PREMIO “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”

Ricevo e volentieri segnalo

BANDO DI CONCORSO
I Sapori del Giallo, con il patrocinio del Comune di Langhirano e in collaborazione con Il Giallo Mondadori, bandisce un concorso nazionale per il miglior racconto giallo inedito, secondo il seguente regolamento:

1. Il concorso è aperto a tutti.

2. Possono partecipare solo racconti inediti, che non siano mai stati pubbicati, neppure sul web.

3. La lunghezza massima dei racconti deve essere di 15 cartelle (30.000 battute spazi vuoti compresi).

4. Ogni autore può partecipare con quante opere desidera.

5. I racconti dovranno pervenire entro e non oltre domenica 18 giugno 2017 (non farà fede il timbro postale) via mail e anche in formato cartaceo in entrambe le seguenti modalità:

a) via mail in formato .doc o .rtf all’indirizzo: ufficiostampa.isaporidelgiallo@gmail.com inserendo nel file del racconto titolo, nome e cognome dell’autore, data di nascita, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia.

b) in forma cartacea 1 (una) copia del racconto con titolo, indirizzo, recapito telefonico, email e breve biografia e una copia del Certificato di Partecipazione (CdP)*, ritagliato in originale (niente fotocopie), pubblicato nelle ultime pagine di tutti i volumi pubblicati nel 2017 de Il Giallo Mondadori.
ATTENZIONE: inserire un CdP in originale per ogni racconto partecipante. Non sono ritenuti validi i tagliandi ritagliati da volumi del Giallo Mondadori antecedenti il 2017. Di seguito l’indirizzo a cui far recapitare i racconti nel formato cartaceo:

Premio “Racconti Inediti – I Sapori del Giallo”
Comune di Langhirano – Assessorato alla Cultura
Piazza G. Ferrari,1 43013 Langhirano (PR)

6. Gli elaborati saranno selezionati da una pre-giuria di autori e collaboratori de I Sapori del Giallo e de Il Giallo Mondadori, che stabilirà una rosa di 5 finalisti.

7. Il racconto vincitore sarà scelto dalla giuria finale composta da Franco Forte (direttore editoriale del Giallo Mondadori), Luigi Notari (Curatore della rassegna “I Sapori del Giallo”) e verrà pubblicato nel fascicolo di novembre 2017 della collana Il Giallo Mondadori.

8. I giudizi delle giurie sono insindacabili. I racconti pervenuti non saranno restituiti e non sarà possibile richiedere valutazioni della propria opera. Gli autori concedono gratuitamente i diritti di pubblicazione anche in via non esclusiva, fatta eccezione per la prima uscita, su Il Giallo Mondadori.

9. Tutti i partecipanti riceveranno comunicazione sulla scelta dei finalisti.

10. La partecipazione al Premio implica l’accettazione integrale di tutti i punti del bando di concorso, pena l’esclusione.

11. Il racconto vincitore sarà premiato, alla presenza delle autorità del Comune di Langhirano, durante la cerimonia ufficiale aperta al pubblico nell’ambito del “Festival del Prosciutto” che si terrà nella serata di sabato 9 settembre presso il Castello di Torrechiara.

Per informazioni contattare l’Assessore alle Politiche Culturali del Comune di Langhirano Federica Di Martino tel. 3668077921
E Luigi Notari curatore della rassegna “I sapori del Giallo” tel. 348 4226784

“Premio GialloLuna NeroNotte”: concorso letterario nazionale dedicato agli autori di giallo, thriller e noir

“Premio GialloLuna NeroNotte”: quinta edizione per il concorso letterario nazionale dedicato agli autori di giallo, thriller e noir

C’è tempo fino al 30 giugno 2017 per presentare i propri racconti inediti

Dopo l’ottimo riscontro ottenuto nelle precedenti edizioni, anche per il 2017 viene riproposto il “Premio GialloLuna NeroNotte” (quinta edizione): un concorso letterario nazionale per il miglior racconto inedito giallo, thriller o noir. Promosso dall’associazione culturale Pa.Gi.Ne., organizzatrice a Ravenna del Festival GialloLuna NeroNotte, il Premio è realizzato in collaborazione con Il Giallo Mondadori, la più importante e nota collana dedicata al genere.

Il racconto vincitore verrà premiato durante la 15ª edizione del festival (in programma a ottobre 2017) direttamente dalle mani del direttore editoriale de Il Giallo Mondadori, lo scrittore Franco Forte, e perché sarà successivamente pubblicato nella rinomata collana.

Il Premio è aperto a tutti i cittadini europei. I racconti devono essere inediti, scritti in lingua italiana e ambientati in Italia. La lunghezza massima delle opere deve essere di 20 cartelle dattiloscritte (ogni cartella è intesa di 35 righe e 55 battute, per un massimo di 2.000 battute per cartella).

I racconti devono essere inviati in busta chiusa e in 5 copie ciascuno al seguente indirizzo postale: “Premio GialloLuna NeroNotte”, c/o Associazione culturale Pa.Gi.Ne., via Corezolo 47, 48121 Ravenna. Contemporaneamente una copia, in formato pdf, andrà inviata all’indirizzo di posta elettronica: gialloluna@racine.ra.it

All’interno della busta con i racconti, i concorrenti devono inserire, ritagliato in originale, il Certificato di Partecipazione (CdP), che si trova nelle ultime pagine de “Il Giallo Mondadori”.

Una pre-giuria esaminerà i racconti partecipanti.

