La Debicke e… Mazzo e rubamazzo (con un pizzico di Mendicante)

Matrimonio tra blues e giallo per Mazzo e rubamazzo di Roberto Centazzo, in coppia con Mendicante, ultimo album di Enrico Santacatterina…

Infatti non solo la canzone Christmas Blues è inserita in Mazzo e rubamazzo, ultima fatica letteraria di Roberto Centazzo, scrittore e giallista doc (creatore e padre degli inarrestabili poliziotti in pensione del team-trio Minestrina in brodo), ma Roberto Centazzo ha collaborato con Enrico Santacatterina scrivendo tutti i testi delle canzoni di Mendicante. Dal giorno dell’uscita di Mazzo e rubamazzo l’album di Santacatterina è stato abbinato al tour promozionale di presentazione in tutte le librerie e negozi. E naturalmente i brani del cd diventeranno pilastro portante della colonna sonora del programma radiofonico «Noir is Rock» con Centazzo sempre in pista. L’album Mendicante ha una genesi inusuale, nata da un fortuito scambio di idee sui social network tra il musicista e lo scrittore. A giugno 2018 Roberto Centazzo pubblica sulla sua pagina Facebook il testo di Christmas Blues, per stuzzicare la curiosità dei suoi lettori in attesa dell’uscita di Mazzo e rubamazzo (pubblicato a gennaio 2019). Enrico Santacatterina, che aveva incontrato lo scrittore solo una volta per pochi minuti, anni prima, viene conquistato dal testo e decide di musicarlo. Il risultato è coinvolgente, funziona ed entusiasma gli autori. Nasce così, si potrebbe dire quasi per caso, il primo rapporto professionale tra i due artisti, che si piacciono e, immaginando di potersi completare a vicenda, allargano la loro collaborazione alla realizzazione di un album in comune. Roberto Centazzo mette a punto i testi per 12 brani musicali con Enrico Santacatterina che da parte sua ha ben chiara la strada da seguire: il ritorno al suo amato blues. Il risultato di questo lavoro fatto a distanza è l’album Mendicante. Un album intriso di blues e rock blues, con testi in italiano e un mood decisamente accattivante e “batti piede”. Un album di canzoni blues, con testi che presentano svariati livelli di interpretazione e significato, musicalmente molto intenso con la chitarra di Santacatterina volutamente mai virtuosistica. Un album che Enrico Santacatterina ha scelto di realizzare da solo, componendo musicalmente tutti i dodici brani, suonando e registrando tutti gli strumenti nel suo studio, con il solo aiuto del fratello Carlo Santacatterina all’organo Hammond. Album prodotto e distribuito da Azzurra Music Mendicante è disponibile nei negozi e in streaming sulle varie piattaforme web.
A questo punto però, visto che si parla di un album che ha saputo realizzare un eccellente mix tra musica e scrittura, si impone una breve sintesi di Mazzo e rubamazzo. Per uno stupido errore informatico/burocratico della Prefettura, che per i nostri eroi assumerà contorni quasi drammatici, il bonifico delle sudate pensioni sul conto corrente di Semolino, Kukident e Maalox è stato bloccato. E si può facilmente immaginare quali possano diventare i tempi tecnici per rimettere in sesto la faccenda. I tre ex poliziotti, orfani all’improvviso di quell’entrata per loro vitale, si trovano economicamente nelle peste e, per racimolare qualche euro, scaraventati in un mondo per loro sconosciuto. Il mondo scomodo e insicuro di chi si arrangia per mettere insieme il pranzo con la cena. In quel «ventre molle» di Genova, però, non si muovono solo delinquenti e poveri diavoli, ci sono ben altri giri. Gente di denaro che gravita e rimesta sporco nello stesso campo d’azione: speculatori, costruttori, uomini d’affari ed esponenti politici. I nostri tre eroi si rendono presto conto che è in atto uno sporco piano: approfittare delle paure di scontri etnici, della delinquenza virale in crescita e del locale degrado degli edifici del centro storico. Il loro intento è: comprarli per un tozzo di pane, far traslocare chi ci abita per poi ristrutturarli in appartamenti di lusso e rivenderli cari, guadagnandoci alla grande. E non basta. Il brutto piano si allarga fino a rasentare la truffa. Le banche infatti, che sanno chi sono i padroni degli immobili, li plagiano, convincendoli a investire i loro magri risparmi in operazioni a rischio, investimenti spazzatura insomma. A quel punto per quei poveretti rimasti al verde, l’unica via percorribile sarà vendere. Tuttavia quando un prete, don Parodi, l’economo della diocesi, viene trovato morto in dubbie circostanze, la Procura apre un’inchiesta. Saltano fuori tante speculazioni immobiliari, troppe!, realizzate da una società che ha tra gli azionisti un’impresa edile in odore di mafia e ohimè… l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. Si suppone anche un possibile giro di riciclaggio, ma va dimostrato. Tutto poi sarebbe avallato dalla banca, coinvolta nell’affare, che copre la società con canali agevolati di credito. Insomma, come Davide contro Golia, abbiamo tre poliziotti in pensione contro quattro poteri forti (mafia, politica, Chiesa e banche). Una battaglia impari? Ma Kukident, Maalox e Semolino, coinvolgendo tutto il quartiere, riusciranno a mettere i bastoni tra le ruote agli speculatori e fregarli. In attesa del prossimo “Minestrina” non ci resta che andare all’azzeccato colpo di scena finale.

La Debicke e… Navi a perdere

Carlo Lucarelli
Navi a perdere
Einaudi, 2018

Proverò, non so se ci riuscirò, a dire qualcosa in più di quanto è stato già detto da penne abili e raffinate su Navi a perdere, suggestivo noir di Carlo Lucarelli. Già pubblicato nel 2008 nella collana Verde Nero di Edizioni Ambiente, casa editrice impegnata nella difesa e custodia dell’ambiente, Navi a perdere è stato poi ripreso dall’autore nella trasmissione Blu notte. Intanto, come prima cosa, sono andata a riascoltare parola per parola la puntata del 5 agosto 2011 alle 23,55. La storia è perfetta, soprattutto per la tensione e l’interpretazione narrativa che Carlo, autore e attore straordinario, riesce a regalare al pubblico. La serie era molto bella, straordinariamente coinvolgente e ha avuto un’audience eccezionale per gli argomenti e i tempi trattati, nonostante l’orario notturno della trasmissione. E questa puntata è notevole da tutti i punti di vista: realizzazione della ripresa televisiva, che non si avvale di trucchi ed eccessi spettacolari (vedi misurata ambientazione, ricostruzione ecc.), e soprattutto per il giusto tono ed emotività adottati da Lucarelli. Il mare è come l’aria. Servono navi o aerei per affrontarli e superarli. Servono mezzi concepiti e usati dagli uomini, macchine che possono guastarsi. Succede. E dunque una nave può affondare e un aereo può precipitare. Sono rischi che andrebbero sempre messi in conto. I relitti degli aerei vengono ritrovati quasi sempre, quelli delle navi invece… Quando una nave ha problemi, imbarca acqua e fa naufragio in alto mare, magari scompare definitivamente nelle profondità degli abissi marini. In questa storia ci sono certe navi, più carrette del mare che navi, specie di cargo trasportacontainers, che all’improvviso affondano per misteriose avarie. E a nessuno importa come e perché. Tanto nave e carico sempre sono assicurati. Le assicurazioni servono a coprire i rischi e proprio i Lloyd’s di Londra, in questo noir di Lucarelli, con la loro voce e la loro precisa denuncia avranno importante voce in capitolo. Una loro denuncia fatta a La Spezia, infatti, darà modo alla magistratura di aprire un’indagine.

