La Debicke e… Magic

Magic
di V. E. Schwab
Newton Compton, 2017

Primo e stuzzicante capitolo di un’interessante trilogia fantasy che sarà presto un film, Magic (o “A darker shade of magic” secondo il titolo originale), è un romanzo coinvolgente. Un’esaltante avventura che si svolge su quattro mondi paralleli che non possono comunicare tra loro, a meno di non essere uno dei pochissimi eletti, e tutti con la stessa capitale: Londra. Tante versioni di una Londra misteriosa: la Rossa, la Bianca, la Grigia e la Nera, nelle quali accadono fatti e cose, in epoche differenti ma concomitanti, che ti proiettano nelle trame di una storia travolgente, densa di imprevedibili conseguenze e straordinarie sorprese. Ma attenzione: sia che si parli della Londra grigia in cui sfuma nella quasi completa assenza, della Londra bianca dove è sintomo di potenza e dolore, passando per la Londra rossa in cui viene trattata con rispetto e giustizia, fino alla profondità dell’orrore in cui è chiusa la Nera, la “Magia” è la principale protagonista della storia e si presenta al lettore attraverso la voce di un eroe, senza mantello ma con un cappotto molto speciale. Lui è Kell, uno degli ultimi maghi della specie degli Antari che, con i poteri che gli derivano dal sangue, è in grado di viaggiare tra gli universi paralleli della stessa città. Kell è cresciuto ad Arnes, lo sconfinato continente della Londra Rossa solcato dal vermiglio Tamigi, e si muove come ambasciatore della famiglia reale dell’Impero di cui è diventato un membro. Gli occhi di Kell, quello nero senza fondo e quello di un blu accecante, saranno il punto di riferimento di una storia che scorre tra mondi simili solo nel nome e sottoposti a forze sconosciute. Kell, messaggero ufficiale delle lettere che si scambiano i Sovrani delle varie città, approfitta dei suoi viaggi per coltivare l’hobby del collezionista, contrabbandando piccoli oggetti rari e fingendo di ignorare che può diventare un gioco pericoloso. E, visto che non riesce a rinunciare alle sue avventure, finirà per trovarsi coinvolto per uno scherzo del destino in un minaccioso complotto di potere che dovrà sventare a ogni costo se vorrà salvare se stesso e Londra Rossa. Un protagonista interessante Kell, un personaggio simpatico e profondamente umano con le sue imperfezioni. La magia gli fluisce nelle vene, ma la solitudine gli pesa, è stato raccolto e adottato a quattro anni dalla famiglia reale, e l’essere superiore ma diverso dagli altri lo spinge a battersi per cercare il suo vero posto nel mondo. Secondo e importante personaggio, che talvolta riesce a rubargli la scena, è Lila Bard, l’abilissima ladra che forse nasconde un segreto. Una specie di Lara Croft in salsa Harry Potter, Lila Bard non si lascia intimidire, ama il pericolo, l’ignoto, l’avventura e sogna di diventare un pirata. Per farsi largo è disposta a lottare fino in fondo. Una ragazza strana che vanta un’astuta mente calcolatrice e un’eccezionale furbizia, che salta all’improvviso dentro la storia e, senza concedersi un attimo di respiro, si attacca a Kell.
Dettagli curatissimi, intreccio avventuroso indovinato che permette di assistere al rapido scorrere degli avvenimenti. Ci sarebbe tanto altro da dire su questo romanzo, a partire dalla magia che domina. Magia vera, viva, animata! Non sempre però si tratta di magia positiva e quella più oscura intralcerà il cammino dei protagonisti. Kell dovrà lottare per impedirle di prendere il sopravvento e si troverà a fianco Lila, che all’inizio gli sembrava la più improbabile delle alleate. Lila invece lo aiuterà a vincere la nera minaccia del male ma anche a riconoscersi, a capire di essere amato e più fortunato degli altri.
Per tirare le somme: un fantasy appassionante (tenete presente che finora solo le avventure di Harry Potter avevano veramente toccato le mie corde), inaspettato, affascinante e che si distingue dalla massa. Il mondo inventato dalla Schwab mi piace e, secondo me, è senz’altro un libro da leggere. Ah, e a breve dovrebbe arrivare il seguito.