La giuria finale – composta da Franco Forte (Direttore editoriale de “Il Giallo Mondadori”) residente della giuria, Nevio Galeati (Presidente associazione Pa.Gi.Ne., Direttore artistico di GialloLuna NeroNotte), Annamaria Fassio (scrittrice) – stabilirà il vincitore assoluto

Per ulteriori informazioni contattare la segreteria del Premio: gialloluna@racine.ra.it, 335.6485088

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Intervista a Stefano Labbia

Oggi incontriamo Stefano Labbia, un autore versatile molto interessante e ancora poco conosciuto in Italia, in occasione dell’uscita di due graphic novel, Kremisi e Killer Loop’s.

AB – Dunque, cosa bolle in pentola?
SL – Nell’immediato, l’uscita di due graphic novel. Killer’s Loop sarà autoprodotta con un mini albo da 50 pagine a cura del bravissimo disegnatore Francesco Grieco e distribuita presso il circuito Feltrinelli – Mondadori. Kremisi probabilmente sarà distribuito nel circuito delle fumetterie – librerie specializzate e sarà un volume brossurato. A seguire, il mini albo di Killer Loop’s (Killer Loop’s: Kaos) presenterà i comprimari che ruotano attorno a Kimberly nel suo universo: Vincent, suo cugino, Violet, sua cugina e sorella di Vincent, Jimmi Jones, il team di Safe e i membri de La Distale. In lavorazione c’è un volumen dove finalmente vedremo Kimberly in azione, seppure in storie brevi ed autoconclusive, dal titolo Kimberly Short Stories Volume #1, avrà distribuzione Feltrinelli – Mondadori e avvieremo una campagna di raccolta fondi per sovvenzionarne la produzione e la distribuzione.

AB – Colpisce la sua poliedriticità: poeta, autore di testi per la tv, adesso fumettista nella triplice veste di soggettista, sceneggiatore e disegnatore. Come mai? Nel fumetto ci sono pochi esempi paragonabili al suo. Mi viene in mente Neil Gaiman, come paragone illustre.
SL – Grazie innanzitutto per questa splendida opportunità! Cosa dire al riguardo… ho bisogno di esprimere ciò che ho dentro… ed ogni idea, ogni sensazione, ogni emozione ha un modo diverso di essere veicolata all’esterno. La graphic novel credo che sia un mezzo attraverso cui poter esprimere poesia, sceneggiatura e testi che potrebbero benissimo essere adattati per la tv, in un’unica soluzione. Precisazione: i disegni non sono miei ma di due fantastici giovani disegnatori. Vi ringrazio per l’accostamento: fa sempre piacere, soprattutto se del calibro di Gaiman… Ovviamente è un paragone da prendere con le molle perché io muovo i miei primi passi e di strada da fare per me ce n’è tanta ancora!

AB – Escono, in contemporanea, due suoi lavori con stili molto diversi: un noir stile il Nick Fury di Steranko (ma forse anche Breccia o Miller) e uno di supereroi con grafica più commerciale. Anche qua, come mai ha scelto di cimentarsi con generi e stili così diversi?
SL – Ogni storia richiede le sue circostanze: sono attento – o almeno cerco di esserlo – ad ogni particolare del progetto che creo e curo quasi maniacalmente. Mi metto nei panni del lettore – essendolo tuttora! -: mi piacerebbe leggere una storia del genere? È il mio punto di partenza. Kremisi, ad esempio, è una storia che secondo me mancava nel panorama supereroistico a livello globale. I disegni sono volutamente in stile USA ma non è sarcasmo o provocazione. È solo coerenza stilistica con la storia. Necessità. Nel microcosmo di Kremisi ogni “eroe” non vuole essere tale – salvo rare occasioni. E fondamentalmente, la stragrande maggioranza di loro, fa parte dei così detti “loser” della società… che si ritroveranno poi ad essere l’unica salvezza per il mondo, da quella che sarà un’ondata di criminalità senza precedenti e che viene… da lontano – per inciso… non è del nostro tempo. Al contrario del classico mondo dove supereroi spadroneggiano e dove continue resurrezioni sono possibili… in Kremisi questo non avviene. È il nostro mondo. Quello in cui viviamo. Solo… gli eroi esistono. Ma chi muore non ritorna. Mai più. Killer Loop’s invece è una storia pulp nel vero senso del termine. Kimberly, il protagonista, è un killer per certi versi imbranato. Un imbranato che però vince sempre. O quasi… La rivincita degli imbranati, potrebbe essere un bel titolo per una sua storia! Diciamo, per farla breve, che è una storia dalle tinte noir condita con del buon “sano” black humour.

AB – L’uso della tricromia (bianco nero rosso) era in voga nei fumetti anni 50 stile Fantax; più recentemente lo abbiamo visto in Sin City di Miller e in Morgan Lost in Italia. Si rifà a qualcuno? Perchè? (Se fosse solo per il sangue, prende spunto dal musical Chicago in cui si vedono nastri rossi che escono dalle ferite quando le condannate raccontano i loro omicidi?)
SL – In Italia credo che l’ultimo ad usare la tricromia (ma potrei benissimo esser da Voi smentito) sia stato Ortolani nella ristampa del suo “La lunga notte dell’investigatore Merlo”. Killer Loop’s ha l’esigenza di dire molte cose. Si maschera tra le pieghe del pulp, del noir e vive di black humour. Battute al fulmicotone, lancinanti, si accostano bene, a mio dire, ad ambientazioni e scene dove il rosso… fa la sua parte. Il bianco e nero, però, dice già tutto o almeno ci prova. Diciamo che il rosso è la ciliegina sulla torta! Oh… ho adorato Sin City. Il fumetto. Il / i film… Così, così.

