La Debicke e… Omicidi faticosi

Nino Marino
Omicidi faticosi
La Lepre edizioni, 2019

Una storia gialla tragicomica, un’indagine dal taglio classico più tradizionale con indizi, prove, sospetti, tradimenti e uccisioni. Toni satirici, nonostante i delitti veri e propri, fin dall’inizio, quando, vicino al laghetto delle Vergini dell’Idroscalo di Milano, posto preferito dagli innamorati o dagli amanti, il lui di una coppia di ragazzi scopre per caso dietro un cespuglio il cadavere di una giovane donna stesa sul fianco che pare quasi dormire. I carabinieri di Segrate transennano il corpo e convocano la polizia. Il capo della Omicidi e il suo vice Testa, supportati dalla scientifica, arrivano sul posto ma per il capo – che fino a meno di un’ora prima era là clandestinamente con la sua amica Marcella, sposata e quindi fedifraga – è un colpo allo stomaco. Il cadavere si trova poco lontano da dove lui e la sua bella veterinaria stavano sdraiati a chiacchierare e, metti si fosse dovuto appartare lui per una uhm diciamo urgenza, dietro quel cespuglio, avrebbe dovuto spiegare la sua presenza in loco, affrontare lo scandalo, eccetera eccetera… Beh, per fortuna è andata, può tirare il fiato e provare a risolvere il caso. La morta, castamente vestita con un tailleur blu, non è stata violentata né rapinata. Nell’erba si notano tracce di trascinamento, evidentemente è stata uccisa altrove e qualcuno l’ha portata fino a là. Infatti le suole delle scarpe della morta sono pulite ma non ci sono macchine parcheggiate nei dintorni… Dalla borsa a terra, poco lontano, saltano fuori soldi, bancomat, documenti, telefonino. Una rapina quindi è da escludere. Il medico legale constata che la ragazza, che si chiamava Alessandra Ferri, è stata uccisa da un’unica ferita al cuore, molto sottile, ipotizzando come arma del delitto una lama sottilissima, forse un bisturi. La Ferri lavorava come infermiera ferrista alla clinica di lusso Esculapius, diretta da un luminare della chirurgia noto al mondo intero, il dottor Roberto Bellomo, sulla settantina ma ancora in pista sul lavoro e a letto… Gatta ci cova? La vittima, che nascondeva in casa carte compromettenti, aveva sicuramente avuto rapporti di qualche tipo con il personale medico della clinica… Cosa nascondono le milionarie cortine dorate della Esculapius? Certo è che sia il primario Roberto Bellomo, che il capo chirurgo, il bellissimo Ferdinando Gentilini, hanno qualcosa da nascondere, ma per l’ora del delitto sarebbero coperti da alibi di ferro.
La scena passa dallo sfavillare di famosi congressi di medicina, a un frenetico vorticare di ricatti e contro ricatti. Si appoggia a bellissime suore ex miss Germania, a sciupafemmine seriali amanti della vela, a mogli, donne prepotenti e ricchissime, a povere immigrate albanesi, coinvolge avvocati di grido, esperti entomologi, adulteri che si nascondono, ambientalisti e ficcanaso. Insomma tutte le piste imboccate sembrano destinate a finire nel nulla, anche se a conti fatti le indagini tendono a portare nella stessa direzione, ma sarà poi quella giusta? I migliori cervelli investigativi della città brancolano nel buio, ma alla fine, per risolvere il caso, ci vorranno un verme e una mosca.

Nino Marino, Roma 1953, scrittore e sceneggiatore per cinema, TV e teatro. Tra le sceneggiature per il cinema Io e Lui (1973), regia di Luciano Salce; La casa del sorriso (1991), regia di Marco Ferreri e Festival (1996), regia di Pupi Avati. Tra le miniserie per la TV Il commissario Raimondi (1998) e Non ho l’età (2001). Per il teatro Un angelo cal. 9 (1978); Gente di facili costumi (con Nino Manfredi, 1988); Mille scuse (1995); Bentornata Passerella (1997); È stata una festa bellissima (1998); I soldi non servono a niente (2012). Libri pubblicati: Interno di famiglia con miracolo (Rusconi 1993) e Rosso Pompeiano (Gremese 2005)

