So long, der Wolf (Alan D. Altieri, 1952-2017)

L’uomo a sinistra è Sergio “Alan D.” Altieri. Per molti è “solo” il traduttore della saga Il Trono di Spade di George R.R. Martin. Per alcuni è anche un grande scrittore di action fiction o l’ex curatore del Giallo Mondadori. Oltre che per tutto questo, io lo ricorderò sempre come un uomo dall’intelligenza straordinaria e dalla gentilezza altrettanto straordinaria. Così incredibilmente disponibile che si stentava a credere che un uomo con il suo aspetto da boscaiolo canadese, la sua esperienza e i suoi trascorsi a livelli over the top potesse essere anche così affabile.

Correva l’anno 2009 quando realizzammo questa bella intervista. So long, Sergio.

AB – C’è bisogno di presentarlo? Sergio “Alan D.” Altieri è attualmente responsabile di tutto ciò che trovate in edicola per le collane Mondadori e di tanto, tanto altro. Oltre a essere, lui stesso, uno dei più prolifici autori nostrani. Come dire: le migliori braccia che la letteratura ha strappato all’ingegneria…
Come e perché Sergio è diventato Alan D.? E soprattutto, cosa significa la D.?
SA – Correva l’A.D. 1981 e – assieme al mio primo editore: il grande Andrea Dall’Oglio – stavamo preparando la copertina di Città Oscura, il mio primissimo romanzo. Ci venne l’idea di creare una sorta di “caso” italo-americano (il libro si svolge tutto in una Los Angeles da girone dantesco) e pensammo a uno pseudonimo a metà. Per ragioni di composizione grafica, “Alan” parve suonare bene. Quanto alla “D”, bene, la D è autentica: Diego. Da quei giorni, Alan D. è rimasto con me. Una sorta di trademark?

AB – Sceneggiatore, scrittore, traduttore… In quale di questi ruoli ti trovi più a tuo agio?
SA – Preferisco conglobarli nell’unico ruolo di narratore. La sceneggiatura è un medium straordinario, in quanto permette di comunicare per immagini. La prosa da romanzo permette di entrare nella testa dei personaggi, lavorando anche su atmosfere e scenari. Quanto alla traduzione, sempre nella massima fedeltà al testo originale, permette di connettere due linguaggi, vale a dire due diverse strutture di pensiero. Ecco perché preferisco vedere quei ruoli nel loro assieme.

AB – Hai avuto una vita decisamente movimentata, tra gli Stati Uniti e Milano. Una vita avventurosa è importante per chi scrive, più che stare seduto davanti al foglio bianco a lambiccarsi il cervello?
SA – Francamente, non ritengo che un narratore debba per forza avere avuto avventure per scrivere di avventure. I viaggi aiutano, nessun dubbio: genti, culture, paesaggi, storia. Ma, alla fine, la chiave di volta rimane la mente e l’immaginazione. Il grandissimo genio Edgar Allan Poe non aveva visto la “vera” Casa degli Usher, né il Pozzo della Santa Inquisizione (in cui il protagonista è rinchiuso ne Il pozzo e il pendolo, n.d.i.). Così come il grande Maestro Emilio Salgari non aveva di certo viaggiato nel Borneo.
Direi che quella che gli americani chiamano con perfetto sintetismo “the blank page syndrome” (sindrome della pagina bianca) può essere esorcizzata in due modi: 1) avere bene in mente la storia che si vuole raccontare; 2) mettersi a raccontarla.

AB – Tu non sei mai stato un giallista classico. Come definiresti il tuo genere (action writing, thriller, spionaggio, New Italian Epic…)? E le frequenti incursioni in altri periodi storici, come possiamo collocarle?
SA – Cerco sempre di essere cauto con la parola “genere”. Può diventare sia un concetto incompleto che un’etichetta impropria. Se proprio vogliamo usare il genere riferito al mio lavoro, userei il termine “narrativa di intrigo”. Non è una scappatoia: nei miei libri, nei miei racconti, cerco sempre di costruire intrighi complessi. Non senza dimenticare però i parametri del thriller, l’impulso della hard-action, il coinvolgimento dell’epica. In sostanza, oops, lavoro in un genere altamente ibrido.

AB – Da quali suggestioni nascono le tue storie?
SA – Letteralmente, “da tutto”. Concetti, immagini, tematiche, problematiche. Una costante del mio lavoro è costruire una situazione estrema – urbana, criminale, bellica – e stirare ugualmente all’estremo i limiti dell’essere umano. Ritengo sia proprio ai margini del tollerabile che emerga il nucleo profondo dell’uomo, e il lato oscuro dell’uomo.

AB – Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?
SA – Un mio attento lettore ha rilevato che i miei protagonisti sono – nella sostanza – sempre lo stesso protagonista. Non ha affatto torto: nomi diversi, epoche diverse, situazioni diverse ma il protagonista che chiamo ad affrontarle ha delle caratteristiche di riferimento: solitudine, contraddizione, etica, capacità di sopravvivere. È come se il “bastone del testimone” del conflitto passasse da un protagonista all’altro.
Il Solomon Newton di Città Oscura non è poi troppo dissimile dal Russell Kane della serie Sniper che non è a sua volta troppo dissimile dal David Stark di Kondor e di Ultima Luce. Ciò premesso, ed evitando il concetto di “preferenza”, il libro a cui sono più legato è certamente la trilogia di Magdeburg, soprattutto per la sfida narrativa che ha rappresentato. In un’altra direzione, Kondor – concepito nel 1987 in forma di sceneggiatura, scritto nel 1997 in forma di romanzo – rimane tuttora un testo fin troppo attuale.

AB – Credo che un aspetto di grosso interesse per i lettori del Dizionario Atipico sia il fatto che da qualche anno curi le collane Mondadori di giallo, spionaggio & affini. Da questo osservatorio privilegiato, che idea ti sei fatto dello stato dell’arte in Italia?
SA – In Italia stiamo andando alla grande. Tanti ottimi autori, tanti validi stili, grande varietà tematica in tutti, eccoci di nuovo, i generi. Oltre ai solidi professionisti, ci sono almeno due nuove generazioni di autori – diciamo i trentenni e i quarantenni – in pieno sviluppo.
I due fronti più variegati ed effervescenti sono il thriller e la fantascienza. Quanto alla spy-story, non esito a dire che gli autori italiani – da Di Marino a Nerozzi, da Cappi a Narciso, da Forte a Salvatori – sono i migliori in senso assoluto. Sottolineo: assoluto.

AB – Da esperto conoscitore, quali romanzi/autori consiglieresti ai nostri lettori?
SA – Ritengo che Valerio Evangelisti e Giuseppe Genna siano due autentici fuoriclasse. Da Evangelisti è in arrivo una nuova saga sui pirati dei Caraibi, da Genna ecco Le Teste (Mondadori, Strade Blu), un thriller al napalm con il ritorno del personaggio di Guido Lopez.
I narratori che ho citato nella mia risposta precedente continuano a lasciare il segno.
Ma non perdiamo affatto di vista Simone Sarasso, Patrick Fogli, Barbara Baraldi, Zarini & Novelli: e questi autori sono certamente il futuro.

AB – Cosa hai in progetto adesso?
SA – Ho in cantiere due progetti storici: un quarto libro della saga di Magdeburg, di ambientazione quasi interamente nipponica, e un nuovo concetto collocato nel Secolo XIV ancora in fase di lavori in corso. Nel 2010, la TEA proporrà Killzone, un antologico che raccoglie tutti i racconti dello Sniper.

(A.B., dicembre 2009)

Intervista a Stefano Labbia

Oggi incontriamo Stefano Labbia, un autore versatile molto interessante e ancora poco conosciuto in Italia, in occasione dell’uscita di due graphic novel, Kremisi e Killer Loop’s.

