La Debicke e… La madre perfetta

Aimee Molloy
La madre perfetta
Giunti, 2018
In libreria dal 12 settembre

Sono più o meno coetanee, si conoscono appena, ma hanno creato un gruppo e si fanno chiamare May Mothers, “Le madri di maggio”. Una cosa le unisce: hanno avuto tutte un figlio in maggio, nello stesso mese. Un esile legame, che le ha portate a stabilire una sorta di rituale di contatto online e a incontrarsi due volte alla settimana con carrozzine al seguito, nei viali di Prospect Park, a Brooklyn, per scambiare idee, darsi consigli e farsi confidenze sulle loro nuove vite centrate sui bambini. Un modo forse per cercare uno sfogo dalle fatiche e dall’isolamento indotto dalla maternità e condividere difficoltà, gioie e paure.
Nel gruppo Colette, Nell e Francie, Scarlett, Yuko, Winnie e Token, l’unico maschio, che tra loro chiamano “il mammo”. Finché, una sera, le May Mothers decidono di lasciare a casa i neonati e passare qualche ora in un hip bar della zona, concedendosi una pausa dalla faticosa routine quotidiana di neo mamme. Qualcuna manca, ma con loro c’è anche la bellissima, sensuale, misteriosa Winnie, apprensiva madre single che per la prima volta si è fatta convincere a separarsi dal piccolo Midas, affidandolo ad Alma, una brava babysitter messicana proposta da Nell, manager in carriera.
È il 4 luglio, un notte spaventosamente afosa in quella che sembra la più calda estate della storia di Brooklyn. Il locale è affollato, si parla, si beve e ci si separa. Winnie si allontana dal gruppo, lasciando là il suo telefono, così quando Alma, la baby sitter, chiama piangendo Nell, lei, Colette e Francie corrono in suo aiuto. La polizia è già sul posto: Midas, il bambino di Winnie è scomparso dalla culla. Qualcuno si è introdotto in casa, l’ha rapito e sembra che anche di sua madre si sia persa ogni traccia. Forse è uscita dal bar con quel bel ragazzo con cui stava parlando al bancone? O c’è dell’altro dietro il suo strano comportamento? Poi, quando finalmente Winnie torna a casa, la polizia le rivolge domande inquietanti e comincia l’incubo: suo figlio non c’è più.

Inizia, in un angoscioso clima di suspense, la corsa contro il tempo per ritrovare il piccolo. Arrivano testimonianze che conducono a false piste, accuse non provabili, ci si perde dietro mille rivoli. In un carosello di sospetti e strani indizi, alcuni addirittura orchestrati ad arte dai media, ben presto la vita privata di Winnie verrà data in pasto a un’orrenda speculazioni televisiva. E anche le altre May Mothers con i loro segreti, le loro invidie e debolezze, le bugie di coppia, non sfuggiranno alla crudele luce dei riflettori. Ognuna di loro aveva qualcosa da nascondere, ma ora le loro vite vengono brutalmente sezionate e messe in piazza. E purtroppo, mentre passano i giorni, tutto viene messo in dubbio.
Winnie per parte sua sta quasi impazzendo e gli investigatori si chiedono se questa bella donna, molto ricca, con una serie di dispiaceri alle spalle, abbia fatto una follia. Ma Colette, Francie e Nell, che invece credono in lei, non si rassegnano, vanno avanti per la loro strada e insistono, scavando testardamente più a fondo, fino ad arrivare allo scoop finale. Perché ogni donna ha il suo lato oscuro. E qualcuna lo ha peggiore delle altre.
Un thriller psicologico pesantemente condizionato dalla potenza indagatrice e distruttiva dei media che al giorno d’oggi, negli Stati Uniti come ovunque per altro, riescono a interferire su ogni fatto, avvenimento, che sia gioioso, di dolore o di disgrazia, purché faccia notizia. Ambientazione newyorkese, esaltata dalla mentalità, dall’impostazione di vita e dalle reazioni, tipiche dei diversi personaggi.

Aimee Molloy è l’autrice di However Long the Night: Molly Melching’s Journey to Help Millions of African Women and Girls Triumph, libro che è stato un best-seller del «New York Times», e la coautrice di diverse opere di saggistica. Vive a Brooklyn con il marito e due figlie. La madre perfetta, suo romanzo d’esordio, è in fase di traduzione in diversi Paesi e dovrebbe diventare un film.

La Debicke e… Quando il cielo era il mare e le nuvole balene

Guido Conti
Quando il cielo era il mare e le nuvole balene
Giunti, 2018

Quando il cielo era il mare e le nuvole balene è un puntuale e commovente romanzo storico di vocazione epica e popolare e, contemporaneamente, una struggente favola dolce-amara, ferita dall’amaro sfregio di tante realtà. Ma chi mai ha detto che tutte le favole debbano essere solo consolatrici?
Una colta e raffinata ambientazione bucolica, anteguerra, con il suoi lenti ritmi governati dalle bestie e non dalle macchine, la città che sembra lontana mille miglia. Il Po domina incontrastato, signore e padrone delle esistenze, un dio buono che dona vita e prosperità ma che può anche trasformarsi, con il liquido incontrollabile inferno dell’alluvione, in diavolo sterminatore e ricoprire d’acqua tutto quello che per secoli aveva generosamente ceduto agli uomini.
Bruno vive in una grande corte a ridosso dell’argine del fiume Po, con nonno Ercole, socialista che legge e scrive molto e conosce tanti segreti, e nonna Ida, che sa curare i malanni, guarire le storte e placare i demoni dei cani.
Nonno Ercole racconta all’unico nipote molte favole, come quella in cui la pianura padana era il fondo del mare e le balene volavano nel cielo dove oggi si rincorrono le nuvole. Bruno non ci crede, ma il nonno lo porta a cercare le conchiglie fossili che si trovano lungo il greto di un torrente e gli dimostra di dire la verità. Così era nella preistoria.
In questo romanzo di formazione Guido Conti narra l’evoluzione mentale, psicologica e fisica di Bruno, il nascere interiore delle sue emozioni, dei suoi sentimenti. Ci spiega il perché di certi desideri, dei progetti sognati, delle rinunce, delle azioni conseguenti alla speranza, alla gioia, alla paura, alla sofferenza, alla angosciante disillusione. Un poetico avvio diviso fra favola e realtà con Bruno bambino, che poi diventa grande lasciandosi alle spalle l’infanzia (la situazione di equilibrio iniziale dove regnava una serena ma pacifica povertà contadina). La guerra è ancora lontana e Bruno cresce affascinato dalle storie che vive o che sente raccontare nella corte: la dolorosa esperienza del Peppo che si è incattivito dopo essere tornato cieco dalla prima guerra mondiale; l’orso che balla e il suo domatore; quella del suo amico e vicino Millemosche (che non ama lavarsi e vive di monellerie), che riceve in chiesa il meraviglioso dono di saper trattare i cavalli. Poi un giorno, attraversando i campi, arriva un uomo che trascina una valigia: è l’Americano, il padre assente da troppi anni, andato lontano per il dolore della morte della moglie. Padre di Bruno e figlio creduto morto da Ercole e Ida, i genitori che gli hanno persino messo la lapide al cimitero. L’Americano è l’ambiguo e sfuggente eroe che segnerà per sempre l’adolescenza del ragazzo e la vita di tutti loro.
Bruno vive tra sorprese e scoperte, immerso in una natura spesso crudele, dove secondo suo nonna gli animali possono trasformarsi in messaggeri di gioie e disgrazie. Tra le magiche nebbie del Po conoscerà anche Vera, una ragazzina sveglia e intraprendente, sfollata in cascina con la madre e per lei proverà le prime pulsioni di un sentimento che non sa ancora definire. Bruno dovrà vivere anche i duri momenti di una dimensione più conflittuale con l’ambiente che lo circonda, attraverso le lotte contadine, il fascismo, l’arrivo della guerra, i partigiani. Ma la guerra cambierà tutto: regole morali e comportamentali con la famiglia, gli amici e il mondo adulto in generale, con le razzie e la fame sempre in agguato. L’avvicinarsi degli alleati, i continui bombardamenti, l’arrivo dei tedeschi lungo il Po, il fortunoso sfollamento organizzato dall’Americano che milita con l’esercito di liberazione, il trauma della separazione e la sopravvivenza ma il senso di nostalgia lontani da casa. Poi le lotte e i continui pericoli che costellano il dopoguerra in un paese che non ha ancora ritrovato una bussola da seguire. Dove la barbarie fa dimenticare ogni sentimento umano. Tempi orrendi fatti di scontri, barbare uccisioni efferate, incontenibili e inutili vendette. Bruno, diventato grande, andrà a cercare i ricordi di un’infanzia vissuta intensamente: la sua predisposizione a sognare, a innamorarsi con l’irrequietezza tipica dell’età, lo porterà compiere nuove esperienze. L’incontro con una giovane donna, Betty, affascinante e seducente, lo metterà di fronte al distacco dalla fanciullezza ma anche a tante verità difficili da accettare. E la morte, pronta a colpire con la falce, non fa sconti a nessuno. Costretto ad affrontare distacchi e perdite, Bruno dovrà riuscire a emanciparsi concretamente e psicologicamente dalla famiglia e a progettare il proprio futuro.
Un bel romanzo profondo, intenso, che affonda le sue radici nelle esperienze di vita e in quel magico realismo emiliano che ha sempre accompagnato la scrittura di Guido Conti.