Ninna Nanna (Le brevi di Valerio 278)

Ed McBain
Ninna Nanna
Einaudi, 2019 (originale Lullaby, 1988)
Traduzione di Andreina Negretti
Giallo

Isola. Primo gennaio. Evan Hunter (New York, 1926 – Weston, 2005), uno dei grandi scrittori americani del Novecento, nato Salvatore Albert Lombino, nel 1952 scelse un nome americano e qualche anno dopo eteronimi per i romanzi di genere, Ed McBain per le serie gialle più conosciute. Isola è Manhattan (ruotata di 90 gradi), La Città è New York, protagonista l’87° Distretto, una meravigliosa serie di 55 romanzi terminata solo con la morte.
Dal 2017 vengono ripubblicati, due episodi per ogni decennio di attività, Ninna Nanna è il quarantaduesimo (1988), stessi titolo e traduzione del passato. I due della Omicidi Monoghan e Monroe e i due del distretto Meyer Meyer e Steve Carella arrivano sulla scena del crimine, poveri loro. Peter e Gayle Hodding appena rientrati a casa hanno trovato la loro neonata soffocata da un cuscino e la baby-sitter accoltellata. Imperdibile. A giugno e agosto 2019 a Ruvo del Monte si parlerà delle origini lucane e del libro sul nonno di Hunter, immancabile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

La scienza, la morte, gli spiriti (Le brevi di Valerio 277)

Andrea De Luca
La scienza, la morte, gli spiriti. Le origini del romanzo noir nell’Italia fra Otto e Novecento
Marsilio, 2019
Letteratura

Italia. Seconda metà del XIX° secolo. Poe viene tradotto per la prima volta in Italia nel 1857, una certa notorietà era stata già acquisita negli ambienti letterari americani, inglesi e francesi, a Parigi era stato tradotto da Baudelaire. La novità del racconto d’investigazione si aggiunge al successo del feuilleton francese e alla moda dei “misteri”. Da molti anni il ricercatore di origini abruzzesi oggi insegnante a Bruxelles Andrea De Luca studia il giallo italiano e pubblica ora un documentato studio sulla fascinazione spiritista per la morte in grandi autori europei e italiani nel sistema sociale, poliziesco ed editoriale dell’epoca. La scienza, la morte, gli spiriti contiene interessanti ritratti letterari dei pionieri del giallo italiano: l’indiscusso capostipite napoletano Francesco Mastriani; poi Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio, Salvatore Di Giacomo; ancora Emilio De Marchi, Carolina Invernizio, Cletto Arrighi, Giulio Piccini; gli stessi Capuana e Pirandello.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Les italiens (Le brevi di Valerio 276)

Enrico Pandiani
Les italiens
Rizzoli, 2019 (prima edizione 2009)
Hard-boiled

Parigi. L’estate di un decennio fa. Con dodici colpi attraverso i vetri della finestra un cecchino uccide quattro agenti (di cui una “tipa”) della squadra di origine italiana al comando del commissario Jean-Pierre Mordenti, decimata prima ancora di cominciare. I superstiti corrono fuori (siamo ancora al 36, Quai des Orfévres nell’Île de la Cité) e lo braccano sul Quai des Grands-Augustins, non è finita lì, altri sicari li cercano fra inseguimenti e doppi giochi, estrema destra e un’affascinante transessuale.
Con un perfetto incipit iniziava Les italiens, prima bella avventura della fortunata serie ideata dal grafico, illustratore e sceneggiatore (infografico del quotidiano La Stampa) Enrico Pandiani (Torino, 1956), giunta recentemente al settimo episodio. In contemporanea sono stati riediti a inizio 2019 i primi tre 2009-2011 (allora Instar libri, ora Rizzoli). Narra in prima sempre tutto lui, Pierre, sedici capitoli hard-boiled tutti d’un fiato, arrembanti e divertenti.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

I tempi nuovi (Le gialle di Valerio 193)

