La Debicke e… Omicidi faticosi

Nino Marino
Omicidi faticosi
La Lepre edizioni, 2019

Una storia gialla tragicomica, un’indagine dal taglio classico più tradizionale con indizi, prove, sospetti, tradimenti e uccisioni. Toni satirici, nonostante i delitti veri e propri, fin dall’inizio, quando, vicino al laghetto delle Vergini dell’Idroscalo di Milano, posto preferito dagli innamorati o dagli amanti, il lui di una coppia di ragazzi scopre per caso dietro un cespuglio il cadavere di una giovane donna stesa sul fianco che pare quasi dormire. I carabinieri di Segrate transennano il corpo e convocano la polizia. Il capo della Omicidi e il suo vice Testa, supportati dalla scientifica, arrivano sul posto ma per il capo – che fino a meno di un’ora prima era là clandestinamente con la sua amica Marcella, sposata e quindi fedifraga – è un colpo allo stomaco. Il cadavere si trova poco lontano da dove lui e la sua bella veterinaria stavano sdraiati a chiacchierare e, metti si fosse dovuto appartare lui per una uhm diciamo urgenza, dietro quel cespuglio, avrebbe dovuto spiegare la sua presenza in loco, affrontare lo scandalo, eccetera eccetera… Beh, per fortuna è andata, può tirare il fiato e provare a risolvere il caso. La morta, castamente vestita con un tailleur blu, non è stata violentata né rapinata. Nell’erba si notano tracce di trascinamento, evidentemente è stata uccisa altrove e qualcuno l’ha portata fino a là. Infatti le suole delle scarpe della morta sono pulite ma non ci sono macchine parcheggiate nei dintorni… Dalla borsa a terra, poco lontano, saltano fuori soldi, bancomat, documenti, telefonino. Una rapina quindi è da escludere. Il medico legale constata che la ragazza, che si chiamava Alessandra Ferri, è stata uccisa da un’unica ferita al cuore, molto sottile, ipotizzando come arma del delitto una lama sottilissima, forse un bisturi. La Ferri lavorava come infermiera ferrista alla clinica di lusso Esculapius, diretta da un luminare della chirurgia noto al mondo intero, il dottor Roberto Bellomo, sulla settantina ma ancora in pista sul lavoro e a letto… Gatta ci cova? La vittima, che nascondeva in casa carte compromettenti, aveva sicuramente avuto rapporti di qualche tipo con il personale medico della clinica… Cosa nascondono le milionarie cortine dorate della Esculapius? Certo è che sia il primario Roberto Bellomo, che il capo chirurgo, il bellissimo Ferdinando Gentilini, hanno qualcosa da nascondere, ma per l’ora del delitto sarebbero coperti da alibi di ferro.
La scena passa dallo sfavillare di famosi congressi di medicina, a un frenetico vorticare di ricatti e contro ricatti. Si appoggia a bellissime suore ex miss Germania, a sciupafemmine seriali amanti della vela, a mogli, donne prepotenti e ricchissime, a povere immigrate albanesi, coinvolge avvocati di grido, esperti entomologi, adulteri che si nascondono, ambientalisti e ficcanaso. Insomma tutte le piste imboccate sembrano destinate a finire nel nulla, anche se a conti fatti le indagini tendono a portare nella stessa direzione, ma sarà poi quella giusta? I migliori cervelli investigativi della città brancolano nel buio, ma alla fine, per risolvere il caso, ci vorranno un verme e una mosca.

Nino Marino, Roma 1953, scrittore e sceneggiatore per cinema, TV e teatro. Tra le sceneggiature per il cinema Io e Lui (1973), regia di Luciano Salce; La casa del sorriso (1991), regia di Marco Ferreri e Festival (1996), regia di Pupi Avati. Tra le miniserie per la TV Il commissario Raimondi (1998) e Non ho l’età (2001). Per il teatro Un angelo cal. 9 (1978); Gente di facili costumi (con Nino Manfredi, 1988); Mille scuse (1995); Bentornata Passerella (1997); È stata una festa bellissima (1998); I soldi non servono a niente (2012). Libri pubblicati: Interno di famiglia con miracolo (Rusconi 1993) e Rosso Pompeiano (Gremese 2005)

La Debicke e… Operazione Medusa

Rusty Bradley e Kevin Maurer
Operazione Medusa
Newton Compton, 2019

Se sei appassionato di storia, in particolare di operazioni militare, e vuoi saperne di più su una delle battaglie fondamentali dell’ultimo decennio, questo è il libro giusto. Un resoconto storico autobiografico, il diario di una delle più imponenti operazioni della guerra in Afghanistan: Operazione Medusa. La battaglia cruciale della guerra in Afghanistan di Rusty Bradley e Kevin Maurer.
Nel 2006 i talebani, armati e addestrati dai loro alleati di Al Quaida alla guerriglia, sia urbana che negli sconfinati territori desertici e bruciati dal sole della pianura, stanno recuperando posizioni su posizioni nella zona. Il loro intento è riconquistare la provincia di Kandahar, a sud del paese. Una loro vittoria darebbe una svolta cruciale all’interminabile conflitto che li vede battersi contro le truppe della Nato. Una svolta che potrebbe scombussolare i piani degli alleati occidentali e delle truppe afghane, Ena, arruolate dal nuovo regime, riportando indietro, all’inizio del 2001, i confini del Medioriente. Per riuscire a fermarli, la coalizione occidentale in Afghanistan, comandata in quel momento dal generale canadese Fraser, dovrà richiamare risorse umane e di mezzi da altri fronti orientali e mettere in atto una gigantesca offensiva. Quella che verrà chiamata Operazione Medusa per le sue caratteristiche operative estensive e invadenti, simili ai minacciosi e tentacolari serpenti che sporgono dalla testa dell’antica e leggendaria Gorgone, caratteristiche adatte a consentire buona penetrazione nella file nemiche e copertura. Lo scontro è imminente e il disordinato esodo in massa dei civili non è che il segnale premonitore.
Inviato per fiancheggiare l’attacco lanciato della coalizione canadese, il capitano Bradley, con la sua squadra di Forze speciali statunitensi Lions of Kandahar, sarà prima attento osservatore poi testimone di come le forze NATO rischino di venire rapidamente inghiottite dal contrattacco dei talebani. Forse perché si sono trascurati i segni premonitori, i tanti particolari che avrebbero dovuto far aprire gli occhi, sottovalutando le informazioni locali sull’entità del nuovo e agguerrito esercito ribelle talebano, ormai pericolosamente inquadrato, ben armato, e infiltrato dappertutto. Quando l’operazione Medusa verrà lanciata, il nemico si era ormai trasformato in implacabile mostro da guerra. Per contrastare in qualche modo la disfatta, reggere fino a ottenere un’efficace copertura aerea teleguidata, l’unica scelta ragionevole per la squadra americana è conquistare e poi tenere per giorni, a carissimo prezzo, una specie di collinetta in posizione sopraelevata. Bradley e il suo piccolo distaccamento s’impadroniscono della Sperwan Ghar e da quel momento saranno disposti a tutto pur di garantire alle forze della NATO un fondamentale vantaggio tattico. Un’impresa ai limiti dell’impossibile.
Con la ricostruzione del capitano Rusty Bradley di quello che avvenne in prima linea e il supporto dell’accurato reportage del giornalista Kevin Maurer, che ha seguito le forze speciali americane in varie missioni in Medio Oriente, Operazione Medusa è il resoconto di un’azzardata operazione militare che è stata un pilastro portante della guerra in Afghanistan. Le sensazioni umane di un uomo, Rusty Bradley, che sa di doversi servire della diplomazia e della psicologia per facilitare la massima collaborazione tra i suoi uomini e i colleghi afghani. Lo stesso uomo che avrà piena coscienza di dover prendere decisioni che possono diventare fatali per la sua squadra Un diario dettagliato e drammatico che ripercorre quei giorni praticamente ora per ora. Una minuziosa descrizione quasi cinematografica che ci consente di rivivere quella che è stata una storia VERA con le maiuscole, costellata di fatti, fatterelli, avvenimenti, problemi da risolvere, gli infiniti drammatici scontri da affrontare e superare, le tragiche perdite umane di oltre una settimana di forsennati combattimenti ravvicinati, con i nemici talebani che si fanno crudelmente scudo delle popolazioni locali in nome di Allah. Uno sconvolgente rapporto di questa massiccia controffensiva. Un incredibile racconto che spiega in dettaglio i retroscena dei fatti di Sperwan Ghar nel settembre 2006. Uno dei più importanti resoconti di un cruciale momento della guerra in Afghanistan.

