La Debicke e… Polvere

Polvere
di Enrico Pandiani
Dea Pianeta, 2018

Per i nuovi tipi della Dea Pianeta, casa editrice nata dal connubio letterario del Gruppo Pianeta con il Gruppo De Agostini, esce questo nuovo libro di Enrico Pandiani. Si cambia nazione (via la Francia), città (via Parigi & company) perché stavolta lo scenario è Torino. Lasciata per questo giro la chiassosa e ormai familiare troupe des Italiens, Pandiani ci presenta un nuovo e interessante personaggio che riesce a conglomerare in un indovinato cocktail tra l’hard boiled americano, il noir francese alla Izzo e qualche intelligente intuizione che ci rimanda a Scerbanenco. Il tutto sempre condito dalla musica a lui cara mentre, come il suo protagonista, fuma la pipa (sì certo, sappiamo che Pandiani la fuma e Closterman gli ha rubato senz’altro qualcosa della sua intelligente ironia, ma noi lettori non ci dimentichiamo di Maigret…)
Un personaggio che si muove in una Torino poco da cartolina, molto allargata se si guarda l’etnia della popolazione che vive nelle periferie e con diverse anime, tutte da scoprire. Comunque, cominciamo dal titolo: perché Polvere? Perché la polvere è disumana e in grado di obnubilare ogni facoltà positiva, quando si posa sulla vita, sulla tua vita. Eh già, perché se alcuni poliziotti senza scrupoli hanno deciso di incastrarti, e sei stato a un passo dalla galera, finisce che ne esci completamente sputtanato, demoralizzato, con le ossa rotte e ti sembra di aver solo voglia di vegetare.
È quello che capita a Pietro Clostermann, nipote dell’asso dell’aviazione francese nella seconda guerra mondiale, di cui porta il nome: da quando ha ingiustamente perso il lavoro, la sua vita è andata in frantumi. Era il responsabile della sicurezza di una grossa azienda ma, nel tentativo di scoprire certi sporchi giochi che si nascondevano dietro la facciata, adesso è, e si sente, solo un inutile disoccupato – impossibile trovare un altro impiego con quel macigno sulle spalle – che si concede qualche Wallbanger drink (Vodka, galliano e succo d’arancio) di troppo e come unico vero amico ormai ha solo un simpatico gatto al quale non ha ancora dato un nome. Ma a lui, Clostermann, ormai pare che vada bene così: ok se non hai legami, nessuno può deluderti. Abita in un quartiere periferico, come mezzi di trasporto usa solo quelli pubblici e vivacchia sonnolento. Però una mattina bussa alla sua porta un’anziana vicina di casa dall’aria stanca e dimessa. Al caffè dell’angolo della strada le hanno fatto il suo nome come investigatore e lei chiede il suo aiuto perché anche la sua vita è stata distrutta. Spiega infatti che pochi mesi prima sua figlia Silvia Massafra è stata sequestrata e uccisa in circostanze che la polizia non ha mai saputo o voluto chiarire.
Un caso che spaventa Pietro, che vorrebbe rifiutare. O forse è l’ultima occasione per dimostrare agli altri e a se stesso che può farcela? Per rimettersi in circolazione? Pietro non avrebbe alcun titolo per andare a ficcare il naso in quella storia, fare domande in giro, indagare. Dovrebbe fingersi qualcun altro e sa bene di essere sotto tiro della polizia – in questura c’è almeno una persona, un tempo affettivamente importante, ma che ora non vorrebbe certo ritrovarselo davanti. Tuttavia, commosso dal dolore di una madre e intrigato quasi suo malgrado, decide di provare ad accollarsi l’incarico e accettare la sfida. Come prova a muoversi, si scontra con ostacoli che parrebbero insormontabili, ma Clostermann non demorde, come lo zio eroe della Raf, torna all’attacco, rilancia, cerca aiuto e alleati in chi gli deve favori. Cosa c’è dietro quella morte all’apparenza inesplicabile di una brillante impiegata della Boἳte à Merveilles, una società di Export Import di mobili e manufatti dal Marocco? Unica possibile traccia: una stupenda africana che Silva aveva ospitato in casa sua. Perché? Chi era? Grossi guai in vista…
Poi, uando sulla tomba di Silvia Massafra incontrerà Tundra, la bellissima sorella della vittima, i suoi guai diventeranno maggiori, ma Pietro Clostermann può farcela, deve reagire, ricominciare a vivere e scrollarsi di dosso la polvere che per troppi anni ha lasciato accumulare sulla sua vita fino quasi a soffocarlo. E se il destino ha deciso di offrirti in qualche modo un’occasione di riscatto, devi darti da fare a rischio della vita e coglierla.

Enrico Pandiani non smentisce la sua bravura e ci regala una disincantata carrellata noir nelle pieghe di una spaventosa realtà sociale. Ma anche una benevola occhiata che sa cogliere l’infinita serie delle sfumature psicologiche nei tanti risvolti dei rapporti umani. Di un pugno di esistenze che si ribellano e cercano di combattere il male, sullo sfondo di una Torino multiforme e postindustriale. Una metropoli sulla quale si allargano implacabili i tanti tentacoli da tagliare di una astuta piovra che controlla un racket malavitoso nazionale.

La Debicke e… Sara al tramonto

Sara al tramonto
di Maurizio de Giovanni
Rizzoli, 2018

Non mi piace definire Sara al tramonto un thriller o un romanzo poliziesco, magari patinato di noir. Stop con i generi. Non se ne può più.
Ripartiamo da zero.
Questo è un bel romanzo e basta. Un romanzo in cui, d’accordo, succede anche che ci sia un delitto, un gran brutto delitto che in realtà diventa la causa incidentale per raccontare una vera storia, introdurne un’altra commovente ma contemporaneamente intrigante, di quella che è stata una vita, scelta, voluta e della quale si sono patite le conseguenze, farne intravedere una terza importante, a divenire e, per finire, riuscire persino a salvarne una.
Fatto straordinario, encomiabile certo, ma il succo non sta là, e la parola che invece meglio descrive questo nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni è “responsabilità”. E cioè: cognizione, acquisizione, accettazione e sorprendente assunzione di questa indispensabile condizione che congloba e unisce all’interno della storia un eterogeneo gruppetto di personaggi.
Un libro vero, con una trama articolata che concede ampio respiro a due diverse interpretazioni, una profondamente coinvolgente, emozionale e un’altra comica, che l’avvicina alla commedia. Un libro che sceglie come protagonista e interprete – e il titolo lo svela – una donna, una figura femminile forte e importante, Sara Morozzi. Nessuno la conosce, perché Sara Morozzi, con il suo aspetto volutamente dimesso, piccola, con i capelli grigi, abiti semplici, scarpe comode, con la sua capacità di celarsi, di vivere nell’ombra, riesce a diventare anonima, quasi invisibile. Sara invece, conosce bene coloro di cui ha spiato la vita, Sara detta “Mora” che per decenni ha lavorato in una speciale unità investigativa “coperta”, legata ai Servizi, impegnata in attività d’intercettazione non autorizzate o meglio “confidenziali”.
Una ex poliziotta con i suoi inquietanti trascorsi operativi negli ingranaggi più oscuri degli apparati di Stato, una specie di implacabile giustiziere in grado di far piazza pulita e liquidare sporchi conti rimasti in sospeso. Sara che doveva il suo incarico alla sua eccezionale dote. Dote che le permette, incontrando una persona, di “indovinare ciò che era e pensava”, non solo con la lettura delle parole sulle labbra, ma di decifrarne l’insieme degli intenti, dai movimenti inconsci del volto, dalla postura delle mani, dai gesti involontari, dallo sguardo, da quelle piccole cose che agli altri sfuggono o non dicono niente, mentre per lei meticolosa e analitica ai limiti dell’ossessività, erano rivelatrici. Con gli anni aveva affinato quella innata capacità che l’aveva resa un indispensabile atout per la sua sezione.
Il tempo era passato così, scivolandole tra le dita, mentre nelle orecchie echeggiavano i segreti degli altri. Oggi, superati i cinquanta, è sola. Da poco ha perso il suo compagno, il suo pilastro, il suo unico vero amore, l’uomo ai vertici della sezione investigativa e non può o riesce a rimproverarsi le sue scelte fatte, quel suo grande e insopprimibile impulso che la costrinse ad abbandonare una famiglia, un marito, un figlio piccolo. Oggi è una donna che crede di aver toccato il limite della disperazione, che si annulla, si confonde con l’ambiente. inespressiva, persino invisibile, sullo sfondo di una strana Napoli: periferica e marginale, quasi inesistente e dimenticata dalle cronache, una Napoli che si esalta solo per un attimo con l’azzurro carico del mare ammirato dalle finestre di un villa.
Una protagonista d’eccezione, con la sua meravigliosa dote sempre là ma praticamente in stand by, viene richiamata in servizio in maniera non regolare, da una collega dei servizi segreti, per svolgere un compito particolare, con una copertura semiufficiale e l’appoggio e il suggerimento di un bravo ispettore, annegato da troppo tempo nell’inazione dai meandri della burocrazia.
Questa strana coppia al limite dell’incompatibilità dovrebbe cercare un’altra verità e un altro finale per una storia che pare già tracciata indelebilmente: l’uccisione del ricco finanziere Molfino, per la quale è accusata e in carcere la figlia Dalinda, tossicodipendente e madre single. Uccisione compiuta in un momento di follia sotto la spinta della droga. Senza contare che l’autopsia aveva evidenziato che il morto era affetto da una gravissima malattia al fegato che l’avrebbe portato alla tomba in poco tempo. L’indagine supplementare, uno scrupolo più che altro, è dovuta al grido di aiuto lanciato da Dalinda Molfino che teme per la vita di sua figlia Bea.
E qui subentra la responsabilità accettata, e condivisa da tutti coloro che in qualche modo si trovano o si troveranno coinvolti nelle storia, nei confronti di una bambina di sei anni. Responsabilità che li convincerà a mettersi in gioco perché Sara ai giardinetti, seduta sulla penultima panchina, stava aspettando una giovane donna che conosceva e che diventerà a pieno titolo la terza componente del loro gruppo investigativo. E regalerà loro quel quid in più, in virtù della telematica, destinato a sbrogliare la matassa. Perché seguendo un filo sottilissimo ma che man mano si dipana e si rafforza, Sara riuscirà a intuire quanto le sopraffazioni e le prepotenze legate al quotidiano possano far crescere l’odio fino a un’incontrollata esplosione. E non serve nascondersi dietro una porta, o magari abbassare la voce, perché Sara, che ora può vedere anche sullo schermo, è in grado leggere e “ascoltare” ciò che si trama. Il loro trio insieme può risolvere il caso e magari regalarsi nuove e importanti responsabilità. Una nuova serie? Forse, non so, probabile, ma sicuramente un bel libro da leggere.

