La Debicke e… Il bacio della mantide

Roberto Mistretta
Il bacio della mantide
Fratelli Frilli, 2019

Frutto di una corposa e sostanziale rivisitazione del precedente Il diadema di pietra, completamente riscritto e in parte aggiornato per concedere maggiore e meritato spazio alla figura del Maresciallo Bonanno, Il bacio della mantide merita un occhio di riguardo anche perché, afferma Roberto Mistretta, è il prequel di La profezia degli incappucciati, romanzo che quest’anno ha vinto il Premio Tedeschi del Giallo Mondadori.
La mantide in questione è la perfida e intrigante Agatina Barresi, detta la Catanisa, sposata con il professor Cristenzio Marchiafava, rampollo di una ricca famiglia nobiliare di Villabosco, proprietario di uno sfarzoso palazzo barocco nel centro storico. Agatina è una bella e prestante rossa trentanovenne dai capelli corti che, dopo essersi illusa per tre anni di poter dare l’ambìto erede al marito, ha dovuto accettare la realtà: non avrebbe mai potuto avere figli. Tuttavia la convivenza tra marito e moglie era andata avanti, senza grandi voli pindarici, anzi con esoticheggianti e rischiosetti peccati dell’est da parte di lei e frequenti assenze di lui per soggiorni “di lavoro” nella magione di campagna. Ma sempre ufficialmente insieme, per riguardo alle apparenze. Fino a quando Agatina la Catanisa, durante una fredda serata imbiancata da un invernale velo di neve, spara due colpi di pistola contro il marito. Pare quasi un dispetto al maresciallo Saverio Bonanno, impegnato in un romantico (e luculliano) invito a cena nella vicina abitazione della seducente Rosalia Santacroce, la nuova assistente sociale. Naturalmente quelle inconfondibili esplosioni guastano irrimediabilmente il perfetto e tenero clima di comprensione creatosi tra i due piccioncini in amore e costringono Bonanno a chiedere a Rosalia di telefonare al 112, mentre lui si precipita in maniche di camicia, nonostante il gelo, nel palazzo poco distante, dove trova il professore sanguinante colpito alla spalla da un colpo di pistola. La storia che gli viene propinata è che la signora, nel pulire la pistola…
Ma Bonanno, che per principio detesta la gente altezzosa e prepotente, a maggior ragione se questa gente crede di avere i santi in paradiso, ascolta invece il suo intuito. E quello gli dice che la faccenda del ferimento fatto passare per incidente puzza. Insomma non quadra proprio, tanto che lui va avanti dritto come un fuso seguendo il suo naso, insofferente delle pastoie gerarchiche e burocratiche, spalleggiato per fortuna dal nordico, efficiente e modernissimo brigadiere Stoppani e coperto dalla ruvida ma vigile bonomia del procuratore Provenzano. Contro tutto e tutti. Anche se, per vergogna e coscienza sporca, il professor Marchiafava dal letto d’ospedale sostiene la favola della consorte. E dall’alto si mettono bastoni tra le ruote investigative di Bonanno. Ciò nondimeno gli ostacoli, la presunzione dei superiori e il piano perverso della mente crudele di una mantide non l’avranno vinta su Bonanno, esaltato dalla complice e rassicurante tenerezza di Rosalia.
Ma quando i suoi peggiori presentimenti si avverano, sotto forma di un delitto infame, Bonanno non si tira indietro: c’è il buon nome dell’Arma da tutelare e la pistola d’un carabiniere da ritrovare. Lo spirito di corpo, facendo scordare i dissapori, stringe i ranghi dell’arma. Una pistola ha sparato uccidendo chi ha incontrato sulla sua strada: siciliani ma anche albanesi. Ma quale mano o mani hanno premuto il grilletto? A Bonanno spetta sbrogliare la matassa, con l’atroce barbarie della guerra civile balcanica che fa da cornice a un angosciante mosaico che predica la violenza sui più deboli anche sotto il cielo siciliano. Un mosaico che si insinua di prepotenza nella vicenda e ci costringe a seguire la tragedia di un ragazzino kosovaro, Mishna, costretto in fretta e furia a diventare adulto per colpa di belve senza scrupoli che stuprano, saccheggiano, uccidono senza mai volgere lo sguardo al cielo. Mishna sa di dover recuperare un paio di stivali e di dover completare la sua missione, ma non potrà mai recuperare la sua innocenza o dimenticare. Toccante e struggente l’immagine finale di Mishna vittima, reso adulto dalla vendetta, mentre nella memoria collettiva di un popolo domina ancora la grandezza rinascimentale di Scandberg. I veri cattivi saranno puniti, l’ombra del male sembra allontanarsi. Il cerchio si chiude.
Una straordinaria storia giallo noir, barbaramente intrisa di violenza ma anche di umana poesia.
Roberto Mistretta: nato morto in una domenica di settembre e riportato in vita dalle cure energiche di un medico di altri tempi, Roberto Mistretta avrebbe subìto “danni irreparabili al cervello” che lo portano a scrivere noir durissimi alternati a romanzi per ragazzi e saggi/interviste a siciliani perbene. Vive e lavora in Sicilia, a Mussomeli (CL), la Villabosco letteraria dei suoi romanzi. Con il protagonista Saverio Bonanno ha già pubblicato: Il maresciallo Bonanno, Il canto dell’upupa e Il bacio della mantide (Fratelli Frilli Editori). È anche autore dei volumi Giudici di frontiera. Interviste in terra di mafia (con introduzione di Giancarlo De Cataldo), Il miracolo di don Puglisi, Rosario Livatino. L’uomo, il giudice, il credente. È autore del radiodramma Onkel Binnu (Zio Binnu) sulla cattura del capomafia Bernardo “Binnu” Provenzano, mandato in onda con successo dalla WDR di Colonia, con attori professionisti tedeschi.

La Debicke e… Delitto in alto mare

Alessandra Carnevali
Delitto in alto mare
Newton Compton, 2019

Ricordate Assassinio sull’Orient Express e Assassinio sul Nilo, con l’indimenticabile Hercule Poirot? Alessandra Carnevali, giallista di scuola classica, sembra voler tornare alle atmosfere anglosassoni care ad Agatha Christie ma trasferite in una specie di inferno galleggiante, un’oasi di orge e trasgressioni culinarie e prosecchiane di una crociera di quasilusso alla scoperta del Sol Levante (traduco: Giappone) a bordo del mostro Seastar che porta circa quattromila passeggeri più l’equipaggio.
Dalla prima trilogia del commissario Adalgisa Calligaris, che avevamo lasciata fresca di matrimonio, è passata abbastanza acqua sotto i ponti e oggi la nostra torna in libreria con un’indagine particolare. Non c’è più il borgo umbro di Rivorosso, ma una esotica (e splendida) location dall’altra parte del mappamondo. In “Delitto in alto mare”, infatti, Adalgisa Calligaris è in vacanza per festeggiare le “nozze di stagno” (dieci anni) in Giappone a bordo della gigantesca nave da crociera. Oddio, per dirla tutta il nostro Poirot in gonnella era piuttosto reticente a festeggiare in grande. Lei è una dura, un po’ brusca, che preferisce sempre la semplicità ai lussi. Ma l’entusiasmo di sua madre e l’insistenza di suo marito, il goffo ma amabilissimo magistrato Gualtiero Fontanella dagli “inutili occhi azzurri”, l’hanno convinta ad affrontare tutte le incombenze e noie legate a un volo aereo transoceanico. Durante il volo da Roma a Tokyo, Adalgisa conosce Bianca, una karateka quattordicenne che fa parte di una squadra di otto giovani atleti partiti in viaggio premio che, per coincidenza, comprende anche la crociera sulla Seastar. Quel soggiorno + crociera, pacchetto decisamente costoso, avrebbe dovuto essere un periodo solo di relax, ma non appena Adalgisa comincia a farsi catturare dall’atmosfera vacanziera, suo malgrado sarà costretta a rimettersi i panni del commissario e risfoderare il fiuto investigativo, accompagnato dal suo proverbiale caratteraccio, per via della sparizione di una giovane passeggera diciassettenne. Scomparsa notata dopo una lunga sosta della nave per fare un’escursione a Maizuru, nell’isola di Hoingo. Ottavia Ferrari, karateka come Bianca, era la sua compagna di cabina. L’ultima volta è stata vista nel corridoio a tarda notte. Poi più nulla. E poiché la sua cruise card non è stata registrata in uscita, è possibile che sia ancora a bordo. Sulla nave Adalgisa si troverà a lavorare senza i fidati collaboratori di Rivorosso, muovendosi a tentoni in un ambiente esotico e a lei completamente estraneo, con il solo maldestro appoggio della vecchia stravagante amica Paris Picchio, assunta dagli armatori come promoter ufficiale delle crociere e che per sua fortuna ha accesso dappertutto, e il supporto morale del suo bravo compagno di vita, il magistrato Gualtiero Fontanella.
Insomma, da Rivorosso siamo proiettati in una antica e suggestiva meta ricca di fascino, storia millenaria e diversità. Ci godiamo lo scenario di un bel Giappone turistico da cartolina!
Alessandra Carnevali si è lanciata arditamente in descrizioni tentatrici che stuzzicano, mettendo addosso la voglia di partire e ha messo insieme un indovinato ventaglio orientaleggiante di personaggi ben caratterizzati, sia umanamente che psicologicamente, facili da inquadrare e ricordare.
Ma torniamo al romanzo. Un giallo non può mai definirsi tale senza un mistero. E soprattutto se, come in questo caso, ci viene servito su un piatto d’argento un classico giallo deduttivo, basato sugli interrogatori, le incongruenze e gli indizi che mettono in moto il cervello. Dopo il giusto numero di capitoli (tantini, ho notato) per far sprofondare il lettore nella narrazione e far salire in scena la vittima e gli attori del dramma cartaceo, la nostra protagonista viene piazzata davanti a un astruso rompicapo, una sfida che, volente o nolente, la intriga e la coinvolge, perché Adalgisa Calligaris non può fare a meno di investigare. Fa parte della sua natura. Ma se la giovane vittima chiede giustizia, intorno alla sua morte regna l’opacità delle bugie e della nebbia. Ripicche, segreti, misteri, bugie, ma lei, il commissario, saprà avvalersi del suo intuito e di occasionali ma validi assistenti che l’aiuteranno a distinguere il bene dal male. Amori incrociati, tradimento, gelosia, quando il movente è guidato dai cattivi istinti legati al possesso carnale tutto è possibile, e quindi, mentre la crociera continua a dividersi tra navigazione ed escursioni a terra, molte domande troveranno svariate risposte, costringendo la nostra brava commissario a shakerare le ipotesi, fino all’illuminazione con accusa finale al colpevole, corredata dalla riunione di tutti i sospetti convocati artamente in un salotto della nave, (vedi metodologia di Agatha Christie con Hercule Poirot).
Alessandra Carnevali è nata a Orvieto ed è laureata in Lingue. Ha partecipato, in veste di autrice, al Festival di Sanremo 2002 con il brano All’infinito eseguito da Andrea Febo. Nel 2007 è stata la prima blogger accreditata al Festival di Sanremo. Ha curato il blog Festival, sulla musica italiana e Sanremo, per il network Blogosfere. Si occupa di promozione web per eventi e artisti emergenti. La Newton Compton ha pubblicato Uno strano caso per il commissario Calligaris, libro vincitore del Premio il mio esordio nel 2016, Il giallo di Villa Ravelli e Il giallo di Palazzo Corsetti.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Agosto 2019

