Sarei stato carnefice o ribelle? (Le brevi di Valerio 197)

Pierre Bayard
Sarei stato carnefice o ribelle?
Sellerio
2018 (orig. 2013, Aurais-je été résistant ou bourreau?)
Traduzione di Andrea Inzerillo
Psicoanalisi

Seconda guerra mondiale. Dove non eravamo. Il professore di letteratura francese Pierre Bayard (1954) ha provato a domandarsi come si sarebbe comportato se fosse nato (come il padre) nel 1922 e avesse dovuto affrontare l’aggressione nazista in Francia, Sarei stato carnefice o ribelle? Mette una frase di Primo Levi come incipit e prova a spiegare l’ovvia complessità della domanda e delle possibili risposte. Fa agire nel passato un personaggio che conserva le sue caratteristiche intellettuali, sociali e psicologiche odierne, mettendolo di fronte alle verità storiche di una violenta crisi dei valori. Fonda l’indagine su enunciazioni di psicologi e specialisti del comportamento relative alle personalità “potenziali”, su situazioni paragonabili che ha dovuto affrontare, sulle concrete azioni della famiglia e del padre. Divenire ribelle (résistant) è fenomeno ancor più impenetrabile del divenire carnefice (bourreau). Molto interessante! E condivido: le persone si misurano nelle crisi.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Claudio Baglioni. Un cantastorie dei giorni nostri (Le brevi di Valerio 196)

Paolo Jachia
Claudio Baglioni. Un cantastorie dei giorni nostri (1967-2018)
Frilli, 2018
Musica

Claudio Enrico Paolo Baglioni è nato a Roma il 16 maggio 1951. La sua prima canzone, inedita e leggendaria, risale al 1967. La carriera artistica inizia nel 1969 quando il padre Riccardo firma il contratto con la RCA, lui è ancora minorenne. Il primo 45 giri appare nel 1970, “Signora Lia”, storia di tradimenti. Poi realizza 5 album fino al 1975, uno l’anno (con coautore Antonio Coggio), altri tre da “Solo” nei Settanta, 2 negli Ottanta, 3 nei Novanta, ancora 3 fino ad adesso, complessivamente circa 200 canzoni, una trentina di album (anche live e compilation), qualche migliaio di concerti, qualche milione di dischi venduti; il più venduto risulta “La vita è adesso” (1985), un milione e mezzo di copie, forse in assoluto il più venduto tra gli italiani. “Claudio Baglioni” è un agile volume che, in ordine cronologico, racconta in dettaglio la produzione musicale del direttore artistico di Sanremo 2018 (non una biografia), scritto dal docente e musicologo Paolo Jachia (Milano, 1958).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Lucky (Le brevi di Valerio 195)

Alice Sebold
Lucky
Edizioni e/o, 2018
(originale 1999, prima edizione italiana 2003, ora con nuova introduzione)
Traduzione di Claudia Valeria Letizia

Syracuse. 8 maggio 1981. Alice Sebold venne violentata. In Lucky raccontò tutto. Lei era vergine, 18enne, bella, sovrappeso, bruna, lenti sugli occhi da cinese. Appena dopo mezzanotte dell’ultimo giorno di lezione del primo anno. Gregory Madison, nero piccolo muscoloso, le tappa la bocca minacciandola con un coltello, la trascina nella galleria dell’anfiteatro, la violenta scusandosi infine. La vita della ragazza termina e ricomincia, confusamente. Riprende i corsi di narrativa, ma per un anno la priorità è il processo: nonostante l’errore nel riconoscimento, il violentatore viene condannato. Alice si laurea, ancora per dieci anni non trova un filo, poi capisce di soffrire di disturbo post-traumatico. 36 anni dopo la violenza, 18 anni dopo il libro, torna ora a scriverne presentando la nuova edizione. Noi maschi dovremmo rileggerlo periodicamente, tanto più che “un molestatore seriale nonché orgoglioso palpeggiatore di figa è stato eletto 45° presidente di questi Stati Uniti”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Detective Lady VIII – Le lunghine di Fabio Lotti

