La Debicke e… La lista nera

Harald Gilbers
La lista nera. L’ex commissario Oppenheimer e la resa dei conti
Emons, 2019

Torna in libreria Harald Gilbers, autore tedesco poco noto in Italia, forse perché scrive di argomenti ostici a chi non ha ricordi diretti e magari pensa che quei ricordi sarebbero da scordare.
I suoi romanzi, che inquadrano fedelmente l’agghiacciante periodo dell’Era Nazista tedesca, della sua fine e dell’immediato dopo, come questo, sono accurati gialli storici che dovrebbero far riflettere e magari servire da indispensabile ripasso a chi volesse informarsi davvero. Sissignori, perché Harald Gilbers, senza dare lezioni o spendere giudizi, narra senza fronzoli ciò che accadde allora e lascia al lettore il compito di valutare. Lui non esprime condanne, si limita a ritrarre quello che fu lo scenario in Germania, la supina accettazione e l’ottuso servilismo di un popolo che per anni, dopo essersi lasciato affascinare dalle grida, dai proclami di una mostruosa dittatura, con inaudite complicità politiche anche internazionali, ha calpestato tutti i diritti umani. Una dittatura che, indorata dal potere, aveva avviluppato i cervelli e le coscienze di troppi tedeschi, plagiandoli e costringendoli a chiudere bocca, occhi e orecchie. Fino a doversi risvegliare, quelli che sopravvissero, in un mondo in preda alla fame e alle rovine.
Dicembre 1946. L’inverno, che ha aggredito le strade con neve e ghiaccio, si annuncia già come il più freddo del secolo. Ciò nonostante a Berlino, pur divisa in ben quattro settori (americano, inglese, francese e russo), comincia lentamente la ricostruzione. Stanno riaprendo in sedi improvvisate teatri e cinema, ma purtroppo le tessere distribuite tra la popolazione non garantiscono la sopravvivenza quotidiana. Viveri e soprattutto combustibile scarseggiano, costringendo la gente ad ammassarsi nei pochi locali che si riescono a scaldare, ma non basta: con le tubature gelate anche l’acqua manca. Bisogna andarla a prendere alle poche pompe in funzione. Tra ammassi di macerie, che servono da magro rifugio a pochi disgraziati, e muri pericolanti, l’unica cosa che prospera nella città martoriata è il mercato nero. Si vende e si compra di tutto, tutto ha un possibile mercato.
Per tenersi lontano dalle quotidiane scaramucce ideologiche (o peggio) tra Alleati, l’ex commissario Richard Oppenheimer, ebreo scampato al campo di concentramento solo per aver sposato una donna di razza ariana, ma che aveva dovuto rinunciare al suo incarico di poliziotto, non è ancora tornato in servizio attivo e, seduto a una scrivania dell’Ufficio Ricerche, smista tranquillamente le schede delle persone scomparse.
A costringerlo a rimettersi in pista sarà il colonnello sovietico Aksakov, ufficiale del N.K.V.D. per il quale mesi prima ha risolto un difficile caso, che lo arruola per indagare su un brutale omicidio e scagionare un funzionario comunista arrestato dalla polizia vicino al cadavere. Il corpo nudo di un uomo anziano infatti, con gambe e braccia coperte di scritte con nomi, è stato ritrovato dietro ai bidoni della spazzatura di un edificio tra la Hermannstrasse e Neukolln fuori dalla zona sovietica. In bocca al morto i resti carbonizzati di un foglio. Un lista nera?
Il morto si chiama Orminski. Ma il ritrovamento del cadavere fa parte di un diabolico piano accuratamente premeditato, iniziato mesi prima, che ha già ucciso. Orminski non è la prima vittima e l’ex commissario Oppenheimer, in veste di specialista, dovrà rintracciare il vendicativo fil rouge che collega una serie di delitti con identiche stimmate (tutti i corpi avevano gli stessi nomi scritti con inchiostro nero) strettamente collegati agli orrori di un campo di concentramento.
Muoversi e avere i documenti necessari per circolare o addirittura uscire di casa non è facile. Tuttavia questo problema non ha bloccato un uomo furbo, intriso di sete di vendetta, che intende andare avanti fino a quando non l’avrà completata. Toccherà all’ex commissario Oppenheimer, con l’aiuto del’ispettore Billhardt e dei suoi assistenti Wenzel e Reinmann, il difficile compito di provare a fermarlo.
Romanzo bello e coinvolgente, che ci rimanda indietro nel tempo, tra le rovine di una Berlino semi paralizzata dal freddo, a seguire Oppenheimer che macina chilometri in sella alla sua preziosa bicicletta, nei suoi rischiosi appuntamenti e nei pochi e intensi momenti di vita domestica vissuti nella difficile quotidianità di allora. Un dopoguerra berlinese diverso, peggiore che in ogni altro paese occidentale. La guerra fredda è alle porte e negli anni successivi Berlino diventerà sempre più zona bollente, culla di loschi affari e astrusi complotti internazionali.
Confidiamo nel ritorno di Oppenheimer in un prossimo libro di Gilbers. Lui ormai, nonostante la pesante influenza sovietica, pensa di tornare in polizia a fare il suo lavoro, quello che, come dice sua moglie: «Tanto ti sei già rimesso a fare l’ispettore…» Perché il suo destino è quello di ripartire da capo, avvalendosi del suo straordinario talento e del suo famoso intuito, per sbrogliare altri delitti.
L’ex commissario Oppenheimer è protagonista di altri tre precedenti romanzi di Harald Gilbers, Berlino 1944, I figli di Odino e Atto finale, sempre editi da Emons Edizioni.

Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969) ha studiato letteratura inglese e storia moderna e contemporanea. Prima di diventare regista teatrale, ha lavorato come giornalista delle pagine culturali e per la televisione. I suoi gialli sono tradotti in francese, polacco, danese e giapponese. Il primo romanzo della serie dell’ex commissario Oppenheimer, Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie (pubblicato da Emons nel 2016), ha vinto il Glauser Preis 2014, uno dei più importanti riconoscimenti per i gialli in Germania, mentre il secondo romanzo, I figli di Odino, ha ottenuto in Francia il Prix Historia 2016.

La Debicke e… La missione segreta che ha cambiato la Seconda guerra mondiale

William Geroux
La missione segreta che ha cambiato la Seconda guerra mondiale
Newton Compton, 2019

Un’eroica storia di coraggio avvenuta nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale, tra l’Islanda attraverso il Mar Glaciale Artico fino al porto baltico di Arcangelo. Un’eccezionale storia vera di sopravvivenza e collaborazione: il lungo, pericoloso e gelido viaggio tra i ghiacci di quattro imbarcazioni alleate che si trasformarono in fantasmi per attraversare l’Artico in barba agli aerei e ai sottomarini tedeschi e consegnare ad Arcangelo i rifornimenti necessari alla sopravvivenza dello sforzo bellico sovietico.
Il 4 luglio 1942, quattro navi alleate – tre mercantili americani: Il Troubadour, l’Ironcloud e il Silver Sward e l’Ayshire, un grosso peschereccio inglese dotato di armi antisommergibili – costretti dall’ordine dell’ammiragliato a sparpagliarsi e separarsi dal convoglio, decisero di fare fronte comune, lasciare la rotta più breve e dirigersi più a nord, penetrando nella banchisa polare, in cerca di copertura e rifugio dai bombardieri nazisti e dagli U-boat.
Nonostante i rischi del pericoloso labirinto gelato, affollato dalle taglienti punte degli iceberg che si scioglievano sotto l’estivo tepore solare, giudicarono con questa scelta di aver una migliore possibilità di sopravvivenza, rispetto al resto delle imbarcazioni del convoglio mercantile, nome in codice Diciassettesimo PQ (Convoy PQ-17), che all’inizio del viaggio contava ben trentacinque navi adibite al trasporto di aiuti da guerra per un valore di 1 miliardo di dollari, destinati al porto sovietico dell’Arcangelo, lasciato senza difesa a subire gli attacchi tedeschi via mare e via cielo. I quattro fuggitivi, nascondendosi alla vista del nemico grazie alla pittura bianca stesa sugli scafi e a nivee tovaglie e lenzuoli a fasciare i fumaioli, riuscirono a salvarsi e proseguire con il carico intatto verso il porto sovietico di Arcangelo, guadagnandosi il soprannome di fantasmi.
Bisogna tenere presente, storicamente parlando, che nell’estate del 1942 gli inglesi erano alle corde dopo Dunquerque, l’America aveva da poco subito il feroce attacco di Pearl Harbour che l’aveva costretta a entrare in guerra e la Germania, dopo aver liquidato la Francia e ributtato gli inglesi in mare, aveva impegnato il grosso del suo esercito contro l’ex alleata Unione Sovietica e, avanzando da conquistatore fino a Mosca, aveva costretto Stalin a legarsi in una fragile alleanza con Gran Bretagna e Stati Uniti. Per sostenerlo, Roosevelt e Churchill avevano organizzato degli aiuti di materiali e viveri per mezzo di convogli artici, fatti da navi mercantili, delle carrette del mare messe faticosamente assieme, malamente armate, che, scortate da unità alleate, erano destinate a rifornire il popolo russo allo stremo. Gli equipaggi delle navi erano stati arruolati per lo più tra marinai di navi mercantili e posti sotto il comando di ufficiali della marina militare.
E Il 17° convoglio (PQ-17) aveva appena iniziato ad attraversare l’Atlantico del Nord, quando l’ammiraglio tedesco Reader minacciò, con un’operazione chiamata La morsa del cavallo, di schierare la temibile portaerei Tirpitz, soprannominata Il lupo cattivo, per annientarlo.
In mancanza di informazioni attendibili, l’ammiragliato britannico, nel pavido timore della perdita di insostituibili navi da guerra, ordinò alla sua flotta di disperdersi e lasciare il convoglio senza difesa. La luce del giorno artico di ventiquattro ore in piena estate non dava tregua e i bombardieri attaccavano senza posa. Cosa che provocò un’ecatombe. In seguito Churchill stesso definì quell’ordine “l’episodio più triste di tutta la guerra”.
La politica di alto livello che mise Convoy PQ-17 sotto il tiro incrociato dei nazisti, mentre una difficile alleanza appena forgiata rischiava di dissolversi e il destino del mondo restava in bilico, coinvolse anche gli equipaggi delle navi fantasma. E quindi il comandante della Silver Sward, che veniva dal Maine, il guardiamarina della Marina statunitense Howard Carraway, imbarcato a bordo del SS Troubadour, un ragazzo di campagna della Carolina del Sud, uno dei tanti americani per i quali il convoglio avrebbe dovuto essere il primo assaggio di guerra; il guardiamarina William Carter della US Navy Reserve che, per salire a bordo della SS Ironclad, aveva rinunciato ad entrare alla Harvard Business School e anche Leo Gradwell, avvocato di grido ma anche tenente di riserva dalla Royal Navy Reserve, messo al comando dell’HMT Ayrshire, un peschereccio che era stato convertito in nave antisommergibile.
Una parte di storia non riconosciuta, che si è preferito tenere nascosta, forse per non sentire il peso delle troppe ambigue responsabilità. Uomini normali trasformati in soldati per il bene comune e troppo spesso sfruttati senza riguardo in strategie belliche – e a conti fatti gli iceberg erano pericolosi quanto i nazisti…
Una saga avvincente dedicata agli appassionati della seconda guerra. Un punto vitale ma purtroppo dimenticato della stessa. Una lettura da cardiopalma che immerge, circondati dai ghiacci, nel mezzo dell’oceano Artico e che non ci permette di dimenticare che la guerra combattuta dagli U-Boat tedeschi contro i mercantili americani fu mortale e drammatica, tanto che alla fine i membri della Marina mercantile degli Stati Uniti fecero registrare il doppio del tasso di mortalità di quelli della Marina Militare.