Alessandro Robecchi
I tempi nuovi
Sellerio, 2019
Noir

Milano. Marzo 2019. Tre casi nella città che si rianima e galleggia sui soldi, almeno: viene trovato al volante dell’auto il cadavere dell’irreprensibile brillante studente 23enne Filippo Maria Gelsi, jeans calati fino alle ginocchia, mani legate al volante, colpo mortale alla tempia, una strana esecuzione; il 55enne sovrintendente Tarcisio Ghezzi fa confessare alla moglie la segreta indagine che sta conducendo per aiutare la nipotina 14enne della maestra Morganti, terrorizzata da un bullo per alcune foto impudiche, lei in prima liceo, lui in quarta, ricco e figlio di potenti; la magnifica 36enne Gloria Grechi anticipa subito 5 mila euro agli investigatori privati Falcone e Cirrielli della Sistemi Integrati per rintracciare l’amatissimo marito, il 43enne magnifico ricercatore sociologo Alberto Sentieri, inverosimilmente scomparso mentre progettavano il colpo del secolo a danno di furbi criminali. Carlo Monterossi c’entra, c’entra sempre, a lui piace guardare da (troppo) vicino le esistenze degli altri. Quasi subito si capisce che l’omicidio è legato al colpo, Carella e Ghezzi sono i poliziotti sul pezzo, Carlo è amico di Falcone e accetta di ospitare la cliente complice. Pur non volendone più sapere delle storie del cazzo con i morti e i feriti, amando alzarsi a metà mattinata e iniziando ad appassionarsi della “sua” produttrice, la fragrante e acuta Bianca Ballesi, Carlo non riuscirà proprio a stare un attimo tranquillo per molte settimane. D’altra parte, viene pure convocato ai piani alti della Grande Fabbrica della Merda per adattare il programma televisivo del mercoledì Crazy Love ai tempi nuovi, ci vorrebbe proprio che qualcuno costruisse a tavolino più fiducia nella giustizia e nella verità. Ma tutto ha un limite, anche gli agguati.

Il giornalista e autore televisivo Alessandro Robecchi (Milano, 1960) continua la serie metropolitana d’alta qualità, ottimi romanzi con impasti culturali e sociali sempre migliori, densi e appassionanti, emotivamente tesi e ben stesi. La narrazione è in terza varia al presente, perché Monterossi è lo spunto per un protagonista investigativo plurale, le notevoli efficienti coppie Carella-Ghezzi, Rosa-Tarcisio, Falcone-Cirrielli, Gloria-Alberto, con Carlo quasi sempre di mezzo; e poi interessa un poco anche il terremotato equilibrio fra l’uomo grosso elegante e il suo presunto capo criminale, due veri cattivi. Questa volta andiamo un poco più a fondo nel conoscere l’affiatamento familiare a casa Ghezzi e, soprattutto, la svolta esistenziale di Agatina Cirrielli in Smart, giovane esperta responsabile del commissariato Greco-Turro. Si dimette, non gli piacciono le accentuazioni del nuovo corso d’incattivimento diffuso, polizia troppo forte coi poveracci, troppo guanti bianchi con ricchi e potenti, ancora più complicato per una donna. Tarcisio la presenta all’amico di Carlo, l’oscuro Oscar Falcone in Passat, tipo poeta russo poco più che trentenne, abile misterioso investigatore irregolare, che gira senza pistola e mantiene un’immensa ragnatela di contatti senza pastoie burocratiche, appena trasferito nel nuovo centrale funzionale ufficio di via Boscovich. Finiscono di arredarlo insieme, s’intendono subito. Faticano però, come tutti, fortunatamente, a ricostruire la catena del tanto denaro sporco convogliato ogni giorno in quattro basi da vettori inconsapevoli di una banca illegale, riciclato all’estero, in poco tempo riconsegnato poi lavato e stirato ai criminali. Piani sovrapposti: bell’idea di tutti i tempi! Nuovi, invece, sono i tempi dell’Italia xenofoba e razzista che fa da titolo e continuo disgustante sfondo contemporaneo al romanzo, con uno sceriffo pure nuovo agli Interni. Il whisky è sempre giapponese, la colonna sonora imperniata sulla cruciale canzone dylaniana, Brownsville girl, dedicata all’indimenticabile Gloria, che forse purtroppo non incontreremo più, in ben altre faccende affaccendata.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Canicola (Le brevi di Valerio 275)

