La Debicke e… Chi ha ucciso il campione del mondo. Scacchi e crimine

Fabio Lotti e Mario Leoncini
Chi ha ucciso il campione del mondo. Scacchi e crimine
Prisma, 2005

Dichiara l’amico Fabio: “In questo libro ho ripreso e sviluppato alcune brevissime parti di “Partita a scacchi con il morto” che ho ritenute significative anche nel nuovo contesto. Ho sempre considerato il primo lavoro una specie di banco di prova, di bozza, data la sua limitata lunghezza, per una successiva pubblicazione più corposa come la presente. I “vecchi” lettori vi potranno trovare qualche somiglianza schematica nella costruzione delle “scene” che si susseguono, ma ciò è stato necessario per non sciupare ciò che di buono era già stato scritto. D’altra parte le novità sono molte di più delle situazioni conosciute. Basti pensare al numero dei personaggi che affollano la seconda “fatica” rispetto alla precedente. Un’altra avvertenza. Questo è un giallo, naturalmente, essendoci il morto assassinato ed il relativo detective, ma un giallo “sui generis” nel senso che la mia attenzione non si è rivolta tanto a costruire i meccanismi perfetti del giallo classico, quanto nello sfruttarne la struttura per scrivere qualcosa di piacevole e divertente, comprese alcune battute sui nostri politici che non vogliono essere altro che semplici battute. A dir la verità ero stato consigliato di evitarle, ma per noi toscani è difficile fare a meno di dare qualche “pizzicata” a chi sta in alto, anche parlando delle previsioni del tempo. Per venire incontro, almeno in parte, a tale consiglio ho deciso di inserire i puntini al posto dei nomi. Se poi il lettore li indovina lo stesso… sarà stata colpa sua”.

E allora parliamo un po’ di Chi ha ucciso il campione del mondo. Scacchi e crimine, il giallo allargato di Fabio Lotti e Mario Leoncini. Il libro già nel titolo si dichiara a doppia faccia: prima il romanzo breve (di Fabio Lotti) poi una serie di piccoli saggi (di Mario Leoncini). Iniziamo dal più corposo romanzo breve di Lotti, arricchito da esilaranti scene di vita domestica del commissario in pensione Marco Tanzini, ambientato nella irripetibile cornice di Siena eletta a palcoscenico per una super tenzone scacchistica tra i più forti Grandi Maestri del momento. Il nostro Fabio coglie l’occasione, e fa bene, per presentare al lettore, attraverso gli occhi del suo Tanzini, gli infiniti tesori della città del Palio. Ma torniamo alla trama. Per pubblicizzare maggiormente la città, il Monte dei Paschi, nato come Monte di Pietà (oggi tutt’altra cosa) e la più longeva banca del mondo, ha organizzato un supertorneo di scacchi. Cavallo dato vincente e punta di diamante dell’avvenimento è il gelido ma carismatico giocatore russo Eugeny Khaliuscin, campione del mondo, ma già all’affollatissima presentazione al popolo e ai media, nella sala del Cral del Monte dei Paschi, l’occhio ben allenato del commissario in pensione Marco Tanzini nota in lui qualcosa di strano. Insomma il favorito sembra agitato, nervoso… C’è qualcosa che non va?
Al primo turno il Khaliuscin vince contro il rivale Shitiov facilmente, forse un po’ troppo? Ma la mattina seguente viene ritrovato, barbaramente “ucciso” dai pezzi della sua scacchiera, nel principesco nido della suite dell’hotel Majestic dove alloggia con gli altri partecipanti. “La scena era da voltastomaco… Il volto una maschera irriconoscibile, i globi degli occhi pendevano fuori, appesi al loro fragile nervo. Nelle orbite vuote, irrorate di sangue rappreso, due Alfieri conficcati con forza. La bocca poi…”. Insomma uno spaventoso omicidio che butta fuori dalla scena dello scacchismo internazionale il grande K. Chi ha compiuto un delitto così e in modo tanto efferato? Il colpevole potrebbe essere uno dei campioni rivali del morto che partecipavano al torneo. Salterà fuori che tutti più o meno avevano il loro buon motivo per uccidere Khaliuscin. Il commissario Tanzini, richiamato in fretta e furia in servizio attivo dalla procura per il suo eccezionale fiuto, si ritroverà tra le mani una spaventosa gatta da pelare, senza contare che stavolta la faccenda potrebbe avere persino implicazioni internazionali…
La trama poliziesca è in secondo piano rispetto alla costruzione di personaggi simpatici e credibili allo stesso tempo. E anche gli scacchi sono tenuti volutamente in secondo piano, pur arricchendo la storia di mistero, per i profani, e ammiccando agli esperti. Siena invece si ritaglia largo spazio in quanto superba cornice della storia, con il suo meraviglioso panorama medioevale per un delitto che rimanda alle torture dalla Santa inquisizione. Tra tresche amorose improbabili, padri tormentati, invidie e rivincite sperate, tutti i giocatori superstiti sono sospettati. Tutti e nessuno, questo il problema. Tanzini fiuta, interroga, indaga dappertutto ma la faccenda è ostica. Potrebbe essere al di là delle sue possibilità?
Ciò nondimeno salta agli occhi e ovunque la grande cultura di Lotti e la sua inarrestabile ironia, “da toscanaccio”. Il faticoso avanzare delle indagini mette in evidenza anche una serie di personaggi minori ma molto meno secondari di quanto potrebbero sembrare. Tra questi c’è anche un certo Bafio Tolti… O chi sarà mai? Che risulta particolarmente intrigante, grande conoscitore di scacchi e non solo.

Questo vale per la prima parte del libro. La seconda, Scacchi e crimine, è una serie di saggi brevi, piccoli scorci, in cui serpeggia efferatamente il delitto. “E se Alekhine fosse stato ucciso con un colpo di pistola?” cita la quarta di copertina. Capitolo decisamente interessante è quello sui delitti effettivamente avvenuti. Sapevate che la sconfitta in una partita a scacchi può esasperare a tal punto il perdente da spingerlo a un raptus omicida? Basta pensare al caso di uno dei maggiori giovani talenti americani rinchiuso da quarant’anni in un manicomio criminale. E quello di Bevacqua in Italia, oppure quello dello scacchista Wallace. E come non citare l’intrigo nato da una telefonata al Liverpool Chess Club. Non basta, pensiamo all’ergastolano 99432 salito al secondo posto nella graduatoria Elo americana e all’assassinio della miglior giocatrice italiana del secolo passato Clarice Benini, senza dimenticare i serial killer o i semplici fuori legge come Bobby Fischer. Una stuzzicante rassegna di autori e romanzi nei quali gli scacchi entrano, in qualche modo, in gioco. Molto pertinente è la categorizzazione generale. Innumerevoli sono gli autori citati e i riferimenti espliciti a grandi testi, classici e non solo, della narrativa poliziesca, tra cui il celebre “Enigma dell’alfiere” di S.S. Van Dine e Sherlock Holmes, sebbene il grandissimo detective sia poco attento alla sottile arte del gioco, il suo autore in realtà preferiva l’avventura, la boxe e le gare di cavalli. Tuttavia Leoncini elenca una serie di casi in cui il celebre detective si è trovato a stretto contatto con gli scacchi, da un film a (addirittura) una scacchiera con i pezzi a lui ispirati. Chissà cosa ne avrebbe pensato il suo autore. Per gli innamorati del cinema, Leoncini passa in rassegna tanti casi, e non sono pochi, di film polizieschi in cui fanno capolino gli scacchi. Obbligatorio perciò far cenno al celebre “Agente 007, dalla Russia con amore”, in cui proprio l’inizio vede il temibile numero 5 disputare la gara per il campionato del mondo, prima di essere chiamato dal terribile capo della Spectre. Ai curiosi la lettura degli altri casi. Questo e tanto altro troverete nell’originale ricerca di Mario Leoncini sui 1500 anni di vita degli scacchi, che copre la letteratura, il cinema e la cronaca. Una ricerca a suo dire di natura soprattutto antologica. Leoncini dichiara infatti, molto onestamente, come le sue analisi non abbiano una reale validità scientifica, ma la sua ampia e motivata ricerca può rivelarsi propedeutica a un più completo e specifico studio sull’argomento. La contorta diabolicità di molti delitti ricorda la genialità richiesta in alcune partite di scacchi e spesso, riferendosi a una indagine complicata, si scrive che l’assassino sta giocando a scacchi con gli investigatori. Quindi, parrebbe proprio esserci un qualche collegamento tra la pianificazione di certi delitti e la mentalità dello scacchista. Ai lettori che vorranno, il piacere di scoprire se il tasso di criminalità legato all’universo scacchistico sia più alto rispetto al resto del mondo.

Mario Leoncini, classe 1956, abita a Siena, è maestro, problemista ed esperto di scacchi eterodossi. Ha pubblicato numerosi articoli di storia degli scacchi e ha condotto una ventennale ricerca sugli scacchi a Siena, culminata nella pubblicazione del libro All’ombra della Torre: settecento anni di scacchi a Siena (1994).

Fabio Lotti nasce a Poggibonsi nel 1946. Maestro per corrispondenza, partecipa a diverse finali nazionali (ha vinto con la Nazionale A la 5ª Coppa Latina). Vorace divoratore di libri, è curioso di tutto e di tutti; i suoi interessi spaziano dalla storia all’arte, dalla letteratura al giallo. È stimato autore di numerosi articoli e libri teorici.