Guido Conti è nato nel 1965 a Parma, dove vive e lavora. Ha pubblicato numerosi romanzi e saggi, l’ultimo dei quali è Scrivere con i grandi, (Bur Rizzoli, 2016) Ha pubblicato i suoi primi racconti nell’antologia Papergang, la terza raccolta degli Under 25 curata da Tondelli. Il successo di critica e di pubblico gli è arrivato grazie a una raccolta di racconti, Il coccodrillo sull’altare, edito da Guanda nel 1998, in cui ci presenta, come anche in Un medico all’Opera (2003), il gran teatro di fatiche e stramberie che è cresciuto intorno al Po e nella campagna emiliana. Ha pubblicato anche i romanzi I cieli di vetro (1999), finalista al Premio Campiello, II taglio della lingua (2000), Il tramonto sulla pianura (2005), La palla contro il muro (Guanda, 2007). Molto attivo in campo culturale, ha dato vita a Parma alla rivista “Palazzo Sanvitale” e alla casa editrice MUP (Monte Università Parma). Con il suo lavoro critico sta riscoprendo testi inediti e rari degli scrittori padani del Novecento, da Guareschi a Zavattini di cui, per Guanda, ha curato, con un’ampia introduzione, gli scritti giovanili, dispersi in quotidiani e riviste. Ha pubblicato anche Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore (Rizzoli, 2008) e La profezia di Cittastella (Mondadori, 2016). La storia di Nilou è stata tradotta in molte lingue e ha un seguito, Nilou e i giorni meravigliosi dell’Africa e Nilou e le avventure del coraggioso Hadì.
Quando il cielo era il mare e le nuvole balene è il suo primo romanzo con Giunti.

La Debicke e… Leonardo da Vinci deve morire

Christian Gálvez
Leonardo da Vinci deve morire
Newton Compton, 2018

Un caso editoriale in Spagna, che preannuncia il 2019 e i cinquecento anni dalla morte del grande e versatile genio italiano, colui che a ragione si può definire “l’uomo immagine del Rinascimento” per eccellenza.
Europa, seconda metà del XV e primo ventennio del XVI secolo. Mentre soffrendo, stringendo alleanze e combattendo, Spagna, Francia e Inghilterra si avviano lentamente verso l’unificazione nazionale, la religione, ma anche il potere e l’ansia di espandere i confini rendono la situazione politica estremamente instabile. Nella penisola italiana gli Stati sono frammentati e perennemente coinvolti in conflitti territoriali tra loro. Venezia, a prezzo di sangue e in virtù della sua flotta, riesce a conservare la sua gloriosa indipendenza oligarchica repubblicana, mentre il papato cerca di far valere la sua forza. Solo i Medici si distinguono tra i signori italiani. I Medici infatti, supportati dalla ricchezza della potente multinazionale costruita da Giovanni de’ Bicci ed espansa da Cosimo il Vecchio, nonno del Magnifico, fino ad allargarsi in tutta l’Europa, sono gli unici che mirano a fare di Firenze la capitale di uno stato. Ma, anche se guerre e divisioni piagano la penisola, il periodo storico vede una grande esplosione dell’arte in tutte le sue più ampie manifestazioni.
E sarà proprio a Firenze, in quella città che all’epoca, in virtù del colto mecenatismo mediceo, stava diventato l’epicentro del Rinascimento culturale, che una lettera anonima accuserà di sodomia il giovane Leonardo da Vinci, astro nascente nel panorama artistico locale, e tre suoi coetanei di differenti classi sociali.
La biografia romanzata di Gálvez è impostata su una carrellata di flash back. L’incipit, funereo e possente. è la morte del grande maestro a Blois, a fianco del suo ultimo mecenate, Francesco I, re di Francia.
Leonardo da Vinci deve morire è un romanzo che ci mostra il lato più vulnerabile del grande artista italiano, che prova a spiegarci cosa deve essere stato per lui sopportare il peso della sua fama di genio e continuare ad esserlo nonostante le avversità. Come molti sanno, Leonardo, primogenito illegittimo del notaio Ser Piero da Vinci e di una servente, bambino intelligente e curioso, crebbe a Firenze nella casa paterna, con il padre e la matrigna e, dimostrando presto spiccata attitudine al disegno, fu introdotto da ser Piero nella bottega/laboratorio del Verrocchio il più famoso pittore del suo tempo. Con gli anni l’allievo arrivò a superare il maestro ma. oltre a dipingere e a dedicarsi alla scultura, fino ai ventiquattro anni Leonardo si immerse in studi di anatomia, in costruzioni scientifiche e ingegneristiche e, azzardando esperimenti, in funambolesche invenzioni. Si dice che la ragione per cui Leonardo Da Vinci scriveva da destra verso sinistra fosse un metodo per rendere incomprensibile agli estranei il suo lavoro. In realtà Leonardo si serviva di un’insolita scrittura speculare (come gli arabi, tanto da farlo ritenere persino eretico) e spesso cominciava a scrivere dall’ultimo foglio per poi arrivare al primo. Per questa sua caratteristica si arrivò addirittura a definirlo “scrittore del diavolo”. In realtà, si trattava solo del suo modo. I neurologi infatti hanno dimostrato che la sua era un’abitudine acquisita nell’infanzia, abitudine naturale per i mancini che, come Leonardo, non sono stati corretti. Scriveva anche con calligrafia “normale”, ma con minore facilità e soprattutto in casi dimostrativi, come per esempio per illustrare alcune carte topografiche. Ma la sua bravura e duttilità in ogni campo scatenò invidie e gelosie nel suo ambiente, dove essere un artista arrivato significava fama, potere e grande ricchezza. Qualcuno quindi voleva eliminare un rivale scomodo.
Leonardo scoprì a sue spese che quando si tenta di raggiungere il successo è bene non fidarsi di nessuno. Certo è che ci fu la famosa accusa di sodomia. Ma chi fu ad accusarlo? Per quale motivo? E qui l’autore, per dar maggiore sapore alla parte fiction, cita prigione, interrogatori, torture e turpi sopraffazioni e angherie dei carcerieri fino all’assenza di prove a sfavore e la successiva scarcerazione, anche per l’intervento di Lorenzo de’ Medici, ma ingigantisce la realtà storica, falsandola. Comunque l’accusa prostrò Leonardo sia nel corpo che nello spirito. Con la reputazione compromessa, abbandonò Firenze verso nuovi orizzonti dove dimostrare il suo geniale talento. Secondo Gálvez andò prima in Catalogna, a cercare certe leggendarie origini della sua famiglia, e si fermò nell’abbazia di Montserrat, dove allora era abate Giuliano della Rovere, il futuro Giulio II, ma, costretto ad allontanarsi anche da là, si recò a Milano, alla corte degli Sforza, per tanti anni sua seconda patria. Tornerà anche a Firenze e sarà al servizio di Cesare Borgia durante la sua sanguinosa e infuocata parabola nella penisola.
Seguendo gli eventi bellici farà ritorno a Milano, e poi ancora a Firenze e andrà a Roma.
Christian Gálvez dà vita a un romanzo ricco di avventura e suspense, senza snaturare la biografia dei vari personaggi che ci fa incontrare, quali Lorenzo de Medici, Girolamo Savonarola, Ludovico Sforza, il Machiavelli, Cesare Borgia, Raffaello e Michelangelo Buonarroti, e scrive una specie di guida per viaggiare in una fase del Rinascimento, inserendo molti dati storici veri o plausibili, utili per approfondire sia l’arte che la politica di allora. Certo non sapremo mai se Michelangelo abbia veramente avvertito Leonardo che a Roma per lui tirava una brutta aria. E neppure quale possa essere stata la menzogna di Botticelli. L’interpretazione però, o meglio dire il ritratto biografico che Gálvez fa di Leonardo da Vinci, rende più intrigante la storia. E infatti Gálvez, ovviamente con la fantasia, ricostruisce i dialoghi, i pensieri, i sogni mancati del magnifico artista che danno un senso a tutto quello che egli è riuscito a fare e a quello che avrebbe voluto fare, e regala un tributo alla figura di un genio che ha lasciato al mondo una straordinaria eredità scientifica, artistica e culturale.
Libro interessante, che porta alle luce tante ombre a cui è stato esposto il grande maestro. Amico dei suoi amici, uomo solitario ma divertente, ironico, duttile… Il passato lo perseguitava, mentre il futuro era in continuo mutare per non volersi mai sottomettere a dogmi consolidati. E la verità è sempre difficile da distinguere chiaramente, persino per il più grande genio di tutti i tempi.
Oggi possiamo affermare che tutti ammirano il genio, ma pochi conoscono e conoscevano l’uomo.

La Debicke e… La diabolica setta

Mario Leoncini e Fabio Lotti
La diabolica setta di Caissa. Scacchi e sesso
Prisma, 2006