Un’indagine che si lega anche al caso della Rosso. 12 dicembre 1995. È notte e piove a dirotto. Una Fiat Tipo è partita da Reggio Calabria, corre sull’autostrada in direzione di La Spezia con a bordo due carabinieri, un appuntato e un maresciallo, e il capitano di fregata Natale De Grazia, che collabora con il pool investigativo del procuratore Francesco Neri. Per arrivare ci vorranno circa dodici ore di viaggio. Finora hanno fatto tre soste, per fare benzina, per andare in bagno e per cenare. Ma, passato il casello di Nocera Inferiore, il capitano De Grazia sta male. Ha perso i sensi, non respira, i due carabinieri lo adagiano, mentre chiamano il 112 tentano anche, ma invano, un massaggio cardiaco. In ospedale accertano la sua morte per cause naturali. Infarto? Comunque De Grazia stava andando a La Spezia per approfondire un caso poco chiaro di naufragio seguito da uno spiaggiamento. Il 14 dicembre 1990 alle 7.55 Luigi Giovanni Pestarino, comandante della motonave da carico Rosso della Ignazio Messina & co. di Genova, partita da La Spezia e diretta a Malta, aveva lanciato un SOS mentre passava davanti a Capo Vaticano, in Calabria. Chiedeva aiuto perché la nave, sballottata dalle onde di un maestrale forza 7, stava imbarcando molta acqua da una falla nella stiva. E abbandona la nave con l’equipaggio, portandolo in salvo. Troppa fretta forse? Eh già perché la Rosso, che sarebbe dovuta affondare, invece si raddrizza, si gira e, portata dalla corrente, va alla deriva fino a incagliarsi sulla spiaggia di Formiciche, a quindici chilometri da Amantea. Il giorno dopo, mentre il comandante della capitaneria di porto ha dato ordine di stare alla larga dal relitto e lo ha fatto recintare (la Rosso ha una pessima fama, prima si chiamava Jolly Rosso e nel giro dei marittimi era conosciuta come la nave dei “veleni”) la squadra mandata dall’armatore interviene, sale a bordo e… Ma è un dato di fatto che, quando in seguito la squadra di demolitori di Crotone raggiungerà il relitto, invece di una falla troverà un buco dai contorni netti, che sembra fatto con la fiamma ossidrica. Buco fatto per far “sparire” una parte del carico? Ipotesi avanzata dai carabinieri che indagano sul mancato naufragio. E successiva ipotesi fatta da De Grazia e dal suo pool investigativo: che la nave trasportasse rifiuti radioattivi e che il naufragio fosse solo un trucco per scaricare in fondo al mare un carico molto pericoloso e incassare i soldi dell’assicurazione. Insomma Navi a perdere riassume un susseguirsi di eventi sconcertanti: navi che affondano tutte più o meno nello stesso modo davanti alle coste della Calabria, cariche di rifiuti tossici infilati in cannister che si disperdono come siluri sparati nelle profondità degli abissi dei nostri mari. Siluri utilizzati dal Dodos, operazione di deep ocean operating data? Un sistema usato per anni da Italia, Francia, altri paesi europei e da altri diversi paesi anche al di là dell’oceano? Certo è che strani containers sono approdati alle spiagge di Ischia pieni di merci varie, ma le loro pareti presentano notevoli tracce di torio. Navi a perdere con tre punti in comune: uomini, droga e rifiuti tossici. Il gioco è in mano a gente di potere che mette a repentaglio le condizioni ambientali dell’Italia e del mondo intero, specialmente di tanti paesi in via di sviluppo, imponendo un commercio illegale di rifiuti velenosi, destinati al mare o a discariche illegali in luoghi isolati, quasi irraggiungibili. Ḕ all’opera il lungo artiglio dell’ecomafia. Bisognerebbe intervenire, fermarli e reagire, ma molti di quelli che hanno tentato di farlo ci hanno rimesso la vita. Da troppi fatti si propagano echi di criminalità organizzata, di delitti irrisolti, di tentativi di copertura da parte di imprese e di politici. Tante diverse storie in grado di scuotere le coscienze, che collegandosi tra loro, indichino una possibile verità, o per lo meno ci provino. Lucarelli si serve della parola “dietrologia”, come di un filo rosso per mettere insieme i vari fatti narrati, continuando a spiegarla con l’esatto significato del Devoto. E sa bene che la dietrologia = ricerca di interpretazione, a volte ossessiva, dei fatti diventa spesso un qualcosa di biasimato, visto con sospetto. Come si difendono i presunti responsabili di danni ecologici? Strillando a gran voce che la dietrologia significa paranoia. Facendo passare gli atti e le parole di chi cerca la verità per pura e semplice paranoia. Dietrologia, verità, paranoia. E invece paranoia non è. Si deve sempre battersi per raggiungere la verità. E si può battersi anche rendendo noto questo sferzante reportage, che racconta una storia di fantasmi: i fantasmi delle navi a perdere che gridano la loro verità dal fondo del mare. Una voce inascoltata quella delle navi affondate che «si fanno uscire dalla pancia versi bassi come muggiti, rantoli cavernosi come un sospiro a bocca aperta, gemiti e mormorii lunghi… esiste un canto delle navi perdute?». Un romanzo-inchiesta, coinvolgente come un giallo privo di una conclusione consolatoria. Un romanzo con un protagonista: il capitano di fregata De Grazia. Un uomo che ha cercato la verità a costo anche della propria vita.

Carlo Lucarelli: scrittore noir di successo e volto noto della TV italiana, il suo mestiere è indagare e raccontare la “metà oscura” delle cose. Nato a Parma, terminati gli studi si diede al genere poliziesco esordendo nel 1990 con Carta bianca, che inaugurò la serie del commissario De Luca. Raggiunta la popolarità nel 1997 con il bestseller Almost Blue (da cui viene tratto un omonimo film), l’anno seguente debutta in televisione con “Mistero in blu”, in seguito ribattezzato “Blu notte”, in cui racconta con suspense delitti irrisolti e grandi misteri della realtà italiana. Docente di scrittura creativa alla Scuola Holden, nel 2014 è autore di Albero Italia, giallo storico ambientato nell’Africa coloniale, edito da Einaudi. Nella stagione 2015/16 conduce la trasmissione “Profondo nero” sui canali Sky.