AB – Il supereroe che in un lampo si trasforma è un po’ déjà vu (già in Wonder Woman ma più recentemente in Venom, un simbionte alieno che condivide il corpo con l’organismo ospite): non è un po’ troppo semplificativo rispetto alla necessità di nascondere la propria identità segreta?
SL – Kremisi non è un supereroe. Mi preme ribadire il concetto perché è importante che non passi il messaggio sbagliato. Jackson – questo il suo nome di battesimo – è un afroamericano con un figlio preadolescente che vive a New York. È vedovo e lavora in fabbrica di notte per sbarcare il lunario. Ha i suoi problemi e tutto vuole dalla vita eccetto che diventare un “eroe”. E non lo fa. Almeno non fino in fondo. Un’esplosione di un laboratorio gli dona poteri inimmaginabili. L’incontro / scontro con un criminale lo porta poi ad un punto di rottura con se stesso e che forse, in realtà, si è generato subito dopo l’incidente. Il confine tra Kremisi e Jackson è labile: l’uomo ha il controllo “sull’altro” ed il trasformarsi, per lui, è solamente il cambiare stato mentale, un passaggio dovuto per abbandonare la retorica umana ed il suo metro di giudizio. A Jackson non serve “mutare” in Kremisi per avere poteri. Le sue doti sono sempre con lui. Il cambiamento è solo mentale, perché le decisioni che deve prendere entrano in conflitto con la persona che è davanti agli occhi di tutti. Kremisi invece… non è “umano”. E non usa il nostro stesso metro di giudizio.

AB – Quanto spazio è dedicato e come (flashback?) alla psicologia del killer nel noir? Per certe modalità mi viene in mente Il killer di Jacamon-Matz. A chi o cosa si è ispirato?
SL – Killer Loop’s è nato perché non c’era nulla del genere e ne sentivo il bisogno. Sono un cultore dei comics – principalmente Marvel – sin da tenera età. Se dovessi descrivere Kimberly… Io penso più al Joker o a The Mask, per come si rapporta col mondo. La sua è una storia sofferta: ha perso sua sorella per mano di una gang. Kimberly non è nato killer ma la legge del più forte l’ha tramutato in un assassino prezzolato che comunque ha una (pseudo) morale: non uccide donne o bambini. E cerca, per quanto gli è possibile, di stare dalla parte del più debole. Sembra una sorta di Robin Hood per anime inquiete. Solo che questo è anche il suo unico mezzo di sostentamento…

AB – Quali sono le sue passioni?
SL – Molte. Forse troppe, a dirla tutta… e non riesco nemmeno a dedicar loro il tempo che vorrei! Amo suonare, guardare vecchi film, scrivere (per quello tempo ho deciso di averlo!), giocare ai videogames, leggere (comics e libri!)… se continuo temo che questa risposta sarà più lunga di tutte le altre.

Stefano Labbia, classe 1984, è un autore italiano di origine brasiliana. Nato nella Capitale, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Gli Orari del Cuore nel 2016 per Casa Editrice Leonida. Al lavoro sulla sua prima serie televisiva originale inglese di stampo teen drama, dal titolo “Fear”, di cui è unico ideatore e sceneggiatore, vive attualmente a Londra. Nel 2017 vedrà alla luce la sua seconda silloge poetica dal titolo I Giardini Incantati (Talos Edizioni).
Collabora dal 2016 con i portali 2duerighe.com (sezione spettacolo (cinema e teatro)), MyReviews.it (cinema e libri) e Oubliette Magazine (cinema, arte, teatro, musica).
Scrive, dal 2017, per “Il Nostro”, free press magazine mensile.
Conduce e cura un programma radio dedicato a cultura, poesia, teatro e musica sulla radio indipendente Deliradio.it.
Ha inoltre collaborato alla stesura e all’ideazione di “Rivka” (Serie Italiana – 2016), “Boh” (Sitcom – Distribuita da Extra Tv – Idea, regia e sceneggiatura – 2016), “Butterfly Lies” (2015 / 2016 – UK – idea, soggetto e sceneggiatura), “Safe” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Tv Show – USA – 2015), “Life Goes On” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Film – 2015), “American Inn” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Sitcom – USA – 2015), “(R)Evolution” (Idea, soggetto e sceneggiatura – 2015), “Police Assault” (Idea, soggetto e sceneggiatura – Tv Show – USA – 2014), “WMW – What Men Wants” (dramedy – UK – 2015 / 2016 – Idea, soggetto e sceneggiatura) e “Strings” (co-autore con Agnese Pagliarani – Sitcom – 2016).

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Il libro degli specchi di E.O. Chirovici

Non puoi sapere cos’è il dolore finché non ti ferisci a tal punto da capire che le ferite precedenti erano soltanto piccoli graffi. (p. 32)