La Debicke e… La vittima perfetta

Robert Bryndza
La vittima perfetta
Newton Compton, 2018

Londra, in una torrida estate rotta a fatica dalle pale dei ventilatori della sala operativa (i condizionatori sono riservati ai piani alti). E un nuovo caso per Erika Foster. Perché giustamente carta che vince non si cambia e Robert Bryndza, autore inglese che vive in Slovacchia con suo marito Jan, dopo il grande successo di La donna di ghiaccio, mira al bis con La vittima perfetta e riporta in scena la sua ispettore capo Foster, slovacca di origine (la nuova patria giustamente va tenuta in palmo di mano), bionda, alta, una donna sola seppur giovane. Erika è vedova, avendo perso il marito Mark, anch’egli poliziotto e in servizio con lei, in una tragica retata antidroga due anni prima. E le fa piombare tra capo e collo, nel bel mezzo di una cena tra amici in un’afosa e soffocante notte estiva, un nuovo difficile caso: un brutto omicidio. La vittima è un dottore di mezz’età, padre di un figlio, in procinto di divorziare dalla moglie. La madre, che lo credeva in vacanza, l’ha ritrovato nudo, con i polsi legati, gli occhi fuori dalle orbite e un sacchetto di plastica trasparente stretto con un cordino intorno al collo. Pochi giorni dopo, sempre di notte, un altro uomo, giovane contestato e chiacchierato, un volto noto della televisione, viene trovato morto nello stesso modo. Erika e la sua vecchia squadra si trovano al cospetto di una serie di omicidi compiuti dalla stessa mano. Insomma, una mano assassina che sembra appartenere un serial killer freddo e molto abile. E le vittime, uno stimato dottore e un conduttore televisivo, erano single, con tendenze gay, però apparentemente non legati tra loro e che custodivano gelosamente i segreti della loro vita privata. Ma perché ucciderli? E in quel modo?
Erika farà di tutto per bloccare “l’Ombra della notte”, soprannome subito affibbiato al killer dai media, prima che la conta degli omicidi cresca ancora. E invece l’escalation non si ferma, anzi con la terza vittima, uno scrittore, arriva a toccarla più da vicino. Un errore, un imprevisto e un calcolo sbagliato finiranno per incastrare uno dei suoi. Ora risolvere il caso diventerà per lei una vera missione e una necessaria occasione di riscatto anche a costo di mettere a rischio il suo lavoro e la sua vita.
Tuttavia, mentre è sulle tracce del killer, deve coprirsi le spalle, non abbassare mai la guardia e affrontare l’ombra minacciosa che la segue. La soluzione potrebbe essere a portata di mano? Un thriller che mischia equamente momenti di suspense a minuziose descrizioni, e che concede spazio e punto di vista a un serial killer pericolosamente instabile che agisce in modo brutale ma che preordina minuziosamente i suoi attacchi, sa rendersi trasparente, sceglie con cura le sue vittime – è chiaro che segue le sue prede in attesa del momento migliore per colpire e uccidere, muovendosi etereo come un fantasma.
Erika Foster è una donna forte, con una personalità decisa, che sa farsi rispettare e combatte per affermarsi. Ha perso molto, riesce a nascondere la sua fragilità emotiva, deve ancora riuscire a metabolizzare il dolore, ma le piace il suo lavoro e sa di essere brava, di avere un istinto innato e di poter fare carriera.
L’autore si è divertito a scrivere un doppio romanzo: giallo-noir fino almeno a metà, smaccatamente thriller dal momento in cui ci rivela il volto e il nome dell’assassino e le oscure motivazioni di questo Gufo, così lui si firma in deliranti messaggi chat irrintracciabili perché supportati dal browser Tor, e che come un gufo predatore osserva di notte e di nascosto le sue vittime.
Tanto che Bryndiza fa dire a Lee Graham, vecchio ex collega di Erika Foster della Metropolitan Police: “Tante volte vorrei che internet non fosse mai stato inventato. Ci sono troppe persone con troppo tempo a disposizione per le loro fantasie malate.”
Una frase e un’idea che sposo appieno. Certo è che negli ultimi anni ormai internet e tutto l’web, sia palese che perfidamente deep, stanno diventando privilegiati e quasi indispensabili protagonisti della letteratura thriller giallo/noir.

La Debicke e… Il Canaro della Magliana

Antonio Del Greco e Massimo Lugli
Il Canaro della Magliana
Newton Compton, 2018

La vera storia del Canaro della Magliana (1988) che confessò il più atroce delitto della cronaca nera italiana, raccontata in un romanzo noir da Antonio Del Greco, il funzionario di Polizia che l’arrestò e lo fece confessare, e da Massimo Lugli, il maestro del thriller italiano. Insieme ci fanno riscoprire un gran pezzo di Paese e di Roma che oggi non c’è più, ma allora la Questura di Roma, e Roma, erano esattamente le stesse che troverete nelle pagine di Lugli e Del Greco (compreso ovunque il fumo delle sigarette). Un mondo che fa da sfondo a questa spaventosa storia, in cui realtà e finzione si intrecciano nella carta e nella mente dell’assassino.
Il libro si ispira a una storia vera: l’uccisione dell’ex pugile Giancarlo Ricci per mano di Pietro De Negri, soprannominato “Il Canaro della Magliana” perché proprietario di un negozio di toeletta per cani.
Antonio Del Greco e Massimo Lugli hanno rivisitato il suo atroce delitto scrivendo un romanzo crudo che non lascia spazio a nessuna immaginazione, ma collega la trama con la sofferta vicenda sentimentale dell’Ispettore Angela Blasi, cresciuta nella zona della Magliana, e di Christian, ex ragazzo della Blasi, da lei coinvolto allo scopo di trovare indizi sul colpevole o i colpevoli di quell’omicidio.
Siamo a Roma, il 19 febbraio 1988, quando un cadavere, che presenta segni di mostruose ed efferate torture – pollici e indici di entrambe le mani amputati, ferite cauterizzate per non far morire subito la vittima, mutilazione di naso, orecchie, labbra e genitali, semi carbonizzato – viene ritrovato in una discarica della Magliana, alla periferia della capitale, zona ricca di povertà, degrado, malaffare, marchettari, spaccio e rapine bagnate nella più completa omertà.
In prima battuta le indagini della squadra mobile della polizia vengono affidate a Angela Blasi, giovane ma tosta ispettrice di punta della sezione omicidi. L’inchiesta, che si rivelerà tutt’altro che semplice, la metterà di fronte a una difficile realtà e sarà vano e inarrestabilmente pericoloso il suo impulsivo tentativo di coinvolgere Christian, il vecchio amico e fidanzato. Ma, con la stampa e i superiori che incalzano, ci vogliono risultati e alla svelta. Pertanto tutta la squadra omicidi di Roma, benché contemporaneamente debba battersi anche su altri temibili fronti cittadini, è costretta a impegnarsi nella caccia all’assassino. Alcuni indizi si rivelano meno promettenti di quanto si potesse sperare e solo quando si riuscirà a identificare la vittima, attraverso un’impronta, si arriverà quasi per caso a incastrare un insospettabile: l’innocuo proprietario di una toeletta per cani…
Trama impeccabile che coinvolge e intriga, suddividendosi tra un’accurata ricostruzione dei vari personaggi e la suspense emozionale e investigativa. Narrazione in cui si apprezzano fino in fondo le diverse sfumature del dialetto di borgata mischiato a quello della mala romana che impazza (che poi sono tutt’altro da quello di centro e di Trastevere) e le scivolate nel napoletano usate ad arte in certi dialoghi fra i personaggi. Tra questi, da citare assolutamente perché perfetti nelle loro sfumatura caratteriali, i cattivi Oleandro Rosati detto Nello – il gigantesco e strafatto e fumantino rinoceronte di borgata – e il consigliere occulto della mala capitolina, il Professore (qui Massimo Lugli richiama almeno in parte altre sue punte di diamante di ex appartenenti alla gang dei marsigliesi). E invece, dalla parte dei buoni, il bravo (via, perdoniamogli l’innato maschilismo), baffuto piacione commissario Tommaso Elleni, il suo acuto, pragmatico superiore e capo della mobile, Rino Frati, la piemme con le palle, Ada Capponi, Andrea Bodoni, il folle pilota delle Ritmo grigia della mobile e i Nani, i due implacabili questurini quasi gemelli.
Il Canaro della Magliana, Pietro De Negri, ex rispettabile padre di famiglia che lavorava come toelettatore nella sua bottega di via della Magliana, a Roma, fu arrestato il 21 febbraio 1988, tre giorni dopo aver ucciso Ricci all’interno del suo locale e nascosto i resti nei pressi di una discarica al Portuense. Confessando l’omicidio, De Negri dichiarò di aver fatto entrare l’ex pugile, un bullo esaltato di periferia che da tempo gli rendeva la vita impossibile, con la scusa di rapinare uno spacciatore di cocaina. A tal scopo, dopo averlo fatto nascondere e chiuso a chiave in una gabbia, il “Canaro”, sotto l’effetto della cocaina, dette il via alla sua orrenda vendetta: prima lo stordì con una bastonata, gli versò sul volto della benzina e gli dette fuoco (dopo aver acceso lo stereo a pieno volume per evitare che qualcuno sentisse), poi lo legò a un tavolo e gli tagliò gli indici e i pollici delle mani con una tronchese, cauterizzando i moncherini con la benzina, per evitare il dissanguamento. In seguito, sempre secondo le parole del De Negri, avrebbe prima schernito Ricci, che aveva ripreso conoscenza, poi avrebbe avuto anche il tempo di andare a prendere a scuola la figlia e accompagnarla a casa della madre. Una volta tornato nel suo negozio, il “Canaro” tagliò alla sua vittima anche il naso, le orecchie, la lingua e i genitali, ficcandoglieli in bocca con una tenaglia, facendolo morire per asfissia. Dopo la morte, De Negri gli ruppe i denti a martellate, poi aprì la scatola cranica, estrasse il cervello e lo lavò con lo shampoo da cani, prima di avvolgere il cadavere in un telo di plastica, portarlo alla discarica e darlo alle fiamme. Questa, è la sintesi della versione rilasciata dal diretto interessato. La sua storia fece epoca e invase per giorni le prime pagine dei quotidiani. La realtà processuale, invece, basata sull’autopsia, è diversa. Tutte le amputazioni e le efferatezze descritte dal “Canaro” risalgono a dopo la morte di Ricci, avvenuta a non più di 40 minuti dalle martellate che avevano provocato un’emorragia cerebrale. Diverse inchieste, anche extraprocessuali, hanno quindi indotto a pensare che il “Canaro” abbia solo immaginato, sotto l’effetto della droga, la maggior parte di quanto dichiarato. De Negri, che aveva confessato l’omicidio senza essersi pentito, fu sottoposto a due perizie psichiatriche che gli riconobbero una parziale incapacità. Diagnosi che gli consentì di evitare l’ ergastolo e di essere condannato a 24 anni, prima di essere liberato, dopo aver scontato solo 16 anni, per buona condotta.