La Debicke e… L’essenza della colpa

Novelli&Zarini
L’essenza della colpa
Fratelli Frilli, 2018

L’essenza della colpa è il terzo capitolo della trilogia, targata Novelli&Zarini, di cui è protagonista Michele Astengo. Gli anni passano anche per lui e i fili bianchi nella barba aumentano.
Ex poliziotto ed ex marito, riciclatosi dignitosamente in investigatore privato, gode di un ufficio di rappresentanza nel palazzo Doria Danovaro, ereditato alla morte di un generoso vecchio zio senza discendenti diretti. Palazzo avito, sede di prestigio ma per il resto cinghia stretta. Astengo condivide l’ufficio, arredato in puro stile Ikea ma dominato da fastosi stucchi d’epoca, con la bella Dalia, braccio destro e segretaria. Rapporto così così, diciamo burrascoso, certo non migliorato dal recente dono di compleanno fatto da Astengo a Dalia: una scatola di cioccolatini scaduti. Lei insiste eroicamente, vorrebbe riuscire a sgretolare la dura scorza del capo, magari alleggerire la sua solitudine, imbastire una relazione, ma lui giorno dopo giorno la respinge senza pietà. Preferisce vivacchiare. Si barcamena seguendo coppie fedifraghe e accettando l’incarico di ansiosi parenti che tentano di riportare sulla retta strada qualche pecora nera, o grigia, di buona famiglia. Incarichi di poco succo, non da cardiopalma, casi banali, poco gravosi, in realtà spesso noiosi e malpagati, ma che servono lo stesso in qualche modo a far quadrare il suo risicato bilancio. Vedi anche: piccoli giochi di ricatto, qualche controversia economica da appianare per il meglio. Insomma calma quasi piatta per una vita volutamente priva di inutili complicazioni, anche quelle, le più rischiose, di cuore.
Ma una telefonata sta per dare una sterzata violenta alla sua pigra e svogliata esistenza perché chi chiama, Arcangelo Argentero, è un possibile cliente che conta, qualcuno a cui è bene rispondere, dire sissignore e magari accettare educatamente il suo cortese invito. Arcangelo Argentero è un naso: tradotto per chi non sa, il più formidabile artefice e produttore di profumi, non a suo nome ma per conto terzi. Tutte le fashion più famose si servono del suo istinto quasi sovrannaturale di creatore. Per il resto di lui si sa poco, la discrezione pare sia tra le sue qualità, e per provare a inquadrarlo un tantino, prima di incontrarlo a tu per tu, Astengo è costretto a fare le capriole. Anche il magnifico palazzo storico di proprietà, in cui Argentero risiede, è un simbolo della sua riservatezza. Nessun nome, uno splendido appartamento all’attico e una cortese persona di servizio che lo introduce e l’accompagna dal padrone, un distinto signore di circa ottanta anni, vestito con raffinatezza, chioma bianca curatissimo ma con tutta evidenza non in perfetta salute.
Arcangelo Argentero ha chiamato Astengo perché vuole il suo aiuto. Un’indagine non ordinaria. L’incarico anche se un po’ strano, in realtà non ha niente di anormale, pare comprensibile, a conti fatti umano. Chiarire dei dubbi: Astengo ci riflette poi, con un certo distacco, accetta, comincia ad approfondire, ad alzare le antenne che segnalano rosso e allora la faccenda si complica. Ma ha fatto una promessa e il suo maledetto senso dell’onore è un gravoso fardello.
E così il nostro si trova proiettato in un’indagine, sul filo del rasoio, con una storia legata al florido impero familiare, che a conti fatti magari non è più tanto florido né tanto familiare. Una strana famiglia, un padre molto ingombrante, due fratelli molto diversi, uno impegnato, l’altro immaginifico, e una madre che vive in una clinica di lusso per pazienti depressi. Michele Astengo va a frugare nei pasticci degli Argentero e finisce con il trovarsi nel bel mezzo di un gioco più grande di lui, preso di mira, coinvolto in un qualcosa di talmente pericoloso da rischiare vita.
La sua lente mette a fuoco morti sospette, sotto l’egida di poteri forti. Ma Astengo si sente punto nell’orgoglio. Deve sbrogliare il caso e, sfidando il pericolo, va dritto per la sua strada. E meno male che mantiene ancora rapporti di collaborazione con i vecchi colleghi. Quelli tosti che si affannano ogni giorni per strada alle prese con casi sempre più complicati da affrontare, quindi ha ancora qualche “santo” nella polizia. Ambientazione principale è Genova. Una breve puntata napoletana serve solo a regalare un brivido in più alla narrazione, mentre la Genova di Astengo, bella, intensa, affascinante e colorita quanto basta, se aggredita può assumere le torbide sfumature della paura.
Personaggio emblematico nella narrazione è il “cinese”, il dirimpettaio che ogni giorno vede attraverso la finestra del suo ufficio. Astengo non sa quale sia la sua occupazione, vorrebbe a ogni costo trovargli una connotazione precisa: vede un manager circondato da materiali elettronici, sempre incollato agli schermi dei suoi computer (un hacker?), un uomo che segue ritmi lavorativi paragonabili a quelli di un incrollabile robot. Pensa che niente e nessuno probabilmente potrebbe riuscire a distoglierlo dal suo lavoro. Una scelta di mentalità e di vita agli antipodi da tutte quelle fatte da Michele Astengo…

Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini dopo Acque torbide e La superba illusione ritornano con il terzo episodio dedicato al detective Michele Astengo. Novelli&Zarini hanno scritto tre romanzi di grande successo per Marsilio: Soluzione finale (2005), Per esclusione (2008), pubblicato anche ne Il Giallo Mondadori e Il paziente zero (2011). Hanno pubblicato per Feltrinelli la trilogia Manticora (2015), per Araba Fenice l’antologia Gli insoliti casi del professor Augusto Salbertrand (2013), editata in Germania per Chichili. Molti i racconti per innumerevoli antologie tra cui: Anime nere reloaded -(Oscar Mondadori), Medicina Oscura (Giallo Mondadori), Bad Prisma (Mondadori), Nero Liguria (Perrone), Ribelli (Robin), Genova criminale (Novecento), Una finestra sul noir (Fratelli Frilli Editori). Tra gli ultimi lavori, la partecipazione alla saga spin-off di The Tube (creata da Franco Forte), The Tube Nomads ideata da Alan D. Altieri, considerata dagli appassionati del genere il The Walking Dead letterario in digitale, con l’episodio Shockwave, per Delos Books. Per saperne di più sui loro lavori: www.novellizarini.it

