Donato Carrisi Story: 2. L’intervista (2009)

donato carrisi[Sempre nel 2009, l'AngoloNero telefonava a Donato Carrisi per fargli qualche domanda. Ecco cosa si dissero i due, allora]

È stato il successo del 2009: Il Suggeritore (Longanesi) dell’esordiente Donato Carrisi si è aggiudicato il Premio Bancarella, il premio Letteratura Gialla di Camaiore e ha riscosso un notevolissimo consenso di critica e pubblico.
Il Suggeritore è un romanzo anomalo: ambientato in un luogo non identificato, attinge a piene mani dalla casistica nota di casi di serial killer. La rielaborazione di Carrisi risulta essere però molto originale, coinvolgente, spiazzante. E anomala è la trafila del romanzo, come ammette lo stesso autore.

AB – Il Suggeritore: un successo inaspettato o costruito a tavolino? Ti aspettavi questo risultato?
DC – Assolutamente no. Sono arrivato alla pubblicazione nel modo più rocambolesco possibile. Ho iniziato a scrivere il libro senza avere un’idea di come funzionasse il mondo editoriale. Poco prima di finire il romanzo ho cercato un agente editoriale e ho puntato direttamente a Luigi Bernabò, l’agente di Ken Follett e Dan Brown, pensando che non mi avrebbe risposto. Invece si è detto subito interessato. Così gli ho mandato il romanzo e mi ha richiamato. Dopo un lavoro di editing minimo, il romanzo è stato messo all’asta. L’ha spuntata subito Longanesi e immediatamente dopo sono arrivati gli editori stranieri. È stato il primo caso di un esordiente venduto all’estero prima di essere pubblicato. Io ero incredulo, mi chiedevo: ma è normale che sia così? Sono stato molto fortunato.
Inoltre si è creato un ottimo rapporto con la casa editrice, con l’agente, addirittura anche tra loro e la mia famiglia…
Molti hanno lamentato il fatto che il libro abbia avuto un lancio clamoroso. Ma perché? Invece di compiacersi del fatto che qualcosa nel mondo editoriale sta cambiando, se un editore è disposto a puntare così tanto su un esordiente italiano, ci si rammarica quasi di questo.

AB – Tu sei anche sceneggiatore. Dunque hai già, professionalmente, una certa consuetudine con la scrittura.
DC – Scrivo dall’età di 19 anni. Ho scritto molto per il teatro perché avevo una piccola compagnia teatrale in Puglia: producevo, cercavo gli sponsor, costruivo le scenografie insieme a mio padre, facevo veramente di tutto. Adesso non lo rifarei, anche perché era un mestiere rischiosissimo: bastava che un attore avesse l’influenza per mandare tutto all’aria, pagando spese incredibili. Ho fatto radio per tanti anni, ho scritto di tutto.

AB – Questo è il primo romanzo che scrivi o il primo pubblicato?
DC – Il primo pubblicato; il primo romanzo risale al 2000 e per fortuna non l’ho pubblicato perché non era maturo. Era un noir, ma completamente diverso. Sarebbe stato difficile, dopo un libro mediocre, fare un exploit come quello del Suggeritore.

AB - Temo piuttosto che potrai avere un altro problema. Dopo un simile exploit sarà difficile mantenere lo stesso livello con il secondo libro. Lo dico anche per scaramanzia, eh.
DC – Mi rendo conto perfettamente che non sarà facile. Lo sento molto come un banco di prova, perché è lì che si vedono le carte dello scrittore. Però ho mollato tante cose nella mia vita per dedicarmi ad altre che mi appassionavano di più. Tante volte sono ripartito da zero. Anche in questo caso, si tratta di “azzerare” mentalmente questa esperienza e ricominciare da capo…

AB – Ritroveremo la squadra del Suggeritore in un altro romanzo? Il finale si presta ad un seguito…
DC – Ma perché, non può finire così? Io non sono per i finali chiusi, la storia deve continuare anche oltre le pagine. Ci sono personaggi affascinanti proprio perché conservano intatto il loro mistero.
Ho imparato la lezione di Jeffery Deaver che non fa mai morire i cattivi, piuttosto muoiono i buoni. I suoi cattivi sono tutti rinchiusi in un carcere di massima sicurezza a Manhattan. Perché sono i cattivi che fanno la storia.

AB - Come ti sei documentato?
DC – Ho una formazione giuridica da penalista che è un po’ una vocazione familiare. Gli studi sono iniziati all’epoca dell’Università, con Criminologia e Scienza del comportamento. Il lavoro della tesi, che ho dato con uno dei periti del caso Chiatti (il “mostro di Foligno”), mi ha permesso di entrare in contatto con la cosiddetta “fascinazione del Male”. Io l’ho sperimentata con Chiatti: lui aveva un disturbo narcisistico della personalità e noi pendevano dalle sue labbra. Era pazzesco.
Per dimostrare quanto siamo attratti dal male faccio un gioco, durante le presentazioni: dico al pubblico che siamo tutti mostri, infatti ci ricordiamo i nomi dei carnefici ma non quelli delle vittime. E quando il pubblico mugugna chiedo: chi ricorda il nome del bambino ucciso nella strage di Erba? Nessuno risponde, di solito, ma tutti ricordano i nomi dei colpevoli, Rosa e Olindo.
Per quanto riguarda le persone scomparse, ho frequentato l’investigatore che da anni cerca Angela Celentano, la bambina scomparsa sul monte Faito. Quando un rapito torna a  casa c’è un momento di smarrimento da parte dei parenti, che si trovano davanti una persona irriconoscibile, magari traumatizzata, comunque segnata a vita. Dovranno fare i conti con questa nuova realtà. Nel libro ho voluto restituire questa realtà, il dolore che non si può capire, lo smarrimento, i non-sentimenti. È questo che accade in tutti i casi drammatici di cronaca.

AB – Che rapporto hai con la letteratura di genere? Oltre a scriverne, sei anche lettore?
DC – Sono un lettore onnivoro, ma ho una pessima memoria per nomi e titoli… Tra i miei preferiti ci sono sicuramente Claudel, Faber, Connelly, Deaver, Klavan, soprattutto i suoi romanzi più noti, Sedaris, L’ombra del vento di Zafon…

AB – In Italia si ripropone spesso una questione di lana caprina a proposito della letteratura di genere come letteratura tout court o letteratura di serie B. Anche se la risposta potrà sembrare scontata, tu da che parte stai?
DC – Io racconto storie. Non mi definisco neanche uno scrittore. Sulla copertina del libro c’è scritto “romanzo”, non thriller o altro. Io sono per la contaminazione dei generi. Credo che la cosa che ha funzionato nel Suggeritore sia stata proprio questa: pur avendo la struttura del thriller c’è tanta introspezione, ci sono degli argomenti. C’è un livello di sentimenti che in alcuni thriller rimane inesplorato. Da lettore sentivo questa mancanza di approfondimento.
Trovo la struttura del thriller molto efficace, per via del ritmo, della partitura quasi musicale. Il thriller si presta all’universalità. Credo si possano scrivere anche bellissime storie d’amore sotto forma di thriller, perché è un meccanismo che non tradisce mai.

AB – Che tipo di riscontro hai avuto dai lettori?
DC – Ho un buon rapporto con i lettori: ho una pagina su FaceBook, rispondo a tutti, anche se con grandissimo ritardo. Ho girato molto l’Italia perché credo nella promozione personale del libro. Non mi sono risparmiato. Anche se da lettore non so se sarei interessato a conoscere l’autore, forse preferirei che mantenesse una sorta di aura di mistero.

AB – Il premio Bancarella è arrivato a sorpresa, più o meno.
DC – Beh sì, c’erano delle voci in questo senso, ma ovviamente non era scontato. Anche per via del fatto che sono esordiente, non sapevo se volessero creare un precedente in questo senso. Io l’ho vissuto come un thriller: c’era tutta la casa editrice schierata, c’era anche mia mamma, io ero tesissimo. È stato il mio contrappasso…

AB – Quali progetti hai in cantiere?
DC – Iniziare a scrivere il secondo romanzo. Continuare a fare lo sceneggiatore, magari cambiando genere. E poi stiamo chiudendo l’accordo per il film tratto dal Suggeritore.