Dopo Partita a scacchi con il morto e Chi ha ucciso il campione del mondo? Scacchi e crimine, tornano i maestri (di scacchi) Fabio Lotti e Mario Leoncini con un nuovo libro che mischia, con intelligenza e senso dell’humour, scrittura, creatività e ricerca.
Si parte dalla terza avventura del commissario Marco Tanzini di Siena, coadiuvato dal suo vice, il pingue Manganelli e male accudito ohimé (rivolta domestica?) dalla sua governante Giulia. Stavolta Fabio Lotti ci regala una storia un po’ particolare, anzi molto particolare, una godibile parodia del giallo del momento, basato solo su una marea di indizi, l’ossessivo intervento della scientifica, e gratificato dalla presenza del sesso a ogni costo e dall’affacciarsi sullo scenario della storia di sette più o meno sataniche. La cronaca narra che a Rosia, un piccolo paese vicino a Siena, Assunta, la bidella trova il Preside della scuola Media nel suo ufficio con il cranio sfondato da un cavallo di marmo. La bidella era stata convocata in presidenza da una strana telefonata mentre in sala professori si teneva l’assemblea o riunione del consiglio, in assenza del Capo dell’Istituto che era rimasto rintanato nel sua stanza. L’arma del delitto è un pesante cavallo di marmo posto sulla scrivania, sbattuto più volte sul cranio del dirigente scolastico. E l’assassino o gli assassini si sono sbizzarriti a cucirgli gli occhi con un filo rosso di seta. Perché direte? L’assassino/i avevano lasciato anche, appoggiata sul tavolo, una scacchiera con al centro la regina Bianca, per terra un orecchino d’oro con, come pendente, un satiro che suona il piffero. E sul pavimento sporco di sangue risaltavano le impronte di scarpe di diversa misura: una il 48, l’altra il 33. Come mai? I possibili indiziati del delitto sono i tre insegnanti che, durante l’assemblea, si sono alzati per andare in bagno, passando per il corridoio dove si trova la presidenza, più o meno nel momento dell’omicidio. Tanzini passa la palla ai tecnici della scientifica e aspetta lumi per muoversi. Il giorno dopo però anche il professor Bafio Tolti, che per primo si era precipitato sul luogo del delitto, mentre corre in macchina a Siena per incontrare il commissario, dopo avergli telefonato di aver ricordato di qualcosa di interessante, muore in uno strano incidente stradale. Cattivo funzionamento dei freni? La faccenda si complica. Cosa voleva dire Tolti? Non resta che interrogare i tre indiziati. Le voci pettegole riferiscono a Manganelli che il preside aveva tendenze ambigue, insomma si comportava da gallo ma anche da gallina. Torniamo agli indiziati: la professoressa concupita dal preside, ma che gli aveva detto di no, ha anche il vizietto della cleptomania; la seconda professoressa, la procace rossa che si era congiunta carnalmente con il defunto, è una vera ninfomane e il terzo sospetto, il professorino di lettere, è gay: la gelosia gli avrebbe dato motivo di uccidere, ma negava tutto. Insomma per ognuno di loro una marea di circostanze, ma nessuna certezza e la scoperta che intorno al delitto potrebbe ruotare la fanatica setta degli adoratori di Caissa i cui adepti portano un marchio indelebile, una piccola scacchiera con un diavolo nero al centro – simile a quella rivenuta accanto al cadavere – tatuata, a mo’ di stigmate, in una parte intima (sul pene insomma). Scenario qualche volta cupo, quasi gotico, ma con personaggi di disarmante attualità L’ironico commissario Tanzini sempre in baruffa con il suo braccio destro Manganelli, stupido ma non troppo, che formano una ‘squadra’ tutta da scoprire, questa volta resa più stuzzicante da alcune scene ‘hard’; la fauna scacchistica del Cral del Monte dei Paschi di Siena; il gentil sesso all’arrembaggio, sempre disponibile per l’adescamento e la trucida infilata. Poi, se questo non bastasse, c’è anche un intervento in diretta dell’autore, coinvolto in un godibile gioco di specchi che lo vede impegnato in più ruoli, richiamato all’ordine dal commissario che, in un botta e risposta, difende la sua scelta di essere ricorso ad un linguaggio più sboccato e a scene di sesso. Un caravanserraglio di grande vivacità e presa emotiva fino ad arrivare a un inimmaginabile finale.
Nella seconda parte Mario Leoncini, vicepresidente della federazione scacchistica italiana (che ha curato anche negli altri due libri in materia la parte della ricerca storica sugli scacchi al femminile), parte dalle tenebre del basso Medioevo. E spaziando dall’universo arabo, più in particolare in Mille e una notte una schiava brava giocatrice viene pagata diecimila denari, si arriva in Europa dove sulla scacchiera fa la sua comparsa la Regina al posto del Visir. Gioco soprattutto di corte citato nel Decamerone, nelle leggende su Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra, prese forma nei secoli anche come una specie di rappresentazione di amor cortese e servi a Giovanna II di Napoli per portarsi a letto Sergianni Caracciolo. Ritroviamo l’amore e gli scacchi nei dipinti d’epoca, in seguito al cinema, con i grandi protagonisti del novecento e il fenomeno delle sorelle Polgar. Ci furono i campionati femminili. Insomma Leoncini fa di tutto per arrivare a spiegare meglio il connubio scacchi-sesso. E nella parte che tratta con dovizia di causa di Scacchi ed erotismo, voglio evidenziare in particolare il capitolo che parla di Giochi erotici, dotato anche di una esplicita serie di fotografie. Capitolo che presenta una vera chicca dedicata ai raffinati appassionati, gli Erotic Chess Set: trentadue pezzi che si rifanno ad alcune posizioni del kamasutra. Questi set, prodotti artigianalmente in Inghilterra, sono di gran pregio ma di costo “elevatuccio” (vanno dai duecento ai quindicimila euro secondo i materiali, addirittura ci sono anche in oro che pesano fino a 12 chili), ma i collezionisti dovrebbero provvedere lo stesso (dimenticavo, il libro cita anche gli indirizzi dei produttori). Un acuto divertissement offerto ai lettori del libro, per metà thriller e per il resto saporosa antologia da Mario Leoncini, elegante studioso della cultura scacchistica e profondo conoscitore dello scacchismo femminile. Non perdetevelo. Approfittatene.

La Debicke e… Il secondo cavaliere

Alex Beer
Il secondo cavaliere
Edizioni e/o, 2018

Ambientato in una Vienna dissanguata, impoverita e in mano alla borsa nera dopo la drammatica sconfitta subita nella Prima guerra mondiale, Il secondo cavaliere è allo stesso tempo un bel romanzo storico e un buon thriller. La copertina del romanzo di esordio di Alex Beer, pubblicato in Italia da e/o, raffigura una bella e suasiva foto d’epoca del Café Central di Vienna, il famosissimo locale aperto nel 1876 nel cuore del Primo Distretto, fra Santo Stefano e il Rathaus, che fu per anni il principale luogo di incontro di letterati e artisti. E non solo: fra i suoi più celebri clienti si annoverano anche Trotsky, Lenin, Freud e un giovane Hitler avviato verso il suo diabolico futuro. Il romanzo di Alex Beer comincia nel tardo autunno del 1919. Siamo a pochi mesi dalla fine della Prima Guerra Mondiale, la pace di Versailles ha sancito la fine dell’Impero austro-ungarico e la proclamazione della Repubblica Socialdemocratica. La grande Vienna, la gloriosa ex capitale di un millenario impero, è affamata e in rovina. Una grande città, invasa da migliaia di senzatetto, da reduci che riparano in caritatevoli e fatiscenti sistemazioni, da orfani, da vedove che non sanno come sfamare la famiglia e da donne costrette a prostituirsi per sopravvivere. Una città ancora dominata del secondo Cavaliere dell’Apocalisse, apportatore di Guerra, ma in cui si prepara a giungere anche il terzo, quello della Carestia: allignano miseria, fame, freddo, rabbia sociale, mentre la popolazione, priva di casa, cibo, legna, carbone, medicine, cova grande frustrazione per la disfatta e il crollo dell’Impero austro-ungarico. Tutti vorrebbero andarsene. Emigrare è un sogno, meglio se in Sud America, mentre i trafficanti che vendono alla borsa nera generi di prima necessità si arricchiscono immensamente. E nel 1919, durante quei primi frenetici e slegati mesi della neonata Repubblica democratica austriaca, il Café Central è uno dei pochi posti dove si serve ancora del vero caffè. Ma nella città in miseria, in quel gelido e disperato autunno del dopoguerra, solo la casta privilegiata dei nuovi ricchi può permettersi di sedere ai suoi tavoli. Nuovi ricchi come Veit Kolja, il re della borsa nera. La polizia cerca di incastrarlo, il nuovo governo socialdemocratico chiede lo smantellamento del fiorente mercato clandestino che vende di tutto, dai vini alle medicine, ma Kolja è troppo astuto per farsi prendere con le mani nel sacco.

Il romanzo si apre con l’omicidio di un reduce della Prima guerra mondiale, Dietrich Jost: l’assassino gli ha sparato alla testa in un bosco alla periferia della città cercando di farlo apparire un suicidio. A indagare sul fatto viene inviato l’ispettore di polizia August Emmerich che con il giovane Winter, assistente alle prime armi, stava pedinando un borsanerista. Emmerich, che non lavora alla sezione Omicidi ma vorrebbe riuscire a farne parte, è cresciuto in un orfanotrofio: mentre pedina Kolja scoprirà che era un suo vecchio amico d’infanzia. Emmerich ha combattuto nelle trincee, ha una gamba martoriata da una scheggia di granata che lo costringe a cercare sollievo nelle compresse di eroina. Ha una compagna, Luise, che ama teneramente e vive con lei e i figli, ma il destino vorrà altrimenti…

August Emmerich spera di risolvere il caso di Jost. La guerra aveva fatto di lui un handicappato, cosa che non quadra con il suicidio e invece fa pensare a un omicidio. E un secondo successivo strano suicidio, seguito da un terzo, lo allarmano, perché scoprirà che i tre uomini facevano parte della stessa compagnia, sotto accusa per essersi macchiata di atroci delitti contro i civili durante la guerra. Ma rimestare nel torbido è molto pericoloso, tanto che intestardirsi a mandare avanti l’indagine, anche a costo della propria reputazione, finirà con il costringerlo ad agire da fuggiasco. Solo con l’ appoggio del borsanerista Kolja e del giovane Winter potrà affrontare la mano armata dell’assassino e, a costo della vita, finire per scoprire la verità.

Vienna è la degna cornice del romanzo: con i suoi meravigliosi boschi intorno, depredati da chi tagliava legna per riscaldarsi, con i suoi locali storici, le sue zone malfamate, gli ospedali, la Fortezza, l’enorme sotterraneo con il segretissimo quartier generale della borsa nera, le grandi sale dell’Hofburg, dove la vita continuava come prima ma solo per pochi. Dove vesti di lusso e abiti da sera si contrapponevano scandalosamente a migliaia di uomini, donne e bambini affamati e denutriti, ogni giorno in cerca di cibo per sopravvivere, stremati dalla malattia, dall’inedia, dal freddo, dalla tubercolosi e dall’alcolismo.