La Debicke e… Lassù all’inferno

Maurizio Matrone e Franco Foschi
Lassù all’inferno
Calibro 9 / Laurana

Lassù all’inferno, meritatamente vincitore del Nebbia Gialla romanzi inediti 2018, pare che sia nato per scommessa dall’incontro letterario di due amici scrittori, entrambi fan di Derek Raymond. Derek Raymond (vero nome Robert William Arthur Cook), nonostante venga citato troppo poco in Italia, deve essere considerato a ragione il padre-padrino del noir britannico anche per merito della serie Factory, imperniata sulle indagini del Sergente senza nome e degli uomini della sezione Delitti irrisolti, che ebbe grande successo negli anni a cavallo tra gli ‘80 e i ’90. L’idea era ghiotta, il tentativo (da azzardare) stuzzicante e Matrone e Foschi, senza ripensamenti, hanno deciso di scrivere insieme una fiction all’italiana rifacendosi alla serie Factory: con un decreto ministeriale firmato nel 1992 dall’allora capo della polizia Parisi, la famosa Factory londinese è stata rimpiazzata dalla bolognesissima “Ditta”, una divisione investigativa trasversale e territoriale votata all’azione. Peraltro “Ditta” nel codice poliziesco italiano sta per l’Amministrazione della Pubblica Sicurezza (PS). Tra colleghi poliziotti si sente spesso chiedere: “Da quanto tempo sei nella Ditta?”.
In Lassù all’inferno, Ditta è un nucleo autonomo che più autonomo non si può, una congrega di poliziotti tuttofare che opera al limite, appena un gradino prima dell’anarchia. È nella Ditta che vengono piazzati gli agenti più trasgressivi e meno controllabili, ma con la capacità di risolvere tutti le rogne che vengono loro affibbiate. Come nella Londra degli anni Ottanta e Novanta, così sarà a Bologna.
Quando c’è una brutta storia da prendere con le molle, è la Ditta a doversene far carico. E il Sergente senza nome, l’eroe di Raymond, diventerà l’ispettore Terra, lo scorbutico, piantagrane, l’asociale, perfezionista, marchiato crudelmente da un angosciante passato. Ma anche un uomo dal cuore d’oro, con un concetto di dovere e giustizia solo suo e con tante rogne da risolvere. E, nella fattispecie, la rogna del romanzo è una brutta storia che risale all’anno prima. Una rogna che, con un freddo belluino e in mezzo a una nevicata di quelle che rompono, ha spedito Terra a Borgo Malpozzo, un (inesistente) paesone della bassa a metà tra Ravenna e Ferrara, a sciogliere il mistero della scomparsa di una anziana signora tedesca, vedova di un possidente italiano, tale Hannah Schultz in Tarlato Beccadelli, madre di tal Marlon Tarlato Beccadelli, ex medico radiato dall’Ordine di Bologna. L’ipotesi investigativa è legata a una confidenza, tramite la Direzione Antimafia, suggerita dalla Procura, che teme che il fatto sia collegabile a un caso di corruzione.
Per la trasferta, Terra avrà a disposizione una Panda bianca, la Pandina bianca della Ditta le cui moderne e sofisticate dotazioni di servizio si limitano all’immancabile paletta ministeriale.
Borgo Malpozzo, e ti pareva, si presenta subito sotto la luce peggiore, a cominciare dalla locale stazione dei Carabinieri dove il comandante, il maresciallo con cui Terra avrebbe dovuto rapportarsi, latita miseramente (ahi!) e se si vuol dormire da qualche parte ci sono due pseudo alberghi, El patio e La Pensione Teresa, il secondo scelta quasi obbligata.
A Terra basta poco per rendersi conto dell’intricato giro di malaffare cittadino che pensa solo a fregare il prossimo. Non gli resta che sbrogliare il caso, alquanto ingarbugliato. Ci sono in mezzo anche una serie di errori, dovuti alla debolezza e ai sentimenti, che gli provocano soprassalti di incubi personali e lo coinvolgono emotivamente. Il suo, si sa, in fondo è solo un lavoro duro, rattristante e malpagato. Ma bisogna darsi una mossa anche a costo di pestare i piedi a quelli che sarebbero dalla sua parte: quando la Ditta si mette in moto, giustizia sarà fatta.

Maurizio Matrone, diplomato in Belle Arti a Bologna nel 1987, si laurea in Pedagogia nel 1993. Lavora come poliziotto dal 1988 al 2008. Collabora con soggettisti e sceneggiatori di telefilm polizieschi (La squadra, Distretto di polizia, L’ispettore Coliandro) e utilizza la sua esperienza di redattore di verbali per scrivere soggetti originali. Nel 2009 lascia il lavoro di poliziotto e assume il ruolo di direttore della Fondazione FMR-Art’è Marilena Ferrari dal 2009 al 2010. Dal 2010 è consulente e formatore sui temi delle narrazioni d’impresa
Franco Foschi, pediatra e scrittore, dopo l’esordio con sceneggiature radiofoniche e racconti su varie riviste e antologie, ha pubblicato quattordici libri tra narrativa e saggistica. Per Todaro Editore: Piccole morti senza importanza (2003) e Libertà di paura (2008, con prefazione di Stefano Benni). Le più recenti pubblicazioni: Amore, politica & altre bugie (Passigli 2009) e Passione 1820 (Sironi 2009, a quattro mani con Maurizio Ferrara). Scrive regolarmente sceneggiature per la radio. Ha condotto per cinque anni (e 120 incontri) la rubrica televisiva di interviste a scrittori Leggere negli occhi, consultabile sul portale video www.arcoiris.tv.

La Debicke e… Il monastero delle nebbie

Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro
Il monastero delle nebbie
Newton Compton, 2019

