i piccoli ex rapiti. Cooptano altri due di loro, due donne, Bianca e Mariangela: i “non genitori” si mettono in cerca di quelli “con figli” per avvisarli del pericolo.

Anche le forze dell’ordine si attivano ma, per deformazione professionale, iniziano a cercare il vecchio rapitore, convinti che dietro i casi di adesso ci sia la stessa persona di allora.
Niente di più sbagliato, come il lettore apprende presto, perché il vecchio rapitore, ancora vivo, non è più in condizioni di nuocere. Rintanato in un casale di un paesino sperduto, vive ormai quietamente tenendo a bada i vecchi fantasmi. Basta poco per far franare il precario equilibrio conquistato in anni di isolamento. Lo sa bene Nives, la donna che, con pazienza, gli sta accanto da anni.

La monumentale caccia all’uomo che si snoda per mezza Italia, e che vede i buoni sempre un passo indietro rispetto al cattivo, lascerà sul campo morti e feriti. Amaro il finale.

Raccontato in terza, Non ti faccio niente è una monumentale ragnatela che si snoda tra passato e presente attraverso le vite di decine di personaggi. Ci sono gli investigatori, di allora e di ora; ci sono i cattivi; ci sono soprattutto i piccoli rapiti, le loro famiglie di origine e le famiglie attuali, quelle che hanno formato nel tempo.
Tutto ruota intorno all’evento che ha segnato ciascuno di loro, quei pochi giorni trascorsi in compagnia del loro rapitore di cui ognuno ha conservato un ricordo diverso. Quell’evento ha segnato il loro futuro: quello di essere finalmente accuditi, dopo essere stati maltrattati, o anche solo ignorati, da genitori distratti o assenti.
Ci sono una miriade di motivazioni e di ragionamenti che stanno dietro a ognuno di loro, e ci sarà un motivo se Remo è diventato padre di famiglia mentre Daniele ha scelto di non avere relazioni, se la bellissima Bianca ha deciso di farla finita mentre la bruttina Mariangela è assessore nel comune in cui risiede.
E poi c’è Vincenzo, che li ha salvati non potendo salvare se stesso. E che anche a distanza di anni sente forte il peso della responsabilità per quei piccoli “prescelti”.

Emozionante fino all’ultima riga.

Pubblicato a giugno, Non ti faccio niente è un romanzo nato su Wattpad, una piattaforma che consente, fra le altre cose, di pubblicare i singoli capitoli e ricevere un feedback dai lettori mentre l’opera è ancora in progress. Al momento Paola Barbato sta scrivendo un altro romanzo, 300, con la stessa formula. Si può leggere iniziando da qua.

Con Paola Barbato parleremo di Non ti faccio niente il 7 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

Chi ha bisogno di te – Elisabetta Bucciarelli

Elisabetta Bucciarelli
Chi ha bisogno di te
Skira, 2017

Meri, diciassette anni, è un’adolescente speciale, introversa e sensibile. Salva le api e le mosche invece di ucciderle. Ha un piccolo difetto fisico, residuo di una disgrazia accaduta dieci anni prima, compensato da un piccolo superpotere. Si muove controllata – con l’abitudine che le deriva dallo studio del pianoforte –  al centro del suo universo fatto a corone concentriche: famiglia e amici stretti, scuola, interessi, forse un amore che si manifesta, attraverso misteriosi bigliettini colorati, con frasi tratte dalle canzoni dei Queen.
Intorno a lei gli altri sono nebulosi, vicini ma a volte distratti: i genitori sono separati, Meri vive con la madre che le ha trasmesso la passione per la musica e per le piante – i semi, soprattutto. Il padre è una debole presenza/assenza. Sara, la migliore amica, vive in un mondo che condivide solo in parte. Zia Vale ha il compito di dire ciò che gli altri non dicono. E poi c’è il misterioso autore dei bigliettini, che mantiene le distanze, suscita curiosità, si fa desiderare.
Attraverso lo sguardo acuto, curioso ma non invadente, disincantato e nitido di Meri, Elisabetta Bucciarelli restituisce il punto di vista di un’adolescente imperfetta che osserva gli adulti ma non li giudica, prende da loro ciò che serve e lascia il resto, si interroga su come stare al mondo:

Lei non fa mai domande, prende atto. Osserva i comportamenti
e poi trae le sue conclusioni. Dice che alcuni gesti
parlano in modo eloquente, non servono spiegazioni, non
serve nemmeno interpretare. Sono quello e basta. Allora
penso che anche le parole dette e non dette siano un gesto. Il
silenzio è un gesto. Tenere chiusa la bocca, non muovere le
corde vocali.