Nemmeno il tempo di sognare di Pierluigi Porazzi

Nemmeno il tempo di sognareQuando l’ispettore Cavani è uscito dall’ufficio, Erri appoggia la schiena alla poltrona e chiude gli occhi. Gli fa sempre un certo effetto, emettere un mandato di arresto. Sa che dietro a ogni persona c’è una famiglia, ci sono motivazioni, dolore, rabbia. Spesso quelli che finiscono in prigione sono gli anelli più deboli della società, quelli che non ce la fanno a vivere la miseria quotidiana, che si rifugiano nella droga o che cercano di fare una rapina in banca con un taglierino. I veri criminali, in Italia, non ci vanno mai, in galera. [pag. 36, Nemmeno il tempo di sognare, Marsilio 2013]

È in libreria il secondo romanzo di Pierluigi Porazzi, Nemmeno il tempo di sognare (disponibile anche in ebook). Squadra che vince non si cambia: stesso editore del primo romanzo, L’ombra del falco (buon successo di pubblico e critica e tradotto anche all’estero), stesso investigatore, Alex Nero.

La transessuale Barbie è stata uccisa e i sospetti ricadono sull’ultimo – e più assiduo – cliente, Stefano Sonnino. Ma Annalisa Sonnino è convinta dell’innocenza del fratello e contatta un vecchio compagno di scuola, Alex, per indagare più a fondo. Sonnino non era certo l’unico frequentatore di Barbie: altri nomi, ben più illustri, potevano avere interesse a tenere nascosta una relazione scottante. Ma la procura sconsiglia di guardare oltre e il giudice Erri Martello ha le mani legate. Chi meglio di Alex Nero, ex poliziotto che non ha più nulla da perdere, può indagare dove non è lecito cercare?

Pierluigi Porazzi è una cara persona e mi ha persino citata nei ringraziamenti finali. Ringrazio a mia volta, lieta di ritrovarlo in piena forma al banco di prova della seconda opera narrativa, e gli faccio qualche domanda.

pierluigi porazziAB -  Tra L’ombra del falcoNemmeno il tempo di sognare sono passati quasi tre anni. Cosa è cambiato nel frattempo?
PP – A livello personale, credo di essere cresciuto, anche come scrittore, dopo aver avuto la possibilità di lavorare con Marsilio per l’editing di L’ombra del falco.
Nella realtà che ci circonda è cambiato qualcosa in peggio: c’è sempre meno fiducia nel futuro, sempre più disperazione. Si respira un’atmosfera molto cupa, di grande incertezza e rabbia. E la conseguenza logica è un aumento esponenziale della violenza.

AB – A pagina 70 c’è un omaggio a Sebastian Fitzek (La terapia): come mai?
PP – Perché è un autore che ho scoperto da alcuni anni, un autore europeo, che amo molto e che dimostra come il thriller di qualità non sia solo prerogativa dei grandi scrittori anglosassoni.

AB – Bellissimo l’incontro tra Erri e Marika. Grazie per averci ricordato che ci si può innamorare anche dopo l’adolescenza. Ma grazie, eh :)
PP – Un po’ di ottimismo ci vuole, anche in un romanzo noir! ;-)
(Nota della blogger: questa può capirla solo chi ha letto il romanzo…)
Scherzi a parte, ritengo che ci si possa innamorare a qualunque età. Certo, la maturità dà più consapevolezza, o almeno dovrebbe, si conoscono di più la vita e il mondo, e il sentimento è condizionato dalle esperienze già vissute. È senz’altro un sentimento più profondo e sentito.

AB – Come ti sei trovato a lavorare con personaggi seriali? Alex Nero, Santoruvo, Erri Martello, persino Il Profeta…
PP – Sono personaggi a cui mi ero affezionato durante la stesura del primo romanzo, e che mi è piaciuto riportare in scena. Nel frattempo qualcosa è cambiato, per ognuno di loro, perché Nemmeno il tempo di sognare non è immediatamente successivo, come tempi, a L’ombra del falco. Scrivendo, mi sono trovato decisamente a mio agio, con i personaggi che tornano in questo nuovo romanzo.

AB – Le premesse da cui muove il romanzo non sono vere ma sono verosimili: non hai temuto di urtare la suscettibilità di qualcuno?
PP – No, perché, come giustamente scrivi, i fatti di cronaca portano alla luce situazioni e vicende che tutti sanno che esistono. Legami tra escort, trans e personaggi politici o di potere sono stati sulle prime pagine dei giornali molte volte, negli ultimi anni, ma non solo. Anche in passato si sono verificati casi analoghi. Poi, spesso, la realtà supera addirittura la fantasia: uno degli episodi che racconto nel romanzo riguarda un giudice che viene ricattato per le sue frequentazioni con una transessuale, e nella realtà è accaduto, dopo che avevo finito di scrivere il romanzo, un caso simile, solo che nella realtà questo giudice pare ricevesse le trans addirittura nel suo ufficio in tribunale, cosa che difficilmente un autore avrebbe osato scrivere, tanto sembra poco verosimile.

AB – Non posso non rimarcare l’incredibile rimescolamento di carte che rende implausibile ogni intuizione del lettore. Sai come succede quando leggi un giallo: già dal primo omicidio ti sforzi di leggere tra le righe e indovinare il nome dell’assassino. Ovviamente nel tuo romanzo è impossibile riuscirci. Tu, invece, come sei riuscito a creare questo meccanismo?
PP – In teoria dovrebbe essere possibile scoprire chi è l’assassino: come ne L’ombra del falco ho disseminato qualche piccolo indizio che potrebbe aiutare il lettore a scoprire la verità. Creare un meccanismo di questo tipo è una delle sfide più difficili, nella scrittura di romanzi gialli, ed è frutto di molto lavoro e fatica. Un lavoro che ritengo necessario, proprio per fare in modo che, alla fine, tutte le caselle del puzzle finiscano al loro posto.

AB – I moventi del crimine sono quelli tradizionali, i soldi e l’amore. Qua però sono declinati in terra friulana. Qual è la specificità di Udine come “città criminale”, oggi?
PP – Una specificità di Udine è il suo recente passato. Un passato di civiltà contadina, in cui una serie di valori era sentita in modo molto forte, in cui la criminalità quasi non esisteva. La società di questi anni è profondamente mutata, e Udine è diventata molto più simile alle altre città. Questo ha inevitabilmente creato un certo spaesamento; chi ha vissuto la vecchia realtà friulana non può non restare stupito di fronte a ciò che accade di recente. È di pochi giorni fa la notizia di un nuovo omicidio, che ha catalizzato l’attenzione dei mass media nazionali, la scorsa estate un altro duplice omicidio a Lignano. E la serie è destinata ad aumentare, perché sia la crisi, di cui tanto si parla, sia la mancanza di riferimenti per le nuove generazioni stanno portando miseria e infelicità. E rabbia. Rabbia che si traduce in violenza, contro se stessi o verso gli altri. La speranza è che venga compreso in tempo il rischio che tutti stiamo correndo.

Sperando di rivederci presto, ti ringrazio di cuore per la bellissima intervista!

Il sole illumina implacabile l’andirivieni di piccole esistenze, uomini e donne che si aggirano impazziti, inconsapevoli dell’inutilità delle loro vite, della piccolezza delle loro ambizioni. Ognuno con il suo buio dentro, ognuno con il proprio inferno.
Negli occhi che incrocia camminando, Alex Nero vede solo rabbia, frustrazione, rassegnazione. La crisi senza fine degli ultimi anni ha colpito tutti. È iniziata con l’euro e l’ingresso in Europa, che ha dimezzato tutti gli stipendi. Poi la crisi finanziaria, una crisi di numeri, che ha eroso conti in banca e certezze. I disoccupati aumentano ogni giorno, e nessuna famiglia riesce a farsi bastare più nemmeno due stipendi. Se continua così, pensa Alex, ci sarà una rivoluzione. I banchieri e i potenti che sono seduti nelle stanze dei bottoni non capiscono che la miseria crea disperazione, e quando la gente è disperata e non ha più qualcosa da perdere, diventa pericolosa. [pag. 192, Nemmeno il tempo di sognare, Marsilio 2013]

Omar di Monopoli torna in libreria…

NEWSLETTER-REPRINT…con una nuova edizione di Uomini e cani. E quale migliore occasione per ricordare che sì, lo avevo già intervistato, reduce dalla lettura di La legge di Fonzi? Ecco qua:

AB – Innanzitutto, chi è Omar Di Monopoli? E perché non è su FaceBook?
OdM – Sono nato a Bologna da genitori terroni e con il capoluogo emiliano mantengo a tutt’oggi un legame particolare, avendovi passato gli anni dell’università. Attualmente risiedo in pianta più o meno stabile in Puglia dopo innumerevoli tentativi di fuga, evasioni puntualmente sabotate da un’insopprimibile “saudade” per le coste mediterranee, i colori del cielo al tramonto e le friselle col pomodoro. Adoro il Meridione ma al tempo stesso questa terra è la mia croce, perché talvolta vivere quaggiù richiede una bella dose di coraggio. Oppure forse no, è solo un modo per raccontarsela: magari diciamo che talvolta occorre coraggio per vivere, punto. Ho esordito nel 2007 con la casa editrice milanese ISBN, ancora oggi l’editore di tutti i miei romanzi, ma bazzico la radio e il cinema e quando posso scrivo anche articoli per il web.
Sono stato su FaceBook per un buon biennio, due lunghi anni di febbrili “mi piace” cliccati e di “poke” inviati a destra e manca, ma a un certo punto la commistione di pubblico e privato che inevitabilmente sedimenta nei social-network mi ha procurato un certo disagio: venivo contattato da appassionati di scrittura di genere e da lettori entusiasti che finivano per trovare nel mio account foto di me mentre immergevo la faccia in una fettona d’anguria a qualche cena con amici oppure i messaggi sciocchi (e molto poco letterari) che scambiavo con qualche ex-fidanzata. La mia casa editrice ha proposto di gestire un account più istituzionale, magari tramite qualcuno in redazione, ma io ho semplicemente preferito chiuderla lì: chi vuole venirmi a trovare visiti il mio blog dove il tempo per cazzeggiare lo centellino io, personalmente (è tutta una questione di controllo, ecco tutto!).

AB – Dai tuoi libri – e dal tuo blog, sartoris – emerge una cultura vasta e variegata su film, musica, fumetti e libri altrui (che letteralmente divori). Con una certa passione per la cultura di serie B americana, mi sembra. Da cosa nasce questa curiosità vorace e poliedrica?
OdM – Ritengo questa forma di curiosità famelica assolutamente imprescindibile dall’attività scrittoriale: un autore deve necessariamente aggiornarsi, confrontarsi e studiare i colleghi per mettere a fuoco la propria ricerca e per non adagiarsi sugli allori. E poi c’è sempre tanto da imparare, di continuo, tanto di cui sorprendersi. E persino molto da invidiare, grazie a Dio!
Ho una predilezione quasi patologica per la narrativa del sud degli USA, in particolare per il cosiddetto filone del southern-gothic che vede in Faulkner e Flannery O’Connor i padri fondatori (naturalmente passando per i vari Caldwell, Burke, Lansdale e via discorrendo) ma sono un lettore onnivoro per cui mi sciroppo senza problemi anche Vollmann, Roth, Amis o Pavese, Fenoglio, Kundera e persino Liala, insomma mi documento senza alcuna preclusione, non storcendo il naso davanti alla peggiore robaccia (anzi, se proprio devo dirlo spesso è quella che mi fornisce gli spunti migliori) e questo vale anche per il cinema e i fumetti, o per la fotografia e la grafica…

omardimonopoli

AB – Nei tuoi romanzi invece dipingi spietatamente una terra di Puglia che è estrema periferia del sud del mondo, ignorante, povera e disperata. Non senza un tratto d’ironia (il sosia di Ridge Forrester che anima la festa del paese e infiamma le signore locali…). Cosa potrebbe salvare il sud (parlo da siciliana, eh) da una fine grottesca e ignominiosa?
OdM – Mah, direi che il Mezzogiorno è una realtà sfaccettata e che esistono numerosi sud, molti dei quali sono oggettivamente il riflesso degenere della attuale società civile, ma limitarsi ad un’atavica prospettiva figlia della Questione Meridionale sarebbe riduttivo. Il sud in realtà contiene già in sé tutti gli anticorpi a ciò che l’ha reso culturalmente e politicamente retrogrado, l’unica via d’uscita percorribile credo consista nel non rassegnarsi e continuare a lavorare sulla consapevolizzazione di sé (questo potrebbe valere – e vale – anche per l’esperienza di ogni individuo singolo, a ogni latitudine del pianeta). Io sono felice dei grandissimi passi da gigante che la mia Regione ha fatto in termini di turismo e accoglienza, però (da buon innamorato della mia terra) sono anche profondamente critico e mi piace, col mio lavoro, accendere i riflettori sulle storture di un sistema di disservizi e criminalità che certe brochure promozionali vorrebbero accantonare solo perché poco fruttiferi dal punto di vista dell’immagine. Poi, sia chiaro, scrivo dei «western-noir» e quindi non mi metterò certo a decantare la magia della pizzica o a disquisire della bontà dei nostri taralli al Primitivo – o peggio dei pregi di questa o quell’altra amministrazione, come talvolta sembra vorrebbero le autorità locali!

AB – Parliamo della scrittura: nei tuoi romanzi fai ampio uso del dialetto locale, però è l’italiano che colpisce: vocabolario ricco e incisivo, narrare fluido. Da vero letterato, non da scrittore improvvisato. Come si arriva a questi risultati?
OdM – Lavorando molto e costantemente sulla lingua, sullo stile, sulla parola e sul ritmo, niente di più e niente di meno. Ho già detto della mia compulsiva volontà di sondare tutto ciò che mi circonda (creativamente parlando) e questo di per sé favorisce una messa a punto perpetua della propria “voce” letteraria. Ma naturalmente non basta: servono entusiasmo e disciplina, e un paio di buoni amici editor (Mario Bonaldi di ISBN è diventato ormai un po’ una sorta di confessore, lo ammorbo anche coi miei problemi sentimentali!). Poi al solito va tenuto a mente l’adagio anglosassone che ritiene una buona storia il prodotto esatto del 1% di “inspiration” e del 99% di “perspiration”, cioè detto in soldoni: molto lavoro e un pizzico di talento…

AB - Ma tu, ti senti un po’ Fonzi?
OdM – Credo, come molti maschi della mia generazione, di aver a lungo aspirato a diventare un po’ come lui, il bullo buono cui tutto andava bene. Forse per qualche anno, nella mia fase spensierata, ho anche lavorato parecchio su me stesso per assomigliargli un po’; ma la vita bastona chiunque, costringendoci a dismettere le maschere: ecco perché il Fonzi del mio romanzo eponimo è un ex-bandito cresciuto all’ombra della Sacra Corona Unita e che del personaggio vincente della serie tv finisce per portarsi dietro solo una certa spavalderia, ma è uno sconfitto, un disincantato che sa di aver perduto tutto per una causa sbagliata, forse anche la vita…

(13 agosto 2011)

“Fratello buono, fratello cattivo” di Matti Rönkä

Matti RonkaMatti Rönkä, autore di L’uomo con la faccia da assassino, esce in Italia con Fratello buono, fratello cattivo (entrambi pubblicati da Iperborea). Il romanzo sarà presentato a Libri come a Roma il 16 e il 17 marzo (evento su facebook e sul sito dell’editore).

La trama. Vuosaari. Un giovane manutentore rinviene sotto un cumulo di neve il cadavere di un ragazzo, senza segni apparenti di morte violenta ma con in tasca l’occorrente per drogarsi. Il ragazzo è un “rimpatriato dell’est”, un ingriano, il quarto morto per overdose nel giro di poco tempo. L’ispettore Korhonen (con la fissazione delle citazioni bibliche) incarica il russo Viktor Kärppä, diventato un (quasi) rispettabile uomo d’affari, di indagare sul Trimetilfentanil, una droga letale che sta mietendo vittime russe in Finlandia.
Nel frattempo anche il fratello maggiore di Viktor, Aleksej detto Aljoša, si è trasferito in Finlandia. I due sono quasi estranei (Quando se n’era andato di casa per studiare al politecnico io ero ancora un bambino. E dopo che anch’io avevo cominciato gli studi superiori ci eravamo incontrati qualche rara volta a Leningrado o a Mosca. Non sapendo che dirci, parlavamo solo di cose pratiche.), ma essendo entrambi in terra straniera non possono che riavvicinarsi. L’arrivo di Aleksej in concomitanza con il misterioso traffico di droga di cui non si conoscono i canali desta più di un sospetto… Tanto che Viktor deve tornare in Russia per risolvere l’intricata matassa che rischia di mettere a repentaglio anche le sue nuove attività imprenditoriali.