Dopo il fortunato esordio con La fortezza del castigo, la coppia vincente Brunoldi&Santoro torna in libreria con il secondo capitolo della saga medievale che ha per protagonista Bonaventura da Iseo, seguace di Francesco d’Assisi, frate alchimista e investigatore ante litteram che mischia il carisma di Guglielmo da Baskerville, il francescano di Eco nel Nome della Rosa, al ventaglio degli avventurosi protagonisti dei romanzi di Michael Jecks. Bonaventura da Iseo è un personaggio storicamente esistito. Se ne ignora la data di nascita, che si ipotizza nella seconda metà del secolo XII perché, secondo la testimonianza di Salimbene da Parma nella sua Chronica, Bonaventura era già anziano nel 1249. La sua carriera nell’Ordine dei frati minori certifica che fu provinciale di Provenza, di Genova, di Bologna e di Treviso. Nel 1245 il generale dell’Ordine, Crescenzio di Iesi, lo inviò come suo vicario al concilio di Lione e due anni dopo lo delegò anche al Capitolo Generale. Bonaventura fu ministro per alcune provincie francescane, fra cui la marca trevigiana, e fu caro a Ezzelino da Romano. L’ultimo documento che lo riguarda ne attesta la presenza a Bologna, nell’agosto 1273, a fianco di Pellegrino da Bologna, nel ruolo di mediatore fra Veneziani e Bolognesi. Sempre Salimbene lo descrive come uno dei pochissimi in grado di tener testa al terribile frate Elia da Cortona e nella Chronica lo descrive, come uomo “sapiens et industrius et sagacissimus… honeste et sancte vite”. Precisa anche che fece una morte edificante. Bonaventura è considerato l’autore del Liber compostille, un compendio del sapere alchemico dell’epoca che documenta la diffusione dell’ampia conoscenza dell’alchimia nell’ordine francescano. All’interno del contesto alchemico, il trattato introduce il legame fra sostanze alchemiche e acque medicinali, anticipando i successivi sviluppi di Ruggero Bacone, francescano pure lui. Ma le lacune che circondano la giovinezza e la prima maturità di Bonaventura hanno permesso agli autori di servirsene per costruire un personaggio che potesse anche fungere da detective ante litteram.
Qualche cenno sulla trama: 1217. Burgos, Castiglia del nord. Il corpo straziato di una monaca viene trovato ai piedi di un torre nel chiostro del monastero di Las Huelgas. Del delitto è accusata Fleur d’Annecy. La ragazza era stata accolta due anni prima, con il figlioletto Ruggero, e ospitata nel monastero in virtù delle pressioni di Bonaventura che, con le sue arti mediche, aveva salvato dalla morte la badessa, Dona Garcia Sancha, di una grande famiglia castigliana (la vera seconda badessa di Las Huelgas). Il francescano Bonaventura da Iseo, noto alchimista, convocato dalla badessa del Monastero di Suso per fare accertamenti più approfonditi sull’accaduto, è certo dell’innocenza di Fleur. Mezze ammissioni e tracce ritrovate sul luogo del crimine parlano. Ma se Fleur sostiene che l’assassino, che lei ha visto compiere il delitto, è un uomo misterioso, avvolto in un mantello rosso fuoco, Magnus, il terribile monaco inquisitore, è di tutt’altro avviso: è Fleur l’estranea, la strega che ha evocato un demone nel monastero, solo lei è unica colpevole. Bonaventura inizia una lotta contro il tempo per salvare Fleur dalla condanna al rogo e metterne al sicuro il figlioletto, mentre le mura di Las Huelgas cominciano a tingersi del sangue di chi occulta i suoi inconfessabili segreti… Riuscirà il frate alchimista a scoprire chi si cela dietro la mano dell’assassino, prima che la vendetta dell’inquisitore si abbatta anche su di lui?
Le nebbie autunnali circondano le mura del monastero nascondendolo alla vista dei viandanti mentre bugie, timori e minacce coprono l’assassino. Osceni misteri si celano in quel luogo sacro dove qualcuno, un demone?, continua a spargere orrore e morte. Con meticolosa accuratezza nella ricostruzione storica di un’oscura epoca spagnola medievale, Brunoldi e Santoro trasportano il lettore in un torbido e scellerato cammino alla ricerca di una verità che si delinea poco a poco, tracciando uno scenario quasi inimmaginabile. Il lato più torbido degli uomini si nasconde tra le pieghe delle iniquità. Le forze del male hanno dominato implacabili quei secoli più bui. Stavolta gli autori si sono divertiti a infilare un romanzo giallo storico in cui si intrecciano storia, avventura e azione in quella che è la più classica ambientazione del giallo più tipico alla Agatha Christie. Non abbiamo ville e castelli inglesi, ma uno spettacolare monastero medievale spagnolo, niente Miss Marple o Poirot che presentano elegantemente la soluzione del caso davanti a una educata platea, e invece un francescano pronto a battersi per arrivare alla verità a ogni costo e che deve convincere una pletora di semifanatici religiosi terrorizzati dal diavolo. Ma, come in un tradizionalissimo Agatha Christie, ci sono un’unica ambientazione, una serie di personaggi stravaganti, tanti plausibili imputati, una truculenta catena di assassini di cui si intuisce presto che il colpevole, e i suoi possibili ed eventuali complici, devono per forza fare parte della rosa dei presenti. Ma, anche risolto il caso, fermi tutti: non dimentichiamo che è solo il secondo capitolo di una saga, l’angosciante profezia degli Annecy sulla fine del mondo e l’avvento dell’Anticristo incombe ancora minacciosamente su di loro.

Pierpaolo Brunoldi – Dopo la laurea in Veterinaria, ha studiato recitazione e conseguito un master specialistico in sceneggiatura. Ha scritto opere drammaturgiche selezionate in concorsi nazionali, sceneggiature per la TV e il cinema, vari racconti pubblicati in diverse antologie, e collaborato con testate web.
Antonio Santoro – Regista, attore e drammaturgo, è nato a Cava de’ Tirreni. Diplomatosi presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, ha diretto numerosi spettacoli e scritto diversi testi per il teatro. Si è laureato al DAMS e ha due master in sceneggiatura.

La Debicke e… Non dimenticare

B.A. Paris
Non dimenticare
Nord, 2019

Dodici anni prima Finn, un giovane broker di successo e molto ricco, era sicuro di aver trovato l’anima gemella: una bella ragazza dai capelli rossi neppure ventunenne, Layla. Erano di ritorno da una bella vacanza in Francia, a Megeve, e avevano tanti grandi progetti fino al momento di quella fatale ultima fermata in una piazzola di parcheggio. Buio, notte, Layla, dormiva, una fievole luce sopra i bagni illuminava qualche metro. Per Finn appena il tempo di scendere dall’auto, senza disturbarla, entrare nel gabinetto, servirsene ma al suo ritorno Layla era inspiegabilmente scomparsa, come svanita nel nulla. La piazzola del parcheggio era inesorabilmente vuota, la macchina che aveva visto prima era partita, l’autista dell’unico camion parcheggiato dormiva. E non c’era campo per il cellulare. Questo il resoconto che Finn, angosciato, aveva fatto alla polizia prima per telefono, dopo aver raggiunto la successiva area di servizio, e a voce dopo essere tornato sul posto: semplice più che credibile, tanto più che gli agenti avevano anche rinvenuto per terra una bambolina della ragazza e segni che potevano sembrare di trascinamento.
Ma era tutta la verità?
Oggi, a distanza di tanti anni, tutto è cambiato. Finn è un uomo diverso, più consapevole, ha passato il traguardo della quarantina, è riuscito a metabolizzare il traumatico evento di allora (che gli era costato anche delle accuse dalle quali aveva dovuto difendersi) ed è, pare impossibile vero?, felicemente fidanzato con Ellen, la sorella minore di Layla. È stato proprio il comune dolore per la scomparsa della ragazza ad averli fatti incontrare, avvicinare e alla fine spinti ad andare a vivere insieme. Ellen sembra diversa da Layla, solo gli occhi sono molto simili, è una brava disegnatrice ma c’è qualcosa di insondabile in lei. Finn la ama però, o crede di amarla, tanto che cerca di convincersi che sia la donna giusta, anche se forse il ricordo della sorella lo turba ancora. Ciò nondimeno Finn ha chiesto a Ellen di sposarlo e hanno deciso di traslocare in un posto tranquillo, fuori città. Ma nella loro nuova vita cominciano ad accadere strani fenomeni. Finn riceve una telefonata da un amico poliziotto. L’amico gli riferisce che il suo vecchio vicino di casa è sicuro di aver visto Layla aggirarsi davanti al loro cottage di St. Marys. Certo non c’è da fidarsi: è un uomo molto anziano, ha più di novant’anni, probabilmente si è confuso, ma quando Finn trova sul marciapiede di fronte all’ingresso della nuova casa la piccola matrioska, identica all’unica traccia della sparizione di Layla, rinvenuta dalla polizia nello sperduto parcheggio francese, qualcosa non quadra. Per Finn quell’oggetto ha un significato preciso, che lo riporta drammaticamente al passato. Ma l’incubo non è finito perché nei giorni seguenti salteranno fuori altre due matrioske, una sul muretto di casa e un’altra sul cofano della sua automobile. È possibile che Layla sia viva e sia tornata? Ma perché? Cosa vuole di preciso?
Misteri, falsità e fatali mancanze sono i motori trainanti di questo thriller di un’autrice che mischia alcuni meccanismi del giallo psicologico con gli elementi più classici del thriller e della suspense. Non dimenticare, infatti, conferma l’interesse della Paris nei confronti di tematiche e metodi di questo nuovo filone, che vede fra le interpreti scrittrici quali Paula Hawkins, Claire Douglas o Gillian Flynn. La narrazione della Paris è limitata a pochi ambienti, quasi tutti domestici. Niente pericolosi killer o serial killer venuti da fuori. La vita, o meglio la non vita, di coppia domina angosciosamente la trama e il passato diventa l’unico incubo ricorrente di un continuo doppio flash back legato alle due voci narranti che rimandano a choc, sofferenze, insani patimenti e a qualche raro idilliaco momento di anni prima.
Come nei romanzi precedenti della Paris, alla base della trama c’è sempre un rapporto malato e in qualche modo ossessivo collegato a una coppia. Evidentemente il mondo attuale porta molti scrittori e autori a scegliere con voluttà di uscire dai binari cercando di stupire a ogni costo. Il rapporto tra scrittore e lettore diventa: io la sparo sempre più grossa e vediamo se tu te la bevi.
Alcuni particolari, ma la fiction è solo un gioco no?, sono al di là del verosimile, ma va bene lo stesso. Sono convinta che la signora Paris, e come lei altri scrittori, trovi nelle pagine dei libri un bello sfogo, magari a una perfida e noiosa routine quotidiana. Quanti di noi, guardate che le do ragione, sognano almeno una volta di poter eliminare freddamente qualcuno. E riuscire a farlo scrivendo è una signora soddisfazione. Psichiatri e psicologi avrebbero motivo di battere le mani.
B.A. Paris è nata e cresciuta in Inghilterra, ma si è trasferita in Francia per lavorare in una grande banca d’investimento. A un certo punto della sua vita, però, ha deciso di cambiare e di dedicarsi alla narrativa. I suoi romanzi La coppia perfetta e La moglie imperfetta hanno venduto oltre un milione di copie e sono stati tradotti in 37 Paesi. Attualmente vive in Inghilterra col marito e le cinque figlie.