AB – Dunque, cosa bolle in pentola?
SL – Nell’immediato, l’uscita di due graphic novel. Killer’s Loop sarà autoprodotta con un mini albo da 50 pagine a cura del bravissimo disegnatore Francesco Grieco e distribuita presso il circuito Feltrinelli – Mondadori. Kremisi probabilmente sarà distribuito nel circuito delle fumetterie – librerie specializzate e sarà un volume brossurato. A seguire, il mini albo di Killer Loop’s (Killer Loop’s: Kaos) presenterà i comprimari che ruotano attorno a Kimberly nel suo universo: Vincent, suo cugino, Violet, sua cugina e sorella di Vincent, Jimmi Jones, il team di Safe e i membri de La Distale. In lavorazione c’è un volumen dove finalmente vedremo Kimberly in azione, seppure in storie brevi ed autoconclusive, dal titolo Kimberly Short Stories Volume #1, avrà distribuzione Feltrinelli – Mondadori e avvieremo una campagna di raccolta fondi per sovvenzionarne la produzione e la distribuzione.

AB – Colpisce la sua poliedriticità: poeta, autore di testi per la tv, adesso fumettista nella triplice veste di soggettista, sceneggiatore e disegnatore. Come mai? Nel fumetto ci sono pochi esempi paragonabili al suo. Mi viene in mente Neil Gaiman, come paragone illustre.
SL – Grazie innanzitutto per questa splendida opportunità! Cosa dire al riguardo… ho bisogno di esprimere ciò che ho dentro… ed ogni idea, ogni sensazione, ogni emozione ha un modo diverso di essere veicolata all’esterno. La graphic novel credo che sia un mezzo attraverso cui poter esprimere poesia, sceneggiatura e testi che potrebbero benissimo essere adattati per la tv, in un’unica soluzione. Precisazione: i disegni non sono miei ma di due fantastici giovani disegnatori. Vi ringrazio per l’accostamento: fa sempre piacere, soprattutto se del calibro di Gaiman… Ovviamente è un paragone da prendere con le molle perché io muovo i miei primi passi e di strada da fare per me ce n’è tanta ancora!

AB – Escono, in contemporanea, due suoi lavori con stili molto diversi: un noir stile il Nick Fury di Steranko (ma forse anche Breccia o Miller) e uno di supereroi con grafica più commerciale. Anche qua, come mai ha scelto di cimentarsi con generi e stili così diversi?
SL – Ogni storia richiede le sue circostanze: sono attento – o almeno cerco di esserlo – ad ogni particolare del progetto che creo e curo quasi maniacalmente. Mi metto nei panni del lettore – essendolo tuttora! -: mi piacerebbe leggere una storia del genere? È il mio punto di partenza. Kremisi, ad esempio, è una storia che secondo me mancava nel panorama supereroistico a livello globale. I disegni sono volutamente in stile USA ma non è sarcasmo o provocazione. È solo coerenza stilistica con la storia. Necessità. Nel microcosmo di Kremisi ogni “eroe” non vuole essere tale – salvo rare occasioni. E fondamentalmente, la stragrande maggioranza di loro, fa parte dei così detti “loser” della società… che si ritroveranno poi ad essere l’unica salvezza per il mondo, da quella che sarà un’ondata di criminalità senza precedenti e che viene… da lontano – per inciso… non è del nostro tempo. Al contrario del classico mondo dove supereroi spadroneggiano e dove continue resurrezioni sono possibili… in Kremisi questo non avviene. È il nostro mondo. Quello in cui viviamo. Solo… gli eroi esistono. Ma chi muore non ritorna. Mai più. Killer Loop’s invece è una storia pulp nel vero senso del termine. Kimberly, il protagonista, è un killer per certi versi imbranato. Un imbranato che però vince sempre. O quasi… La rivincita degli imbranati, potrebbe essere un bel titolo per una sua storia! Diciamo, per farla breve, che è una storia dalle tinte noir condita con del buon “sano” black humour.

AB – L’uso della tricromia (bianco nero rosso) era in voga nei fumetti anni 50 stile Fantax; più recentemente lo abbiamo visto in Sin City di Miller e in Morgan Lost in Italia. Si rifà a qualcuno? Perchè? (Se fosse solo per il sangue, prende spunto dal musical Chicago in cui si vedono nastri rossi che escono dalle ferite quando le condannate raccontano i loro omicidi?)
SL – In Italia credo che l’ultimo ad usare la tricromia (ma potrei benissimo esser da Voi smentito) sia stato Ortolani nella ristampa del suo “La lunga notte dell’investigatore Merlo”. Killer Loop’s ha l’esigenza di dire molte cose. Si maschera tra le pieghe del pulp, del noir e vive di black humour. Battute al fulmicotone, lancinanti, si accostano bene, a mio dire, ad ambientazioni e scene dove il rosso… fa la sua parte. Il bianco e nero, però, dice già tutto o almeno ci prova. Diciamo che il rosso è la ciliegina sulla torta! Oh… ho adorato Sin City. Il fumetto. Il / i film… Così, così.

AB – Il supereroe che in un lampo si trasforma è un po’ déjà vu (già in Wonder Woman ma più recentemente in Venom, un simbionte alieno che condivide il corpo con l’organismo ospite): non è un po’ troppo semplificativo rispetto alla necessità di nascondere la propria identità segreta?
SL – Kremisi non è un supereroe. Mi preme ribadire il concetto perché è importante che non passi il messaggio sbagliato. Jackson – questo il suo nome di battesimo – è un afroamericano con un figlio preadolescente che vive a New York. È vedovo e lavora in fabbrica di notte per sbarcare il lunario. Ha i suoi problemi e tutto vuole dalla vita eccetto che diventare un “eroe”. E non lo fa. Almeno non fino in fondo. Un’esplosione di un laboratorio gli dona poteri inimmaginabili. L’incontro / scontro con un criminale lo porta poi ad un punto di rottura con se stesso e che forse, in realtà, si è generato subito dopo l’incidente. Il confine tra Kremisi e Jackson è labile: l’uomo ha il controllo “sull’altro” ed il trasformarsi, per lui, è solamente il cambiare stato mentale, un passaggio dovuto per abbandonare la retorica umana ed il suo metro di giudizio. A Jackson non serve “mutare” in Kremisi per avere poteri. Le sue doti sono sempre con lui. Il cambiamento è solo mentale, perché le decisioni che deve prendere entrano in conflitto con la persona che è davanti agli occhi di tutti. Kremisi invece… non è “umano”. E non usa il nostro stesso metro di giudizio.

AB – Quanto spazio è dedicato e come (flashback?) alla psicologia del killer nel noir? Per certe modalità mi viene in mente Il killer di Jacamon-Matz. A chi o cosa si è ispirato?
SL – Killer Loop’s è nato perché non c’era nulla del genere e ne sentivo il bisogno. Sono un cultore dei comics – principalmente Marvel – sin da tenera età. Se dovessi descrivere Kimberly… Io penso più al Joker o a The Mask, per come si rapporta col mondo. La sua è una storia sofferta: ha perso sua sorella per mano di una gang. Kimberly non è nato killer ma la legge del più forte l’ha tramutato in un assassino prezzolato che comunque ha una (pseudo) morale: non uccide donne o bambini. E cerca, per quanto gli è possibile, di stare dalla parte del più debole. Sembra una sorta di Robin Hood per anime inquiete. Solo che questo è anche il suo unico mezzo di sostentamento…

AB – Quali sono le sue passioni?
SL – Molte. Forse troppe, a dirla tutta… e non riesco nemmeno a dedicar loro il tempo che vorrei! Amo suonare, guardare vecchi film, scrivere (per quello tempo ho deciso di averlo!), giocare ai videogames, leggere (comics e libri!)… se continuo temo che questa risposta sarà più lunga di tutte le altre.