Rusty Bradley è nato nel North Carolina, si è laureato al Mars Hill College e si è arruolato nell’esercito nel 1993, prestando servizio come fante per sei anni prima di essere ammesso alla Officer Candidate School nel 1999. È stato ferito durante la battaglia di Sperwan Ghar, quando era al comando di una squadra delle Forze Speciali USA.
Kevin Maurer ha seguito come reporter le forze speciali degli Stati Uniti più di una dozzina di volte negli ultimi cinque anni, in Afghanistan e Iraq.
Kandahar è sempre stato un punto altamente strategico nell’Afghanistan meridionale. Ḕ stato il crocevia delle principali città in Afghanistan, da Alessandro Magno in poi, ed è il centro di gravità per il sud. Kandahar è il luogo geografico che ha visto la nascita dei talebani. A Kandahar il mullah Mohammad Omar si autoproclamò capo supremo del movimento.

La Debicke e… Il cadavere nella palude

Joy Ellis
Il cadavere nella palude
Newton Compton, 2019

Seconda puntata letteraria che vede come interprete e protagonista l’ispettore Nikki Galena, una donna che ha avuto un vita difficile e porta sulle spalle il peso di un matrimonio fallito e delle terribili conseguenze di un gravissimo incidente sulla sua unica figlia. Ciò nondimeno è una roccia: ha tirato dritto, si è rimboccata le maniche e, affrontando la gavetta, ha fatto carriera nella polizia grazie alla determinazione e all’intuito. Donna dal carattere articolato, è abituata a cavarsela da sola e nel lavoro ha accumulato numerosi arresti, anche se il carattere e la voglia di andare a fondo a ogni costo le sono valsi diversi reclami disciplinari. In questo romanzo si è appena trasferita a vivere nella vecchia fattoria di famiglia nel Kent, in quella splendida zona delle Fens che si affaccia sulle paludi. Tornare a casa non era stata una decisione semplice, ma l’ultimo caso aveva cambiato molte cose nella sua vita. Adesso, dopo aver avuto tempo per riflettere, sa che è venuto il momento di cambiare.
Joseph Easter, il secondo interprete e il coprotagonista della storia, ha un duro passato di militare, del quale parla poco o nulla. Ha combattuto per anni nelle forze speciali, fino a quando una brutta ferita (e brutti ricordi) l’hanno spinto a lasciare l’esercito e passare alla polizia. È divorziato, ha una figlia, che vive con la sua ex moglie negli Stati Uniti e con la quale vorrebbe riallacciare dei buoni rapporti, guastati in passato dalla sua fama di killer al servizio del governo. Si è appena rimesso, dopo una lunga degenza in ospedale e successiva riabilitazione per una brutta ferita, che ha rischiato di spedirlo dritto all’altro mondo. I medici gli hanno appena dato via libera per riprendere servizio e Nikki Galena, vista la loro proficua collaborazione nella precedente indagine, gli ha chiesto di entrare a far parte della sua squadra al Dipartimento di Investigazione Criminale di Greenborough. E la squadra di Nikki: Cat Cullen, la giovane e camaleontica poliziotta, dura, scaltra e scafata e Dave Harris, vecchio e orgoglioso agente che nasconde seri problemi di famiglia ma attento e preciso sul lavoro, è là per festeggiarlo e accoglierlo al suo arrivo, con la superiore benedizione del Commissario Rick Bainbridge, un ufficiale che si è guadagnato la reputazione di persona corretta, rispettato sia dai sottoposti che dai superiori. La situazione locale del commissariato appare in quel momento abbastanza calma. L’unica vera rogna da affrontare pare siano certe statistiche sull’eccessivo numero di suicidi nella regione. Statistiche che bisogna controllare e poi fare rapporto. Un noioso lavoro da tavolino. La prima giornata di Easter presso la squadra pare dunque avviata su un ritmo di routine, ma poco dopo salterà fuori qualcosa per la polizia: un tragico suicidio. Mentre una guida turistica sta mostrando a un folto gruppo di turisti la meravigliosa vista su Greenborough che si può ammirare dalla piattaforma sulla torre, un uomo, che pare impazzito, spunta di corsa dalle scale, la travolge, raggiunge il parapetto e si butta da quell’altezza precipitando per l’equivalente di circa nove piani, prima di colpire il muro che fiancheggia il fiume e scivolare nelle placide acque del fiume Wayland. L’ispettore Nikki Galena, richiamata subito sul posto, scoprirà con orrore e dolore che l’uomo morto è Martin Durham, che vive in un cottage poco lontano dalla sua fattoria, suo amico da sempre e con il quale aveva parlato proprio quella mattina. Ma niente in lui lasciava presagire che pensasse al suicidio. E, strano, la notte dopo qualcuno butta per aria il cottage del morto. Perché? Mentre la squadra comincia a indagare, spulciando anche le statistiche dei suicidi della zona e trovando strane coincidenze, uno spaventoso delitto li costringe a cambiare mira. Un uomo biondo, ucciso con una pugnalata che gli ha tranciato la carotide, è stato ritrovato su un pezzo di terra desolata di Greenborough. Le modalità del delitto fanno pensare all’opera di un professionista. Quell’omicidio commesso a sangue freddo e la somiglianza del morto con un crudele qualcuno, legato al passato, fa riaffiorare terribili ricordi in Joseph Easter. Non basta, perché una seconda vittima, giovane e con i capelli biondi come la prima, viene ritrovata giustiziata con le stesse modalità. Per Easter la faccenda rischia di trasformarsi in un incubo in grado di minacciare la sua carriera, la sua sanità mentale e forse la sua vita e quelle delle persone a lui vicine. Tutta la squadra è impegnata a scoprire l’assassino, tuttavia… la storia butta male perché, visto il suo passato nelle squadre di elite dei servizi segreti e le modalità dei delitti, gli alti ranghi della polizia cominciano a dubitare di lui, costringendolo a stringere i denti e a impegnarsi in una corsa contro il tempo per trovare chi lo perseguita. Ma siamo nel Lincolnshire Fens: grandi cieli aperti su paludi, terreni agricoli e riserve naturali. Non è facile per la Polizia sorvegliare l’intera zona e le paludi che circondano Greenborough non sono certo un terreno in cui è facile muoversi: le abitazioni sono distanti tra loro, le nebbie insidiose e la copertura telefonica spesso assente. E, soprattutto, non sono un posto sicuro quando sai che, nascosto nell’ombra, qualcuno magari ti sta osservando…