Arieccoli!…
Ogni estate è così. Un attacco quasi improvviso che si riversa nelle strade della città. Bande di giannizzeri, lanzichenecchi, samurai, opliti, barbari, ostrogoti, visigoti, unni, vichinghi. Di ogni tipo, di ogni razza umana. Con le loro armi micidiali: le bocche. Bar, ristoranti, pizzerie, gelaterie, birrerie, tavolini all’aperto sono invasi dalle bocche fameliche di eserciti italiani e stranieri. Che tutto trangugiano, tutto bevono, tutto distruggono. Inutili i pianti disperati di pizze, lasagne, briosce e gelati. Cuori di pietra e terra bruciata intorno a loro.
Ogni estate è così. Siena viene praticamente invasa da una moltitudine enorme di uomini, donne, ragazzi e ragazze. Bianchi, gialli, rossi, neri o di qualsiasi colore. Un’ondata gigantesca che sfila come un serpente impazzito tra le viuzze medievali della città.
Ogni estate è così.

La gemma del Cardinale de’ Medici di Patrizia Debicke Van Der Noot, TEA 2019.
“Firenze era parata a lutto. La città piangeva il suo granduca. Francesco I era morto il 19 ottobre nella villa di Poggio a Caiano. Due settimane prima aveva accusato lievi disturbi gastrici. Vomito, nausea”. Siamo nel 1587. All’annuncio del decesso muore anche la moglie granduchessa Bianca “in preda a brividi, dolore e vomito”. L’erede, il cardinale Ferdinando de’ Medici, scopre casualmente qualcosa che lo mette in guardia. Nel cassetto di uno scrittoio-forziere rinviene una bottiglietta che, secondo il suo medico, contiene arsenico, un veleno letale. Allora Francesco è stato assassinato e qualcuno vuol far ricadere la colpa su di lui! E forse dietro a questo c’è il fratello Pietro “invidioso, tenebroso, invelenito”. Meno male che l’altro fratello Giovanni può dargli una mano in un momento storico allo stesso tempo grandioso e difficile. Il Granducato di Toscana è uno stato florido, ricco, guidato dalla potente famiglia dei Medici, mercanti e banchieri il cui oro fa gola a molti. Il pericolo più infido proviene dalla Spagna di Filippo II che vuole liberarsi di Ferdinando altrimenti “l’eresia e le tenebre governeranno”, ora preso anche dai preparativi della Invincible Armada per conquistare il regno d’Inghilterra, mentre la Francia è in fiamme percorsa da eserciti che predano e fanno terra bruciata. L’unica difesa potrebbe essere costituita da una coalizione con i Farnese, gli Este, Venezia, l’impero e lo stesso papa. E occorrono uomini fidati che proteggano le spalle come il luogotenente Donati e Niccolò Fieschi, comandante della guardia.
Ma qualcuno della setta, voluta da Filippo II e guidata dall’Illuminato, ovvero un frate di origine francese, riesce a inserirsi, a trovare da loro un impiego: “Il prescelto aveva eseguito gli ordini, facendosi accettare come agnello nella tana del leone”. Così come Pamela, la ragazza che si è fatta mettere incinta dal più piccolo dei fratelli Juan Batista, pagata dall’ambasciatore Olivares per avere un “orecchio attento” nella casa di Don Giovanni. Ad aumentare ancor più i sospetti dei Medici si aggiungerà la premonizione di Rodolfo II d’Asburgo durante una delle sue allucinazioni “Guardatevi dai corvi… Volano a frotte, neri, incontrollabili. Hanno un capo che li guida, li sprona e un monarca che li appoggia… Vedo invidia, sangue, la religione. Non la vera, ma il fanatismo crudele. È una setta? Sì!”
La combatterà soprattutto Don Giovanni, giovane biondo, alto, sul collo una catenella d’oro dalla quale pende una “sferetta porta aromi a forma di tritone in oro e smalto, con rubini, perle e un grosso granato”. Aiutato, in seguito, anche dal generale Ottavio Colonna e dal suo piccolo eunuco Alizeth (e qui preparatevi ad una sorpresa). Difesa personale e alleanze, dunque continuamente in giro tra gli stati amici a cercare appoggio, aiuto, ora con promesse, ora con favori e ricchi regali.
Romanzo ampio e complesso. Personaggi storici realmente vissuti e inventati ben costruiti e fatti vivere con pochi tratti efficaci. Ognuno con i suoi tic, le sue manie, le malattie che li tormentano (vedi, per esempio la gotta di Filippo II o la depressione di Rodolfo II). Complotti, intrighi, l’assassinio, il potere, lo sfarzo, gli abbigliamenti, i banchetti, le cerimonie, l’amore, il sesso, angherie e umiliazioni (come la storia della bella Clelia Farnese, la “gemma” di Ferdinando de’ Medici) ma anche l’amicizia, la devozione, il sacrificio, la commozione che può nascere all’improvviso da una scena inaspettata, da qualcosa che colpisce nel profondo, una piccola luce nel buio di tanta grettezza e crudeltà. In giro tra i palazzi più potenti ma anche in bettole malfamate e avventure all’aperto dove si rischia la vita, come durante una lotta sanguinosa contro i lupi.
Capitoletti brevi alternati a quelli più lunghi in cui vengono espresse le intenzioni dei vari attori sulla scena. Lettura veloce, piacevole, che si avvale di una profonda conoscenza degli aspetti storici e sociali dell’epoca, ovvero ricerca storica e invenzione felicemente a braccetto lungo il racconto, dove grandeggia l’uomo con tutto il male e il bene che si porta appresso. Scontro finale che potrebbe preparare un altro seguito…
Di Patrizia Debicke vorrei ricordare L’oro dei Medici, Corbaccio 2009, L’uomo dagli occhi glauchi, Corbaccio 2010 e La sentinella del papa, Todaro 2013.

Le scelte imperfette di Manuela Costantini, Giallo Mondadori 2019.
“E lo vede. È proprio di fronte a lei. Un ragazzo legato per il busto con una corda che gli gira intorno al petto a uno di quei tavoli bianchi, scostato dal mucchio. Sandra lo guarda. Occhi negli occhi. Solo che quelli del ragazzo non ci sono più”. Siamo nel vecchio edificio dell’ex liceo da dove qualcuno è uscito poco prima correndo. Sandra cammina male dopo un incidente automobilistico ma deve arrivare al commissariato per dare l’allarme. Si ferma davanti allo studio dell’avvocato Filippo Dolci dal quale avrà l’aiuto desiderato.
Incomincia la storia con i suoi personaggi e gli eventi connessi. Filippo Dolci, dunque. Qualche spunto veloce. Avvocato, già detto, sposato con Lavinia, ha una figlia piccola Emma che ama teneramente. Basso, lo dice lui stesso, cappello Borsalino che non riesce ad indossare, ricordi della nonna sempre al centro dei suoi pensieri, la sua storia della pioggia, alla ricerca delle lettere di un certo nonno partigiano quando lui era bambino, apprensione per il suo grande amico Nunzio all’ospedale, la passione per il cibo e, dunque, da Osvaldo per la pizza più buona del mondo.
Gli altri: Pietro Ciccone, commissario di polizia; Saverio Tudini e Caterina Bernabè ispettori; il vicequestore Leone Nuvoli (preso da un bel libro di Dino Buzzati); Adele Scalzi medico legale; Nunzio Maiorani e Canella Ernani amici. Ognuno con la propria caratteristica peculiare di vita e di aspetto ben concretizzati.
Gli eventi principali: per ora tre omicidi in luoghi diversi; a un disgraziato sono cavati gli occhi, all’altro tagliate le mani, a un terzo le orecchie e non sarà finita… Perché prendere queste parti del corpo? Quale problema angoscioso e terribile si agita nell’animo dell’assassino? L’ospedale, tutto sembra girare attorno all’ospedale, anche perché gli uccisi vengono anestetizzati con il Diprivan… E Sandra, a un certo punto, ricorda qualcosa che le era sfuggito, qualcosa di bianco nella visione dell’uomo che correva via.
In prima persona il racconto di Filippo, in terza quello degli altri che si incrociano, si allacciano e convergono. Abbiamo il classico indiziato che scappa e viene messo in luce uno dei problemi attuali che agitano l’opinione pubblica, ovvero la legittima difesa (caso di Michele Corsini).
Un libro con domande infinite sull’uomo. Sulla sua malvagità (forse uccide perché non è felice secondo una suora), sulle sue scelte sbagliate o segnate dal Destino, sulla ricerca di un senso da dare alla vita. Le morti brutali restano quasi in secondo piano in un racconto dall’aspetto ugualmente concreto, brutale ma direi anche filosofico. Entrano nella scena vicende del presente e del passato individuale e collettivo come la guerra e la Resistenza. Importanti le scelte, ripeto, che bisogna fare “anche quando tutto sembra perduto”. Anche quando la vita ci appare “una grandissima, immensa, gigantesca fregatura”. Un personaggio questo Filippo Dolci che riesce, con la sua mitezza e bontà, a sfumare gli aspetti più neri dell’uomo. A fine lettura alziamo la testa e stringiamo le labbra. Qualcosa rimane.
Per La storia del Giallo Mondadori ecco Le copertine, quinta interessante puntata del nostro Mauro Boncompagni.