La Debicke e… Fratelli e soldati

di Bruce Henderson
Newton Compton, 2017
A più di settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, lo scrittore e giornalista Bruce Henderson ha scovato una bella storia che non era mai stata raccontata.  Sulla base di diari ritrovati fortuitamente, con pazienza certosina, ha ricostruito un docu-romanzo antologico che racconta l’incredibile storia, vera ma ignorata per anni, dei “Ritchie Boys”.
Dopo l’ascesa al potere del Terzo Reich in Germania, mentre l’atmosfera diventava di giorno in giorno più incandescente, gli ebrei che riuscirono a trovare un “affidavit”, che garantisse la sopravvivenza economica al di là dell’oceano, partirono per salvarsi o, dovendo scegliere, fecero partire un figlio. Molti di questi erano poco più che bambini. Viaggiarono da soli, non parlavano la lingua ma impararono, si diedero da fare, studiarono. Poi, anni dopo, alcuni di loro si arruolarono.
Fratelli e soldati è la storia di duemila giovani tedeschi di religione ebraica, costretti a lasciare la patria per sfuggire alle persecuzioni naziste, che tornarono in Europa per aiutare i loro nuovi concittadini e gli Alleati a sconfiggere il nazismo.
Nell’autunno del 1942 una notizia spaventò a morte gli abitanti della valle del Maryland, dove l’esercito aveva dislocato il campo militare di Fort Ritchie. Alcuni operai, che avevano superato per sbaglio l’area top secret del campo, avevano visto passare un plotone di soldati tedeschi con l’uniforme della Wehrmacht. L’America era stata invasa? Gli operai avevano bevuto? Nossignore. L’America non era stata invasa, e non era colpa dell’alcol. Effettivamente gli operai avevano visto bene, ma i giovani soldati con l’uniforme tedesca che marciavano nel campo erano ragazzi ebrei tedesco-americani, nati in Germania ma che avevano ottenuto la cittadinanza americana. Questi giovani, i Ritchie Boys, militavano ufficialmente sotto la bandiera a stelle e strisce, si esercitavano per combattere in Europa e stavano seguendo dei corsi speciali per mettere a punto una nuova e rivoluzionaria tecnica di guerra: come interrogare i prigionieri appena catturati per avere informazioni vitali sullo schieramento nemico. Una tecnica utilizzata per la prima volta dagli americani e dai britannici dopo lo sbarco in Nord Africa. Dopo un addestramento di otto settimane, circa duemila ragazzi partirono per l’Inghilterra. Fu così che duemila soldati ebrei vennero rispediti di nuovo nella Germania nazista, in prima linea sui campi di battaglia. I “Ritchie Boys”, un’unità segreta dell’esercito americano.
Molti furono paracadutati in Francia e si ricongiunsero con la fanteria. Altri sbarcarono in Normandia e, al seguito del generale Patton, conquistarono Nantes, Orléans, Nancy, per poi prendere parte, nel dicembre del 1944, alla spaventosa battaglia delle Ardenne. Molti di loro persero la vita durante l’invasione o in battaglia, ma la loro presenza e il loro intervento nell’intelligence fu importante per la sconfitta finale tedesca. Un rapporto riservato dell’esercito alleato ha rivelato che quasi il 60 per cento delle informazioni attendibili sugli spostamenti e armamenti del nemico, raccolte in Europa, furono frutto del lavoro svolto dai Ritchie Boys, addestrati dal Military Intelligence Training Center. Il loro sistema inquisitivo era buono ed era già stato collaudato in Africa, ma quale fu il quid che fece la differenza? I Ritchie Boys sapevano di dover interrogare subito i prigionieri perché le informazioni sui movimenti delle truppe, sulle postazioni difensive, sui campi minati e sul morale del nemico diventavano ben presto vecchie e superate. In più i Ritchie Boys parlavano la lingua alla perfezione, conoscevano le abitudini e il modo di pensare dei loro ex connazionali tedeschi, nazisti o no, e potevano porre le giuste domande, improvvisando o immaginando la psicologia dei prigionieri. Erano spinti da un personale coinvolgimento e sapevano come muoversi per ottenere il massimo dai loro interlocutori, e solo in alcuni rari casi dovettero ricorrere alle minacce e alle maniere forti. Molto spesso si avvalevano invece di ingegnosi trucchi e addirittura diventarono famosi, persino tra le più alte cariche militari, per aver inventato un falso rappresentante della polizia segreta sovietica presso l’esercito americano. Quando, nell’aprile del 1945, i Ritchie Boys arrivarono per la prima volta a Buchenwald, dovettero affrontare una spaventosa realtà. Avevano davanti agli occhi un esecrabile esempio del disumano orrore che aveva inghiottito i loro cari: genitori, fratelli, familiari e amici. Ma i Ritchie Boys, senza pretendere né vendetta né gloria, andarono avanti con il loro splendido lavoro fino alla fine della guerra, per poi fare ritorno in America e condurre una nuova vita lontana dalle luci del palcoscenico.