Viktor Kärppä, già incontrato in L’uomo con la faccia da assassino, è un personaggio in bilico sul confine che separa la legalità dal crimine: Nell’esercito sovietico l’autocontrollo veniva testato accuratamente prima di assegnare una recluta ai corpi speciali. Misuravano la resistenza allo stress, fisico e psichico, ai narcotici e all’alcol. Io ero rimasto a lungo in piedi e impassibile, senza dare segni di cedimento. “Un uomo con la faccia da assassino”, avevano detto i membri della commissione, e lo avevano anche riportato sul mio dossier nei termini della psicologia militare. Nell’ultima pagina dell’incartamento, alla voce «altre osservazioni», avevano scritto: «capacità di uccidere» e un punto interrogativo. E poi: «ubbidienza a ordini estremi», un punto esclamativo e molti punti interrogativi. Non me lo avevano detto, ma non ce n’era nemmeno bisogno, ero consapevole delle mie debolezze.
Coltiva una serie di nostalgie (per Marja, la fidanzata lontana; per Sortavala, la terra che ha lasciato; per la vita che non ha avuto). Non ha molti amici ma lega con gli altri in quel modo strano che hanno gli scandinavi di scambiarsi cortesie senza smancerie. È un personaggio a cui ci si affeziona “a propria insaputa”, irrisolto e navigato insieme. Ritrovarlo è stato un piacere.

In occasione dell’uscita del primo romanzo avevo intervistato Matti Rönkä. Ecco cosa ci eravamo detti:

AB – Caro Matti, di te in Italia si conoscono solo le poche righe di biografia che accompagnano i tuoi libri: sei finlandese, hai studiato Scienze Politiche a Helsinki, sei un giornalista e lavori per la televisione, hai vinto il Krimi Preis tedesco con il romanzo L’uomo con la faccia da assassino. La prima domada quindi è obbligata: come e perché hai deciso di scrivere un giallo?
MR – Circa dieci anni fa – intorno ai 40 anni – ho fatto un bilancio della mia vita. Avevo studiato e lavorato duramente, avevo una carriera di successo, tre figli e una moto… E molti progetti in mente. Ma tutto questo non mi dava l’appagamento che avevo sperato. Così ho preso un anno sabbatico e sono andato negli Stati Uniti per imparare a fare i documentari: lì ho capito che non avrei mai fatto un film, ma mi sono ripromesso di scrivere un romanzo… e l’ho fatto. E siccome non sapevo bene come strutturare una storia che stesse in piedi da sola, ho usato il genere come strumento per costruire la struttura portante.

AB – L’uomo con la faccia da assassino inizia con la scomparsa di una giovane donna, che è anche la sorella di un piccolo malavitoso locale. Il detective privato incaricato di ritrovarla, Viktor Kärppä, inizia a indagare in un contesto molto particolare, fatto di personaggi con molti scheletri nell’armadio. Alcuni hanno un passato nell’esercito dell’ex Unione Sovietica o sono a vario titolo implicati nella microcriminalità – e così lo stesso Kärppä. A cosa ti sei ispirato per descrivere questo scenario?
MR – Quando ho deciso di scrivere un romanzo si era in pieno dibattito a proposito di immigrazione e razzismo. L’ex Unione Sovietica (e la Russia) hanno sempre avuto al loro interno molte minoranze; ad esempio i Finnici che vivono vicino a San Pietroburgo e in Carelia hanno passato diversi brutti periodi nell’arco dei secoli. Quando l’Unione Sovietica è arrivata al collasso, ai gruppi etnici di origine finlandese fu data la possibilità di rientrare in Finlandia. E questo ha portato a noi (finlandesi, n.d.b.) sia le persone che i problemi correlati.
Quindi, volevo trattare di problematiche attuali, e volevo un eroe che fosse un po’ diverso. Sapevo di avere nozioni approfondite sulla storia recente, sulla Carelia, sull’Unione Sovietica… E mi sono reso conto che un eroe del genere, un outsider, poteva fare osservazioni sulla società finlandese con un punto di vista diverso da quello che avrebbe avuto un poliziotto o un’altra figura istituzionale.

AB – Si dice che ogni scrittore mette qualcosa di se stesso nei suoi personaggi. Cosa c’è di te nei tuoi personaggi?
MR – Uno scrittore non può che avere i pensieri e le emozioni suoi propri… Ma questo non significa che io scriva di me. Naturalmente ho scritto a proposito di situazioni che un uomo affronta quando cresce e invecchia (nel romanzo che è uscito adesso in Finlandia, il sesto della serie, un Viktor 42enne indossa il suo primo paio di occhiali da lettura…). Allo stesso modo, il rapporto di Viktor con la madre e con il fratello sono molto simili ai miei rapporti reali.

AB – È cambiato qualcosa da quando hai pubblicato L’uomo con la faccia da assassino? Sei diventato più famoso? Che tipo di feedback hai dai tuoi lettori?
MR – I primi tre libri hanno avuto ottime recensioni, ma non hanno venduto molto. Poi però ho vinto il Glass Key, un premio scandinavo riservato ai migliori autori di crime, e sono stato finalista in Germania… e tutto è cambiato. Da quel momento in poi sono sempre stato  nella top 10 o top 15 in Finlandia. Sembra che la gente ami realmente Viktor! E i diritti sono stati venduti in 15 Stati esteri. È incredibile.

AB – Che tipo di lettore sei?
MR – Non bado al genere, cerco storie che mi catturino. Leggo molto, di tutto.

AB – Cosa pensi dello straordinario successo dei gialli scandinavi negli ultimi anni? Come te lo spieghi?
MR – Beh, c’è una lunga e solida tradizione di realismo nella crime fiction in Scandinavia e in generale nel nord Europa. Sembra che l’argomento riscuota maggior interesse nei Paesi che hanno solidi valori di democrazia, sistemi di welfare e attribuiscono un ruolo dominante alla società e allo Stato (non so se queste definizioni si adattino all’Italia…) (questa notazione è inquietante, n.d.b.). Personalmente non credo di essere nel solco della tradizione, ho cercato di fare più un mix, qualcosa che si rifacesse alle caratteristiche del noir americano, alla Raymond Chandler.

Intervista a Lawrence Block (reloaded) in occasione dell’uscita di “Hit Me”

Lawrence BlockÈ di qualche giorno fa la notizia che Lawrence Block è tornato a pubblicare dopo aver annunciato, due anni fa, che non avrebbe più scritto romanzi.
Con Hit Me (disponibile anche in ebook) torna Keller the Killer, già protagonista di altri quattro romanzi. (Off topic: non smetterò mai di chiedermi perché su Amazon lo stesso libro, appena uscito in inglese, si trovi con due copertine diverse, due editori diversi e due prezzi diversi…)
In Italia Block è stato solo parzialmente pubblicato da almeno tre diversi editori (Mondadori, Fanucci e recentemente Sellerio): magari prima o poi qualcuno completerà organicamente l’opera…
Nel frattempo, quale miglior occasione per riproporre un’intervista storica? Eccola, dunque.

Lawrence Block è uno scrittore incredibilmente prolifico. Nato nel 1938 a Buffalo, New York, ha girato tutto il mondo ma è sempre tornato nella città che ama di più, New York. L’investigatore alcolista Matthew Scudder, la spia Evan Tanner, il libraio ladro Bernie Rhodenbarr, Keller il killer professionista, l’avvocato Martin Herengraf, Chip Harrison, sono i protagonisti di altrettante serie di romanzi che Block ha scritto nell’arco di oltre quarant’anni.

AB – Lawrence, quanti libri hai scritto?
LB – Non sono sicuro, credo circa settanta, con il mio nome, e altri sotto pseudonimo.

AB – Che libri erano, quelli sotto pseudonimo?
LB – Non vale la pena parlarne… fanno parte del passato. Non erano granché buoni.

AB – Hai fatto altri lavori, prima di scrivere?
LB – No. Ho iniziato a scrivere quando ero a scuola e non ho mai smesso.

AB – Quando è stato pubblicato il tuo primo libro?
LB – Nel 1961. Era un romanzo giallo, ma non aveva un protagonista seriale. Si chiamava Mona, all’inizio, ma è stato ripubblicato con il titolo di Grifter’s Game.

AB – Chi è il preferito tra i tuoi personaggi?
LB – Non credo ce ne sia uno che preferisco. Li trovo tutti ugualmente interessanti, altrimenti non scriverei su di loro.

AB – Chi è quello che ti somiglia di più?
LB – Questa è una domanda difficile, e forse non sono la persona più adatta a rispondere. Un mio amico, lo scrittore Peter Straub, quando ha letto i miei libri su Keller, ha detto che Keller il killer mi somiglia più di altri personaggi.

AB – Trovi difficile saltare da un personaggio all’altro, da un romanzo all’altro?
LB – No, non è affatto difficile. Quando creo un personaggio, sono automaticamente nei suoi panni.