Un romanzo che conquista con la sua atmosfera. Una cittadina portuale che confina con un’area universitaria e una palude, un’oasi di indescrivibile bellezza dove la natura è libera e l’aria è fresca e limpida. Il secondo romanzo di Joy Ellis segnerà una svolta nella vita di Nikki Galena, anche in virtù dell’amicizia e reciproca fiducia con il sergente Joseph Easter. Due personaggi che ci piacerebbe ritrovare presto, loro e tutta la loro squadra, persone al tempo stesso straordinarie e normali che dovranno anche stavolta sbrogliare una misteriosa catena di crimini di efferata violenza, in un crescendo di tensione che incolla il lettore alle pagine e una conclusione da cardiopalma. Personaggi reali, palpabili, per un intreccio intelligente e plausibile di un bel giallo coinvolgente e senza sbavature con un “zi” di psicologico, sorretto da valide giustificazioni ma non troppo. Ancora una volta è di scena la violenza, quella insita nel nostro mondo attuale che, sotto false sembianze, riesce a insinuarsi senza pietà, quando un gruppo di potere gioca pericolosamente prendendo di mira la società. Molto interessante anche il gioco e i risvolti caratteriali dei personaggi, costruiti in modo impeccabile e che, pur diversi, si compensano perfettamente.

Joy Ellis è nata nel Kent, ma ha trascorso la maggior parte della sua vita a Londra. Da anni si dedica con successo alla scrittura e vive nel Lincolnshire con la sua compagna Jacqueline, una ex poliziotta decorata che ha ispirato la sua Nikki Galena. Il cadavere nella palude è il secondo romanzo di una serie che ruota intorno alle indagini di Nikki Galena.

La Debicke e… L’amica perfetta

Teresa Driscoll
L’amica perfetta
Newton Compton, 2019

Cosa può essere più angosciante per due genitori che trovarsi a Londra, lontani, e venire a sapere che tuo figlio di quattro anni è rimasto coinvolto un incidente ed è in ospedale in pericolo di vita? A chiamare al telefono è un’infermiera: due bambini che si assomigliano sono arrivati in ospedale dopo un drammatico incidente. Uno dei due è figlio loro, Ben. Era con un’amica e suo figlio, Theo. Ma quale dei due rischia di morire? E cosa è successo? La polizia può dare poche spiegazioni, bisogna tornare subito indietro ma quel maledetto treno che dovrebbe riportarli a casa si ferma: un guasto? Problemi sulla linea? Il tempo scorre angosciosamente, poche scarne notizie e… paura, sordida agghiacciante paura che batte nelle tempie e costringe a ricordare, a ricostruire scelte forse sbagliate, problemi, dolori, sofferenze. Nella testa di Sophie si affollano flash back di momenti dolci, di altri tristi, di altri ancora angosciosi. Ma Sophie era convinta di potersi fidare di Emma, la nuova brillante e gentile amica che si era offerta di badare a suo figlio. Fin dal primo incontro, al momento del trasloco di Emma a Tedbury, nel Devonshire, le era piaciuta a prima vista. Sophie aveva una vita che sembrava perfetta, bella casa, marito affettuoso e un bel bambino di quattro anni. Tuttavia attraversava un periodo di incertezza e di insicurezza. Insomma si sentiva un po’ sola, aveva bisogna di calore. Non riusciva ad avere il secondo figlio che desiderava tanto (dopo la nascita del primo aveva dovuto affrontare una difficile depressione post-partum), la decisione di lasciare un buon lavoro e andare a vivere in campagna era stata sua, il marito l’aveva seguita un po’ malvolentieri, continuava a lavorare a Londra, faceva faticosamente avanti e indietro… E poi anche Emma aveva un figlio, Theo, poco più piccolo di Ben. Insomma c’erano affinità tra loro e il suo carattere così aperto, solare, la sua voglia di muoversi, di fare, erano un balsamo per la sua inquietudine, le facevano dimenticare i cattivi pensieri. E, nonostante certe dicerie e maldicenze che giravano su di lei, Sophie si era eretta a paladina di Emma, certa delle sue buone intenzioni. Ma quando salta fuori qualcosa di inimmaginabile, che la ferisce profondamente, Sophie all’improvviso si sente raggirata, plagiata. Poi la botta alla stomaco di quella telefonata. Da quel momento Sophie non fa che rimproverarsi e accusarsi, implacabile. Potrebbe aver compiuto un’imperdonabile leggerezza mettendo la vita di suo figlio nelle mani della persona sbagliata? Emma meritava il credito che le ha accordato? Perché le ha nascosto tanti segreti? Emma era una vera amica, un grande appoggio morale, o invece un’abile manipolatrice che ora pare destinata a provocare solo sofferenza e… peggio? Durante tutta la lunga drammatica corsa in treno contro il tempo per fare ritorno a casa, Sophie dovrà sforzarsi di reggere, essere lucida, affrontare la paura, controllarsi, dimenticare i traumi psicologici che l’hanno piagata. Deve reggere fino in fondo per arrivare a scoprire tutta la verità, anche la sua verità. E fare una scelta, la sua scelta. Poi la sua vita non sarà più la stessa.
Stuzzicante thriller psicologico denso intrighi e suspense fino alla fine, in cui domina l’incubo di un passato, istigato da una morbosa sociopatia in grado di trasformare pericolosamente una persona e condizionare il presente altrui.
Teresa Driscoll Vive nel Devonshire e lavora come presentatrice televisiva per la BBC da oltre quindici anni. Forte di una lunga carriera da giornalista d’inchiesta, ha deciso di cimentarsi con thriller realistici e dal sapore amaro che analizzano l’impatto che un crimine ha sui familiari delle vittime. Ti sto guardando, il suo esordio nella narrativa, ha ottenuto un grande successo in Inghilterra, Stati Uniti e Australia ed è stato tradotto in sei lingue.