La notte non esiste di Angelo Petrella, Marsilio Farfalle 2019
Già conosciuto l’autore e il personaggio principale Denis Carbone in Fragile è la notte. Ecco cosa scrissi “Napoli, quartiere di Posillipo sotto un caldo boia. Fuma Rothmans e beve, a litri, cognac Macallan. Poi Maalox e Gastroloc a consolare lo stomaco. Fisico snello, capelli brizzolati, occhi azzurri, vita sballata tra scommesse, allibratori, ubriacature, scopate nelle ville dei ricchi da costargli la carriera e l’unica donna, Laura, che abbia mai amato. Via con la Clio, Bukowski, Moby Dick, Henry Miller e romanzi polizieschi nella piccola biblioteca. Carattere di merda. È lui, l’ispettore di polizia Denis Carbone”.
Questa volta niente caldo boia ma, alla vigilia di Natale, “un inverno inquieto” che è dire poco. Anche la Natura ci metterà di suo in una storia che incomincia con il ritrovamento del corpo di una bambina, sporco, tumefatto e seviziato. Ecco, allora, riemergere il terribile passato di Carbone: la perdita della sorella Alice, forse annegata in mare, forse rapita da qualcuno per sua colpa. Un assillo, un tormento che lo ha gettato in un baratro di vizio e disperazione. Nella sua vita, tra le altre, due donne: Teresa ex amante che gli annuncia di essere incinta, e Laura, un tempo anch’essa fidanzata, ora sposata con un altro dal quale vuole divorziare. Suo capo Lettieri, che gli fa girare le palle e il vice questore Tagliamonte deciso a incastrarlo per una vecchia vicenda non completamente chiarita in cui era stato coinvolto.
Qualche indizio come la caramella trovata nelle tasche dei pantaloni della morta, la nigeriana Salimah, a fare da esca per la vittima e il solito video che inquadra un sospetto con un particolare tatuaggio (il simbolo del Sole a cinque raggi) a dare impulso all’indagine in un ambiente davvero difficile: “Era un pezzo d’Africa trapiantato nel cuore dell’Europa, ma era l’Africa peggiore: quella della miseria, dei riti vudù e della gente prigioniera di un mare incurabile”. Tutto sembra ruotare attorno alla setta misteriosa del Culto del Sole Nero frequentata da uomini potenti. E arriva l’uccisione di un altro bambino mentre viene arrestato, addirittura, il suo capo Lettieri…
Verità e menzogna, apparenza e realtà si intrecciano e mescolano fra loro generando momenti di estremo dubbio e incertezza: chi è davvero questo?, chi è davvero quello? (non c’è da fidarsi di nessuno). In una Napoli disfatta dal gelo, dal vento, dalla pioggia e dagli uomini stessi dentro un groviglio vorticoso di eventi che si susseguono a ritmo serrato con continui colpi di scena (anche troppi) per un finale che ci prospetta una nuova avventura. Al centro il solito generoso Denis Carbone tra incazzature, ricordi penosi e incubi votato alla ricerca della verità dentro un’atmosfera esoterica che sembra vada di moda. Violenza contro violenza attenuata, in parte, dallo spicchio di luce d’amore di Laura e Teresa.

L’uomo che amava le nuvole di Paul Halter, Mondadori 2019.
Anno 1936. Pickering nel Somerset in Inghilterra. Un giornalista bizzarro, Mark Reeder, che ama le nuvole; una ragazza eterea, Stella, che svanisce nel nulla e predice il futuro; un vecchio maniero custode di storie e sciagure inquietanti. Il puzzle è già costruito per coinvolgere il criminologo Alan Twist e l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard. E per attirare l’attenzione dei lettori. Soprattutto la mia.
O vediamolo più da vicino. Il giornalista Mark Reeder, dicevo, decide di andare in vacanza. Entra nella sua auto, segue le nuvole e arriva al villaggio costiero di Pickering nel Somerset. Qui incontra Stella, una bella ragazza di 20 anni figlia di John Deverell che si è suicidato due anni prima a causa del fallimento dei suoi affari. Si era buttato da una alta scogliera così come la giovane moglie Dorothy. I due vivevano in un maniero in cima ad una collina dove il vento soffia sempre, che fu venduto quando John morì e Stella iniziò a vivere con la sua madrina maestra Miss Patience Walsh.
L’incontro e la frequentazione (ci scappa pure un bacio) lo porta a scoprire altre soprannaturali “caratteristiche” della ragazza, ovvero la sua capacità di trasformare in oro strofinando certe pietre e la premonizione delle morti proprio il giorno esatto.
Gli altri personaggi della incredibile vicenda sono Charles Trent, frequentatore della locanda locale, Joseph Wilder pescatore, Kenneth Fish e sua moglie Amanda entrambi insegnanti, Thomas James vicario e l’attuale proprietario del maniero Gerald Usher che lì vive con il maggiordomo Jasper. Tutti a conoscenza di almeno una delle “doti” di Stella.
Ottima è la loro caratterizzazione partendo dai due principali diversi nel fisico e negli atteggiamenti. Hurst robusto, dal respiro pesante, il viso arrossato e una ciocca di capelli che ondeggia nei momenti burrascosi. Si agita, sbraita, inveisce, aspira continue boccate dal suo sigaro. Twist alto e magro, con magnifici baffi rossi, volto pacifico e sorridente, occhi azzurri di “un brillio malizioso” dietro un pince-nez con cordoncino di seta nera. Una specie di calma serafica che non disdegna i pasticcini a delineare un perfetto, ironico, contrasto. E poi, come detto, il vento che soffia minaccioso e le premonizioni delle morti che puntualmente avvengono. Eventi soprannaturali? Chi c’è dietro a tutto questo? La stessa Stella o chi per lei? Plot complesso, intrigante, brividoso, apparenza e realtà che si mischiano, chi è quello?, chi si nasconde dietro l’altro? Inutili tutti i tentativi organizzati da Hurst per scoprire le sparizioni improvvise di Stella (una fata? una silfide, secondo i dubbi di Mark?) e acciuffare l’eventuale assassino dopo la predizione funerea della stessa.
Dunque lungo tutto il racconto circola il mistero, l’arcano, l’impossibile, la morte ma anche l’amore. Spiegazione finale di Twist come nel più classico dei classici. E se non convince del tutto, data la complessità proposta, pazienza. La mano dello scrittore di vaglia c’è e si vede.
Per La storia del Giallo Mondadori ecco in arrivo L’era Tedeschi di Mauro Boncompagni. Non perdetela.

I Maigret di Marco Bettalli

Il caso Saint-Fiacre del 1932
Celebre, e anche giustamente, anche se è il libro in cui Maigret si dà meno da fare e meno dimostra la sua straordinaria sensibilità e intelligenza, limitandosi a fungere da spettatore privilegiato di un dramma cupo, che si svolge nel giorno dei Morti nel paesino dove è nato e ha passato l’infanzia. Il tema del ricordo è fondamentale in ogni pagina: la tomba del padre (si chiamava Évariste, intendente al castello dei conti di Saint-Fiacre), la bimba dagli occhi storti compagna di giochi e ora triste zitella, la grande chiesa dove il commissario aveva servito da chierichetto in tante gelide mattine… Sul piano del giallo, la fama è dovuta al fatto che l’assassinio (formalmente non perseguibile; e una domanda rimane, senza che Simenon si curi di dare spiegazioni: per quale motivo avvertire la polizia giorni prima?) è compiuto facendo morire la contessa di crepacuore con l’inserimento nel messale di un messaggio per lei terribile, che annuncia il falso suicidio del figlio; poi la trama va avanti in modo inerziale, con la figura del conte Maurice che cresce sempre di più, fino a prendere tutta la scena da mattatore: un triste trionfo, ma con la soddisfazione almeno di aver ripulito il castello delle meschine figure di imbroglioni e farabutti che vi si erano stabiliti, anche e soprattutto per colpa sua.