AB – Parliamo del libro appena (era il 2005, n.d.b.) uscito in Italia, Le colpe dei padri (Fanucci). È stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1975 ed è il primo della serie di Scudder.
LB – Esatto. E il libro che uscirà negli Stati Uniti il mese prossimo, intitolato All the flowers are dying, è il sedicesimo della serie.

AB – Come si è evoluto il personaggio di Scudder in questi trent’anni?
LB – È cambiato considerevolmente. Scudder vive “in tempo reale”. Nel primo libro ha più di trent’anni, adesso ne ha circa sessantasei, sessantasette. In uno dei libri della serie Scudder smette di bere (L’Ottavo Passo, Sellerio 2011, n.d.b.), che per lui è un grande cambiamento. Rimane un investigatore privato, non torna in polizia. Per un periodo ha anche una licenza ufficiale da investigatore, ma non dura a lungo.

AB – Scudder è uno dei personaggi più dark da te creati. Come nasce?
LB – È difficile per me parlarne in questi termini, perché io narro non “del” personaggio ma “il” personaggio. Di solito non penso molto a come sia il personaggio, ma gli permetto di maturare attraverso le pagine del racconto. Se mi chiedi che tipo di persona è Scudder, tutto ciò che posso dirti è “Leggi i suoi romanzi!”

AB – Cosa ti fa paura?
LB – Dopo lo tsunami (che ha devastato il nordest asiatico il 26 dicembre 2004, n.d.b.), ho fatto una riflessione. La settimana prima forse solo cinque persone, fra le oltre duecentomila che sono morte, avevano paura dello tsunami. Tutti gli altri avevano sicuramente delle preoccupazioni, ma di altro genere. E le loro preoccupazioni erano assolutamente prive di senso, se viste alla luce di quanto è accaduto. Così ho deciso che non vale la pena preoccuparsi di nulla. Perché magari ciò che ti uccide è qualcosa a cui tu non avevi nemmeno pensato, prima che accadesse.

AB – Puoi raccontarmi un aneddoto su qualcosa di strano che ti è capitato nella tua carriera di scrittore?
LB – Beh, immagino ce ne siano moltissimi, ma non me ne viene in mente nessuno. Sai, forse la gente dovrebbe sapere che la vita di uno scrittore non è poi così interessante. Tutto ciò che uno scrittore fa è restare seduto da solo in una stanza, passando tutto il suo tempo a immaginare di avere una relazione con personaggi che esistono solo nella sua fantasia. Non è molto interessante.

AB – Che libri ti piacciono?
LB – Al momento sto leggendo To the last man di Jeff Shaara, che è un romanzo sulla Prima Guerra Mondiale – non il tipo di cosa che scriverei io, senza dubbio, ma mi piace moltissimo.

AB - Ci sono degli autori che hanno influenzato il tuo modo di scrivere?
LB – È difficile dirlo. Ho letto moltissimo, da ragazzo, e suppongo che tutto ciò che ho letto mi abbia influenzato, in un modo o nell’altro. I musicisti di jazz parlano di influenza nel loro modo di fare musica, perché quando inizi a fare il musicista ti eserciti a suonare come qualcuno più famoso di te, per imitarne lo stile. Invece, se sei uno scrittore, tendi a cercare un tuo stile, evitando di essere troppo simile a qualcun altro. Ma se proprio dovessi citarne uno, direi che John O’Hara è uno scrittore che ho molto ammirato e che probabilmente mi ha influenzato.

AB – Hai anche curato delle antologie di racconti: che tipo di lavoro hai fatto?
LB – A volte ho solo messo il mio nome in copertina e scritto l’introduzione, a volte ho curato personalmente la selezione dei racconti, quindi un lavoro molto vario. Non credo che ne farò altre nel futuro, però, perché è un lavoro amministrativo ed editoriale, non molto creativo.

AB – E hai scritto delle sceneggiature per il cinema.
LB – Sì, e penso che ne farò ancora. Ho scritto la sceneggiatura tratta dal libro Hit Man per un film che si chiama Keller, che spero sia girato quest’anno, se la produzione riesce a trovare i finanziamenti. Ho in programma una sceneggiatura su un soggetto originale per un film diretto dal regista di Hong Kong Wong Kar Wai. E di recente ho lavorato su una serie televisiva di nove episodi che negli Stati Uniti stanno trasmettendo adesso: si chiama Tilt e parla di crimini ambientati nel mondo del poker, a Las Vegas. (Qui la lista dei lavori su grande e piccolo schermo aggiornata, ed è un lungo elenco, n.d.b.)

AB - So che sei un giramondo. Quanti paesi hai visitato fino a ora?
LB – All’incirca 130, credo.

AB - Il tuo preferito?
LB – Non ne ho uno che preferisco. Al momento, ovviamente, è l’Italia. (ride, per la prima volta durante l’intervista)

AB – Quando viaggi scrivi?
LB – A volte, ma molto raramente. Una volta, ad esempio, io e mia moglie siamo andati in crociera nell’Oceano Indiano, per cinque settimane, e io la mattina mi alzavo presto, andavo in biblioteca e scrivevo. Avevo del lavoro da fare e, con una vacanza così lunga, potevo anche dedicare una parte del tempo alla scrittura.

AB – Lavori meglio quando hai una scadenza imminente?
LB – No, di solito fisso le mie scadenze in anticipo rispetto a quelle dell’editore, in modo da non essere eccessivamente sotto pressione.

AB – Qual è stata la miglior recensione che hai avuto?
LB – Non saprei, ne ho avute diverse, nel corso degli anni. Una cosa che si impara, con il tempo, è quella di non prestare troppa attenzione alle recensioni, perché rischi di attribuire troppo significato a quelle buone, o al contrario a dare troppo peso a quelle cattive. E ho anche imparato che le recensioni non hanno poi effetti significativi sulla tua carriera di scrittore, o sulle vendite di un libro. Non cambiano in meglio o in peggio il tuo lavoro.

AB – Cosa hai in programma?
LB – La sceneggiatura di cui ho parlato e il terzo libro della serie di Keller, che probabilmente si chiamerà Hit Parade e uscirà negli Stati Uniti nella primavera del 2006 (In effetti poi è andata così, n.d.b.).

AB – Quali saranno le tue prossime uscite in Italia?
LB – Credo il libro successivo della serie di Scudder, Time to murder and create, o quello dopo, Eight million ways to die.

AB – Quello da cui è stato tratto il film omonimo (Otto milioni di modi per morire)?
LB – Sì. Non un film memorabile, a dire il vero.

AB – Non l’ho visto. Ma ho visto Burglar (Affittasi ladra), quello in cui Whoopi Goldberg impersona Bernie Rhodenbarr… non era male.
LB – Sì… non esattamente la mia idea di Bernie, a dire il vero… se si tralascia il fatto che Bernie è un uomo e non una donna, non è male.

AB – Grazie mille, è stata una chiacchierata molto interessante.
LB – Grazie a te.

(questa intervista è stata pubblicata sul numero 3 del Falcone Maltese)

Questo è il blog di Larry Block. Date un occhiata, è divertente!

Aggiornamento: in un’intervista sul DailyNews Block dice che Hit Me potrebbe essere il suo ultimo romanzo.

[Mi scuso con i lettori di lunga data per il prolungato silenzio e i reload, ma per ora va così, abbiate pazienza :) ]

S is for Sue – Intervista a Sue Grafton (reloaded)

SueGrafton[Continua la fase un po' letargica, invernale, da serie tv divorate e vecchi film riguardati senza troppa riflessione. Nel frattempo recupero post a cui sono affezionata].

Ringrazio Paolo Gardinali per questo pezzo su Sue Grafton, direttamente da Santa Barbara, California (wow!).
A due passi dall’Oceano Pacifico l’universo del reale e dell’immaginario coincidono per una sera. Siamo nella funk zone, a pochi isolati dall’immaginario microappartamento di Kinsey Millhone. È un area che i lettori dell’alfabeto del crimine di Sue Grafton conoscono molto bene, il quartiere degli artisti e artigiani che ancora sopravvivono nella ricchissima Santa Barbara, la perla del Pacifico.  Nell’universo parallelo di Sue Grafton Santa Barbara diviene Santa Teresa, dove gli anni Ottanta continuano ormai da venti romanzi, e cellulari, internet, boom e sboom immobiliari sono di là da venire. La città dorme sonni tranquilli, periferia ricca della turbolenta Los Angeles, cotta dal sole, carezzata dalle nebbie mattutine e soprattutto vegliata dalla dinamica detective protagonista.