Aggiungo alla corposa lista delle detective lady Lena Gamble della Sezione speciale omicidi di Los Angeles. Qualche spunto veloce: sfigata come quasi tutte le donne poliziotto con la mamma scappata di casa, il padre morto per un incidente sul lavoro quando aveva sei anni, il fratello David ucciso. Vive in una villetta appollaiata in cima ad una collina che domina Hollywood ereditata dal fratello. Due anni alla narcotici, sei mesi ad indagare sui colletti bianchi e due anni e mezzo alla omicidi. Suo partner di lavoro Hank Novak sfigato pure lui. Divorziato con tre figlie di cui una si dà alla droga e all’alcol. Bella donna (mi sfugge ora l’età) attratta dal collega Stan Rhodes ma niente da fare. Si sposta su una Prelude, risolve i cruciverba (chi non ricorda la Cora Felton di Parnell Hall, la famosa “Signora degli enigmi”?), beve caffè e vino. Mai sparato in servizio, mai ucciso nessuno (però andate a vedere in fondo alla storia), tormentata dagli incubi della morte di David. Forte, risoluta, se c’è da entrare nella casa del crimine senza autorizzazione non ci pensa due volte. Piena di rabbia che trattiene a stento si ribella anche ai superiori (mi ricorda Tempe Brennan). Questo peperino si trova in Romeo sanguina di Robert Ellis, Mondadori 2008.
“Una moglie selvaggiamente mutilata nel suo appartamento. Un marito il cui alibi fa acqua da tutte le parti. Un caso che sembra chiuso ancora prima che inizino le indagini. Una detective che dubita perfino delle prove più schiaccianti. Un enigma celato in due indizi apparentemente privi di senso che portano direttamente ad altri efferati delitti…”.
Insomma abbiamo un serial killer che se la spassa accoltellando le vittime e lasciando come firma un disco con le sinfonie di Beethoven e tutta la polizia che gli dà la caccia con il patologo, l’analista che ci offre il profilo dell’assassino (un classico) e via via tutti gli altri. Abbiamo anche la conoscenza diretta del criminale con le sue paturnie e non è solo…
Finale che ricongiunge dignitosamente tutto l’ambaradan e ci porta allo scontro diretto. Prosa piacevole, fluida senza tanti intoppi che riesce a raccogliere dignitosamente uno schema già conosciuto ma reso interessante con piccole varianti. Un titolo impossibile (l’originale “City of Fire”) da tirare in testa al suo ideatore, un malloppone di almeno ottocento pagine.

Sangue di mezz’inverno di Mons Kallentoft, Nord 2010.
Malin Fors, detective della polizia di Linköping (Svezia), trentatré anni, “figura snella, atletica e vigorosa”, “capelli biondi tagliati a paggetto”, sopracciglia dritte, occhi color fiordaliso, naso corto e un po’ all’insù. Divorziata vive con la figlia Tove tredicenne, bravissima a scuola (legge pure Austen e Ibsen), l’ex marito Jame trasferito in Bosnia. Indossati jeans, camicetta bianca, maglia nera, stivali caterpillar, giaccone nero in finta piuma, preso il cellulare e la pistola è pronta per entrare in servizio. Suo compagno di lavoro Zacharias “Zeke” Martinsson, quarantacinque anni, testa rasata, corpo piccolo e asciutto, collo lungo, attivo e sicuro di sé. Solito gruppo di poliziotti a fare da contorno per il caso da seguire.
Ed il caso è rappresentato da un uomo obeso che penzola da un ramo di un albero: nudo, ferito, bruciato e congelato (miezzeca!). Trattasi di Bengt Andersson, un povero psicopatico soprannominato “Pallone” che in passato ha tentato di uccidere il padre donnaiolo e violento. Alcuni indiziati: i ragazzi che lo tormentavano, una famiglia terribile e di mezzo c’è pure la possibilità di un sacrificio pagano, una specie di stregoneria norrena per cui le vittime venivano appese agli alberi.
Non manca il solito giornalista in contrasto con Malin (e dunque salterà sul letto insieme a lei), l’analista anatomopatologa (corpo elegante con movimenti ineleganti) e perfino il morto che segue e commenta la vicenda (ma non è certo una novità).
Al centro la Nostra con i suoi ricordi (avrebbe voluto rimanere a Stoccolma ma da sola non se la sentiva), la malinconia dell’amore finito a cui sembra in qualche modo aggrapparsi ancora, il rapporto con la figlia e i suoi primi slanci sentimentali, le riflessioni su una società apatica e disinteressata. L’alcol, la solitudine.
Scrittura veloce, incisiva, capitoletti brevi, frasette in corsivo (una marea), amalgama di pensieri, ricordi, descrizioni, notazioni, dolore, violenza, brutalità, stupri. Solito freddo bestia che taglia le gambe.
La mia cocciuta idea è che con cento pagine in meno si può ottenere un risultato migliore. Ma va bene così.