La Debicke e… Il ragazzo sul ponte

Il ragazzo sul ponte
di M.R. Carey
Newton Compton, 2018

Sono passati dieci anni da quando una misteriosa e incontrollabile epidemia, provocata da un fungo che invade e modifica le cellule cerebrali, ha cominciato a contagiare la maggior parte degli abitanti del pianeta trasformandoli in hungries, mostri carnivori privi di raziocinio, assetati di sangue e che si nutrono indifferentemente di animali e di esseri umani. Gli hungries non hanno coscienza, né attività cerebrale. L’ipotesi alternativa sarebbe anche più inquietante: “sarebbero cerebralmente attivi ma incapaci di comandare i propri arti a causa del patogeno che infetta il loro sistema nervoso centrale. E chissà cosa provano, se qualcosa provano, in tale condizione. Un solo loro morso è sufficiente a trasmettere il contagio trasformando gli uomini in zombies. Ciò che resta dell’umanità è suddivisa tra alcune fortezze inespugnabili protette da giganteschi carri armati, gestite da una cosiddetta dittatura illuminata alla testa dell’esercito superstite e gli junker, gruppi di predatori senza pietà che a bordo di mezzi blindati protetti da armi pesanti, assaltano, depredano e uccidono, praticando persino l’antropofagia, tutto quanto trovano sul loro cammino. Il potere per così dire ufficiale tenta da anni di organizzare delle squadre di ricerca formate da scienziati che avrebbero per scopo di individuare una qualsivoglia cura o vaccino per contrastare il morbo.
Queste sono le premesse di Il ragazzo sul ponte, un thriller sovrannaturale frutto della fertile penna di M.R. Carey, che poi si rivela il prequel del celebre La ragazza che sapeva troppo, che ha ottenuto gran successo internazionale anche per un’indovinata e coinvolgente rilettura cinematografica. Ma torniamo a Il ragazzo sul ponte. Questo ragazzo, che dà il titolo alla storia, sarebbe Stephen Greaves, un quindicenne geniale ma autistico (stenta a relazionarsi con le altre persone, evita il contatto umano, tipico della sindrome di Asperger) che affronta ogni genere di sfida con interesse sia per la meccanica che per la conoscenza. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, la scienziata Samrina Khan, che l’ha salvato da piccolo e conosce il suo altissimo potenziale intellettivo – Greaves infatti ha inventato un gel in grado di neutralizzare gli odori e permettere di sfuggire all’olfatto degli hungries – gli è affezionata e riesce a mantenere un fattivo rapporto con lui. E proprio lei, che lavora per la squadra scientifica della fortezza, ha deciso di includerlo nel programma che prevede un viaggio pericolosissimo verso in nord dell’Inghilterra, per ricuperare campioni del fungo piazzati in posti diversi per clima e tipologia territoriale, nell’intento di garantire al genere umano una speranza. Altro scopo di questa pericolosa missione è prelevare campioni dagli hungries per tentare di sintetizzare una cura per gli umani infetti e far fronte all’epidemia. La loro spedizione, che durerà mesi, li costringerà a vivere pigiati uno sull’altro, come sardine, a bordo del Rosalind Franklin, un laboratorio mobile, un immenso carro armato blindato da trasporto. L’equipaggio della Rosalind è composto da sei membri dell’esercito incaricati delle sicurezza e della protezione e dall’equipe di ricercatori. Tra i due gruppi nasceranno inevitabilmente, con il tempo e le difficoltà, attriti e frizioni, anche normali, data la forzata convivenza ma che finiranno per scontrarsi anche con importanti scelte di natura etica che in alcuni casi si riveleranno pericolosamente fatali. Visto che, se abbiamo letto La ragazza che sapeva troppo, ricordiamo che la Rosalind Franklin è stata trovata abbandonata, nutriamo poche illusioni sull’infelice destino del suo equipaggio. O forse qualcuno potrebbe essere sopravvissuto abbastanza a lungo da riuscire a conoscere Melanie, l’eroina della La ragazza che sapeva troppo, e la sua coraggiosa insegnante? Fantascienza, fantasy o un plausibile angosciante futuro da non augurarsi?

Mike Carey (nato nel 1959), conosciuto anche con lo pseudonimo M. R. Carey, è uno scrittore britannico di fumetti, romanzi e film. È internazionalmente famoso soprattutto per aver scritto il romanzo La ragazza che sapeva troppo.

La Debicke e… Non si uccide per amore

Non si uccide per amore
di Rosa Teruzzi
Sonzogno, 2018

Un flash-back di vent’anni ci riporta alla morte in diretta di Saverio, poliziotto, marito di Libera, padre di Vittoria e genero di Iole nel terzo capitolo della saga della fioraia del Giambellino. Un flash-back annunciato che, dopo il fortuito ritrovamento di un foglietto ingiallito in una vecchia camicia di Saverio, conservata per ricordo nel fondo di un armadio, ha riportato Libera all’episodio più doloroso della sua vita, che ha reso lei vedova e sua figlia orfana. Un caso, un delitto lontano, mai risolto che ha spinto Vittoria a seguire le orme paterne e arruolarsi in polizia. Un delitto per il quale non è mai stato trovato il colpevole, e a cosa può servire ora quel biglietto, che sembra scritto da una donna? Che dovrebbe essere una certa Loredana Pace, bella e giovane moglie di un mafioso in prigione e madre dei suoi figli. L’orrendo sapore di cose irrisolte, il dolore e l’angoscia, tormentano Libera e gli incubi affollano le sue notti. Quel biglietto riapre tutte le piste: cosa è davvero successo la notte in cui Saverio è morto? Chi è stata a ucciderlo? Perché? Su cosa indagava? La sua morte è collegabile alla mafia calabrese? Qualcuno della polizia l’ha tradito? Ossessionata dalle tante, troppe domande senza risposta che le riempiono la testa, collegate anche a Gabriele, da anni suo nume protettore, migliore amico di suo marito e padrino di sua figlia, Libera, dubita persino di lui, perché non riesce a far riaprire il caso. Insomma Libera, per cercare la verità, deve rivangare il passato e, dopo essersi guadagnata sul campo nei romanzi precedenti una fama di quasi detective, per mantenerla deve coinvolgere di nuovo nella sua personale indagine Temperante Cagnaccio. Chi altri se non lui, detto il Dog, capocronista del giornale del pomeriggio La Città, che sopravviveva grazie alle pagine dello sport, degli spettacoli e soprattutto della cronaca nera, poteva aiutarla? Ne era sicura, le aveva dato una mano, in passato, e lo avrebbe fatto ancora. Bastava presentargli una polpetta abbastanza appetitosa e il caso di Saverio lo è. Cagnaccio metterà subito all’opera la sua giornalista di nera o il suo cane da punta Irene Milani, da lui soprannominata Smilza o Smortina. Le informazioni che saltano fuori convinceranno Libera a partire di nascosto con la madre Iole, estroversa, stravagante e prepotente ex figlia dei fiori con velleità amorose, verso la Calabria, in un avventuroso viaggio sulle tracce della verità che l’aiuterà a chiarirsi le idee ma anche ad arrivare a mettere la parola fine alla più dolorosa fase della sua esistenza.
La nostra rossa o Julianne Moore del Giambellino (così chiamata proprio per il fulgore della sua chioma) è un personaggio speciale, figlia di Iole e mamma di Vittoria, quasi schiacciata tra due donne dalla personalità molto forte, importante. Lei è più fragile, più insicura. Ma lo è veramente? Come giovane vedova con una bambina da crescere ha preso tante botte dalla vita. Sua madre, quando lei era piccola, la trascurava, inseguendo la sua libertà. Sua grande figura di riferimento nonno Spartaco, il colto ferroviere che sapeva il vocabolario a memoria, ma ora non c’è più da anni. Libera sembra in attesa, come se avesse premuto il tasto “pausa” della sua vita. Spesso incerta, non riesce a parlare, a spiegarsi, ad aprirsi, ma quando vuole sa tirare fuori grinta e coraggio quanto basta. E se se in futuro dovrà affrontare nuove esperienze, nuovi interessi, saprà farlo.
Ancora una volta Rosa Teruzzi fa centro con una storia che convince e intriga, allo stesso tempo dura e delicata e, con una sana dose di intelligente ironia, continua a far vivere alla grande i suoi tre ormai irrinunciabili personaggi: Iole, Libera e Vittoria. Felici lo stesso, benché sfumate stavolta, le comparsate dell’amico-corteggiatore cuoco e del suo cane, ma vuoi mettere, caro lettore, l’atmosfera di una riunione d’indagine in un gelido e umido agosto milanese dove domina il profumo di polenta coperta di parmigiano messo a confronto con i magici spunti calabresi soffusi di sole e di profumi che fanno sognare?