La Debicke e… L’artiglio del grifone

Franca Pezzoni e Giacinto Buscaglia
L’artiglio del grifone
Araba Fenice, 2018

Genova, Portici di via XX Settembre. Un barbone malconcio, la barba lunga fino al petto, con una tunica lercia e i piedi nudi luridi, ben noto alla polizia e ai servizi psichiatrici sociali, è contornato da fogli pieni di frasi farneticanti. Si ferma un attimo impaurito, grida e infine riprende, riempiendo freneticamente i fogli davanti a lui con la scritta VERRA’ IL GIORNO seguita minacciosamente da un’altra in latino: GRIPHUS UT HAS ANGIT SIC HOSTES JUANUA FRANGIT. E un attimo dopo un muro d’acqua si abbatte sulla città, trasformando la strada in un fiume in piena che si riversa in piazza della Vittoria tramutata in mare, con gente e macchine bloccate in attesa che si plachi la furia dell’acqua. Il barbone si fa largo fino alla fontana di Piazza De Ferrari e sale sul bordo, alzando i pugni a sfidare il cielo. Da questo catastrofico e premonitore incipit non ci resta che attendere ansiosamente e assistere impotenti al bestiale e sfrenato scontro delle tifoserie della due squadre cittadine, Sampdoria e Genoa. L’artiglio del grifone non può che essere una storia genovese. Quel simbolo ed emblema di una Repubblica Marinara, sventolante per secoli e secoli con forza sulla flotta genovese, di botto è oggi esaltato dalla ferocia calcistica del Genova calcio. Per chi non sapesse, infatti, il Grifone, oltre a ergersi in piedi orgogliosamente trionfante nel vessillo del Genoa calcio, è il mitico simbolo della città tanto che si raddoppia fronteggiandosi per sorreggere fieramente lo stemma della provincia ma campeggia anche su drappelli e bandiere di mezza Europa. Una presenza largamente diffusa e condivisa. Ma sarà proprio l’inquietante presenza del grifone a farsi largo pagina dopo pagina e finire con dominare la trama del libro.
Lo sport può essere bellissimo, coinvolgente. Ma se diventa la scusa, il mezzo, o meglio l’arma per dare il via a ultras scatenati, le cose cambiano. Come cambiano in molto peggio quando intorno allo sport gravitano equivoci interessi di strani sponsor, i più folli e peggiori aspetti di certa medicina psichiatrica, allora tutto diventa incontrollabile alienazione. Anche il calcio, il gioco più bello del mondo, può venire travolto dal male, da un’assurda cascata di omicidi apparentemente inspiegabili.
E tutto questo plausibile e disperato orrore viene narrato in L’artiglio del grifone, un giallo concepito da Franca Pezzoni e Giacinto Buscaglia, due psichiatri dei servizi della Liguria. Genova, descritta nei suoi aspetti meno noti, diventa il palcoscenico di cruenti conflitti tra opposti sostenitori delle due squadre della città. Inimmaginabili, incontrollabili e sanguinosi disordini sportivi che, strabordando con inaudita ferocia per le strade e per le piazze, finiranno per culminare in conseguenze fatali.
Ma non basta perché l’improvvisa morte violenta del capo degli ultras del Genoa scatenerà una catena di delitti efferati e inspiegabili, commessi da persone apparentemente normali.
Protagonisti, volenti o nolenti, del romanzo due psichiatri, Marco e Francesca, coetanei quarantottenni, amici da sempre, che amano confrontarsi sul lavoro e muoversi insieme, si troveranno invece stavolta spiazzati, divisi, incerti, davanti a un caos incontrollabile e coinvolti ogni giorno di più e in modo sempre più drammatico in una strana storia. A indagare su misteriosi e orrendi delitti nella cornice di una Genova travisata, stravolta e impazzita, dove tutto e il peggio di tutto può ancora succedere. E intorno a loro le tifoserie calcistiche di Genoa e Samp, travisate anche quelle in una sconosciuta violenza, con lo spettro della questione eugenetica e i feroci retaggi del nazismo, e la spregiudicatezza dell’industria farmaceutica. A conti fatti, zigzagando tra i tifosi del Genoa e della Sampdoria e alle illusoriamente rischiose elucubrazioni di intellettuali, creduti equilibrati e sapienti, gli autori ci prendono per mano e ci immergono in una brutta vicenda di malaffare, doping, esperimenti farmaceutici, in cui il calcio, il tifo e la scienza con nuovi miracolosi esperimenti in grado di condurre a una possibile selezione darwiniana, si conglomerano in un tragico e folle intreccio. E tuttavia un insieme avvincente, con continui colpi di scena che, in apparenza indipendenti uno dall’altro, convergono e si collegano quasi diabolicamente solo alla fine. Una storia che ruota ossessivamente intorno alla figura del grifone. Ma quale può essere mai il suo arcano significato? Da ricercare negli antichi testi, nei confusionari appunti di uno scienziato forse uscito di testa? Ciò nondimeno bisogna provare a immaginare, aprirsi all’ineluttabilità dell’incredibile in cui un grifone bifronte, simbolo oscuro, tenebroso, misteriosamente esoterico, possa essere in grado di dilatarsi a dismisura, prendere sempre maggior potere e arrivare a controllare anzi a governare addirittura il mondo. Una macabra favola horror ma anche un romanzo azzardato, dove il calcio, il tifo e la scienza formano un intreccio tragico e folle.
Franca Pezzoni e Giacinto Buscaglia, psichiatri. Hanno lavorato per tutta la loro vita professionale nei Servizi psichiatrici territoriali di Genova e di Albenga.Sono autori di vari articoli scientifici su automutilazioni, Internet e riti antichi, urgenze psichiatriche nei testi di Plauto, tanto per citare gli argomenti meno insoliti. Pezzoni ha scritto “A caval donato” (2008), Buscaglia “Il medico di Aquilia. Cinque racconti in giallo” (2007), “L’amore in fondo” (2013) e “La mia Laigueglia” (2015). Insieme hanno scritto “Parlare di follia. Esperienze di vita quotidiana nella pratica psichiatrica” (2006) e “La porpora e il nero. La forza degli uomini imperfetti” (2009).