Un bel delitto per mammina di James Yaffe, Mondadori 2011.
Mammina si inserisce tra le più abili vecchiette della storia del crimine a partire dall’indimenticabile Miss Marple, per continuare con altre indimenticabili sferruzzanti e cruciverbanti (mio conio) detective lady fino ad arrivare, appunto, alla presente mammina, genitrice di David, ispettore della squadra omicidi di New York.
Alla morte della moglie Shirley decide di lasciare la sua città per andare a Mesa Grande come investigatore privato di Ann Swenson, difensore d’ufficio. Mammina, oltre la soglia dei settanta, resta a casa (è vedova, naturalmente) perché non si sente ancora pronta a “voltare le spalle a quella che era stata la sua vita fino a quel momento”. A meno che non ci sia di mezzo un possibile delitto. Proprio da parte di un amico del figlio. Allora arriva con i suoi capelli grigi, i polsi magri, la faccia rugosa e la sua incredibile energia. Il delitto avviene per davvero, una telefonata e chi parla è ucciso proprio mentre è al telefono. Siamo nell’ambiente universitario, la vittima un docente che sta sulle scatole a parecchi: all’amico di David, Mike Russo, in lotta per un posto fisso, ad uno studente di minoranza discriminata chicana, all’ex fidanzata di turno. Arrivano le indagini, un orecchino sul luogo del delitto, la telefonata che si rivela molto strana, il suo amico arrestato e poi liberato in attesa del processo, una lettera con richiesta di un libro raro posseduto da Mike in cambio di una prova che lo può scagionare. Invidie, ambizioni, tensioni, amarezze all’interno dell’accademia, sfruttati e sfruttatori di menti, razzismo strisciante, un plot complicato (in parte risaputo) neppure troppo credibile ma allo stesso tempo affascinante.
Al centro mammina che va alla sinagoga, fa amicizie, prepara colazioni e pranzetti gustosi, gira come una giovincella, gioca a Gin rummy (non so cosa sia) con il figlio imbrogliandolo, lo aspetta alzata di notte, lo aiuta a sbrogliare la matassa e, dopo la partenza, gli scrive pure una lettera finale dove spiega tutto l’ambaradan che però non gli spedirà mai. Solo che la leggeremo noi lettori.