Il libro degli specchi ruota intorno a un cold case e a un manoscritto incompiuto che l’autore, Richard Flynn, invia all’agente Peter Katz.
Nel manoscritto Flynn racconta, in forma autobiografica, un trimestre di vita universitaria a Princeton, nel 1987, segnato dall’arrivo di una affascinante coinquilina, Laura Baines. Fredda ed enigmatica, Laura diventa il centro del mondo di Richard. I due passano molto tempo insieme e presto Laura gli presenta il professor Joseph Wieder, un brillante psicologo con cui la studentessa collabora. Il professor Wieder vive in una magnifica villetta, è amichevole e offre a Richard, studente di letteratura squattrinato, un piccolo lavoro da svolgere nella sua biblioteca. Ben presto Richard inizia a sospettare che Wieder non sia poi così limpido e che forse anche Laura, della quale si è innamorato, gli nasconda qualcosa. Gli eventi si susseguono fino alla tragedia che accade subito prima di Natale… e qui il manoscritto si interrompe.
Peter Katz fiuta il “colpo grosso” e tenta di rintracciare l’autore, o almeno il seguito del manoscritto, per procedere alla pubblicazione. Ma non riesce e affida il compito a un giornalista, John Keller, che si mette a sua volta sulle tracce dei protagonisti della vicenda per ricostruirne l’epilogo. Dal manoscritto, infatti, si intuisce che la verità dei fatti potrebbe essere diversa dalla verità giudiziale. Ma anche i protagonisti, a distanza di anni, forniscono versioni diverse non solo della tragedia, ma anche di tutti i “fatti a contorno” narrati da Richard Flynn. Qualcuno mente, ma chi? Il manoscritto di Flynn è davvero attendibile o è viziato da pregiudizi e rancori personali? Nel corso della ricerca Keller incontra anche il detective Roy Freeman, che si era occupato del caso Wieder. Sarà Freeman, ormai pensionato e con qualche acciacco, a risolvere i punti oscuri e arrivare a una tardiva, quanto inutile, verità.
“Quando Matt Dominis mi chiamò, era una di quelle sere in cui dispiace non avere un gatto. Dopo la fine della telefonata, uscii sulla veranda dove mi trattenni qualche minuto, cercando di schiarirmi le idee. Stava calando il buio, le prime stelle punteggiavano il cielo e il traffico sull’autostrada echeggiava distante come il ronzio di uno sciame d’api.
Quando finalmente si scopre la verità su un caso che per molto tempo ci ha ossessionati, è come perdere un compagno di viaggio. Un compagno logorroico, impiccione e forse perfino maleducato, la cui presenza accanto a te, ogni mattina, al risveglio, è una certezza. Questo era stato per me il caso di Wieder negli ultimi mesi. Ma il racconto di Matt cadde come un grosso e pesante coperchio sulle tante ipotesi che, nelle ore passate nel piccolo ufficio in cui avevo trasformato la stanza per gli ospiti, avevo architettato.
Mi dicevo però che quella non poteva essere la fine, che c’erano ancora dei particolari poco chiari, sebbene tutto nel resoconto del mio amico fosse vero”. (p. 233)
Con i diritti venduti in 38 Paesi, Il libro degli specchi si avvia a essere il caso editoriale dell’anno. Il romanzo di E.O. Chirovici è un giallo, certo, ma non solo. È un gioco di intrecci in cui tre voci narranti nel presente – Peter Katz, John Keller, Roy Freeman – si confrontano con un fatto del passato senza riuscire ad afferrarne l’essenza. Perché la verità non può che essere una e una soltanto, ma tutti coloro che a vario titolo sono coinvolti nella caso Keller la raccontano in modo diverso. Forse qualcuno mente volontariamente, ma forse – e anche peggio – ognuno ha ricostruito la vicenda con i filtri distorti del proprio vissuto. Al punto che la verità diventa inafferrabile e chiunque tenti di inseguirla è destinato a un frustrante fallimento. Il libro degli specchi è un romanzo sulla fallacia della memoria e sui bias che noi tutti, più o meno consapevolmente, mettiamo in atto, il tutto abilmente celato tra le righe di una brillante e coinvolgente indagine la cui soluzione non mancherà di soddisfare le aspettative del lettore più esigente.
E.O. Chirovici
Il libro degli specchi
Longanesi, 2017
Traduzione di Luca Bernardi
E. O. Chirovici è nato in una famiglia di origini rumene, ungheresi e tedesche ed è cresciuto a Fagaras, una cittadina nel sud della Transilvania. Ha iniziato la sua carriera come economista ed è poi diventato giornalista televisivo, mestiere che lo ha portato nel Regno Unito dove ha lavorato per la BBC e altre emittenti. Attualmente vive a Bruxelles. Ha pubblicato il suo primo racconto nel 1989 e il primo romanzo, Il massacro, due anni dopo: un grande successo in Romania, oltre centomila copie vendute in un anno. Due mesi dopo è uscito un altro bestseller, Commando per il Generale, un thriller politico ambientato in Italia e ispirato all’omicidio del Generale Dalla Chiesa. Ha poi pubblicato altri quindici libri in Romania prima di lasciare il paese e stabilirsi all’estero, quattro anni fa. Il libro degli specchi è il suo primo romanzo in lingua inglese, venduto in soli dieci giorni in 38 paesi.

Metti il tuo segreto allo specchio e condividi la foto su Instagram con l’hashtag#IlLibroDegliSpecchi entro l’8 marzo. Le cinque foto che conquisteranno più “like” entro il 9 marzo riceveranno una copia speciale fuori commercio dello straordinario esordio di #EOChirovici: thriller e letteratura non sono mai stati tanto uniti! 

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Il Maestro delle Ombre di Donato Carrisi

il-maestro-delle-ombreDonato Carrisi
Il Maestro delle Ombre
Longanesi, 2016

Roma, in un momento imprecisato. Il maltempo ha danneggiato una centrale elettrica creando un sovraccarico sulle altre. È necessario programmare un blackout d’emergenza di 24 ore per risolvere il guasto. Niente luce, niente telefoni. Le forze dell’ordine sono allertate: in quelle 24 ore di blackout, di totale isolamento dal mondo, può accadere di tutto. L’ispettore Vitali, a capo dell’ufficio statistiche su crimine e criminalità, deve monitorare la situazione dalla sala dell’unità di crisi della Polizia. Qua viene portata la fotorilevatrice Sandra Vega: sebbene ormai presti servizio all’ufficio passaporti, la poliziotta è considerata ancora la migliore, l’unica a cui possa essere chiesto di analizzare il video di un efferato omicidio rinvenuto in un cellulare smarrito – o forse appositamente abbandonato – in un taxi. Ma è veramente questo, il motivo per chiamare in servizio Sandra? Fermare un serial killer violento?
Nel frattempo Marcus (già visto in Il Tribunale delle Anime, nel 2011), dopo essersi liberato da una trappola mortale, riceve un incarico: il vescovo Gorda è morto, nel suo appartamente in Vaticano, in modo “sconveniente”; a Marcus tocca fare pulizia sulla scena del decesso per fugare le ombre che intaccherebbero la memoria dell’alto prelato. Ma sulla scena Marcus rinviene degli elementi che lo inducono a pensare che il prelato possa essere stato ucciso dallo stesso uomo che ha tentato di intrappolare Marcus. Al centro la scomparsa di un bambino: Tobia Frai.