Quando il destino lo priverà di tutto, August Emmerich troverà asilo per qualche giorno in casa di Winter, nell’immensa residenza nobiliare con tante, troppe stanze ormai vuote e invase dal gelo, salvo un piccolo appartamento del palazzo, dove si è rifugiata la nonna di Winter, unica sopravvissuta della famiglia all’epidemia di spagnola. Una vecchia signora di altri tempi, tipica rappresentante della Finis Austriae che tenta di resistere alla fine del suo mondo, del suo imperatore, della sua ricchezza e dei suoi privilegi. A simbolo del nuovo secolo che avanza, l’autrice sceglie invece il Modernismo viennese, rappresentato dal “palazzo senza sopracciglia” di Adolf Loos, nella Michaelerplatz, odiato da Francesco Giuseppe, ma tuttora privilegiata meta dei conoscitori della grande architettura novecentesca.

In attesa di nuove avventure di August Emmerich, grazie ad Alex Beer per l’attenta e fedelissima passeggiata storica (densa di luoghi e fatti) con gli inediti particolari economici, sociali e di costume che ricostruiscono la durissima fase del dopoguerra della Prima Guerra Mondiale vissuto dei viennesi, innocenti vittime di una sconfitta e della caduta di un mito, quello della potenza imperial-regia su cui il mondo austriaco si era retto per secoli.

Alex Beer è lo pseudonimo di Daniela Larcher, nata a Bregenz, in Austria, nel 1977. Ha studiato archeologia a Vienna, dove vive. Il secondo cavaliere è il suo primo romanzo: bestseller in Austria e Germania con Penguin-Random House, è in corso di traduzione in dieci lingue tra cui l’inglese con Europa Editions.

La Debicke e… Come una famiglia

Giampaolo Simi
Come una famiglia
Sellerio, 2018

È passato qualche anno dall’estate in cui Dario Corbo, giornalista, aveva ricevuto l’incarico di scrivere un libro per scandagliare i lati nascosti dell’efferato omicidio di Irene Calamai, avvenuto sulle colline della Versilia ventitré anni prima (nel 1993), per il quale era stata accusata e condannata a venticinque anni di prigione la bella ventenne Nora, figlia del celebre scultore inglese Thomas Beckford. E proprio lui, allora giovane redattore di nera per la redazione viareggina, era stato il più accanito colpevolista. Ma quando la Beckford era stata rilasciata per buona condotta, Dario Corbo, con l’aiuto e la complicità di una grintosa piemme dai capelli rossi, era riuscito a ricostruire quella lontana storia sotto un diversa ottica.

Oggi, ormai cinquantenne, divorziato da Giulia, trasferito da Roma in Versilia, abita in una comoda dépendance, attrezzata a casa e studio, della Scuda, la splendida antica villa fortilizio dei Beckford che ospita anche la mostra permanente del grande scultore inglese, e lavora come addetto stampa per la Fondazione che Nora Beckford ha dedicato al padre. Posizione che gli consente di vivere agiatamente e passare cospicui alimenti alla ex moglie e al figlio Luca. Luca, quasi diciottenne, gioca per il Rivadarno, lega Pro, società crogiolo di talenti, ha grandi doti per divenire un ottimo difensore e vorrebbe diventare un calciatore professionista. Sarà per lui che i suoi genitori, Dario e Giulia, si ritroveranno fianco a fianco in tribuna, pronti ad applaudire la vittoria della sua squadra nella Viareggio Cup e il brillante avvenire agonistico che si prospetta al ragazzo.

Ma, la mattina dopo, una nuvola nera cala a offuscare quello che doveva essere un giorno di gran festa, il diciottesimo compleanno di Luca. Dario Corbo viene convocato d’urgenza nell’albergo che ospita il Rivadarno: la polizia sta perquisendo la camera di suo figlio. La notte prima, al Pronto Soccorso, una ragazza ha dichiarato che un calciatore in libera uscita con i compagni, incontrato in discoteca, l’aveva invitata sulla spiaggia per poi stuprarla e picchiarla selvaggiamente. Quel calciatore è, sarebbe, Luca Corbo.
Basta una telefonata per cambiare la vita e il destino di una persona? Forse sì, perché sarà proprio quella telefonata a coinvolgere Dario, Luca e sua madre in un tragico romanzo noir. Una storia sofferta e articolata, che si rifà senza sconti a certa realtà della vita di tutti i giorni nel mondo del calcio giovanile. Una storia scarna, ma precisa nei dettagli, nelle emozioni e nelle reazioni umane che, mentre la tensione aumenta a ogni pagina, riesce a far percepire al lettore le stesse sensazione provate e vissute dai personaggi.

Dario dovrà cercare di capire se quello che ha sempre visto in suo figlio sia giusto o sia invece una facciata che cela brutte verità. Luca nega con forza, ma per Corbo le accuse contro suo figlio, oltre ad assumere il penoso carico di un’altra casella fuori posto nella sua vita, e quindi il suo possibile fallimento come padre, lo mettono subito di fronte al delicato interrogativo di quanta fiducia sia giusto concedere senza lasciarsi accecare dall’amore. Tutto sembra contro Luca, e Dario, anche se non crede che suo figlio abbia potuto trasformarsi in una belva, è sicuro che il ragazzo non dica tutta la verità. Dovrà usare ogni mezzo per andare fino in fondo e salvarlo.

Un libro giustamente severo nel denunciare, senza mezzi termini, le illusioni e le tante promesse spesso gestite da procuratori senza scrupoli che gravitano intorno al dorato mondo del calcio professionistico. Un eldorado dove troppo spesso lupi senza scrupoli vendono sogni, con false promesse e colossali imbrogli. Ma anche un romanzo che descrive senza peli sulla lingua un universo di ragazzi che non esitano a vendere se stessi per una pur risicata gloria, a tradire gli amici, fregandosene altamente dei valori etici e morali. E dove purtroppo tutti gli attuali miti della vita moderna, cellulari, video, web, senza parlare dell’invasione di scandali sul social e i media, servono a diffondere le cosiddette fake news infamanti, create per eliminare dal gioco ogni presunto rivale. Dove la diffusione di una notizia è inarrestabile, e dove i titoli più ambigui sono quelli che tirano e incassano di più. Una sporca faccia di quello stesso mondo che gravita intorno al pallone con le sue milionarie dinamiche legate agli interessi che lo fanno marciare.

Il personaggio di Dario Corbo è diventato più intenso e toccante, saranno gli anni che passano, la cinquantina si sente?, ma ostenta sempre, su impulso dell’autore, la sottile vena ironica che, nonostante i momenti di dubbio e smarrimento in cui mette tutto in discussione, gli ha permesso di districarsi nella vita, facendo fronte alle difficoltà e superando diversi ostacoli. Il suo rapporto di profondo amore con il figlio, che teme di aver trascurato e se ne rimprovera, lo penalizza. Vorrebbe riuscire a guidarlo, a instradarlo, ma Luca incarna il tipico ragazzo che si affaccia al futuro sotto l’influenza degli scintillanti miti della attuale società.

Il bel personaggio di Nora Beckford (a conti fatti Come una famiglia è un romanzo corale) fa grandi passi nel suo percorso di personale riabilitazione, riuscendo finalmente a riempire certi spazi emotivi rimasti troppo a lungo vuoti.

Scritto sotto forma di diario indirizzato al figlio Luca, con la voce narrante di Dario Corbo, Giampaolo Simi in Come una famiglia ci coinvolge, incalzandoci emotivamente con la trama, dalla prima all’ultima pagina. E lo fa senza bisogno di effetti speciali o colpi di scena, ma grazie alla bruma dell’atmosfera invernale con la quale avvolge i fatti, ambientati in quella sabbiosa striscia toscana che corre tra il mare e le Apuane: un’atmosfera cupa, ma piena di suggestioni e di immagini che trasforma la Versilia in uno splendido palcoscenico per le sue storie.