Mi sono avvicinato con una certa diffidenza al libro. Copertina a prima vista un po’ ruffiana, frasettine brevi e sottili l’una dietro l’altra (dopo un po’ mi rendono nervoso). Bambina che sta per correre un grosso pericolo da sola nel bosco. La solita storia di violenza, magari pure strappalacrime e la solita detective sfigata, mi sono detto. Eppure ho continuato la lettura di Io ti perdono di Elisabetta Bucciarelli, Kowalski 2009, in una delle abituali librerie di Siena per un bel pezzo guadagnandomi il sorriso compiaciuto della commessa.
Al centro di tutto l’ispettore milanese Maria Dolores Vergani chiamata da un sacerdote di un paesino della Val D’Aosta. Bambini che spariscono, violentati e rilasciati, violentatore che confessa i suoi peccati a Don Paolo. Resti di ossa di una giovane donna trovati in un’area industriale di Milano a complicare una vita già complicata.
Dunque Maria Dolores Vergani psicologa quarantenne radiata dall’Albo per un suo sbaglio che lascio in sospeso. Sensi di colpa e un odio insanabile verso la madre che l’ha abbandonata lasciandola a genitori adottivi. Sua storia tribolata nei cosiddetti anni di piombo. Il padre adottivo, direttore di uno stabilimento automobilistico, sotto scorta. Paure e piccoli scongiuri. Viene su forte, sicura, severa, corazzata come una campana d’acciaio, sua bestia nera le emozioni che la avvolgono da tutte le parti (per evitarle si muove come un Cavallo sulla scacchiera) e dunque sensibile, seppure fidanzata, al fascino degli altri uomini. Soprattutto se musicisti o poliziotti. Chitarra e pistola. Parole, parole, parole, sogni, emozioni, trasporti, l’amore e il desiderio di amore che si insinua in ogni momento della vita. Sesso al punto giusto. Bello e passionale. Ma anche il male del mondo, il marcio, il degrado, la violenza, la prostituzione, la rabbia, l’odio. Il perdono. Quello celeste e quello umano. Difficile da praticare. Troppe cicatrici dentro.
Capitoletti brevi, scrittura veloce, martellante, spesso monotona e triste come le litanie che da ragazzo sentivo in chiesa. Qualche istintiva citazione (l’affannoso petto), il caso di Trinciacapelli ad inserire una nota grottesca. Quadretti di vita paesana che rimandano a certe antiche pitture ad olio. Colpo di scena finale.
Un libro attento. Misurato e sofferto. Un buon libro.

La Debicke e… Al servizio di Adolf Hitler

Al servizio di Adolf Hitler
di V.S. Alexander
Newton Compton, 2018

All’inizio del 1943, quando il nazismo stringeva implacabile le sue spire e la vita quotidiana dei tedeschi si faceva più incerta, i genitori di Magda Ritter (il padre non aveva mai voluto iscriversi al partito, la madre invece era sicura della vittoria del Reich) mandarono l’unica figlia in Baviera presso il fratello del marito – poliziotto, fanatico sostenitore del Führer – e sua moglie, sperando di metterla al sicuro dalle bombe alleate che avevano cominciato a piovere su Berlino. Magda ha venticinque anni, non è sposata, tutti i giovani adatti a lei sono ormai lontani, in guerra da tempo, non ha fatto studi particolari e non ha un lavoro. Alle giovani donne tedesche ariane, in quegli anni, si chiedeva soprattutto che facessero il loro dovere come brave mogli e madri per dare figli alla patria. Gli zii però, che non hanno nessuna intenzione di sfamare la nipote, smuovono mari e monti per trovarle subito un’occupazione per il Reich. Magda, che supera il colloquio di assunzione, viene assegnata al Berghof, il famoso chalet-rifugio di montagna di Hitler, ma arrivata là scopre ben presto ciò che dovrà fare. Per ovviare al paranoico terrore di Hitler di essere avvelenato, diventerà una delle sue giovani assaggiatrici, provando prima di lui ogni pietanza e ogni bevanda. Lavoro che comincerà solo dopo settimane di preparazione per addestrarsi a riconoscere dai sentori delle vivande e delle bibite possibili indizi di veleni. Così sperduto tra le montagne, il Berghof sembra fuori dal mondo, completamente staccato dalla crudele realtà della guerra. Magda, che all’inizio del romanzo era una ragazza semplice, delicata, è costretta a indurirsi, a cambiare radicalmente modo di fare e di vedere per sopravvivere. Nonostante i rischi, riesce a farsi qualche amico e, pur adattandosi alla sua pericolosa situazione, non può fare a meno di accorgersi delle continue atrocità commesse dal Reich. Nella sua posizione, a contatto con l’alto comando tedesco, non è possibile chiudere occhi e orecchie e si trova sempre più invischiata in intrighi che metteranno alla prova la sua lealtà. Troverà una sponda nel capitano Karl Weber, uno degli uomini dello staff della sicurezza, che vorrebbe assassinare Hitler e porre fine alla guerra. E oltre all’interesse comune di una Germania libera, sognerà di poter vivere con lui anche un futuro. Ma ci sono tanti, troppi?, ostacoli sul loro cammino. Dovrà battersi, lottare per la vita. Perché in gioco ci sono la salvezza, la libertà e la vendetta. Attraverso gli occhi e i sentimenti di Magda, capiremo cosa significa perdere qualcuno ma non avere né il tempo né il diritto di piangerlo; cosa significa essere trattati solo come degli oggetti. Hitler viene descritto nella sua artefatta e carismatica recita di pater familias, buono con chi era al suo servizio, addirittura quasi paterno, lui che invece era il mostruoso regista della tragedia, delle stragi, degli orridi stermini nei campi di concentramento e della crudele eliminazione di chiunque non condividesse le sue follie. L’uomo che bramava sempre più potere, che imponeva grandi e mostruosi progetti, macchiando un intero paese e un’intera generazione di tedeschi con il sangue di milioni di innocenti. Magda deve affrontare ogni giorno il rischio di morire, per un uomo, per dei folli ideali e per una guerra che, giorno dopo giorno, comincia a rivoltargli contro il suo popolo. Non tutti i tedeschi erano per il Führer, ma se volevano sopravvivere erano costretti a ingoiare le sue menzogne.