Stefano Labbia, classe 1984, è un autore italiano di origine brasiliana. Nato nella Capitale, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Gli Orari del Cuore nel 2016 per Casa Editrice Leonida. Al lavoro sulla sua prima serie televisiva originale inglese di stampo teen drama, dal titolo “Fear”, di cui è unico ideatore e sceneggiatore, vive attualmente a Londra. Nel 2017 vedrà alla luce la sua seconda silloge poetica dal titolo I Giardini Incantati (Talos Edizioni).
Collabora dal 2016 con i portali 2duerighe.com (sezione spettacolo (cinema e teatro)), MyReviews.it (cinema e libri) e Oubliette Magazine (cinema, arte, teatro, musica).
Scrive, dal 2017, per “Il Nostro”, free press magazine mensile.
Conduce e cura un programma radio dedicato a cultura, poesia, teatro e musica sulla radio indipendente Deliradio.it.
Ha inoltre collaborato alla stesura e all’ideazione di “Rivka” (Serie Italiana – 2016), “Boh” (Sitcom – Distribuita da Extra Tv – Idea, regia e sceneggiatura – 2016), “Butterfly Lies” (2015 / 2016 – UK – idea, soggetto e sceneggiatura), “Safe” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Tv Show – USA – 2015), “Life Goes On” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Film – 2015), “American Inn” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Sitcom – USA – 2015), “(R)Evolution” (Idea, soggetto e sceneggiatura – 2015), “Police Assault” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Tv Show – USA – 2014), “WMW – What Men Wants” (dramedy – UK – 2015 / 2016 – Idea, soggetto e sceneggiatura) e “Strings” (co-autore con Agnese Pagliarani – Sitcom – 2016).

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È così che si uccide di Mirko Zilahy

È così che si uccideMirko Zilahy
È così che si uccide
Longanesi 2015

Sullo sfondo di una Roma umida e piovosa, un serial killer si muove nell’Ombra. Semina morte, invia email criptiche (che si chiariscono una volta rinvenuti i cadaveri – ahimè troppo tardi), lascia macabri indizi. Talmente macabri che il questore Gugliotti decide di affidare il caso al suo uomo migliore: il commissario Enrico Mancini, formazione da profiler e master negli Stati Uniti, un’eccellenza della Polizia di Stato. Mancini, reduce da un lutto familiare, vorrebbe dedicarsi unicamente al caso che lo ossessiona, la sparizione dell’oncologo che ha avuto in cura sua moglie, ma alla fine accetta a malincuore di occuparsi dell’Ombra (così è stato soprannominato il serial killer), a condizione di poter scegliere la squadra che lo affiancherà: il suo vecchio maestro Carlo Biga come consulente, la fotografa Caterina De Marchi, l’Ispettore Walter Comello e l’anatomopatologo Antonio Rocchi.

Nel giro di pochi giorni si scatena una lotta contro il tempo. La Squadra deve evitare che ci siano altre vittime. L’Ombra deve condurre a termine la sua missione. Ma sulle scene del crimine non ci sono tracce, non ci sono impronte. Bisogna lavorare sul movente e sul modus operandi. Solo svelando il legame fra le vittime sarà possibile fermare l’Ombra…

La matita rossa di Marisa aveva cerchiato un paragrafo: «L’anamorfosi è una tecnica pittorica per cui un oggetto viene dipinto in modo che, guardando il quadro frontalmente, risulti invisibile. Se ti sposti, vedi l’oggetto. Ora, insisto, il mondo visto frontalmente è illeggibile». (p. 338)

Al suo esordio nel genere, Mirko Zilahy piazza i suoi tormentati personaggi in zone semisconosciute di Roma: Montesacro (Città Giardino), Ostiense (Gazometro), Testaccio (Mattatoio), Ostia (il Mitreo), la zona del Tevere. Lontano dal centro turistico e dai palazzi del potere, una squadra di onesti lavoratori deve fermare un assassino. Tra colpi di scena, intuizioni fortuite, incidenti di percorso e umori altalenanti, il caso arriverà ad un drammatico epilogo. Drammatico come il movente del serial killer, che a poco a poco si svela in tutta la sua dolorosa persistenza. Finale risolutorio che però non impedisce al lettore di chiudere il romanzo con l’amaro in bocca.

Un esordio ben riuscito che avrà certamente un seguito.

Mirko ZilahyQualche domanda a Mirko Zilahy

AB – La laurea in lingue, il dottorato in Irlanda, la passione per la letteratura, le traduzioni (tra cui quella, importante, di Il cardellino di Donna Tartt). E poi? Quando hai capito che era arrivato il momento di spiccare il balzo, di passare alla scrittura di un romanzo “tutto tuo”?
MZ – MI piace la scrittura in tutte le sue forme e prima o poi avrei dovuto mettermi alla prova con quella “creativa”. Il balzo l’ho compiuto quando ho deciso di mettere a tacere un sogno ricorrente, un incubo ad occhi aperti che ho fatto per tanti anni e che mi perseguitava. Mi sono detto: vediamo se mettendolo su carta… È stata una grande scoperta.

AB – Perché un romanzo di genere?
MZ – Perché il thriller era quello di cui avevo bisogno per parlare di vendetta, di morte di dolore e senso di giustizia in modo netto, senza preoccuparmi di addolcire la pillola.

AB – Come è stato trovarsi dall’altra parte della barricata? Se come traduttore avrai spesso dovuto confrontarti con gli autori che traduci per rendere il senso compiuto di un brano, come ti sei trovato nel gestire la tua libertà di autore e il rapporto con l’editor?
MZ – Tutto molto strano, sapevo tutto ma cadevo nelle tentazioni e negli errori in cui cadono tutti gli autori prima o poi. Affezionarsi troppo alle proprie parole, soprattutto.

AB – Roma, Latina. Si scrive di ciò che si conosce. Tu hai raccontato di luoghi che conosci con descrizioni dettagliate: un abitudine che nasce dalla televisione, dall’immaginare visivamente ciò che si scrive, o da altro?
MZ – La precisione delle mie descrizione nasce dallo studio sulla carta, in biblioteca, negli archivi, delle mappe e della storia dei monumenti dell’archeologia postindustriale. La mia immaginazione non parte dalla realtà, né da un’immagine fotografica o televisiva, è un’immaginazione che vive dalla componente ritmica, sonora delle parole, della prosa. Gli oggetti e i luoghi esistono prima come suoni poi si combinano per costruire immagini o scene.

 

Henning Mankell R.I.P. (1948-2015)

MankellSi è spento oggi, a soli 67 anni, Henning Mankell, uno dei padri del giallo svedese.
Ho avuto la fortuna di incontrarlo, anni fa, quando aveva deciso di chiudere la serie del Commissario Wallander con un ultimo volume, Piramide, una raccolta di racconti nei quali rivelava gli esordi del suo protagonista più celebre. In quella occasione abbiamo parlato di tante cose, non solo di letteratura di genere. Rilette a dieci anni di distanza, certe affermazioni restituiscono l’idea di un uomo che già allora aveva capito in che direzione stessimo andando.

L’intervista è di gennaio 2006. L’immagine sopra è tratta da qua.

AB – Raccontami di te.
HM – Non parlo volentieri della mia infanzia. (La madre ha abbandonato la famiglia quando Mankell era molto piccolo, n.d.r.). Mi piace però ricordare la mia giovinezza. Ho vissuto a Parigi per qualche anno: mi sono trasferito lì quando avevo solo 15 anni. Non so cosa facevo. Ero molto giovane ma già sapevo di voler fare lo scrittore. A quel tempo chiunque pensasse di voler fare lo scrittore andava a Parigi. Così come un tempo chiunque volesse fare il pittore doveva andare a Roma: era una tradizione. Così andai a Parigi con duecento corone in tasca… Non so come sono sopravvissuto. Facevo i tipici lavori da immigrante, malpagati, ma in qualche modo sono riuscito a sopravvivere. Credo che la cosa più importante di quegli anni sia stata che ho imparato a prendermi cura di me stesso. È stata una buona scuola, essere da solo all’estero così giovane. Ho scritto il mio primo libro a 22 anni, nel 1970. Ho sempre scritto opere teatrali e ho anche lavorato come direttore di teatro. Tuttora trascorro buona parte dell’anno in Mozambico, dove dirigo il teatro di Maputo.

AB – Da dove viene l’idea di Kurt Wallander?
HM – Credo che uno dei più antiche tradizioni letterarie sia quella di usare lo “specchio” del crimine per parlare della società. Quando mi domandano da dove traggo ispirazione, normalmente rispondo che mi rifaccio all’antica tragedia greca: commedie scritte oltre duemila anni fa che parlano di crimine. Qual è la storia di Medea? È la storia di una donna che uccide per gelosia. Un altro esempio di crime literature è Shakespeare. Voglio dire che la crime fiction ha una tradizione letteraria molto antica, anche se qualcuno stupidamente ritiene che sia stata creata 150 anni fa da Edgar Allan Poe. È una tradizione risalente nel tempo, e io cerco di inserirmi in questo filone, usando la storia criminale per raccontare le contraddizioni. Perché il crimine nasce dalla contraddizione e la letteratura di genere serve a descrivere ciò che sta accadendo nella società.