Meri è un’adolescente “normale”, di una normalità che troppo spesso dimentichiamo perché non fa rumore, non appare sui social o sui media, ma non per questo è indenne da delusioni e turbamenti. Qua e là ci sono riflessioni sulle relazioni affettive e umane (amore, amicizia, vicinanza), sul mondo (importante il capitolo UnoDiNoi sul cyber-bullismo), sugli altri. È un continuo sperimentare il mondo per conoscere se stessa.

Un romanzo compatto, evocativo, colmo di significati e pensieri, immagini e sensazioni. Per chi conosce il percorso di Elisabetta Bucciarelli c’è un piacere ulteriore nella lettura, quello di scoprire i cameo di opere precedenti:

Stimo solo chi ha molto amato. Lo dice uno dei nuovi personaggi
di Mamma, una donna molto grassa che è contenta del
proprio peso e delle sue dimensioni. Si chiama Olga.

i temi ricorrenti come fili di una trama unica, l’interesse per letteratura, musica e arte che persiste nel tempo (in questo romanzo ho scoperto Naoko Ito). E l’ormai celebre uso della lingua, sintetico, lineare ed efficace che molto deve alla poesia:

“Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire.” È un
aforisma di Alda Merini, la Mamma lo ha scritto su un biglietto
e messo sul frigorifero.

Route 68 project di Naoko Ito
2013
Wood, paint, hinge, screw, chain
24 x 33 x 15 inches
60.9 x 83.8 x 38.1 cm

Chi ha bisogno di te“: una domanda, un’esclamazione, una premessa da cui trarre le debite conseguenze?

Prima regola, non possiamo innamorarci di chiunque.
Seconda regola, ci sono modi diversi di essere innamorati.
Terza regola, l’amore vero contiene sempre una perdita.
Quarta regola, l’amore ha molti modi per esserci. Ci vuole
tempo e forse un po’ di vita per accettarlo.

Con Elisabetta Bucciarelli parleremo di Chi ha bisogno di te il 7 ottobre a Perugia, nell’ambito della manifestazione UmbriaLibri

So long, der Wolf (Alan D. Altieri, 1952-2017)

L’uomo a sinistra è Sergio “Alan D.” Altieri. Per molti è “solo” il traduttore della saga Il Trono di Spade di George R.R. Martin. Per alcuni è anche un grande scrittore di action fiction o l’ex curatore del Giallo Mondadori. Oltre che per tutto questo, io lo ricorderò sempre come un uomo dall’intelligenza straordinaria e dalla gentilezza altrettanto straordinaria. Così incredibilmente disponibile che si stentava a credere che un uomo con il suo aspetto da boscaiolo canadese, la sua esperienza e i suoi trascorsi a livelli over the top potesse essere anche così affabile.

Correva l’anno 2009 quando realizzammo questa bella intervista. So long, Sergio.

AB – C’è bisogno di presentarlo? Sergio “Alan D.” Altieri è attualmente responsabile di tutto ciò che trovate in edicola per le collane Mondadori e di tanto, tanto altro. Oltre a essere, lui stesso, uno dei più prolifici autori nostrani. Come dire: le migliori braccia che la letteratura ha strappato all’ingegneria…
Come e perché Sergio è diventato Alan D.? E soprattutto, cosa significa la D.?
SA – Correva l’A.D. 1981 e – assieme al mio primo editore: il grande Andrea Dall’Oglio – stavamo preparando la copertina di Città Oscura, il mio primissimo romanzo. Ci venne l’idea di creare una sorta di “caso” italo-americano (il libro si svolge tutto in una Los Angeles da girone dantesco) e pensammo a uno pseudonimo a metà. Per ragioni di composizione grafica, “Alan” parve suonare bene. Quanto alla “D”, bene, la D è autentica: Diego. Da quei giorni, Alan D. è rimasto con me. Una sorta di trademark?

AB – Sceneggiatore, scrittore, traduttore… In quale di questi ruoli ti trovi più a tuo agio?
SA – Preferisco conglobarli nell’unico ruolo di narratore. La sceneggiatura è un medium straordinario, in quanto permette di comunicare per immagini. La prosa da romanzo permette di entrare nella testa dei personaggi, lavorando anche su atmosfere e scenari. Quanto alla traduzione, sempre nella massima fedeltà al testo originale, permette di connettere due linguaggi, vale a dire due diverse strutture di pensiero. Ecco perché preferisco vedere quei ruoli nel loro assieme.