Con una protagonista credibile, che piacerà ai lettori per la sua eccezionale forza d’animo, V.S. Alexander narra un’avvincente avventura di amore e guerra, un’esperienza devastante ma anche una bella storia che riesce a commuovere e a coinvolgere fino in fondo. Al servizio di Adolf Hitler descrive la trasformazione di Magda Ritter da tranquilla ragazza tedesca a fiera nemica del dittatore nazista. Uno sguardo inedito e appassionante sulla parte meno conosciuta della vita di Adolf Hitler, su quel regno di cartapesta fondato sul terrore o sulla cecità di coloro che pendevano dalle sue labbra. E, per descriverlo, l’autore non esita a mettere in bocca alla sua eroina i ricordi più amari del dittatore tedesco, dell’uomo che era arrivata a odiare così tanto da desiderare solo di ucciderlo: «Conoscevo Hitler. Lo guardavo camminare nelle sale del suo ritiro in montagna, il Berghof, e lo seguivo nel labirinto della Tana del Lupo, il suo quartier generale nella Prussia orientale. E gli ero accanto l’ultimo giorno, nelle profondità tombali del suo bunker a Berlino. Spesso, quando era circondato da una corte di ammiratori, la sua testa oscillava come una boa sul mare». Un libro da leggere e da scoprire, che descrive una storia difficile, diversa, particolare, in cui si narra di gravi ingiustizie, di paure, uccisioni e tormenti vissuti anche dai cittadini tedeschi negli anni della seconda Guerra Mondiale, ma che non dimentica l’orrore dell’Olocausto. Nulla è escluso nelle sue pagine. Perché, e non dimentichiamolo mai: la dittatura è uno spaventoso veleno che riesce a contaminare ogni cosa.