AB – E cosa sta accadendo nella società?
HM – I cambiamenti in Europa – il blocco dell’Est che si è avvicinato ai paesi occidentali – hanno portato un nuovo tipo di criminalità. Anche questo è un mondo che si presta bene a essere rappresentato attraverso romanzi criminali.

AB – A parte le ovvietà, qual è la differenza principale tra Europa e Africa? Non parlo del clima, ma della gente, delle emozioni.
HM – Per molti anni ho cercato le differenze, ma l’unica cosa che ho trovato sono le somiglianze. Siamo davvero tutti uguali, sotto la pelle di diverso colore. Reagiamo esattamente allo stesso modo di fronte alle cose. Alcuni anni fa ho avuto la possibilità di visitare un piccolo e sperduto villaggio del Mozambico dove la gente non aveva mai visto la televisione. Abbiamo portato lì un televisore e abbiamo mostrato loro la videocassetta di un film di Charlot e la gente ha iniziato a ridere immediatamente. Non sapevano cosa fosse un film né chi fosse Charlie Chaplin, ma davanti alle immagini ebbero le stesse reazioni che abbiamo noi.
Le relazioni tra Africa e Europa oggi non sono buone: ciò che sta accadendo a Lampedusa oggi (gli sbarchi di clandestini e il problema dei campi di prima accoglienza, n.d.r.) ne è un esempio. Ma dobbiamo ricordare che la relazione tra i due continenti, in una prospettiva di lunghissimo periodo, è stata molto buona; è solo negli ultimi quattrocento anni che il colonialismo ha rovinato tutto.
Spero che in futuro torneremo alle buone relazioni che avevamo un tempo. E credo che sarebbe un’ottima cosa costruire un ponte tra Gibilterra e il nord Africa. Se, fra centocinquanta anni, potessi tornare indietro per trenta secondi e dare un’occhiata intorno, davvero vorrei vedere che le relazioni sono tornate buone. Dobbiamo ricordare che uno dei tre re Magi era un nero. Dobbiamo anche ricordare che la razza umana viene dall’Africa, che vuol dire che tutti noi abbiamo antenati di colore. Tendiamo un po’ troppo spesso a dimenticare queste cose.

AB – Piramide, edito da Marsilio, è l’ultimo romanzo di Kurt Wallander. Perché hai smesso di scrivere su Wallander?
HM – Era importante per me fermarmi in tempo. Non volevo correre il rischio di scrivere per routine. In realtà il protagonista è rimasto in famiglia, perché ora è sua figlia Linda. È stato molto divertente perché il primo libro con Linda ha venduto più di quelli con il padre, quindi pare che la gente abbia accolto bene il cambiamento.

AB – Wallander spesso ha problemi con i giovani, a partire dal rapporto con sua figlia, che è molto freddo e problematico.
HM – Molti adulti hanno problemi a ricordarsi com’è essere giovani. Io cerco di essere sempre a contatto con i giovani, visito spesso le scuole, cerco di capire cosa pensano, cosa si aspettano dal mondo. Spesso scopro, ad esempio, che i giovani sono molto più interessati alla politica degli adulti.

AB – Wallander e Mankell: cos’hanno in comune?
HM – Tre cose: amano l’opera; hanno la stessa età; lavorano moltissimo. Per il resto, sono completamente diversi.

AB – È importante che i libri siano credibili?
HM – Sì.

AB – Come ti documenti?
HM – Faccio ricerca, se necessario. Ci sono due obiettivi del fare ricerca: il primo è quello di descrivere correttamente come sono le cose; e il secondo è sapere esattamente come sono le cose e poi cambiarle. Così la gente non può dire se qualcosa è accaduto o meno realmente; ciò che voglio che dicano, in realtà, è che una cosa potrebbe essere davvero accaduta. Quindi io faccio ricerca per essere preciso e per non esserlo.

AB – Che tipo di lettore sei?
HM – Leggo molto poco i gialli: solo Ian Rankin, John LeCarrè… Di solito leggo i classici. Al momento sto rileggendo Elsa Morante: La storia, L’isola di Arturo

AB – Come ti rilassi?
HM – Leggo, sto con gli amici, cammino moltissimo…

AB – Come ti relazioni con le nuove tecnologie?
HM – Sono stato uno dei primi a usare il computer e adesso so anche mandare le mail… Mi trovo abbastanza bene, direi.

AB – Progetti per il futuro?
HM – Da poco ho terminato un nuovo lavoro che si chiama Lampedusa, a proposito di ciò che sta accadendo lì, nel centro di detenzione che sta esplodendo per la pressione gli immigrati. Sono stato a Lampedusa e ho constatato con i miei occhi questa tragedia silenziosa.
Inoltre sto preparando un nuovo libro. È basata sulla storia vera, accaduta in Europa circa centocinquanta anni fa, di un uomo accusato di aver falsificato un manoscritto.

AB – C’è un messaggio che vuoi trasmettere ai tuoi lettori?
HM – Sempre. Ma è diverso da libro a libro.

AB – C’è un filo conduttore nelle tue opere?
HM – È la solidarietà. L’idea è che la solidarietà fra le persone, prima ancora che tra i governi, possa salvare il mondo.

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piramideHenning Mankell
Piramide
Traduzione di Giorgio Puleo
Marsilio, 2006

Cinque casi di omicidio, ambientati tra il 1979 e il 1989, che vedono un Kurt Wallander alle prime armi. Da quando, agente poco più che ventenne, risolve il suo primo caso, a quando s’impadronisce del mestiere e si capisce che sarà un ottimo poliziotto, fino a diventare commissario capo del distretto di Ystad. Henning Mankell fa luce su alcuni aspetti della vita e della personalità del suo protagonista finora taciuti, inclusa la sua vita prima di conoscere Mona, di cui si innamorerà e che sposerà.
In questo prologo-epilogo Mankell trova finalmente anche il “sottotitolo” a lungo cercato per l’intera serie: I romanzi dell’inquietudine europea, ovvero dell’inquietudine del nostro tempo. I delitti senza logica, le divisioni e tensioni nella società, il disgregamento dei valori su cui un tempo si fondava, e lo stesso Wallander con la sua vita privata così instabile riflettono il nostro tempo, con le sue paure e insicurezze, la violenza che lo attraversa, e lo smarrimento che tutto ciò crea. Una fotografia in cui milioni di lettori di tutto il mondo si sono riconosciuti.

Henning Mankell è nato in Svezia nel 1948 e ha raggiunto il successo internazionale con la serie del commissario Wallander, nove episodi, tutti editi da Marsilio. Una serie tradotta in 35 lingue, che ha venduto a oggi più di 24 milioni di copie nel mondo. Vive tra la Svezia e l’Africa, dove ha ambientato alcuni suoi romanzi, tra cui Comédia infantil (Marsilio 2001) e Il figlio del vento (Marsilio 2002). Dalle sue battaglie per l’Africa è nato il libro Io muoio, ma il ricordo vive. Un’altra battaglia contro l’Aids (Marsilio 2005).

“Siamo tutti sull’orlo di un abisso”: R.I.P. Ruth Rendell

ruth rendellÈ morta oggi, dopo mesi di ricovero, Ruth Barbara Rendell. Lady Rendell of Babergh (questo il titolo che  le era stato conferito nel 1997), inglese, classe 1930, ha iniziato come giornalista; nel 1964 la pubblicazione del primo romanzo e l’avvio della fortunata carriera di scrittrice. Una serie di gialli ha come protagonista l’ispettore Wexford, molti altri sono “non seriali” e, tra questi, quelli scritti con lo pseudonimo di Barbara Vine. Dei suoi lavori sono state fatte trasposizioni per il grande schermo da Almodovar, Claude Miller e Chabrol.
Il suo ultimo romanzo è The Girl Next Door.