La casa dei fiamminghi del 1932
Ambientato a Givet, alla frontiera franco-belga, bagnata dalla Mosa con le sue chiatte e i suoi battellieri, e con l’usuale contorno di freddo, pioggia e nubifragi vari (Simenon ama Maigret quando il suo cappottone è intriso di pioggia e il suo eroe sta per prendersi un malanno, combattuto con un’incredibile quantità di grog e liquori assortiti), mentre le notazioni sulle differenze tra francesi e belgi si agganciano in tutta evidenza alla condizione stessa di Simenon, La casa dei fiamminghi è un Maigret strano, che pone innanzi tutto un quesito morale: è vero che il commissario, qui e altrove, mostra di avere una sua idea di giustizia che può contrastare con le procedure ufficiali, ma è corretto “salvare” l’assassina, una lontanissima parente (che tra l’altro l’aveva tirato in ballo senza alcun incarico ufficiale) che ha ammazzato con premeditazione – a martellate! – una povera ragazza per “motivi familiari” legati alla salvaguardia di un fragile e troppo amato fratello? Comunque, il dipanarsi della storia permette a Simenon di dispiegare la sua capacità di disegnare personaggi, tra i quali il ritratto di Anna, l’assassina, è ben riuscito.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Il pianto dell’alba di Maurizio de Giovanni, Einaudi 2019.
Ci sono voluti undici episodi della fortunata serie, ambientata negli anni Trenta del Novecento, per regalare a Ricciardi la speranza di un futuro. Poi finalmente la certezza di un sentimento ricambiato, un sereno matrimonio senza sfarzo, la sua volontà di tornare a Fortino, il castello avito, per il viaggio di nozze anche per presentare a quanto resta della famiglia sua moglie, la baronessa di Malomonte e proprio là concepire con reciproco amore ed estrema tenerezza una nuova vita. Il Ricciardi che esce una mattina dal portone di casa, per andare a coprire il turno domenicale in questura, non è più il commissario ombroso e solitario che abbiamo conosciuto. Ha imparato a sorridere, a gioire dei gesti affettuosi di Enrica, a ricambiarli. E infatti è un uomo e un poliziotto diverso il protagonista di Il pianto dell’alba. Sembra un’altra persona. E forse lo è. Perché la responsabilità è qualcosa che fa cambiare, nei sentimenti ma anche nelle reazioni di fronte alla realtà politica di quel periodo, che copre tre anni di vita del commissario fino al fatidico 1934. Nel 1934 in Germania ci fu quella che è passata alla storia come La notte dei lunghi coltelli, un notte di massacri organizzata per volere del Führer con il dichiarato intento di eliminare ogni ostacolo alla propria ascesa al potere. Nella notte tra il 30 giugno e il primo luglio del 1934, infatti, furono eliminati i capi delle SA (Squadre d’Assalto) e gli avversari di Hitler all’interno del partito…
De Giovanni trasforma quel sanguinoso episodio della notte tra il 30 giugno e il 1 luglio. con la definitiva presa del potere in Germania del partito nazionalsocialista, nella causa incidentale e nel minaccioso sfondo della sua storia, riportando in scena Manfred, l’ufficiale nazista che aveva chiesto la mano di Enrica e Livia, la bella cantante vedova.
Ma ritorniamo al nostro vecchio amico e siamo contenti per lui. Enrica è la incontrastata regina del suo cuore e della casa. E infatti ogni volta che esce di casa e si allontana da lei, quasi in una muta confessione di amore, non fa che alzare lo sguardo per cercare il suo che lo segue dalla finestra. Sguardi, i loro, colmi di condivisa complicità. Perché Ricciardi, il trentaquattrenne da sempre provato da un grave fardello psicologico e che forse per la prima volta della vita sperimenta la dolce spensieratezza di un adolescente, oggi è un uomo felice. Dai giorni del Purgatorio dell’Angelo, la precedente indagine, Ricciardi ha aperto il suo cuore a Enrica e le ha affidato il suo pesante segreto (dono o condanna che sia): la sua angosciante capacità di saper cogliere gli ultimi istanti di chi sta per morire per cause innaturali. Lei lo ha ripagato offrendo appoggio, acquietandolo con comprensione e infinito amore. Contraccambiata. Tanto che Nelide, nume tutelare tuttofare del commissario, granitica nipote della vecchia tata morta, le spiega senza peli sulla lingua «Sì, vabbè, il barone, se mai ho visto uno che, parlando con rispetto, si è completamente scimunito per amore, è lui». Oltre al matrimonio, l’abbiamo preannunciato, Ricciardi sta per diventare padre. Una gioia infinita appena velata dal segreto timore che il nascituro possa ereditare il dolore insito nei suoi occhi verdi, invece della serenità e gioia di vivere che brilla in quelli di Enrica. Il sesso poi? Maschio o femmina, cosa che si scoprirà solo alla fine, è oggetto di discussioni e contrastanti interpretazioni tra Maria, madre di Enrica, e Nelide. Però, anche se il romanzo parte con un Ricciardi che esce disinvolto e appagato dal portone di casa avviandosi verso il lavoro, c’è il sottotitolo dell’indagine: «Ultima ombra per il commissario», che porta in sé la premonizione di un mutamento. Il pianto dell’alba narra infatti, come ha anticipato Maurizio de Giovanni, una storia molto articolata. Leggeremo che quella domenica mattina Ricciardi non arriverà mai in questura perché incontrerà il brigadiere Maione, che sta scortando la cameriera di Livia in lacrime e gli chiede di seguirlo. Ricordate Livia, l’amica cantante da sempre infatuata di Ricciardi, che da mesi esce con un tedesco, il maggiore Von Brauchitsch, che corteggiava Enrica? Tra loro è scoccato qualcosa, la sera prima erano a una gran festa, ma la cameriera di Livia, rientrando prima del previsto, li ha scoperti nel letto: lui morto, lei priva di sensi ma con in mano la pistola con la quale Brauchitsch è stato ucciso. L’immediato accertamento di Ricciardi e Maione, supportati dal dottor Modo, viene interrotto dall’arrivo della polizia politica fascista che li allontana e si accolla il caso. Ma se Ricciardi, Maione e Modo sentono di dovere a Livia almeno un’indagine senza preconcetti, sanno di avere a che fare con gente pericolosa, senza scrupoli e soprattutto servi del potere. E allora bisogna muoversi con grande discrezione, senza dare scandalo. Come? Tornano in scena i personaggi noti, il femminiello Bambinella trascinato dall’acume del brigadiere Maione, il fruttivendolo Tanino o’ Sarracino coinvolto nell’affare dall’intelligente logica contadina di Nelide, l’infinità generosità del dottor Modo a cui tutti devono qualcosa, l’impagabile contessa Bianca Palmieri, la vera grande amica sempre pronta a intervenire per Ricciardi. Come se in questo clima da fine di un ciclo, ciascuno di loro volesse offrire il meglio per contribuire alla soluzione del caso. Una trama complessa che naviga a vista nell’aspro clima di paura di quei tempi. E la paura allora attanaglia Ricciardi…
Una trama con un’indagine da brivido che vede implicati tanti burattinai, che va a intrecciarsi ad altre storie su diversi piani personali e professionali gestiti da agenti fedeli in contrasto, con sporche azioni biecamente premeditate da ambigue spie e personaggi equivoci. Come venirne a capo? Maurizio de Giovanni aveva fermamente dichiarato di voler chiudere la serie Ricciardi con questo dodicesimo episodio. Tuttavia solo l’idea ha messo in subbuglio i fan della serie. Ma poi sarà davvero la fine di Ricciardi? O piuttosto un lungo congedo? Sicuramente questo preciso ciclo narrativo di Ricciardi legato agli anni Trenta è finito. Ma in futuro? Chissa…

Il mistero del cadavere sul treno di Franco Matteucci, Newton Compton 2019.
Per i tipi della Newton risale in scena Lupo Bianco, al secolo l’ispettore Marzio Santoni, e noi torniamo in Val di Luce, straordinaria e fiabesca località montana (a me ricorda tanto l’Abetone e l’autore, nelle note finali, ammette tranquillamente qualche artistica correità). È comunque una spettacolare ambientazione per un ideale paese montano che Matteucci riempie di personaggi originali e decisamente intriganti. Cominciamo subito con Marzio Santoni, il gigantesco poliziotto dai lunghi capelli biondi, dotato di un odorato finissimo, che possiede una vespa rigorosamente bianca e vive nella sua baita immersa nell’incontaminato splendore della natura, priva di tecnologie moderne e comodità. E ci vive spesso con la piacevole compagnia di qualche bella ragazza di turno e sempre con quella di un piccolo zoo che comprende un riccio, un topo, Romeo una specie di efficientissimo cane poliziotto, un gattino (new entry), un pipistrello e una colonia di formiche. Passiamo ora alla sua squadra di collaboratori, cominciando dal suo vice e numero due Kristal Beretta, impavido pilota della Suzuki Samurai, nessuna condizione atmosferica potrà mai arrestarlo e che carbura divorando la vasta gamma dei cioccolatini Ferrero, per proseguire con l’anziano ma efficientissimo dottor Franzelli con l’hobby della pittura e l’irrinunciabile supporto del maresciallo Pieretti a capo del team della scientifica. Ci sarebbero anche le vedette clandestine, le “mirtillaie”, curiose vecchiette che tutto vedono e di tutti sanno, ma quelle tengono sempre la bocca chiusa. Al massimo diffondono voci. Figure caratteristiche, gente di montagna, dura, chiusa, grezza, non cattiva ma omertosa. Però per fortuna ogni tanto a dare una mano arriva il messaggio, profumato di Chanel n°5, firmato dalla misteriosa Coccoina. Dopo novene e preghiere in chiesa, in fervida attesa della gara maschile di Coppa del mondo, finalmente la neve fiocca abbondante (anche troppo) su Valdiluce e su alcuni segreti che intrigano Lupo Bianco e il suo vice. Coccoina ha scritto instillando sospetti sulla morte della giovanissima sensitiva Franca Berti, un cuore puro in grado, si diceva, di parlare con gli alberi. Ma la sua morte è stata davvero provocata dalla sua pur gravissima e letale malattia?…
I morti ammazzati si accumulano e Santoni e il suo vice, per riuscire a scoprire gli assassini, dovranno districarsi in una fitta ragnatela di illeciti, atti criminali e spaventosi omicidi, supportati anche dall’utilizzo di modernissime e fantascientifiche tecnologie. Ma ogni indizio che trovano, mostrando solo parte della verità, pare volersi intrecciare malignamente in un macabro gioco mortale. E mentre non aiuta certo la testarda omertà delle vedette, per fortuna la famosa Miss Coccoina, ha deciso di svelare la propria identità, intervenire e con la sua testimonianza indirizzare la svolta finale delle indagini. Imperdibili le atmosfere montane e il fine humour descrittivo nella presentazione dei vari personaggi, sia animali che esseri umani. E complimenti per l’ingresso di Valdiluce nel Guinnes dei primati per produzione della più grande quantità di vin brulé al mondo. Ben 2106 litri! Urrah! Franco Matteucci, alla prossima!