Di qua e di là dal mare (Le brevi di Valerio 194)

Carlo Marconi
Di qua e di là dal mare. Filastrocche migranti
Edizioni Gruppo Abele, 2018
Illustrato

Un mare in mezzo a terre. Prima, ora, ancora. Partenze, fughe, approdi in 21 filastrocche, intitolate come un alfabeto: addio, barcone, clandestino, deserto, eroe, fuga, girotondo, home, idea, lingua, mare, naufragio, ospite, parola, questura, rispetto, straniero, telegiornale, uguale, vattene, zattera. Pare che nel mondo ci sia posto per tutti. Alcuni migrano, per necessità o per scelta, tante donne e uomini, bambine e bambini diversi le une dagli altri. Qualcuno attraversa il Mediterraneo e le domande (oltre che le paure) si affollano nella testa di chi convive qui. L’ottimo maestro Carlo Marconi ha provato a parlarne e a lavorarci con i propri alunni; 24 bravi illustratori hanno arricchito il progetto di grandi immagini colorate; ne vien fuori un volume di deliziose filastrocche (diverse nel ritmo, nella lunghezza, nella metrica, nelle emozioni che suscitano in chi legge), col quale si sostengono le attività di cooperazione del Gruppo Abele in Costa d’Avorio. Fate girare!

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Fiori sopra l’inferno (Le gialle di Valerio 146)

Ilaria Tuti
Fiori sopra l’inferno
Longanesi, 2018
Noir

Autunno 2016. Travenì, Friuli Venezia Giulia. Ė un piccolo villaggio raccolto nella conca formata da una corona di montagne, non lontano dal confine con l’Austria, a circa cento chilometri da Udine; un centro minuscolo, torre medievale in piazza, stazione ferroviaria, un migliaio di abitanti (turisti esclusi), ventimila ettari di foresta intorno (e animali “selvaggi”, grotte, cave, miniere, laghi, cascate, l’orrido dello Sliva), interessato a breve dalla costruzione di un nuovo polo sciistico con disboscamenti e forte impatto ambientale. Fuori dal paese viene rinvenuto un cadavere senza occhi (strappati via e scomparsi), adagiato e “allestito” supino nudo sull’erba, coperto di brina, vicino fra i rovi un totem fatto con gli abiti insanguinati; si tratta di Roberto Valent, ingegnere civile 43enne nato e cresciuto nella valle, padre di Diego, scomparso da due giorni, dopo aver accompagnato il figlio a scuola. Arrivano dalla città la non più giovane commissaria Teresa Battaglia con i due storici collaboratori e il nuovo aitante bell’ispettore metropolitano Massimo Marini, appena assegnato alla squadra. Lei è nata il 20 maggio 1958, aveva subito per un po’ il pessimo marito, non ha figli, viso duro e rugoso, corpo sfatto e capelli rossicci, appare malata e sola, gestisce a fatica un diabete insulinodipendente e l’incipiente perdita di memoria, segreti e dolori sulle spalle. Esperta ed energica, scontrosa e determinata, capisce subito che c’è un disegno nella prima violenza, che non finirà lì. Ha doti di profiler, anche se emergono come contraddittori i connotati della personalità del colpevole rispetto all’evoluzione criminale della specie umana. Del resto, il gruppo misto degli amici di Diego percepisce da tempo una presenza oscura (non malevola) nel bosco, qualche cattiveria e qualche bontà ruotano intorno alle loro famiglie.