Ed McBain
Canicola
Einaudi, 2019 (originale Heat, 1981)
Traduzione di Andreina Negretti
Giallo

Isola. Agosto dei primi Ottanta. Ed McBain, uno dei più grandi scrittori americani del Novecento, nato Salvatore Albert Lombino, si chiamò Evan Hunter (New York, 1926 – Weston, 2005) e scelse lo pseudonimo per le serie dei gialli conosciuti ovunque. Isola è Manhattan (ruotata di 90 gradi), La Città è New York, protagonista l’87° Distretto, una meravigliosa serie di 55 romanzi terminata solo con la sua morte. Dal 2017 vengono ripubblicati, due episodi per ogni decennio di attività, Canicola è il trentacinquesimo (1981), titolo nuovo (simile all’americano), stessa traduzione del passato. Al ritorno da Los Angeles, Anne Newman trova morto a casa il marito Jeremiah, artista fallito e alcolizzato, forse suicida in un appartamento a 40 gradi. Arrivano Carella e Kling, ci metteranno una dura settimana a capire cosa è accaduto, Bert travolto da complicazioni personali e altri casi. Imperdibile.
Il primo giugno 2019 a Ruvo del Monte si parlerà delle origini lucane di Hunter, immancabile.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

A ruota (gialla) libera – Rivelazioni! (1)

Così, come mi frulla per la testa. Spunti di lettura, scrittori, sensazioni, emozioni, satirette per sorridere insieme…