William Geroux ha lavorato come giornalista per oltre venticinque anni, collaborando con il «New York Times», l’«Associated Press» e molti altri quotidiani locali, prima di dedicarsi alla scrittura. È nato a Washington D.C. ma attualmente vive a Virginia Beach. Per saperne di più: www.williamgeroux.com

La Debicke e… Lunga vita all’impero

Simon Scarrow
Lunga vita all’impero
Newton Compton, 2019

Diciassettesima coinvolgente avventura di Le aquile dell’Impero, la superba saga di Simon Scarrow che vede in veste di protagonisti Catone e Macrone. Si conferma l’eccezionale e documentatissimo scenario storico, tanto che all’inizio del libro troverete un’eccellente mappa che descrive la zona di confine tra Roma e la Partia nel I secolo, utile anche per spiegare ai lettori che l’Iberia di cui si scrive nel romanzo non è l’attuale Spagna ma un regno poco lontano dal Mar Nero. Troverete anche, indispensabile per raccapezzarsi tra i personaggi, un’efficace spiegazione su come funzionava la catena di comando della Guardia Pretoria e il dettagliato elenco dei personaggi, storici e inventati, che compaiono nella trama. E per completezza, dopo la parola “fine” del romanzo, una colta e circostanziata nota storico-politica inserita dall’autore.
Ma torniamo a Lunga vita all’impero: un romanzo dal ritmo narrativo ad altissimo livello, con un’eccellente interazione tra i vari personaggi che attraversano una storia straordinaria e densa di azione e di personalità credibili, realistiche, messe umanamente di fronte a reali e difficilissime situazioni.
La storia inizia nell’anno 55 d.C., quando il tribuno Catone e il suo primo ufficiale Macrone si trovano a Tarso, nella Cilicia, estrema frontiera orientale dell’Impero romano, ai confini dell’Armenia e dell’immenso e imprendibile impero dei Parti; Catone e Macrone, alla testa della seconda coorte pretoriana – guardie imperiali sceltissime – su ordine del nuovo imperatore, il diciassettenne Nerone, hanno scortato il generale Corbulone a Tarso per assumere il comando dell’esercito romano.
Dico e confermo l’imprendibile impero dei Parti perché sia l’estensione dell’immenso territorio, sia i metodi di combattimento, con gli attacchi a tradimento della cavalleria favoriti dalle insidie del terreno, avevano fatto sì che anche celebri comandanti romani venissero irrimediabilmente sconfitti (vedi la disastrosa disfatta di Crasso a Sarre). In seguito Augusto, con grande saggezza, aveva trovato più ragionevole controllare le estreme frontiere orientali dell’impero stipulando la pace con i Parti, ma dopo di lui la sfrenata ambizione dei generali romani aveva rischiato di infrangere il difficile equilibrio di poteri nella zona. E l’Armenia, stato cuscinetto tra le due potenze, pareva a entrambi la chiave di volta per controllare la situazione. Il nuovo spinoso motivo del contendere, con il quale dovrà confrontarsi il generale Corbulone, è che i Parti, dopo aver invaso l’Armenia, che godeva della protezione romana, hanno deposto il sovrano iberico re Radamisto, un gigante ambizioso, privo di scrupoli e crudele ma formalmente alleato dell’impero, sostituendolo con Tridate, fratello di re Vologate, sovrano della Partia. Il generale Corbulone ha ricevuto il difficile incarico di rimettere Radamisto sul trono e di prepararsi a una probabile guerra contro i Parti. Ma l’arrivo a Tarso di Quadrato, governatore delle province orientali romane, gli conferma la mollezza dei costumi dei funzionari dell’Impero lontano da Roma e le pessime condizioni del potenziale esercito a disposizione in loco. Le legioni sono sparpagliate e gli uomini pochi, stanchi e male addestrati. Per rimetterli in sesto serve almeno un anno di addestramento e bisogna arruolare nuove truppe, invece l’Armenia non può attendere: è vitale subito per gli interessi strategici di Roma. Corbulone sa di non avere scelta, deve rimettere Radamisto sul trono prima possibile e le uniche forze su cui può fare affidamento sono la coorte d’élite delle Guardie Pretoriane di Catone e Macrone, soldati ben addestrati e di grande esperienza, unico valido atout per svolgere quel difficile compito e organizzare una prima rapida e efficace offensiva in Armenia. Sarà una missione gravosa e pericolosa in cui i nostri eroi dovranno guidare una colonna mista, formata da truppe romane e da uomini di Radamisto, attraverso terreni non mappati, sconosciuti e ostili, per raggiungere Artaxata, la capitale dell’Armenia, e cercare di rimettere sul trono un re niente affatto popolare. Catone, posto al comando di una difficilissima impresa che lo costringe a imporsi, con lo scopo di bilanciare con i suoi ordini i sanguinari desideri del prepotente e incontrollabile Radamisto, sarà anche costretto a lottare quotidianamente per mantenere la forza di se stesso e dei suoi uomini. Circondato da intrighi di traditori e da imprevedibili nemici che si nascondono ovunque, Catone deve fare i conti anche con se stesso e ha disperatamente bisogno del sostegno di Macrone per riuscire a cavarsela e a sopravvivere. Ma, pur potendo contare su di loro e sulla loro indefessa fedeltà, riusciranno a tenere a bada l’insopportabile e fatale narcisismo del re Radamisto? Questi, dominato dalla sua sfrenata e spietata violenza e dalla sua sanguinosa e distruttiva sete di vendetta sui nobili e sulla popolazione armena, potrebbe arrivare a tradirsi e a compiere una serie di gravissimi errori, in grado persino di mettere a rischio l’invincibilità di Roma e dei suoi uomini.

Simon Scarrow è nato in Nigeria. Dopo aver vissuto in molti Paesi si è stabilito in Inghilterra. Per anni si è diviso tra la scrittura, sua vera e irrinunciabile passione, e l’insegnamento. È un grande esperto di storia romana. Il centurione, il primo dei suoi romanzi storici pubblicato in Italia, è stato per mesi ai primi posti nelle classifiche inglesi. Scarrow è autore delle serie Le aquile dell’impero (Il centurione, Sotto l’aquila di Roma, Il gladiatore, La spada di Roma, Roma alla conquista del mondo, Roma o morte, Il pretoriano, La legione, L’aquila dell’impero, La battaglia finale, Il sangue dell’impero, La profezia dell’aquila, Sotto un unico impero, Per la gloria dell’impero, L’armata invincibile, La spada dell’impero), Roma arena saga (La conquista, La sfida, La spada del gladiatore, La rivincita, Il campione), I conquistatori (La battaglia della morte, Il sangue del nemico, Il richiamo della spada, L’erede al trono, Muori per Roma) e Revolution saga (La battaglia dei due regni, Il generale, A ferro e fuoco, L’ultimo campo di battaglia). Ha firmato anche i romanzi I conquistatori (con T.J. Andrews), L’ultimo testimone (con Lee Francis) e Eroi in battaglia. Le sue opere hanno venduto oltre 5 milioni di copie nel mondo.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2019

Questa volta andiamo subito al sodo senza farla tanto lunga.
La profezia degli incappucciati di Roberto Mistretta, Il Giallo Mondadori 2019.
Avendo già letto dell’autore con soddisfazione Il canto dell’upupa, Cairo 2008, non ho avuto remore nell’acquistare anche questo. Sul personaggio principale, il maresciallo dei Carabinieri Saverio Bonanno di Villabosco, avevo scritto “…lasciato dalla moglie vive con la madre donna Alfonsina, la figlia Vanessa e il cane Ringhio. Si sposta con macchina Punto (un po’ di pubblicità alla Fiat fa sempre bene). Abitudinario. Caffè in casa e poi al bar “Excelsior” (ma non lasciatevi ingannare dal nome). Fuma in continuazione, ottima forchetta, risultato la pancia. Ogni tanto arriva la tristezza quando affiorano ricordi della scuola, il tempo non passava mai e pensava a suo padre sempre più lontano. O ricordi di sua moglie che un giorno se ne era andata via con il trapezista di un circo famoso. Simpatia per l’assistente sociale Rosalia. Anzi, più che simpatia “Rosalia Santacroce era una di quelle donne che facevano ribollire il sangue”, “Emanava un caldo profumo di femmina. Inebriava e confondeva”, e ancora “Rosalia Santacroce aveva la voce di un soprano che canta un’aria leggera. Gli occhi erano due stelle che rischiaravano la notte, e risplendevano nello squallore della caserma come diamanti nel deserto”. A volte nella sua mente sesso e appetito si fondono umoristicamente “Con un leggero movimento del bacino, distese il fondoschiena rotondo, Bonanno lo immaginava soffice come un bignè di ricotta e farcì il sedile”. Animo sensibile anche alla vista della bellezza della natura “Dio che spettacolo! Perché gli uomini avevano smesso di guardare il cielo!”. Buono. Buono ma se si arrabbia sono guai per tutti. E non molla l’osso come un mastino. Insofferente dei regolamenti e delle regole un po’ come il Montalbano di Camilleri. Non capisce nulla in fatto di computer e internet e deve chiedere aiuto ai suoi sottoposti più giovani. Un bel personaggio, realistico e credibile.”
Ora se la deve vedere con un caso particolare. Nel corso di una celebrazione religiosa il governatore Nofrio Falsaperla di una confraternita secolare muore sotto il peso del baiardo a forma di croce incollato sulla schiena. Sembra una disgrazia, una semplice disgrazia. Invece ecco arrivare un foglio di quaderno strappato “Nun fu disgrazia maresciallo! Nofriuzzo lo ammazzarono!”
Il caso si amplia, subito diffuso da diversi servizi giornalistici, ma per il suo superiore capitano Oliva trattasi solo di tragica fatalità. Comunque l’indagine va avanti. Nofrio, a cui piacevano ragazzi e ragazze aveva messo gli occhi addosso anche a Minica, la Veronica della processione che era fuggita prima dell’arrivo dei carabinieri. Inoltre qualcuno si era opposto al soccorso e ci saranno di mezzo tre donne: la moglie del vicegovernatore Ideale Dolcefiore, la citata Minica e la moglie del falegname. Accanto a questo caso l’uccisione dello stesso Oliva e il ferimento dell’amico Stoppani per le indagini contro le cosche (nessuno ha avvertito il maresciallo) che gestiscono una cordata di malaffare sugli appalti pubblici e truffe milionarie sui contributi europei a fondo perduto. E arrivano altre morti…
Al centro sempre lui, il nostro Bonanno affondato nei ricordi (ma anche in certe succulenti mangiate), l’amore per Rosalia, la rinascita, qualche fumata con le Benson & Hedges, il ritorno della moglie Emma (che cosa vorrà?) contrastata dalla stessa Rosalia. Il tutto tra una serie di spunti sul paesaggio “selvaggio ed aspro” oppure incantato per “il tripudio di smeraldo e indaco del cielo, il turchino dei monti, il cinerino dei massi, il biancore luminescente dei cirri, il salmastro spumeggiante delle onde. La maestosità dell’Etna”. E spunti ironici su certi personaggi come sul giornalista Mimmo Castelli che sguazza “nelle notizie di cronaca nera come un rospo nel pantano” ad aprirci la bocca al sorriso.
Lettura leggera, piacevole, passaggi ben calibrati dal dramma all’allegro, dai momenti di crisi alla forza del riscatto. Una miscela ben dosata di ricordi, sentimenti, mistero e azione. Tutto gira intorno ad un’antica profezia conosciuta dal vecchio governatore (lo incontreremo a narrare la sua storia), ovvero il segreto del baiardo e un cuore particolare che vale milioni di euro…
All’interno il racconto Stazioni di Andrea Montalbò.
La fuga di Sabrina. Dalla cassetta tirata agli agenti che la inseguono esce fuori una T-shirt insanguinata di un bambino. Il commissario De Felice, una specie di Bronson fuori programma, deve indagare sul rapimento di Paolo di dieci anni gettato in una roggia. La sospettata sembra proprio Sabrina Storti. In passato processata per truffa e assolta ma ha perso tutto: famiglia, lavoro, amici. Sarà il classico capro espiatorio? Scontro finale fra lei e De Felice. Chi vincerà?…