La Debicke e… Friend Request

Laura Marshall
Friend request – Richiesta d’amicizia
PIEMME, 2018

L’incipit di questo thriller noir “bullistico” psicologico, ispirato a un cold case realmente accaduto, recita: «L’email piomba nella mia casella di posta come un ordigno inesploso: “Maria Weston vuole stringere amicizia con te su Facebook”. A una prima occhiata non noto l’ultimo pezzo della frase e leggo soltanto: “Maria Weston vuole stringere amicizia con te”. L’istinto mi fa chiudere il portatile di scatto». La voce narrante è Louise Williams, quarantenne divorziata con un figlio di quattro anni. E quel messaggio: “Maria Weston vuole stringere amicizia con te…” per lei è uno choc. Perché per lei, e per tutti, Maria Weston è morta annegata da più di venticinque anni e Louise è ancora attanagliata dai sensi di colpa, perché allora Maria Weston voleva diventare sua amica, e lei l’ha illusa e poi delusa profondamente.
Era il 1989 quando Louise, adolescente figlia unica e complessata, aveva visto per la prima volta Maria Weston, la “nuova”, che era misteriosamente arrivata in città per frequentare il liceo. Maria sembrava completamente diversa dalle altre ragazze che conosceva, e cioè Sophie e la sua banda, belle, pimpanti e popolari. Louise avrebbe fatto di tutto per entrare in quel gruppo di “eletti”, ma Sophie le riservava solo umiliazioni, insicurezze e cattiverie, per tenerla sulla corda. Poi era arrivata Maria. Maria era simpatica e autentica. Divertente. Sincera. In due giorni, lei e Louise erano sulla buona strada per diventare amiche. Maria e la sua ribellione facevano vacillare l’universo di Louise, fatto di sottomissione e voglia di emulazione. Infine era intervenuta la contorta realtà del liceo, con i meschini giochi di potere e la crudele voglia di prevalere. Giravano brutte voci sul trasferimento di Maria alla sua nuova scuola e, naturalmente, i compagni erano felici di esagerare e spettegolare. Sophie aveva cominciato a corteggiare la pecorella smarrita per riportarla sotto le sue grinfie. E Louise, temendo di ritrovarsi emarginata, aveva voltato le spalle a Maria. Nel 2016, quando Louise riceve il messaggio che Maria Weston vuole diventare sua amica su Facebook, è scioccata e spaventata. Ḕ come se un fantasma comparisse all’improvviso sui social network! Quella richiesta fa tornare brutalmente a galla ricordi dimenticati, sepolti da tempo: crudeli scelte e oscuri segreti. Legati alla notte della sua scomparsa, a un’azione che ha condizionato la sua vita e che forse oggi potrebbe cambiarla per sempre. Neppure lei può immaginare quanto. Louise ha sempre saputo che, se la verità mai fosse venuta fuori, avrebbe rischiato di perdere tutto. Il lavoro. Suo figlio. E ora l’improvvisa agghiacciante comparsa di Maria minaccia la sua tranquillità e la sua vita, la costringe a riprendere contatto con tutti coloro con i quali aveva rotto i legami e a partecipare alla rimpatriata organizzata su Facebook degli amici di allora.
L’età non ha eliminato le cicatrici lasciate da quegli anni dell’adolescenza. E per le ragazze più insicure, oggi quarantenni e magari realizzate, basterà quella rimpatriata a far risorgere tutti i dubbi su se stesse, sul proprio aspetto e sul proprio valore. Poco importa che abbiano costruito mondi e superato gli ostacoli, la sola idea di ritrovarsi in una stanza con i compagni del liceo provoca in loro un’indescrivibile ansia. Il lontano segreto che condividono non fa che fomentare le loro paure. E, nel tentativo di ricostruire esattamente cosa sia successo quella notte, Louise scoprirà che nella storia c’è molto di peggio e di più di quanto abbia mai saputo.
La psicologia dei personaggi e ogni particolare, che emerge nelle pagine che scorrono, ci porta pian piano a immaginare cosa sia veramente successo tanti anni prima e cosa abbia innescato tutto. Una trama con pochi, ma risolutivi colpi di scena che ci condurranno a scoprire l’orrenda verità. E un romanzo molto attuale che, dopo aver descritto con efficacia il dramma del bullismo tra adolescenti, causa iniziale e scatenante del dramma, affronta con coraggio anche il tema del dilagare spesso pericolosamente invadente dei social media o cyberbullismo…

Laura Marshall è cresciuta nel Wiltshire e ha studiato inglese all’Università del Sussex. Nel 2016, il suo primo romanzo, Friend Request, è stato candidato al Bath Novel Award e ha partecipato al Lucy Cavendish Fiction Prize e a luglio 2017, aveva venduto nel Regno Unito più di 300.000 copie. I suoi diritti sono stati ceduti a diversi paesi tra cui Stati Uniti, Germania, Francia, Italia e Paesi Bassi.

La Debicke e… Vendetta a Venezia

Philip Gwynne Jones
Vendetta a Venezia
Newton Compton, 2018

Secondo godibile romanzo di Philip Gwynne Jones, già autore del thriller lagunare Il ponte dei delitti con lo stesso protagonista: Nathan Sutherland, console onorario britannico a Venezia, un po’ imbranato e con tanti, troppi problemi a cui pensare. Impegnato a risolvere i guai dei connazionali in viaggio, a portare avanti il lavoro di traduttore (che gli dà da vivere e lo costringe a confrontarsi con testi di ogni tipo) e a contenere le bizzarrie del suo gatto viziato e poco socievole, che stavolta si rivelerà essenziale. Ah, dimenticavo… deve anche decidersi a mettere ordine nella sua personale situazione affettiva. Non ci sono grandi vantaggi ad essere Console Onorario Inglese a Venezia, di solito si è afflitti soprattutto da impegni burocratici e seccature, ma almeno la carica gli dà il diritto di avere il pass per il Festival della Biennale e l’invito al vernissage che precede l’apertura ufficiale dell’esposizione nel Padiglione Britannico. Un evento artistico che vede anche la presenza dell’Ambasciatore, arrivato apposta da Roma. Dovrebbe essere l’occasione per una piacevole giornata a base di vino e intelligenti conversazioni con esponenti di livello del mondo dell’arte: artisti, giornalisti e critici. La cornice è impregnata di magia, il cielo è limpido, il sole splende sulla laguna, il clima veneziano a maggio appena tiepido. Superata con il pass Vip la folla che si assiepa all’ingresso, Nathan Sutherland raggiunge il padiglione ma là, dopo il breve discorso di benvenuto di Paul Considine, l’artista che quest’anno rappresenta il suo paese, quando gli invitati cominciano a inoltrarsi all’interno del padiglione, un’unica enorme stanza concepita tutta in vetro, sarà testimone di quello che sembra un tragico e mortale incidente. Un critico, di pessimo carattere ma di fama mondiale, viene decapitato dal cedimento di una ringhiera dell’installazione. Un terribile incidente, fino a quando la polizia trova, nella tasca della giacca della vittima, una cartolina con la splendida opera di Artemisia Gentileschi: Juditha triumphans devicta Holofernis barbarie (Giuditta che decapita Oloferne). Che si tratti di una coincidenza? Ma questa cartolina sarà solo la prima di una serie. In poco tempo, infatti, arriveranno altre cartoline con risultati letali. La morte di Marat di David, Il trionfo della morte del Dorè e il Martirio di San Sebastiano del Mantegna. Uno dopo l’altro i cadaveri si accumulano.
Nathan Sutherland si dà da fare, indaga e benché Vanni, l’amico della polizia, gli abbia chiesto di stare tranquillo, si ritrova sempre più vicino alla verità, ma anche pericolosamente implicato dall’assassino. Quando anche lui riceve un’immagine della Morte con una falce, non gli resta che buttarsi in una disperata corsa contro il tempo tra calli, campielli, vaporetti veneziani (descritta talmente bene che si può quasi immaginarne la mappa!) per fermare il killer e salvare la propria vita.

Non è stata una sorpresa venire a sapere che Philip Gwynne Jones vive a Venezia, da lui descritta con amore e in modo superbo anche nel suo secondo romanzo. Certo, una città afflitta da tanti problemi, come l’umidità e l’acqua alta, ricca di palazzi che avrebbero bisogno di essere ristrutturati, invasa da turisti che vengono da tutto il mondo per vederla e non la vedono affatto, e piena di opere d’arte, di chiese, di capolavori. L’arte e l’architettura impreziosiscono la trama, mettendo in scena una serie di coreografici ma spaventosi delitti, sullo sfondo della più bella città del mondo. La tensione lievita pagina dopo pagina trascinando il lettore al punto da far pensare che a suo modo l’omicidio possa diventare una forma d’arte. Insomma un thriller venato di sottile humour inglese. Una lettura piacevole e coinvolgente che sarebbe da accompagnare con il prosecco e i cicchetti.

Philip Gwynne Jones è nato nel sud del Galles nel 1966. Ha vissuto e lavorato in tutta Europa prima di stabilirsi in Scozia negli anni ‘90. Lavorava nel dipartimento IT di una grande banca scozzese durante la crisi finanziaria globale. Era a un bivio: poteva voltare pagina e cambiare vita. Philip e sua moglie Caroline lasciarono il lavoro, vendettero l’appartamento e si trasferirono a Venezia in cerca di un futuro migliore e più semplice. Più semplice? Forse. Comunque ora Philip lavora come insegnante, scrittore e traduttore e vive a Venezia con sua moglie. Ama la cucina, l’arte, la musica classica e l’opera.

 

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2018

Ogni volta che devo iniziare il mio contributo al blog mi trovo in difficoltà per la scelta degli argomenti. O parlare di qualche lettura fatta al gabinetto (ma quale tra le millanta di vario genere?), o mandare un saluto a qualcuno, o affidarmi a certi ricordi nostalgicamente pallosi del mio vissuto, soffermandomi su alcuni particolari personaggi (vedi il postino, la pettegola e il prof. di filosofia), o buttarmi, infine, sul presente con qualche battuta più o meno riuscita.
Oggi ho deciso di partire dal blog L’oeil de Lucien di Giuseppina La Ciura “Da molti giorni soffro del “blocco del lettore”. I libri li apro, ne leggo mezza pagina e passo ad un altro. E così via. La causa è evidente. I Gialli Mondadori sono roba da mercatino rionale.
I Gialli inediti degli Anni Trenta pubblicati da Polillo sono rimasugli del passato, routinari e tediosi (il delitto del baronetto nella sua tenuta di campagna, indagine, soluzione ed impiccagione del colpevole). I Gialli moderni, con poche eccezioni, sono un ammasso di corpi squartati che nemmeno Oseghale potrebbe fare di meglio. I romanzi blancs sono illeggibili perché stereotipati e computerizzati. Quelli antichi li ho letti quasi tutti. I romanzi non mi insegnano più niente della vita. Andiamo ai saggi… “
Giuseppina La Ciura mi piace perché sincera, diretta, senza mezze parole e perché ricorda un po’ il Lottino di una volta, (invecchiando sono diventato più morbido, accidenti!). E allora dico a Giuseppina di non buttarsi giù che qualche buon libro si riesce ancora a trovare.