Dieci anni fa, circa, l’ho intervistata.

AB – Signora Rendell, c’è una leggenda che circola, sugli inizi della sua carriera. La leggenda narra che, dovendo scrivere un articolo su un public speech tenuto da un politico, una giovane giornalista, per non “sforare” con i tempi, inviò il suo pezzo alla redazione basandosi sulla copia del discorso che aveva avuto in anteprima. L’articolo uscì l’indomani sul giornale, ma l’oratore era morto a metà del suo discorso… questo significò la fine della carriera di quella giornalista, che subito dopo divenne scrittrice.
RR – È falsa. Assolutamente no. Qualcuno ha inventato questa storia, ma non è vera.

AB – Bene, abbiamo sfatato questo mito. Parliamo però della scrittrice. Numerosi i romanzi gialli pubblicati finora. Da dove prende l’ispirazione? Dai giornali o…?
RR – No, non dai giornali. L’ispirazione nasce da ciò che la gente mi dice, senza sapere che mi sta dando lo spunto per un libro. Non una cosa del tipo “Ho avuto un’idea per un libro”, no davvero. Semplicemente, un conoscente mi racconta un episodio accaduto a lui o a qualcuno che gli è vicino, e io inizio a pensarci su, ci rimugino, lo modifico, mi domando: come posso utilizzarlo?
Oppure prendo spunto da un luogo – una casa, magari. Le case mi interessano molto, diversi miei lavori sono ispirati da un’ambientazione particolare. Per esempio The Rottweiler (La bottega dei delitti), è stato ispirato da un negozio di antiquariato che si trova in una strada vicino a dove abito. È iniziato tutto da lì. I personaggi, le altre persone che abitano nella palazzina, si sono sviluppati man mano che scrivevo.

AB – Lei ha scritto anche con uno pseudonimo, Barbara Vine. Come mai?
RR – Beh, è un tipo di libri differente. Avevo già un certo successo con i miei libri, e mi è venuta l’idea per scrivere qualcosa di diverso dal mio genere. Quando finalmente l’ho scritto, ho preso il cognome da ragazza di una delle mie bisnonne e il mio secondo nome, e l’ho pubblicato con uno pseudonimo. E al pubblico è piaciuto, anche se non sapevano che l’avevo scritto io.

AB – L’ispettore Wexford, presente in molti suoi romanzi, è stato trasformato nel protagonista di una serie televisiva (The Ruth Rendell Mysteries per ITV, Independent Television Company). Che effetto le ha fatto la trasposizione sul piccolo schermo?
RR – ITV ha fatto diverse serie, tratte da altri libri, e quelle non mi sono piaciute. L’adattamento televisivo ha reso necessario che un romanzo fosse condensato, o un racconto “stiracchiato”, in un unico episodio, e non ha funzionato, peccato. Ma la serie di Wexford, con George Baker, quella sì, mi è piaciuta. Baker era “molto” Wexford, la serie era molto buona.

AB – E i film? Come le è sembrato l’adattamento sul grande schermo?
RR – Oh, c’è stato Live Flesh (Carne tremula), di Almodóvar, e due Chabrol, La cérémonie e La demoiselle d’honneur, e uno di Claude Miller, Betty Fisher et autres histoires. Erano buoni film, davvero. È strano, perché un sacco di film sono fatti da inglesi o americani, ma sono pessimi, spariscono subito; i film migliori sono stati fatti da francesi e spagnoli, non da inglesi.

AB – Di solito si parla delle British Queens of Crime: Agatha Christie, P.D. James, e lei. Qual è la differenza? Cos’è che rende i suoi libri diversi e attrae i suoi lettori?
RR – Oh, ma non sono io che devo dirlo… io non lo so, e anche se lo sapessi non lo direi… (ride)

AB – Io un’idea ce l’ho: secondo me, nei suoi libri l’aspetto psicologico è predominante.
RR – Maggiore introspezione psicologica? Analisi psicologica? Sì, sì, forse. Ma devi dirlo tu, non posso dirlo io. (ride)

AB – Nei suoi libri, gli individui hanno spesso dei comportamenti anormali. Pensa davvero che nella nostra società ci sia tutta questa devianza, questa anormalità?
RR – Sì, lo penso. La maggior parte delle persone sono abbastanza normali, sono soddisfatte e contente della loro vita. Ma tutti hanno qualcosa di particolare, di eccentrico, di anomalo. Qualche compulsione, o ossessione, o qualcosa che fanno, qualcosa di strano. E questo è quello che mi interessa. Ma non penso che tutti siano mentalmente disturbati, questo no.

AB – Molti scrittori contemporanei introducono nei loro libri descrizioni violente e dettagli macabri…
RR – (mi interrompe) Io no.

AB – No, lei no, infatti nei suoi libri il crimine è descritto meglio attraverso la suspense e l’idea che qualcosa di malvagio, di cattivo sta per accadere. C’è questo senso del pericolo che incombe. È una scelta?
RR – Sì, per me la suspense è molto interessante, più delle interiora sanguinolente. Anzi, ho deciso di non scrivere più di omicidi che avvengono con le armi da fuoco perché commetto degli errori. Anche se ho un libro che parla di pistole, e a volte chiedo consiglio sull’argomento, spesso mi sbaglio nei dettagli, semplicemente perché non mi interessa. Il mio unico tentativo di tiro al piattello è stato un totale fallimento. Non mi piacciono le armi: anche se sono una persona molto aggressiva, e mi tengo in forma, non riesco a maneggiarle, e quando sparo non riesco a reggere il contraccolpo. Le armi sono semplicemente orribili. E non mi interessa descrivere ciò che accade quando una persona viene pugnalata. Qualcun altro lo farà, non io.

AB – Il suo primo libro, From Doon with Death (Con la morte nel cuore, in precedenza pubblicato come Lettere mortali, Giallo Mondadori 1664), è stato pubblicato nel 1964. Molte cose sono cambiata nel mondo, da allora. Trova che questi cambiamenti abbiano influenzato il suo modo di scrivere?
RR – Oh, certo, e si vede nei miei libri. C’è un’enorme differenza, tra il primo e l’ultimo libro di Wexford, nelle condizioni sociali ed economiche inglesi, nella società… l’intera vita è cambiata. Ed è esattamente quello che volevo, scrivere dei libri che fossero un ritratto del modo di vivere inglese del ventesimo secolo, prima, e del ventunesimo, ora.

AB – In una vecchia intervista, di circa trent’anni fa, lei parlava del “senso dell’abisso”. Prova ancora questa sensazione?
RR – Oh, sì. Quello che volevo dire è che tutti noi siamo appesi a un filo. Per fortuna la maggior parte delle persone non lo sa, o non ci pensa. Questa è una delle cose che distingue il nevrotico, o lo psicotico, dalla persona normale. Il fatto è che proprio ora, nello stesso momento in cui stiamo parlando, uno dei nostri cari potrebbe essere ucciso in un incidente. Lo sappiamo, perché queste sono cose che capitano, ma non ci pensiamo: se ci pensassimo la nostra vita andrebbe a pezzi, perché non c’è niente che possiamo fare per evitarlo. Ma certe persone sono così, sono sempre al telefono per controllare che i propri cari stiano bene. Ci sono donne che quando il figlio prende l’aereo entrano in paranoia, non riescono a controllare il terrore fino a quando l’aereo non atterra. Ecco cosa volevo dire, quando parlavo del senso dell’abisso: noi camminiamo su una sottile crosta di ghiaccio, sotto di noi c’è un abisso terrificante. Voglio dire, prendi una straniera come me: sarebbe facilissimo che io, uscendo da qui, venissi investita, soprattutto perché le vostre strisce pedonali fanno rizzare i capelli in testa…

AB – Molti i riconoscimenti durante la sua carriera: diversi Daggers, il Mystery Writers of America Grandmaster Award e infine la House of Lords, con il titolo di Baronessa Rendell of Babergh: cosa ha significato tutto questo per lei?
RR – È stato un grande onore. Incredibile, stupefacente, all’inizio. Ma poi ci si abitua a tutto. Essere chiamata Lady è terribile, così, tranne che nella House, tutti mi chiamano Ruth, e va bene così. Non mi piace essere chiamata Lady Rendell. Ma mi piace stare lì, come membro del partito laburista, e lavorare per il Governo. Mi piace parlare delle cose che mi interessano, mi piace votare soprattutto le risoluzioni che mi sembrano giuste, e soprattutto mi piace la gente. Abbiamo un bellissimo club, ho conosciuto molti nuovi amici, negli ultimi anni. Al momento siamo in vacanza, ma, sì, posso dire che non vedo l’ora di rientrare.