Partendo da uno spunto visto al cinema (nella trilogia La notte del giudizio: cercatela, bello soprattutto il primo episodio), la situazione di pericoloso isolamento, di buio tecnologico in cui “tutto può accadere” fa da scenario all’ultimo, brillante thriller di Donato Carrisi. Col ritorno di Marcus, il penitenziere tormentato, e di Sandra, la poliziotta triste. Dalle 7.41 del giorno X alla stessa ora dell’indomani, Roma sfida la bolla di Papa Leone X, che prescrisse che la Città Eterna non dovesse «ma mai mai» rimanere al buio. Provvidenziale, ai fini della trama, l’amnesia di Marcus, che costringe il penitenziere a indagare su indizi che lui stesso ha disseminato, senza sapere come e perché: anche qui il richiamo cinematografico immediato è al celebre Memento di Chris Nolan. Dal canto suo, Sandra è costretta a rivedere la sua visione del mondo e a cambiare alleanze in corsa. E poi… niente, non si può aggiungere altro senza togliere piacere alla lettura.

Buone feste!

Il Filo Rosso di Paola Barbato (2010)

il-filo-rossoPaola Barbato
Il filo rosso
Rizzoli, 2010

[Il post originale è del 2010]

«Siete tutti uguali, Antonio. Tutti avete perso qualcuno, siete il terzo vertice del triangolo. Ogni volta che viene commesso un crimine o un delitto tutti ragionano in linea retta: vittima-carnefice. Ma c’è un terzo punto di vista, quello di chi rimane. Chi rimane vivo, chi rimane in attesa, chi rimane e combatte, contro tutto e tutti, contro quell’ingranaggio farraginoso che si chiama “Giustizia”. Rimangono, sono i sopravvissuti. Siete i sopravvissuti, tutti voi. Annaspate nel sangue delle vittime che vi vengono sottratte, osservate impotenti i carnefici che vengono giudicati innocenti, infermi di mente, spogli di prove sufficienti che li inchiodino. Sopravvivete a tutto questo, e ciò fa di voi degli eroi. Tu sei un eroe, Antonio. Anche se non lo credi, anche se Lara non lo crede, anche se il mondo intero non lo crede, tu sei e rimani un eroe.»

Antonio Lavezzi conduce un’esistenza ordinata in modo maniacale. La sistematica e metodica ripetizione di gesti gli serve per riempire tutti i momenti di un’esistenza ridotta a mera sopravvivenza da quando la sua vita familiare si è frantumata. Il brutale assassinio della figlia, il coma e la separazione – senza una parola di addio – dalla moglie Lara, hanno costretto Antonio a ricostruirsi una facciata in una città diversa. Lavora come ingegnere edile nella ditta di un amico di infanzia che, di settimana in settimana, gli propone qualche potenziale fidanzata. Ma Antonio non ha nessuna intenzione di rifarsi una vita, non fino a quando una parte del suo cervello dovrà necessariamente rimanere sigillata per non pensare alla tragedia che gli è successa. Tragedia della quale non è mai stato trovato il colpevole.
Un giorno, nel cantiere di cui Antonio è responsabile, viene rinvenuto un cadavere. Pochi essenziali indizi lo inducono a pensare che tra la sua personale tragedia e quel cadavere ci siano dei legami. È solo l’inizio di un’incredibile spirale che coinvolge Antonio. Manovrato da un burattinaio ferocemente etico, Antonio diventerà strumento di vendetta e dispensatore di giustizia privata. Nella speranza che prima o poi arrivi il momento catartico della sua personale rivincita. Ma quando arriverà, quel momento sarà il peggiore di tutti.

Il nuovo romanzo di Paola Barbato, Il filo rosso, ha tutti i numeri per competere ad altissimo livello nel panorama editoriale nostrano. Sia per la scrittura, a cui Paola presta molta attenzione, sia per la trama, ingegnosa e avvolgente. Ma ciò che colpisce è l’emotività “di pancia” con cui viene raccontata la storia di Antonio. In un romanzo (noir? thriller?) che parla di dolore e dolore, ci sono infiniti spunti e molteplici facce da cui guardare alla sofferenza. La conclusione è che la sofferenza genera altra sofferenza, che si perpetua indefinitamente e si irradia come i cerchi concentrici nello stagno in cui viene lanciata una pietra.

Paola Barbato, in prossimità dell’uscita, ha tenuto un blog in cui racconta a ritroso la genesi del romanzo – una foto – e la progressione della scrittura. Si potrebbe dire che il blog fa parte integrante del libro: in chi non ha ancora letto il romanzo suscita curiosità, a chi lo ha letto dà delle risposte alle prime, facili domande che possono venire in mente. L’autrice – già vincitrice del premio Scerbanenco nel 2008 con il romanzo Mani nude) si è gentilmente prestata a rispondere a qualche domanda.