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Aprile 2018

(Buona Pasqua!)
In un momento di esaltazione artistica mi sono portato al gabinetto un libro su Siena, per ricordare e riammirare certi tesori già visti, partendo dai capolavori di Duccio Di Buoninsegna, ovvero dalla sua splendida Maestà (1308-1311) nel museo dell’Opera del Duomo. Continuando con l’altra Maestà (1312-1315) di Simone Martini e così via attraverso le opere di Pietro e Ambrogio Lorenzetti e di Domenico Di Giacomo Di Pace detto il Beccafumi fino a produrre un mirabile impasto di fremiti corporali e intellettuali. Stavo ammirando e decifrando la Allegoria del Buono e del Cattivo governo quando un Fabiooooo!!! a tutta voce mi ha fatto sobbalzare. Tirata di sciacquone e via. Non si può stare tranquilli nemmeno al gabinetto.

Prima di beccarmi I guardiani di Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2017, sono andato in giro per internet a trovare qualche commento. E di commenti ce ne sono stati. Favorevoli e negativi. Anche molto negativi, se qualcuno non è riuscito nemmeno ad arrivare in fondo al libro. Perché?…
Un tradimento. Il libro è stato sentito come un tradimento alle aspettative di certi lettori che non vedevano l’ora di riprendere in mano le storie del commissario Ricciardi e dei famosi Bastardi di Pizzofalcone. Con I guardiani de Giovanni si è buttato decisamente su una riva opposta a quella conosciuta, una riva in genere poco amata o, almeno, non troppo amata: il fantasy (l’autore lo definisce un fanta-thriller). Un salto pericoloso, esagerato. Una novità, troppo “novità” per diversi suoi sostenitori.
Ma io vi invito a leggerlo, a non stare ancorati sempre sullo stesso terreno, a non aver timore dei cambiamenti. Tra esoterismo, riti e passaggi segreti, mistero e scoperta, la scrittura di de Giovanni è lì che vi prende per mano e vi conduce, a ritmo sostenuto, attraverso una Napoli magica, misteriosa e inquietante.

Sull’adorato Giallo Mondadori alcune cose interessanti. Intanto l’inedito La casa dell’oscurità di Ethel Lina White, una delle scrittrici famose dei famosi anni Trenta dai cui capolavori sono stati tratti film diretti da registi come Alfred Hitchcock e Robert Siodmak. Siamo al civico 11 di India Crescent, a Rivermead. “La casa era stata sbarrata, chiusa a chiave e resa totalmente inaccessibile oltre undici anni prima.” Una casa da brivido, da paura, dalla quale arrivano strani rumori, “scricchiolii, rimbombi, colpi di vario tipo.” Ascoltati con tremore dalla diciannovenne Elizabeth Featherstonhaugh (spero di averla scritta correttamente) che vive nella casa adiacente come governante di Nigel Pewter, generale a riposo. Ragazza che sarà al centro della storia, tutta presa dalle sue ossessioni, vere o false, e dal tenere a bada i due figli di Nigel (anche questi avranno una loro importanza). Sempre con il pensiero rivolto agli insegnamenti della nonna che vengono ad aiutarla nei momenti di crisi. Spunti: amore e morte, l’uomo nero, passaggio segreto, tensione, paura. “Un gioiello di suspense” come evidenziato in copertina, tradotto magnificamente da Mario Boncompagni.

A seguire Il caso Sandrine di Thomas H. Cook
In prima persona durante il processo che lo accusa. Che accusa lui, Samuel Madison, docente del Coburn College, della morte della moglie e collega Sandrine (studiosa di Cleopatra) per un mix di farmaci e vodka. Niente suicidio, come si era pensato in un primo momento, ma omicidio. Ovvero rischio di pena capitale. Un ripensamento sulla sua vita, sul matrimonio, sulla moglie, sui suoi comportamenti indecifrabili, sulle sue frasi enigmatiche, sull’ultimo giorno in cui l’aveva vista viva (si era ammalata di SLA), mentre il pubblico ministero Harold Singleton lo accusa e l’avvocato ebreo Mordecai “Morty” Salberg lo difende. Mentre i testi salgono al banco dei testimoni per il giuramento…
Poi la vita con la figlia Alexandra, i loro scontri, i ricordi che si affacciano alla mente, passato e presente che si mischiano e accavallano insieme. Qualche spunto, qualche particolare nella stanza della morta, una candela accesa, una guida turistica, e ancora processo con i testimoni che si alternano, battaglia serrata fra accusa e difesa, il tradimento di entrambi, un libro particolare che può essere usato come arma d’accusa…
Dubbi, assilli, timori, incertezze, cambi di prospettiva che affascinano e attraggono inesorabilmente il lettore. Chi era veramente Sandrine? E chi è veramente Samuel Madison? Chi l’ha uccisa? Via, veloci verso la fine. Un capolavoro di tecnica narrativa (giù il cappello). Tradotto con la solita arte da Mauro Boncompagni.

Ancora con La notte è per le streghe di A.A. Fair
A.A. Fair è uno degli pseudonimi di Erle Stanley Gardner, l’inventore di Perry Mason, tanto per capire con chi abbiamo a che fare. L’inizio è complicato e bizzarro, dunque intrigante. Al sodo, Bertha Cool, donnone dai modi spicci, ha un’agenzia investigativa con il socio Donald nel frattempo arruolato in marina. Un rappresentante di commercio le propone di recuperare dei crediti. Niente di particolare se il debitore da cui occorre incassare il denaro non fosse lui stesso… Continuo sfruttando la quarta di copertina che riassume bene tutto il guazzabuglio “Poi ci sono di mezzo la moglie sobillata dalla suocera, un creditore a corto di soldi e un’intestazione fittizia di beni ritortasi contro l’improvvido donatore. Altro che caso di routine: un enorme pasticcio. Ed è ancora niente, prima che a complicare davvero le cose intervengano un delitto, la sparizione di una donna, lettere anonime, insomma un mare di guai. A Bertha l’ardua impresa di ricomporre un mosaico che la condurrà sulla pista delle streghe.”…
Ritmo veloce, movimento, capitoli brevi, dialoghi spigliati, sorriso, ironia sparsi sulle situazioni e sui personaggi fra cui giganteggia il citato donnone (sibila, urla, sbuffa, ha la voce tonante…), una specie di farsa nella tragedia, un guazzabuglio micidiale e mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura. Traduzione all’altezza di Sem Schumpler.

Da non perdere lo Speciale Il messaggio del morto di Agatha Christie, John Dickson Carr ed Ellery Queen con introduzione succosissima di Mauro Boncompagni. Praticamente due romanzi ed un racconto basati sul “dying message, il messaggio che l’individuo in punto di morte lascia al detective o al testimone perché il suo decesso non resti impunito…” Ma ci ritorneremo la prossima volta.
Sul Giallo Mondadori già pubblicati tre excursus nelle mie “Lunghine”: la prima parte, la seconda e la terza.