Nel cuore della funk zone un edificio coperto di edera nasconde una delle enoteche migliori della città, la Santa Barbara Winery, dove Sue Grafton è stata ben ricevuta tra bottiglie di Sangiovese e crostini al prosciutto e brie.
Originaria del Kentucky, dove risiede part time, Sue è in grado di coniugare una disponibilità casual tutta californiana con tutto il calore della parlata del sud.
Sue è la vera regina del giallo USA, più volte nella best seller list del New York Times. Agitando un bicchiere di vino bianco Sue mi racconta che in Italia ce l’ha portata il suo editore, Mondavi. “Non è per caso Mondadori?” suggerisco, lei ride, conferma che Mondavi è piuttosto quello che preferisce bere.

È proprio Mondadori che l’ha portata in Italia qualche anno fa per un tour. Sue ricorda e si dichiara disponibile a tornare alla prima occasione.
Kinsey invece non ha piani immediati di scappatelle all’estero, dopo la visita in Messico di J is for Judgement.
Kinsey è una “small town girl”, si muove in un mondo scolpito alla perfezione, ben noto a noi residenti del sud California. Il suo fascino è proprio nella dimensione delle sue avventure, l’universo circoscritto, i limiti della vita quotidiana. Kinsey non viene facilmente  coinvolta in intrighi internazionali. Proprio per questo Sue ha spesso abbandonato trame di largo respiro che sarebbero sembrate fuori posto: K is for Killer per esempio doveva essere originariamente “K is for Kidnapping” (rapimento), che negli Stati Uniti è crimine federale quindi difficilmente oggetto d’investigazione da parte di un detective privato.

Sue Grafton(photocredits) Niente Italia quindi in programma come futura ambientazione, “A meno che non si trovi un boyfriend” mi dice, ammiccando. E perche no? Potrebbe essere un gran finale della saga. Tradotti in ventisei lingue (e piratati in Cina per anni, come ama raccontare), i romanzi della Grafton sono editi in Italia nei Gialli Mondadori e più recentemente da Salani/Tea (che però si è fermato a R come Rancore, risalente addirittura al 2006 e non disponibile su Amazon). Negli Stati Uniti siamo già a venti, l’ultimo è T is for Trespass. Ne rimangono sei, tra l’altro le lettere più difficili, compito che al ritmo attuale si concluderà quando l’autrice avrà ottant’anni. Al momento ha scritto e riscritto i primi due capitoli di “U”, ancora privo di titolo*.

Nonostante la verve di Sue, quindici anni d’esperienza a Hollywood e l’originalità dei titoli, emergere sulla scena del giallo USA è stato tutt’altro che facile. “A come Alibi” è l’ottavo dei romanzi della Grafton, e solo il secondo ad essere pubblicato. Sue racconta che all’epoca era invischiata in un drammatico divorzio e passava la notte a fantasticare su come uccidere l’ex marito. Invece di mettere in atto tali piani criminosi, ha pensato bene di farsi pagare per trascriverli. Il resto, come si dice, è storia.

Sue Grafton ha ricevuto il Barnaby & Mary Conrad Award alla trentaseiesima Santa Barbara Writers Conference.

Testo e foto d’apertura di Paolo Gardinali
Santa Barbara (CA), 27 giugno 2008
[God bless Gmail]

* (aggiornamento) Pubblicato nel 2009 come U is for Undertow; adesso è fuori in paperback V for Vengeance (V per Vendetta) del 2012.

Il profumo delle bugie di Bruno Morchio

Una famiglia come poche, i D’Aste: hanno in mano la città, anzi si può dire che l’abbiano costruita loro. Vivono in una grande villa: tre generazioni che convivono fianco a fianco, non senza difficoltà. L’esuberante, preponderante patriarca Edoardo, il figlio Meo, il giovane Francesco, appena laureato e destinato a seguire le orme del nonno (il DNA dell’imprenditoria edilizia infatti ha saltato una generazione, perché Meo si è dedicato alla carriera di medico, attività che svolge con dedizione nell’incomprensione di tutti). E poi le donne, mogli, figlie e sorelle, mai integrate fino in fondo.
Il detonatore lo accende la bellissima Dolores, fidanzata e promessa sposa di Francesco, intelligente ma di estrazione sociale medio-bassa, affascinante ma (forse) non fedele… Sarà lei a scoperchiare il vaso di Pandora fino al deflagrante finale, che avrà il culmine durante il tempestoso (e temuto!) pranzo di Natale.

Ho letto con piacere (come dimostra la foto sotto) Il profumo delle bugie: il ritmo serrato, i dialoghi scoppiettanti, la sottile tensione tra dramma e commedia degli equivoci non mi hanno fatto sentire la mancanza di Bacci Pagano.

A Bruno Morchio, che seguo fin dagli esordi, ho fatto qualche domanda.

AB – Come mai ha deciso di abbandonare (temporaneamente) Bacci Pagano?
BM – Volevo capire se ero capace di scrivere qualcosa di buono, come diceva Totò, “a prescindere”. A prescindere dai due grandi protagonisti dei miei romanzi: Bacci Pagano e Genova. Nel romanzo Genova c’è, ma non è mai nominata (anche se i genovesi, e non solo loro, la riconosceranno benissimo, sia per i luoghi che per i riferimenti al porto, ai camalli e per una frase dialettale storpiata da un calabrese); l’assenza di Bacci e l’adozione della terza persona (con ciascun capitolo focalizzato sul punto di vista di uno dei tre maschi della famiglia D’Aste) è una sorta di vendetta: non hai idea quante volte succede che qualcuno mi presenti a una terza persona e quello non batte ciglio, ma appena apprende che sono l’autore di Bacci Pagano lo sguardo si illumina e sboccia un sorriso che levati… Vorrei però ribadire un concetto: almeno in Italia, io non credo al mainstream (non vedo in giro né Franzen né Roth né Coetzee): in Italia si scrive per generi e il noir fra tutti è forse il più “alto”. Non ho mai pensato di uscire dal “genere” per misurarmi con la Letteratura. Ho solo cambiato genere, passando dal noir alla commedia grottesco-borghese.

AB – Da quale dei personaggi ha preso forma, in origine, Il profumo delle bugie?
BM – Non direi da un personaggio particolare, piuttosto dalla famiglia intesa come istituzione, unità economica e crogiolo di relazioni segnate dai rapporti di potere e dagli affetti. La famiglia borghese, in questo caso. L’ispirazione alla cronaca recente è solo un timido spunto, perché in fondo il romanzo racconta una vicenda in cui tutti gli ingredienti che caratterizzano il privato borghese e le vicissitudini di una classe che ha scelto la finanza e il (mal)affare sono sgranati come in una litania: spregiudicatezza, tronfia vanità, ipocrisia, lusso e ambizioni culturali elitarie. Senza giudizi, talvolta perfino con simpatia, ma senza veli di finto pudore. Del resto, l’assunto freudiano che il desiderio rappresenta una minaccia all’ordine sociale mi sembra esemplificato con inequivoca chiarezza. Secondo alcuni il personaggio-chiave è Meo, il figlio del patriarca, medico nevrotico e represso, che sembra il solo a vedere la verità senza essere creduto; per altri è Dolores, l’oggetto oscuro del desiderio, il granello di sabbia che fa inceppare l’ingranaggio; qualcuno ha trovato esilarante il vitalismo di Edoardo. Sicuramente il controcanto delle donne (specie Ines, la figlia Lena e Dolores) rivela maggiore lucidità e consapevolezza di quelle degli uomini, che in questo libro non fanno una bella figura.

AB – Il tema del libro (corruzione e decadenza di una famiglia “in vista”) avrebbe potuto essere trattato con diversi registri, dall’ironico al drammatico. Tu li hai toccati tutti, con una certa predilezione, mi sembra, per il farsesco e il “coup de théâtre”. È stata una decisione ponderata oppure trama e scrittura hanno preso il sopravvento in corso d’opera? Sei soddisfatto del risultato?
BM – Ironia e grottesco sono i registri prevalenti della scrittura, per scelta. Credo che della borghesia italiana non si possa che parlare sul registro comico, per i guasti profondi che ha arrecato al paese e per la cronica vocazione a chiamarsi sempre fuori da ogni responsabilità, neanche fosse il proletariato la classe che dirige il paese. Anche la cosiddetta antipolitica rappresenta una mistificazione che elude il nodo di fondo: la classe dirigente, quella che detiene i mezzi di produzione, delocalizza, precarizza il lavoro, non investe in innovazione ma specula in finanza,  resta la borghesia. Quanto al romanzo, sì, sono soddisfatto, credo che sia un’opera abbastanza originale nell’attuale panorama della letteratura italiana e spero che qualcuno se ne accorga.