La Debicke e… La porta del buio

Franco Limardi
La porta del buio
Leone, 2018

Un prologo da incubo, lontano decenni nel tempo e legato a un bestiale, diabolico ed esoterico sacrificio di sangue, che segnerà per sempre una vita.
Il commissario Giorgio Brentani è un ottimo poliziotto, con una lucida mente di investigatore ma da tempo, ormai, lavora dietro a una scrivania. Tre anni prima una tragica indagine è costata la vita a tutta la sua famiglia: moglie e due figli, un maschio e una femmina. I delinquenti, che li avevano sequestrati per vendetta nei suoi confronti, durante la fuga ad alta velocità erano precipitati da un viadotto e l’auto su cui viaggiavano era esplosa nell’impatto, finendo divorata dalle fiamme con tutti i passeggeri. Nessun superstite. L’orrore di quell’episodio ha segnato profondamente Brentani, condizionandogli l’esistenza. Il tempo non ha guarito del tutto le piaghe della memoria. Molte delle sue notti sono ancora scandite da angoscianti incubi, in cui tornano a tormentarlo i volti di Silvia, Marco e Giulia.
Ma, ciò nonostante, di fronte a una truculenta e inspiegabile strage familiare nel quartiere di Montesacro il commissario capo Massimo Cacciatori sollecita il ritorno di Brentani sul campo. Gli saranno di supporto il vecchio collega e amico ispettore Giò Portinari e, in veste di nuovo acquisto per la ricostruita squadra, l’agente Morrone.
Gli spaventosi delitti sembrano portare le stigmate della perversione o della follia. Moglie, figli e fidanzato della figlia sono stato eliminati con una speciale pistola in uso all’esercito, mentre al capo famiglia è stata riservata la sorte peggiore. Barbaramente ucciso a coltellate, è stato abbandonato appeso a testa in giù, circondato da misteriosi segni rossi, verdi e neri tracciati sulla parete (forse parole?) in un intreccio indecifrabile e inquietante. Brentani non si perde d’animo, inizia a scavare a fondo sul modus operandi dell’assassino e negli archivi della polizia scopre la presenza di due casi molto simili all’omicidio su cui sta indagando, avvenuti nelle province di Terni e di Siena; stesse modalità, tempi diversi ma forse tutti e tre collegabili.
Si potrebbe ipotizzare un assassino seriale? Un pazzo o un vendicatore? Anche i media, nella persona di una intrigante e tentatrice giornalista, vorrebbero saperne di più, ma la regola di Brentani è sempre stata: con la stampa bocca chiusa. Le indagini conducono Giorgio e il suo amico ispettore Portinari fino a un luogo in particolare, il Pio Istituto Sant’Antonio portatore di Cristo. Brentani e Portinari sono convinti di essere sulla pista giusta: le vittime seviziate hanno tutte e tre lavorato a vario titolo presso l’orfanotrofio, Il Rifugio del fanciullo, fondato da quell’ente religioso e chiuso da anni per ordine della magistratura. Non può essere soltanto una coincidenza, ci deve essere sotto qualcosa.
Cosa accadeva dentro le mura di quell’edificio? Chi si nasconde dietro agli omicidi? Deve essere qualcuno che conta e che manovra nell’ombra per depistare le indagini e non far arrivare Brentani alla verità.
Tempi ben scanditi da una struttura narrativa che tiene il lettore in sospeso. Personaggi di spessore, ambientazioni ben calibrate che offrono un perfetto scenario a un thriller crudo e agghiacciante che, oltre ad andare a indagare sul significato di antichi simboli e rituali magici, scava a fondo nella psiche dei personaggi. Un lungo cammino per riuscire finalmente ad accendere le luci della scena, alzare il sipario, diradare l’ombra della tragedia e dare spazio alla luce della verità.

Franco Limardi è nato a Roma ma da molti anni risiede e lavora a Viterbo. Laureato in Filosofia Estetica con una tesi sul cinema, è stato sceneggiatore. Ha esordito nella narrativa nel 2001 con il romanzo L’età dell’acqua, menzione speciale della giuria al Premio Calvino, pubblicato da DeriveApprodi. Ha al suo attivo alcuni testi teatrali e i romanzi Anche una sola lacrima (Marsilio 2005), I cinquanta nomi del bianco (Marsilio 2009) e Il bacio del brigante (Mondadori 2013), vincitore del Premio Chianti Narrativa nel 2015. Alcuni suoi racconti sono comparsi in raccolte antologiche.