AB – “Gli scheletri non escono mai senza permesso”: questa è la frase che dà al protagonista, Antonio Lavezzi, la forza di gestire razionalmente un’esistenza che sotto il profilo emotivo è andata in pezzi. Nel momento del dolore, a quali forze bisogna fare appello?
PB – Non c’è una ricetta né per affrontare né per elaborare il dolore. Per un dolore assolutamente IDENTICO (nei fatti) ho visto persone cercare di buttarsi dalla finestra e altre iniziare compitamente a organizzare il funerale. Personalmente adotto il metodo “alla Rocky” e mi ripeto “Non fa male, non fa male, non fa male…”. Non risolvo niente, ma mi consente di fare quello che va fatto (e in ogni dolore c’è sempre qualcosa che va fatto).

AB – “L’apparenza, questa grande, infinita risorsa”: alzarsi la mattina, lavarsi, vestirsi e andare a lavorare. Fare finta di vivere anche quando dentro qualcosa si è spezzato. Nel tuo libro racconti come una vita finita (che avrebbe teoricamente potuto rimanere così per sempre) trovi improvvisamente una nuova ragion d’essere, sebbene feroce e adrenalinica. È pur sempre una via d’uscita. Ma se la vita di Antonio non avesse avuto questa svolta inaspettata, cosa gli sarebbe accaduto?
PB – Come dice lui stesso, avrebbe aspettato la vecchiaia, un giorno dopo l’altro, un giorno uguale all’altro. Finchè sarebbe morto.

AB – Nel romanzo viene menzionato Facebook, questo nuovo strumento infernale che ha cambiato le relazioni, che permette di nascondersi, sparire e rinascere sotto falso nome. Oltre che di incontrarsi, come è accaduto a te e a me. Come vivi il rapporto con i social network e le relazioni virtuali?
PB – Bene, a me Facebook piace. Non ho mai tempo per telefonare, scrivere, mi perdo un sacco di gente per strada. Attraverso Internet almeno so come stanno, cosa fanno, riesco persino a scambiarci due parole. Pare poco, ma è tanto, invece.

AB – “Antonio X, non l’uomo in linea retta, non il povero Lavezzi”. Ciò che accade ad Antonio muta la percezione che lui ha di se stesso. Fino a un certo punto, però. Dovendo scegliere fra Antonio e il suo carnefice (di cui parleremo dopo), a chi vanno le tue “simpatie”? A quale dei due ti sei sentita più affine?
PB – Indubbiamente io sono tutta dalla parte dell’assassino. L’abulia di Antonio è anni luce lontana da me. Quanto meno l’assassino crede in qualcosa, e FA qualcosa, pur se con una percezione totalmente distorta del bene e del male. Io detesto i rimpianti, preferisco i rimorsi. Ecco: Antonio è un uomo fatto di rimpianti, l’assassino potrà avere solo rimorsi.

AB – “Il dolore è un filo sottile”: solo? Il dolore è più spesso una tempesta fisica, almeno nella mia esperienza. Quando diventa un filo sottile è già passato. Anche se certi dolori si portano fino alla morte, e a volte portano alla morte. È solo una considerazione…
PB – No, la definizione è precisa. Il dolore è una cappa che ti isola dall’esterno? No, l’esterno c’è e si intromette. È una bomba che ti distrugge? No, perchè ci sei ancora. È qualcosa di subdolo, che ti avvoltola come una mummia, prima fuori, poi dentro, ti copre tutta, ti sembra di non vederlo, impari a guardarci attraverso ma c’è. E quando credi di esserti abituata comincia a segarti la carne a penetrare, a essere IN TE più di quanto tu stessa sia IN TE. Questa è la mia esperienza personale.

AB – Nel tuo romanzo hai creato un carnefice spavetosamente intelligente, adattativo e manipolativo al tempo stesso. Che però è talmente alienato dal mondo da non avere possibilità di reinserimento, al punto che sceglie volontariamente la morte. È lui l’eroe vero del romanzo, quello che ha trovato da solo la via del riscatto e che paga per tutti, nonostante si sia macchiato di crimini infami. Condividi?
PB – A suo modo, pur involontariamente, sì, è quanto di più vicino a un eroe si riesca a immaginare in quel contesto.

AB – Paola, tu vivi di incubi: li scrivi per Dylan Dog e li descrivi nei tuoi libri. Di cosa bisogna avere paura? E di cosa NON bisogna avere paura?
PB – Non bisogna avere paura di ciò che si è. L’ignoranza di sè, il non conoscersi, il non volersi conoscere ci rende pericolosi per noi stessi e per gli altri. Accettare i lati oscuri e anche quelle cose brutte che pure fanno parte di noi è fonte di grande sicurezza.
Di cosa avere paura? Della società? Del genere umano? Non vedo nessun pericolo che non arrivi dalla nostra specie.

Un delitto da dimenticare di Arnaldur Indriðason

Un delitto da dimenticareArnaldur Indriðason
Un delitto da dimenticare
Guanda, 2016

Islanda, fine anni Settanta. Un cadavere viene rinvenuto in una pozza di acqua sulfurea. Ma non è morto per annegamento: a una prima occhiata sembra che sia caduto da una grande altezza. Solo che in Islanda sono pochi i posti talmente alti da poter provocare quel tipo di lesioni in caso di caduta. E uno di quei posti si trova al di fuori della giurisdizione della polizia criminale: è Kamp Knox, l’enclave americana sull’isola.