La Debicke e… Una famiglia colpevole

Barbara Taylor Sissel
Una famiglia colpevole
Newton Compton, 2019

Hill Texas Country. È la telefonata che ogni genitore teme, il peggior incubo. Quando, nel cuore della notte, uno squillo la risveglia, Sandy Cline scopre che il figlio ventenne Jordan è rimasto coinvolto in un terribile incidente d’auto. La sua macchina, una Range Rover, si è schiantata in velocità contro un albero della 440, una strada di campagna a est di Wayatt A bordo c’erano anche il cugino di Jordan, Travis e la sua ragazza Michelle. E ora tutti e tre stanno lottando tra la vita e la morte. L’elicottero li ha prelevati dal pronto soccorso del Wayatt Regional per trasportarli al Mercy Hospital di Houston. E su chi guidava ubriaco, su chi era al volante di quella macchina che si è trasformata in una trappola infernale, comincerà il carosello delle accuse e delle ripicche. Le madri di Jordan e Travis sono sorelle, ma di fronte all’ineluttabilità della tragedia la solidità della famiglia viene messa a dura prova. Jenna, la madre di Travis, accusa Jordan e indirettamente sua madre Sandy di aver causato l’incidente. Pian piano alcuni dettagli cominciano a emergere. Dai primi rilievi pare al volante ci fosse Jordan, ma lui dichiara che stava guidando il cugino. Però la sua versione appare dubbia. E la legge parla chiaro: se chi guidava e ha provocato l’incidente era in stato di ebbrezza, e i passeggeri muoiono o sono destinati a restare in coma per sempre, per il Texas si tratta di omicidio stradale, punibile con un condanna fino a trent’anni di prigione. La faccenda è seria, ma non basta: negli Stati Uniti non esiste un Servizio Sanitario Nazionale e sembra che le assicurazioni delle famiglie coinvolte non coprano le altissime spese mediche ed ospedaliere.
Tutte esche incendiarie in grado di far esplodere una bomba e infatti, mentre i ragazzi sono ancora in rianimazione in ospedale, la tensione tra i genitori sale alle stelle. Al punto da far saltare il tappo che copriva segreti rimasti nascosti per tanti anni, la reciproca fiducia non esiste più e da un momento all’altro una famiglia si trova esposta alle strazianti conseguenze di una tempesta perfetta.
Con le voci che si diffondono e alimentano i pettegolezzi in tutta la città, rancori e risentimenti feriscono malamente, anzi bruciano come il fuoco. Per affrontare il dolore e la verità, invece, sarebbe necessario che la famiglia restasse unita. Ma è possibile dimenticare gli errori del passato? Forse sì, perché la famiglia deve sopravvivere, sfidare la realtà e superare il risentimento. Perché si possono perdonare e superare certi tradimenti e forse proprio da certi errori del passato, da chi li ha accettati e generosamente compresi, può giungere un aiuto e, miracolosamente, un amo teso per guadagnare la salvezza.
Un viaggio brutale nell’intimo tormento di una famiglia dopo un incidente, una trama ben strutturata e complessa densa di atmosfera, emozioni e suspense, arricchita da una serie di colpi di scena, che mettono ogni personaggio davanti a scelte non facili. Un romanzo avvincente, pieno di segreti e ossessioni. Niente alla fine è veramente ciò che sembrava. Un thriller ricco di suspense e scioccanti rivelazioni. Riviviamo i pensieri, le azioni, percepiamo i dubbi, le paure dei diversi personaggi. Jordan dovrà superare una serie di ostacoli per trovare la sua strada verso il mondo e poi riuscire ad accettare e controllare le sue debolezze, facendone tesoro e cercando di impedire ad altri di commettere i suoi stessi errori. L’autrice porta alla luce la corruzione della polizia, la piaga americana dei giovani che bevono, che si sballano, che non usano le cinture di sicurezza. Tanti argomenti da sviscerare e far conoscere meglio a tutti. E un conclusivo colpo di scena porta a un finale a sorpresa, quando ormai tutto sembrava perduto.

Barbara Taylor Sissel è nata a Honolulu, nelle Hawaii, ma è cresciuta in varie località del Midwest. In uno dei suoi trasferimenti, ha abitato nelle vicinanze di un carcere, dove ha avuto la possibilità di venire in contatto con i detenuti e i loro familiari. Questa esperienza l’ha segnata al punto da farle sviluppare un’attenzione particolare, nella sua scrittura, per le famiglie che reagiscono alla tragedia di un crimine. Adesso vive in Texas in una fattoria fuori Austin, ha due figli e quando non scrive si occupa di giardinaggio. Una famiglia colpevole è il terzo libro pubblicato dalla Newton Compton, dopo La finestra sul parco e Una fredda mattina d’inverno.

La Debicke e… Venezia 1902, i delitti della fenice

Davide Savelli
Venezia 1902, i delitti della Fenice
Todaro, 2019

Venezia, 1902: un ragazzo tedesco cade nel vuoto, dalla sommità del campanile di San Marco, e si schianta tra i turisti nella piazza evitando per un pelo due signore di Mantova. Ma l’orario di visita del campanile era già terminato: in alto non avrebbe dovuto esserci nessuno, e invece… Certo, un morto spiaccicato sul selciato non è una buona pubblicità. Bisogna chiarire la faccenda prima possibile, tanto che le indagini vengono discretamente affidate al commissario di polizia Guido Bordin, molto capace pur se afflitto da problemi esistenziali e ancora tormentato da sensi di colpa per la morte di un amico. Intanto nella dinamica dell’incidente c’è qualcosa che non quadra. Un incidente analogo è avvenuto l’anno prima a Tubinga ma Werner Ziegel, fratello della vittima di allora, non crede che quel “suicida” (bavarese e molto cattolico) abbia potuto togliersi la vita. Ed è arrivato a Venezia sulle tracce di un connazionale, convinto che sappia qualcosa di quel fatto. La chiacchierata mette una pulce nell’orecchio di Bordin. Il volo del ragazzo del campanile è stato un suicidio o è stato spinto? La faccenda si aggrava perché anche Ziegel viene ritrovato morto alla Giudecca, vicino alla fabbrica di orologi. Due strani suicidi? Più facile due omicidi. Tra commissario e assassino comincia una vera sfida che si risolverà in una caccia all’uomo tra calli e canali. Una sfida che vedrà anche invertirsi i ruoli tra cercatore e preda. Ma qual è la molla che spinge il killer a uccidere? Potrebbe avere dei legami con il furto di alcuni rarissimi e preziosi testi da una libreria antiquaria di proprietà di una nobile famiglia veneziana?
Una trama che corre durante i pochi, anzi pochissimi giorni di vita che restano ancora al campanile di San Marco, prima dello storico crollo del 14 luglio, mentre il confronto tra assassino e commissario si dilata ripercorrendo flashback legati al passato. Un romanzo suggestivo che ricostruisce per i lettori una Venezia che fu: una città lagunare fatta di favolose librerie antiquarie, di circoli intellettuali ma anche di bàcari (le vecchie osterie), ancora in parte buia (l’illuminazione a gas copre solo una zona della città), dove i nuovi edifici industriali che stanno sorgendo svettano minacciosamente annunciando un inquieto futuro.

Autore, regista, scrittore, docente universitario a contratto, Davide Savelli è nato a Forlì il 2 luglio 1968. Negli ultimi anni si è diviso tra l’insegnamento di Teoria e tecnica di produzione audiovisiva presso l’Università di Bologna (Laurea magistrale in Mass media e politica) e il suo mestiere di autore e regista al servizio di numerosi broadcaster (Rai, La7, Sky, laEffe, A&E, Fox); attualmente collabora con Rai Cultura. Ha scritto o realizzato numerosi programmi, serie e documentari.