Com’è morto il baronetto? di H.H. Stanners, Polillo 2019.
Qui ritrovo anche i miei amati scacchi. Addirittura proprio all’inizio “Dereck Furniss scrollò la scatola per far cadere i pezzi degli scacchi che poi cominciò a disporre sulla scacchiera”. Il romanziere giocherà con il professor Harding (classico detective dilettante) durante la festa ad Astonbury che celebra il giorno dell’incoronazione del re Giorgio VI. Naturalmente abbiamo subito una morte sospetta, più precisamente del baronetto Jabez Bellamby trovato stecchito nella sua cava di gesso per un colpo sparato con la sua pistola (ha anche un ematoma sul viso). Per l’ispettore Marriot si tratta di suicidio, come riferirà al suo capo Philip Pannell, anche perché il morto aveva un sacco di problemi: finanziari, fisici (di salute) e sentimentali. La moglie se la intendeva con un amante (l’avvocato Newth) e lui stesso si era innamorato non ricambiato di Brenda Derwenth Smith, una bella sventola di venti anni, troppo più giovane di lui e affollata di corteggiatori.
Ma non è tutto così chiaro per il professor Harding. Guardiamo più da vicino il nostro detective dilettante: di aspetto giovanile non dimostra i suoi quarantatré anni, alto e magro, sguardo mite, espressione sagace e pensierosa, sembra più un inglese in vacanza che un professore americano di diritto internazionale (perde a scacchi ma si rifarà). E ora l’ispettore Marriot, anch’egli alto e dal viso ossuto, occhi grigi, sopracciglia color sabbia, capelli prima rossi tendenti al bianco, aria di scarsa vitalità compensata da modi bruschi. Lo vuole al suo fianco per godersi l’occasione di osservare i suoi famosi metodi investigativi.
Alla festa di Astonbury mancava anche Hughie Bryant, nipote del maggiore Derwenth-Smith che, viaggiando in macchina piuttosto brillo, uccide pure un ciclista sconosciuto. Un punto cruciale della storia è che Jabez aspettava una telefonata da Bradford, e allora perché andare in giro proprio in quel momento? Diversi i sospettati ognuno con il suo bel movente e altri particolari a rendere complessa l’indagine: orme da studiare sul luogo della morte (mancano proprio quelle dell’ucciso); un bottone di pantaloni sul terrapieno da cui si vedeva il corpo di Jabez; fili di erba stretti nella sua mano; diamanti grezzi del morto scomparsi come certi buoni al portatore di quindicimila sterline e una valigia blu; mozziconi di sigaretta Vendredi, sempre del baronetto, trovati in una macchina di Hughie Briant… Insomma un bel groviglio di particolari e situazioni da chiarire. “Tutto in quel caso appariva sconcertante e contraddittorio” rimugina Harding.
Altro punto fondamentale della vicenda è il classico problema degli orari, a partire da quello della morte, dentro il quale si muovono i personaggi, assai complicato ed arduo da sbrogliare. Narrazione trattata con una cura davvero felicemente minuziosa nella complessità della trama, nella caratterizzazione dei protagonisti e dell’ambiente con citazioni imprescindibili di Sherlock Holmes. Alla fine spiega tutto il professore. O quasi… E gli scacchi hanno qui il loro bel rilievo.

Il tempo dell’odio di Ruth Rendell, Il Giallo Mondadori 2019.
Il primo personaggio che incontriamo è Maxine, la donna delle pulizie della famiglia Wexford dove troviamo l’ex ispettore Reginald, ora in pensione, impegnato nella lettura della Storia della decadenza e caduta dell’impero romano di Edward Gibbon. Da Maxine, tra mille chiacchiere (grande lavoratrice con un solo difetto: “Non stava mai zitta”), viene a sapere della morte della vicaria di cui lei stessa ha trovato il corpo. Strozzata… E dal sovrintendente di polizia Burden arriva l’invito telefonico a partecipare all’indagine. Subito accettato ché stare con le mani in mano lo annoia.
Ma chi era la vicaria? Trattasi di Sarah Hussain, figlia di un’irlandese e di un indiano, sacerdote della Chiesa d’Inghilterra a Kingsmarkham nel Sussex, quarantotto anni con la figlia Clarissa, anche se non sposata. Uccisa nella canonica di St Peter. Odiata per la sua pelle scura e dalla vita difficile, molto difficile. Wexford scoprirà in seguito che era stata addirittura violentata e Clarissa il frutto di quella violenza. Non volle fare denuncia alla polizia ma rivelò a una sua amica che l’uomo era “giovane, attraente e asiatico”. Al centro del suo pensiero l’amore, che poteva esplicarsi perfino nei matrimoni gay. Una donna divisiva, insomma, anche all’interno della chiesa stessa. C’era, poi, un altro uomo che la corteggiava, che la molestava troppo assiduamente.
Via, dunque, alla ricerca del molestatore (si scoprirà essere l’avvocato Gerald Watson) e dello stupratore con una lunga indagine a ritroso nel tempo attraverso i colloqui con tutti coloro che l’avevano conosciuta. Intanto sembra trovato l’assassino di Sarah nel giardiniere Duncan Crisp. Burden ne è convinto, convintissimo, è lui non c’è dubbio, ma il dubbio viene, invece, a Wexford che andrà avanti da solo: un particolare importante da non farsi sfuggire, un tatuaggio di una santa con l’aureola che può essere utile. Ma dove l’aveva visto? E poi tra i personaggi incontrati chi mente? Chi dice la verità? Alla ricerca di qualcuno che si nasconde sotto falso nome. Ma dove?…
Di fianco all’indagine momenti di vita familiare di Wexford con la moglie Dora, la figlia Silvia (ne ha anche un’altra, attrice teatrale, e cinque nipoti) che va ad abitare con Clarissa, la quale si fidanza con suo nipote Robin. Momenti sereni e qualche scontro con i giovani. E squarci di vita sociale dove impera il razzismo e il maschilismo, dove quotidiane sono le violenze domestiche anche psicologiche. Il tempo dell’odio come da titolo. E ben venga una nuova legge a riguardo che aiuti le donne.
Una vicenda ricca di dubbi e incertezze fino alla fine quando arriva un nuovo, impensabile personaggio. Ma Wexford è un uomo solido, tutto d’un pezzo, non si lascerà fuorviare dall’idea che si è già fatta concreta nella sua mente. Tra l’altro ha sempre il suo fedele Gibbon a fargli compagnia.
Per La storia del giallo Mondadori l’ottava puntata Gli anni Cinquanta di Mauro Boncompagni.
A partire da Peter Cheyney, Kenneth Millar, Brett Halliday e Richard Ellington per finire in bellezza con James Hadley Chase. Bastano i nomi…

L’ermellino di porpora di Pierre Borromée, timeCRIME 2012.
Quando in seconda di copertina ho letto di un cadavere di una giovane donna ridotto in poltiglia a martellate, il cui delitto sembra ricollegarsi ad un altro avvenuto sette anni prima, e che l’assassino potrebbe colpire ancora di nuovo, visto e preso (pagando). Meglio andare su un usato sicuro (Bersani) che trovarmi di fronte a qualche pericolosa originalità.
L’usato sicuro inizia a Villecomte in Borgogna. A scoprire il cadavere la donna delle pulizie come nel più classico degli usati sicuri. La signora giace sul suo letto con la lingua di fuori e il viso orrendamente sfigurato. Probabilmente pure strangolata e con una profonda ferita all’addome. Trattasi di Juliette Robin, moglie dell’avvocato Pierre Robin che non si trova in giro. L’assassino si è introdotto in casa attraverso una porta-finestra del salone dopo avere rotto il vetro per arrivare alla maniglia. Piccolo particolare interessante, la signora è ancora vergine.
L’usato sicuro continua con la presentazione di chi deve condurre le indagini. In questo caso il commissario Baudry. Uomo del popolo, operaio metalmeccanico a sedici anni, scuole serali, accento duro che gli fa aprire le vocali, poca inventiva ma tenace e coscienzioso, soprannominato Zanna Bianca o Kaiser per i suoi baffoni all’insù. Un quintale di ciccia da “sfuriate bestiali” con due nemici: la moglie uggiosa e la Direzione centrale della polizia giudiziaria.
Segue, sempre secondo le modalità dell’usato sicuro, il contorno degli altri membri addetti alle indagini con le loro situazioni particolari di cui un paio amanti della bicicletta. A ruota (viene a pennello) le indagini stesse con gli interrogatori, i dubbi, il modus operandi dell’assassino che sembra sia stato ripetuto in passato. Più precisamente nel caso di Saint Martin, quando una ragazzina ritardata di quindici anni, nuda, era stata massacrata a colpi di accetta senza subire violenza. In entrambi i casi un accanimento sul volto. Trattasi di psicopatico?
Sotto accusa il marito ritrovato che aveva avuto una relazione travagliata con la sorella maggiore della moglie, ma bisogna andarci cauti che un avvocato è un avvocato (scontro tra autorità giudiziaria e polizia). A questo punto l’usato sicuro si rimpolpa con il solito intervento di una storia minore che si incastra nell’alveo di quella maggiore. Due giovani zingari erano presenti a Villecomte nell’ora del delitto, ergo interrogatorio disumano, fuga e morte per caduta del giovane Johnny (vedi un po’ i nomi moderni degli zingari), rivolta della loro comunità. Il caso si complica.
Non la faccio lunga. Non ho voglia di farla lunga. Finalino tesino con qualcuno che sta per rimetterci le penne e viene salvato da qualcun altro (un classico dell’usato sicuro). Il tutto condito da una prosa semplicina, precisina, tranquillina, pure banalina senza sobbalzini di sorta e le solite frasettine in corsivo sparse qua e là stimolanti all’abbiocco.
Con l’usato sicuro si va sul sicuro. Niente sorprese ansiogene ma una rassicurante cantilena di storie risapute che ti culla dall’inizio alla fine. A questa età è meglio non rischiare.
Buonanotte.

I Maigret di Marco Bettalli

Il cavallante della «Providence» del 1932
Ancora chiuse, canali, marinai, chiatte, un ambiente che Simenon evidentemente predilige (v. anche i due successivi). Siamo ad aprile, ma nel nord della Francia è come se fosse inverno. Maigret si profonde più che altro fisicamente in una inchiesta poco gratificante (aiutato per breve tempo da Lucas: non si capisce perché si trovi lì e perché si occupi del caso, ma non ha molta importanza), compiendo fino a 68 km. in bicicletta, su strade infami, in un solo pomeriggio. Il giallo in realtà è quasi inesistente, tanto che l’assassino è sbandierato nel titolo… Rimangono, come accade spesso, i personaggi: la sgangherata e ricca compagnia del Southern Cross (in una scena, due di essi giocano a scacchi, un evento rarissimo nei Maigret), nullafacente, provvista di mezzi e velatamente immorale; i teneri, poveri coniugi della «Providence» e soprattutto il cavallante, vero fulcro di tutta la storia, esempio caricatissimo di discesa agli inferi di un borghese che uccide per amore, sconta 15 anni di prigione e poi non riemerge più, trasformandosi in una sorta di animale tra gli animali – i suoi amati cavalli – senza più parola, senza più speranze, senza quasi più fattezze umane.