La vera, incredibile storia di tanti personaggi leggendari. Da Poirot a Miss Marple, da Sherlock Holmes a Nero Wolfe, da Philo Vance a Perry Mason
Sono stato incerto fino all’ultimo. La cosa è troppo grossa per essere creduta. Sputo il rospo anche se già vi vedo pronti a storcere la bocca e scuotere la testa. Ho ricevuto delle rivelazioni. Più precisamente delle lettere. Ma non le solite lettere che si ricevono tutti i giorni dai parenti, dagli amici o dalla fidanzatina di turno. Voglio dire, è incredibile… ho ricevuto delle lettere da certi personaggi famosi del romanzo poliziesco! Un bel pacco di lettere infiocchettate che mi ha portato un tizio dall’aspetto misterioso (sembrava Babbo Natale) e che ribaltano completamente certi giudizi. Qualcuno già si alza e se ne va, qualcuno rimane con evidente espressione di compatimento nei miei confronti. Facciamo in questo modo. Ascoltatemi e poi alla fine subissatemi pure di fischi o tiratemi quello che vi capita fra le mani.
Sono lettere così commoventi e nello stesso tempo così piene di risentimento, di odio e di rimpianto che mi hanno commosso e sconvolto allo stesso tempo. Non so per quale motivo i loro autori abbiano scelto proprio il sottoscritto come destinatario ma le vie del Signore sono infinite. Mi hanno anche pregato di leggerle e di far conoscere il loro contenuto ai lettori di questo blog e le vie del Signore sono ancor più infinite.
Sono lettere firmate. Vedi quella di Poirot. Avete capito bene. Proprio lui, quel tipetto bassotto pienotto, con i baffetti ben curati, i guanti, le ghette, il bastone sempre dietro, quello delle celluline grigie, insomma, l’infallibile investigatore creato dalla immaginifica penna della Christie. Un’arpia, una strega, un tiranno. No, non sono io che lo dico. È Poirot stesso che lo ripete in continuazione. Lui per natura disordinato, per non dire caotico, costretto ad essere sempre preciso, stirato, impomatato e lucidato a puntino. Lui, un uomo del tutto normale, ridotto ad un mezzo omuncolo con la testa d’uovo! Le pare che abbia la testa d’uovo? mi ha chiesto evidentemente stizzito, accludendo una sua foto alle lettera. E non c’è da dargli torto. Tra l’altro è pure senza baffi. E non è nemmeno belga. Un italiano, Porro, storpiato malignamente, dice lui, in Poirot. Un italiano che tra le varie stupidaggini inventate non patisce il freddo, e che, e qui tralascio la sequela di insulti per la nostra Agatha, ama appassionatamente le donne. Tra le quali figura, figura… Miss Marple!
No, non andate via anche voi, lo giuro (tra l’altro pensate di trovare qualcosa di meglio in giro?), sì proprio Miss Marple che non è la vecchietta simpatica che abbiamo conosciuto ma uno schianto di figliola da far strabuzzare gli occhi (foto docet), costretta dall’arpia, gelosa fradicia, a truccarsi e trasformarsi in grinzosa zitella. La sera, dopo il lavoro, dopo il supplizio, si incontravano per dare libero sfogo alla loro passione. E questo fatto è confermato dalla stessa Miss Marple, nome vero Lucia Marpalò, anche lei italiana, nella sua lettera, votata alle umiliazioni più penose come a ciangottare di continuo con delle moriture, per non perdere il posto di lavoro in un momento di gravi difficoltà economiche.
L’ultima parte è davvero commovente. Una confessione dolorosa e difficile che deve essergli costata molto. Poirot non era quell’infallibile genio che abbiamo conosciuto, quell’ingegno mostruoso che scioglieva gli enigmi più incredibili e complessi. Poirot aveva un suggeritore! Sì, proprio un suggeritore nascosto nel punto giusto dalla “strega” che sbrogliava tutte le matasse poliziesche e lui a ripetere come un allocco. A volte non c’era nemmeno bisogno del suggeritore perché la storia, insinua malignamente Poirot, era così scombinata che poteva andar bene qualsiasi soluzione. E non deve avere avuto neppure troppo torto se un famoso scrittore, a proposito di “Assassinio sull’Orient Express”, scrisse che solo un deficiente, o giù di lì, avrebbe potuto scoprire chi era l’assassino.
Un’altra lettera è di Nero Wolfe. Di quell’omone grande e grosso uscito fuori a stento (battutina extra) dalla penna di Rex Stout. Dice subito che ha vomitato più lui degli antichi romani al vomitorium, e che quello stupido di un Fritz non era per niente il cuoco invidiabile descritto dall’autore, ma un rimescolatore di brodaglie da strapazzo. Che le favolose frittelle mattutine, le salsicce di mezzanotte, lo stufato d’anatra ripiena e perfino l’insalata brasiliana gli procuravano immancabilmente una stressante diarrea. Una volta erano arrivati perfino alle mani e aveva ricevuto una coltellata ad un braccio su cui portava ancora i segni.
Le orchidee non lo interessavano manco pe’ gnente (tradotto un po’ alla paesana), mentre subiva una attrazione particolare per il girasole, così allegro, così illuminante, ed anche per il giaggiolo senza una spiegazione precisa. C’erano state lotte furiose con l’autore ma alla fine l’aveva vinta lui, con la promessa che qualche volta lo avrebbe fatto uscire dalla sua casa, dalla quale non lo faceva muovere di un passo. Il lavoro gli piaceva, questo è vero, ma invidiava soprattutto gli investigatori dell’hard boiled che potevano scorrazzare in giro a loro piacimento tra cazzotti e pistolettate. Una volta si era messo perfino in contatto con uno di quei personaggi scapestrati che tanto lo entusiasmavano, un certo Sam Spade che gli aveva promesso una parola buona con il suo autore. Scoperto da Archie Goodwin era stato preso per il bavero e riportato di forza, seppure con fatica, all’ovile. Era solo lui, lui solo, gli disse in tono minaccioso che doveva fare quello che facevano quelli dell’hard boiled. Nero Wolfe in poltrona a ponzare, zitto e mosca. E così è trascorsa la sua vita fra orchidee, Fritz, Goodwin e poltrona, appunto.
Ho ricevuto due lettere complementari: una di Sherlock Holmes e una di Watson. Riassumo per non farla troppo lunga. Sherlock Holmes nella vita non voleva fare certo il protagonista di gialletti da strapazzo. Semmai l’eroe in uno di quei romanzoni belli tosti di guerra e amori impossibili che rimangono impressi per una miriade di anni nell’animo di dolci, ammalianti fanciulle. Costretto a forza con la droga (da qui l’uso della cocaina) dall’autore ad interpretare un ruolo che non sentiva suo. Non sopporta, non ha mai sopportato il violino, strumento da fighetti, ma ha sempre avuto una passione sviscerata per il tamburo. Da ragazzo stamburate da tutte le parti e una notte in gattabuia per avere tenuto sveglio l’intero quartiere. Falsa la celebre frase “Elementare, Watson!”, inventata ad arte da Doyle solo per infondergli un’aura di infallibilità. La sua espressione nei momenti cruciali era ben altra “Ora so’ cavoli amari, Watson!” (traduzione edulcorata), per dire che l’incertezza era il suo campo di battaglia. Alla forca tutti gli imitatori successivi che lo hanno preso in giro o fatto diventare un pacioso apicultore.
Il dottor Watson, a sua volta, è di umore nero, nerissimo, per avere dovuto interpretare sempre la parte del bischero, della spalla, lui portato ad essere il personaggio principale. Suo udito stravolto dalle strampalate note del violino stonato e dalle strampalate deduzioni dello spilungone che mandavano in visibilio una turba ammaliata di lettori allocchi. Costretto, a volte, ad interpretare altre figure di contorno e perfino il famoso mastino di Baskerville in un momento di penuria di attori (non c’era un cane che volesse fare quella parte). E qui ha emanato, pardon scritto, una specie di struggente guaito che mi ha rimescolato il sangue.
Alla prossima. Se ci arrivo…