AB – Quali consigli darebbe a un giovane scrittore di gialli?
RR – Dev’essere per forza uno scrittore di gialli? Non può essere semplicemente uno scrittore?

AB – Touché! OK, uno scrittore.
RR – Beh, se è qualcuno che ancora non ha pubblicato nulla, gli direi: questi sono tempi molto, molto difficili, per chi vuole scrivere. Molto più duri di quando ho iniziato io. Sei sicuro di poter scrivere qualcosa di nuovo, di originale? Sei pronto ad affrontare la delusione, gli anni di rifiuti prima di essere pubblicato? E, peggio ancora, sei pronto a vedere il tuo primo libro pubblicato, e l’eccitazione, l’attesa, il grosso investimento emotivo… e poi nessuno vuole pubblicare il tuo secondo libro? Perché, molto spesso, questo è ciò che accade. Quindi, io direi a questo giovane autore: trovati un lavoro! Fai qualcos’altro! E, se proprio vuoi, scrivi le tue storie la sera.

AB – Fra i suoi libri, ce n’è uno che preferisce?
RR – No, non direi. Non nella serie di Wexford. Forse A judgement in stone (La morte non sa leggere) e Talking to strange men (Parlando con uno sconosciuto).

AB – A parte i suoi libri, naturalmente, quali altri autori di gialli raccomanderebbe di leggere?
RR – Consiglierei P.D. James, lei è molto brava. E Ian Rankin. Ma, in effetti, non ci sono molti autori contemporanei che raccomanderei: ci sono troppo sangue e troppi dettagli violenti nei libri, oggi, non mi piacciono. Tra quelli del passato, bisognerebbe leggere Dorothy Sayers, Josephine Tey e Dashiell Hammett, naturalmente. E Simenon, e Raymond Chandler. Sono un po’ superati, mi spiace, ma tra gli autori contemporanei non vedo niente di buono, a parte, appunto, P.D. James [1].

AB – …e Agatha Christie?
RR – Non la raccomando. Certo, le sue trame erano eccellenti, ma non mi è mai veramente piaciuta. Anche se, ovviamente, la gente la legge senza che io debba raccomandarla (ride).

[1] P.D. James era ancora vivente al tempo dell’intervista (registrata il 23 settembre 2004); è deceduta il 27 novembre 2014.

Dal libro al film: “Bambino 44” di Tom Rob Smith

bambino 44Tom Rob Smith
Bambino 44
Sperling & Kupfer, 2008

È stato il caso editoriale del 2008: Bambino 44, opera narrativa che ha segnato il felice esordio di Tom Rob Smith, sceneggiatore inglese (allora) non ancora trentenne, è diventato un film. Child 44, con la sceneggiatura di Richard Price e la regia di Daniel Espinosa, è nelle sale in questi giorni. Cast stellare, film in odore di blockbuster: ne riparleremo dopo la visione.

Intanto, però, il libro. Introdotto da un incipit folgorante:

Come inizia.

Unione Sovietica
Ucraina
Villaggio di Červoj
25 gennaio 1933
Dato che Marija aveva deciso di morire, il suo gatto avrebbe dovuto arrangiarsi da solo. Lo aveva già accudito molto più di quanto fosse sensato e ragionevole per un animale domestico. Gli abitanti del paese avevano da tempo catturato e mangiato topi e ratti. Gli animali domestici erano spariti poco dopo. Tutti tranne uno, quel gatto, il compagno che lei aveva tenuto nascosto. Perché non lo aveva ucciso? Aveva bisogno di qualcuno per cui vivere, qualcuno da proteggere e amare; qualcuno per cui sopravvivere. Si era ripromessa di continuare a dargli da mangiare fino al giorno in cui non avesse più avuto nulla da mangiare lei stessa. Quel giorno era arrivato. Aveva già tagliato a striscioline gli stivali di pelle per bollirli con semi di bietola e ortiche. Aveva già dissotterrato lombrichi, succhiato la corteccia degli alberi. Quella mattina, in un febbrile delirio, aveva rosicchiato la gamba dell sgabello di cucina, finché non si era ritrovata le gengive piene di schegge di legno. Nel vederla, il gatto era scappato a nascondersi sotto il letto, e si era rifiutato di venire fuori anche quando lei si era inginocchiata chiamandolo e cercando di convincerlo con le buone. Quello era stato il momento in cui Marija aveva deciso di morire, non avendo più niente da mangiare né niente da amare. […]

La trama.

1933, Unione Sovietica. In un villaggio sperduto due bambini vanno in un bosco, di notte. Sono affamati, danno la caccia a una preda prelibata: un gatto. Uno dei due ragazzini è imbranato, molliccio e miope, cerca l’approvazione del fratello. In quel bosco, quella notte, succede qualcosa.
1953: l’Unione Sovietica è una società paranoica in cui tutti sospettano di tutti. Il nostro protagonista, Leo Demidov, è un poliziotto della polizia politica stalinista: ha paura, come tutti gli altri, di essere oggetto di informative, di finire in un rapporto (perché questo significherebbe l‘arresto, la prigione, e forse peggio). Leo si imbatte nell’omicidio di un bambino ma non lo affronta come dovrebbe. Perché deve seguire un caso più importante, perché questi sono gli ordini. Sta di fatto che le cose precipitano rapidamente.
A un certo punto il lettore intuisce che siamo di fronte a un serial killer, ma anche che le indagini non saranno semplici. Leo dovrà affrontare una lunga crisi, sul piano personale e sociale, e dare risposta a una serie di interrogativi dolorosi, prima di arrivare alla soluzione del caso e riuscire a redimersi.

Quando Bambino 44 uscì, ebbi la fortuna di assistere a una presentazione con l’autore e Carlo Lucarelli. Ecco cosa si disse in quell’incontro.

Bambino 44 è, come tutti i grandi romanzi, tante cose. È un thriller da manuale, è un affresco storico, è la storia di rapporti personali e familiari e di un contesto sociale istericamente paranoico. Per Tom Rob Smith l’etichetta di thriller è una scelta felice, perché predispone il lettore nello stato d’animo di doversi attendere “qualcosa”. Allo stesso tempo però si tratta di una cornice che, insieme all’ambientazione storica, l’autore ha utilizzato per raccontare la storia in cui si è imbattuto. Bambino 44, infatti, può essere letto anche come un romanzo storico. Smith si è ampiamente documentato attraverso libri, diari e memorie. “Questo è un libro fatto di personaggi che di solito non sono nei manuali di storia, di persone ordinarie. La mia fortuna è che a quel tempo la polizia segreta confiscava i diari segreti alla ricerca di prove di reato. In questo modo hanno preservato diari personali di 50, 60 anni fa in cui c’è il racconto dei dettagli della vita di persone normali e c’è la registrazione delle emozioni  del momento”.
La scelta dell’ambientazione fisica e temporale non è, ovviamente, casuale: “Non ho scelto il Paese, il Paese ha scelto me. Non avevo motivo di spostare l’ambientazione della vicenda, che è una vicenda vera, quella di Andrej Chikatilo, un serial killer degli anni Ottanta. Ho però cambiato il periodo storico. Negli anni Ottanta la Russia non era più così autoritaria, così ho scelto gli anni Cinquanta per dare il senso di pericolo. In quel periodo anche la vita più ordinaria che si possa immaginare era comunque soggetta a pericolo di denuncia da parte di altri“.
Bambino 44 ci porta in questa dimensione di pericolo dell’individuo di fronte al potere. Quando arrestano Chikatilo la notizia viene pubblicata dai giornali. Ma se fosse successo nel 1953 i giornali non avrebbero scritto nulla, perché ci sarebbe stata una forma di dissenso di Stato, di negazione della realtà: ‘Da noi queste cose non succedono‘.