All’insegna di Terranova del 1931
Continuano le ambientazioni in luoghi d’acqua: Maigret viene convinto a intervenire per salvare un giovane raccomandatogli da un vecchio amico e accetta di passare le sue vacanze nel mese di giugno (insieme alla signora Maigret, presente in un ruolo tutt’altro che trascurabile) a sbrogliare questo caso a Fécamp, località di mare. La faccenda, che ha il suo fulcro in vicende di qualche tempo prima svoltesi a bordo di un peschereccio impegnato nella pesca del merluzzo a Terranova, è assai torbida, avendo come motore centrale l’irresistibile attrazione che una donna molto sensuale (imbarcata irregolarmente sulla nave, in mezzo a dozzine di maschi in astinenza…) è in grado di suscitare. La soluzione del caso, come spesso accade, non è particolarmente interessante: ancora una volta, sono i personaggi, a partire dal defunto capitano, irreprensibile finché la passione puramente animale per la donna non lo travolge, oppure il giovane e ombrosissimo protagonista con la sua fedelissima fidanzata, a costituire la parte più interessante della storia. Non uno dei Maigret migliori, ma comunque non privo di fascino.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Una madre perfetta di Kimberly Belle, Newton Compton 2019.
Atlanta, Georgia: la gita scolastica di una scuola della haute, la Classical Cambridge Academy, avrebbe dovuto essere una normale escursione, una breve vacanza in campeggio. Una straordinaria esperienza per bambini delle elementari… Per Kat Jenkins, orfana, oggi madre single che non naviga nell’oro, con l’unico sostegno a distanza (vive nel Tennessee) di Lucas, un vecchio amico di famiglia, Ethan, il suo bambino di otto anni, è l’unica cosa che conta, l’unica cosa buona che le è rimasta del disastrato matrimonio con Andrew Maddox che prima del divorzio l’ha ingannata e soprattutto abusata moralmente e fisicamente. Ethan poi è un bambino speciale, piccolo e mingherlino per la sua età ma dotato di un’intelligenza eccezionale, quoziente 158, ma non ha facili rapporti con i compagni che lo bullizzano e lo evitano. Restiamo a fianco di Kat Jenkins, Kat, la prima voce narrante, quando la mattina abbraccia suo figlio che sta per salire in autobus per andare al campeggio con i compagni e gli insegnanti. Sono diretti nei boschi che sovrastano Dahlonega, vecchia e famosa città georgiana della Caccia all’Oro. Al suo ritorno a casa, una minuscolo proprietà di due piani in un quartiere di periferia che può appena permettersi, Kat lascia il telefono in cucina, sale in camera al secondo piano e crolla in sonno profondo. Stanchezza arretrata e stress, accumulato per il faticoso e difficile lavoro di consulente immobiliare, si fanno sentire, ma quando alle prime luci dell’alba viene svegliata da un educatissimo agente di polizia Brian Macintosh, si trova di fronte al peggior incubo che possa capitare a una madre: suo figlio è scomparso nel nulla dopo uno strano incendio dietro lo chalet che ospitava scolari e insegnanti…
Un thriller intrigante, sostenuto da una scrittura brillante, da personaggi credibili e da una trama in cui l’autrice riesce a tenere alta la tensione, mettendo anche in evidenza il divario economico e sociale tra i sofisticati Huntingtons e Kat Jenkins, impegnata in un’impari lotta con l’ex marito con il quale sa di dover trovare un modus vivendi perché anche lui adora il figlio. Due protagoniste di polso, diverse tra loro ma entrambe forti e determinate. Un finale ben calibrato ma che già serpeggia nelle pagine, in cui sono disseminati elementi che consentono di intuire una possibile soluzione. Ma l’epilogo, con la sua crudele realtà, completa al meglio tutta la storia.

Nuovo approdo in libreria per Marcello Simoni con L’enigma dell’abate nero, Newton Compton 2019, terza puntata della Secretum Saga. Una storia veloce, spregiudicata ma che non si fa certo mancare colti e curatissimi riferimenti storici e una perfetta ricostruzione ambientale. Ambientata nel Quattrocento, vede come protagonista Tigrinus (eroe di professione e ladro per scelta) che deve il suo nome alla tinta bicolore dei capelli: bianco e nero. Fatto misterioso e, per chi ha scelto di fare il suo mestiere, anche abbastanza pericoloso, perché lo rende facilmente riconoscibile. Per fortuna il suo secolo non era avaro di mantelli e cappucci con cui celare le chiome. Dunque anche un azzardato ma riuscito patto con il lettore che fa il tifo per lui e un indovinato mix di generi narrativi. Si passa infatti dal gustoso sapore del feuilleton salgariano/dumasiano e quindi cappa e spada, avventure, agguati, complotti e tradimenti, al crogiolarsi aggirandosi per sotterranei, che si rifanno alla letteratura gotica anglosassone, senza mai dimenticare il classico atout finale che esalta la trama gialla, la soluzione del mistero… Thriller che fa volare il lettore fino alla fine coinvolgendolo mistero dopo mistero. Cosa si può chiedere di più a un thriller storico? Perfettamente centrata l’atmosfera di una Ravenna tardo medievale, affollata fino all’inverosimile da rifugiati in fuga davanti alle galee ottomane. Grazie Marcello, come sempre bravo e a presto!

Il giallo di Ponte Sisto di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2019.
Liberty romano dai palazzi alle chiese a dominare culturalmente la narrazione e il mondo di Petrolini come scenario. Una netta virata da parte dei fratelli Morini che stavolta lasciano la possanza e la fascinazione della grande arte figurativa per il palcoscenico, ma per Roma si tratta di un palcoscenico molto speciale. Quello indimenticabile e intramontabile che vide come massimo divo e protagonista Ettore Petrolini. Forse l’eccessiva vicinanza del grande comico con il fascismo – Mussolini era tra i suoi fan e lui per anni approfittò a piene mani di questa vicinanza – il nuovo e diverso clima politico del dopoguerra ha contribuito a un parziale oblio della sua immane bravura e grande umorismo. Ma di quei tempi un comico, un uomo di spettacolo, doveva vivere e il regime non tollerava chi non si adeguava almeno formalmente alle sue regole. Afflitto da angina pectoris, allora non esistevano gli stent e non si operava di bypass, ebbe ripetute, drammatiche crisi successive e morì giovane, ad appena cinquantadue anni. La sua innata civetteria gliene faceva dichiarare, però, solo cinquanta. I Morini, oltre a far sì che la memoria di Petrolini domini con prepotenza la scena per tutto il romanzo, gli hanno regalato anche un’importante parte nella narrazione. Insomma hanno fatto di lui un ingombrante fantasma romano tornato a fare danno. Infatti quando scompare un giovane comico, Simone Rossmann, figlio unico di famiglia molto agiata con la quale ha rotto i ponti  per darsi al palcoscenico, secondo la denuncia del padrone di casa, un michelangiolesco settantenne ex stagnaro (idraulico per i non romani), salta subito fuori una prima incredibile coincidenza. Il ragazzo abitava in un monolocale dello storico edificio romano di via Baccina, rione Monti, dove aveva vissuto il giovane Ettore Petrolini, come testimoniato dalla targa appesa sulla facciata del palazzo. Non basta: il repertorio del giovane attore era improntato quasi fanaticamente ai vecchi ritmi e giochi di parole petroliniani. Le indagini vengono subito affidate al gigantesco ispettore milanese Ceratti che, coadiuvato dal fido agente Cammarata, dopo aver sfondata la porta a spallate ed essere entrato scoprirà una seconda e invasiva coincidenza: l’appartamento è completamente tappezzato da immagini, foto e locandine di scena del grande idolatrato divo del varietà del Novecento, Ettore Petrolini. E quando Ceratti, spiazzato dall’assurdità della situazione, in cerca di conforto documentaristico e aiuto nelle indagini, convoca come al solito il libraio Ettore Misericordia che lo raggiunge tallonato da Fango, voce narrante della situazione e indispensabile spalla, guardandosi attorno verrà fuori una terza stranezza. Sul piatto del centenario grammofono anni Venti c’è un disco a settantotto giri, “Ha detto il sole”, imperituro successo di Petrolini che, messo in funzione, continua a incantarsi sinistramente sulla parola “morire”. E la voce incisa sul disco è proprio quella del divo anteguerra. Sembrerebbe una macabra e premonitrice coincidenza, perché pochi giorni dopo viene rinvenuto un altro cadavere. Per il povero e gigantesco ispettore milanese la faccenda si rivela subito talmente intricata che per arrivarne a capo necessiterà del fiuto e della longa manu di Misericordia. Insomma, di qualcuno in grado di immergersi totalmente nel mondo e nella storia dell’inizio Novecento romano, prendendo in considerazione tutti i possibili particolari indispensabili per sbrogliare il caso. E chi più di Misericordia, esperto dell’epoca, che deve addirittura il suo nome di battesimo al padre, libraio come lui ma anche fan di Petrolini? Per sbrogliare il mistero si dovrà intraprendere una rocambolesca indagine che si addentrerà nella movimentata e non sempre lineare vita di Ettore Petrolini, uomo vissuto quasi un secolo prima. I misteri del passato si intrecciano con quelli del presente dando vita a un’avventura piena di colpi di scena tra straordinari palazzi, vicoli, strade e piazze romane.
Ancora un giallo, in una fresca atmosfera marzolina, che ci rituffa nella consueta e teatrale ma verace rappresentazione della Città Eterna, tra antichi monumenti e vestigia del Ventennio. Una Roma dai ritmi “moriniani”, in bilico tra il presente e il passato, che talvolta ci fanno dimenticare il tempo. Un giallo che prende per mano il lettore e l’accompagna in tanti luoghi belli e segreti della Capitale. Una collaudata ricetta condita dall’intelligente humour dei fratelli Morini che ci regalano un giallo classicheggiante, ma anche un raffinata e utile guida turistica per un pubblico di eletti. Da leggere.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta Diario di una Schiappa. Portatemi a casa! di Jeff Kinney, il Castoro 2015.
Greg, il ragazzo che già conoscete, questa volta parte per un viaggio di vacanza con la sua famiglia. Partono e a lui, sfigato, naturalmente in macchina tocca l’ultimo posto, stretto e pieno di bagagli. La prima tappa del viaggio è una fiera, un mercato pieno di giostre e divertimenti dove Manny, il fratello più piccolo, vince un porcellino vero. Poi decidono di andare in spiaggia, però fanno un incidente e chiamano il carroattrezzi. La macchina è rotta e il meccanico la sta aggiustando, ma ci vuole molto tempo. Quindi decidono di andare a un parco acquatico lì vicino. Si divertono molto, ma perdono la chiave del loro armadietto nel quale avevano messo i cellulari e i portafogli. Sconsolati tornano nel posto in cui hanno lasciato la macchina ma si accorgono che è sparita. Quindi chiedono un passaggio e due signori li riportano a casa. Ma le loro avventure e le loro disgrazie non finiscono qui…
Un diario davvero divertente!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Questa non è l’Italia

Alan Friedman
Questa non è l’Italia
Newton Compton, 2019

Con il suo celebre taglio saggistico-narrativo, che ha l’enorme pregio di farsi leggere e capire facilmente, Alan Friedman ci spiega che Questa non è l’Italia. Ci racconta gli avvenimenti dell’ultimo anno italiano, che ha visto al timone la male assortita accoppiata giallo-verde, i maggiori cambiamenti e le più incombenti incognite verso le quali rischia di sbattere il muso il Paese.
Friedman, da anni acuto, attento e qualificato spettatore degli sviluppi politico-economici italiani, ci conduce per mano nelle problematiche legate ai temi attuali, per aiutarci a vedere più chiaro nella pioggia di informazioni che ci bagna ogni giorno, provando a distinguere la pur cupa realtà dalle favole (anche dette fake news). Sarebbero tante le questioni da affrontare. Per esempio: l’immigrazione è veramente un’emergenza nazionale? Le regole europee della moneta unica possono essere realmente riviste? Stavamo rischiando una nuova e pericolosa crisi che poteva affossare l’Italia? La disinvolta e pericolosa politica di attacco all’Europa, istigata dal ministro degli interni degli ultimi mesi, che non perdeva occasione per sventolare sconsideratamente la sua Excalibur leghista-sovranista, dove ci stava portando? Credere a certe fantastiche promesse di Salvini & company è come credere ai folletti che portano doni ai bimbi buoni. Da qui, e dalla immaginosa follia di una Europa sovranista, i conseguenti sbalzi dello spread. In una lucida analisi Friedman affida a un meticoloso elenco di capitoli del suo saggio le domande sul futuro dello stivale che lo inquietano e alle quali prova a dare lumi. Tra queste:

Quale significato dare al risultato delle ultime elezioni europee?
Quella dell’immigrazione è davvero un’emergenza?
Quali saranno le conseguenze sull’economia italiana dell’addio di Mario Draghi alla Banca Centrale Europea?
Quali le prospettive future per lavoro e crescita nell’era del populismo?
Le politiche economiche del governo giallo-verde sono un successo o un fallimento?