AB – Io l’ho gradito moltissimo e noto, incidentalmente, che nel passare dal genere al mainstream non hai perso la mano nel “colpo di scena”, che a mio avviso rimane comunque un elemento indispensabile per tenere alta la tensione narrativa (e la voglia del lettore di “andare avanti”).
BM – Sono d’accordo (salvo sul mainstream, di cui ho detto come la penso). Il colpo di teatro in questo “interno di famiglia” è fondamentale sul piano strutturale e plasma la forma narrativa del romanzo. Qualcuno suggerisce di farci una pièce teatrale e non è detto che non succederà.

Bruno Morchio
Il profumo delle bugie
Garzanti, 2012
Anche in ebook

James Ellroy: The Black Dahlia

Un’altra straordinaria testimonianza dal vivo: Paolo Gardinali ha incontrato di nuovo James Ellroy. Ecco il suo racconto.

Ho abbracciato James Ellroy un’altra volta (e ha pure abbracciato mia moglie, non senza qualche mia preoccupazione). Così si sono svolti i fatti:

James Ellroy sembra quasi impacciato di fronte alla mancanza dell’assalto frontale di fan che forse si aspettava. Il problema è che questo non è un incontro con i soliti bookworm (anche se la voce è arrivata anche ad alcuni letterati, ed io mi sono volentieri aggregato) ma un seminario organizzato da Anne Redding, professoressa di Justice Studies al Santa Barbara City College quasi in concomitanza con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’argomento di cui si parla ha cambiato la vita di entrambi i relatori e ha lasciato un marchio indelebile nella mitologia del crimine dal ventesimo secolo in poi: l’efferato omicidio di Elizabeth Short, nota ai posteri come la Black Dahlia (tra l’altro recentemente rievocata anche in American Horror Story).

Prima dell’incontro James Ellroy non sembra il folle predicatore che impersona sul palcoscenico: intrattiene i presenti, ci racconta che in Italia è passato alla Einaudi, che non scrive “gialli” ma “mainstream literature”, e attenzione, sembra molto suscettibile sull’argomento. Scopriamo che vive di nuovo a Los Angeles, molto vicino a dove negli anni Sessanta giravano le scene della Bat Cave nel Batman di Adam West.

Poi si abbassano le luci in sala, comincia la presentazione del caso che ha sconvolto e segnato la sua vita. La storia è nota: Elizabeth Short, ragazza del Massachusetts infatuata tanto dei sogni di celebrità quanto degli uomini in divisa, si perde nella California degli anni Quaranta. Tra il 10 e il 17 Gennaio del ‘47 viene rapita e seviziata per giorni in un tipico “lust murder”, il cui obiettivo è la tortura e la morte della vittima l’inevitabile denouement. Il corpo mutilato, il sorriso tagliato con una lama affilata ispirato chi dice da L’homme Qui Rit  di Hugo, chi dal Joker di Batman, viene ritrovato e di nuovo violentato dalla stampa scandalistica dell’epoca: i reporter dei quotidiani di Los Angeles, non contenti di aver contaminato irrimediabilmente la scena del crimine, telefonano alla madre di Elizabeth in Massachusetts annunciandole che la figlia ha vinto un concorso di bellezza, per raccogliere materiale per l’insaziabile fame morbosa del pubblico. Evidentemente una malattia da cui non siamo mai più guariti.

Nel mezzo della sanguinosa ricostruzione del crimine, arriva allo speaker un biglietto. Silenzio in sala. Il messaggio (in rima) è di James Ellroy, ancora seduto tra il pubblico, che invita le donne single a un after show a base di yoga e piña colada. Risate: l’incantesimo è rotto, sale il reverendo Ellroy che apre con i suoi consueti saluti e conclude la prefazione con un “Vaffangood” che prendiamo come un’affezionata dedica personale. Poi passa a parlare del caso che ha sconvolto e segnato la sua vita, dopo la morte della madre nel ‘58 in circostanze analoghe (anche se non così efferate) a quelle della Dalia Nera. Ellroy ammette di aver “trasmogrifato” la madre in Elizabeth Short, a cui si è idealmente fidanzato (parole sue) per 55 anni. Non solo un’ossessione, un tema che ha segnato i suoi libri, rendendolo il vendicatore ideale della vita troppo breve della Dalia Nera, vivendo nel suo scrivere l’illusione di poterla salvare.
Ellroy parla dei  sogni che si intersecano: Elizabeth Short che cerca un’immagine maschile ideale tra le migliaia di veterani che affollano Los Angeles dopo la guerra, lui una figura femminile da usare al posto della madre. E il mostro che la uccide è la realizzazione dei propri oscuri incubi sanguinari.
Alla fine, quello che ci rimane è una cautionary tale: un enigma che non può e non deve essere risolto, perché proprio nella sua mancata risoluzione giace il potere dell’orrore indimenticabile, che nessun artista e nessuno scrittore può descrivere. L’orrore degli ultimi giorni della Dalia Nera: l’orrore della perdita dell’innocenza di un’intera nazione.

Respectfully Submitted,
Paolo Gardinali,
Inviato Speciale a Santa Barbara (*)

(*) Nota: non lo sapevo, Elizabeth Short era schedata per un precedente arresto ancora minorenne proprio qui nella mia città (Minor in possession of alcohol), cosa che permise alle autorità di identificarne il cadavere anni più tardi. Fu uccisa vicino a Santa Barbara Street in South Central LA.
L’homme qui rit, che forse ha ispirato l’orribile sfiguramento del cadavere, viveva nelle Channel Islands (della Manica, ma che portano lo stesso nome di quelle appena al largo di Santa Barbara). C’è già abbastanza materiale per una nuova conspiracy theory

 

James Ellroy (reloaded) – Conversazione californiana

Il 26 settembre 2008 James Ellroy riceve il Ross McDonald Award a Santa Barbara (California). (Sarà l’ultimo autore a esserne insignito visto che il Premio, assegnato fin dal 2002, non vedrà successive edizioni – n.d.b.). In quell’occasione Paolo Gardinali, che è anche host di questo blog, invia un report strepitoso insieme ad alcune foto (tra cui quella sopra). Potevo permettere che un conversazione con James Ellroy cadesse nell’oblio?
No, naturalmente. Rieccola, quindi.

Buonasera pervertiti, pedofili, pederasti e sniffatori di mutandine (1)… Sono James Ellroy: il re del romanzo noir americano!
Così si presenta al centro del palcoscenico, piantato a gambe larghe, a volte appoggiato allo scranno di plexiglas, a volte agitando le braccia in aria per descrivere con gesti appropriati le circonvoluzioni delle sue trame elefantiache.
Poi procede a garantire sesso a volontà e paradiso eterno agli acquirenti di svariate migliaia di copie dei suoi libri.
Poeta del crimine, teorista del complotto e profeta della corruzione, James Ellroy si lancia in digressioni iperboliche con il tono di un predicatore, colpisce lo spettatore alle spalle e lo soffoca di risate.
Alcuni nel pubblico sono esterrefatti: questo pomposo confabulatore è veramente l’autore di L.A. Confidential e Il Grande Nulla (tradotto in Italia da Carlo Oliva, che colgo l’occasione per ricordare con affetto, n.d.b.)? Ma la maggior parte avverte lo stesso ritmo sincopato e alieno della sua prosa, si lascia andare, avvincere, stupire.
Parla di Ross MacDonald, a cui ha dedicato Blood on the Moon (Le strade dell’innocenza): ispiratore e maestro, autore di Lew Archer, archetipo di quell’eroe solitario a cui Ellroy ha cercato di conferire passione. La geografia è destino, dice: Ross MacDonald, Kenneth Millar da genitori canadesi, s’è trasferito a Santa Barbara, la Santa Teresa dei suoi romanzi, per diventare uno dei più famosi autori di hard boiled. La madre di Ellroy, Geneva Hilliker, arriva dal Midwest a Los Angeles, dove viene assassinata nel ’58 in modo sanguinario. Il crimine è ancora irrisolto, ma parallelo al contemporaneo caso della Dalia Nera, ricostruito da Ellroy nel suo romanzo del 1987. L’assassinio della madre è l’evento svolta della sua vita, evento che lo condannerà al “crimine, al sesso patologico e al lavoro di Ross MacDonald“: il diventare il maestro contemporaneo della crime fiction.
Dopo l’omicidio della madre, James Ellroy completa l’apprendistato del crimine nelle strade: viene arrestato più di quaranta volte dal LAPD, passa il suo tempo ad entrare nelle case delle ragazze del vicinato per derubarle della biancheria intima. Nel 1969, racconta, per paura di finire in penitenziario, decide di farla finita. Invece di derubare le ragazze comincia a uscirci. E le cose strane che gli frullano per la testa comincia a scriverle, perché, spiega, “they were fucking good for crime fiction.”(2)
Quando risponde alle domande del pubblico, James Ellroy usa esattamente lo stesso tono sincopato del suo discorso introduttivo: non recita, è davvero così, almeno sul palcoscenico, c’è molto poco di preparato, la lingua rutilante sempre pronta a sparare a zero su chi lo ascolta, ogni frase un aforisma, una provocazione. Parla delle trasposizioni in film dei suoi libri, raramente soddisfacenti, ma sempre remunerative: “money is the gift that is never returned, size large fits all, and the color, green, is always flattering.“(3)
Si rifiuta di rispondere alle numerose domande sulla Dalia Nera: il problema, dice, non è l’assassino della Dalia Nera, che è sicuramente morto, oggi, e non è più una minaccia per le donne in sala. Il problema è perché gli uomini uccidono le donne in modo così orribile, qual è il male che li affligge. Descrivere e dissezionare questa malattia è l’opera, l’ossessione e la missione della sua vita.