La Debicke e… Lo stupore della notte

Piergiorgio Pulixi
Lo stupore della notte
Rizzoli, 2018

Il Commissario Rosa Lopez, che al suo lavoro ha sacrificato tutta la vita e che è a capo dell’Unità Speciale Antiterrorismo di Milano, da dodici anni ha lasciato la Calabria, dove si era lungamente battuta nella guerra alle cosche, pagando di persona – coinvolta allo spasimo nella ricerca di giustizia (e vendetta) dopo la morte dell’uomo che amava, suo superiore, anche lui poliziotto – e lasciando dietro di sé l’amicizia e l’imperitura fedeltà dei collaboratori. Minacce e proiettili infilati nella cassetta delle lettere sono il prezzo da pagare per una carriera combattuta sul filo del rasoio e che l’ha condotta ai vertici, senza contare l’angoscioso strazio per il suo ultimo compagno, in coma irreversibile, rimasto vittima di un attentato. Prezzo a cui bisogna aggiungere la coatta imposizione di legami con i deus ex machina del Lovers Hotel, luogo che non esiste, dove tutto e peggio di tutto può accadere in nome di certi “diritti”.
Una minaccia gravissima incombe su Milano La più perfida delle menti criminali ha ordito un machiavellico piano di morte: cellule di giovani italiani musulmani radicalizzati stanno preparando un attentato per cancellare centinaia di “cani infedeli”. Dietro l’attentato c’è la diabolica benedizione del Maestro, lo sconosciuto e imprendibile capo della jihad che predica la guerra santa. Per provare a fermarlo, Rosa Lopez dovrà affrontare in un’orrenda e sporca spirale di ricatti, ritorsioni e tradimenti.
Ma al previsto attentato, occultati attraverso tante e imperscrutabili scatole cinesi, sono collegabili anche fatti e intenzioni molto più pericolosi di quanto si possa immaginare. Spionaggio, controspionaggio, connivenze interne ed esterne, crudeli violenze, si mischiano freneticamente in una brutta storia dalla quale nulla e nessuno uscirà pulito. Anche perché i mezzi per arrivare alla verità sono sempre gli stessi, utilizzati dal terrorismo e da ogni sporca guerra. Si scoprirà un complesso e inquietante legame tra criminalità organizzata, terrorismo jihadistico, CIA e altre temute agenzie di intelligence. Un intricato ginepraio in cui i sentimenti privati si fondono con gli interessi geopolitici manipolandoli e lasciandosi manipolare tanto da trasformarsi in schegge impazzite. Con i fabbricanti d’armi, tra cui gli italiani non sono secondi a nessuno, a battersi per i loro sporchi interessi in cima alla barricata.
Piergiorgio Pulixi ha scelto un argomento sensibile e rischioso per le sue implicazioni anche passionali e l’ha fatto con un libro forte, che si legge tutto d’un fiato, senza paure e con dovizia di particolari, denunciando avvenimenti, fatti e persone con il suo raccontare senza peli sulla lingua. Grande ed encomiabile la sua abilità nell’attualizzare i temi trattati (con descrizioni che rimandano a scene troppo volte viste in tv e che proprio per questo assumono maggior sapore di verosimiglianza e servono anche a trasmettere tanto di più di quanto lui dica. E che ci costringe a riflettere su una domanda ben precisa: senza considerare l’eccezionale lavoro di prevenzione degli apparati di Sicurezza italiani, c’è qualche altro motivo per cui l’Italia è uno dei pochissimi paesi europei in cui non si sono verificati attentati di stampo jihadista?
Con la sua logica risposta: che la motivazione sia legata a una connessione o pace armata con la criminalità organizzata italiana?
Pulixi sembra godere di privilegiate fonti confidenziali che gli consentono addentrarsi nei lati oscuri delle strutture italiane di pubblica sicurezza, tanto che nel suo romanzo mischia con rara bravura realtà, documentazione e finzione letteraria. È quasi impossibile capire dove finisca la prima e dove cominci l’ultima. Per farlo usa come privilegiato palcoscenico una Milano buia, cupa, spesso irriconoscibile ma forse solo perché si chiudono gli occhi per non cogliere quell’atmosfera troppo simile a quella delle banlieu parigine, della grigia ghetto/periferia belga e che si rivela il tipico esempio di metropoli vittima di certe esasperazione occidentali.
Una Milano raccontata con minuziosa precisione, coprotagonista del romanzo, segnata dalla droga pesante, dove in strade e quartieri infuriano incontrollabili gang di latinos, con i milanesi e i turisti pronti a trasformarsi in potenziali bersagli sul mirino di un kalashnikov. Rosa Lopez è una cacciatrice (o forse meglio un cacciatore, in certi momenti la sua femminilità si appiattisce talmente da far dimenticare il suo sesso), un mix di tanti e forti personaggi femminili conosciuti, una roccia di donna, dura, piagata da sentimenti profondamente tarati dai sensi di colpa, ma che invece di indebolirla e bruciarle l’anima, ne fanno una lucida macchina da guerra. Un thriller senza limiti, Lo stupore della notte, duro e crudo, che non usa filtri nel raccontare. Una trama spigolosa, quasi tagliata con l’accetta, a metà tra la spy story e il noir, ma anche una drammatica commedia umana, in cui la vita della protagonista ha dovuto, deve e dovrà annullarsi nel dovere, nel sacrificio e nello spirito di servizio. La fortissima caratterizzazione e l’amarezza morale materiale che Piergiorgio Pulixi regala alla sua protagonista e alla sua squadra tutta, non può che farci sentire e ricordare, anche se necessariamente la fiction narrativa può averlo costretto ad alzare l’asticella di alcuni toni, l’immenso debito che ogni stato e cittadino ha nei confronti di chi è preposto a salvaguardare la sua incolumità. Ma qual è la realtà che vivono questi nostri misconosciuti paladini dal volto sempre coperto? E quanto noi, i loro protetti, le potenziali vittime di ogni premeditato atto, siamo pronti ad affrontare in nome della sicurezza? Cosa e quanto siamo disposti ad accettare? Anche la brutale e feroce verità che il loro impegno impone?