Friedman non ha limitato la sua analisi all’interno dei confini dello stivale, ma è andato oltre, verso il potenziale futuro dell’Europa, con gli instabili andamenti geopolitici che solcano il vecchio continente e le sofferte relazioni tra Europa, Russia, Cina e Stati Uniti governati dal lunatico e imprevedibile Donald Trump.
Coinvolgente, lucido, corretto, ma anche preciso, graffiante e spietato, questo nuovo libro di Alan Friedman sarebbe potuto diventare l’unica bussola per orientarci in un Paese allo sbando, e invece si è trasformato in un perfetto necrologio del governo gialloverde.
Eh già, perché Questa non è l’Italia avrebbe dovuto essere la sofferta cronaca di quattordici mesi sovranisti, con una serie di brutti retroscena e scioccanti e sporche verità, ma il suicidio politico di Salvini l’8 agosto lo ha fatto diventare una specie di testamento dell’eredità sovranista. Con i corposi aneddoti legati al povero ministro dell’economia, Tria, in trappola per dovere, che cercava a ogni costo di eludere Di Maio e le irrealizzabili richieste dei Cinque Stelle, i viaggi a Mosca del capo della Lega con la sua corte “sprovveduta” e chiacchierona. Le sue fantasie russe su un Putin pilastro del debito pubblico italiano mentre le colonne leghiste Giorgetti e Zaia spingevano Salvini a staccare la spina. La dannosa meteora Paolo Savona per fortuna finita nel dimenticatoio. Ma anche gli sproloqui del guru americano sovranista Steve Bannon, messo alle corde da Friedman con documenti e fatti che ne stroncano il mito, gli attacchi alla Commissione europea, lo spread sempre più su, il ritornello dei minibot per salvare i debiti (i minibot ossignore!).
Per fortuna sembrano oggi già capitoli chiusi. Ormai il secondo governo Conte, quello giallorosso, ha giurato. «Spero finisca per sempre l’era dell’Italia incattivita, volgare, razzista, piena di odio e paura che Salvini ha promosso nella sua attività al governo. C’è stato un rigurgito da parte della vera maggioranza silenziosa italiana contro l’estremismo. Ora gli italiani hanno bisogno di un periodo di guarigione per leccarsi le ferite».
Ma tre giorni fa, martedì 17 settembre, una altro Matteo, quel Renzi che aveva fortemente istigato la nuova via politica italiana, ha detto addio al PD e ha fondato un nuovo partito. Si è formalmente impegnato a sostenere il neonato governo italiano e probabilmente lo farà. Ma a quali condizioni? Un giro di manovella e la ruota della giostra del balletto politico italiano riparte. Aspettiamo notizie.

Alan Friedman è un giornalista statunitense esperto di economia e politica. All’inizio della carriera fu collaboratore del Presidente Jimmy Carter, poi è stato per anni corrispondente del Financial Times, in seguito inviato dell’International Herald Tribune ed editorialista del Wall Street Journal. Tra i suoi libri ricordiamo: Tutto in famiglia, La madre di tutti gli affari, Il bivio, Ammazziamo il Gattopardo (che ha vinto il Premio Cesare Pavese), My Way. Berlusconi si racconta a Friedman da cui è stato realizzato il documentario distribuito da Netflix in tutto il mondo. Con la Newton Compton ha pubblicato Questa non è l’America (per settimane in vetta alle classifiche dei libri più venduti e vincitore del Premio Roma per la Saggistica 2017) e Dieci cose da sapere sull’economia italiana, il libro di saggistica più venduto del 2018.

La Debicke e… Fiamme in Piazza Duomo

Filippo Fornari
Fiamme in Piazza Duomo, Lo strano caso della mucca che incendiava i fast-food
Todaro, 2019

Fornari riporta in scena l’irresistibile compagnia di scombinati, trasformata nella cricca dell’Ortica, che abbiamo incontrato per la prima volta a Milano in Omicidi all’Isola, romanzo che vedeva all’opera un serial killer di “lucciole” controllate da pericolosi compatrioti nigeriani.
Ancora Milano a fare da cornice, con squarci di vita cittadina a ogni livello, ancora un romanzo corale frequentato dagli stessi personaggi: Curzio Melanotte, ex uomo d’affari con un matrimonio fallito alle spalle e quattro figli, che oggi sbarca il lunario con lavori saltuari per vivacchiare onorevolmente; Umberto, ex ferroviere mangiapreti che si sente Bruce Willis, ogni sera va a spasso per l’Isola con il cane Togliatti e, dopo tutto il casino della precedente storia, si è felicemente accasato con la ex prostituta Arylyne; il timido Enzino, pio ma atletico giovanotto esperto in arti marziali però tutto chiesa e opere buone e, ciliegina sulla torta, l’agrigentino commissario Vito Musante, ormai felicemente trapiantato a Milano con moglie brava e saggia.
Stavolta il povero Musante si ritrova con tre rogne tra le mani: la prima, un camionista rumeno è stato ritrovato morto e con le mani mozzate (parrebbe proprio tipico delitto di mafia dell’est); la seconda, un esimio professore milanese in pensione, tal Epaminonda Salieri, con l’hobby del rigattiere, tanto che gestiva persino un banchetto al Mercatino di via Armorari, è morto orribilmente infilzato da un candelabro all’Ossario di San Bernardino alle Ossa; la terza, risibile se non costringesse la polizia a organizzare appostamenti eccetera, una finta mucca frisona che in nome della causa animalista si è lanciata in mini attentati incendiari provocando consenso e simpatia.
In tutto questo, il nostro povero commissario deve tenere in riga i suoi amici Curzio, Enzino e Umberto. Ma sarà dura, perché sia la pseudo protesta animalista guarnita da mini attentati, sia il barbaro omicidio del camionista, sia l’orrenda morte del professore, hanno più particolari in comune di quanto possa inizialmente sembrare e in qualche contorto modo finiscono per tirare in ballo la bizzarra cricca. E dunque, punti nel vivo, Curzio, Umberto ed Enzino, nonostante le minacciose raccomandazioni di Musante, finiranno per andare a ficcare il naso e affrontare pedinamenti, lotte, intrighi, inseguimenti, minacce eccetera eccetera. E, nonostante i paletti e i continui rimbrotti del commissario – si rischia addirittura la rottura – i nostri esilaranti e scombinati eroi arriveranno a scoprire i segreti delle associazioni animaliste e il pericoloso mondo del contrabbando di opere d’arte legato ai multiformi e delittuosi interessi della mafia dell’Est, ormai con un piede ben fermo in Italia.
Riuscirà il commissario Vito Musante , nonostante o forse anche con il loro esterno e scombiccherato appoggio alle indagini, a risolvere i tre ingarbugliatissimi casi? Sì… o perlomeno lui ne sarà convinto. O forse sarà meglio nascondere per sempre una parte della verità vera?

La Debicke e… L’ultima notte di Aurora

Barbara Baraldi
L’ultima notte di Aurora
Giunti, 2019

E tre! Complimenti, Barbara. Torna il vice ispettore Aurora Scalviati in un giallo-noir dal titolo che intimorisce, accompagnato da una copertina buia come la notte che pare voler oscurare l’anima della sua protagonista. La caduta del personaggio centrale appare quasi la metafora della fine: forse non esiste più speranza? O a un certo punto la mente non è più in grado di elaborare l’orrore della realtà?
Aurora Scalviati non è cambiata, è sempre lei con i suoi pregi e problemi, la brava intuitiva profiler che, per quanto le costi psicologicamente e fisicamente, sa come far breccia nella mente dei serial killer per trovare la verità. Ma ancora non è riuscita a controllare appieno la sua coraggiosa impulsività che potrebbe trasformarsi in un ostacolo alle sue grandi capacità e perderla. La contorta mente di un assassino spesso ha pericolosi alleati e potrebbe far scattare delle trappole in cui è facile cadere. Aurora è un personaggio difficile, diciamo una persona difficile, spesso da prendere con le molle. Dà tutta se stessa, ma chiede tutto e magari troppo a chi è disposto a seguirla. È afflitta da disturbo bipolare, conseguenza del quasi mortale agguato al quale è scampata (ma ha ancora conficcata nel cervello una scheggia di metallo con la quale è costretta a convivere). Deve controllare con i farmaci i sintomi di ansia, ipersensibilità e spasmodica eccitazione che sfoga in durezza di carattere e che, spesso, la portano a trascurare i sentimenti degli altri ferendoli. Ma anni di pratica hanno anche affinato la sua eccezionale abilità di sfruttare il pensiero laterale che le permette di individuare, su ogni scena del crimine, ogni più piccolo particolare utile all’inchiesta. Ma questa volta il caso che dovrà affrontare è più duro e difficile del previsto perché Aurora, suo malgrado, si troverà emotivamente coinvolta.
Le ferite dell’anima sono più difficili da risanare di quelle del corpo. È lo scomodo fardello che Aurora Scalviati, oggi profiler di Sparvara, un commissariato della provincia emiliana, deve accettare e portare con sé ogni giorno. Solo per questo, ha accettato di condividere la sua esperienza durante la conferenza a Palazzo Accursio del professor Menni, docente di fama internazionale e tra i massimi esperti di disturbi post-traumatici. E sarà proprio là, mentre si rinfresca nella toilette, che Aurora incrocerà una misteriosa ragazza con lunghi e lisci capelli neri, stranamente malvestita (indossa una felpa sopra una sottoveste), che le fa una strana domanda: «Credi che si possa mai uscire dal buio?». Una domanda che la intriga e che presto si trasforma in una specie di addio perché la ragazza raggiunge la torre del palazzo, si butta nel vuoto e non sopravvive alla caduta. Un caso che rischierebbe di essere catalogato come suicidio, se non fosse per Aurora che non sa dimenticare le parole dalla sconosciuta. Poteva essere una richiesta di aiuto che lei non ha saputo cogliere? Avrebbe potuto fare qualcosa? Tuttavia deve subito tornare al lavoro, buttandosi alle spalle i sensi di colpa. Qualcuno a Sparvara ha telefonato alla polizia per segnalare il ritrovamento di un cadavere su una secca in riva al Po. La vittima ha il volto orribilmente sfigurato. Evidentemente per giorni è stato sottoposto a terribili torture e infine gettato nel fiume, dove è annegato. L’unico indizio rinvenuto sul cadavere è parte della foto di una bambina… Chi è? Cosa cercare?
Aurora sa di non poter sbrogliare questo caso da sola. Per muoversi sulle tracce dell’assassino deve poter disporre della vecchia squadra, i Reietti, e chiede al magistrato di riunirla. Ma il team di Sparvara, che in passato le aveva dato un caldo senso di appartenenza, ora purtroppo stenta a ritrovarsi. Bruno Colasanti, la roccia che al suo arrivo nella cittadina era stato l’unico punto fermo a cui appigliarsi per ricominciare a vivere, è da tempo in aspettativa. Non ha ancora superato la perdita della compagna, madre di sua figlia, e rifiuta di tornare in pista. La ex forestale Silvia Sassi, che ormai indossa l’uniforme dei Carabinieri, avrebbe voluto essere interpellata prima della forzata convocazione e l’hacker patentato Tom Carelli, poco incline a sopportare le strette regole procedurali della polizia postale di Modena, arriva e si mette al lavoro ma, quando per la prima volta nella vita si trova coinvolto in una sparatoria, è sotto choc e reagisce male. Stanca e sola, ma costretta ad andare avanti comunque, Aurora deciderà di confrontarsi con un pericoloso interlocutore, l’enigmatico ex psichiatra e omicida Curzi che, pur rinchiuso nell’isolamento di una struttura psichiatrica, sembra leggerle nell’anima e conoscere la verità. Però incontrare Curzi vuol forse dire scendere a patti con il male? E magari trasformare la caccia al responsabile di un efferato assassinio in un periglioso viaggio nelle profondità della psiche umana? Quanto a fondo e quanto lontano dovrà spingersi Aurora?
Non le resta che battersi, superare le sue ansie, provare ad aprirsi, cercare e chiedere finalmente aiuto e poi confidare sull’affetto e la rinnovata compattezza della sua squadra per sbrogliare definitivamente il mistero e provare a fare i conti con se stessa.