Le letture di Jonathan

Oggi vi presento Lo strano caso del ladro di notizie di Geronimo Stilton, PIEMME 2015.
Come tutte le volte Geronimo se ne sta tranquillo nel suo ufficio. Però questa volta, oltre ad essere molto tranquillo, è anche veramente soddisfatto perché è uscito il suo nuovo libro, un vero e proprio topseller. Ad un tratto entra in ufficio la sua segretaria Topella per comunicargli una cosa piuttosto importante. Il loro giornale, l’Eco del roditore, ha venduto solo dieci copie mentre la Gazzetta del ratto ne ha vendute molte di più per una notizia sensazionale in prima pagina. Geronimo, assai depresso, decide di andare a cena in un ristorante con la sua famiglia per tranquillizzarsi. Lì incontra Sorcello Panzana, un direttore de “La Gazzetta del Ratto”, che riceve una telefonata alle dieci in punto. È stato chiamato da qualcuno che gli ha comunicato una notizia sensazionale da mettere in prima pagina per il giorno dopo: un furto ad una fabbrica di formaggio. Il giorno seguente Benjamin, il nipotino di Geronimo, legge il giornale e capisce che qualcosa non torna… sono stati imbrogliati. Infatti la notizia è falsa!
Ma questa non è l’unica notizia falsa, ce ne saranno molte altre escogitate da Sorcello per vendere più copie, come il furto del pezzo di formaggio della Statua della Libertà di Topazia, che invece era stato messo in una botola sotterranea da Sorcello stesso e dai suoi collaboratori…
Geronimo riuscirà a far conoscere l’inganno di Sorcello a tutti e a vendere più copie?… Ogni tanto, cari lettori, anche voi, come lui, troverete sparsi degli indizi che vi aiuteranno a capire la truffa. In bocca al lupo!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Quasi innocente

Paolo Pinna Perpaglia
Quasi innocente
Newton Compton, 2019

Torna in libreria Paolo Pinna Perpaglia con un secondo legal thriller che potremmo definire in salsa sarda. Caratteristiche: falsi connotati da giallo classico leggero, e invece intelligente novità delle scelte di indagine mischiate a un narrare preciso, netto ma con il forte e l’amaro in bocca, che pare sia una della principali caratteristiche della sua terra, fatta di gente di scorza dura, tutta di un pezzo con uno stravagante e omertoso senso dell’onore non riconducibile alle leggi scritte. Una peculiare qualità dei Sardi e della Sardegna, che salta all’occhio con prepotenza attraverso anni e anni di tradizione e che arricchisce il romanzo di tangibile umanità.
L’autore si serve della realtà dei fatti e, spiegandoci alcune motivazioni psicologiche dei suoi personaggi, riesce a farci provare una speciale empatia che travalica persino la giustizia dei tribunali, a farci accettare quanto sia “giusto” quello che si “deve” fare di fronte a un torto troppo grande.
Borore, piccolo paese della Sardegna al margine di tutto, è stato sconvolto da due spietati e brutali omicidi. Un killer invisibile, silenzioso e ferale, è penetrato abilmente nelle due case, ha drogato e immobilizzato le vittime poi, dopo aver catturato le mogli, ha coperto loro la testa con un cappuccio nero, legandole e facendo in modo che, riuscendo a sciogliere le corde per liberarsi, facessero scattare il grilletto di un fucile che ha sparato contro il volto dei rispettivi mariti, uccidendoli. Giuseppe Nonnis e Mariano Spada sono morti così, sotto lo sguardo sconvolto delle loro donne. Il duplice efferato omicidio fa balzare Borore al centro del mondo guadagnandogli le prime pagine dei giornali locali e no. Per questo motivo Antonella Demelas, brava e famosa avvocato penalista, coinvolta nella faccenda dal suggerimento di una sua vecchia conoscenza (anche nostra, sì ma non ve lo dico, dovrete leggere) ha affrontato il viaggio da Cagliari, la città in cui vive e lavora abitualmente, per raggiungere la regione del Marghine, nell’entroterra isolano. La famiglia Cherchi vuole affidarle il non facile incarico di assumere la difesa del figlio d Roberto, tra i maggiori sospettati dei due omicidi. O meglio, l’unico vero sospettato per i due omicidi. Ciò nondimeno la sua unica colpa – secondo i genitori – sarebbe quella di essere un ragazzo “strano”, diverso dagli altri della sua età: di poche parole, gran lavoratore, solitario. L’avvocato Solinas, decisamente incuriosita, si accollerà il doppio compito di difensore togato e di investigatrice per portare avanti un’indagine che si rivelerà piena di trabocchetti perché, in un paesino, le ruggini e le maldicenze non fanno che depistare le ricerche. E dovrà mettere in campo il suo istinto, la capacità di immedesimarsi nel caso e nella mentalità delle persone, perseverando con testardaggine per riuscire a sbrogliare la matassa. Come se non bastasse, non sarà aiutata dal suo strano cliente, inafferrabile, evanescente peggio di un fantasma: un diciottenne con una sua etica particolare, un colpevole che potrebbe essere innocente o magari un innocente che invece è quasi colpevole.
Racchiuso nelle pagine del romanzo c’è un giallo nel giallo, travestito da diario infantile, nascosto, o meglio scavato dentro la copertina cartonata di una raccolta di Reader’s Digest. Un diario che, pagina dopo pagina, fa tornare alla luce un mistero del passato regalando al lettore due storie in una, e tutte e due con lo stesso identico sapore dolce amaro.
Alla fine, anche e soprattutto per la tenacia della brava penalista, tutte le domande troveranno risposta, e le colpe verranno imparzialmente assegnate, in un piccolo universo aspro ma vero, fatto di mare, di terra e vento, dove nessuno è innocente, ma esistono solo diversi gradi di colpevolezza.
In Quasi innocente Paolo Pinna Parpaglia ha ricostruito con affetto filiale tutti i gesti, la mentalità e i “sapori”, in senso lato, della Sardegna. Della Sardegna, e della sua gente, ha dipinto un ritratto parlante che riproduce i personaggi del suo libro: fieri, aspri, forti, silenziosi, legati alle radici, alle consuetudini e chiusi verso quei forestieri che di loro non sanno nulla e forse nulla potranno capire.
Paolo Pinna Perpaglia è nato nel 1974. Laureato in Giurisprudenza, svolge la professione forense dal 2005. Vive a Cagliari. Con Newton Compton ha già pubblicato Quasi colpevole.

La Debicke e… Ciak: si uccide

Emilio Martini
Ciak: si uccide. Le indagini del commissario Berté
Corbaccio, 2019

La telefonata in mezzo alla notte del sovrintendente Parodi, che sveglia Bertè e Marzia a Milano, dove sono in vacanza post natalizia e impegnati nel restauro dell’appartamento di famiglia, è peggio di una condanna. Perché, caschi il mondo, il nostro lungocrinito commissario Bertè deve correre immediatamente per affrontare le indagini legate a una rapina con morto in una villa di Lungariva, lasciando Marzia a intrattenere l’idraulico. Tutto un gran pasticcio che per il nostro crea almeno un diversivo a cui pensare. Infatti quella notte era partita decisamente male. Berté non stava certo dormendo, dopo la brutta notizia ricevuta poco prima, sempre per telefono, che ribalta le sue speranze di tornare finalmente a Milano: per colpa di un disgraziato cambio al vertice della questura milanese, sembra destinato a rimanere bloccato nel suo lavorativo esilio ligure (un esilio quasi dorato, ma non importa). Partenza al volo, dunque, con la sua scassata carretta per fortuna appena ripresa dal meccanico, e Marzia lo raggiungerà appena possibile… Al suo arrivo a Lungariva, nemmeno fosse tratto da un manuale di giallo classico, si trova davanti un granguignolesco orrido delitto ambientato nell’idilliaca cornice di una bella villa immersa nel verde costiero della prima collina ligure. Dico granguignolesco perché il corpo di una bella e giovane donna giace scompostamente in un lago di sangue, la testa è stata tranciata a colpi di katana (affilatissima spada rituale giapponese) e appoggiata a terra poco lontano, offrendo l’orrido effetto ottico di un macabro sostegno di una parrucca. I gioielli che portava sono spariti, come il denaro dalla borsa, il cellulare e i computer suoi e dei suoi due collaboratori che erano usciti insieme. La vittima, Paola Olgiati, nota regista, sceneggiatrice di una serie televisiva di successo e scrittrice di romanzi rosa, era stata riaccompagnata a casa intorno alla mezzanotte dal suo manager dopo una cena all’Hotel Miramonti, ospiti del produttore Cazzaniga. Alla cena, tra gli altri, partecipavano anche due attori della serie. Potrebbe trattarsi di un furto finito male, ma la faccenda puzza, troppi particolari non quadrano. Difficile che un ladro, avendo a disposizione per ore una casa vuota da svaligiare senza correre rischi, abbia atteso proprio il rientro di qualcuno. Berté infatti pensa ad altro. Un colpo di follia o un delitto su commissione? Considerando le modalità, parrebbe proprio opera di un assassino di professione. Un’esecuzione vera e propria, magari addirittura di Cosa Nostra?
Con una girandola di potenziali colpevoli a disposizione, le giornate di Berte si allungano affannosamente. Paola Olgiati stava cercando di portare in scena, in un film, una nuova opera di denuncia, completamente diversa da quanto aveva fatto in precedenza, forse anche per riscattare lontani e drammatici risvolti familiari. Possibile che questo progetto possa avere un legame con la sua morte? Ma per il povero Bertè i problemi non finiscono qua e la situazione si ingarbuglia inchiodandolo alla scrivania, perché il Pubblico Ministero con cui si è sempre trovato bene sul lavoro, la dottoressa Graffiani, è scomparsa senza avvertire nessuno. E bisogna ritrovarla. Possibile che ci sia un legame con l’atroce omicidio?
Unico porto e pilastro sicuro Marzia, tornata in treno a Lungariva, che governa con serenità i suoi dubbi e nelle brevissime fughe tra le mura domestiche lo rifocilla sia fisicamente che mentalmente.
Bertè indaga: davanti a lui passano attrici, attori, sceneggiatori e produttori sciorinando le loro storie vere e menzognere. Scopre vecchie e nuove relazioni incrociate, tradimenti, pseudo ricatti, meravigliose vecchie e grandi amicizie che forse il tempo ha logorato, compromesso, doppi giochi, pericolosi intrighi passionali. Alcuni particolari cominciano a saltar fuori… sembrano importanti, ma poi svaniscono come bolle di sapone, altri si precisano. Forse?
Insomma saltabeccando qua e là Bertè si fa le pulci addosso, teme di non essere all’altezza, di non farcela a venir fuori dalle rogne di quello che pare un delitto perfetto. Si accusa, si pone dubbi, si fa domande, deve scartare per forza una serie di ipotesi che gli si sgretolano in mano fino a quando la sua squadra, la perseveranza e la coesione di tutti loro porterà a intravedere la meta…
Ben ritrovato commissario Bertè, la sua coda e i suoi azzeccati coprotagonisti di un giallo sicuramente tra i migliori della saga. Funziona e stuzzica a ogni pagina e i pensieri di Bertè e della sua “Bastarda” ben di sposano con l’affetto vero dedicato a Marzia, sua perfetta compagna e sicuro sostegno morale sempre. Un’indagine classica che, se riesce a far scoprire tanti inconfessabili debolezze e segreti, ci mostra anche tutti i pregi e gli umani difetti di Berté.
Stavolta dimentichiamoci il surplus dei racconti, rimpiazzati dalla storia romanzata e abbozzata da Paola Olgiati, poi senza darci respiro ci avviamo alla conclusione più amara che dolce della storia. Però parafrasando un celebre testo di Giorgio Gaber gridiamo a gran voce: ma per fortuna che c’è …la Marzia!
Libro da leggere ma certamente con molto maggior piacere se si sono già letti anche gli altri della serie, per sentirsi ormai quasi parte della squadra Berté.