La banalità del ma (Le brevi di Valerio 274)

Mauro Biani
La banalità del ma
People, 2019

Mediterraneo. Febbraio 2016 – febbraio 2019. C’è una riforma utile nel mondo della politica, forse. Chi si candida e accetta ruoli pubblici dovrebbe chiedere a qualcuno che condivide le stesse opinioni e gli stessi programmi, di cui ha fiducia, di fargli la “caricatura” (grande arte, grande tecnica) mentre parla, di non tacere sane critiche severe e leggiadre dopo parlato, di atteggiarsi a “bastian contrario” nelle riunioni di gruppo. La battuta, il motto, la vignetta, lo striscione la caricatura, sono comunque relazioni che hanno introiettato qualcosa dell’altro (l’avversario), ribattendo con intelligenza e nonviolenza. La forza e l’efficacia stanno nel divulgare e informare, nel “pensare” senza l’insulto, il pregiudizio, l’urlo. Mauro Biani (Roma, 1967) è un maestro del pensiero ironico, ottima e benvenuta questa ripubblicazione (ma 8 sono inedite) di una novantina delle sue migliori vignette degli ultimi tre anni, La banalità del ma, ovvero “Non sono razzista, ma”.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Errore (Le varie di Valerio 92)

Pietro Greco
Errore
Doppiavoce Napoli, 2019

La vita, di tutti, ovunque. È piena di errori, lo sappiamo o intuiamo. Sbagliando s’impara, vero è, non solo un detto popolare. Eppure filosofi e storici, ricercatori sul campo ed epistemologi hanno impiegato secoli per comprenderlo. Ora, da almeno un secolo, gli scienziati hanno piena consapevolezza del filo rosso che lega l’errore all’apprendimento. Così può essere divertente e utile ripercorrere con la memoria analitica dieci errori d’autore. Cristoforo Colombo e le conseguenze fortunate di lungo periodo di una serie di errori di misurazione prima del 14 ottobre 1492 giapponese-americano, antichi e moderni, di altri e suoi. Claudio Tolomeo ad Alessandria d’Egitto nel secondo secolo d.C., i cicli astronomici errati (cosa davvero ruota e intorno a cosa) e le dimensioni e le longitudini della Terra deformate, nonostante i cartaginesi avessero già solcato l’intero Atlantico. Il Premio Nobel nel 1938 a Enrico Fermi (1901-1954), l’errore di valutazione di Nature e i dati della prima fissione artificiale del nucleo atomico male interpretati. Il francese Jean-Baptiste Pierre Antoine de Monet, cavaliere di Lamark (1744-1829) e la prima (sbagliata) formulazione di una teoria scientifica sulla trasformazione dei viventi con tre fondamentali errori nel primo grande approccio all’evoluzionismo biologico. Il presunto infinito immobile omogeneo isotropo universo fisico di sir Isaac Newton (1643-1727) e l’invocazione pregiudiziale di Dio. L’evoluzione cosmica (statica o dinamica?) e la teoria della relatività generale di Albert Einstein (1879-1955), con l’occasione mancata della fisica teorica. Il non-errore di Galileo (1564-1642), il doppio errore concettuale di Cartesio (1596-1650), l’errata fine della fisica di William Thomson barone Kelvin (1824-1907), la perduta certezza della matematica di David Hilbert (1862-1943), non si finisce mai di commettere discutibili fertili errori!