Di valore e di successo l’esordio nel romanzo di Ilaria Tuti (Gemona del Friuli, 1976), in terza varia, soprattutto investigatori e bimbi, talora anche “lui”, che osserva a distanza e agisce per mimesi, a causa di un’identità poco sociale, scolpita nel passato. L’incipit e alcuni intermezzi dell’efficace narrazione riguardano infatti la Scuola, cupo orfanotrofio montano dove nel 1978 si facevano strani criminali esperimenti; a suo modo, nel brulicante Nido, cresceva un individuo nel posto numero 39. Lentamente, inesorabilmente emergono truci connessioni con un passato ancor più remoto e col presente. Il titolo (“tratto” dal poeta giapponese Kobayashi Issa) si riferisce al fatto che talora chi compie del male vede l’inferno che ciascuno abbiamo sotto i piedi (mentre noi contempliamo benevolmente i fiori che crescono in superficie); per stanarlo occorre vedere oltre i fiori, cercare l’inferno. La bellezza aspra del paesaggio e dell’ecosistema (siamo in zona Tarvisio, sono immaginarie solo le denominazioni) stride ben presto con le dinamiche misere e le doppie vite all’interno della comunità paesana, dentro e fuori le mura familiari. Ne vien fuori una multiforme toccante riflessione sul legame indefinibile e arcano, primitivo e sacro, pro-creato dalla maternità, su adulti che tormentano i bimbi o li privano delle cure affettive, sulle teorie eugenetiche e, di converso, sulle pratiche empatiche della genitorialità e della vita. Nei conventi per secoli c’era spesso una ruota degli “innocenti” esposti. L’autrice (mamma da poco, la dedica è a Jasmine) semina con maestria indizi, forse il serial killer non intende delinquere in una camera chiusa, forse i crimini e i criminali sono tanti ma non tutti. A Teresa fanno compagnia bei libri e buon jazz.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Delizie d’Oriente (Le brevi di Valerio 193)

Peter Heine
Delizie d’Oriente. Una storia della cultura gastronomica
Sellerio, 2017 (orig. 2016)
Traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli
Enogastronomia

Islam. Tavole imbandite. I musulmani non mangiano carne di maiale, di rado si godono un bicchiere di vino, considerano spesso l’elemosina una buona maniera a tavola, hanno importato alcuni nostri cibi e cucine, hanno esportato molti loro cibi antichi (frumento, riso, zafferano, cannella, chiodi di garofano a esempio) e antichissimi (prima della loro religione), e cucine (falafel, hummus, kebab, cuscus, marzapane a esempio), come anche modi di cucinare gli ingredienti alimentari. L’islamista tedesco Peter Heine (Warendorf, Westfalia, 1944) illustra in otto parti alcuni aspetti cruciali della pratica e della cultura enogastronomica d’Oriente, iniziando proprio da suino e vino (il secondo con un divieto più recente e meno rigoroso), inframezzando il saggio con gustose ricette (oltre 50 in tutto), letteratura, vita quotidiana. Seguono ampie trattazioni di storia della cucina e splendidi capitoli sulle migrazioni culinarie, pure i legami gastronomici sono meticci e pacifici.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il morso della reclusa (Le gialle di Valerio 145)

Fred Vargas
Il morso della reclusa
Einaudi, 2018
Traduzione di Margherita Botto
Noir
(orig. 2017, Quand sort la recluse)

Parigi (e Sud-Est della Francia). Primavera 2016. Il basso magnetico mitico commissario Jean-Baptiste Adamsberg, ultracinquantenne bruno e magro, cafone montanaro originario del pirenaico Béarn (padre calzolaio), bambino (e adulto) ficcanaso refrattario alle regole, zigomi prominenti, grande naso aquilino, guance incavate, capelli bruni spettinati, algoso sguardo svagato, mento debole, sorriso storto, pelle olivastra, al polso sinistro due orologi (fermi), trascorre vacanze in Islanda, tranquillo e pacificato, c’è con lui Zerk (o Armel, il figlio conosciuto da poco, quando aveva già 28 anni). Lo richiamano in servizio con urgenza (e Zerk resta là): una bella 37enne è stata schiacciata per due volte sotto le ruote di un suv, l’assassino o è il disinteressato ricco marito o il servizievole presunto amante. Ad vede nella nebbia e risolve il caso con facilità, sembra Sherlock, senonché s’imbatte per caso nell’impossibile omicidio di due vecchi per il tramite di ragni. Mentre risolve con facilità un altro delicato caso (un pessimo stupratore sulle tracce di una sua tenente), l’amico, collega e vice Danglard contesta apertamente l’apertura di una nuova astrusa indagine, la squadra si trova in un clima malsano. A sorpresa emergono antichi crimini commessi dagli assassinati (fin dall’orfanotrofio) e altre precedenti morti pure connesse; con tradimenti e pugni, bolle e proto-pensieri, la squadra forse potrebbe ricomporsi intorno al capo. E il commissario è costretto a dirigersi frequentemente verso sud, in treno o auto (guidata da altri) che sia. Si confronta con lo psichiatra Martin Pescatore, visita il fratello Raphaël (più piccolo di due anni) all’Île de Ré, fa ricorso a vecchi amici, organizza uno scavo vicino Lourdes. C’è qualcuno paziente che la sa più lunga da molto tempo.