Barbara Baraldi, originaria della Bassa Emiliana, è autrice di thriller, romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti, tra cui la serie «Dylan Dog». Il suo esordio nella letteratura poliziesca avviene sulle pagine de «Il Giallo Mondadori» con La bambola di cristallo. In contemporanea con l’uscita del romanzo in Inghilterra e negli Stati Uniti, viene scelta dalla BBC tra i protagonisti del documentario Italian noir sul giallo italiano.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Settembre 2019

Le foto…
Affidare la rubrica ad un vecchietto, per di più rinseccolito, è un rischio colossale. Prima o poi arrivano i ricordi. Non c’è niente da fare. O in forma di canzoni, come in una delle precedenti, o in forma di foto. Tutto è cominciato da una vecchia, vecchissima fotografia del 25/12/1937 in cui sono immortalate mia mamma e mia sorella con una dedica al mio babbo allora soldato nella guerra di Etiopia “Sempre ricordaci come noi ti ricordiamo. Tanti baci affettuosi” e relative firme. Da qui è nato un viaggio fotografico lungo tutto l’arco della mia vita. Da ragazzetto imberbe, adolescente, giovincello scherzoso, uomo, vecchietto rinseccolito. Insieme ad una marea di pose, volti, smorfie e sorrisetti che non vi dico. Fino ad arrivare alle facce di oggi, ovvero a quelle allegre e spensierate dei miei nipotini. Ricordi e ricordi…
Come passa il tempo!

Il castello dell’arsenico e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2019.
Dopo Cronaca nera di James Ellroy mi ci voleva un libro gradevole, leggero e riposante. Soprattutto dal punto di vista della scrittura. E allora chi meglio del grande Simenon?
Trattasi di cinque racconti che hanno come protagonista il simpatico dottor Jean, detto anche il “dottorino” a cui capitano dei casi veramente particolari. Vediamoli in ordine…
La pista dell’uomo con i capelli rossi
Il racconto di un uomo dai capelli rossi stravolto, terrorizzato. Di Georges Motte al nostro dottorino. L’incontro con una donna affascinante e misteriosa, il loro appuntamento in una casa. Entra, non c’è nessuno, solo una voce soffocata proveniente da un armadio a muro. Lo apre e un vecchio coperto di sangue rotola sul tappeto. Tutti credono che sia lui l’assassino, l’uomo dai capelli rossi. Deve salvarlo. D’accordo, ma solo se resta chiuso in casa. Il morto ammazzato è un collezionista di arte al quale sono stati rubati i dieci pezzi più belli e di più alto valore. Ora bisogna scoprire la verità mentre Georges Motte, però, se ne scappa via…
L’Ammiraglio è scomparso
L’Ammiraglio è scomparso in mezzo alla strada in pieno giorno sotto gli occhi di tutti. Ed era pure grosso, “sui novanta chili e con la pancia prominente.” A metà di una discesa è sparito. Il nostro dottor Jean si trova sul posto a cercare di risolvere il mistero dopo aver ricevuto una lettera anonima: “Ti credi tanto furbo, ma scommetto che non sei capace di trovare l’Ammiraglio”- Scommessa accettata tra soldi che spariscono e soldi che arrivano…
Il campanello d’allarme
“Questo del campanello d’allarme fu forse il caso in cui il dottor Jean si avvicinò di più al famoso “delitto perfetto” tanto caro a tutti i criminologi.” Campanello d’allarme di un treno tirato da una donna che accusa Étienne Chaput di averla molestata. Ma non è vero, dice lui, e ora aspetta impaurito l’incriminazione ufficiale. Il dottor deve salvarlo. Solo che questo Etienne sembra proprio un bugiardo matricolato, il classico “testimone mendace.” Indagine pericolosa tra personaggi che non sono proprio quello che dicono di essere. E si rischia pure la vita…
Il castello dell’arsenico
Il nostro dottorino, appassionato di problemi umani e di enigmi, si trova in un castello “triste e polveroso, logoro, sbiadito, squallido” a fare delle domande precise al signor Mordaut. Ovvero “se è stato lei ad avvelenare sua zia Émilie Duplantet, poi sua moglie Félicie, nata Maloir, e infine sua nipote Solange Duplantet…”, perché sui tre cadaveri sono state trovate tracce di arsenico. Ci si aspetterebbe una reazione quantomeno accesa e invece ecco lì il signor Mordaut, simile in tutto e per tutto al suo castello, triste e malinconico, a spiegare i singoli casi. Un uomo sfortunato, dice lui. Ma, secondo il dottor Jean che con la memoria sta passando in rassegna gli avvelenatori e le avvelenatrici più celebri, non ce n’è stato uno allegro. Dunque… Di mezzo la classica eredità e arriva un altro morto avvelenato tra i membri della famiglia…
L’uomo delle pantofole
“Da una settimana si ripeteva ogni giorno la stessa scena. Il cliente guardava Gaby con grande dolcezza come un innamorato timido, e si toglieva la scarpa sinistra mentre lei andava a prendere una pila di scatole.” Scatole con le pantofole che lui sceglie solo un istante prima della chiusura. Fino a quando un giorno si affloscia su se stesso. Gli hanno sparato al petto e nessuno, in quel grande magazzino, ha sentito niente! Per la polizia l’opera di un professionista. Urge dare una controllata alla sua abitazione dalla quale si evince che sembra vivere in beata solitudine. Piccolo particolare: ultimamente sul suo conto in banca i versamenti sono diventati molto cospicui, mentre nei grandi magazzini sono aumentati i furti di oggetti di valore. Qualcosa non quadra per il dottorino…
Cinque racconti lievi, leggeri, ironici pur tra morti ammazzati. Un fluire dolce e riposante anche nei momenti di maggior pathos e tensione. Tutto merito di una scrittura precisa, puntuale, ben dosata, senza una parola di troppo a creare un intreccio, un’atmosfera particolare, a sbozzare personaggi che rimarranno vivi con pochi tocchi. Personaggi che spesso sembrano essere quello che non sono. Al centro della scena, senza ingombrare troppo, il simpatico, stravagante, arguto (e chi più ne ha più ne metta) dottor Jean che pensa, rimugina, si immedesima nelle vicende fino all’accendersi della lampadina, fino a scoprire il dettaglio che lo porterà alla soluzione. In contrasto, magari, con il commissario Lucas, tra una buona mangiata e una ricca bevuta di Calvados. E il movente di tanti morti ammazzati è quasi sempre lo stesso: soldi, soldi, soldi come recita una attualissima canzone italiana.

Sei donne e un libro di Augusto De Angelis, Il Giallo Mondadori 2019.
Milano anni Trenta. Per il commissario De Vincenzi della Squadra Mobile una lettera con un pacco misterioso trovato da uno spazzino e una strana telefonata, interrotta, di una donna che chiede aiuto. Nel pacco un camice bianco e quattro ferri chirurgici, tra cui un bisturi macchiato di sangue. Proprio il primo giorno di primavera. Se a questo si aggiunge l’assassinio di un noto chirurgo e senatore con due proiettili nel cranio trovato nella bottega di un libraio, allora le cose cominciano ad avere un senso, un collegamento. Ci sarà da lavorare, mentre ogni tanto il nostro giovane commissario, neppure trentacinquenne ma che si sente già vecchio, ripensa alla sua casettina di campagna nell’Ossola dove vive ancora la madre. Ora abita a Milano con la domestica Antonietta che gli aveva fatto da balia.
Subito le indagini. E subito il nostro è colpito dal senso dell’illogico “con quel cadavere troppo elegante, troppo nobile e raffinato, disteso tra la polvere delle stanzette, tetre come il fondo di una palude. Melmose. Il contrasto urlava” e manca il suo cappello. Perché?… I primi incontri e colloqui: con la bella moglie del morto che sviene; con la sua altrettanto bella infermiera americana; con la domestica che sviene anche lei; con il dottor Verga fidanzato dell’infermiera; con il dottor Alberto Marini, amico dell’ucciso dal quale apprende che entrambi facevano delle sedute spiritiche attraverso una medium molto brava. Dunque l’assassinio di un noto chirurgo senatore, Ugo Magni, a cui piaceva andar dietro le sottane (viene a sapere anche questo), che praticava lo spiritismo e, aggiungo, un volume mancante nella libreria, ovvero la “Zaffetta”, poema erotico del 1531 attribuito falsamente a Pietro Aretino. Uhmm… c’è di che pensare, tanto più che arriva a trovarlo anche la ragazza della telefonata, anch’essa bella (non ci sono donne brutte in questa avventura “tutta impregnata di erotismo”), ex fidanzata innamorata del dottor Verga “preso” ora dall’infermiera americana che racconta l’episodio dello scontro del dottore con l’ucciso.
Tanti indiziati, tanti che volevano la morte del senatore sottaniere. Dubbi, incertezze, assilli, dato che la mente diabolica dell’assassino ha creato “una macchina impeccabile… tutte le rotelle al loro posto”. Addirittura “è un artista! Un inventore!” si trova ad urlare. Nella sua indagine procede soprattutto per intuizione guidato da “un senso nascosto e sconosciuto” che mette a fuoco fatti minimi e indizi microscopici. Non crede “all’evidenza degli indizi” più di quello che crede alla certezza delle prove. “Nessuna prova era certa e tutte lo erano”. Criticato dal superiore per questo metodo psicologico, perché “la sua psicosi del delitto è una pazzia!”, “Che cosa ha nel cervello, De Vincenzi!”.
Arriva un altro morto ammazzato. Forse aveva intravisto qualcosa, forse sapeva troppo e il caso si complica ancora di più. Addirittura un confidente della polizia accusa dell’omicidio un avanzo di galera, innocente secondo il commissario. Ma non c’è tempo da perdere, gli hanno dato otto giorni per chiudere l’inchiesta. Occorre far uscire allo scoperto l’assassino, occorre, ma sì!, una nuova seduta spiritica con lui presente… E ora anche il libro pornografico rubato assume ai suoi occhi “un significato netto e preciso.”
Ci siamo. E non manca neppure il Caso, questa volta con la C maiuscola, a completare il quadro. Scrittura netta, pulita, essenziale ricca di molti dialoghi, qualche breve tocco di umorismo e un ritmo incalzante che ci porta lungo una Milano ora lussuosa, ora popolare. Lettura decisamente piacevole con il passato che ritorna funesto nell’animo di qualcuno quasi un piccolo omaggio a Freud.
Il libro mi ha dato l’occasione di rileggere Un secolo in giallo di Maurizio Pistelli, Donzelli Editore 2006, ottimo excursus sulla storia del poliziesco italiano dal 1860 al 1960, soffermandomi in modo particolare sul nostro autore. E già questo è un altro piccolo merito.