Il miglior giornalista scientifico italiano vivente, a lungo formatore dell’intera categoria, il chimico Pietro Greco (Barano d’Ischia, 1955) ci delizia parlando degli errori di alcune grandi personalità. Fa dieci esempi, lontani nel tempo e nello spazio, legati a cognizioni famose, all’interno di biografie complesse (sempre accennate con acume e ironia), utili a impostare correttamente anche il nostro rapporto con i continui errori che facciamo. Servono, facciamone tesoro, chiediamo scusa e trattiamoli con dolcezza, usiamoli per capirci e capirsi meglio. Non solo in ambito scientifico. Siamo fallaci, imperfetti. Per favorire migrazioni ed esplorazioni Colombo errò e capì male, scoprì quella America di cui dopo nessuno più poté poi fare a meno. Errore ed errante sono sostantivi con la medesima radice, si riferiscono a un analogo dubbioso vagabondare, dal latino e dai precedenti indoeuropei, in italiano in francese (erre) in spagnolo (yerro) e in altre derivazioni. Il migrante e lo scienziato furono e in parte sono stati prevalentemente dei movimentati erranti. Non c’è biografia dove non esistano innumerevoli esempi di paralisi, rallentamenti, accelerazioni, tentativi, handicap, casi come deviazioni imprevedibili per gli attori e casi come informazioni incomplete di noi attori, errori come errori fattuali (o refusi, qui) ed errori proprio concettuali. L’autore, citando tanti e soprattutto Popper, conclude su questa distinzione. L’errore (minimizzabile) di misura può essere strumentale, ambientale, procedurale e umano (trascrizionale o di stima); l’errore (falsificabile) di concetto è centrale nell’impresa scientifica, va cercato e non nascosto, non si sbaglia! Non è un trattato, non è un compendio, non c’è bibliografia. Si tratta del secondo volume della collana “La parola alle parole” (curata da Ugo Leone), sono già usciti la A (Ambiente) e la E, presto usciranno la G e la M. Se non lo trovate in libreria, è acquistabile via internet.

(Recensione di Valerio Calzolaio)

Racconto dalla spiaggia del tempo (Le brevi di Valerio 273)

Henning Mankell
Racconto dalla spiaggia del tempo
Marsilio, 2018 (orig. 1998)
Traduzione di Alessandra Albertari, Giulia Pillon, Alessandra Scali

Africa. 1972-1998. Per decenni il grande scrittore svedese Henning Mankell (1948-2015) ha vissuto sei mesi l’anno in Africa, in particolare in Mozambico. Giunto a 50 anni decide di riprendere appunti e storie raccolti per un testo iniziato già all’arrivo. Confessa che 25 anni di spedizioni fisiche e mentali gli hanno seriamente mostrato che tutti gli uomini sono imparentati tra loro: il colore della pelle, le lingue, i modi di pregare gli dèi o di preparare la colazione, di considerare la stupidità o di creare arte, di lavare i vestiti o seppellire i morti, sono distinzioni che non potranno mai metterlo in ombra. Ci guida in prima persona fra passato e presente, usando Felisberto, un vecchio narratore sulle sponde del fiume Umbeluzi cha nasce nello Swaziland e sbocca vicino Maputo, storie e memorie del bellissimo Racconto dalla spiaggia del tempo di cui facciamo tutti parte: la grande epopea dell’uomo su stesso e del suo (nostro) continuo arenarsi come i relitti di un naufragio.

(Recensione di Valerio Calzolaio)