Emilio Martini sono Elena e Michela Martignoni – e ho detto TUTTO!

La Debicke e… Il re Scorpione

Valery Esperian
Il re Scorpione – Il fondatore dell’Egitto
(Romanzo dei Faraoni #6)
Fanucci, 2019

Il re Scorpione è il sesto volume della corposa saga di Valery Esperian, un collettivo formato da diversi autori appassionati del genere. Ogni romanzo della saga è stato materialmente scritto da una coppia di autori. I cinque volumi già pubblicati raccontano le avventurose storie dei faraoni di Egitto. Il primo è Cheope. L’immortale; il secondo Akhenaton. L’eretico; il terzo Tutankhamon. Il fanciullo; il quarto Ramses. Il figlio del sole e il quinto Cleopatra. La divina. Il re Scorpione è il prequel della serie, con le vicende delle leggendarie origini di ciò che noi sappiamo oggi sulla grande storia egiziana. Infatti, dopo avere raccontato la millenaria civiltà egizia attraverso gli occhi delle sue figure più famose, Valery Esperian (nom de plume che in questo caso cela Vincenzo Vizzini, vicedirettore di Writers Magazine Italia, editor e curatore della collana EbooK Delos Crime e uno dei suoi colleghi), racconta un’epoca che risale a quasi cinquemila anni fa, in quel territorio africano, poi detto l’Alto Egitto, lungo il Nilo. Un territorio selvaggio e quasi incontaminato suddiviso tra bellicose tribù sempre in lotta tra loro. Uno scenario rozzo e primordiale, in cui gli uomini dovevano battersi giorno dopo giorno per proteggere sé stessi, le mandrie e i piccoli villaggi da incursioni nemiche. E ci troviamo un protagonista di eccezione: il re Scorpione, una figura avvolta dalla mitologia, un sovrano egizio o forse il primo faraone della I dinastia. Questo faraone, conosciuto anche come Menes o Meni (… – 3125 a.C.), semi-leggendario primo unificatore dell’Alto e del Basso Egitto in una data attorno al 3000 a.C, è stato identificato con Narmer, anche se non esistono prove documentali. Tuttavia l’esistenza di questo sovrano è ampiamente provata da una paletta per trucco di straordinaria rilevanza storica (Tavoletta di Narmer), scoperta a Ieracompoli nel 1898, su cui compare il serekht con i glifi “nˁr mr”, e da numerosi altri reperti. Nermer sarebbe riconducibile, secondo le ipotesi più suffragate dagli studiosi, a uno dei capi delle nove tribù che popolavano l’Alto Egitto. Senza prove precise e documenti storici però, gli autori si sono basati su una avvincente ma plausibile ricostruzione avventurosa, regalando ai lettori una trama densa di amore, odio, amicizia, lealtà, tradimenti, passione e guerre.
Un drammatico incipit: villaggio di Issu, Alto Egitto, 3171 avanti Cristo. Al confine settentrionale del suo regno, Ombos, re Ka spia una sentinella, nascosto dietro un sicomoro. In missione con il suo luogotenente Lateef è deciso conquistare e distruggere un villaggio nemico alle sponde del Nilo. Amsi, il capo, si è rifiutato di riconoscerlo come sovrano e sottomettersi al suo dominio. Selket, maga e sposa di Amsi, che ha visto in un sogno premonitore la sua morte e la sanguinosa conquista del loro villaggio, tenta di mettere in guardia il marito ma invano. L’attacco dei nemici è inarrestabile, i nemici dilagano facendo strage e Ka lo uccide di fronte a sua moglie, dando inizio alla stupro della donne superstiti. Lo stupro di Selket sarà commesso davanti al cadavere del marito morto, eretto davanti a lei nella tenda come testimone e ulteriore orrido spregio. Selket si ribella come può e per vendicarsi rivela al malvagio re Ka una terribile profezia, che lo riguarda: uno dei suoi figli da adulto lo ucciderà per occupare il suo trono. Ka dà subito ordine di far fuori il suoi due figli bambini, ma invano. Qualcuno riuscirà a salvarli e uno sarà raccolto e cresciuto amorevolmente nella famiglia di un pescatore. Quel bambino chiamato Narmer, poi universalmente conosciuto come il Re Scorpione, diventerà una figura leggendaria sia come implacabile e formidabile guerriero che come eccellente stratega politico. Narner fu un sovrano saggio e giusto ma spietato verso i nemici. Lottò con determinazione per unificare le tribù dell’Egitto meridionale diventandone il dominatore assoluto. Il suo sogno era creare un unico grande impero capace di fondere i regni che si contendevano il Nilo. Una conquista militare del Basso Egitto sarebbe stata un’impresa ardua, ma Narmer sapeva che anche che solo portando pace e giustizia avrebbe potuto trasmettere al popolo il sentimento di unità fondamentale per dare vita all’impero egiziano. Per riuscirci si servì anche della religione, facendo di sé stesso l’unico uomo capace di mediare con gli dei e concedendo titolo di parità alle diverse confessioni locali. Tirò dalle sua parte i sacerdoti, tanto da imporre loro di diffondere le prime importanti basi per la diffusione di quella che si sarebbe rivelata un’arma potentissima: la scrittura. Vero fondatore dell’Egitto, dopo aver deposto le armi sposò la regina del Basso Egitto unificando i loro reami e regnando con lei. Un periodo storico lontano, dominato da continui conflitti che solo un uomo dal grande carisma come il re Scorpione è riuscito a controllare e a far cessare, pacificando e riunendo tutte le tribù sotto un’unica corona.
Ultimo capitolo di una bella saga che ha visto come curatore Franco Forte, in cui il rigore storico viene messo in secondo piano per la scarsità di fonti sull’antichissimo periodo storico, in favore dell’azione. Che ci richiama i ricordi dell’omonimo film con protagonista The Rock. E quindi un must anche per coloro che amano la fiction avventurosa americana.
Valery Esperian è un collettivo di autori: Antonio Tenisci, Elisa Bertini, Vincenzo Vizzini, Fabio Ancarani, Angelo Frascella, Daniele Pisani, Francesco Citro e Miller Gorini…

La Debicke e… Sorelle sbagliate

Alafair Burke
Sorelle sbagliate
Piemme, 2019

Chloe, benché fosse la minore delle due sorelle Taylor, si è sempre dimostrata la più matura e motivata. Intelligente, precisa, scrupolosa quasi all’eccesso, dopo anni di studi all’università si è trasferita a New York per lavorare nel campo editoriale. Dopo aver superato brillantemente i faticosi anni di gavetta, si è impegnata a fondo e in virtù delle sue doti di manager è arrivata al successo: oggi dirige un importante giornale di moda. Insomma Chloe ha sempre dimostrato di essere una donna in gamba e con la testa sulle spalle, mentre sua sorella Nicky, maggiore di sei anni, crescendo è diventata un’irresponsabile che si caccia sempre nei guai per poi chiedere aiuto. Ha passato la giovinezza a sballarsi, a saltare da un ragazzo all’altro, fino a quando si è miracolosamente sposata con un giovane avvocato, Adam Macintosh, da cui ha avuto anche un figlio, Ethan. Pareva anche che si fosse finalmente calmata ma, dopo la nascita del bambino, i problemi sono ricominciati. Ha ripreso a bere e a drogarsi e quando Ethan, per sua incuria, ha rischiato di morire annegato, Adam l’ha fatta ricoverare in clinica e, anche con l’appoggio di Chloe, ha ottenuto il divorzio chiedendo l’affido del figlio. Di conseguenza i rapporti tra Chloe e Nicky si sono incrinati e per anni sono stati solo formali. Adam ha chiesto il trasferimento a New York per lavorare in tribunale come procuratore. Chloe è diventata prima una specie di tenera zia baby sitter, sempre più presente nella vita di cognato e nipote, e ha finito per innamorarsi, ricambiata, dell’ex marito di Nicky. Si sono sposati e hanno cresciuto insieme Ethan, diventato ormai un adolescente un po’ solitario, sensibile e talvolta complicato.
Ma la perfetta vita di Chloe si incrinerà in modo irreparabile quando, tornando a casa dopo una festa alla quale si era recata da sola, trova Adam morto sul pavimento del soggiorno della loro esclusiva casa di vacanza negli Hamptons, ucciso con diverse coltellate.
Dopo più di dieci anni Chloe e Nicky, ormai diventate quasi delle sconosciute l’una per l’altra, sono costrette a rincontrarsi e in seguito anche a condividere un grande dolore perché ci sono indizi che incastrano Ethan, tanto che dopo pochi giorni la polizia decide di incriminarlo per l’omicidio del padre.
Ma quale può essere il movente di Ethan? Adam Macintosh era un uomo così “perfetto”, una persona affidabile e premurosa… Ma era veramente ciò che sembrava? E qual era il misterioso affare a cui stava lavorando prima di essere ucciso?
Chloe è costretta a porsi una serie di domande e a dubitare di tutto e di tutti. Perché suo marito, negli ultimi tempi, accampava continue scuse e diceva di andare a strani appuntamenti di lavoro? Inoltre lei conosce le debolezze di Ethan, che ha allevato. È mai possibile che il ragazzo, pur messo in crisi dall’adolescenza, possa aver perso la testa e agito tanto sconsideratamente? E forse anche lei potrebbe aver sbagliato qualcosa, mettendo il marito in pericolo? Tante ipotesi e troppi segreti sepolti sotto le sabbie del passato, che cominciano piano piano a riaffiorare, cambiano il gioco in tavola. Bisogna far fronte, proteggere Ethan. In una sfibrante e mortale partita con il destino, la trama gira abilmente attorno a se stessa e il romanzo giallo si trasforma in un formidabile legal thriller con tutte le carte in regola, coinvolgendo il lettore in una girandola di colpi di scena e sorprese fino all’ultima pagina.