Nota storica: dopo il plebiscito del 1866 per l’Unità d’Italia, Venezia dovette affrontare il fatto di essere declassata da capitale a città di provincia del nuovo Stato, con conseguenze negative sia sul piano del lavoro che per il disagio legato alle condizioni economiche e sociali della popolazione. Bisognava rimboccarsi le maniche. Nel 1891 fu approvato il piano regolatore cittadino per dare il via a una serie di trasformazioni viarie quali l’apertura della via Vittorio Emanuele, sventrando calli e vicoli, dalla Stazione di santa Lucia a Rialto (oggi Strada Nova), l’apertura di Campo Manin, il Bacino Orseolo, Calle larga XXII marzo. Si provvide anche alla ristrutturazione dell’Arsenale e alla creazione della Stazione marittima di Venezia. Poi dal 1895, con l’elezione a sindaco di Filippo Grimani (che lo fu fino al 1919), vi fu un fiorire di investimenti anche dall’estero. Il barone Salomone de Rothschild aprì una fabbrica di bitume, fu costruito il primo gasometro a San Francesco della Vigna, Breda dette il via ai cantieri navali nella zona di Sant’Elena, Cantoni al cotonificio veneziano, Stucky al Molino Stucky e nel’isola della Giudecca, Arturo Junghans aprì una fabbrica di orologi. Non basta perché dalla fine dell’Ottocento il Lido di Venezia si trasformò in una località balneare di lusso attirando nelle sue spiagge e nei nuovi alberghi di lusso l’aristocrazia e la ricca borghesia d’Europa e d’America. Una città, la Venezia di Savelli, abituata a confrontarsi con la burocrazia e la mentalità savoiarda e ormai frequentata regolarmente da un turismo di buon livello.
Era il 1902 quando il campanile di San Marco, della cui esistenza abbiamo notizie fin dal IX secolo, crollò su se stesso. La storia del Paron de casa, come viene chiamato dai veneziani, è costellata di momenti magici (come quello in cui Galileo Galilei dimostrò il funzionamento del suo cannocchiale proprio da qui) ma anche da cedimenti, fulmini, incuria. La stessa incuria che portò la burocrazia sabauda del neonato Regno d’Italia a sottovalutare e ignorare gli allarmi sullo stato precario della struttura, nonché ad avviare dei lavori di rifacimento della copertura in piombo della loggetta, vero e proprio colpo di grazia per l’intera costruzione. Dopo i danni causati dai lavori, non restò che stare a guardare impotenti il progressivo e rapido sgretolarsi dell’intera struttura che, in pochi giorni, crollò su se stessa. La notizia fece il giro del mondo, destando ovunque grande scalpore. E se l’invenzione di cineprese e cellulari era ancora lontana, qualcuno tuttavia giurò di aver scattato una foto del momento del crollo, tanto che si diffusero alcuni fotomontaggi che, oggi, vengono conservati con cura.

La Debicke e… Carnevale a Milano

Raffaele Crovi
Carnevale a Milano
Ripubblicato dalla Biblioteca Comunale di Milano nella collana Ebook della Biblioteca Sormani, 2019

Siamo a Milano, nel gelido inverno del 1955, in pieno Carnevale. Un gruppo di giovani, studenti universitari, ex partigiani, insegnanti, operai, dattilografe e ragazze di buona famiglia, passano l’ultima settimana prima della Quaresima in balli, sbronze e finte avventure d’amore. Fa un freddo cane in città. Sta nevicando a sprazzi da giorni e, quando smette, subentra la coltre neutrale della nebbia, lattiginosa, con l’umidità che s’insinua sotto le vesti. Giovani in caccia del futuro, alcuni con uno scomodo passato, altri incerti in cerca di un possibile approdo, un motivo per darsi da fare e forse ormai arrivati un gradino dall’età adulta, nella Milano anni Cinquanta che era appena uscita dall’impatto dell’occupazione e della guerra. Un’opera giovanile di Raffaele Crovi, il primo romanzo, che gode oggi di una bella prefazione di suo figlio Luca. Un romanzo, che vinse allora il Premio della sezione narrativa italiana Cino del Duca. Interessante e sentita testimonianza anche per stile e impostazione letteraria di un’altra epoca, di un altro secolo… Un gruppo di amici, punto di ritrovo serale: una latteria di via B, dove passano le loro serate e che per loro si trasforma in caffè, trattoria, sala giochi e all’occorrenza pista da ballo. Un punto di raccolta, di aggregazione. Con il freddo si beve cognac per riscaldarsi e per sentirsi forti, leoni. Sergio, il protagonista, ama Giuliana, una ragazza di Genova che come lui studia all’università ed è prossima alla laurea, però la distanza lo mette a disagio. Non è facile amare ed essere fedeli a distanza, soprattutto quando si è giovani e il corpo reclama il suo piacere.
I personaggi di Carnevale a Milano sono alla ricerca di una futura strada da percorrere, aspettano il via ma non sono ancora pronti, perdono tempo. Sulla copertina dell’odierno Carnevale a Milano campeggia una bella foto: “Balera del Ticinese, 1958″ © Mario Cattaneo. Sono ancora i ragazzi della generazione degli anni Cinquanta, quella che ha cominciato a vivere una straordinaria avventura, in un certo senso la più intima radiografia del “boom economico”. Si prendono e si lasciano in continuazione, sono maliziosi eppure fiacchi, si fanno compagnia bevendo e fumando sigarette. Nessuno di loro aveva tanti soldi a disposizione e anche quella fu la ragione che li tenne uniti. Parlavano e si confrontavano, per ingannare il tempo, per riempire i momenti di noia. È poi è una Milano invernale quella di Crovi nel 1955, con la neve che scende dal cielo e nasconde tante cose. Una Milano in cui sembra possibile annullarsi.
Luca Crovi scrive di suo padre che, senza approfittare di coup de thèatre o di avventurose peripezie, riesce lo stesso a incuriosire il lettore con una lucida analisi di mosse e sentimenti dei diversi personaggi. Raffaele Crovi nel 1955 aveva 21 anni. Era nato in Lombardia, ma cresciuto in Emilia. Aveva pubblicato un libro di poesie e dal 1956 lavorerà per una casa editrice… Molti dei protagonisti di Carnevale a Milano si ispirano ai suoi compagni di quell’epoca, dell’Università e di fuori. A loro piacque ciò che lui aveva narrato e si identificarono nella storia. Erano nomi che si ricordano: Emilio Isgrò, Marcello Venturi, Riccardo Misasi, Sisto della Palma, Ciriaco ed Enrico De Mita, Ruggiero Orfei, Paolo Prodi, Vincenzo Consolo, Evandro Agazzi, Nino Andreatta, Giuliana Ruggerini, Giorgio Veronesi, Ernesto G. Laura, Sergio Silva, Gerardo Bianco, Romano Prodi, Vito Rapelli. Anni dopo Raffaele Crovi spiegava in un’intervista che scrisse Carnevale a Milano nel 1954, quando aveva lasciato il collegio dell’Augustinianum della Cattolica e dormiva da solo o dividendo la stanza con altri ragazzi, in camere in affitto. Quando il libro fu pubblicato successe persino che una certa verità facesse scandalo. Per aver inserito la visita dei ragazzi al “Casino” si fece espellere dalla codina Cattolica di Milano, accolto poi per fortuna a braccia aperte dal cattolicissimo Carlo Bò all’Università di Urbino, dove si laureò tranquillamente. Per quei ragazzi del ‘55 spesso la politica era cultura e la cultura politica, ma con una dimensione anticonformista e provocatoria. La cultura era sinonimo di libertà e scrive di sé l’autore: «volevamo affrontarla con atteggiamento che mi piace definire gastronomico, ovvero un appetito continuo e insaziabile. Mai diminuito». La Milano che Crovi senior racconta fra le pagine del suo romanzo di esordio era la Milano di Vittorini e della grande letteratura del dopoguerra, del Piccolo Teatro, del cinema neorealista. Una metropoli “politecnica” che, guardando all’Europa, portava fuori da tutti i provincialismi. A conti fatti un romanzo scritto da un giovane di allora che viveva così e che inquadra perfettamente con ambientazione, modi di fare e modi di pensare, tipici e naturali per i tempi, l’atmosfera milanese di quel periodo . E ci riporta pensieri, sogni, idee, volontà di impegno politico o disinteresse, insomma esattamente quello che allora era il modo di vivere dei coetanei di Raffaele Crovi.