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2018

Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA. VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA. VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?
Ecco, lettori miei, in che mani siete cascati…

Dopo Il metodo Cardosa, Mondadori 2012, letto con molta soddisfazione, è arrivato, un po’ in ritardo, Cardosa e il codice Modigliani di Carlo Parri, Mondadori 2018.
“Professore di storia dell’arte. Ricco e collezionista. Lo ammazzano con una busta di plastica, lo perquisiscono senza rubare nulla. Cercano qualcosa che può anche stare nel portafoglio. Una cosa piccola. Piccola e sottile.” È quello che sta pensando il vicequestore aggiunto della Omicidi a Roma Leonardo Cardosa, dopo che si è ritrovato fra i piedi un omicidio al Verano. Una cosa piccola e sottile che è servita per entrare nella galleria privata del defunto e rubare una testa in pietra di Modigliani, ovvero la Testa di Nené. Forse si tratta, addirittura, di un codice segreto. La faccenda diventa più complicata dopo altri due omicidi collegati al primo. Comunque in casa del morto non si riesce a trovarla ma c’è una sua frase, ricordata da un testimone, riferita al fatto che per lui esisteva un solo modo per non far trovare qualcosa “Nascondere in un posto che non possa nascondere niente.” Interessante…
Al centro della storia il Nostro con la sua squadra (Gianni Ferrante, Vigna, Baragli, Francesca Vanni, Gemma Costantini, Rizzo, un ragazzino nuovo, l’”indio”) e la sua variegata personalità. Su di lui nel primo libro avevo scritto “Personaggio Cardosa ben calibrato tra gonne, libri, poesia, musica, un tipo forte che non si lascia andare con la prima venuta anche se si porta dietro la fama di sciupafemmine. Il suo metodo una specie di mappa stradale disegnata nell’aria, intuizioni che non riesce a spiegare agli altri. Allora entra nella fase “del miracolo” dietro la scrivania con Calvados e pistacchi e tutto si chiarisce.” Aggiungo ironico, gaudente (due fidanzate), duro e spietato all’occorrenza, in giro con la Toyota, appassionato di Maigret, “I tre moschettieri” in tutte le salse e in tutte le lingue, canzone preferita Alma Llanera, mangiate e bevute per ogni dove (fettuccine dalla sora Milla o da Marcello ) anche a casa, naturalmente, dopo il mercato (pomodori, aglio, cipolle di Tropea, pesche, albicocche, ciliegie, orata, pecorino di Pienza, peperoncini), Campari soda corretto con il prosecco, ma va bene anche il Calvados.
L’indagine è difficile, lunga, pericolosa, bisogna andare a Parigi per incontrare l’Intoccabile e vedersela con una associazione di nazionalsocialisti e fascisti che intendono riaffermare i valori (disvalori) hitleriani. Alla prima storia si aggiunge la scomparsa, in Sicilia, della fidanzata della sorella Maria, “architetto e lesbica”, che lo porterà ad indagare nell’isola su un traffico di neonati. E quindi momenti di breve relax, spunti di paesaggio, ricordi, pensieri, dubbi, riflessione e deduzione ma anche frenetico e duro movimento.
Scrittura decisa, diretta, veloce, senza tanti svolazzamenti, con qualche spunto in dialetto a renderla più viva, fresca ironia che spesso fa capolino anche nelle fasi più serie. È importante la storia ma anche “come” si scrive.

I ragni di ferro di Baynard H. Kendrick, Mondadori 2018.
Questa volta niente Duncan Maclain, il famoso investigatore cieco creato dall’autore, ma Stan Rice, ovvero l’investigatore Miles Standish Rice che arriva a pag. 46 alto e secco come uno scheletro, abbronzato, biondo e con gli occhi azzurri. Naturalmente per risolvere il caso di una morte…
Ma partiamo dall’inizio. Dall’ingegnere squattrinato Donald Buchanan che accetta come lavoro di sorvegliare la centrale elettrica di Broken Heart Key del milionario Arthur Tuckerton. Ergo vivere su un’isola deserta a contatto con la detta famiglia ritenuta un vero e proprio covo di vipere. La prima a morire è la cameriera nera Julie dilaniata dai barracuda nella Grieta, un tratto di mare estremamente pericoloso. Si era tuffata, forse inseguita da qualcuno. Le sue ultime parole, anzi la sua ultima parola prima di spirare, “Micanopy”. Il secondo cadavere è proprio quello di Arthur Tuckerton morso da un ragno velenosissimo, una vedova nera, nella sua camera da letto provvista di un sistema d’allarme che, evidentemente, non ha funzionato.
Per risolvere il mistero Stan Rice (mente geniale, ottima forchetta e buon bevitore) e Donald Buchanan decidono di unire le loro forze. Insieme a Doris, la segretaria di Arthur, che scatena palpiti sentimentali.
Tutto è stato organizzato dallo scrittore per creare un’atmosfera cupa, di paura e suspense: l’isolamento del gruppo, l’arrivo di una terribile tempesta, la luce che si spenge, passi nel buio e nella foresta, urli ancora nel buio, lo sparo, altre due morti violente (uno addirittura scalpato e potrebbe esserci di mezzo un indiano). Oltre al classico testamento che suscita sospetti, un biglietto enigmatico, addirittura un paio di libri che possono venire utili, se non alla soluzione, almeno per capire meglio certi aspetti di qualche caso e un riferimento al Dupin di Poe a proposito della famosa lettera rubata.
Andamento lento per buona parte del libro, poi una improvvisa accelerazione con classica riunione finale voluta da Stan di tutti gli abitanti dell’isola nel soggiorno, al pianterreno, e un ultimo, improvviso colpo di scena.
Ma i ragni di ferro del titolo che hanno, tra l’altro, la loro bella importanza e che escono fuori ad ogni apparir di cadavere? Già, che sciocco, me ne sono dimenticato (sto invecchiando). Chiedo venia. Ma forse è meglio così. Li scoprirete da voi.

Il fiuto del dottor Jean e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2018.
Francia, regione de La Rochelle. Qui abita un personaggio davvero curioso e singolare “Jean Dollent aveva trent’anni. Esercitava nel circondario soltanto da due anni, e forse perché era mingherlino, forse per i suoi modi gentili e alla mano, forse anche per la sua minuscola 5 CV il cui rombo echeggiava per le strade a ogni ora del giorno, tutti lo chiamavano affettuosamente il dottor Jean, o anche il dottorino.” Non gli piacciono i romanzi polizieschi e non legge articoli di cronaca nera sui giornali. Eppure, attraverso determinati eventi, scoprirà una nuova passione, “un talento singolare” che lo farà diventare famoso in un campo assai diverso dalla medicina: un investigatore di misteri, un eccellente detective, diciamo pure suo malgrado, che le intuizioni gli vengono così spontanee, di getto in modo da “far emergere dalle storie in apparenza più complicate la pura e semplice verità.”
La scoperta del suo impensabile “dono” nel primo racconto quando riceve una telefonata del giovane Drouin dalla Maison Basse, dove vive insieme alla sua bella compagna “…Deve venire subito…” Ma lì non trova nessuno, ovvero nel giardino sul retro una brutta sorpresa: il cadavere di un uomo…
È trascorso solo un mese dal delitto della Maison-Basse che eccolo a Royan dove si innamora! (è ancora scapolo e vive con la domestica Anna). Di “una ragazza in azzurro pallido”, tra la folla assiepata davanti al tavolo verde di un casinò. Un tuono, il temporale che finisce quasi subito. Adesso la ragazza si è piazzata dietro una signora grassa che ha tirato fuori un bel fascio di banconote. E lei cerca di rubarle… Una ragazza strana, seguita come un’ombra da una altrettanto strana governante inglese. E qualcuno, la stessa notte, vola giù da una finestra dell’albergo dove alloggiano…
Sono passate tre settimane da quando ha letto la deposizione di un meccanico nei pressi di Nevers. Un uomo corpulento ha chiesto trenta litri di benzina, nel sedile posteriore della macchina siede un altro uomo e una donna che, alla partenza, ha abbassato il finestrino e gridato aiuto. “Una donna che grida… Un uomo corpulento…”, caso perfetto per il nostro Jean che si fionda lì (si fa per dire) con la sua scassata 5 CV. Un morto, anzi due morti ammazzati e due sorelle particolari. Ce la farà a risolvere pienamente una situazione assai ingarbugliata?…
È arrivata una lettera, o meglio un assegno di ben cinquemila franchi da parte di un certo Evariste Marbe tornato in Francia dopo una vita trascorsa nelle colonie. “Due volte a settimana qualcuno, che non sono mai riuscito a vedere in faccia, s’introduce in casa mia e la mette a soqquadro.” Tra l’altro senza rubare un bel niente. Siccome la polizia ha fallito, il nostro Jean dovrebbe risolvere il mistero. Evariste pensa che possa trattarsi di una vendetta dei Tupapau, i demoni degli indigeni di Tahiti dove ha vissuto per un certo periodo, avendo fatto costruire una casa su un terreno considerato sacro. Sarà così, oppure c’è qualcuno che vuole trovare qualcosa di importante, per lui, in quella casa? E perché il fatto avviene solo di mercoledì e di sabato?…
Un personaggio davvero singolare Jean Dollent. Si innamora facilmente, battibecca con la polizia, pensa, riflette, rimugina, si immedesima nei personaggi, li sviscera, cerca “di farli vivere, di animarli nel loro scenario” fino all’accendersi della lampadina, fino a scoprire il “dettaglio” che gli permetterà di risolvere l’ambaradan. Ironia sparsa dovunque in questi gustosi e arguti racconti. E noi lettori siamo lì che cerchiamo di capire e, magari, superare nella deduzione degli eventi il nostro simpatico e stravagante dottor Jean.