La Debicke e… “Stare bene”

Andrea Giraudo
“Stare bene”
Rosso di Sera
In uscita oggi, 18 gennaio 2019

Quando la musica si avvicina al mondo della scrittura
Non si vive di soli libri, perciò stavolta perciò scriverò due righe sull’album di Andrea Giraudo, autore legato sensibilmente, fisicamente e moralmente al mondo della scrittura. Persino Guccini, che negli ultimi anni con Loriano Macchiavelli ha cavalcato l’accoppiata scrittura-musica, gli ha espresso apprezzamento. E, secondo Gian Franco Reverberi: “L’esibizione di Andrea Giraudo è fortemente legata alla letteratura e al teatro-canzone senza perdere mai la sua forte origine Blues”. Sappiamo che a volte certa musica italiana è trascurata. Nemo profeta in patria. Spesso all’estero ci troviamo ad ascoltare musicisti e cantanti italiani con testi magari banali, commerciali, che tengono lo spazio di una stagione. Raramente sentiamo e apprezziamo i cantautori con la “C” maiuscola. Ricordate le prime canzoni che abbiamo memorizzato poco più che ragazzi? Sicuramente tra queste c’era “Vengo anch’io: no, tu no!” di Renzo Jannacci. Un’atmosfera milanese speciale, note e parole diverse ma sì! funzionavano eccome! Sonorità e musicalità che, direi, si possono ricercare e ritrovare in Andrea Giraudo. Ascolto un pezzo a caso “Mondo Cassetto” e… ci siamo! Mi riporta a quella Milano in bianco e nero di allora, che cantava testi diversi accompagnati da strumenti semplici, con il mandolino che fungeva da sottofondo. Passo a “La clessidra” che invece mira al jazz: spunti lontani ma vicini che corrono con il pianoforte in primo piano. Di genere diverso è il brano “La guarigione”: musica più pop, con tocchi anni Settanta, che ci narra la guarigione da un amore perduto. E passo a “Poker” (che, insieme a “La clessidra”, è stato iscritto al concorso Musicultura per l’edizione 2019). La vita è come una partita di poker, bisogna saper giocare bene le proprie carte, ci vuole sempre fortuna, istinto e… il bluff.
Andrea Giraudo, cantautore, pianista e compositore, con la sua voce alternativa, graffiante e pur suadente, è una piacevole scoperta. La sua vena creativa spazia da Giorgio Gaber agli Avion Travel, da Paolo Conte a Lucio Dalla. Artista eclettico, lo si potrebbe forse definire uno dei pochi eredi di Rino Gaetano e della voce “nera” di Nino Ferrer. A cavallo tra ironia e satira, un moderno cantautore con tendenze Rock/Blues che ha prodotto questo piacevole “Stare bene”. A conti fatti di sicuro interesse per chi voglia starlo ad ascoltare perché annovera sprazzi di innovazione musicale non comuni. Un testo diretto, immediato, con musica valorizzata da arrangiamenti suggestivi, melodici, coinvolgenti. La strumentazione infatti, a partire dal pianoforte, arricchita di fisarmonica, hammond, batteria, rimane su piano analogico con suoni puliti e riconoscibili, che accompagnano melodiosamente la voce.

Nato nel 1971, Andrea Giraudo si cimenta con il pianoforte sin da giovane età passando dal tango argentino al pop melodico, al rock‘n’roll e tocca il suo vertice più elevato nel Blues. Nel 1995 sarà co-fondatore dei “Madai”, formazione Rock-Blues che vince l’Heineken Tour nel 1996. Partecipa a vari Festival e per due anni consecutivi a kermesse quali “Pavese Festival, La Luna e i Falò” a Santo Stefano Belbo. Da ottobre 2016 collabora, come ospite musicista, al Teatro “CAB 41” di Torino, diretto da Gianpiero Perone. I suoi spettacoli hanno avuto palcoscenici prestigiosi ed estici, come nel 2007 al palazzo reale di Aqaba in occasione del compleanno della principessa Bashma Hussein di Giordania. Il primo singolo dell’album Stare bene “La Guarigione” è già in classifica Mei Indie Music Like. Il 18 gennaio ci sarà la pubblicazione del suo album con l’etichetta Rosso di sera di Leopoldo Lombardi. Tutti i brani sono stati registrati, arrangiati e mixati in studio con Fabrizio Barale (musicista ed ex chitarrista di Ivano Fossati).

Le Debicke e… Addicted

Paolo Roversi
Addicted
SEM, 2019

Come potrebbe Rebecca Stark, psichiatra londinese di successo, rifiutare una proposta da sogno, con uno stipendio da favola, una proposta in grado di provare a tutti la sua eccezionale preparazione e dimostrare al mondo intero la validità e la reale efficacia del Metodo Stark, l’innovativo e rivoluzionario sistema per guarire le persone afflitte da dipendenze ossessive?
Come potrebbe non ascoltare Grigory Ivanov, il magnate russo plurimiliardario, suo ex paziente felicemente rimesso in carreggiata, che la convoca a Ginevra nel suo lussuoso ufficio direzionale e le fa l’offerta della vita?
Ivanov ha deciso di affidare alla Stark la guida di Sunrise, la prima struttura di riabilitazione mentale e psicologica che dovrà diventare il paradigma per la creazione di una serie di cliniche all’avanguardia, sparse sul pianeta e destinate a purificare la gente dai peggiori istinti ingestibili.
Come rifiutare l’offerta della lussuosa masseria, che dico, di un antico palazzo gentilizio, un fortilizio avito circondato da ettari di campi e ulivi, sontuosamente restaurato e completamente messo a sua disposizione per provare le sue teorie?
Infatti Rebecca accetta e, mentre prende tempo per appoggiare i pazienti che ha in cura a Londra a colleghi di fiducia, viene messa in moto una fantasmagorica campagna pubblicitaria/lotteria a livello mondiale per attirare i suoi primi “addicted”.
Ma tranquilli, tutto sarà avvolto dalla protettiva coltre della privacy. Si dovrà sapere solo che la prima clinica sarà in Italia, in Puglia, e che la lingua di comunicazione richiesta sarà l’inglese. Nessuna ulteriore informazione e nessuno – eccetto Grigory Ivanov, Rebecca Stark, il fidatissimo Dennis Moore, infermiere specializzato e da anni sua spalla, e Klaus, il gigantesco autista tuttofare scelto dal russo – ne conoscerà l’esatto indirizzo o saprà che si trova solo a pochi chilometri di distanza dall’incanto di Ostuni.
Tra le centinaia di richieste provenienti da ogni angolo del globo, vengono prescelti sette pazienti: Lena Weber, ossessionata fino a farsi male dalla perfezione fisica; Jian Chow, hacker compulsivo, malato di autoerotismo; Rosa, adolescente tecnodipendente scoperta dalla madre a masturbarsi a pagamento davanti a un cellulare; Claudio Carrara, un ludopatico compulsivo che in pochi giorni ha bruciato oltre 200.000 euro; Julie Arnaud, manager di successo ma ninfomane fin dall’infanzia; Tim Parker, un trader cocainomane incapace di controllo e, infine, Jessica De Groot, anoressica e autolesionista.
Selezionati fra la larghissima platea di richiedenti, i sette hanno vinto un soggiorno gratuito di un mese. La loro auspicata soddisfazione per i risultati ottenuti ne farà dei testimonial e garantirà la vendita a caro prezzo dei successivi soggiorni terapeutici. Rebecca sarà la prima ad arrivare, accompagnata da Dennis, e Klaus, dopo averli caricati all’aeroporto di Bari, li accompagnerà alla masseria.
Il sole che splende e il cielo blu rendono il luogo paradisiaco, un ambiente perfetto per accogliere i futuri pazienti che dovranno lavorare nei campi, cogliere i rigogliosi frutti degli orti, cucinare e dedicarsi alle pulizie. Dovranno vivere, insomma, come una piccola comunità monastica medioevale isolata dal resto del mondo. Sistema portante della terapia, infatti, sarà diventare autosufficienti dai condizionamenti della modernità e quindi, come imprescindibile vincolo per poter restare, sarà obbligatorio consegnare tutti gli apparecchi elettronici personali.
Durante il soggiorno non sono consentiti contatti con il mondo esterno. Non ci sono auto con cui muoversi a disposizione degli ospiti. L’unico collegamento con la civiltà sarà affidato a una corriera regionale che di giorno passa ogni ora. Sul quadro di una teca verranno affissi i biglietti per salire a bordo, ma la scelta di partire equivarrà a rinunciare per sempre a vincere la dipendenza, l’addiction.
Tutti gli ospiti arrivano alla spicciolata e all’inizio, a parte qualche piccola incomprensione, tutto sembra ben avviato.
Dopo solo pochi giorni, però, due pazienti scompaiono misteriosamente. Partiti?
Inoltre esplode un, innaturale per la stagione, uragano torrenziale che blocca i collegamenti elettrici e, imprigionando gli ospiti in un limaccioso e invalicabile lago di fango, non consente più a nessuno di comunicare per chiedere aiuto o allontanarsi per fuggire.
Per tutti loro comincerà un’esperienza da incubo che finirà per trasformarsi in un angosciante e macabro gioco al massacro (Agatha Christie docet).
Stavolta Paolo Roversi abbandona i suoi abituali schemi narrativi, soffusi dall’humour, per regalarci in salsa pugliese un thriller aspro, privo intenti consolatori e più consono agli intensi e scanditi ritmi degli scrittori nordici. Un romanzo inatteso dai suoi abituali lettori, immagino, drammaticamente horror, crudo, coinvolgente e che rivela recondite, aberranti e brutali deviazioni della psiche umana, sviscerando a fondo i tanti perché di certi lati più oscuri.