La figlia modello di Karin Slaughter, Harper Collins 2017.
Sono sincero, l’ho letto perché avevo voglia di fare piazza pulita di tutte le recensioni encomiastiche che avevo trovato in giro. Soprattutto di quelle in cui c’è “il fiato sospeso dall’inizio alla fine.” Così, tanto per ritornare il rompipalle di un tempo che fu.
Ma non posso. Il libro merita e il tempo che fu non c’è più. Al sodo: giovedì 16 marzo 1989 dramma familiare a Pikeville in Georgia. Due uomini mascherati irrompono nella casa dei Quinn per farla pagare a Rusty, avvocato difensore anche dei più spregevoli criminali (tutti, per lui, meritano un processo equo). Non trovandolo, uccidono la moglie Gamma, seppelliscono viva la figlia Samantha (Sam) di quindici anni, mentre l’altra figlia Charlotte (Charlie) di tredici anni riesce a fuggire.
Ed eccoci ad oggi con un salto temporale di ventotto anni. Charlie è diventata un avvocato difensore che lavora nello stesso ufficio del padre; Sam, riuscita miracolosamente a salvarsi, vive a New York cercando successo nel diritto dei brevetti. Ma un altro fatto luttuoso, una sparatoria nella scuola del luogo da parte di una ragazza con problemi mentali, di cui Charlie è testimone, le farà ritrovare con tutti i drammi che si portano appresso.
Donne forti e fragili allo stesso tempo, alla ricerca di qualcosa, di un po’ di felicità che sfugge continuamente perché il passato riemerge come una ferita mai chiusa, mentre la violenza e il male si annidano dappertutto. Personaggi vivi, intricati, difficili, psicologicamente credibili, scene forti, crude, sanguinolente, ammorbidite in qua e là da un certo leggero umorismo senza scadere nel truculento pornografico. La complessità della vita, la maledetta complessità della vita, dei rapporti con gli altri e con se stessi irrompe in queste pagine, orchestrate, devo dire, in maniera superba. E anche questa è diventata una brevissima recensione encomiastica. Acc…

Spiluzzicature
Chi vuole conoscere il Leonardo Sciascia in versione giallofilo è uscito, ripubblicato da Adelphi, Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo. Dal quale si evince la sua netta antipatia per l’hard boiled americano (salva Hammett insieme a Chandler), compresa quella banda di malloppi di altra provenienza tutti movimento e sangue. Ammira, invece, il Maigret di Simenon, della cui umanità e competenza professionale, traccia un profilo esaustivo.
Ricevuto come regalo per la festa del Papà, ho cominciato a spiluzzicare Mio caro serial killer di Alicia Giménez-Bartlett, Sellerio 2018. La famosa coppia, l’ispettrice Petra Delicado e l’inseparabile vice Fermin Garzón, si trovano di fronte ad un problema purtroppo tragicamente attuale: il femminicidio. Caso difficile anche perché costretti ad indagare insieme ad un giovane della Catalogna (altro problema attuale nella Spagna) eccessivamente rigido e pedante. Ci risentiremo alla prossima.

Un giretto tra i miei libri
Oggi facciamo un bel tuffo a ritroso nel tempo. Più precisamente al 1923, quando uscì The Groote Park Murder di Freeman Wills Crofts, riproposto lodevolmente da Odissea Mystery con il titolo La tela del ragno.
Manca ancora un anno alla nascita del più noto ispettore French di Scotland Yard che si oppone a tutta la serie di segugi genialoidi del tempo e si presenta come l’esponente della cosiddetta tendenza realistica nata all’interno del romanzo poliziesco. Qui abbiamo, invece, l’ispettore Vandam, coadiuvato dal sergente Clark, che lavora (udite, udite) nella città di Middeldorp nel Sudafrica e che anticipa alcuni aspetti della personalità e del modo di operare del più famoso French.
Primo spunto: amabile nel rapporto con gli altri il che “lo rendeva l’idolo dei suoi subalterni”. Ciò non lo esime dal fare subito una lavata di capo al sergente “Impari a non trarre facili conclusioni” per non avere esaminato accuratamente gli elementi del caso. Secondo spunto: osservatore attento e minuzioso, lavoratore instancabile “Quando Vandam era sulla pista di un caso nuovo non aveva più riposo: per lui non esistevano più né notte né giorno, viveva in un continuo stato di eccitamento”. Si accontenta anche di un panino imbottito. Coscienzioso all’eccesso interroga anche quelli che non ci sono, tanto per fare una battuta. Ragiona, riflette e rimugina sui fatti in continuazione cambiando opportunamente le sue valutazioni se arrivano gli imprevisti (e non sono pochi). Del tutto simile, quanto a solerzia e meticolosità, l’ispettore Ross di Edimburgo, protagonista della seconda parte delle indagini che si svolgeranno in Scozia.
In breve: omicidio che sembra un suicidio, possibile assassino fuggito, un sacchetto di sabbia, un martello, una signorina-fidanzata attratta dai diamanti, lettere su lettere, calligrafie falsificate, travestimento, orari di tutti i tipi che saltano fuori ad ogni piè sospinto, uno spaccato sul processo in Inghilterra, un inabissarsi nella mente degli ispettori con il colpo finale a sorpresa.
Anche lo stile si adegua ai due personaggi e viceversa. Niente voli spettacolari e sobbalzi di sorta ma un continuo, lento ed incessante descrivere ed accumulare particolare su particolare. Una prosa, praticamente una cronaca, che può apparire grigia al primo impatto ma che poi sorprende per la sua capacità di entrare nel profondo delle cose. Ti intriga, ti avvolge e ti cattura. Come la tela del ragno.

La tomba di Alessandro di Valerio Massimo Manfredi, Mondadori 2010.
Questa volta non si tratta di scoprire il colpevole di un omicidio o il mistero della sparizione di un uomo. Si tratta, invece, di scoprire quello della sparizione di un cadavere. Meglio ancora di un cadavere con annessi e connessi. Ergo della sua tomba. E che cadavere! E che tomba!
Nientepopodimeno che del cadavere di Alessandro Magno e della sua reale tomba. Dispersa, sparita nel nulla. Sulle sue tracce lo scrittore Valerio Massimo Manfredi con gli strumenti tipici del detective storico: i documenti.
Si parte dalla fine di un mito, dalla morte prematura, gli ultimi giorni di agonia, gli eventi infausti premonitori, le congetture. Avvelenato con arsenico o elleboro, sfinito da una malattia come la malaria perniciosa, la febbre tifoidea, una infezione aviaria, o infine da una pancreatine acuta?
Si continua con il viaggio del carro funebre e la sepoltura, prima a Menfi e poi ad Alessandria “alla maniera macedone”, come la tomba di suo padre Filippo II scoperta l’8 novembre 1977 dall’archeologo greco Manolis Andronikos.
Illustri visitatori ebbero modo di vederla: da Cesare a Ottaviano, da Caligola a Settimio Severo fino all’ultimo che è Caracalla. Tomba dileguata nel nulla, scomparsa, solo una fonte sembra attestare l’ipotesi di una sua sopravvivenza (Libanio). Ma qual è il luogo dove fu posta? Anche qui diverse congetture tratte dalla lettura di documenti storici: Nabi Daniel, Kom el Dick, in un luogo dove ai tempi dei Tolomei c’era l’acqua del mare, la moschea di Attarine, all’oasi di Siwa o, addirittura, nella basilica di San Marco a Venezia, anzi proprio dentro l’urna che sembra contenere le reliquie dell’evangelista (accidenti!).
La ricerca di una tomba, di un mistero come nel più classico dei gialli. Insieme al detective storico Valerio Massimo Manfredi e a tutti gli altri che, prima di lui, si sono cimentati in questa ardua impresa. Seguiteli.

La vedova del miliardario di E.C. Bentley, Mondadori 2009.
Un libro che ci riporta di colpo ai giorni nostri. Qui abbiamo il ricchissimo magnate della finanza Sigsbee Manderson che fa il bello e il cattivo tempo negli affari della Borsa. Tutti lo temono, tutti lo odiano. Fino a quando gli capita quello che dovrebbe, pardon potrebbe capitare a chi ha troppa fortuna. Di lasciarci le penne senza volerlo. Con una pallottola nell’occhio sinistro.
E allora arriva Philip Trent giornalista-pittore-investigatore a vederci chiaro. Trentadue anni, colto, brillante, pieno di buonumore, fuma il sigaro e tiene sempre a portata di mano un taccuino che gli serve per i suoi schizzi. Già a vent’anni si era guadagnato una discreta fama nell’ambiente artistico inglese. Poi, come successo già al grande Poe, era riuscito a risolvere un caso intrigante attraverso la sola lettura dei giornali. E dunque in seguito avrebbe percorso questa strada lavorando per James Molloy direttore del “Record”. In serena armonia con l’ispettore Murch di Scotland Yard, uomo tranquillo, di grande coraggio e “molto furbo”.
Per quanto riguarda il delitto alcuni particolari saltano subito agli occhi: mancanza dell’arma, strane ecchimosi e graffiature sui polsi del cadavere, le scarpe di vernice troppo strette, vestito di tutto punto ma privo della solita dentiera ecc… Possibili indiziati la moglie stessa, i due segretari, i domestici, il ragazzo addetto alle pulizie delle scarpe, il giardiniere come nel più classico dei classici.
Su Trent aggiungo che ha una discreta considerazione di se stesso “Io sono il migliore investigatore del mondo” e che viene catturato dal fascino della signora Manderson. Abbiamo un suo articolo inedito che ha spedito a Molloy nel quale chiarisce le sue conclusioni sul misterioso assassinio, la storia della moglie e quella del segretario americano (che sa giocare anche a scacchi…), la chiusura finale ad effetto.
Qua e là battute sui domestici francesi diversi da quelli inglesi, considerazioni sul malcontento della classe operaia americana rispetto a quella inglese, critica alla società dei ricchi presi solo dal dio denaro ecc…
Prosa lucida, precisa, senza troppe svirgolettate o colpi d’ala, minuziosa nello svelare la psicologia dei personaggi. Una prosa tranquilla ed educata che riveste un buon prodotto.