Mentre indaga sulla morte di Kristvin il giovane Erlendur Sveinsson, reduce da un divorzio e da poco entrato a far parte della polizia criminale su invito della collega Marion Brien, coltiva la sua ossessione per i casi di persone scomparse e mai ritrovate.
Ha un motivo personale per farlo, ma al momento il suo chiodo fisso si chiama Dagbjort: una tranquilla studentessa diciottenne, scomparsa una mattina di venticinque anni prima e mai ritrovata.
Arnaldur Indriðason, classe 1961, racconta un’Islanda cupa, nella quale arriva l’eco lontana dei fatti del mondo (l’assedio all’ambasciata di Teheran…), ma molto più coinvolta di quanto creda di essere.
I due casi, scollegati tra loro, hanno in comune il fatto di essere stati favoriti dal particolare contesto di isolamento, quasi di straniamento, dell’isola.
Mentre l’estate cede il passo al lungo inverno, due famiglie non si rassegnano, due detective sono intenzionati a non retrocedere davanti al muro di omertà che li circonda.
Piacevolissima lettura estiva per chi ama i gialli nordici.

La guerra di indipendenza di Roma nord di Claudio Delicato

La guerra di indipendenza di Roma NordClaudio Delicato
La guerra di indipendenza di Roma nord
Mondadori, 2016

Negli ultimi venti anni ogni sindaco neoeletto era colpito, il giorno dopo gli scrutini, da quella che ormai in molti chiamavano “la maledizione del Campidoglio”: poteva essere Martin Luther King, tuo cugino di due anni o un manichino di Zara, e non avrebbe comunque fatto nulla. Roma restava sempre immobile e uguale a se stessa. (cit. pagina 41)

Roma, oggi. Ma proprio oggi-oggi: siamo sotto elezioni amministrative, la città è allo sbando, il Governo è instabile. In questo panorama a noi tristemente familiare si muove Alberto “Albe” Gagliardi: nerd, blogger, laureando in storia, residente a Roma nord. Per una serie di fortunate coincidenze – leggasi un post provocatorio molto commentato e qualche tweet molto rituittato – anche lui si candida alle amministrative. Non vince, ma poco ci manca.
Ed ecco che l’ex nerd si trova catapultato nel mondo della politica: coadiuvato da Valerio Ferrari, fedele amico di sempre, Albe diventa nel giro di poco tempo il leader indiscusso di una nuova entità denominata Roma nord, nella quale imperversano Smart, Hogan e apericena.
Dall’altra parte del muro metaforico (fino a un certo punto, perché poi…) invece c’è lui, Manlio Sabatini, vincitore del noto tv show “Tamarreide”, incoronato nono re di Roma dopo i sette tradizionali e Paulo Roberto Falcão. Arruolato da Federico Quintarelli, arrembante aspirante ducetto di Roma Sud.
Lo scontro tra Roma nord e Roma sud è infarcito di colpi di scena: guerre, attentati, tradimenti, donne, tifo… Per conquistare e sottomettere definitivamente la caput mundi scendono in campo il Vaticano, la Camorra, i terroristi, i Servizi segreti e chi più ne ha più ne metta.
Praticamente si concentra, in pochi chilometri quadrati, tutto ciò che accade nel mondo. La dissoluzione di Roma diventa paradigma di un disastro universale, sotto lo sguardo attonito dell’ONU (addirittura!).

Ecco come si presenta Roma in un futuro non troppo lontano:

Mappa RomaLa guerra di Indipendenza di Roma nord è un serissimo romanzo di intrattenimento ad alto tasso di ironia, con vicende talmente implausibili da risultare realistiche (e infatti qualcuno ha pensato che la secessione di Roma nord fosse una vera proposta politica…), zeppo di quegli elementi pop che impregnano ormai la comunicazione dei nostri politici a ogni livello.

Claudio Delicato, l’autore, è il blogger di Ciclofrenia, ma è anche operatore umanitario ONU. Il ragazzo ha buone idee e sa comunicare.

La copertina è di Leo Ortolani, all’interno omaggio a ZeroCalcare e al mammuth di Rebibbia.

La pagina del Partito Indipendentista di Roma Nord su FaceBook.

I pregiudizi di Dio di Luca Poldelmengo

I pregiudizi di DioLuca Poldelmengo
I pregiudizi di Dio
edizioni e/o

Margherita, una giovane madre di famiglia, sparisce nel nulla durante una gita con la famiglia. Va in macchina a prendere il cellulare, dice, e non fa più ritorno. Siamo a Mandela, 900 abitanti alle porte di Roma.
È un caso di cronaca come gli altri, forse un po’ più complesso. Uno di quelli che, per i dettagli morbosi e piccanti, può assicurarsi un posto nei contenitori televisivi e sui giornali scandalistici.
Il marito lancia appelli in tv perché la donna torni a casa. E invece Margherita viene ritrovata, ma seviziata e defunta.
A investigare, il commissario Andrea Valente, il neo arrivato ispettore Marco Alfieri e il commissario Francesca Ralli, giunta in supporto da Roma. Gli indizi puntano verso un unico colpevole. Giulio Begucci. Il più vicino alla vittima, come spesso accade. Il più comodo. Il più antipatico, anche. Il capro espiatorio perfetto, uno che, comunque la si metta, pulito non è.
«Il fatto che sia un traditore, un laido e un bugiardo compulsivo non fa di lui un assassino. Non tutti quelli che non ci piacciono sono colpevoli».
Ed è qui che i nostri tre investigatori, complice anche la pressione mediatica, ricostruiscono la vicenda non sulle prove oggettive e schiaccianti (che non ci sono, non si trovano), ma in base al proprio vissuto.
Andrea Valente cerca disperatamente di capire perché la moglie abbia abbandonato lui e suo figlio; come se non bastasse, deve affrontare i postumi di un incidente in servizio, un grave strascico neurologico che lui nasconde ai colleghi per paura di essere allontanato dal servizio attivo.
Marco Alfieri cerca vendetta per la morte della sorella (e in parte l’ha avuta in L’Uomo Nero, ricordate?) ma preferisce passare per un ritardatario scansafatiche piuttosto che mettere a parte i colleghi delle sue indagini private; gravato inoltre dal peso di un padre “ingombrante”, i suoi comportamenti sembrano confermare l’etichetta di viziato figlio di papà che non è mai riuscito a scrollarsi di dosso.
Francesca Ralli è combattuta tra l’essere professionale e il sentimento che prova (provava? prova ancora?) per Andrea Valente, con il quale ha avuto una mancata storia d’amore anni prima. Ma tutto ciò che si è tenuta dentro sta esplodendo con violenti attacchi di panico che la donna non riesce a controllare.