Paolo Roversi è scrittore, giornalista e sceneggiatore. Vive a Milano. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore di soggetti per serie televisive. I suoi romanzi sono tradotti in quattro lingue e dai suoi libri sono stati tratti spettacoli teatrali e cortometraggi. Col romanzo Solo il tempo di morire (Marsilio) ha vinto il Premio Selezione Bancarella 2015 e il Premio Garfagnana Giallo 2015.

La Debicke e… La chiave di tutto

Gino Vignali
La chiave di tutto
Solferino/Corriere della Sera, 2018

Primo romanzo da solista di Gino Vignali (senza Michele Mozzati), La chiave di tutto è un frizzante poliziesco ambientato in un improbabile commissariato di Rimini. Commissariato retto da un’indimenticabile squadra di investigatori, guidata dal vice questore Costanza Confalonieri Bonnet, aristocratica, ricchissima, di origine milanese, una vera fata, la poliziotta più bella mai toccata in sorte a una Questura, che vive nella suite 401, la Gradisca, presso il famoso Grand Hotel di Rimini, che spopola per eleganza e per il lato B superiore, pare, a quello di Pippa Middleton (ricordate il matrimonio di William e Kate…). Gli altri “fortunati” componenti della sua squadra sono il cinquantenne ispettore siciliano, un normanno alto biondo e intellettuale, Orlando Appicciafuoco; il vice sovrintendente locale, Emerson Leichen Palmer Balducci, che non ha inventato la polvere da sparo (irresistibile poi il suo inglese scritto e parlato); la geniale esperta informatica bergamasca, l’agente scelto Cecilia Cortellesi.
Ambientato in una Rimini dal sapore squisitamente felliniano, nello scenario del Grand Hotel di felliniana memoria, il libro si apre in modo inconsueto per la rilassante atmosfera della famosa stazione di vacanze della costa adriatica. ma sicuramente nel modo più classico per un giallo: con un feroce delitto.
La vittima è Vagano, così chiamato perché recita ossessivamente la filastrocca di inizio di Amarcord, un senzatetto conosciuto e apprezzato da tutti, ritrovato barbaramente ucciso e bruciato su una panchina proprio davanti al Grand Hotel. Appena il tempo di dare il via all’indagine per la nostra fascinosa vice questore, che salta fuori una seconda vittima, stavolta un etiope di buona famiglia ma con un trascorso di droga e di successiva di disintossicazione a San Patrignano, che ha ricevuto lo stesso trattamento del barbone e, come se non bastasse, c’è subito anche una terza vittima, Pandora, una pierre ed ex spogliarellista di buon cuore nonché fidanzata dell’etiope.
Questi tre orrendi efferati delitti sembrano adeguarsi a una sinistramente logica catena di intolleranza e razzismo. I media si scatenano, si tratterebbe di un killer che ha deciso di ripulire Rimini.
Ma il vice questore Costanza Confalonieri Bonnet non è affatto convinta. Secondo lei, la pista ideologica non è giusta.
Vagano è stato torturato prima di morire. L’anatomopatologa che ha effettuato l’autopsia l’ha riscontrato e anche trovato una chiave dentro il suo esofago. Perché mai Vagano l’avrebbe ingoiata? Evidentemente quella chiave, secondo Costanza Confalonieri Bonnet (e dati i magnanimi lombi della milanesissima famiglia del vice questore, Vignali non si azzarda mai a citarla altrimenti), deve essere la “chiave” di tutto. Ma cosa diavolo apre? E se non si tratta di intolleranza e razzismo, dove bisogna guardare?
Gatta ci cova, sono tempi pericolosi. Che la storia sia molto, ma molto più sporca?
Una trama azzeccata che si regge su uno stile spumeggiante. I personaggi sono spassosi, il dialoghi effervescenti, le ambientazione perfette. La storia si dipana con dettagli e personaggi centrati, spesso resi con tratti macchiettistici ma perfettamente credibili. L’autore si trastulla giocosamente con i nomi e fa bene.
Il divertimento è garantito dal principio alla fine ma la cultura con la C maiuscola fa l’occhiolino al lettore e, unita all’ingegno, trasuda gradevolmente da tutte le pagine. Un dialogo serrato e vivace, una investigazione lucida ed intelligente, un’ironia soffusa, sono le caratteristiche salienti di un romanzo che non delude le aspettative, anzi intriga e conquista il lettore.
Siamo d’inverno, la cattiva stagione non aiuta certo a tirarci su il morale, ciò nondimeno l’inverno di La chiave di tutto, sia pur con la sua implacabile e spessa coltre di neve riminese, ci sta bene, anzi benissimo. Perché dopo tanti brividi, non di freddo ma di angoscia, paura, ribrezzo, finalmente un romanzo che nonostante i suoi morti ammazzati, pur barbaramente, riesce a metterti di buon umore, facendoti sorridere quasi a ogni pagina. Grazie Vignali, mi ci voleva!

Gino Vignali è nato a Milano. Il suo nome è da anni legato a quello di Michele Mozzati, un sodalizio nato ai tempi dell’università e che li ha resi celebri come Gino & Michele. Sono tra i fondatori dell’agenda Smemoranda, hanno partecipato alla nascita del cabaret Zelig e ideato l’omonima trasmissione televisiva. In coppia con Michele ha pubblicato numerosi libri, di narrativa e non, tra cui Anche le formiche nel loro piccolos’incazzano (1991) e Neppure un rigo di cronaca (2000).