Geniale, ossessivo e ossessionante sul palco, James Ellroy è incredibilmente gentile e disponibile di persona. Si ferma a fare quattro chiacchiere, mi dice che il prossimo romanzo, Blood’s a Rover, sarà edito in Italia da Mondadori, e mi chiede se conosco qualcuno che ci lavora. Lo rassicuro che avrà ottima distribuzione. (È stato pubblicato nel 2009 con il titolo Il sangue è randagio, n.d.b.).
Parliamo un po’ dell’ossessione italiana e francese per la letteratura americana, specie per quanto riguarda la crime fiction. Ne è ovviamente contento e concorda sull’intraducibilità della propria opera, che nelle lingue romanze lievita di un buon terzo di parole aggiunte. Racconta che in Svezia vende pochissime copie tradotte, e a un recente “book signing” la maggior parte dei lettori svedesi si presentava con copie in inglese dei suoi libri.
Alla fine della serata, prima del rito degli autografi, mi abbraccia e mi dice “It’s fucking hot in here don’t you find?“. Ma è il suo modo di scusarsi: il distinto padrone del palcoscenico è in un bagno di sudore per le luci e per la tensione.

In Santa Barbara, Paolo Gardinali, living the Blood Blitz of Demonic Obsession.

(1) in inglese “panty sniffers,” indi l’allitterazione
(2) erano fottutamente adatte ai romanzi noir
(3) il denaro è il regalo che non si restituisce mai, la taglia grande va sempre bene, e il colore, verde, va con tutto.

Alicia Gimènez-Bartlett (reloaded)

Alicia Gimènez-Bartlett è una delle migliori penne spagnole in circolazione. Vincitrice del premio “Feminino Lumen” nel 1997 come miglior scrittrice (scrive infatti anche narrativa mainstream: l’ultimo romanzo pubblicato in Italia, Exit, è appunto una “commedia letteraria”), deve la sua notorietà al ciclo di romanzi con Petra Delicado, un’ispettrice della polizia di Barcellona che, insieme al suo collaboratore, il viceispettore Fermin Garzón, ha contribuito a rendere la Gimènez-Bartlett un’icona del cosiddetto noir mediterraneo.
Questa intervista (del 2008) è ancora attualissima, quindi la ripropongo con piacere.

AB – Come è nata l’idea di Petra Delicado?
AGB – Volevo scrivere un romanzo in cui fosse protagonista una donna. Fino a quel momento, in Spagna, il ruolo centrale era affidato a figure maschili. Così ho creato una poliziotta, quindi una donna che comanda, di mezza età, sufficientemente adulta da poter riflettere sulla vita, sul lavoro, sulla società. Non avevo mai pensato di scrivere un giallo, prima, ma è venuta fuori una “novela negra”. Il mio agente, e anche la critica e il pubblico, lo hanno accolto molto bene e mi hanno chiesto un seguito. All’inizio ero perplessa, ma poi ho scritto il secondo romanzo e mi sono divertita molto, perché a quel punto avevo una certa padronanza delle tecniche per scrivere narrativa di genere. Così ho continuato la serie.

AB – Scrivere un giallo è una scelta primaria, fine a sé stessa, o è un modo per raccontare “altro”?
AGB – Il giallo non è un romanzo di evasione, soprattutto oggi, in Europa. C’è un movimento letterario molto interessante, che mette insieme gli scrittori del nord e del sud dell’Europa, che ha portato il romanzo giallo a esssere narrativa di denuncia e di analisi della società: cosa sta succedendo, cosa pensa la gente. Il giallo permette bene di fare questo tipo di riflessione.

AB – Sei anche una lettrice di romanzi gialli?
AGB – Sì. Non è un genere per cui abbia una spiccata preferenza, ma come tutti ho letto i classici: Agatha Christie, Raymond Chandler… Simenon mi sembra molto interessante. E trovo Ruth Rendell meravigliosa.

AB – Come mai hai scelto la narrazione in prima persona?
AGB – La narrazione in prima persona limita la libertà di azione, perché non ti permette di dire più di ciò che la protagonista effettivamente vede, sente e vive. Però al tempo stesso permette la riflessione, che è un aspetto che mi interessa molto. Petra Delicado dà molta importanza alle sue idee, riflessioni, a ciò che pensa.

AB - E l’antagonismo con Fermin Garzón?
AGB – È un falso antagonismo, esteriore, come marito e moglie. Si punzecchiano, ma entrambi si rispettano e tengono in conto le osservazioni che l’uno fa all’altra.

AB – Rispetto al passato, si delinque di più o di meno?
AGB – Non saprei. Certo è che si delinque in modo diverso. Ci sono crimini specifici, legati alla modernità, alla presenza di internet, ad esempio, e ai mezzi di comunicazione veloce che abbiamo oggi. Però i moventi ultimi sono sempre gli stessi, sono quelli shakespeariani: ambizione, passione, desiderio di potere.

AB – Mi racconti un aneddoto legato alla tua carriera di scrittrice?
AGB – Ero in un aeroporto, in Asturia, ed ero in fila per il controllo di sicurezza. A un certo punto ho visto sul nastro uno dei miei libri. Mi sono voltata e alle mie spalle c’era una signora, che doveva essere la proprietaria del libro. Allora le ho detto: “Signora, quel libro è mio”. E lei, subito: “Ah no, quello è il MIO libro!”. Allora le ho fatto vedere la foto, in fondo, e le ho detto: “Vede, questa sono io!”. A quel punto lei mi ha riconosciuta e si è messa a ridere. Colpa mia, non ero stata chiara…

AB – Scrivere è un lavoro solitario. Ti trovi bene, in questa dimensione di solitudine?
AGB – Mi piace la solitudine, però a volte è un lavoro duro. Non è solo la solitudine, ma anche il fatto che la scrittura non prevede un “mezzo”, come la musica, in cui c’è uno strumento, o la pittura, dove hai pennelli e colori: no, sei solo tu e il foglio davanti a te. È terribile. Però non so se potrei scrivere un libro a quattro mani. Un volta ho collaborato alla stesura di una sceneggiatura e devo dire che è difficile far coincidere due diversi processi creativi. Però, ecco, a volte mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che scrive nella stanza accanto alla mia, per sentirmi meno sola. Per questo quando scrivo sono in compagnia dei miei cani, Lula e Isacco, e li guardo e chiedo loro: “Va bene questa frase?”. Loro sono la mia compagnia.

AB – Petra Delicado è un personaggio seriale. Pensi di farle fare la fine di Poirot o quella di Miss Marple? Voglio dire: ci sarà un romanzo “finale” di Petra Delicado?
AGB – A pensare di farla morire mi prende male. Poverina, è stata una buona amica. Però mi piacerebbe accompagnarla fino all’età della pensione e poi farla ritirare in un convento, ad espiare le sue colpe (ridiamo insieme, sta scherzando). È una cosa che i lettori tedeschi apprezzerebbero moltissimo perché la troverebbero coerente con l’idea che loro hanno delle donne spagnole, che vanno in chiesa tutte le mattine. Suor Petra Delicado, suona bene, no?

Courmayeur, dicembre 2008