AB – Hai avuto una vita decisamente movimentata, tra gli Stati Uniti e Milano. Una vita avventurosa è importante per chi scrive, più che stare seduto davanti al foglio bianco a lambiccarsi il cervello?
SA – Francamente, non ritengo che un narratore debba per forza avere avuto avventure per scrivere di avventure. I viaggi aiutano, nessun dubbio: genti, culture, paesaggi, storia. Ma, alla fine, la chiave di volta rimane la mente e l’immaginazione. Il grandissimo genio Edgar Allan Poe non aveva visto la “vera” Casa degli Usher, né il Pozzo della Santa Inquisizione (in cui il protagonista è rinchiuso ne Il pozzo e il pendolo, n.d.i.). Così come il grande Maestro Emilio Salgari non aveva di certo viaggiato nel Borneo.
Direi che quella che gli americani chiamano con perfetto sintetismo “the blank page syndrome” (sindrome della pagina bianca) può essere esorcizzata in due modi: 1) avere bene in mente la storia che si vuole raccontare; 2) mettersi a raccontarla.

AB – Tu non sei mai stato un giallista classico. Come definiresti il tuo genere (action writing, thriller, spionaggio, New Italian Epic…)? E le frequenti incursioni in altri periodi storici, come possiamo collocarle?
SA – Cerco sempre di essere cauto con la parola “genere”. Può diventare sia un concetto incompleto che un’etichetta impropria. Se proprio vogliamo usare il genere riferito al mio lavoro, userei il termine “narrativa di intrigo”. Non è una scappatoia: nei miei libri, nei miei racconti, cerco sempre di costruire intrighi complessi. Non senza dimenticare però i parametri del thriller, l’impulso della hard-action, il coinvolgimento dell’epica. In sostanza, oops, lavoro in un genere altamente ibrido.

AB – Da quali suggestioni nascono le tue storie?
SA – Letteralmente, “da tutto”. Concetti, immagini, tematiche, problematiche. Una costante del mio lavoro è costruire una situazione estrema – urbana, criminale, bellica – e stirare ugualmente all’estremo i limiti dell’essere umano. Ritengo sia proprio ai margini del tollerabile che emerga il nucleo profondo dell’uomo, e il lato oscuro dell’uomo.

AB – Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?
SA – Un mio attento lettore ha rilevato che i miei protagonisti sono – nella sostanza – sempre lo stesso protagonista. Non ha affatto torto: nomi diversi, epoche diverse, situazioni diverse ma il protagonista che chiamo ad affrontarle ha delle caratteristiche di riferimento: solitudine, contraddizione, etica, capacità di sopravvivere. È come se il “bastone del testimone” del conflitto passasse da un protagonista all’altro.
Il Solomon Newton di Città Oscura non è poi troppo dissimile dal Russell Kane della serie Sniper che non è a sua volta troppo dissimile dal David Stark di Kondor e di Ultima Luce. Ciò premesso, ed evitando il concetto di “preferenza”, il libro a cui sono più legato è certamente la trilogia di Magdeburg, soprattutto per la sfida narrativa che ha rappresentato. In un’altra direzione, Kondor – concepito nel 1987 in forma di sceneggiatura, scritto nel 1997 in forma di romanzo – rimane tuttora un testo fin troppo attuale.

AB – Credo che un aspetto di grosso interesse per i lettori del Dizionario Atipico sia il fatto che da qualche anno curi le collane Mondadori di giallo, spionaggio & affini. Da questo osservatorio privilegiato, che idea ti sei fatto dello stato dell’arte in Italia?
SA – In Italia stiamo andando alla grande. Tanti ottimi autori, tanti validi stili, grande varietà tematica in tutti, eccoci di nuovo, i generi. Oltre ai solidi professionisti, ci sono almeno due nuove generazioni di autori – diciamo i trentenni e i quarantenni – in pieno sviluppo.
I due fronti più variegati ed effervescenti sono il thriller e la fantascienza. Quanto alla spy-story, non esito a dire che gli autori italiani – da Di Marino a Nerozzi, da Cappi a Narciso, da Forte a Salvatori – sono i migliori in senso assoluto. Sottolineo: assoluto.

AB – Da esperto conoscitore, quali romanzi/autori consiglieresti ai nostri lettori?
SA – Ritengo che Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna siano due autentici fuoriclasse. Da Evangelisti è in arrivo una nuova saga sui pirati dei Caraibi, da Genna ecco Le Teste (Mondadori, Strade Blu), un thriller al napalm con il ritorno del personaggio di Guido Lopez.
I narratori che ho citato nella mia risposta precedente continuano a lasciare il segno.
Ma non perdiamo affatto di vista Simone Sarasso, Patrick Fogli, Barbara Baraldi, Zarini & Novelli: e questi autori sono certamente il futuro.