Svanita nel nulla di Ethel Lina White, Il Giallo Mondadori 2019.
“La storia della presunta scomparsa di Evelyn Cross era troppo incredibile per essere vera. In base alle prove, lei era scomparsa nel nulla poco dopo le quattro di un nebbioso pomeriggio di fine ottobre. Un attimo prima era lì, in carne e ossa: una bionda alla moda di diciannove anni che pesava circa cinquantatré chili. Ma un attimo dopo non c’era più.”
Vediamola più da vicino questa storia. La sparizione avviene in un edificio del XVIII° secolo a Mayfair, ovvero a Pomerania House, rinominata così dal proprietario, il maggiore Pomeroy. Qui la signorina Evelyn Cross sparisce all’interno dell’appartamento n°16 dove abita la chiaroveggente madame Goya. La quale dichiara di averla vista sulla soglia e poi svanire subito dopo averle detto di scriverle per un appuntamento. La ragazza non è stata vista nemmeno dal padre che sta parlando con Pomeroy proprio davanti alla porta, né dal portiere dello stabile, né dalla signorina Simpson che è con lui. E nemmeno da Viola Green abitante di fianco al n°15 e dalla signorina Power del n°17. Incredibile!…
Raphael, non volendo di mezzo la polizia, chiama a risolvere l’enigmatico mistero l’investigatore privato Alan Foam diventato duro e cinico con il passare del tempo e convinto “che la specie umana si fosse evoluta nel tipo più letale di sanguisughe parassitarie”. La casa della veggente è messa sottosopra ma non viene trovato nessun passaggio segreto. Solo “un paio di scarpe femminili alla moda, dai tacchi molto alti” nel retro di una pendola. Sono di Evelyn. Perché?… Intanto Foam scrive le sue prime annotazioni su un taccuino che verrà in seguito molto utile.
Raphael Cross, intenerito da Viola, le trova un buon lavoro come dama di compagnia nella casa degli Stirling milionari con il compito di seguire la figlia Beatrice che ha già due guardie del corpo. Arriva un altro fatto tragico: una vecchia amica di Cross, Neil Gaymor, (qualche sua frase particolare che evidentemente colpisce qualcuno) verrà ritrovata morta investita da un auto. E qui il dubbio, una discrepanza, qualcosa che sfugge a Foam “un qualcosa che lo infastidiva come un capello contro la guancia”. Ma che cosa?…
Ed ecco un biglietto di Evelyn dove annuncia che tornerà lunedì, poi la richiesta di un riscatto di cinquemila sterline, l’intervento necessario della polizia e infine il ritrovamento della stessa trovata uccisa, colpita alla testa e strangolata nell’albergo, con un biglietto che accusa proprio l’intervento della polizia. Ora potrebbero essere in pericolo anche Beatrice e Viola. E infatti la prima sparisce proprio al numero 16 dove è andata per farsi predire il futuro…
Caso incredibile, difficile, difficilissimo ma Alan Foam è un lottatore, uno che non si lascia intimorire. Con l’aiuto di Viola che, al primo contatto, gli provoca “un trasporto improvviso”. Chi ha architettato tutto quanto? Come è possibile sparire all’improvviso per ben due volte nella stessa casa? Alla fine il nostro detective spiegherà l’intricatissimo ambaradan come nel più classico dei classici. Paura, mistero, cupidigia, crudeltà e un pizzico di sentimento in una storia terribile dove fanno gola certi diamanti.
Per I racconti del giallo, Omicidi nella nebbia di Andrea Delle Sedie, Alessandro Napolitano e Fiammetta Rossi.
Vigevano 1921. In prima persona dall’agente investigativo Ferruccio Busecchi. Due ragazze uccise trovate dal camparo. Elisa e Teresa di quattordici anni del Pio Istituto. I vestiti e le mani puzzano di resina. Altra ragazza uccisa nelle prigioni del castello sforzesco, Cristina Hertz. Incinta. Caduta dalle scale. Due casi diversi. Risolti anche con gli incubi della passata guerra che tormentano Ferruccio. Gradevole.
Per i 90 anni di Giallo Mondadori la settima puntata Gli Italiani di Mauro Boncompagni.
Dedicato ai nostri autori: Varaldo, Montano, Spagnol, Vailati, Mariotti, De Stefani, Lanocita, D’Errico, De Angelis e ho ritrovato perfino lo storico Giorgio Spini con il quale mi sono laureato. Che ricordi!

I Maigret di Marco Bettalli

Liberty Bar del 1933
Qui siamo in Costa Azzurra, descritta un po’ incongruamente come già caldissima, nonostante si sia solo a marzo. I fondali vacanzieri, quasi irreali, di Antibes e Cannes sono presenti quasi a ogni pagina e irretiscono Maigret, che peraltro non li ama affatto. La storia ha un certo fascino e si basa, ancora una volta, sul contrasto, centrale in Simenon, tra il mondo “ufficiale” di chi lavora, ha successo, fa soldi, e il mondo degli emarginati che vive intorno alle persone “per bene”. Il personaggio centrale è appunto un australiano smisuratamente ricco che, lentamente e inesorabilmente, “passa il confine”, riducendosi a vivere reietto, più o meno circondato da quattro donne da corte dei miracoli, fino a essere ammazzato per gelosia da una di esse. Certo, verrebbe da chiedersi perché preferire un vecchio ubriacone che si circonda di prostitute, ex-prostitute, vecchie laide senza fare assolutamente nulla tutto il giorno, al figlio “perfetto” che ha studiato forse a Oxford, amministra miliardi, è sempre correttissimo e a suo agio in ogni circostanza. Tant’è: Simenon ha fatto la sua scelta, e Maigret, ancora una volta deus ex machina (e divertentissimo in alcune scene da incorniciare) salverà la sua triste eroina dalla galera (anche se è condannata a morire entro poco tempo…), non incriminerà nessuno e farà addirittura in modo da far recapitare un po’ di soldi al misero circo che aveva vissuto con il riccone decaduto.

L’ombra cinese del 1932
Un palazzo di place des Vosges in cui abitano – a piani diversi – famiglie della piccola e grande borghesia (incredibile per noi immaginare oggi famiglie modeste che abitano in place des Vosges…). L’inchiesta novembrina, con la solita pioggia d’accompagnamento, per la morte di un piccolo industriale che si è fatto da sé, si svolge tutta lì, tra giovani debosciati, ambasciatori sussiegosi, portiere impiccione, modesti impiegati repressi e la solita ballerina mantenuta che Maigret adora. La storia gialla non è granché: indimenticabile invece la figura dell’assassina, vero e proprio archetipo della piccola borghese sfortunata e terribilmente rancorosa, tesa spasmodicamente tutta la vita a raggiungere un livello di vita “da signora” e che, visto fallito anche l’ultimo, disperato tentativo, non trova altra via che impazzire per trovare un minimo di pace nella perdita della ragione. Un Maigret un po’ statico, ma meravigliose le descrizioni degli interni e del modestissimo train de vie della famiglia protagonista, i Martin, per cui Simenon mostra ben poca pietà umana: per lui, i piccolo-borghesi sono comunque borghesi, e dei peggiori: meglio l’ambasciatore, almeno ha un po’ di eleganza…

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La signora Holmes di Susanna Raule (integralmente disponibile su Wattpad)
Una storia, una fiction, una lunga e forse mai immaginata finora storia rigorosamente personale su Sherlock Holmes, marito e padre mancato. Ma chi mai può vietare di scrivere una possibile trama che veda Sherlock Holmes sposato? Una storia in cui una leggerissima sfumatura gialla è data anche dalla presenza femminile ufficiale nella vita del celeberrimo investigatore? E allora scende in pista Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta della Spezia, e crea ad hoc un fittizio e convincente scenario familiare nello spazio e nel tempo in cui sviluppare la sua trama. Dunque la signora Holmes sarebbe la moglie del celebre Sherlock e l’autrice coglie questo spunto, che potrebbe sembrare pretestuoso, per sfidare la questione femminile in quell’epoca confrontata a una società in continuo e rapido mutamento quale era allora la vittoriana e che per alcuni aspetti potrebbe richiamare l’attuale…
Non ci sono cadaveri in La signora Holmes a parte forse, si spera, quello di Moriarty, il crudele nemico scomparso nella cascata svizzera. E invece è un’indagine sentimentale sul sofferto legame matrimoniale di due persone brillanti, generose e magnifiche. Un libro a tratti molto esplicito sul rapporto tra i sessi e tutto il male o il bene che può scaturirne. E su un corretto rapporto tra uomo e donna, in quanto non sempre, come scrive con acume l’autrice “è cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie” e, specialmente, non sempre una donna sta cercando uno scapolo.

L’isola delle anime di Piegiorgio Pulixi, Nero Rizzoli 2019
In una Sardegna in cui convivono millenarie tradizioni, attribuibili addirittura a un’antica era del bronzo preceltica, per un ristretto nucleo di abitanti, che seguono ancora le stesse regole, l’unica vera Divinità è la terra. La mitica, implacabile e insaziabile Madre Terra che devono, se necessario, propiziarsi anche con mostruosi sacrifici umani (o meglio assassini rituali, perpetrati ancora tranquillamente in diversi paesi africani quali Kenia, Uganda, Niger e più segretamente, si dice, in alcuni stati americani). Inimmaginabili, orribili e crudeli riti atavici, ma esistono. Nella Barbagia, la regione storica della Sardegna dove l’agropastorale popolazione indigena trovò rifugio in seguito a invasioni esterne, in parte dei comuni della provincia di Nuoro, in quelli del Goceano (provincia di Sassari) e in parte del medio-alto oristanese vige ancora l’ancestrale e omertoso codice barbaricino della vendetta a tutela dell’onore e della dignità dei singoli. Codice che spiega e definisce le offese subite, dall’insulto personale al furto e all’omicidio, decretando le relative sanzioni. Per esempio, nel caso di un furto di bestiame, non sarà il furto in sé a costituire danno, ma il significato intrinseco legato al crimine: la perdita dell’autosussistenza della famiglia offesa, che avrà diritto a una vendetta proporzionata al danno subito. In pratica l’individuo derubato avrà diritto a rivalersi commettendo a sua volta un furto di bestiame.
E Pulixi parla e scrive della stessa Sardegna, la stessa terra dove si è cercato di sostituire le certezze nuragiche della Madre Terra con il potere del Dio industriale nell’imprescindibile e moderno ideale del progresso, portando questa stupenda isola, da sempre afflitta da una non facile condizione socio-economica, a prestare orecchio al soave canto delle sirene dell’industria…
Con L’isola delle anime Pulixi ha affrontato coraggiosamente un romanzo e due storie, concepite e scritte su due diversi e paralleli binari narrativi. Due storie entrambe crudeli e feroci, che necessariamente si incontrano, si sfiorano, in cui la più arcaica, legata alla tradizione dei luoghi, diventa la causa scatenante ma non necessariamente il campo di battaglia della complessa e sofferta indagine poliziesca. Un’indagine che, riportando in ballo una serie di irrisolti e spaventosi cold case che risalgono a oltre ben cinquant’anni prima, metteranno l’isola sotto il fuoco dei riflettori. Un mostruoso delitto avvenuto vicino a Carbonia, vittima una giovane donna di appena ventidue anni e tutte le stigmate di un omicidio sacrale, metterà in pista una strana coppia di poliziotte in fase di rodaggio composta dall’ispettore capo Mara Rais e dall’ispettore capo Eva Croce che si sono ritrovate insieme nel limbo della Sezione Delitti insoluti presso la questura di Cagliari…
Certo è che L’isola delle anime è un romanzo bello ma molto duro, a tratti selvaggiamente feroce, macabro addirittura, con la sua ineluttabilità di un cerchio sempre obbligato di vita – morte, quando poi proprio quella morte possa farsi garante di una nuova vita, sia fisica che spirituale.