Raffaele Crovi (Paderno Dugnano, 1934 – Milano, 2007) ha trascorso l’infanzia a Cola sull’Appennino reggiano; ha svolto gli studi ginnasiali e liceali a Correggio (Reggio Emilia) e quelli universitari a Milano, città che lo ha visto impegnato, nell’ultimo cinquantennio, in un’intensa e multiforme attività culturale, come poeta, narratore, saggista, giornalista, direttore editoriale ed editore, produttore e conduttore di programmi radiofonici e televisivi.

La Debicke e… Il manuale dell’inquisitore

Bernardo Gui
Il manuale dell’inquisitore
con introduzione storica di Marcello Simoni
Newton Compton, 2019

Lo abbiamo incontrato da poco nell’attesissima serie tv “Il nome della rosa” con le sembianze e la bravura di recitazione di Rupert Everett. Una serie che finora, pur ben costruita, non pare in grado di raggiungere la vette emozionali del grande film di Annaud, interpretato da Sean Connery in cui Bernardo Guy era impersonato da F. Murray Abraham. Bernardo Gui, nella fiction, è il domenicano ammanicato con il papa, uomo spietato, incorruttibile, deciso a far rispettare a ogni costo i dettami di Santa Romana Chiesa anche servendosi della tortura. Ma Bernardo Gui, l’implacabile e dotto inquisitore, è realmente esistito. Fu un vescovo cattolico e scrittore, un domenicano francese, noto sia per la sua opera purificatrice e indagatrice che come autore del famoso Manuale dell’inquisitore. Fu vescovo di Lodève ed è considerato uno dei più prolifici scrittori del Medioevo. Esercitò il complesso incarico di inquisitore a Tolosa, Albi, Carcassonne e Pamiers. Un uomo tutto di un pezzo, insomma, convinto di agire solo per il bene della fede cattolica e di essere nel giusto in un’epoca buia in cui sbocciavano focolai di eresia (i Catari, i collettivistici seguaci di Dolcino) e gli scontri e le persecuzioni religiose travisarono molto spesso i limiti che avrebbero dovuto essere moderati dalla chiesa sconfinando a gamba tesa (perdonate il paragone calcistico, ma ci sta) nella politica.
In questi giorni la Newton Compton ha riproposto in libreria Il manuale dell’Inquisitore che Gui realmente concepì e scrisse come una specie di “guida” per diventare inquisitori come lui. Un testo che ancor oggi mette addosso i brividi. Un testo che elenca seraficamente le più barbare tecniche di tortura e di persuasione per estorcere una confessione. Quindi, prima di prenderlo in mano e sfogliarlo, dimenticate tutte le regole relative ai diritti umani, allora inesistenti se per un motivo o l’altro si cadeva nelle avvolgenti spire dell’Inquisizione.
Marcello Simoni, autore best seller della Newton che ha ambientato più di un thriller all’epoca dei “secoli bui” del basso Medioevo, introduce il Manuale di Gui con una perfetta analisi sull’Inquisizione. Si pensa troppo spesso male dei secoli bui e invece, come Simoni spiega, «in realtà il Medioevo fu molte cose, buona parte delle quali guidò l’umanità verso il Rinascimento. Tuttavia risulta difficile interpretare uno dei principali aspetti che lo caratterizzarono: l’Inquisizione. Nata dal cuore dell’Occidente cristiano come un’ombra destinata a cambiare per sempre la storia della Chiesa, della società e del pensiero, questa istituzione si qualifica come un fenomeno di longue durée di cui, in parte, stiamo ancora subendo gli effetti. Un fenomeno che oggi, non solo nella cultura di massa, viene spesso associato alla figura di Bernardo Gui».
Il suo “Manuale dell’inquisitore”, documento unico di quell’epoca, aveva conquistato anche un cultore del Medioevo quale Umberto Eco. Marcello Simoni ci consente con destrezza di avvicinare un testo che fornisce dettagliate istruzioni per interrogare i sospettati di eresia, da un minuzioso prontuario delle particolarità di ogni setta eretica alle le istruzioni su come istruire il processo. Bernardo Gui suggerisce come “intortare” le peculiari scaltrezze di chi adora un falso dio. Ci dà precise istruzioni su come aggirare i cavilli, smascherare le bugie per riuscire infine a estorcere una piena confessione e l’abiura. E parimenti spiega che, come per guarire ogni diverso morbo bisogna servirsi dell’apposito farmaco, così si dovranno utilizzare modi e mezzi differenti per interrogare gli eretici a seconda della setta di appartenenza. Quindi le domande inquisitorie andranno poste in diverso ordine e, in alcuni casi, non si dovrà contentarsi della prima risposta, perché potrebbe essere ingannevole. Il Maligno si cela come un serpente velenoso, pertanto di deve prestare grande attenzione affinché i figli delle tenebre non abbiano il sopravvento.
Bernardo Gui più di ogni altro ha incarnato simbolicamente lo spirito dell’Inquisizione, ma la sua grande fama è salita alla ribalta in virtù del personaggio che porta il suo nome in “Il nome della rosa”. E quindi riverenza a Umberto Eco. Sappiamo che Il manuale dell’Inquisitore è il manuale è il più attendibile e rappresentativo documento di quella “società di persecuzione” che segnò l’Europa per secoli. Questo ci porta a confutare la diceria che lo dipinge come un ignorante inquisitore, mentre certi studiosi cattolici sostengono il contrario. Gui, Procuratore generale del suo ordine “per la sua vasta produzione, specialmente storica, la ricca e minuta informazione e lo studio dell’esattezza, è considerato uno dei più notevoli storici del primo Trecento, come pure il migliore storico domenicano del medioevo”. Oggi gli storici hanno completato lo spoglio dei suoi processi inquisitoriali: su novecentotrenta imputati, dal 1308 al 1323, “se ne trovano soltanto 42 rimessi al braccio secolare”, mentre altri (307?) sono condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza, e centotrentanove assolti. Bernardo Gui impegnato nella caccia alle streghe? A conti fatti parrebbe di no. Presso gli inquisitori suoi contemporanei “è sempre modestissimo il numero degli accusati per pratiche stregoniche”, a quei tempi di competenza dei vescovi e non degli inquisitori, salvo nei casi in cui la stregoneria fosse mischiata all’eresia. Anche in epoche successive la caccia alle streghe fiorirà rigogliosamente nei paesi protestanti, mentre la Chiesa cattolica si sforzerà piuttosto di controllare e frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con buonsenso, dai tribunali laici dei principi. La tortura generalizzata e indiscriminatamente applicata? Anche questo viene contestato: l’Inquisizione nel secolo XIV, a differenza dei tribunali laici del tempo, usa in pochissimi casi la tortura di cui – secondo un decreto del 1311 di Papa Clemente V – l’inquisitore non può, da solo, decidere di servirsi: deve sospendere il procedimento e instaurare “un giudizio speciale, al quale partecipi il vescovo o il suo rappresentante”. E quindi non sarebbe vero dire che l’inquisitore decide in poche ore senza difesa né appello, e anzi enuncia il principio che “chiunque contesta il verdetto di un inquisitore è lui stesso un eretico”: menzogna. È l’Inquisizione del secolo XIV che inventa la giuria, consilium, che mette l’imputato in condizione di essere giudicato da un numeroso collegio, spesso di trenta o magari cinquanta giurati, dove molti “pare logico, diventano gli avvocati dell’accusato” ed è l’inquisitore che spesso, davanti a loro, si trova magari in condizione di inferiorità. Del resto l’imputato ha diritto di difendersi e “può produrre testimoni a discarico”; “può anche ricusare i suoi giudici e, in caso di rifiuto di questa ricusazione, ottenerla mediante un appello a Roma”. Nel processo inquisitoriale – lungo e complicato – i rei confessi e pentiti possono essere condannati soltanto a pene minori; poi è il potere laico, il braccio secolare – e mai la Chiesa – a occuparsi dell’esecuzione delle condanne.
Bernardo Gui, personaggio dei suoi tempi, a posteriori discusso e controverso, al termine di una carriera intensa fu consacrato vescovo di Tuy, in Galizia, e nel 1324 di Lodève. Accettò di fatto, il titolo di Tuy ma rimase in Provenza, per non allontanarsi dalle livree cardinalizie di Avignone e dai luoghi in cui fino ad allora aveva vissuto, studiato e svolto i gravosi compiti che gli erano stati assegnati. Impegnò i suoi ultimi anni a scrivere nuove opere (tra cui una corposa summa agiografica dedicata a Giovanni XXII) e a correggere le vecchie. Finché a settantun anni, il 30 dicembre 1331, si spense tranquillamente nel suo letto presso il castello di Lauroux, nell’Hérault (e non precipitato tra le rocce come nel film del Nome della Rosa). L’anno successivo il suo corpo fu traslato presso il suo amato convento di Limoges.