Donne pericolose di AA.VV., Piemme 2006.
Come già scritto tempo fa proprio qui “Scartabellando tra i miei libri mi sono trovato di fronte a Donne pericolose di AA.VV. a cura di Otto Penzler, Piemme 2006. E che AA.VV!, tipo Ed McBain, Jeffery Deaver, Michael Connolly, Elmore Leonard, Joyce Carol Oates… tanto per citarne alcuni. Niente, non mi veniva niente in mente. Eppure era lì con la sua bella copertina nera, il titolo in rosso a metter leppa e la Prefazione addirittura sottolineata in varie parti. Dovevo averlo letto. Di sicuro. Ma niente. Buio pesto. Nessun ricordo, nessuna pur piccola reminiscenza anche sfogliandolo e risfogliandolo. Allora sono andato a verificare sulla interminabile lista delle mie recensioni. Lì lo avrei intrappolato. Niente. Niente di niente. Ho perso la memoria, o proprio non l’ho letto?”
Alla fine mi sono deciso. A leggerlo. O rileggerlo… (da lettino psichiatrico).
Trattasi di quattordici racconti. Inutile e faticoso farne un sunto di tutti. Volteggerò leggero in qua e là senza meta e senza un ordine preciso. Tra donne pericolose, come sintetizzato nel titolo e ampliato nella Prefazione citata di Otto Penzler. Per esempio donne affascinanti che giocano con la morte. Lo possiamo verificare sin dall’inizio “Perché non ammazziamo qualcuno?” è la proposta di una bionda “alta e flessuosa” ad un certo Will che di morti ne ha già fatti diversi durante la guerra del Golfo. “Che ne dici di quella ragazza che è seduta in fondo al bancone?”, così, come vittima scelta a caso. Inizio niente male, tra l’altro di Ed McBain. Cosa farà il nostro Will?…
Personaggi nuovi e personaggi conosciuti. C’è Bosch, per esempio, di Michael Connelly, fissato con un certo Seguin e i suoi occhi verdi di assassino. Qualcosa lo tormenta, ancora un dubbio rimasto senza risposta. Deve andare a trovarlo nelle carceri di San Quentin, mentre continua l’indagine su una ragazza uccisa. La voglia spasmodica di sapere… Racconto di guerra nel Laos, il cecchino, una donna che uccide tutti tranne uno, ovvero il personaggio che narra la storia. Perché? Ritmo, movimento, azione, rovello… In forma di lettera delirante la richiesta, da parte di un’amante respinta, del cuore dell’uomo che ha amato quando morirà. E sarà presto “Caro dottor K…”, la loro storia, l’amore, le promesse, la delusione, il travaglio, il diritto di prendersi il cuore…
Ma non facciamola lunga. Sentimenti: odio e vendetta per il tradimento, per il sogno d’amore spezzato della donna. Amore e morte. Racconti vissuti soprattutto dall’interno, un inizio “normale”, pacato, che via via si gonfia fino ad esplodere. Spesso un incontro casuale che potrebbe benissimo svolgersi nella più normale quotidianità a creare imprevedibile catastrofe. Racconti negli abissi dell’animo, dicevo, ma anche intrisi d’azione a mettere in risalto aspetti brutali della vita: soldi, sesso a go-go, sesso estremo, tradimento, follia, scontri, sparatorie, rapine, la decisione improvvisa, a sorpresa, di qualche personaggio, capace di capovolgere completamente le aspettative e la situazione. Ogni tanto uno spiraglio di luce, un momento di riflessione, il passato che ritorna, il ricordo di un volto, di un amore vero a ricondurci verso la perduta “umanità”. Tristezza e dolore.
Personaggi intriganti e inquietanti, a volte al limite dell’assurdo, tutti presi dal loro folle progetto, dalla loro perfida macchinazione. C’è di tutto e di più in questi racconti, ognuno svolto con il proprio stile. Più lunghi, più brevi. Più densi, più secchi o più articolati. Più leggeri e scanzonati o più foschi. In ogni caso terribili. Non tutti alla stessa altezza secondo la forza dei proponenti e gusto del lettore. Ma capaci, comunque, di attrarre, di interessare, di far riflettere, almeno per un momento, su quello che siamo, o che potremmo essere. Sia Donne che Uomini. Pericolosi.

L’ospite di Giorgio Faletti, Einaudi 2018.
L’ospite
Uno scoop giornalistico. È quello che propone Riccardo Falchi al direttore di “Scout”. Previo centomila bigliettoni. Lui sa dove si trova Walter Celi, una star della televisione sparito improvvisamente da quattro anni. Dopo il fattaccio. Dopo che la soubrette italiana Vicky Merlino, durante una serata di uno show, “…era arrivata fino a lui, lo aveva salutato, abbracciato e baciato e poi, con un gesto talmente naturale da parere studiato, era scivolata a terra ed era morta. Morta stecchita.” Nessuno era riuscito a sapere dove fosse. Eccetto lui. Così, per caso, attraverso certe diapositive della nipote Sara appena tornata da una vacanza… Occhio ad un piccoletto con il vestito scuro, la camicia gialla, una cravatta a farfalla rossa e un lecca lecca in bocca che ogni tanto appare…
Per conto terzi
Asti. Un uomo che scende dal treno. Ha preso la sua decisione con una pistola nella tasca destra del soprabito. Poi ecco il Bradipo con due voci. La Voce Buona con la quale saluta, ovvero solo “una specie di maschera sonora.” E la Voce Cattiva che sente dentro. Un guardone tremendo con “gli occhi sporgenti e acquosi”, fissato con il sesso. Ancora un personaggio cercatore di funghi, il trifulan, come viene chiamato da quelle parti, immerso nei pensieri insieme al suo cane, da tartufi, naturalmente. E la scoperta di un uomo impiccato. Lavoro per il commissario Marco Capuzzo che indaga. Suicidio o omicidio?…
Dunque un personaggio dietro l’altro, un “avanti” e un “ritorno” continui, una specie di gioco di scatole cinesi, con l’“ospite” inquietante che si cela nell’ombra, concentrato nel suo obiettivo, a creare sconcerto nel lettore. Personaggi con le loro storie devastanti che rimuginano dentro di loro. Ironia, mistero, l’apparenza che inganna, il Destino che accomuna, il colpo a sorpresa dentro un intreccio ben congegnato.
Giorgio Faletti (1950/2014) è stato comico, attore, cantante, compositore, paroliere. E scrittore. Con Io uccido del 2002 ha venduto cinque milioni di copie solo in Italia e ha confermato il successo con altri libri. Allo stesso tempo esaltato (qualcuno in internet ha scritto che si muove sulla scia di Poe, Lovecraft e King) e stroncato come fosse uno scribacchino. A me pare sia stato scrittore di buon livello e i due racconti sono qui a dimostrarlo.

Il pozzo della morte di Ruth Rendell, Mondadori 2018.
Vita tranquilla per l’ex ispettore Reginald Wexford in pensione. Si dedica alle letture, gli piace la musica (soprattutto Bach e Händel), visita volentieri le gallerie d’arte, di solito con la moglie Dora. Vita tranquilla. Troppo tranquilla. A salvarlo dalla noiosa routine l’incontro casuale con Thomas Ede (Tom), vecchia conoscenza di poliziotto, ora sovrintendente investigativo. Urge una sua consulenza per un caso di omicidio. Nel pozzo di carbone di una storica villa in stile georgiano a St John’s Wood, ovvero l’Orcadia Cottage, sono stati rinvenuti i cadaveri decomposti di due uomini e due donne non identificabili. Nelle tasche dell’uomo più giovane fili di perle, un diamante e una collana di zaffiri. Sfida accettata con la stessa ansia e la stessa eccitazione di quando aveva cominciato il suo lavoro.
Sfida accettata ma indagine difficile, lunga, a ritroso nel tempo secondo il periodo di morte dei ritrovati, tre deceduti da circa dodici anni, il quarto solo da due. Difficile anche stabilire la loro identità, e dunque incontri e colloqui con i vicini e altri personaggi che attraverso le loro storie suscitano ricordi in Wexford (spunti sulla sua vita, sulle sue letture tra le quali, naturalmente, i gialli con i loro famosi detective, a volte cita pure le stesse parole tratte dai libri, vedi la Bisbetica domata).
Arriva qualche progresso, un indizio che tira l’altro a partire da un quadro con la dicitura “Marc e Harriet in Orcadia Place, di Simon Alpheton 1973”, una macchina americana vista nelle vicinanze, un giro tra i rivenditori di auto e le imprese edili, piano piano la trama che si ricompone, mentre la vita scorre con le gioie e i problemi familiari del nostro (una sua figlia viene accoltellata dal fidanzato).
La Rendell è protesa a delineare il quadro di una società che sta decisamente cambiando. A partire dalla stessa Londra piena di sorprese come le tante zone agresti, la strada a volte squallida e pacchiana oppure seria e dignitosa, un’area colonizzata da mediorientali e asiatici, donne velate o, addirittura, con il niqab che lascia scoperti solo gli occhi. I continui lavori in corso nella capitale sembrano non finire mai, la gente non conosce più i propri vicini, aumenta la violenza domestica e quella sui gay, di norma lo sfruttamento delle donne di servizio dell’est che spesso finiscono nei bordelli.
È anche nel passeggiare lungo questo ambiente di vita che arrivano i dubbi, gli assilli, i continui rimuginamenti di Wexford, insieme a quelli di Tom. Riflessione, ma anche azione con inevitabile pericolo. Ed ecco il fatto accidentale, il “caso” vero e proprio ad accendere nuova luce fino a quando… la classica spiegazione finale. Fra tanta tristezza qualcosa che va nel verso giusto. La vita continua.