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L’agente del KGB Leo Demidov è protagonista di altri due romanzi: Il rapporto segreto e Agent 6. L’ultimo romanzo di Tom Rob Smith è La Casa.

 

“La firma del puparo” di Roberto Riccardi

la firma del puparoUn nuovo incarico per il tenente Rocco Liguori: questa volta a Palermo, per “gestire” un collaboratore di giustizia. Il suo amico d’infanzia Nino Calabrò, in carcere, è disposto a dare informazioni sull’omicidio di un giornalista, Michele Sanfilippo, ma in cambio chiede protezione per sé e per la sua famiglia. E vuole parlare solo con Rocco.
Liguori si trova, ancora una volta, a confrontarsi con il suo passato calabrese, con quei due bambini-amici del cuore che hanno preso strade diverse, uno l’Arma dei Carabinieri, l’altro l’affiliazione alla ‘ndrangheta. E anche se le mani di Nino, sporche di sangue, gli fanno orrore, non potrà esimersi dall’offrire protezione ai figli di Nino, alla moglie Maria e alla di lei cugina Stefania, una ragazza “vivace”. Anche troppo: sarà  lei, infatti, la “falla” nel sistema di sicurezza approntato dalle forze dell’ordine.
Nel frattempo le indagini sull’omicidio Sanfilippo prendono una piega inaspettata. È possibile che persino il Puparo, il potente boss mafioso Mandalà, ignori ciò che è realmente accaduto nella sua “giurisdizione”?
Il nuovo romanzo di Roberto Riccardi, La firma del Puparo (edizioni e/o, 2015), affronta il tema della mafia con gli occhi di chi la mafia l’ha combattuta davvero (Riccardi, oggi colonnello dei Carabinieri, lavorava a Palermo negli anni tra il 1988 e il 1994, durante la stagione delle stragi). Con la sensibilità e l’esperienza raccolte sul campo, racconta la storia di un omicidio, le vittime, i carnefici, il lavoro appassionato e difficile degli inquirenti, e lo fa senza giudicare. Anche se il punto di vista dell’autore è scontato, tuttavia c’è l’attenzione all’aspetto umano dei cattivi, attenzione – racconta durante una presentazione – appresa con l’esperienza. Quando si interviene sulla scena di un delitto e si sa, che il morto è un mafioso e che mafiosi sono anche i suoi familiari, ma in quel momento sono anche persone che hanno perso un congiunto in modo violento. O quando si va ad arrestare un uomo in casa, davanti ai figli, magari bambini. Assistere a una presentazione di Roberto Riccardi è occasione per rivivere episodi di storia recentissima attraverso la testimonianza di chi era presente.
C’è poi il tema della protezione dei pentiti di mafia e delle loro famiglie: la scelta, non sempre facile, di abbandonare luoghi e affetti per reinventarsi una vita da zero, la difficoltà di garantire anonimato e protezione nell’era di internet, quando un messaggio su FaceBook può svelare troppo.
La firma del Puparo è un romanzo compiuto, scorrevole, che aggiunge ulteriori tasselli alla costruzione del personaggio e alle vicende di Rocco Liguori. Come si può immaginare, Riccardi ha “storie” da raccontare, quelle che derivano dall’esperienza lavorativa, seppur romanzata; ciò che era meno immaginabile è che avesse anche una buona tecnica narrativa, che si va arricchendo di romanzo in romanzo.
In attesa di sapere quale sarà la prossima destinazione di Liguori (forse Livorno…?), non si può non notare che Palermo deve aver lasciato un buon ricordo nel colonnello Riccardi, se il romanzo è dedicato alla città e ai sei anni trascorsi lì.
Guardando la donna, leggendo nei suoi occhi un dolore senza risposte, pensai all’iniquo rancio di verità e menzogne che sfama l’isola da tempo immemore. Al torto di assimilare alla piovra, in accuse frettolose e infamanti, una regione abitata da milioni di onesti, fra i quali spiccano le vittime di una lotta al canco mafioso che i siciliani li ha sempre visti in prima fila. (La firma del Puparo, pag. 59).

“Le Sultane” di Marilù Oliva

SULTANE_Layout 1“Rompere gli stereotipi”: così, nel nuovo romanzo di Marilù Oliva Le Sultane (Elliot, 2014), la vecchiaia viene rappresentata senza edulcoranti. Wilma, Mafalda e Nunzia sono tre donne sulla settantina sulle quali il tempo ha tracciato una mappa ben precisa, come le intemperie sulla roccia. I difetti si sono accentuati, l’aspetto fisico è irrimediabilmente compromesso (non tutte invecchiando diventiamo Virna Lisi, è bene saperlo), alcuni errori sono diventati ormai irrimediabili.
I loro uomini non sono invecchiati meglio: tra patologie degenerative, fughe in tempi non sospetti e alcolismo, non sono certo un aiuto per le tre donne. Così come non lo sono i figli: lontani, distratti, insofferenti o, nella migliore delle ipotesi, bugiardi, anche la discendenza delle tre donne non promette bene.
Ma le Sultane di via Damasco, in quel di Bologna, sono ancora dotate di energie. Così, di fronte a un fatto imprevisto (un delitto, addirittura) le tre si armano di astuzia e riescono non solo a farla franca, ma anche a trarne dei vantaggi. In che modo? Beh, questo non si può svelare (anche se, come accade anche nella vita, un pizzico di fortuna non guasta mai).
Romanzo popolare, grottesco e a tratti amaro, Le Sultane ci spinge a riflettere sulla necessità di non giungere impreparati alla terza età. Sempre che non si faccia la fine della povera Carmela, certo…

Perugia 2Nella foto sopra, la presentazione di Le Sultane a Perugia, Foyer del Teatro Morlacchi, nell’ambito di UmbriaLibri (a cura di Pasquale Guerra). Sullo sfondo gli studenti del liceo musicale che hanno allietato la serata con tre “stacchi” musicali a tema.

Incontri: George Pelecanos

PelecanosHo iniziato (in tremendo ritardo!) a guardare la serie tv The Wire e ho scoperto che uno degli autori è una mia vecchia conoscenza, George Pelecanos, pluripremiato autore di noir. E mi sono ricordata di una vecchia intervista…
Eccola. Datata ma “ripulita” e attualizzata.

AB – Come è stata la tua infanzia?
GP – Ero un bambino americano di seconda generazione (i miei genitori erano greci) vissuto negli anni in cui Washington era teatro di infuocati riots tra neri e bianchi. Il ricordo di quegli anni ha sicuramente influenzato il mio modo di scrivere.

AB – Quando hai iniziato a scrivere?
GP – La mia carriera è iniziata nel mondo del cinema come produttore e sceneggiatore. Ho deciso di diventare scrittore dopo aver seguito un corso di letteratura poliziesca e riscoperto i vecchi classici: Hammett, Chandler, Ross MacDonald… Da quel momento in poi ho letto tantissimo. Scrivevo di notte, o di mattina presto, mentre continuavo a fare altri lavori per mantenermi.
Ho pubblicato il primo libro, A Firing Offense, a 31 anni: era il 1992. Il protagonista, Nick Stefanos, è abbastanza autobiografico: ha origini greche, beve e ha un lavoro che non gli piace molto.
L’investigatore Derek Strange nasce dopo ed è un personaggio che ho voluto fortemente. Un detective nero che vive e agisce in una comunità che lui protegge ma dalla quale non è accettato.

AB – Hai scritto anche romanzi stand-alone. 
GP – La città che fa da sfondo a tutti i miei romanzi è Washington. Prendo ispirazione da storie reali: in Drama City (Il Guardiano del Buio, in italiano) ad esempio i protagonisti sono Lorenzo e Rachel. Lorenzo ha scontato una pena in carcere e ora per lavoro si prende cura dei cani reduci dagli incontri di dog fighting; Rachel è una poliziotta dalla doppia vita: la notte dà sfogo alle sue angosce dedicandosi all’alcol e agli incontri fortuiti nei bar.