Patrizia Debicke (la Debicche)
I segreti di mia sorella di Nuala Ellwood, Nord 2018.
Sua madre, ricoverata da pochi mesi per una forma di demenza senile in una casa di cura per anziani, è morta, le ha annunciato freddamente il telegramma della sorella, ma Kate Rafter, reporter di guerra in Siria e imprigionata dai combattimenti in atto ad Aleppo, non riuscirà  a tornare in tempo per i funerali. Kate ha trentanove anni, una vita di single alle spalle con le piaghe ancora aperte provocate dai frantumi del suo unico importante legame affettivo. E in più è ancora sotto choc, pesantemente condizionata dagli incubi di un ultimo massacro al quale ha dovuto assistere impotente. Quindi sarà solo a funerali avvenuti e dopo il suo rientro in patria che riuscirà a prendere il treno per tornare a Herne Bay, cittadina balneare del Kent (Sud Est dell’Inghilterra) dove ha trascorso infanzia e prima giovinezza. Deve andare dal notaio, firmare le carte per chiudere la successione materna e mettere in vendita la casa di famiglia.
Ḕ già calata la notte quando il treno si ferma alla stazione di Herne Bay e Kate scende. A prenderla trova Paul Cheverell, suo cognato, uomo mite ed educato, che pare l’unico punto fermo rimasto di quanto resta della famiglia, viste le condizioni psico fisiche di sua moglie Sally (sorella minore di Kate), alcolista da anni, condizione che la rende aggressiva e rissosa, peggiorata dopo la scomparsa anni prima dell’unica figlia sedicenne Hannah, fuggita di casa. Meglio così, pensa Kate, già convinta di dover affrontare un ennesimo litigio. Kate Rafter è una donna dal carattere forte, tutta la sua vita è stata segnata da un pessimo e angosciante rapporto con il padre troppo spesso ubriaco, dalla difficoltà di mantenere un legame affettuoso con la sorella, tanto che tra loro i rapporti si sono progressivamente sgretolati fino alla rottura, e da un morboso e protettivo attaccamento alla madre succube e indifesa di fronte al marito. Per tutte queste ragioni Kate, invece che farsi ospitare da sorella e cognato o andare in un albergo, chiede a Paul di accompagnarla nella vecchia casa di famiglia. Ma non sarà un soggiorno facile. Negli ultimi tempi in Siria, Kate ha collezionato troppi brutti ricordi  e da anni riesce a dormire solo prendendo sonniferi. Anche per questo, quando già la prima notte viene svegliata da grido, lo pensa frutto dei fantasmi della sua immaginazione. Si sforza d’ignorarlo ma scorge dalla finestra nel giardino un bambino piccolo che chiede aiuto, tuttavia quando si precipita fuori per soccorrerlo, non ne vede traccia. Smarrita, scopre anche che la porta di casa sua, che credeva chiusa, è aperta. Il giorno dopo va a bussare alla casa vicina e la giovane padrona di casa che, a suo dire, aveva buoni rapporti con la madre morta di Kate, dichiara categoricamente di non avere figli. Ma, anche nei giorni successivi, Kate continua a credere di vedere qualcosa. E cerca addirittura di fare irruzione in quella casa e nel garage accanto. Potrebbero essere allucinazioni dovute alla sua sindrome da choc? Oppure? Certo è che nessuno sembra crederle, né il cognato Paul né la polizia. Ma Kate è talmente sicura di vedere qualcosa che prova persino a parlarne con Sally, ma neppure lei l’ascolta, anzi l’accusa di essere sull’orlo della follia, solo schiacciata dal senso di colpa per la morte di un bambino siriano. Ma cosa si nasconde dietro le tende perennemente chiuse della casa vicina? Si tratta solo di uno o più fantasmi del suo passato o Kate ha intuito che può trattarsi di una spaventosa e inimmaginabile verità?
Con ritmo coinvolgente e una azzeccata sequenza di colpi di scena, Nuala Ellwood ha costruito una storia profondamente crudele, in cui l’aberrazione umana sembra in grado di superare ogni limite e in cui alla fine quasi niente in realtà sarà poi come sembra. Un romanzo duro e coinvolgente che sviscera senza pudore alcuni torbidi aspetti dei rapporti familiari e che, descrivendo delle inquietanti simmetrie tra i pericoli della guerra e quelli che si annidano tra le mura domestiche, ci porta a scoprire alcuni agghiaccianti parallelismi tra gli orrori del mondo e quelli talvolta peggiori che si annidano dentro gli esseri umani.

Altri spunti della nostra Debicke
La montagna rossa di Olivier Truc, Marsilio 2018, corrispondente di Le Monde a Stoccolma dal 1994, racconta in questo suo terzo romanzo poliziesco nordico la lotta intrapresa dai Sami (o lapponi, nome nel quale non si riconoscono ma che li distingue in Europa), cittadini considerati di serie B in Svezia, ancora dediti stagionalmente all’allevamento delle renne, per conservare i propri diritti sul territorio. I Sami svedesi infatti, una minoranza di circa 20.000 persone, sottoposti a discriminazioni razziali e in passato in molti casi a sterilizzazione forzata – provocata dall’aberrazione dell’utopia eugenetica del welfare svedese che, con il programma socialdemocratico di sterilizzazione, aborto e castrazione dal 1934 è arrivato: udite udite, ohimè fino al 1975 – si battono da sempre per i propri diritti, minacciati oggi anche dall’industria del legname e dallo sfruttamento delle risorse minerarie. Perché i Sami non vogliono essere considerati solo un elemento di folklore per i turisti o peggio un popolo senza passato, né futuro, emarginato e condannato all’estinzione. La casuale scoperta di alcune ossa umane nel recinto di macellazione danno l’avvio ad una storia incredibile tra misuratori di crani e predatori senza scrupoli di vestigia aborigene, rilassanti massaggiatrici thailandesi e strane giocatrici di bingo, ai piedi di rosse montagne incantate e sui sentieri di gelide foreste infinite.

Aurora nel buio è stato il primo della serie thriller all’americana in indovinata salsa emiliana creata da Barbara Baraldi, con protagonista la giovane profiler Aurora Scalviati, e dal 7 marzo il secondo, Osservatore oscuro (Giunti, 2018), arriva in libreria. E trovo geniale che la copertina di questo secondo thriller da brividi sembri la gemella di quella scelta per il primo. L’osservatore oscuro è l’alter ego negativo che ci portiamo dentro, quello che ci dice che non ce la faremo, quello che alimenta le nostre paranoie, gli incubi peggiori… recitano le prime righe della presentazione editoriale del romanzo. Che la nostra Debicke ci consiglia caldamente di leggere per scoprire la citata Aurora Scalviati, considerata a Torino il miglior profiler della polizia italiana, con una vita decisamente dolorosa alle spalle.

Cominciamo subito con inserire Bologna, la multiforme e culturalmente vivace capitale emiliana, florida culla del giallo italiano, nel cast di personaggi del nuovo libro di Gianluca Morozzi Gli Annientatori, TEA 2018, in veste di bollente palcoscenico di un intrigante mistero estivo, un impensabile e angoscioso percorso di alienazione. Un incipit da paura «Questo è l’inferno: non sapere da quanto tempo sei all’inferno… Sono mesi o minuti che cammino in questo bosco desolato?… Se potessi farlo, mi strapperei il cuore con le mani. Ma non posso…E allora lo supplico, il mio cuore…fermati!… Fammi morire! Dentro questo bosco, io ci sono da vivo. E anche l’inferno è preferibile agli Annientatori» si dice angosciosamente il protagonista nel primo capitolo. Ma quando è cominciato quell’inferno? Come si è arrivati a quell’incubo che l’ha portato a quella disumana dannazione? Il protagonista (o vittima?) della storia è Giulio Maspero, giovane autore bolognese, che ama le donne, regalandosi spesso delle avventure, e sogna solo di diventare molto famoso… Sempre in equilibrio tra reale e surreale, con humour e bravura, Gianluca Morozzi accompagna perfidamente i suoi lettori lungo lo scivoloso percorso in discesa di un’anormale storia intrigante che si cela in un’inquietante “normalità” .