L’enigma della rosa di John V. Turner, Polillo 2018.
“I MILIONARI DEVONO MORIRE” è la minaccia che riceve il riccone Ockley Masters, sposato con la bella figlia di Lord Mayers, attraverso un biglietto portato dal suo segretario. Ma non è il solo. Lo riceve anche Lord Belden, il magnate dei giornali. E tutti e due si ritroveranno nella casa di campagna di Masters per il fine settimana. Insieme ad altri ospiti, naturalmente. Così come naturale, per un giallo che si rispetti, sarà l’arrivo di un bel morto ammazzato. Proprio con le fattezze del già citato Masters persuaso che si trattasse solo di uno scherzo.
Ad indagare su questo caso molto particolare l’avvocato Amos Petrie, amico di Masters e dell’ispettore Ripple. Una ben strana coppia. Il primo, “l’ometto”, piccolo e basso, “occhi miopi sotto gli occhiali senza montatura”, mani grosse che strofina su un enorme fazzoletto colorato. Il secondo, invece “alto, pallido e magro”, piuttosto nervoso e dalle orecchie grandi. Dunque il nostro cadavere viene trovato fuori dalla casa nello “Stagno dei gigli” con un’orchidea nell’occhiello della giacca ed una rosa in mano. Che l’assassino sia una donna, oppure trattasi di un perfetto depistaggio?
Indagine difficile, momenti di impasse. Ripple a Petrie “Ho la testa che mi gira. Dato che sospetti di tutti, da dove dovremmo partire, secondo te? Quell’uomo è morto da diverse ore e non abbiamo fatto niente.”. Dunque sospetti, sospetti e sospetti (d’altra parte i personaggi che girano intorno alla vicenda sono diversi), di mezzo situazioni sentimentali, possibili tradimenti, motivi di interesse, debiti, richieste di sostegno finanziario, il classico testamento e, addirittura, una storia poliziesca dal titolo “I milionari devono morire” (guarda un po’). Allora un ritorno accurato sul luogo del delitto e qualcosa che può rivelarsi utile: una impronta di stivale, un mozzicone di sigaro, una siringa.
Peculiarità di Amos Petrie è la sua buffa analogia tra il crimine e la pesca, tra la maniera di affrontare il post-delitto dagli stessi assassini e le caratteristiche istintive di certi pesci come la carpa, il persico, la tinca, il ghiozzo, il barbo. Pesca e birra a lui assai gradite. Poi l’idea che si fa sempre più chiara nella mente del piccolo avvocato, basta un semplice processo di eliminazione dei sospettati e un trucco (la “tattica d’urto”) per smascherare l’assassino. Scrittura accurata, personaggi ben delineati, due piantine del luogo del delitto a chiarire meglio la situazione. Andamento lento. Sonnacchioso. Forse troppo. E qualcosa di già conosciuto.

Un giretto tra i miei libri
L’assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munõz Rengel, Castelvecchi 2012.
“Non mi resta che un giorno di vita” cantilena l’assassino Y che deve far fuori Eduardo Blaistein seguito da un anno e due mesi (l’hanno pagato per questo). Puntuale come Kant, e se la vittima ritarda di un minuto lungo il solito percorso arriva il cardiopalmo. Nato l’11 novembre 1966 in Argentina, venuto in Spagna verso i sei anni, persa la madre a sette anni, il padre a nove. Sfortunato da morire, dice lui, (e infatti dovrebbe morire da un momento all’altro). Strabico, negato il riposo secondo il mito di Ondina deambula per le strade inseguito dalla sonnolenza. Colpito pure dalla sindrome di Proteus, dell’accento straniero e di Möebius, da Immunodeficienza Acquisita, dallo Spasmo Professionale, allergico all’epitelio dei cani e mi sono perso senz’altro qualche altro malanno.
Il suo obiettivo è, dunque, questo Blaistein (ha pure un’amante), che segue dappertutto, anche in casa sua, per tentare di farlo fuori, ma mica è facile con tutti gli acciacchi che si porta appresso! (vorrei vedere voi). D’altra parte la sua vita è condizionata dal rapporto con i grandi malati della Storia perseguitati pure dalla malasorte, a partire dall’ossessione di Kant, già citato, per continuare lungo una litania di disgraziati maledetti (Edgar Allan Poe, i fratelli Goncourt, Byron, Swift, Proust ecc…).
Ma la domanda che ogni tanto serpeggia istintiva nel lettore è “Chi l’avrà pagato per uccidere Blaistein e ce la farà ad ucciderlo?”, perché qualche dubbio incomincia a serpeggiare sin dall’inizio.
Un libro scritto con evidente intento iperbolico ed umoristico, come gioco letterario attraverso una fine conoscenza di vite famose (almeno della loro salute) che si intercalano e si intersecano con la storia del nostro ipocondriaco assassino. Tra un sorrisetto e l’altro, tra una risatina sotto i baffi e l’allargarsi felice delle pupille, ecco però spuntare una smorfietta, un alzarsi improvviso del sopracciglio sinistro (quello più uggioso) quasi a dire basta, poni un freno, non indugiare troppo qui, non farla lunga troppo là.
Nel complesso una piacevole lettura alla fine della quale la sensazione di avere preso qualche brutta malattia e di essere diventato uno sfigato fradicio.

LCSI: morte sulla luna di Steven Harper, Mondadori 2009.
Tenetevi forte!
Si parte con un morto. Con un morto ammazzato, si capisce. Un morto ammazzato senza nome. Non identificabile. E il luogo dove è stato ucciso non è quello in cui è stato trovato (un classico). A indagare Noah Skyler, studente di criminologia e agente dell’LCSI (Luna City Special Investigation). Ventisette anni, figlio di mezzo di sette fratelli, bella presenza, esperienze di teatro (si esibirà anche qui), un po’ imbranato nel camminare (deve adeguarsi alla pressione della luna).
Abbiamo la dottoressa Karen Fang, una specie di Kay Scarpetta, poi c’è Linus Pavlik ispettore capo dell’LCSI e altri personaggi che troverete cammin facendo come la bella ragazza Ilene Hatt che, insomma, affascinerà il nostro eroe…
A fare compagnia all’individuo assassinato ne verrà un altro e poi…e poi i responsabili vanno scoperti alla svelta per motivi economici (Luna City deve attirare turisti e non ha bisogno di una cattiva pubblicità).
Non manca l’amore, l’attrazione, un pizzico di sesso (occhio all’ottovolante), il dubbio, l’assillo, l’introspezione psicologica e le novità tecnico-scientifiche che possono esserci in un mondo futuro. Il tutto bene amalgamato senza esagerazioni di sorta in un senso o nell’atro tipiche di certi mallopponi che vanno tanto di moda. Prosa che scivola via in modo naturale.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)
Lupo mangia cane di Nora Venturini, Mondadori 2018.
Sembra proprio che i morti ammazzati si divertano ad attraversare la strada di Debora Camilli, al lavoro con la macchina Siena 23, tassista per necessità e detective per vocazione. Infatti, anche in Lupo mangia cane (secondo episodio della serie di Nora Venturini che la vede protagonista) proprio una fredda sera di novembre, mentre ha appena scaricato un gruppo di uomini d’affari milanesi davanti alla stazione Termini, sente dire che a via Marsala, poco lontano da là, è appena stato ritrovato un cadavere. Come può resistere al richiamo della foresta? E, visto che è attratta da morti e feriti come un’ape sul miele (e in quei casi diventa puntuale come un orologio svizzero), riesce ad arrivare al volo e intrufolarsi sul luogo del delitto…
Debora Camilli si conferma un personaggio particolare, anticonformista, maschiaccio, scatenata e perennemente incasinata. Tanto forte quanto fragile, piena di voglia di tenerezza, euforica e subito dopo depressa, determinata, testarda, furba, intuitiva, bugiarda. Irrimediabilmente ritardataria, scombinata ma decisamente brava per quello che vorrebbe fosse il suo lavoro, ha superato gli esami di vice ispettore di polizia, ma con la improvvisa morte del padre ha dovuto mettere da parte il diploma per dedicarsi al taxi di famiglia. Lei, generosa amica confusionaria ma sempre con il cuore in mano, anche quando il voler far troppo e la mancanza di sonno le impediscono di mantenere le promesse. Giallo ben articolato che riesce a incuriosirci e con un finale non scontato.

L’ultimo testimone di Simon Scarrow e Lee Francis, Newton Compton 2018.
L’agente speciale dell’FBI Rose Blake è entrata nella tana, lo splendido chalet di caccia, di Shane Koenig, il macabro e crudele serial killer cannibale che cattura le sue vittime, le sevizia e poi le uccide, straziandole. Per farlo, la Blake ha usato gli stessi metodi che finora hanno garantito l’impunità del criminale. Lei e la sua squadra l’hanno individuato nel dark web, il lato oscuro di internet del quale il mostro si serviva per irretire le sue vittime, e gli hanno lanciato l’amo. Koenig ha abboccato all’esca, ma all’ultimo momento qualcosa della trappola accuratamente preordinata non ha funzionato…
Un romanzo, L’ultimo testimone, denso di idee e considerazioni lucide e intelligenti, con un’eroina buona e comprensiva ma costretta a confrontarsi con un mortale nemico che niente e nulla sembra poter fermare.

Il superstite di Massimiliano Governi, e/o 2018.
Il superstite è un romanzo breve, un noir dal titolo inquietante, parlante. Il narratore, che poi è il Superstite, è il protagonista di una storia terribile, ambientata – almeno pare – nel Nord Italia. Una mattina, alle otto e mezzo, il Superstite, che vive centocinquanta metri più in là, passa davanti alla casa dei genitori, vicina all’allevamento dei polli di suo padre. Stranamente le luci del giardino sono ancora accese e le imposte sbarrate nonostante sua madre abbia l’abitudine di svegliarsi molto presto e dar aria alla casa. Da sotto la porta d’ingresso esce un torrentello d’acqua. Un guasto? Perplesso, preoccupato, il Superstite entra lasciando la bambina nell’ingresso ad aspettarlo e scopre lo spaventoso massacro: padre, fratello, sorella, madre, uccisi, colpiti a morte. La sua famiglia era semplice, non certo abbiente, una famiglia di piccoli imprenditori campagnoli. Chi ha commesso un tale spietato delitto? E perché?…
Con scrittura affilata, tagliente e durissima, senza fare sconti ai sentimenti, Massimiliano Governi ci racconta di un uomo solo, devastato nell’anima da una violenza senza nome e senza ragione, incapace di continuare ad avere normali rapporti con i suoi affetti familiari, una specie di naufrago, un reietto che stenta a ritrovare il suo posto nella vita, in preda a incubi che non smettono mai di ossessionarlo, alla forse vana ricerca di una sconosciuta verità. Una favola nera ma di una disarmante realtà, una storia che, nella sua gelida ferocia, è precisa nei dettagli quanto volutamente indefinita nelle ambientazioni. Ci sono l’Italia, la Serbia, gli Stati Uniti, ma tutto potrebbe essere accaduto altrove…. ovunque? “Tutto può sembrare vero o falso allo stesso tempo”.