AB – Cosa hai in progetto adesso?
SA – Ho in cantiere due progetti storici: un quarto libro della saga di Magdeburg, di ambientazione quasi interamente nipponica, e un nuovo concetto collocato nel Secolo XIV ancora in fase di lavori in corso. Nel 2010, la TEA proporrà Killzone, un antologico che raccoglie tutti i racconti dello Sniper.

(A.B., dicembre 2009)

“La forma del buio” di Mirko Zilahy

Dopo aver chiuso, non senza sofferenza, il caso dell’Ombra, il commissario Enrico Mancini prende una meritata pausa e si rifugia in un casolare di montagna. Fatica fisica, isolamento e vita semplice dovrebbero ritemprarlo. O almeno così lui spera, ma il dovere lo riporta a Roma. È avvenuto un omicidio macabro e bizzarro addirittura all’interno della Galleria Borghese; la stampa, nonostante il muro di silenzio eretto dalla Questura, ha pubblicato delle foto scattate di straforo e il Questore Gugliotti, messo sotto pressione, non può fare a meno di schierare il migliore dei suoi uomini. Mancini, appunto, commissario di lunga esperienza con specializzazione in profiling a Quantico.

Torna in campo la squadra già vista in È così che si uccide: Caterina, Walter, Antonio iniziano a indagare sull’omicidio (e poi su un secondo, e un terzo…), il vecchio maestro Carlo Biga fa da consulente, alla squadra si affianca una giovane storica dell’arte italo-americana, Alexandra. Rimane nell’ombra il magistrato Giulia Foderà: dopo il timido inizio della relazione con Mancini, la dottoressa e il commissario hanno smesso di vedersi e si evitano a vicenda.
Tutti gli omicidi avvengono nei (o in prossimità dei) parchi di Roma e tutti hanno un richiamo a mostri mitologici. Lo Scultore, questo il nome del serial killer, segue uno schema imprevedibile, colpisce e poi torna a nascondersi nella sua tana. Ma la sua tana è l’intera Città Eterna…

Giunto alla fatidica prova del secondo romanzo, Mirko Zilahy migliora la prestazione e compone un testo più maturo (anche se a lui non piace sentirselo dire), con ritmo serrato e molteplici piani di lettura. Lui lo definisce un romanzo di transizione, e lo è, non solo perché è il secondo di una trilogia, ma anche perché i personaggi sono in rapida evoluzione. Alle citazioni colte si affiancano quelle della cultura pop, con il risultato di creare nel lettore un senso di familiarità, un’affinità che richiama echi di cose già viste o sentite (ma dove?).
C’è poi il tema dei mostri, in senso mitologico e in senso letterale. C’è Roma, sia alla luce del sole che nei sotterranei. C’è una varia e complessa umanità che affronta l’ordinario e l’imprevisto. Ci sono le paure, quelle vere e quelle sublimate.

«Si dice che le persone scomparse restino con noi, che vivano in una dimensione contigua alla nostra, invisibili ma presenti. in questo posto inutile io ho avuto la possibilità di scoprire che non è così. La verità è che quando qualcuno se ne va, quando lo perdiamo per sempre, che sia la peggiore delle morti o il più banale degli incidenti a portarcelo via, qui dentro», posò il pugno sullo sterno, «si forma un vuoto. E man mano che andiamo avanti quello spazio si dilata ed è come se ci riempisse. Di fantasmi. Fantasmi che ci abitano. E che ci parlano, commissario, da un passato in cui erano fatti di carne. Ci parlano e le loro parole producono echi che restano in sospensione dentro di noi.»

La forma del buio, esattamente come È così che si uccide, è un romanzo che fa paura. Non la paura dell’horror o dello splatter, però. Le storie di Mirko Zilahy spaventano perché entrano in risonanza con le mie paure. Che non sono quelle di essere uccisa da un serial killer, ma piuttosto la malattia, la solitudine, l’orrore per gli scarafaggi (come Cate lo ha dei topi), la vecchiaia, la patologia mentale più o meno grave (non solo quella dei serial killer ma più semplicemente l’ansia e gli attacchi di panico), il dolore per la morte o la perdita di una persona cara, l’alienazione, la menomazione fisica…
E se la Roma di Zilahy è un mondo decadente e decaduto, in cui angoli di una bellezza sovrannaturale si alternano a scenari sordidi, i suoi personaggi sono pieni di luci e ombre, di umanità e debolezza.

Se a questo si aggiunge il gusto per una scrittura “importante”, densa e ricca di dettagli, curata come solo chi ha lavorato con le traduzioni può fare, ce n’è abbastanza per dire che Zilahy ha mantenuto le promesse del primo romanzo. Possiamo aspettare con fiducia la chiusura (?) della trilogia e… ciò che verrà dopo.

Per il momento, La forma del buio è il libro che non potrà mancare sotto l’ombrellone. Buona lettura!