Da un quarto di secolo Fred Vargas delizia lettori e lettrici: ecco l’ultima meravigliosa opera dell’archeozoologa doppia e multipla, fiabesca e illuminosa Frédérique Audouin-Rouzeau (Parigi, 1957), dotatasi di uno pseudonimo (in comproprietà con la gemella pittrice) per romanzi polar, colti e ironici. Ha la fissa del protagonista, delucidato in terza, maschio ormai senza più libido, in connessione con donne mai seduttive, giunto alla nona avventura della serie. Adamsberg è nebbioso lento trasandato iponervoso, ostinato prolisso visionario, già tiratore scelto, disegnatore assorto, lettore camminante; i pensieri si formano prima ancora che li pensi; non resta mai arrabbiato a lungo, prende sonno all’istante; ha andatura beccheggiante e vagabonda, una voce da tonalità basse e dolci; mangia con indifferenza e compra sigarette per il figlio lontano solo per potergliele subito rubare e fumare. La squadra è composta da 27 agenti dell’Anticrimine di Parigi (nel XIII°), oltre la metà è presente fin dal primo immediato Concilio, ognuno descritto con fantastica concreta creatività, fra scartoffie e distrazioni, gerarchie e fobie, tipo 87°. Questa volta è operativa ma più frastagliata la storica contrapposizione fra i positivisti materialisti eruditi, disturbati dalle divagazioni erratiche, e gli accomodanti deleganti, per i quali c’è poco di male a spalare nuvole di tanto in tanto, con in mezzo i noti moderati esitanti; destra e sinistra irrituali, visto anche che il vero centro è un individuo per definizione senza equilibrio e certezze. Eccelsi dialoghi surreali e curiosità linguistiche, citazioni colte e pedopsichiatria degli abbandonati, uno stile assecondato da stranezze ossefiane e multimediali. Si parla di cose orrende come in una fiaba, orripilante e leggiadra al contempo. La copertina è un po’ troppo simile a precedenti, il titolo indica il ragnetto eremita e pauroso, il ragno violino Loxosceles rufescend (reclusa nelle originarie Americhe). S’ingozzano e bevono alla maniera degli Alti Pirenei Atlantici: Garbure, Jurançon (bianco), Madiran (rosso).

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Il posto più freddo del mondo (Le brevi di Valerio 192)

Alessandra Zenarola
Il posto più freddo del mondo
Solfanelli, 2018
Giallo

Udine. Dicembre 2016. La minuta Angela Martinez, occhi marrone e chiome rossicce, vive sola con il gatto Polpetta Kenzo Izu, terminata la coabitazione (ma non definitivamente il rapporto) con Rocco in periferia. Fa la fotografa, con il socio Gianni Nasveri gestiscono lo studio Visionario a due passi dal centro storico. Vagabonda per la città alle prime luci dell’alba, immortala discariche carcasse cimiteri, riprende volti per esaltarne i difetti e renderli ancor più interessanti, la Nikon sempre a portata di mano. L’amica quasi 40enne del ristorante vietnamita Lam Thieu Hiep le chiede aiuto per seppellire polli e tacchini andati a male a causa del congelatore spento da cinesi della malavita locale, quando aveva loro negato il pizzo. Incrocia altri misteri, fra la mamma drogata e nuove curiosità maschili, ombre e segreti.
Alessandra Zenarola continua a raccontare con garbo il proprio ambiente, freddo e pauroso.

(Recensione di Valerio Calzolaio)