Concorso Letterario “Sulle orme di Agatha Christie”

[Ricevo dalla cara Patrizia Debicke e volentieri segnalo]

La Società Umanitaria e le Edizioni Le Assassine promuovono il concorso di scrittura per racconti di genere giallo Sulle orme di Agatha Christie.
Per partecipare occorre essere soci (non temete, costa solo 10 euro ed è per una buona causa).
I partecipanti potranno presentare un solo elaborato, inedito, di loro produzione, scritto in lingua italiana, di lunghezza compresa tra le 25.000 e le 50.000 battute (spazi inclusi).
I racconti dovranno essere inviati via email in Word o Pdf all’indirizzo concorsoingiallo@umanitaria.it entro il 30 giugno 2019. L’oggetto dell’email dovrà essere il titolo del racconto.
Il modulo di iscrizione è scaricabile sul sito (leggete con attenzione come anonimizzare gli elaborati!)

La giuria, che renderà noti i vincitori a fine ottobre e la cui valutazione degli elaborati sarà insindacabile, è composta da:
Patrizia Debicke, scrittrice
Elena e Michela Martignoni, scrittrici
Daniela Pizzagalli, scrittrice e giornalista
Tiziana Elsa Prina, editrice di “Le Assassine”
Mauro Cerana, agente letterario
Franca Magnoni, direttrice Humaniter
Lidia Acerboni, insegnante scrittura creativa
Giuseppe Carfagno, insegnante scrittura creativa

La premiazione avverrà durante la prolusione dei Corsi Humaniter 2019/20 nella sede di Milano.
Saranno premiati i primi tre racconti con la pubblicazione dei medesimi in un volume edito dalle Edizioni Le Assassine. Al primo classificato verrà inoltre offerta l’iscrizione gratuita ai corsi.

I racconti dovranno ispirarsi alle 10 regole stilate nel 1930 dal Detection Club di cui faceva parte Agatha Christie:

Il Detection Club, il prestigioso circolo dei giallisti fondato nel 1930, non si radunava in posti lugubri e terrorizzanti, ma intorno a ricche tavole imbandite. Nei loro romanzi, i suoi membri s’impegnavano ad attenersi a dieci precise regole, giurando su Eric, un teschio autentico, mascotte del club.

  1. Il criminale dev’essere un personaggio che compare nella prima parte della storia, ma al lettore non devono essere esplicitati i suoi pensieri.
  2. Non sono ammessi eventi soprannaturali o paranormali.
  3. Non sono permessi più di una stanza o di un passaggio segreto.
  4. Non è concesso l’uso di veleni fin qui sconosciuti, né di strumenti che richiedano alla fine una spiegazione scientifica troppo lunga.
  5. Nessun cinese deve apparire nella storia. (N.B.: all’epoca tutti i mysteries di massa avevano sempre un cinese nella trama. Questo significa che gli scrittori devono evitare i clichés).
  6. Nessun evento casuale deve arrivare in soccorso dello scrittore né questi deve avere un’intuizione inspiegabile che risulti poi corretta.
  7. Non può essere il detective colui che commette il crimine.
  8. Il detective non può scoprire un indizio che non sia all’istante presentato anche alla verifica del lettore.
  9. L’amico stupido del detective non deve celare i pensieri che gli passano per la mente: la sua intelligenza deve essere leggermente, ma molto leggermente, al di sotto della media del lettore medio.
  10. I gemelli o i sosia non dovrebbero apparire nella storia, a meno che non siano stati debitamente introdotti fin dall’inizio.