Sullo sfondo di una periferia degradata, partendo da un caso di cronaca – è facile riconoscere l’eco di un noto fatto reale, per il quale è stato individuato e condannato il colpevole – Luca Poldelmengo si cimenta per la prima volta nel genere poliziesco, con la classica costruzione omicidio-indagine-colpevole. Ma lo fa a modo suo, con una rilettura del genere che spiazza il lettore.

Già dal titolo, che richiama il motto nietzschiano secondo cui il Bene e il Male sono “i pregiudizi di Dio”, si capisce che le due categorie non sono così nette. Chi indaga ha i suoi scheletri nell’armadio; il primo sospettato è, apparentemente, un perfetto colpevole: debole, vizioso, squallido. Per tacere dell’ingerenza mediatica: giornali e televisione fanno da cassa di risonanza a una vicenda scabrosa, nella quale i dettagli morbosi e i sentimenti esposti senza pudore contano più della verità.

Il punto è: sarà veramente così? I buoni sono davvero dalla parte del giusto, il cattivo in torto?

Forse. O forse le carte saranno rimescolate e alla fine la verità è un’altra.

Quel che è certo è che i protagonisti torneranno presto. Le loro vite sono ormai intrecciate, hanno ancora molto da dire e non potranno tacere a lungo. E una sorpresa inaspettata è in arrivo. In che modo andrà a destabilizzare i nostri già precari investigatori… lo scopriremo nel prossimo romanzo.

L’inganno dell’ippocastano di Mariano Sabatini

L'inganno dell'ippocastanoMariano Sabatini
L’inganno dell’ippocastano
Salani, 2016

Cosa accadrebbe se il candidato sindaco di Roma venisse trovato cadavere nelle sua villa?
Ascanio Restelli, ricco e potente imprenditore, uomo dai molti nemici non solo pubblici ma anche privati, viene barbaramente ucciso nel suo studio. A scoprire il cadavere è Viola Ornaghi, giornalista di Charme, rivista femminile di tendenza. A lei era toccato l’onore di questa intervista importante, ma lo scoop diventa un incubo davanti alla scena del crimine. In preda al panico, Viola avvisa l’amico Leo Malinverno, giornalista di cronaca, penna eccellente del quotidiano Globo.
È così che prende l’avvio L’inganno dell’ippocastano, il primo romanzo del giornalista e critico televisivo Mariano Sabatini. Romanzo giocato su due registri: uno intimo, un po’ piacione, sornione, strizza l’occhio alla Roma “bene”; Sabatini crea un’atmosfera fatta di dettagli curati, buon cibo, buona musica, buon vino… Dall’altra parte però c’è il registro feroce e tragico. Corruzione, droga, criminalità violenta con infiltrazioni mafiose a vari livelli, intimidazioni.
Al centro di tutto Leo Malinverno: entra in scena nel terzo capitolo e non ce ne libereremo facilmente. Malinverno gira in scooter e non si affeziona né agli oggetti né alle persone. È onesto e annovera fra i suoi amici il vicequestore aggiunto Jacopo Guerci. Ha un debole per le belle donne ma non si è mai sposato. All’occorrenza non disdegna la compagnia della madre, Clara Scialoja, donna energica e indipendente. Tutto il contrario di Viola, per cui Leo ha un debole. Viola è vittima non solo delle circostanze, ma anche di una madre terrificante e di un marito senza spina dorsale.
Il romanzo scorre, in un piovoso autunno-inverno romano, tra una visita in redazione (in tempo per assistere alle sfuriate del direttore, Pietro “Everest” Orefici) e una chiacchiera festiva con l’amica Carla Tesei. Con sporadiche puntate a Venezia, Ollomont in Val d’Aosta, Circeo, Tarpasso (“luogo dell’anima”, lo definisce l’autore, il luogo in cui Malinverno si rifugia). Nel corso dell’indagine Leo incontra una miriade di personaggi memorabili, dal professor Oscar Puritz a Nando Agatone detto OKI, informatore ipocondriaco, passando per una serie di cattivi da manuale. Un panorama ricco e variegato entro il quale scovare il pluriassassino. Che, a dispetto delle apparenze, ha un movente meno scontato del previsto.

Presentato in anteprima alla Libreria Pallotta di Ponte Milvio, L’inganno dell’ippocastano (titolo evocativo il cui significato verrà spiegato solo alla fine) mischia elegantemente le voci di Roma, da quella alto-borghese a quella popolare, dando vita a un thriller urbano fortemente caratterizzato. Mariano Sabatini, già autore poliedrico con diverse pubblicazioni al’attivo, ha affrontato coraggiosamente la stesura di un romanzo di genere in cui ha messo molta fantasia e molta verità. Di Leo Malinverno e del suo entourage sentiremo ancora parlare, prossimamente.
presentazione libreria PallottaNella foto, i quattro della libreria Pallotta: io, l’autore Mariano Sabatini, lo scrittore Marco Di Tillo e l’attrice (e meravigliosa “voce”) Annalisa Insardà.