Alafair Burke, autrice di La ragazza nel parco, pubblicato in Italia da Piemme, è avvocato penalista con una grande esperienza di processi. I suoi romanzi, sia crime che thriller psicologici, sono bestseller del New York Times, elogiati da autori come Michael Connelly e Dennis Lehane. Con Piemme ha pubblicato La ragazza nel parco (2016), Una perfetta sconosciuta (2017), La ragazza che hai sposato (2018), L’ultima volta che ti ho vista (2018).
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La Debicke e… Il sigillo del cielo

Glenn Cooper
Il sigillo del cielo
Editrice Nord, 2019

Una pietra millenaria può aprire una porta segreta verso il paradiso, ma porta con sé anche il rischio di evocare l’inferno…
Un romanzo avventuroso con risvolti esoterici che sfiorano il fantascientifico, collegato da più livelli temporali in luoghi diversi ed epoche diverse. Il primo luogo della narrazione in ordine cronologica è Mosul, l’antichissima città persiana Budh-Ardhashīr. Mosul (oggi capoluogo del governatorato di Ninive) è il nome che gli Arabi musulmani dettero all’antica Ninive, capitale dell’impero assiro. Ma mentre la vasta area archeologica di Ninive si trova sulla sponda orientale del fiume Tigri, Mosul si sviluppò fin dall’antichità sulla sponda occidentale. Alla fine del IX secolo Mosul entrò nell’orbita della dinastia araba degli Hamdanidi e, pur non rinunciando all’autonomia, divenne il loro principale baluardo sotto la dinastia degli Abbasidi. Il sigillo del cielo comincia, girando rapidamente indietro la ruota del tempo, nel 1095 presso il monastero di Rabban Ormisda, che sorgeva sulle montagne a nord di Mosul, un’oasi religiosa, un’enclave cristiana circondata dai turchi selgiuchidi, musulmani convertiti di recente. Daniel Basidi è un uomo pio e di riconosciuta fede che ha dedicato tutta una vita da quasi eremita allo studio e alla preghiera. Ma stavolta è attanagliato dai dubbi. Teme che il Signore nella sua infinita grandezza lo abbia gravato con un fardello troppo pesante per le sue spalle. Daniel Basidi possiede un dono che per anni ha cercato di mettere al servizio degli altri: il dono di comunicare con le sublimi e superiori sfere celesti. E finalmente ha trovato qualcuno con cui poter dialogare. Ma un’ultima terribile e spaventosa angelica rivelazione, in grado di aprire la porta all’orrore, non dovrebbe essere condivisa perché è troppo pericolosa. La malvagità umana, che assume spesso sembianze di agnello, tradirà Daniel portandolo alla tomba. Da Mosul, con un ardito balzo nel tempo, il romanziere conduce il lettore nel 1989, allo scavo del monastero di Rabban Ormisda, uno storico avamposto della Chiesa d’Oriente situato a una trentina di chilometri a nord di Mosul, e presenta il celebre archeologo Hiram Donovan, professore emerito di Harvard. L’estate del 1989 è la quarta di fila che il professore passa su quello scavo. Se il primo personaggio di Cooper è caratterizzato dalla fede, il secondo, Hiram Donovan, è un tiepido cattolico con moglie ebrea, animato soprattutto dall’ardore della scienza e dalla massima correttezza professionale. Ciò nondimeno, quando rinviene una pietra nera particolare, una specie di levigato specchio concavo rotondo ricavato da un blocco di ossidiana, sente per la prima volta nella sua vita la necessità di impadronirsene, di farla sua, conservarla e studiarla. Non gli resta che imballarla in una scatola e spedirla urgentemente all’indirizzo di sua moglie a New York, con un’unica istruzione sibillina, molto simile a una delle più famose pietre divinatorie della Storia, quella appartenuta a John Dee, l’indicazione British Museum e l’ordine di non aprire fino al suo ritorno. La mattina dopo il suo cadavere verrà ritrovato nel monastero, dentro la fossa dello scavo, con il collo spezzato. E la sua morte verrà catalogata come un terribile incidente. Ma… Dal 1989 si passa rapidamente ai nostri giorni con il professore emerito Cal Donovan (questo è il quarto romanzo della serie a lui dedicata), docente di storia delle religioni ad Harvard, affascinante, capace ma debole di fronte all’alcool e alle donne, molto affermato come scienziato e ricercatore e in stretti rapporti personali persino con papa Celestino.
Cal Donovan era l’unico figlio di Hiram, il professore che aveva trovato la strana pietra in terra irachena, poi spedita alla moglie (madre di Cal). Fatto che, pur a distanza di tanti anni, coinvolgerà Donovan in un dramma personale, perché sua madre sarà vittima di un delitto, in apparenza un furto finito in tragedia nella sua ricca casa di New York. In realtà i falsi ladri cercavano ben altro. E Cal Danovan, per un perverso gioco del destino, ritroverà quella strana pietra di ossidiana, lo strumento per accedere al supremo potere, proprio dove sua madre è stata uccisa. Il fil rouge che lega la trama è infatti quella pietra spedita da suo padre, nascosta dentro una scatola da scarpe, infilata tra decine di altre simili (la signora Donovan teneva molto all’eleganza). Cal riuscirà a trovarla solo dopo il suo funerale e dovrà accollarsi il compito di scoprire perché negli anni, anzi nei secoli, ci siano state persone determinate a uccidere pur di impadronirsene. Da quel momento, mano a mano che le indagini di polizia e le sue personali andranno avanti, cercherà di arrivare alla verità anche perché, per il bene del mondo, ciò che quella pietra potrebbe fare dovrebbe restare un segreto. Per riuscire a scoprire i tanti misteri che nasconde, Cal Donovan dovrà girare il mondo e tentare di fermare la sua minacciosa potenza distruttrice.
Il sigillo del cielo è un thriller ben orchestrato. La trama è intrigante già dalle prime pagine, il ritmo incalzante e l’ordine cronologico degli eventi è perfetto; il lettore, senza accorgersene, è catapultato in un percorso ben delineato. Ci sono gli ingredienti necessari per funzionare a cento all’ora: azione, mistero, storia, alchimia e magia, un esplosivo mix che non concede al lettore un attimo di pausa. Le pagine scorrono via veloci tra un “angelico” rito enochiano, una sparatoria o l’ardita ricostruzione di un fatto storico.
Glenn Cooper, come sua abitudine, non delude. Ha fatto un approfondito studio sul celebre studioso elisabettiano John Dee che, nel tentativo di provare le sue teorie mistiche ed esoteriche, vagò con la famiglia per le corti europee e, con i suoi diari, ha regalato al lettore una finestra su un altro mondo, un mondo fatto di mistero, credenze, riti magici e sedute oracolari. Tra viaggi in posti meravigliosi, incredibili scoperte e un altissimo livello di adrenalina, Il sigillo del cielo regala al lettore una storia entusiasmante che gli farà credere, come spesso nei libri di Cooper, che a volte l’impossibile può diventare possibile e che l’incredibile può diventare persino più credibile della realtà stessa. Il nuovo millennio contiene in sé funesti prodromi di distruzione. Il male è palpabile, attuale e più vivo che mai: si è scatenato il razzismo, il terrorismo impazza, dilaga l’indifferenza nei confronti di problemi sociali quali l’immigrazione e l’odio verso le religioni. La lotta tra il bene e il male appare senza precedenti e forse, stavolta, potrebbe non essere il bene ad avere la meglio. Possibile che il male stia per vincere? Oppure c’è sempre uno spiraglio verso la speranza e forse riscopriremo qualcosa alla fine del libro?
Glenn Cooper rappresenta uno straordinario caso di self-made man. Dopo essersi laureato col massimo dei voti in Archeologia a Harvard, ha scelto di conseguire un dottorato in Medicina. È stato presidente e amministratore delegato della più importante industria di biotecnologie del Massachusetts ma, a dimostrazione della sua versatilità, è diventato poi sceneggiatore e produttore cinematografico. Grazie al clamoroso successo della trilogia della Biblioteca dei Morti e dei romanzi successivi, si è imposto anche come autore di bestseller internazionali.