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi oggi vi presento
R.L. Stine Gli orrori di Shock Street Piccoli brividi, Fabbri 2004.
In questo libro incontrerete un nuovo personaggio. Lo sapete chi è? Non lo immaginerete mai. È… la Paura! (idea nonnesca che mi è piaciuta). Vi metterà i brividi addosso. Intanto si è nascosto al cinema. Qui sono andati a vedere un film Erin e Marty. Pauroso, naturalmente. Così come pauroso sarà il parco dove andranno con il babbo di Erin. Ecco un esempio “A un tratto scorsi due zampe artigliate. Poi sentii un fruscio. La prima siepe si mosse bruscamente, poi ne emerse una sagoma oscura. Subito dopo, un’altra figura spuntò dietro la seconda pianta. Le terribili presenze ringhiavano e soffiavano. Sussultai. Era troppo tardi per scappare. Le orrende creature digrignavano i denti e soffiavano minacciosamente…”
E questo non è niente. Un consiglio, non dovrei darvelo ma… Non lo leggete! Morireste di paura…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… La forma dell’acqua

La forma dell’acqua
di Guillermo Del Toro e Robert Kraus
Tre60, 2018

Guillermo Del Toro e Daniel Kraus (famoso scrittore statunitense) hanno messo insieme i loro talenti di visionari narratori celebrati in tutto il mondo dando vita a La forma dell’acqua, una coinvolgente e tormentata storia di riscatto e d’amore. Il romanzo, una moderna favola che dibatte l’eterna lotta tra bene e male, tra l’oscena prevaricazione e il profondo rispetto delle vita purchessia, ha ispirato l’omonimo film di Guillermo Del Toro, che ha vinto il Leone d’oro al miglior film alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, si è visto attribuire il Golden Globe 2018 per la migliore regia e si è aggiudicato quattro Premi Oscar, su tredici candidature ricevute, vincendo il premio per il miglior film, la migliore regia, la migliore scenografia e la migliore colonna sonora. Immediata considerazione da fare: perché un film di questo genere è riuscito a emozionare sia la platea europea che quella americana? In genere il Leone d’oro spesso fa scelte molto diverse da quelle della critica di oltreoceano. E invece stavolta? Butto là un’ipotesi: non sarà che l’eccesso di violenza e di disincanto che guarnisce oscenamente e quotidianamente la nostra vita spinge alla ricerca di un mondo migliore, più umano, netto, idealista e pulito come è quello che compare in La forma dell’acqua?

Comunque, torniamo a noi. Baltimora, 1962: Elisa Esposito, giovane donna affetta da mutismo a causa della recisione delle corde vocali da bambina, lavora come addetta alle pulizie nel Centro di Ricerca Aerospaziale di Occam, dove si studiano e progettano segreti esperimenti per contrastare la Russia durante la Guerra Fredda. I suoi unici due amici sono la solare collega afroamericana Zelda, in lotta per i suoi diritti anche dentro il proprio matrimonio, e il coinquilino artista e creatore Giles (vivono entrambi sopra un cinema di periferia), gay discriminato nel lavoro. Con loro Elisa condivide i pochi rapporti, legati a una vita di solitudine ed emarginazione. Un giorno però nel laboratorio di Occam viene portata una cisterna contenente un essere anfibio dall’aspetto umanoide. L’essere, una creatura definita dal suo guardiano e aguzzino la «risorsa», unica, preziosa e che potrebbe consentire straordinari passi avanti per la scienza e preziose informazioni per la corsa allo spazio, è stata catturata in Amazzonia dove gli indigeni locali la veneravano come un dio. Ma cos’è? Anzi: chi è? Di nascosto a tutti, Elisa entra in contatto con quella creatura, ne resta turbata e affascinata, comincia ad andare a trovarla di nascosto e le offre del cibo, comunicando per mezzo dell’unica lingua che conosce, quella dei segni. Tra i due si crea un misterioso legame sempre più forte. Un legame incomprensibile al mondo, un legame tra una donna insignificante e quell’essere che gli scienziati trattano come un mostro da studiare. Un legame che tuttavia si avvicina all’amore. Diventa amore? Ma certo, e quando Elisa scopre che l’aguzzino, il colonnello Strickland, che ha già condotto sanguinosi esperimenti sull’amico anfibio, ha ricevuto dall’alto l’ordine di vivisezionarlo, dopo essere riuscita a vincere le reticenze di Giles, suo coinquilino, organizza un rocambolesco piano per liberare la “risorsa”. Ma per agire avrà bisogno dell’aiuto di Zelda e di Hoffstetler, uno scienziato che si è schierato contro il bestiale progetto di Strickland. E dimenticando ogni debolezza, dubbi e paure, dovrà imparare e battersi come una tigre fino alle conseguenze più estreme.
Utopia, terrore e pathos si mischiano in una eccezionale storia d’amore, arricchita dalle splendide illustrazioni di James Jean. La forma dell’acquaThe Shape of Water è un romanzo profondamente diverso, che commuove e riesce a parlare all’immaginazione. Al giorno d’oggi spesso gli artisti trovano ispirazione nel profondo delle acque dei fiumi, dei mari e degli oceani alla ricerca di qualcosa di insolito, magari legato ad antiche mitologie. E per questo forse Guillermo Del Toro ha scavato nel profondo, segretamente, a caccia delle affinità tra gli esseri umani e il mondo marino. Comunque il suo romanzo in bilico tra nevrosi terrestri (la Guerra Fredda e l’incontrollabile paura del diverso) e sorprendenti esplosioni di giochi di colore acquatici, crea sotto i nostri occhi un nuovo e desiderabile continente, tra mare e terra. Collocata in piena Guerra Fredda, la narrazione si muove su due livelli, quello della cronaca realista (la spaventosa violenza della Storia) e quello dell’immaginario mitologico (il magico incontro di Elisa con la straordinaria creatura). Sicuramente un buon libro la cui lettura mi spinge ad andare a vedere il film, che credo senz’altro altrettanto appassionante.

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La Debicke e… Il nostro piccolo pazzo condominio

Il nostro piccolo pazzo condominio
di Fran Cooper
Newton Compton, 2018

Edward è un giovane inglese che arriva a Parigi in una bollente giornata di giugno, ancora sotto choc per la morte della sorella travolta da un automobile sotto i suoi occhi. Solo l’affetto e la capacità di persuasione di Emilie, compagna di studi a Oxford e amica dal cuore d’oro, che gli ha offerto di usare il suo miniappartamento vuoto, l’hanno convinto a cambiare aria, lasciare l’amata campagna inglese del Warwickshire e tentare di tirarsi fuori dall’incubo. L’appartamento al quinto piano dell’edificio, sotto il tetto, è veramente mini, un buco arroventato dal calore delle tegole soprastanti e, viste le inveterate abitudini della disordinatissima Emilie, completamente nel caos. Il palazzo, un classico esempio di architettura del Novecento, è al numero 37 di una anonima strada in fondo alla Rive Gauche. Non certo la Parigi pubblicizzata sulle cartoline o quella conosciuta da Edward in precedenti gite scolastiche. Niente celebri boulevard, famose piazze, illustri monumenti, strepitosi musei e romantiche luci del lungo Senna. Però, se si sale sul tetto e si allunga lo sguardo in lontananza, si riesce persino a vedere la Tour Eiffel. Insomma è quella Parigi dove si arriva scendendo quasi al capolinea della linea 4 della metropolitana. E nel condominio del 37, dove pulsano la vita, i sogni, ma anche le tristezze, le angosce, e i segreti dei suoi coinquilini, Edward non troverà un rifugio monastico per meditare e ritemprarsi, ma una spinta a sfogarsi, a piangere per poi ritrovare la forza di affrontare nuovamente la realtà. Tra le mura del palazzo c’è gente che parla, altri sono silenziosi, c’e chi si ama, chi ride e chi piange. Alcuni preferiscono stare da soli, altri vorrebbero avere compagnia. Frederique, la zia di Emilie, straordinaria donna dai capelli d’argento, gestisce una libreria di nicchia al pian terreno, un vecchio signore mette ogni giorno sul davanzale della finestra gli avanzi di pane per i passerotti, mentre una giovane madre stenta a crescere i figli ed è sull’orlo di un crollo nervoso. Ci sono coppie di sposi che si ingannano, una donna che ha perso un figlio e uomini e donne alla ricerca del loro posto nel mondo. Una casa, fatta di pareti che si toccano sfiorando le vite altrui, di luci che si accendono e si spengono dietro grandi finestre, velate dalle tende. Anche senza volere, Edward si trova impigliato ma anche immerso e vivificato da questa rete di normale umanità che gli riporta sensazioni che pensava ormai sopite… Il nostro piccolo pazzo condominio è come la tela di un quadro che prende vita sotto il pennello di un bravo pittore che man mano la arricchisce di un altro appartamento per dar il via a un intreccio di storie. A questo vivace quadro vivente, inserito in una moderna Parigi, si sommano una serie di importanti tematiche. Come quella della sofferenza, e cito quella senza rimedio di Frederique, che da quando ha perso un figlio esorcizza il dolore vivendo nell’appartamento dove è nata e cresciuta e tenendo aperta una vecchia libreria di famiglia. La sofferenza accomuna. Frederique ed Edward insieme capiranno che nonostante il dolore si può continuare a vivere. Altra tematica della storia è quella della depressione post partum. La maternità cambia la vita e questo lo sa molto bene Anais che, dopo tre figli uno dietro l’altro e ancora molto piccoli, distrutta fisicamente e psicologicamente, stenta a riconoscersi e ritrovare la gioia di vivere. E altra importante e quanto mai attuale, l’integrazione. Per aumentare la suspense della narrazione l’autore ingigantisce, con presa di ostaggi e decine di morti e feriti in chiesa, i drammatici effetti dell’attentato di Notre Dame del 2017. E allora il diverso viene isolato e rifiutato anche senza ragione, la politica ammorba l’aria di pregiudizi. E perché mai alla paura e alla violenza si deve rispondere con altra violenza e altra paura? Il nostro piccolo pazzo condominio è un romanzo che si deve leggere. Intanto perché la storia, con ispirata soavità, emoziona, coinvolge, costringendo a riflettere ma anche perché, sfogliando le sue pagine, ci sembra di stare dietro le quinte di una bella e drammatica rappresentazione teatrale, ambientata in questa attualità che lascia tanto a desiderare. Un’attualità che avrebbe bisogno di fermarsi a fare il punto per scegliersi il futuro.