La clinica Riposo & Pace. Commedia nera n. 2 di Francesco Recami, Sellerio 2018.
“Qui mi vogliono ammazzare! Qui mi vogliono fare l’eutanasia!”, grida disperato Alfio Pallini, ottantacinquenne con una stazza di centoventi chili, portato dai nipoti nella clinica Riposo & Pace per demenza senile e altre amenità degenerative. Stanza numero 9 al secondo piano fornita di due letti.
Fissato che lo vogliono far morire, in continuo contatto con l’alter ego Ulrich, farà di tutto per evitare l’esito funesto: non prendere con ogni mezzo le medicine, vomitare quelle prese, cercare disperatamente qualcuno, pagandolo, che lo porti fuori da quella specie di anticamere per l’aldilà (arriva pure la visita di un prete). D’altra parte i disgraziati compagni di stanza se ne vanno via uno dopo l’altro con sospirone liberatorio dei familiari e il finto cordoglio del Professore che vede rimpinguate le sue casse. Ce la farà il nostro Alfio a sottrarsi a quella che reputa la sua segnata sorte? Ci sarà qualcuno che crederà alle sue certezze?…
Scrittura veloce, ironica, grottesca fino all’esagerazione e al paradosso, capace di caratterizzare tutto un ambiente sanitario, partendo dai malati (ce n’è pure uno fissato su una nota canzone dei Corvi che non smette di cantare), continuando con il personale infermieristico, i dottori e il Professore, per terminare con il cinismo dei parenti. E viceversa. Uno sguardo drammaticamente goliardico, si ride per non piangere, sul tragico rapporto tra malato, famiglia e istituzione ospedaliera dove il primo viene spesso spogliato della sua umanità.
Insomma, occhio a certe cliniche. Specialmente se finiscono con la parola “Pace”. Che potrebbe essere perpetua.

Un giretto tra i miei libri
La vittima è in incognito di Mary McMullen, Mondadori 2011.
Agenzia pubblicitaria Wade & Wallingford a New York, qui entra al lavoro la giovane Eve Fitzsimmons, “dai capelli color nocciola e un visetto sottile, pallido e delicato” (appartamentino nella Cinquantesima Strada), per coadiuvare il bravo e difficile Luke Barden, disegnatore coi fiocchi. Suo capo Frieda Lee “piccola e sottile” dai modi disinvolti e autoritari, energici ed efficienti”, agenzia pubblicitaria di media grandezza molto rispettata, direttore Cummings, presidente Sergius Wade, suo braccio destro Tom Marriott e altri dipendenti.
Il maggiore cliente dell’agenzia è la United Farms e allora giù a lavorare sulla pubblicità dei piselli in scatola e sulla gelatina di lamponi. Tutto fila abbastanza bene fino al ritrovamento in sala riunioni di una perfetta sconosciuta completamente nuda, strozzata da una cravatta.
Arriva il tenente Grace della squadra Omicidi “un uomo magro dal viso nordico”, occhi azzurri, capelli grigi su fronte alta e uno sguardo piuttosto sardonico e allora il racconto si alterna tra lui ed Eve. Interrogatori, elucubrazioni, sospetti tra i dipendenti, un matrimonio nascosto, una donna delle pulizie che sa qualcosa, la scoperta della identità della morta, i dubbi, la paura che si insinua in Eve, la sensazione di sentirsi in trappola, i passi alla porta, il messaggio di avvertimento. E ancora i complicati rapporti amorosi tra i dipendenti. l’attrazione verso Barden, un ricatto, gli sforzi di Grace, la “gelida oscurità”, il “senso di vuoto”, il “grido soffocato e strozzato”, i passi, le corse nel buio, la pioggia gelata, il ghiaccio, la neve.
Buono il crescendo della tensione narrativa attraverso una scrittura nitida, composta, senza troppo eccedere, giallo classico con spruzzatina di gotico.

L’alibi di Scotland Yard di Don Betteridge, Polillo 2011.
Se il buon dì si vede dal mattino, un buon romanzo si vede (anche) dall’incipit. E se l’incipit è “Subito dopo aver ucciso Monckam, andai direttamente a Scotland Yard. Mi sembrava il posto migliore per crearmi un alibi”, allora si prospetta davvero un buon romanzo. Da fregarsi le mani. Però, oddio, basta vedere chi entra a Scotland Yard, per sapere chi è l’assassino. Solo che a Scotland Yard ci entrano in parecchi…
Siamo nella Londra del 1936, la vittima è Francis Moncham, un ricattatore di professione ucciso nella sua stanza con una pallottola nel cuore. Il cadavere è stato scoperto dalla moglie del portiere del palazzo, impronte femminili sulla maniglia della porta, impronta sulla finestra dalla parte esterna del ladro Podger Smith (dunque possibile indiziato). Subito sospettati i ricattati come Lumley, ex carcerato che lavora nella polizia (ingaggia a difenderlo il capitano Peter Darrell, investigatore dilettante), Peter Moffatson, Peter ed Elaine Rutland. Svolgono le indagini il sovrintendente Aliston e l’ispettore Duncan “una persona amabile, piena di tatto, arguta e dalla pazienza illimitata”, studioso di psicologia e amante della letteratura poliziesca. Tra l’altro cita un sacco di detective: Sherlock Holmes, Sexton Blake, Lord Peter Wimsey, dottor Thorndyke, Hercule Poirot, ispettore French, il sovrintendente Wilson (l’autore ci tiene a farci sapere che non è un novellino). Sotto di lui il sergente Newcombe.
Una storia basata molto sulla ricostruzione meticolosa dell’alibi ma anche movimentata con Duncan costretto ad andare a Parigi, poi ad Andorra dove scampa ad un pericolo (con ferita) lungo i monti, flash back ripetuti, un colpo, colpissimo, di scena finale.
In prima persona le vicende dell’assassino e in terza gli altri eventi, un po’ di lungagnate, ritmo talora affaticato, spunti di critica ai “soliti” romanzi polizieschi piuttosto inverosimili. Insomma qualche pagina di troppo, ma un grazie alla Polillo glielo mandiamo lo stesso.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Il grande giorno di Jack Ritchie, Marcos y Marcos 2018.
Dal maestro del noir amato da Alfred Hitchcock, Jack Ritchie – l’autore più pubblicato da una gloriosa rivista di detective story, la Hitchcock’s Mystery Magazine – quattordici eleganti e brevi storie dal meccanismo perfettamente oliato che si fanno letteralmente divorare dai lettori. Perché Ritchie sembra il mago del racconto: gli bastano poche righe per far vivere un personaggio e poche pagine per raccontarti tutta una storia breve e fulminante. I suoi protagonisti talvolta hanno la pistola facile, ma la usano con cauta parsimonia. Potrebbe capitare di essere incaricato di far fuori se stesso ma c’è sempre a portata di mano una comoda e utile soluzione. E se un bambino fa scattare il grilletto, non è poi tanto grave. Come non è troppo caro, per la propria tranquillità, foraggiare un ubriacone con cento dollari alla settimana. Ricordiamo, sorridendo, il redditizio falso omicidio.
Leggiamo dell’imputato minacciato di condanna a morte che pretende un pubblico e mediatico processo per confessare. Ritchie poi ci spiega come poter ritrovare uno zio scomparso nel nulla per una cliente con i fiocchi. Abbiamo il pappone delinquente che sogna il Messico; il ladro di lusso condannato a cinque anni di prigione che per godere di un trattamento speciale deve pagare; come si può pararsi le spalle – il tradimento non è la forma più pericolosa di infedeltà – dal rischio di diventare la vittima di un omicidio e il fiscalista ricattatore che ha buon gioco per incastrare il suo cliente con troppi panni sporchi da lavare. E se la direttrice di un supermarket accidentalmente uccisa durante una rapina tornasse al mondo con lo scopo di redimere il suo assassino? E se il cugino creduto morto, unico erede del castello dello zio che stai godendo come eredità, ti rubasse le sigarette per farti capire che tanto morto non è?
Se è vero che la modestia è la virtù dei mediocri, Jack Rirchie mediocre non era proprio perché sostenne che ogni romanzo può diventare una short stories, e che nelle sue mani I Miserabili si poteva ridurre a solo due paragrafi. (La frase su I Miserabili è riportata fedelmente sul risvolto della cover del libro). Ḕ dunque sicuramente uno scrittore molto sicuro di sé e che non la mandava a dire. Ma devo riconoscere che come “novellatore” ci sa fare, eccome. I suoi racconti spesso seguono uno schema simile: un protagonista, magari il cattivo della storia, che racconta la faccenda complicata che sta vivendo. E di solito, quando le cose sembrano avviarsi verso un finale abbastanza prevedibile, Ritchie si diverte a metterci fuori strada con un gustoso espediente che cambia completamente la situazione. Tutti i protagonisti dei racconti di Ritchie, che siano imbroglioni, truffatori, studentesse mancate, maggiordomi infedeli, private eye da strapazzo, geniali assassini per caso o addirittura killer professionisti, sembrano pronti a cogliere l’occasione della vita o del caso, quel grande giorno che permetterà loro di concludere e mettere a profitto un piano pazientemente studiato, o semplicemente trovare un modo per sbarcare il lunario. Eppure Ritchie in poche righe riesce a infilare tutti gli ingredienti necessari per stuzzicare la curiosità del lettore che, a quel punto, DEVE per forza andare avanti per scoprire come il racconto va a finire. E non basta, spesso arrivato alla conclusione è costretto a rileggerlo daccapo, per riassaporare meglio i colpi di scene le sue irresistibili trovate. Soluzioni suggestive, ben architettate e con in più una bella dose di leggerezza che spesso lasciano a bocca aperta. E comunque l’autore stesso sembra non prendersi troppo sul serio. I suoi racconti infatti, lasciando poco spazio all’approfondimento di tematiche complesse, non consentono al lettore né di affezionarsi ai personaggi né di approfondirne la psicologia. Anzi Ritchie, quasi giocando con il lettore, esibisce con disinvoltura i meccanismi narrativi che permettono alle sue storie di funzionare. Quasi ci facesse l’occhiolino e ordinasse: “Siete qui perché volete una bella storia noir. Bene sedetevi e cominciamo.” Nei suoi racconti non troviamo mai eroi e a ben vedere il male è sempre parziale. In realtà Ritchie punta piuttosto a far risaltare prontezza di spirito, intuito, freddezza e una buona dose di cinismo, carte vincenti nel gioco delle parti di una plausibile realtà. Il denaro è sì spesso il motore delle azioni spericolate e spesso mortali dei personaggi ma l’humour la fa sempre da padrone.