La Debicke… e Nero a Milano

Romano De Marco
Nero a Milano
PIEMME, 2019

Terzo episodio della travolgente serie Nero a Milano e anche stavolta Romano De Marco non si smentisce. Va a dritto per la sua strada, imposta la storia, la rende credibile, nonostante gli inevitabili ed eccellenti colpi di pulp fiction, e ce la racconta bene. Molto bene. Con toni giusti, sentimenti giusti, soavi azzarderei, controbilanciati efficacemente dal giallo noir dello scenario. I suoi romanzi crescono e i suoi personaggi sono cresciuti e maturati con lui e come lui. Si precisano, si adattano a nuove realtà, trasformandosi. sia accollandosi il pesante ruolo di vendicatori, sia lasciandosi dominare dalla loro natura più umana, spesso aggrediti dall’insicurezza, dall’incertezza del domani. Un domani proiettato in gran parte nella loro vita futura e nelle scelte delle figlie ormai maggiorenni. Con la cinquantina alle porte, sia Betti che Tanzi sembrano in una precisa fase che definirei “colpo di frusta della mezz’età”. Quella scomoda età accompagnata, nel caso dei nostri eroi, da tutta una serie di dubbi e ripensamenti. Anche stavolta, benché sembri voler attribuire il ruolo di primo attore al commissario Luca Betti, De Marco ha scritto un romanzo assolutamente corale. Infatti ben rappresenta i diversi punti di vista, personalità e carattere dei principali protagonisti, gli amici per la pelle Marco Tanzi e Luca Betti, con le loro umane forze e debolezze, che si scambiano e si alternano nella trama, passandosi il testimone. Ma altri personaggi ci sono e non solo per far numero: l’eroica Luisa Genna, Antony Molino, lo psicanalista che sa leggere dentro, il vero amico con l’A maiuscola, lo straordinario De Rosa, che contano e talvolta addirittura entrano in campo a gamba tesa.
Anche se di un giallo si può e si deve dire poco, ciò nondimeno qualche mini anticipazione va fatta! Perciò: due cadaveri carbonizzati ritrovati in una “villetta maledetta” alla periferia di Milano, in rovina e abbandonata da anni perché sede di passati orrori. Individuate le vittime, si scoprirà che sono la madre e il padre di una bambina morta un mese prima precipitando dal terrazzo di una delle Torri a Quarto Oggiaro perché sonnambula. Non basta: il rispettivo padre e suocero si è impiccato per il dolore quindici giorni prima. Morte attribuita a un suicidio. Tutti gli amici e conoscenti della coppia parlano di loro come di gente specchiata, timorata di Dio. Una famiglia modello vittima di spaventosi lutti. E allora chi li ha uccisi e perché? Nessun vero indizio e nessun movente per fornire una qualche spiegazione all’assassinio, se un assassinio c’è stato. È questo lo strano caso capitato tra capo e collo al commissario Luca Betti che non sta attraversando un buon momento. Dopo la separazione dalla moglie vorrebbe nuove certezze, ricucire il rapporto con la figlia, ristabilire con lei un affetto in modo concreto. Ma ha poco tempo e modo per farlo. Tirate le somme, forse risolvere questa spinosa indagine diventa un’urgenza per ridare scopo alla sua vita e farlo sentire ancora sul pezzo.
Marco Tanzi, annullato il passato, “abbuonati” in un certo senso gli errori dopo l’ultima drammatica avventura in coppia con l’inossidabile amico Betti, è diventato un investigatore privato di successo che guadagna e vive bene. Dimenticate le brutte esperienze degli ultimi anni? Ma sarà vero? Certi fantasmi qualche volta tornano e allora meglio buttarsi nel lavoro. Ciò nondimeno il nuovo caso che non lo convince, ma poi finisce con accettare, rischia di costringerlo a tornare al momento più oscuro del passato. Dovrebbe ritrovare un diciottenne con problemi comportamentali, figlio di una coppia dell’alta borghesia milanese, che pare sia fuggito per andare a vivere fra i clochard. E quando una voce fuori dal coro o, molto peggio, uno spietato serial killer inizia a far strage di barboni a colpi di rasoio, la ricerca diventa una corsa contro il tempo. Mentre su Milano incombe di nuovo un fatale vortice nero, le strade e gli intenti dei due amici ed ex colleghi torneranno inevitabilmente a incrociarsi. Ed entrambi si troveranno, per l’ennesima volta, costretti a operare scelte difficili e amare.
Un romanzo notevole, che vuole costringere il lettore a pensare. Servito su un piatto che invece di essere di puro argento, come voleva parere, era appena d’argentone, barbaramente insudiciato dalla turpitudine di una certa abominevole perversione umana. Una bella storia d’azione, che riesce a mischiare speranze, ideali e disillusioni in una Milano a tratti nerissima, feroce e spaventosamente plausibile a mo’ di perno centrale, che si perde negli abissi della follia o si allunga come i tentacoli di una piovra in mille rivoli di oscenità. E anche stavolta De Marco ci pone di fronte a una spaventosa domanda: i “mostri” hanno il diritto di essere giudicati e condannati per le loro nefandezze oppure, in certi casi, sarebbe più giusta la pena di morte? E può l’uomo sostituirsi a Dio nella punizione?

Classe 1965, Romano De Marco è responsabile della sicurezza di uno dei maggiori gruppi bancari italiani. Ha alle spalle diverse pubblicazioni tra cui, con Feltrinelli, Morte di Luna, Io la troverò e Città di polvere. Con Piemme ha pubblicato L’uomo di casa (che ha ottenuto il Premio dei Lettori Scerbanenco). I suoi racconti sono apparsi su giornali e riviste, tra cui “Linus” e il “Corriere della sera”, e i periodici del Giallo Mondadori. Vive tra l’Abruzzo, Modena e Milano. Nero a Milano è il suo ultimo libro.

La Debicke e… Il delitto ha le gambe corte

Christian Frascella
Il delitto ha le gambe corte
Einaudi, 2019

Con Il delitto ha le gambe corte, ambientato nella Torino più oscura, dove cresce rigoglioso il microcosmo governato dalla criminalità, Christian Frascella riporta in scena Contrera, il suo sfigato protagonista completamente fuori dalle righe.
Ma partiamo dal principio. Intanto Il delitto ha le gambe corte è il secondo romanzo di Christian Frascella, che si è inventato un incasinato protagonista: un ex poliziotto, riciclato in detective privato, che “una ne fa e una ne aspetta”. E, sempre a beneficio dei neo-lettori, che lavora in Barriera di Milano (sì, esiste un quartiere di Torino che si chiama “Barriera d Milan”, o anche solo “Barriera”), un avamposto aperto verso il resto del mondo. Da anni l’ex solido quartiere operaio si è trasformato in una babele multietnica, anche se la zona è in via di riqualificazione. È proprio qui, in una lavanderia a gettoni gestita da Mohamed, un magrebino che Allah comanda, che Contrera ha installato il suo ufficetto e riceve i clienti. Per tirare a campare si arrangia con quanto guadagna con pedinamenti di mariti infedeli o smascherando piccoli truffatori. Accanto a un tavolino e a una sedia di plastica ha piazzato anche un piccolo frigo pieno di birre Corona, a suo uso e consumo perché i musulmani non bevono alcol. Contrera ci piace, ci costringe a stargli dietro in mille guai, svicolando tra le sue avventure e (di più) disavventure sentimentali. Eh già, perché è sempre costretto a fare i conti con una vita andata a rotoli per colpa sua. Era un poliziotto ma si è fatto cacciare dal servizio per certe porcherie di mazzette e droga, ha cattivi rapporti con la ex moglie e la figlia quindicenne dai capelli viola, Valentina. Non può permettersi una casa sua anche se, per fortuna, ha un tetto e un letto presso la famiglia di accatto che lo ospita, lo protegge e lo ama incondizionatamente: sua sorella Paola e due nipoti. Invece Ermanno, il bancario marito di Paola, gli ha già dato lo sfratto.
Questo secondo capitolo delle sue (dis)avventure vedrà intrecciarsi diversi fili narrativi. Il primo è legato a Catherine Rovelli, una splendida giovane italoamericana con un passato torbido, che Contrera incontra per caso nel caos di una festa in Barriera e alla quale lascia il suo biglietto da visita. Biglietto che lo farà ingaggiare per indagare sulla sua scomparsa quando proprio lei, dopo aver investito e ucciso un pusher, svanisce nel nulla.
Ma Contrera è stato ingaggiato anche per riportare a casa Long Lai, cuoco cinese dalle dubbie doti culinarie ma con il demone delle arti marziali, che già al primo approccio lo aveva atterrato clamorosamente prima di dileguarsi.
Come se non bastasse, la sua ex-moglie Anna è incappata scioccamente nelle morbose attenzioni di uno stalker, che molesta lei e la figlia Valentina. Con l’intento di proteggerle, Contrera, con un braccio ingessato e una serie di problematiche psicologico-esistenziali, si obbligherà a tornare temporaneamente a vivere sotto il tetto coniugale, lasciato tanti anni prima, con le più impensabili implicazioni tragicomiche legate a quella convivenza forzata.
Insomma, stavolta Contrera deve far fronte a ben tre nebulosi casi che sembrano irrisolvibili. Ciò nondimeno, grazie alle sue scalcinate ma irresistibili qualità e alla sua capacità di trasformare gli errori in punti di forza, riuscirà in qualche modo a sbrogliare la faccenda. A conti fatti persino i cattivi hanno un occhio di riguardo nei suoi confronti e contribuiscono a dargli una mano. Ma Contrera anche stavolta inciamperà in una serie di guai: domestici, sentimentali e molto peggio. Pur in preda allo sconforto, convive con le proprie tante contraddizioni, si apre, ne parla e confessa al lettore con franchezza i suoi sbagli, forse anche dovuti a un rapporto di affetto mai veramente risolto e accettato sia con il padre, che con la madre. Nonostante l’incondizionata ammirazione per il padre, che sapeva essere un grande poliziotto. Per poi ritrovarsi alla fine emotivamente impelagato in una complicata storia che trae le sue radici dai tanti mali del nostro tempo e affrontarla alla grande come sa fare lui: da accanito sbruffone, sempre con la battuta pronta ma anche il grande coraggio di chi vuole la verità a ogni costo.
Insomma saltabeccando tra ‘ndrangheta e mafia nigeriana, tra pericolose palestre di Krav Maga e feste di quartiere, tra sicari e vecchi ricordi, l’indagine di Contrera si sviluppa, si allarga e alla fine travolge tutto, peggio di un turbine di guerra.
Christian Frascella è riuscito (forse persino meglio che in Fa troppo freddo per morire) a miscelare azione e beffa, nel suo veloce raccontare a metà tra detective story e commedia, con un ritmo che funziona e colpi di scena sparati fino in fondo come fuochi di artificio. Infatti quando l’avventura è finita, i colpevoli sono stati smascherati, si va all’epilogo e… “Cosa può succedere ancora?”. Beh fidatevi, succede, succede. E zac! Bravo! Ancora un quid di leggerezza e ironia. E come ha scritto Margherita Oggero sulla Stampa «Godetevi lo scintillante linguaggio pulp, il ben governato groviglio degli eventi e aspettatevi una terza puntata». Non basta perché pare che le battute velenose di Contrera, investigatore sgangherato ma sempre al pezzo, faranno strada… si parla anche, infatti, di una serie televisiva…

Christian Frascella è nato a Torino e vive a Roma. Ha pubblicato Mia sorella è una foca monaca (Fazi 2009), Sette piccoli sospetti (Fazi 2010), La sfuriata di Bet (Einaudi 2011), Il panico quotidiano (Einaudi 2013), La cosa più incredibile (Salani 2015), Brucio (Mondadori 2016), Fa troppo freddo per morire (Einaudi 2018) e Il delitto ha le gambe corte (Einaudi 2019).