La Debicke e… Una viennese a Parigi

Una viennese a Parigi
di Ernst Lothar
Edizioni e/o, 2018

Dallo straordinario autore della Melodia di Vienna, Una viennese a Parigi di Ernst Lothar, riscoperto e ripubblicato dalle edizioni e/o, uno dei capolavori della letteratura mitteleuropea dovuti alla penna del grande autore austriaco. Il libro, scritto con lo scopo di smuovere le coscienze e condannare la supina acquiescenza occidentale nei confronti del nazismo dilagante, fu pubblicato per la prima volta in America nel 1941, con la guerra in corso, con il titolo A woman, is fitness, in forma più breve e parzialmente censurato.

Austria, 1938, i nazisti hanno occupato Vienna e l’Europa è sempre più vicina al baratro del secondo conflitto mondiale. La storia, narrata da Lothar sotto forma di diario ed epistolario – nel prologo scrive che gli è stata consegnata da qualcuno a New York, nel 1940 – parte proprio dal 1938, quando Franzie, Fanciska Langer, ventiquattrenne austriaca di buona famiglia, lascia Vienna invasa dall’esercito di Hitler per rifugiarsi a Parigi. Franzie non è ebrea, come tanti altri profughi austriaci, non fa parte di una minoranza etnica o religiosa, ma non riesce a sopportare la progressiva ascesa di Hitler, accolta passivamente da gran parte dei suoi concittadini che subiscono, senza fare nulla o peggio come offuscati da un’improvvisa e ottusa cecità, la presenza a casa loro delle forze naziste. Potendo scegliere, Franzie si fa trasferire a Parigi in un ufficio di corrispondenza della RKO, la stessa casa di produzione cinematografica per la quale lavorava a Vienna. In Francia tutto è diverso: si respira ancora la libertà, nessuno teme la denuncia del vicino di casa, i cartelloni dei teatri esibiscono gli spettacoli, i bistrot traboccano di gente. Sì, la vita sembra di nuovo meravigliosa, i miracoli possono accadere, anzi accadono, e il più bello per lei sarà Pierre Durand, il celebre giornalista di «Le Figaro». Franzie lo incontra durante una serata presso amici francesi. Il suo sarà amore a prima vista. Come può resistere a un uomo che le regala rose bianche e rosse, che scrive entusiasmati articoli contro il nazismo, difende senza paura le proprie opinioni e come lei ama la libertà? Che importa se è già sposato, se ha due bambine e se Franzie deve ancora rompere con Karl il quasi fidanzato viennese in carriera nel Terzo Reich. Niente e nessuno potrà intralciare il loro rapporto e Pierre riuscirà, sia pure a prezzo di lunghe difficoltà e ricatti dalla prima moglie, a ottenere il divorzio e sposarla.

Una viennese a Parigi, oltre a essere un romanzo di denuncia, è anche un’avvincente love story vissuta tra il 1938 e il 1940, anni che diventeranno presto bui e durante i quali, i sentimenti più intimi e personali saranno calpestati e travolti dalla barbara violenza collettiva. Inutile illudersi e sperare: anche a Parigi, la polizia segreta del regime sta indagando e tessendo minacciose trame. L’amore e la passione si trasformeranno in una continua e coraggiosa battaglia contro il male. Anche stavolta, in Una viennese a Parigi, come aveva già fatto con Melodia di Vienna, Ernst Lothar riesce a mischiare l’amore alle tante umane sfaccettature che governano una vita e, infilando sullo sfondo personaggi quali Himmler e lo stesso Hitler, ci restituisce lo spaventoso immaginario di un’intera epoca. Piccole realtà quotidiane e grandi eventi politici, speranze e frustrazioni si avvicendano sulla scena, mentre l’esercito tedesco avanza ciecamente inarrestabile e occupa Parigi. E dunque è troppo tardi, perché il destino sta per condannare Franzie e Pierre a un disperato epilogo, proprio ora che Franzie ha avuto un bimbo e la vita sembrerebbe solo sorridere. Ma Pierre Durand ha dovuto combattere per il suo paese, come migliaia di altri innocenti, e morire. E Franzie, per difendere suo padre che l’ha raggiunta a Parigi, non esiterà a uccidere un ufficiale delle SS. Doveva farlo per ribellarsi e proteggerlo. Per questo due anni prima aveva lasciato Vienna, dove ormai tutti avevano paura di tutti. E ora, non avrebbe mai potuto scendere a compromessi.

Il romanzo, che inizia a Parigi il 10 aprile 1938, si chiuderà con una lettera di addio ai genitori e al figlio di un anno, sempre a Parigi, il 13 agosto del 1940, prima che Franzie Langer, diventata madame Franzie Durand, sia giustiziata. Una viennese a Parigi è una storia avvincente, a suo modo tradizionale (la scrittura sotto forma di diario, in auge fin dal Settecento, vedi Memorie di Casanova eccetera, è una delle più diffuse nella letteratura ). Lothar infatti l’ha costruito come una vera e propria raccolta epistolare che permette a noi lettori di conoscere, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ciò che accade alla protagonista e al mondo in cui viveva. Ma a conti fatti è soprattutto una trama struggente che, con un forte significato morale, rappresenta un atto d’accusa contro la prevaricazione, che rifiuta ogni connivenza con la follia omicida del nazismo. La drammatica storia di Franzie è un inno al coraggio e alla speranza. Resa maggiormente drammatica dal nuovo alito di libertà che la ragazza scopre attorno a sé dovuto soprattutto al contatto con persone, come la sua collega di lavoro Elinor e il suo fidanzato Charlie, in forza al consolato generale americano. Il volontario esilio di Fraulein Langer l’ha portata a Parigi, perché non sopportava più l’idea di vedere i nazisti calpestare il suolo austriaco. Ma proprio a Parigi, dove ha ritrovato la libertà, incontrato l’illusione della felicità e tragicamente perduto il suo grande amore, deciderà di non scappare più e affrontare coscientemente il suo sacrificio.

Ernst Lothar Müller (Brno 1890-Vienna 1974) è stato uno scrittore, regista e critico teatrale, grande interprete dello spirito austriaco. Per meglio comprendere il reale significato di Una viennese a Parigi bisogna ripercorrere parte della vita di Lothar. Anche Ernst Lothar, al pari di Franzie, aveva vissuto l’Anschluss. Quando nel 1938 i nazisti presero il controllo dell’Austria, Lothar, di origini ebraiche, dovette lasciare Vienna e si rifugiò in Svizzera. In seguito dalla neutrale Svizzera passò in Francia e poi in America, a New York, dove fondò l’Austrian Theater. Nel 1944 Lothar divenne ufficialmente cittadino degli Stati Uniti.