Altri spunti della nostra Debicke
Torna Luigi Guicciardi con il nuovo romanzo Nessun posto per nascondersi (2018), per i I Tascabili Noir dalla casa editrice genovese Fratelli Frilli Editori. Romanzo, il diciassettesimo per la precisione che vede il protagonista cult di Guicciardi, il commissario Giovanni (nome proprio sempre artatamente occultato, l’autore ama i cognomi) detto Vanni, Cataldo alle prese con la sua diciassettesima indagine.
Stavolta, nel prematuro caldo di una fine primavera in val Padana, il nostro dovrà confrontarsi con una strana serie di omicidi che sembrano orbitare intorno al mondo del calcio… Inquieto, tormentato, gira in tondo, brancolando nel buio, ma la soluzione c’è, è là, a portata di mano, basta insistere, scavare tra i segreti del passato per intuirla e coglierla al volo. Ma alla fine, anche dopo la soluzione del caso restano lo stesso quel senso di inquietudine, d’impotenza, di solitudine, di incertezza. Rimpianti? Forse Cataldo sente la mancanza dei figli, della rassicurante presenza di Muliere e, per rasserenarlo, non gli basta l’occasionale condivisione di qualche brano di musica classica.
A regola d’arte di Stefano Tura, Piemme 2018.
Torna in scena l’ispettore Alvaro Gerace che, da anni ossessionato dalla scomparsa di alcune bambine sulla riviera romagnola, non ha mai voluto archiviare il caso. In A regola d’arte troviamo una Londra molto poco da cartolina, vista, descritta e spiegata con gli occhi disincantati di un quasi londinese. A tratti sfavillante ma allo stesso tempo dura, dal cuore di pietra, che non perdona e che purtroppo ci regala un capitolo della saga di Peter McBride che non avremmo voluto leggere. Una colonia italiana in Inghilterra che, se rispecchia la maggioranza degli emigrati di alto livello, mette i brividi, mentre per fortuna tra i lavoratori si riesce ad apprezzare un certo spirito di collaborazione e amicizia. Ancora una volta Tura suddivide la sua storia su più piani narrativi, per alternare e portare avanti in parallelo storie diverse con protagonisti diversi che convergono nel finale. Una costruzione letteraria riscontrata anche nei romanzi precedenti che spesso per ritmo e precisione nei dettagli ricorda con prepotenza una sceneggiatura e tuffando il lettore nella storia, gliela fa vivere a tutto tondo. Insomma un romanzo anche questo A regola d’arte: brillante, intrigante e veloce, nonostante le sue 480 pagine
A noi donne basta uno sguardo di Christine von Borries, Giunti 2018.
Primo capitolo di una nuova serie giallo noir per la penna di Christine von Borries, sostituto procuratore, ambientata a Firenze città, dove vive e occupa il suo attuale incarico. Una serie che, diversamente dalla precedente con  l’unica protagonista Irene Bettini, agente operativo del Sisde, è corale e interpretata da ben quattro donne, amiche e alleate tra loro: Valeria Parri pubblico ministero presso la procura, Erika Martini ispettore di polizia presso la questura, Giulia Gori giornalista e Monica Giusti commercialista. Tutte e quattro le amiche, muovendosi ciascuna secondo le proprie competenze professionali, si troveranno a indagare sul caso dell’omicidio di Rosaline e del rapimento di suo figlio. Quattro donne con le loro vite serene o incasinate, come quelle di tutti, talvolta realizzate, o magari insoddisfatte, con le loro esperienze sentimentali più facili o più difficili, ma soprattutto con la loro grande, indistruttibile amicizia, si mettono in gioco per scoprire, affrontare i colpevoli e smontare i disumani ingranaggi di una rodata macchina crudele che governa un  sistema che si appoggia su insospettabili complicità… Testo piacevole che mentre si legge intriga, coinvolge e può offrire diverse chiavi di interpretazione. E visto che l’autrice ci ha lasciato un po’ in affanno e con una storia a metà, appuntamento al prossimo della serie. Vogliamo sapere come andrà a finire.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Oggi vi presento Le avventure di Ulisse di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
“Ricordati di me che non sono Nessuno, ma l’astuto Ulisse!” grida l’eroe greco a Polifemo, il gigante con un occhio solo figlio di Poseidone, che ha accecato nella sua grotta. Per ritornare nella propria patria, ad Itaca e dalla moglie Penelope, dopo avere distrutto la città di Troia (sua l’idea del famoso Cavallo di legno), deve affrontare una marea di avventure pericolose: la maga Circe che trasforma gli uomini in maiali, le Sirene dal canto pericoloso, Scilla e Cariddi due mostri marini e i Proci che hanno invaso la sua casa.
A me questo libro è piaciuto perché l’atmosfera è paurosa e ricca di brividi. Ulisse è furbissimo e si libera da tutti i guai che affronta. Io sto sempre dalla sua parte, mi immagino di essere lui stesso, oppure di aiutarlo nelle sue avventure.
Leggete questo libro, è bellissimo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Omicidio alla Statale

Luigi Vergallo
Omicidio alla Statale
Todaro, 2018

Romanzo decisamente fuori dalle righe e particolare questo Omicidio alla Statale di Luigi Vergallo. Pensiamo subito al protagonista: Guillermo detto El Tiburón, lo squalo, uno strano ragazzo, difficile da inquadrare, cresciuto fuori dai canoni della legalità. Un personaggio inquietante ma allo stesso tempo intrigante. Un amorale? Beh forse sì. Tanto per cominciare è nato e vissuto a Barcellona, tirato su fino a diciotto anni da Primo, italiano anarchico (in fuga), elettosi suo padre putativo, e da due mamme adottive (la sua è scomparsa, ma perché?) che, dopo aver avuto la sua feroce “iniziazione” come uomo, viene spedito a Milano per frequentare la Statale, laurearsi in Storia e scoprire certi segreti del passato. Ma non diremo niente di più e invece lasceremo a El Tiburon il compito di raccontare la sua storia e per farlo, come nei migliori thriller di qualità, lui partirà dalla fine. Con la confessione ai lettori dell’omicidio della professoressa Eleonora Mais che, in cambio delle sue vigorose prestazioni amatorie, gli aveva fatto avere una borsa di studio per un dottorato. E proprio da questo delitto, con un’originale struttura narrativa che regala al lettore la possibilità di scoprire pagina dopo pagina, i complicati trascorsi milanesi del protagonista, densi di segreti, misteriosi personaggi, pericolose decisioni, minacciosi interventi dei servizi segreti e colpi di scena che si susseguono, parte la ricostruzione e il dettagliato resoconto di quanto è successo e di tutto ciò che El Tiburon ha fatto (prevaricazioni e delitti inclusi) durante il suo tormentato soggiorno all’ombra della Madonnina. Ma in realtà in Omicidio alla Statale niente è prevedibile: la movimentata storia del protagonista si snoda in ampie spire, muovendosi agilmente nelle location affaristiche del quartiere Ticinese, ricco di tanta storia, di lampi di cultura, ma anche di eccessi di vita mondana e di altro… e nelle aule dell’Università Statale dove gli studenti siedono nel chiostro, non vestono abiti firmati e, a volte, si lasciano sopraffare dai loro demoni personali. Ci sarà mai per El Tiburon la scelta di una vita normale? Indubbiamente questo eclettico personaggio è il vero centro della storia e la sua incredibile personalità, al limite del fantascientifico, tiene costantemente all’erta l’attenzione del lettore, ma allo stesso tempo l’autore è riuscito a costruirgli intorno una trama articolata, ben calibrata, che sa creare suspense e che si legge volentieri.

Luigi (Gigi) Vergallo (Lecce, 1978) è scrittore e ricercatore di Storia contemporanea. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti, oltre a molti saggi di carattere storico. Collabora con diverse testate per le quali scrive soprattutto di cultura e di libri. Ha recentemente pubblicato con successo il noir Milano Frammenti (Eclissi 2017).