Kiss me first  di Lottie Moggach, romanzo già pubblicato in Italia, torna in libreria con il nome Prendi la mia vita (Nord, 2018) in occasione del prossima proiezione della serie inglese Kiss me first, distribuita da Netflix.
Una partenza da thriller, con un prologo denso di tensione che anticipa quella che sarà la scena madre della storia. Due donne stanno parlando via skype. Sono a Londra e noi possiamo vederne solo una che piange e ammette di avere paura. L’altra invece parla con voluto distacco di un piano da portare a termine. Alla fine le due si dicono addio per sempre. Dopo questa misteriosa anticipazione, la storia passa in Spagna, in una comune, e la voce narrante, la donna invisibile del prologo, si chiama Leila, è arrivata là da Londra per cercare l’altra donna della conversazione che si chima Tess ed è sparita. Leila non sa se Tess sia in Spagna, se sia ancora viva o se, come voleva fare, si sia suicidata. Mentre la cerca tra la gente ospite della comune, scrive sul suo computer portatile rivelando man mano tutta la loro storia…
Prendi la mia vita, della giornalista inglese Lottie Moggach, ha fatto parlare molto di sé nel Regno Unito, immagino per l’attenzione che dedica a due temi oggi molto discussi: l’eutanasia e la crescente tendenza di troppe persone a vivere ogni aspetto della propria vita attraverso Internet. Il romanzo poi inventa un traumatico e possibile nesso tra questi due temi: se le nostre vite sono diventate così cibernetiche da risultare interscambiabili, la nostra identità potrebbe essere rubata da chiunque, e una persona morta potrebbe continuare a vivere all’infinito o quasi nel cyberspazio? E ancora una volta un romanzo mi costringe a porre la solita pericolosa domanda: è possibile arrivare a questo totale coinvolgimento mentale con l’web? Insomma vivere praticamente solo e per Internet?

Torna in libreria Marcello Simoni con Il patto dell’abate nero, Newton Compton 2018, seconda puntata della nuova e dirompente Secretum Saga, ambientata nel Quattrocento, con Tigrinus in veste di protagonista (eroe di professione e ladro per scelta), azzeccato mix di avventura e feuilleton salgariano/dumasiano di colto respiro storico ambientale. E ci propone un lungo ma intrigante e spericolato viaggio che porterà il nostro eroe dalla chioma zebrata dalla Firenze di Cosimo de’ Medici ad Alghero, e da là lo costringerà a spingersi a costo della vita fino a uno sperduto monastero nelle riarse alture dell’interno della Catalogna…
L’indovinata ricetta delle sue storie sta nel sapiente mix di alcuni tra i più coinvolgenti generi narrativi: il romanzo di cappa e spada (e dunque avventure, tradimenti e intrighi), il cuore dei romanzi gotici inglesi (con sotterranei, agguati, misteri) e il coup de thèatre del classico poliziesco con l’affannosa attesa del finale e la soluzione. Stavolta con Il patto dell’abate nero ci ha fatto correre tra Firenze, la Sardegna, la Francia, e la Catalogna sulle tracce di un favoloso tesoro per cui già molti hanno perso la vita. Tiriamo il fiato! Alla prossima!

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2005.
Questa volta andremo in missione con Geronimo alla ricerca del cuore della felicità! È stato svegliato dal canto del drago dell’arcobaleno, perché trovi questo cuore che manca nel paese di cristallo in cui vivono. Insieme a lui, al drago e ad altri amici (lo scarafaggio Oscar, un unicorno alato, una principessa muta, un camaleonte), visiteremo un sacco di paesi diversi: quello dei giocattoli, dei dolci, dell’oro, delle fiabe, degli orchi. Sarà un viaggio bello ma anche pericoloso. Il drago viene ferito da una freccia avvelenata scagliata dagli orchi, ma l’antidoto si trova nella foresta delle streghe. Riuscirà Geronimo a trovarlo? E riuscirà a vincere le streghe? Ma, soprattutto, riuscirà a trovare il cuore della felicità?…
Venite con noi e lo scoprirete!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti (e buone vacanze da tutti noi!)

La Debicke e… Il giallo di Montelepre

Gavino Zucca
Il giallo di Montelepre
Newton Compton, 2018

Benvenuti nella “Sardegna dei misteri” degli anni Sessanta, con un altro caso scottante per il tenente Giorgio Roversi, bolognese DOC trasferito, o meglio sbattuto, in Sardegna per motivi disciplinari.
1961. Siamo a Sassari, dieci giorni prima di Natale. Sono passate poche settimane dall’arrivo in Sardegna del tenente Giorgio Roversi, bolognese laureato in fisica, fanatico della scorza di cioccolato e di Tex Willer. Poche settimane colme di avvenimenti nelle quali Roversi, che si è messo subito di buzzo buono per imparare la lingua del posto, è persino riuscito a risolvere un misterioso omicidio con l’aiuto della Squadra Speciale, formata dai suoi impagabili nuovi amici di Villa Flora: il padrone, Luigi Gualandi, ex ufficiale veterinario dell’Arma (anche lui cultore di Tex) e Caterina, la bella governante della tenuta.
Natale si avvicina, ma a Villa Flora è tutto un fiorir di rogne. Due preziosi lenzuoli sono spariti, il capanno degli attrezzi è nel caos: qualcuno ha buttato per aria i sacri bulbi di donna Brunilde (moglie tedesca di Gualandi) e rubato il sacco di patate da friggere pronte per la semina. Rimedia, la nipote del gestore tuttofare Michele, è sicura che si tratti del fantasma che protegge il tesoro che, secondo un’antica leggenda, fu nascosto nella villa dai Gesuiti. Luigi Gualandi invece è sicuro che qualche ladruncolo si diverta e faccia man bassa a sue spese. Interpella così l’amico Giorgio Roversi affinché lo aiuti a sbrogliare la situazione. Il tenente arriva in suo soccorso, ma al suo rientro in caserma deve andare a constatare un omicidio: Millomì, sbandato e confuso reduce del fronte russo diventato un barbone ma ben tollerato in città, è stato ritrovato morto in una piazza del centro storico. Qualcuno gli ha fracassato la testa con una pietra. Subito si pensa che a ucciderlo sia stato un altro barbone, Barrasò, con cui era venuto alle mani pochi giorni prima. Il caso pare semplice: una testimone ha addirittura visto il presunto omicida che sottraeva qualcosa dalle tasche della vittima, ma Barrasò ha fatto perdere le sue tracce. Si scatena dunque la caccia all’uomo, anche se alcuni indizi suggeriscono a Roversi che la verità sia da ricercare altrove. E, nonostante le pressioni del capitano Armani, suo superiore, che spinge per chiudere in fretta il caso, allarga le indagini. La piazza e il bar, tipici posti di ritrovo dei sassaresi, rappresenteranno succose fonti di informazioni. Ma Roversi deve anche confrontarsi con i fantasmi del suo recente passato bolognese, evocati dall’arrivo dell’amica Flavia Lanzarini che è venuta a chiedere il suo aiuto. Pur passando in secondo piano, però, i misteri di villa Flora non verranno trascurati, anche perché continuano a infittirsi e ad arricchirsi di nuovi strani particolari! Ai furti dell’ipotetico fantasma si aggiunge una misteriosa invasione di gatti gialli che coinvolgerà anche altre case della zona e, altro mistero, la comparsa al bar di un inquietante e pericoloso figuro: il pindacciu (lo jettatore). Possibile che l’arrivo in città di questo personaggio foriero di sventura sia legato agli ultimi avvenimenti? Jella delle jelle, viene rinvenuto anche un secondo cadavere. Roversi ha davvero poco tempo per agire, ma per scoprire la verità dovrà tornare indietro nel tempo seguendo gli indizi disseminati ovunque con l’aiuto di Luigi Gualandi e della sua Squadra speciale, formata dalla famiglia di Villa Flora allargata, prima che l’assassino riesca a farla franca. Le ultime pagine lasciano aperti molti interrogativi anche squisitamente logistici: appuntamento alla prossima puntata! In Sardegna? Oppure?

Nella Sardegna degli anni Sessanta, fra antiche tradizioni, leggende locali, credenze popolari, sapori particolari che fanno venire l’acquolina in bocca e paesaggi unici, si snoda una trama popolata da una brillante carrellata di personaggi, che mischia i toni tipici impegnati del genere poliziesco al sorriso. Ma Il giallo di Montelepre ci fa anche ripercorrere gli anni bui del Fascismo e riflettere sui brutti giorni legati alla sua fine. Dopo il 25 Aprile 1945, ovunque in Italia e anche in Sardegna la barbarie prese il sopravvento. Bisognava dare una lezione, pareggiare i conti con i gerarchi e le camicie nere che, per più di vent’anni, avevano tenuto l’isola sotto il tallone dei loro stivali…

Gavino Zucca è laureato in Fisica e Filosofia ed è specializzato in Progettazione di Sistemi Informatici. È nato a Sassari nel 1959 e vive a Bologna.