Musica sull’abisso di Marilù Oliva, Harper Collins 2019.
Dopo Le spose sepolte arriva Musica sull’abisso, secondo indovinato capitolo della saga di indagini di Micol Medici, ispettore di polizia poco più che trentenne che, in virtù del suo contributo alla soluzione del caso di Monterocca, ha chiesto il trasferimento alla Squadra Mobile di Bologna ed è stata accolta a braccia aperte dal vicequestore, il bellone Giuseppe D’Aquila, dirigente della sezione Omicidi e dal suo numero due, il commissario Attila Tarantola, piccolo di statura, zoppicante ma cervello fino. Indubbiamente un successo professionale, ma il suo lavoro non è facile e la costringe a confrontarsi ogni giorno con un mondo abbastanza maschilista, peggiorato dall’arrivo in squadra della sua invidiosa mosca tze-tze, il sovrintendente Jacobacci. Ma la nostra Micol non si demoralizza, tira dritto e, pur sottoposta al costante e sfibrante stalking di una madre invadente, va avanti per la sua strada forte della risolutezza e di un puntuale e rigoroso metodo scientifico, che vede la ripetuta stesura di una serie di “pittini”, specie di schemi e di appunti, aggiornati e modificati di volta in volta. La sua vita privata ha subito un’interessante svolta sentimentale: ora è coinvolta in una soddisfacente relazione con un ricercatore di origini albanesi che lavora per l’Azienda Farmaceutica di Monterocca. Proprio al ritorno da un felice week end in collina Micol Medici viene convocata dal commissario Tarantola che si è appena trovato tra capo e collo una denuncia da parte della signora Smeralda Nanni: lo strano caso di sua sorella Gwendalina Nanni, giovane imprenditrice bolognese residente a Padova, scomparsa a febbraio dell’anno prima (2018). L’ultima volta che Gwendalina era stata vista viva, era mattina presto e stava correndo come al solito lungo gli argini del Bacchiglione prima di andare in ufficio. Un mese dopo il suo cadavere era stato ritrovato straziato dall’acqua in un’ansa del fiume. La sua morte era stata archiviata come suicidio dalla polizia di Padova, ma secondo la famiglia la ragazza non aveva alcun motivo di togliersi la vita e anzi, secondo la sorella, Gwendalina è solo l’ultima vittima di un omicida che ha eliminato in qualche modo tante altre persone, tutti allievi della stessa classe di un liceo storico di Bologna, il Marco Tullio Cicerone, frequentato solo dalle famiglie bene della città. E in effetti la quinta superiore, la vecchia classe di Gwendalina Nanni, sembra implacabilmente condannata da un infausto destino…
Molto intrigante la scelta narrativa di far rievocare in prima persona alle diverse vittime, nell’avanzare della trama, le ore o i minuti vissuti prima della morte, trasformandole quasi in mitiche offerte al sacrificio. Ma Marilù Oliva va molto oltre con la sua avventura gialla e non si fa scrupolo di trattare temi scomodi, quali il senso di inadeguatezza che può frenare, l’importanza attribuita a certe scelte comportamentali, il sempiterno valore dell’arricchimento fornito dalla cultura e dell’istruzione, purché non utilizzato per prevaricare gli animi altrui. Temi magari nascosti dietro l’angolo, ma reali e che non devono mai essere separati dall’essenza umana. Certo è, e sia detto comunque a valere per tutti noi, che ciò che siamo oggi sia la logica conseguenza di ciò che abbiamo – o non abbiamo – ricevuto.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento qualcosa di nuovo, ovvero Diario di una Schiappa. Guai in arrivo! di Jeff Kinney, Editrice Il Castoro 2014.
Questo libro, narrato in prima persona da Greg, una “schiappa” che frequenta la terza media, è diverso dai soliti, ovvero un misto di scritto e di vignette molto buffe. La sua scuola organizza il Ballo di San Valentino, quindi deve procurarsi una ragazza. Prova con molte ma tutte lo respingono. Però pochi giorni prima della festa il suo migliore amico Rowley gli comunica che Abigail, una loro compagna di classe, non ha nessuno con cui andare al ballo perché il suo compagno ha un impegno. Quindi i due amici decidono di andarci insieme alla ragazza. Mentre si preparano Greg nota una macchiolina rossa sul mento del suo amico. Ha la varicella, ma Greg gliela copre con una sciarpa. Poi partono con la macchina del babbo di Rowley e passano a prendere Abigail. Dopo aver mangiato in un ristorante del centro vanno in palestra, dove si svolgerà il ballo. La festa inizia e Greg e Abigail si mettono a ballare… Andrà tutto bene per la nostra schiappa? O tutto si risolverà nella sua solita sfiga? Leggere per sapere…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Un mondo di ghiaccio

A.G. Riddle
Un mondo di ghiaccio
Newton Compton, 2019

Un mondo di ghiaccio è il nuovo romanzo apocalittico di A.G. Riddle, il creatore di Atlantis Saga.
Il mondo intero si dichiara impotente davanti a una nuova, imprevedibile e mostruosa era glaciale: ogni mese la Terra diventa più fredda, la neve cade ovunque anche in estate e il ghiaccio comincia a ricoprire intere porzioni del pianeta. Le organizzazioni scientifiche globali cercano il motivo per cui la Terra si sta raffreddando. La dottoressa Emma Matthews, esperta astronauta, comandante della Stazione Spaziale Internazionale, sta aspettando ansiosamente di ricevere i dati dalle sonde spaziali Esperimenti invernali, inviate dalla Terra verso il Sole un mese prima per scoprire cosa stia accadendo. Negli ultimi cinque mesi dagli oblò dell’astronave Emma ha visto il ghiaccio ricoprire il mondo. Ormai Canada, Inghilterra, Russia e Scandinavia sono inabitabili. Di questo passo il ghiaccio pare destinato a ricoprire l’intero pianeta, mettendo fine alla vita. E ciò che lei può vedere dagli oblò è solo metà del dramma. Perché gli scarni messaggi di sua sorella le raccontano il resto: folle di gente in balìa di forzate migrazioni di massa, per garantire un qualche futuro ai propri figli, in lotta tra loro per la sopravvivenza. Quando una delle sonde, la 127, scopre un misterioso oggetto liscio e oblungo che sembra andare alla deriva davanti al Sole, e proprio mentre Emma Mattews sta trasmettendo quei preziosi dati alla Terra, qualcosa colpisce la Stazione Spaziale Internazionale, dandole appena il tempo di ordinare l’evacuazione. Troppo tardi: la nave cosmica sta andando a pezzi e il suo equipaggio è perduto. Non le resta che infilarsi in una Eva, una speciale tuta termica, e cominciare una difficilissima lotta per la sopravvivenza. Intanto sulla Terra stanno esplodendo panico e il caos. Le persone abbandonano le case per riversarsi in regioni equatoriali dove si pensa ci sia una possibilità di sopravvivere.
Il dottor James Sinclair è uno dei più grandi scienziati viventi del pianeta, uno dei migliori studiosi di intelligenza artificiale. Ma la sua mente è andata troppo oltre rispetto all’etica e ai costumi del suo tempo. Sinclair ha inventato qualcosa che ha sì il potenziale per rivoluzionare la vita terrestre, ma che è anche in grado di stravolgere per sempre gli equilibri mondiali di potere. Solo per questa ragione, per un crimine che non ha commesso, i suoi nemici l’hanno fatto condannare all’ergastolo e rinchiudere in una prigione di massima sicurezza di Edgefield, in Sud Carolina. Ma con il Lungo Inverno e il futuro dell’umanità in gioco, la NASA gli abbuona la pena e gli chiede di unirsi alla prima spedizione di contatto da inviare nello spazio. La sua esperienza è indispensabile per il successo della missione e per tentare di salvare Emma Andrews, in balia dello spazio. Dovranno fare il possibile per mettersi in contatto con l’oggetto sconosciuto in orbita che potrebbe essere una nave aliena. Ma la loro missione di contatto non va come previsto. Ciò che Sinclair scoprirà là fuori va oltre ogni logica e lo costringerà a prendere una serie di nuove decisioni. Una cosa è certa: riuscire a fermare quello strano oggetto alieno è forse l’unica speranza di sopravvivenza dell’umanità. Mentre l’era glaciale rivendica più vite e il mondo scivola nell’anarchia, i continenti e le nazioni entrano in guerra per le ultime zone abitabili. Ma solo James Sinclair ed Emma Edwards hanno le chiavi della salvezza dell’umanità…
La perdita di calore solare e la susseguente glaciazione, a cui fanno seguito sanguinose guerre per guadagnare a ogni costo una speranza di salvezza, sono i temi sfruttati da Riddle per il suo catastrofico romanzo e, vista l’attenzione che di questi tempi riscuote il cambiamento climatico, la sua storia susciterà sicuramente curiosità e interesse. Anche perché ogni situazione descritta, pur ai limiti della fantascienza, è accettabile e ogni personaggio verosimile.
Non è certo un mistero che la parola ‘glaciazione’ sia ricorrente in molte discussioni tra uomini di scienza, ma occorre ricordare che gli scienziati sono tuttora abbastanza divisi sul tema delle cause delle ere glaciali.

A.G. Riddle è cresciuto in Nord Carolina. Da giovane ha fondato la sua prima società con gli amici d’infanzia. Dopo aver lavorato dieci anni per aziende online, ha scelto di dedicarsi esclusivamente alla sua vera passione: scrivere romanzi. Trova sempre un po’ di tempo per rispondere alle mail di lettori che gli scrivono all’indirizzo ag@agriddle.com
Newton Compton ha pubblicato Atlantis Saga, I sopravvissuti del volo 305, Epidemia mortale e Genesi. Torna in Italia con Un mondo di ghiaccio.

La Debicke e… L’ultimo dei Santi

Marisa Salabelle
L’ultimo dei Santi
Tarka, 2019

Siamo alla fine degli anni 90 e da Pistoia, dove Marisa Salabelle aveva scelto di ambientare il suo primo giallo noir intriso di contraddizioni e di poesia, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu, ci trasferiamo nel minuscolo borgo di Tetti, con la splendida natura dell’Appennino tosco emiliano che fa da cornice e domina la trama gialla. Trama in cui fanno la loro comparsa gli Elfi, l’eterogeneo gruppo di persone dette anche “movimento comunitario italiano”, che ha scelto di vivere nei boschi a contatto con la natura e in semi-isolamento dal resto dell’umanità. (Ci tengo a ricordare che Mario Cecchi fu tra i fondatori della Comunità degli Elfi, agli inizi degli anni ‘80, e ancora oggi, a più di trent’anni di distanza, la Comunità comprende più di una mezza dozzina di insediamenti sull’Appennino Pistoiese). Questi elfi non sono folletti ma donne, uomini e bambini che hanno scelto di creare delle comunità autosufficienti, si vestono con abiti a colori vivaci, portano sandali di cuoio fatti a mano e vivono di pastorizia, artigianato, agricoltura e raccolta dei prodotti che il bosco e la natura regalano. Ogni tanto gli elfi scendono, per scambiare o vendere al mercato alcuni manufatti artigianali. Non sono e non sono mai stati un pericolo per i montanari, ma anzi hanno rappresentato una risorsa per salvaguardare e curare parte dei territori degli Appennini che altrimenti sarebbero completamente abbandonati. Ormai da anni purtroppo tanti borghi dell’Appennino si sono vuotati, i giovani sono calati a valle per cercare lavoro o magari perché non accettano di vivere lontano dalle comodità cittadine e i pochi abitanti rimasti sono quasi tutti anziani.
L’ultimo dei Santi si svolge a Tetti, un minuscolo borgo montano. Solo d’estate Tetti sembra rivivere, quando tante famiglie con bambini scelgono di passare le vacanze in questo beato angolo di pace. Ma proprio in questo paesino tranquillo tre anziani fratelli, Romolo, Alvaro ed Ermanno Santi, sono morti a breve distanza uno dall’altro. Romolo ai primi di gennaio per un brutto scivolone sul ghiaccio, Alvaro il dieci luglio è ruzzolato da un’impalcatura e il ventinove luglio anche Ermanno si è ammazzato in un incidente di macchina, mentre scendeva per andare in banca a Pistoia. Il breve lasso di tempo e la tragica e fatale scadenza di questi “incidenti” ha fatto sì che la gente di Tetti e della vicine frazioni cominciasse a mormorare. La parola omicidi aveva cominciato a fare capolino prima sottovoce, timidamente, poi sempre più spesso. Ma chi mai potrebbe aver ucciso tre vecchi e perché? E anche la dinamica dell’ultimo “incidente”, in cui la macchina di Ermanno aveva tirato dritto fino a schiantarsi contro un castagno secolare, non era troppo chiara. Insomma qualcosa non quadra e anche gli inquirenti in città avevano cominciato a indagare. La palla passerà ai locali carabinieri capitanati dal maresciallo Borghi che si darà da fare coadiuvato da Mario, geometra del posto, e soprattutto da Saverio Giorgianni, giornalista della Nazione di Pistoia, già incontrato in L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (caso in cui si era impegnato risolvendolo) che, per sua colpa, si troverà coinvolto in un quasi boccaccesco e complicato problema familiare, per la contemporanea presenza in vacanza nella zona di sua moglie con i due figli e dell’ex fidanzata. Ma deve darsi da fare e mettere da parte beghe e ripicche, il giornale preme per notizie e aggiornamenti. Non resta che aiutare Borghi a risolvere il lontano mistero che sta dietro la morte dei Santi. Che cosa avrà spinto l’omicida ad uccidere i tre fratelli ultrasettantenni? Ragioni economiche, ragioni di cuore? O solo una vendetta personale? Gli Elfi potrebbero essere implicati? Incuriosiscono le attente e calibrate descrizioni della vita e delle ripetitive quotidiane abitudini dei piccoli borghi italiani dove purtroppo, pian piano, la popolazione scompare.

Marisa Salabelle è nata a Cagliari il 22 aprile 1955 e vive a Pistoia dal 1965. È laureata in Storia all’Università di Firenze. Dal 1978 al 2016 ha insegnato nella scuola italiana. È una delle animatrici della libreria indipendente Les Bouquinistes di Pistoia. Nel 2015 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme), con cui ha ottenuto significativi riconoscimenti.