La Debicke e… Il matrimonio del Signor Mississippi

Friedrich Dürrenmatt
Il matrimonio del Signor Mississippi 
Marcos y Marcos

Tre uomini, due ideologie e una canaglia nella commedia che ha rivelato il genio di Dürrenmatt. Il matrimonio del Signor Mississippi è stato scritto e portato per la prima volta in scena nel 1952 quando il suo autore (poco più che trentenne) si considerava “un poeta nihilista”. L’opera teatrale, stampata dalla Marcos y Marcos negli anni ’80, è stata rivista dall’autore, che ha inserito elementi narrativi, forse legati alla scuola brechtiana, rendendone più farsesco il senso e giocando con la manipolazione di uomini, idee e cose. Un “moto perpetuo” musicale trasposto in un’opera teatrale grottesca, in grado di offrire un senso al non senso metafisico della esistenza. Un dramma aperto che, in un brillante gioco teatrale, alterna tragedia ed epos, sia nella sua impostazione da romanzo giallo, ribaltata però nella iniziale rivelazione dei colpevoli e delle vittime, fatto di equivoci, sparizioni, intrighi e soprattutto tradimenti amorosi e continui “colpi di scena”. La commedia ribalta tutto: comincia dalla scena finale, dove sono tutti morti (e così ci leva subito il pensiero) ma che evidentemente sciocca il pubblico, per poi chiamarlo direttamente in causa, quando i personaggi commentano se stessi.
L’introduzione editoriale dell’aletta recita: “Questa commedia riguarda lo scabroso destino di tre uomini che si erano messi in testa chi di cambiare il mondo e chi di salvarlo, ed ebbero però la crudele sventura d’incontrare una donna che non poteva venire cambiata né salvata perché amava solo l’attimo fuggente”. Commedia che poi si rivela insieme un dramma politico e sentimentale, sciorinando le peripezia di cinque protagonisti, che più che personaggi sembrano maschere rappresentative del ‘900, il secolo che ci ha appena preceduto, ed evidenziano la drammatica e continua lotta dell’esistenza, dei diktat religiosi, dello schiacciante potere del capitalismo a confronto con le rivoluzionarie e idealistiche istanze del sentimento puro, della verità.
Mississippi è un procuratore di stato, con il pallino della Bibbia e delle condanne a morte. Anastasia, una donna bellissima e volubile, “con un enorme consumo di uomini”. Dal passato riemerge l’amico Saint-Claude, rivoluzionario deluso che ricatta Mississippi minacciandolo di raccontare a tutti che un tempo, insieme, gestivano un bordello… Al centro della storia, un matrimonio degli orrori, fondato sull’omicidio e sul ricatto. Un assassino irreprensibile e una donna inafferrabile; un rivoluzionario con gli scheletri nell’armadio, un ministro in mutande e tutto intorno a loro le rappresentazioni del mondo, che si sgretolano. Moriranno tutti in un gioco di scatole cinesi, distruggendosi l’un l’altro, salvo il Primo Ministro, perché alla fine nel campo di battaglia delle vita, dove i semplici individui soccombono, trionfano invece le spinte della folla e del potere che riescono a cannibalizzarli. Conclusione apparentemente amara e senza speranza ma che forse dimostra la superiorità dei primi, di questi poveri sconfitti cavalieri della Mancha che nonostante i torti, gli errori e l’inutilità delle loro azioni, sembrano degni di stima, riscatto e premio solo per “averci provato”. Speranza o illusione, e nondimeno scopriamo nella loro storia la forza della risata e dell’allegria e certi caratteri di straordinaria modernità che anticipano temi e tempi della dissoluzione della società, oggi sotto i nostri occhi. Dürrenmatt non insegna come Brecht, che non amava, ma certamente ci “suggerisce” qualcosa con i suoi modi e i toni della drammaturgia.

Figlio di un pastore protestante, Friedrich Dürrenmatt nasce nel 1921 a Konolfingen, nell’’Emmenthal, e muore nel 1990 a Neuchâtel, dove ha vissuto per 38 anni. Dürrenmatt deve la sua fama internazionale alle opere teatrali La visita della vecchia signora (1956) e I fisici (1962) e agli adattamenti cinematografici di suoi romanzi gialli, come Il giudice e il suo boia (1952) o La promessa (1958). Meno conosciuti sono i saggi filosofici, le opere autobiografiche dell’ultimo periodo di vita e l’opera pittorica, realizzata parallelamente all’attività letteraria. Nel corso della sua carriera, Dürrenmatt ha ricevuto numerosi premi. Si è sposato due volte e dalla prima unione sono nati tre figli.

La Debicke e… Naviganti delle tenebre

Carlo Mazza
Naviganti delle tenebre
edizioni E/O, 2018

Dopo Lupi di fronte al mare e Il cromosoma dell’orchidea, torna in scena il massiccio, ombroso e granitico capitano dei carabinieri Bosdaves, qualche incomprensione familiare ancora da risolvere ma finalmente in dirittura d’arrivo con la promozione a maggiore, in un romanzo cupo che rivede come palcoscenico la sua Bari. Una Bari sempre più difficile da gestire, con i contrasti legati all’epopea dei migranti, sotto costante attacco della criminalità che ne approfitta senza scrupoli e riesce a infiltrarsi dappertutto, con lucida malvagità e senza far sconti a nessuno. Fulcro e fil rouge della storia, ambientata nei rumorosi e festaioli giorni di San Nicola, simbolo di universale e spirituale messaggio di salvezza, è l’indagine affidata al capitano Bosdaves sulla scomparsa, o meglio il rapimento, di Samira Estifanos, quarantenne etiope, brava e bella donna che gestisce un banco di pesce alla Vucciria e unica sopravvissuta alla strage della sua famiglia. Ma l’indagine in realtà sarà doppia perché rimanda anche al cold case collegato a quella strage, un vile attentato di matrice estremista alla palestra di una scuola che risale a più di vent’anni prima.
Bosdaves si muove con la discrezione chiesta dal suo superiore, avvalendosi della pignola professionalità del veterano tenente Sallustio, comandante del Norm. Samira è stata rapita davanti alla porta di casa sua. Il giorno dopo i vicini hanno trovato la porta aperta e la sua borsa intonsa e abbandonata per terra. La perquisizione dell’appartamento, un bilocale ordinatissimo, e il rinvenimento di una copia del Cantico dei Cantici, lei era cristana copta e profondamente credente, con alcune pagine segnate, fanno pensare a un recente amore. Bisogna cercare il rapitore tra gli immigrati, certo, ma anche scavare più a fondo nella vecchia storia della strage dove qualche particolare non quadra. L’indagine allora fu chiusa troppo in fretta. E per farlo al meglio e riuscire a sbrogliare l’intricata matassa, servirà il disinvolto approcci dell’amico Ermanno, donnaiolo, cronista locale che un infarto ha semipensionato e di Martina, intrigante bisex, fatto che non esclude tentazioni amorose. Tra i tanti coloriti personaggi della storia, un cinico e brutale faccendiere, un vice parroco molto ma molto particolare, una donna profondamente infelice, amante di un sanguinario capoclan paraplegico e un intellettuale inquieto ossessionato dalla smania di espiazione. Un’umanità alla deriva popola questo denso e irrituale romanzo criminale, con qualcuno che intende far scontare antichi e ambigui crediti morali, quando qualcun altro solo per affetto aveva coperto la loro colpa mentre l’altro, il manipolatore, il vero deus ex machina, aveva sperato di redimersi, dedicandosi ai reietti africani della terra.

Carlo Mazza è nato a Bari nel 1956, dove ha sempre vissuto. Ha lavorato in banca per trentotto anni e tra i suoi interessi ha coltivato anche la scrittura teatrale. Con il personaggio di Antonio Bosdaves ha pubblicato per la collezione Sabot/Age i polizieschi Lupi di fronte al mare (Edizioni E/O 2011), incentrato sulle relazioni tra politica, finanza e sanità, finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012 e tradotto in lingua spagnola dalle Ediciones Seronda, Il cromosoma dell’orchidea (Edizioni E/O 2014), imperniato sui crimini ambientali, il racconto Valetudo, inserito nell’antologia Giochi di ruolo al Maracanà (Edizioni E/O 2016), e ora il romanzo Naviganti delle tenebre (Edizioni E/O 2018).