AB – Cosa è cambiato rispetto agli inizi della carriera?
GP – All’inizio ero più libero di scrivere ciò che volevo. Adesso l’editore investe molto di più su di me e quindi vuole essere certo che quello che scrivo sia di gradimento dei lettori. Io tento comunque di raggiungere un’audience vasta, ma senza snaturare la mia arte.

AB – Cosa ti è rimasto dell’anima greca, come uomo e come scrittore?
GP – Il fatto di essere un lavoratore instancabile. Lo vedevo fare a mio padre e lo faccio io.

Giorgio Faletti (1950-2014) R.I.P.

giorgio_faletti_sito-ufficiale_ban_ita1Non sono tra coloro che lo hanno attaccato in vita e si stracciano le vesti dopo la morte: no, a  me i romanzi di Giorgio Faletti erano piaciuti davvero, soprattutto i primi due. Lo avevo anche conosciuto, ai tempi del Falcone Maltese.
Lo saluto con questi due vecchi pezzi, un’intervista del 2005 e una recensione del 2009. E tanto dispiacere. Ciao, Giorgio.

Intervista a Giorgio Faletti (2005)

AB –  Il successo di Io uccido prima, e di Niente di vero tranne gli occhi dopo, ti ha consacrato come uno dei migliori giallisti italiani. Ritieni che questa “etichetta” sia corretta o preferiresti essere considerato un bravo scrittore tout court?
GF – Nella mia carriera ho raccontato a tratti storie molto diverse fra loro. Ho iniziato scrivendo testi comici, successivamente canzoni, infine sono approdato alla letteratura, gialla nella fattispecie. Per questo motivo mi ritengo un narratore che per il momento prova interesse per le storie di suspence. Tuttavia, visto che la mia curiosità è praticamente ingovernabile, non escludo investigazioni in altri settori.
AB – Credi che esista ancora, nei confronti del giallo, una sorta di pregiudizio che lo relega al rango di letteratura “di serie B”?
GF – Sul fatto che ci sia una sorta di ghettizzazione di questo tipo di letteratura è innegabile, ma è altrettanto innegabile che scrittori cosiddetti “di genere” nel tempo abbiano fatto giustizia di molti contemporanei sostenuti da aspirazioni ben più ampie. Esiste a lato, nel contempo, la possibilità che un autore possa sopravvalutare la sua opera e ritenersi portatore di una valenza superiore alla semplice letteratura di intrattenimento.
AB – Negli ultimi tempi abbiamo assistito a un boom del giallo nella letteratura, nel cinema, alla tv. Pensi che sia un fenomeno passeggero o che si tratti di un trend destinato a durare nel tempo?
GF – Il trend ha la possibilità di essere duraturo, sempre che la massificazione non faccia perdere alle proposte la qualità necessaria a interessare. Il giallo si evolve con i tempi: aumentano qualitativamente le prassi di indagine ma allo stesso tempo le vie per commettere un crimine.
AB – Per quanto riguarda i progetti futuri, cosa hai in serbo per i lettori (e non solo per loro)?
GF – Come sempre, storie. Il mio gusto per la contaminazione potrebbe anche far pensare che non siano solo storie legate al thriller…

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Io sono Dio (2009)

È stata la polemica dell’estate, rimbalzata dai blog ai siti web alla carta stampata. Due blasonate traduttrici, Franca Cavagnoli ed Eleonora Andretta, affermano che l’ultimo romanzo di Giorgio Faletti, Io sono Dio (Baldini Castoldi Dalai), presenta un po’ troppi anglicismi. A sostegno della loro tesi riportano modi di dire che sembrano tradotti con BabelFish, il traduttore automatico. Espressioni incomprensibili per gli italiani ma adatte a un abitante del Bronx. Perifrasi (“il tavolino da notte” per indicare il comodino) che sembrano indicare che il romanzo è stato pensato in inglese. Ma l’autore, si sa, è italianissimo, e per quanto possa avere una certa familiarità con gli States non si giustificherebbe un uso così ampio, e ardito, dell’americano.

Da qui il dubbio, non esplicitato ma sottinteso: chi è l’autore di Io sono Dio? È davvero Giorgio Faletti, oppure la stesura dell’ultimo best seller è stata affidata a un ghost writer straniero? La polemica, a colpi di articoli sui giornali e sulla carta stampata, procede con diverse cadute di stile da entrambe le parti. Il dubbio è a nostro avviso infondato. Lo stesso Faletti, su La Stampa del 22 agosto, elenca articolatamente i motivi per cui un autore di successo, pubblicato in tutto il mondo da un editore serio, non può ricorrere a mezzi di bassa lega. Di più: lo scrittore dà pienamente conto del linguaggio utilizzato, spiegando che l’uso di anglicismi è giustificato dal fatto che il romanzo si svolge interamente in America.

La spiegazione sembra plausibilissima e non lascia adito a ulteriori sospetti. D’altra parte, aggiungiamo noi, se proprio avesse usato un ghost-writer avrebbe anche potuto pagare i servizi di un buon traduttore che eliminasse le evidenti “sbavature” anglofone. È più facile pensare che l’autore abbia scelto il proprio stile, assumendosene la responsabilità. Una storia ambientata negli Stati Uniti deve, ovviamente, utilizzare un registro e delle espressioni in sintonia con l’ambiente circostante.

Nessun mistero, dunque. Anzi, addirittura un blog arriva a lanciare la notizia che Faletti stesso sarebbe un ghost writer, e che le evidenti analogie strutturali tra i suoi romanzi e quelli di celebri autori americani sarebbero di origine falettiana. Lo scrittore nostrano, insomma, non avrebbe fatto altro che riprendersi il suo ruolo, firmando – finalmente – i libri con il suo nome.

La polemica sembra placarsi solo con la fine dell’estate.

Sarà. Messe a tacere – si spera – le malelingue, ai lettori non rimane che valutare Io sono Dio per ciò che è, nudo e crudo. Un thriller, che inizia durante la guerra in Vietnam e continua nella New York dei giorni nostri. Un pericoloso dinamitardo minaccia di far esplodere una serie di bombe nel centro della città. Sulle sue tracce, un’investigatrice problematica e un reporter in cerca di riscatto dopo aver dovuto rinunciare al premio Pulitzer per aver usato una foto scattata dal defunto fratello. L’indagine procede serrata, i colpi di scena arrivano al momento giusto e, rispetto ai precedenti romanzi di Faletti, mancano le verbose spiegazioni finali. Anche se proprio sul finale il romanzo lascia un po’ a desiderare: se in Io uccido si diceva troppo, qua si dice troppo poco, rendendo il movente dell’assassino un po’ labile (e non sveliamo di più, ma chi ha letto il romanzo avrà probabilmente notato questa piccola pecca).

Sullo stile si può dissertare o dissentire, e non pochi hanno obiettato, ma la lettura è oggettivamente scorrevole e piacevole. Che Giorgio Faletti abbia stile e ironia lo ha già dimostrato nella sua carriera poliedrica e ultraventennale. A riprova di ciò, nel presentare il romanzo l’autore sottolineava come il titolo non avesse alcun riferimento autobiografico.

Nell’insieme, Io sono Dio è una bella prova d’autore per uno scrittore che deve resistere alla sindrome da bestsellerista. Non è facile mantenere ogni volta un livello di vendite da migliaia di copie, conquistare la vetta della classifica e rimanere in cima il più a lungo possibile. Giorgio Faletti si conferma l’unico italiano (alla pari, forse, con Donato Carrisi, che però deve ancora affrontare il banco di prova del secondo romanzo) in grado di competere sullo stesso piano dei grandi thrilleristi stranieri. D’altra parte il debito nei confronti di Jeffery Deaver non è mai stato nascosto, anzi lo scrittore americano è esplicitamente citato (un suo romanzo si trova a casa di un sospettato).

Potrà piacere o non piacere, ma Io sono Dio è ciò che dichiara di essere: un onesto thriller di buon livello scritto da uno dei più letti, e invidiati, scrittori italiani.

(A.B.) (Pubblicato sul Falcone Maltese nel 2009)