La Debicke e… Il caso Demichellis

Il caso Demichellis
di Francisco Marin
Amazon, 2018
Traduzione di Alessio Vacca

Il tranquillo tran-tran primaverile di Ibiza è disturbato da tre furti avvenuti nel Quartiere Martinet. I furti sono stati commessi in appartamenti della zona residenziale, privi di allarme e abitati da donne sole. Il modus operandi è sempre lo stesso: il ladro si arrampica prima dell’alba fino alla porta finestra del secondo piano, la forza, addormentava le proprietarie con uno spray al cloroformio e dopo voilà, ripulisce le stanze di denaro e gioielli di valore, roba leggera e facile da trasportare. Ma il 2 maggio 2012, quando già la tranquilla vita dell’isola è stata sconvolta dal ferimento di un uomo colpito da tre colpi di pistola, poi deceduto in seguito alle lesioni, la musica cambia, e ci scappa un altro morto, anzi un’altra morta. Infatti in una casa in campagna, al chilometro 3 della carretera de Sant Josep, salta fuori il cadavere di Ana Lopez Demichellis, una bella donna di trentadue anni che lavorava come infermiera all’ospedale Can Misses. Il macabro ritrovamento spetterà alla sorella, Raquel – la famiglia da due giorni non riusciva a mettersi in contatto con la vittima – che entra in casa con la chiave e la trova al piano superiore abbandonata sul letto, ancora in uniforme… L’autopsia, oltre a evidenziare tracce di cloroformio, decreta che la morte è stata provocata da strangolamento. L’ora del decesso viene stimata tra le 15.00 e le 16.00. Le stanze in disordine, sono state saccheggiate e, nonostante che la casa della Demichelllis sia a ben sei chilometri dal quartiere di Cap Martinet, la Guardia Civil, date le modalità del delitto che lo accomunano ai furti, ipotizza che l’assassino sia il topo d’appartamento. Questi, Eduardo Ribas, un drogato arrestato a un blocco stradale, confessa i primi tre furti mentre nega di aver messo piede in casa Demichellis, poi in crisi di astinenza si piega. Raul Ballesteros, nominato suo avvocato d’ufficio, dubita della sua colpevolezza e cerca di tutelarlo: infatti il giorno dopo il suo cliente ritratta la confessione. Ma, nonostante la sua lunga e motivata difesa, sette mesi non può impedirne la condanna, basata sul convincimento della giuria della colpevolezza dell’accusato.
Ma proprio Raquel, la sorella di Ana Demichellis, ha notato diversi punti deboli nell’inchiesta. Si è resa conta che la Guardia Civil ha seguito un’unica pista per chiudere subito il caso e pertanto, poco convinta che il vero assassino stia scontando la pena, contatta l’avvocato Ballesteros, chiedendogli di appoggiarla in una nuova indagine privata. Per scoprire la verità, Raquel farà entrare in scena anche Alex Zarco, un suo vecchio e caro amico dei tempi di scuola, che ora lavoricchia sull’isola come investigatore privato. Sarà lui, con i suoi metodi quasi dilettanteschi, ma fiutando del marcio, a scoprire che l’ultimo paziente di Ana Demichellis, infermiera dell’unità di terapia intensiva dell’Ospedale Can Misses, era l’uomo vittima della sparatoria. Due crimini violenti su un’isola tranquilla come Ibiza, durante la stagione morta, potrebbero non essere un caso? Le indagini si allargano, cambiano direzione. Delitti e investigazioni si mischiano succosamente alle vite dei diversi personaggi in modo vivace e coinvolgente.

Il caso Demichellis ci fa conoscere un nuovo autore, Francisco Marin, che ha costruito una piacevole storia, ambientata in quell’isola di sogno che è Ibiza, mostrandoci però il suo volto meno conosciuto, quello invernale, quando i turisti sono lontani. Una storia che scorre bene, fluida e incalzante ma senza grande suspence, con desiderio di thriller ma a conti fatti, Marin sta facendo l’occhiolino al poliziesco classico e senza annoiare il lettore lo introduce con garbo nei complessi meandri della giustizia del suo paese, criticandone certi aspetti che creano distorsioni, e nella diversa apertura della mentalità iberica rispetto a quella di altri stati. Una storia che fa sfilare una sfilza di personaggi ben calibrati con i loro diversi aspetti personalità, pregi e difetti tangibilmente reali, anche se ogni tanto dipinge qualcuno con un tono volutamente macchiettistico. Però, alla fine, tirate le somme, i veri protagonisti del romanzo mi sembrano solo i due vecchi amici d’infanzia, un paio di straordinari e simpatici vitelloni quarantenni.

La Debicke e… Al servizio di Adolf Hitler

Al servizio di Adolf Hitler
di V.S. Alexander
Newton Compton, 2018

All’inizio del 1943, quando il nazismo stringeva implacabile le sue spire e la vita quotidiana dei tedeschi si faceva più incerta, i genitori di Magda Ritter (il padre non aveva mai voluto iscriversi al partito, la madre invece era sicura della vittoria del Reich) mandarono l’unica figlia in Baviera presso il fratello del marito – poliziotto, fanatico sostenitore del Führer – e sua moglie, sperando di metterla al sicuro dalle bombe alleate che avevano cominciato a piovere su Berlino. Magda ha venticinque anni, non è sposata, tutti i giovani adatti a lei sono ormai lontani, in guerra da tempo, non ha fatto studi particolari e non ha un lavoro. Alle giovani donne tedesche ariane, in quegli anni, si chiedeva soprattutto che facessero il loro dovere come brave mogli e madri per dare figli alla patria. Gli zii però, che non hanno nessuna intenzione di sfamare la nipote, smuovono mari e monti per trovarle subito un’occupazione per il Reich. Magda, che supera il colloquio di assunzione, viene assegnata al Berghof, il famoso chalet-rifugio di montagna di Hitler, ma arrivata là scopre ben presto ciò che dovrà fare. Per ovviare al paranoico terrore di Hitler di essere avvelenato, diventerà una delle sue giovani assaggiatrici, provando prima di lui ogni pietanza e ogni bevanda. Lavoro che comincerà solo dopo settimane di preparazione per addestrarsi a riconoscere dai sentori delle vivande e delle bibite possibili indizi di veleni. Così sperduto tra le montagne, il Berghof sembra fuori dal mondo, completamente staccato dalla crudele realtà della guerra. Magda, che all’inizio del romanzo era una ragazza semplice, delicata, è costretta a indurirsi, a cambiare radicalmente modo di fare e di vedere per sopravvivere. Nonostante i rischi, riesce a farsi qualche amico e, pur adattandosi alla sua pericolosa situazione, non può fare a meno di accorgersi delle continue atrocità commesse dal Reich. Nella sua posizione, a contatto con l’alto comando tedesco, non è possibile chiudere occhi e orecchie e si trova sempre più invischiata in intrighi che metteranno alla prova la sua lealtà. Troverà una sponda nel capitano Karl Weber, uno degli uomini dello staff della sicurezza, che vorrebbe assassinare Hitler e porre fine alla guerra. E oltre all’interesse comune di una Germania libera, sognerà di poter vivere con lui anche un futuro. Ma ci sono tanti, troppi?, ostacoli sul loro cammino. Dovrà battersi, lottare per la vita. Perché in gioco ci sono la salvezza, la libertà e la vendetta. Attraverso gli occhi e i sentimenti di Magda, capiremo cosa significa perdere qualcuno ma non avere né il tempo né il diritto di piangerlo; cosa significa essere trattati solo come degli oggetti. Hitler viene descritto nella sua artefatta e carismatica recita di pater familias, buono con chi era al suo servizio, addirittura quasi paterno, lui che invece era il mostruoso regista della tragedia, delle stragi, degli orridi stermini nei campi di concentramento e della crudele eliminazione di chiunque non condividesse le sue follie. L’uomo che bramava sempre più potere, che imponeva grandi e mostruosi progetti, macchiando un intero paese e un’intera generazione di tedeschi con il sangue di milioni di innocenti. Magda deve affrontare ogni giorno il rischio di morire, per un uomo, per dei folli ideali e per una guerra che, giorno dopo giorno, comincia a rivoltargli contro il suo popolo. Non tutti i tedeschi erano per il Führer, ma se volevano sopravvivere erano costretti a ingoiare le sue menzogne.

Con una protagonista credibile, che piacerà ai lettori per la sua eccezionale forza d’animo, V.S. Alexander narra un’avvincente avventura di amore e guerra, un’esperienza devastante ma anche una bella storia che riesce a commuovere e a coinvolgere fino in fondo. Al servizio di Adolf Hitler descrive la trasformazione di Magda Ritter da tranquilla ragazza tedesca a fiera nemica del dittatore nazista. Uno sguardo inedito e appassionante sulla parte meno conosciuta della vita di Adolf Hitler, su quel regno di cartapesta fondato sul terrore o sulla cecità di coloro che pendevano dalle sue labbra. E, per descriverlo, l’autore non esita a mettere in bocca alla sua eroina i ricordi più amari del dittatore tedesco, dell’uomo che era arrivata a odiare così tanto da desiderare solo di ucciderlo: «Conoscevo Hitler. Lo guardavo camminare nelle sale del suo ritiro in montagna, il Berghof, e lo seguivo nel labirinto della Tana del Lupo, il suo quartier generale nella Prussia orientale. E gli ero accanto l’ultimo giorno, nelle profondità tombali del suo bunker a Berlino. Spesso, quando era circondato da una corte di ammiratori, la sua testa oscillava come una boa sul mare». Un libro da leggere e da scoprire, che descrive una storia difficile, diversa, particolare, in cui si narra di gravi ingiustizie, di paure, uccisioni e tormenti vissuti anche dai cittadini tedeschi negli anni della seconda Guerra Mondiale, ma che non dimentica l’orrore dell’Olocausto. Nulla è escluso nelle sue pagine. Perché, e non dimentichiamolo mai: la dittatura è uno spaventoso veleno che riesce a contaminare ogni cosa.