La Debicke e… La Regola delle Ombre

Giulio Leoni
La regola delle ombre
TEA, 2018

Torna meritatamente in libreria La regola delle ombre di Giulio Leoni, che stavolta lascia Dante per rendere protagonista della sua storia il grande Pico della Mirandola.
Pico della Mirandola conte di Concordia, fedele amico di Lorenzo de’ Medici (ebbe la, secondo me infausta, idea di fargli invitare a Firenze fra’ Gerolano Savonarola), ricordato ancora oggi per la sua prodigiosa memoria. Ma Pico della Mirandola aveva tante altre qualità: era un umanista, un filosofo. Intendeva arrivare a una sintesi tra le varie dottrine, non solo quelle di ispirazione cristiana e pagana, ma anche quelle di matrice ebraica e araba, senza escludere gli insegnamenti della filosofia medievale. A tal fine compose un documento articolato in 900 tesi che avrebbe dovuto essere discusso a Roma in un consesso tra dotti provenienti da tutto il mondo. La discussione, però, non avvenne, perché alcune delle sue tesi furono giudicate eretiche. Di fronte alle contestazioni, Pico cercò di dimostrare la validità delle proprie posizioni (soprattutto sulla magia e sulla cabala) scrivendo una dotta Apologia, ma la condanna sancita dal pontefice Innocenzo VIII lo costrinse a lasciare Roma.
Pico della Mirandola era conosciuto anche come grande spadaccino; tra i suoi mille interessi c’era anche la passione per l’Occulto e l’Occulto fa da padrone in La regola della Ombre. Infatti Simonetta Vespucci, giovane donna di leggendaria bellezza, celebrata dal Botticelli, sembra essere ritornata dall’Aldilà. Simonetta, vagheggiata in vita dallo stesso Signore di Firenze, forse è riuscita a valicare il Confine e sta camminando di nuovo su questa terra. Una voce serpeggia strisciante, pare addirittura che qualcuno l’abbia vista aggirarsi per Firenze e la sua tomba è vuota. Il Magnifico deve sapere la verità. Tanto più che la riapparizione di Simonetta ha coinciso con un misterioso delitto: la prima stamperia a lettere mobili di Firenze è stata divorata dalle fiamme e il cadavere dello stampatore ritrovato con la testa serrata nel torchio. Tutto lascia pensare che l’incendio sia doloso perché anche l’incisore, che lavorava nella stamperia, viene ritrovato morto in una taverna, pugnalato nella schiena. I due stavano lavorando a un libro, un’opera eccezionale, per farne dono al Signore di Firenze. E il Magnifico crede che possa trattarsi del misterioso volume ricevuto da suo nonno Cosimo da Leon Battista Alberti: la Regola delle ombre, l’ultimo volume dell’antico “Corpus Hermeticum”, nel quale forse si cela il segreto per far tornare le anime dal mondo dei morti. Ma è possibile che Simonetta Vespucci sia davvero tornata dal regno dei morti? Lorenzo de’ Medici affida l’indagine al giovane Pico della Mirandola. Per risolvere l’enigma, Pico deve raggiungere il cuore della Cristianità, Roma, e mettersi sulle tracce del celebre architetto Leon Battista Alberti. Suo malgrado il protagonista si troverà coinvolto in una serie di menzogne e spaventosi delitti in cui è implicato un pericoloso rivale, il cardinale Rodrigo Borgia. Non ancora papa, il potentissimo religioso aragonese sta tessendo la trama della sua ascesa. Vuole la tiara pontificia per sé e un regno per i suoi figli.
Il punto di maggiore forza di La regola delle ombre sta nella colta abilità di Leoni di catapultare il lettore in uno dei più movimentati e complicati contesti storici del passato. Un contesto fatto di corruzioni e intrighi, in un perenne vortice di lotte intestine tra famiglie e casate; il palcoscenico è una Roma fatta di splendide rovine antiche, palazzi signorili, vicoli intricati e stanze sotterranee sconosciute nelle quali si nasconde ancora il sapere esoterico. Un contesto dove, per riuscire a sbrogliare l’intricata matassa, sarà costretta a muoversi e operare la figura del giovane Pico, con i suoi dubbi, i suoi pensieri e le sue angosce ma anche e soprattutto con la lucidità della sua mente in grado di ricordare e catalogare ogni dettaglio. In questa storia si cela una Roma segreta, quella immensa dell’età classica, depredata delle sue ricchezze per erigere i nuovi monumenti della Cristianità. Ma questa città nascosta, sempre silenziosamente presente, riaffiora con prepotenza dal passato, intrecciandosi con certi misteri che lasciano attonito l’essere umano. In un carosello di situazione, affrontando persino l’anarchia del carnevale romano, Giulio Leoni ci trasporta in un mondo temporale in cui tutto appare possibile, anche la folle idea che la più bella delle donne sia ritornata dall’Aldilà per allontanare le ultime ombre del Medioevo, liberando l’uomo dalle sue ataviche paure.

La Debicke e… La sera a Roma

La sera a Roma
di Enrico Vanzina
Mondadori, 2018

Roma 2013: Federico, sceneggiatore di successo che sogna di realizzare la sua grande ideale opera cinematografica, è un uomo arrivato, con un matrimonio riuscito ma che si concede, per noia, trasgressione o altro, una liaison clandestina con una bella insegnante di pilates. Lui è uno che conta, che frequenta i salotti della nobiltà, il giro cinematografico e intellettuale romano e, come giornalista mondano, le redazioni dei quotidiani e dei settimanali.

Una sera Roberto Bassani, uomo d’affari che possiede e gestisce patrimoni milionari e conta molto economicamente, chiede a Federico di incontrare un giovane attore, Domenico Greco, per capire se ha le carte per sfondare nel mondo del cinema e nel caso per dargli una mano. Federico, malvolentieri ma per educazione, riceve il raccomandato, a prima vista solo un belloccio che maltratta clamorosamente la dizione. Insomma un personaggio senza un futuro nel mondo dello spettacolo. Purtroppo il giorno dopo il ragazzo viene ucciso a colpi di pistola. E Federico, essendo uno degli ultimi ad averlo visto di persona, si sentirà in dovere di andare alla polizia. Il suo gesto di civiltà finirà per implicarlo in un complesso pasticcio e coinvolgerlo nell’avanzare della indagini.

Per sbrogliare la contorta e arzigogolata trama, che vede accordi segreti, semplici, duplici e triplici relazioni clandestine, sentimenti mai confessati, voltafaccia che scombinano patti e amicizie, si muoveranno in parallelo, seguendo strade diverse e non necessariamente aiutandosi, Margiotta, un bravo e illuminato commissario, Maselli, un giornalista di cronaca nera che annusa lo scoop, e il nostro sceneggiatore, anche lui come Maselli collaboratore del Messaggero. Ma mal gliene incoglie, perché il suo pieno coinvolgimento morale e mentale lo porterà a mettere a rischio persino il suo ormai ultradecennale e stracollaudato matrimonio.
Il romanzo, nato come una narrazione di indagine, finisce per sfociare in tutt’altra storia. Stavolta Vanzina, con poche ma indovinate pennellate bagnate di rimpianto, ci racconta la Roma di oggi, catapultandoci nel mondo artificioso in cui gravita la nobiltà romana e in cui la politica fa capolino di prepotenza nelle avventure giallo-rosa-noir che compromettono Federico.
E, naturalmente, fin dalla prime pagine il lettore si domanda quanto ci sia in Federico della storia, del vissuto, delle sensazioni, delle speranze, delle riflessioni e dei rimpianti del suo autore/creatore Enrico Vanzina. I punti di contatto sono tanti: sceneggiatori tutti e due, scrittori e giornalisti per Il Messaggero. La risposta è probabilmente positiva perché talvolta, narrando, si possono esprimere concetti e insegnamenti diversi con precisi riferimenti alla realtà e che prevaricano la pur avvincente linea guida di una storia.
Altro notevole pregio del romanzo: il protagonista cita, parla, e ricorda tanti giganteschi interpreti del nostro cinema e della nostra cultura: Sordi, Beha, de Laurentiis, Lizzani e altri grandi e importanti, e introduce il delicato cammeo della descrizione del funerale del grande Dino Risi (e qui direi che Enrico Vanzina indossa con maggior decisione i panni di Federico).
Un libro da assaporare (al di là dell’intrigo in sé) per gustare veramente la Roma di oggi paragonata a quella che era, vista con gli occhi e il cuore di Enrico Vanzina, un romano vero.
Si è parlato di La Grande Bellezza riferendosi a Roma e Vanzina stesso, per altro, non fa mistero nelle sue pagine di pensare al film di Contarello e Sorrentino, due non-romani che hanno voluto raccontare il lato più paradossale e decadente di un certo ambiente della Roma di oggi. Ma siamo poi sicuri che solo Roma sia così? Certo nel film di Sorrentino non c’era la capacità di identificarsi di Vanzina, che si esprime nella rabbia, nella frustrazione ma anche con indulgenza, con la disillusione di un amore calpestato. Ma, più che a Sorrentino, Vanzina mi ha rimandato a Fellini (e nemmeno a farlo apposta Federico è il nome del protagonista, alter ego di Vanzina?) e a una moderna rivisitazione di ‘La dolce vita’. Una dolce vita imbruttita, invecchiata, peggiorata, con cinquant’anni in più, dove permane ancora la regola non scritta: molti contatti, molte cene, molto ‘salotto’, ma dove in realtà nessuno conosce davvero nessuno. Un impietoso ritratto di una certa aristocrazia decadente che sembra solo il fantasma di se stessa. Sfilano nelle pagine del romanzo, come antichi cavalieri che inalberano sull’elmo i loro emblemi, lussuriosi, violenti, avari e prodighi, iracondi e violenti. Quelli dominati dall’ossessione per l’antica nobiltà e quelli che invece devono difendere a tutti costi la troppo bistrattata parola onore.
Mentre nella volubile, incosciente e carnale promiscuità i due poli si mischiano in un insano delirio. La notte copre le trasgressioni, i pensieri, le tragedie. Come trovare la via d’uscita da questa spirale infernale, fatta di delitti intorno ai quali gravitano pederasti, rubacuori, faccendieri, scambisti, pettegoli, bugiardi, traditori?
Chi sa servirsi dell’umorismo, come Vanzina, ha una marcia in più ed è in grado di andare a fondo e scovare ogni verità, anche la peggiore, regalandoci il fuoco d’artificio di un inatteso finale eclatante.
Roma resta Roma anche se tutto è perduto… fuorché l’onore.
Un giallo? Un noir? Sicuramente un attento e disincantato spaccato di una certa realtà romana, in pericolante equilibrio tra miseria e nobiltà (quel quid legato alla maestria di grandi interpreti), che c’è, esiste e può “far danni” agli altri e a se stessi quanto o come gli altri. Quel quid talvolta profondamente istintivo della natura umana.

Mi piace chiudere con la frase del duca di Bedford, scelta da Vanzina per far strada alla sua trama: ‘Lo snobismo si può definire all’ingrosso il piacere di guardare gli altri dall’alto in basso. E il mondo è costruito talmente bene che tutti troviamo sempre qualcuno da guardare dall’alto in basso. (J.I. Russel Duca di Bedford, Il libro degli snob).’