La Debicke e… La bambina che guardava i treni partire

La bambina che guardava i treni partire
di Ruperto Long
Newton Compton, 2017

Charlotte, la protagonista-simbolo della storia, è la figlia minore di Blima e Léon, facoltosa coppia di ebrei belgi di origine polacca, con parenti sparsi in America del Sud e in Europa, che vivono a  Liegi. Ma il clima mondiale sta cambiando, Hitler, il nazionalsocialismo e il pugno di ferro tedesco dilagano paurosamente. Le brutte notizie che giungono  dalla Polonia spingeranno lo zio Alter, fratello della madre e studente di ingegneria, a tornare a casa, dove sono rimasti i genitori, religiosi praticanti, per difendere la patria. E, dopo l’invasione tedesca, verrà  preso e rinchiuso nel ghetto di Konskie. In poco più di un anno, con la progressiva occupazione nazista, la situazione Europea non fa che deteriorarsi: gli inglesi sono stati ricacciati in mare a Dunkerque, in Francia Pètain ha creato un governo collaborazionista, il Belgio benché dichiaratosi neutrale è stato invaso, le SS spadroneggiano e l’atmosfera si fa sempre più irrespirabile per gli ebrei, anche non osservanti. Il fratello di Blima, Paul, ricco tagliatore di diamanti ad Anversa, sta cominciando a pensare di dover abbandonare l’Olanda e i suoi affari. I genitori di Charlotte resistono increduli di fronte alle crescenti angherie ma si preparano a ogni evenienza e, quando il capo famiglia Léon riceve l’intimazione a presentarsi  per essere deportato in un campo di lavoro, lui, la moglie, Raymond e Charlotte, decidono di lasciare il Belgio. Léon, aiutato dall’aspetto fisico suo e dei familiari, alti biondi e con gli occhi chiari, si è premunito andando a Parigi per ottenere dei passaporti falsi che li identificano come la coppia Wins, marito moglie e due figli, una famiglia belga ariana. Dopo aver cucito  i diamanti, ottenuti realizzando tutti i loro beni, nelle spalline imbottite dei cappotti, affrontano un lungo e pericoloso viaggio in treno che li condurrà a Parigi. Credono di essere in salvo e invece per loro sta per cominciare un calvario che li costringerà a nascondersi come topi, terrorizzati di essere denunciati e scoperti. La resistenza è all’opera e la follia persecutoria nazista si esibisce in continue retate che rastrellano una dopo l’altra le superstiti  famiglie di ebrei  per caricarle in carri bestiami diretti a est verso i campi di sterminio. E proprio durante le sue solitarie e brevi passeggiate la piccola Charlotte, di appena nove anni, vedrà questi treni e sentirà levarsi strazianti richieste di aiuto. Le storie raccontate in La bambina che guardava i treni partire sono coralmente affidate alla testimonianza di tanti e disparati personaggi che hanno vissuto sulla loro pelle la tragedia della seconda guerra mondiale. Tra loro, carnefici, vittime, soldati, eroi, semplici cittadini, baristi e combattenti arrivati da un altro mondo: giovani e coraggiosi volontari dell’Uruguay venuti a liberare un’Europa soggiogata dalle truppe hitleriane. E quindi Domingo Lopez Delgado, Anton Salaverri, Facundo Pelaez e altri che, dopo aver attraversato l’oceano, furono arruolati nella Legione Straniera al servizio della Francia libera del generale Da Gaulle e nel deserto, torturati dal calore e dalla sete, combatterono valorosamente in Africa, fino alla vittoriosa battaglia di El Alamein destinata a cambiare le sorti del conflitto. Ma, nel grande scacchiere europeo, tante altre voci parlano, alcune di scomparsi per sempre, altre di sopravvissuti più fortunati, francesi, spagnoli, inglesi, russi, georgiani, ucraini, polacchi, belgi, uruguayani, argentini, palestinesi, libanesi, italiani, persiani, e tutti ci spiegano con esempi e documenti cartacei, lettere, fotografie, come quella terribile guerra sia stata davvero mondiale. Deposizioni raccolte dall’autore di persone coinvolte in combattimenti feroci, in stermini di massa, in assedi cruenti, in battaglie all’ultimo sangue. Ascoltiamo le voci delle vittime e degli artefici di questa spaventosa strage di popoli, che si alternano per ricordare la loro esperienze. Abbiamo quelle infantili, come  Charlotte e le sue poche amiche perdute, quelle di soldati affranti, sul punto di capitolare ma coraggiosi malgrado tutto, quella di Miss Susan, unica donna in Africa sul campo di battaglia, quella dei comandanti, costretti a scelte drammatiche sulla pelle dei loro uomini, quella dei deportati avviati ai treni senza ritorno, quella di Michelle, una cantante francese che attende angosciata il suo compagno Maquisard, quella disperata  dei tanti ebrei braccati ovunque in Europa, le decine di migliaia sterminati a Varsavia, dove perderà la vita anche Alter, zio di Charlotte e grande figura di patriota ebreo. E non mancheranno le descrizioni delle atrocità naziste perché quando la famiglia Wins cerca rifugio  a Lione, nel sud della Francia, arriva in città uno dei peggiori aguzzini della ideologia hitleriana, Klaus Barbie, appena ventinovenne, sadico assassino intenzionato ad uccidere tutti gli ebrei ancora annidati nei territori occupati, che paragona a un cancro da estirpare. La narrazione che intreccia uno straordinario ricamo fatto di dirette testimonianze che si dipanano seguendo il sottile fil rouge che riesce a collegare tanti episodi, fatti e  destini apparentemente diversi e lontani tra loro.  Il  romanzo liberamente ispirato a storie vere e con sprazzi consolatori – Charlotte e la sua famiglia riusciranno a scampare alla cattura – si snoda in una serie di capitoli illustrati da piccole fotografie di allora che raffigurano i protagonisti e gli avvenimenti  del libro, minuziosi dettagli che confermano particolari e ricordi. L’autore tratta con umana delicatezza il  difficile argomento e, senza mai scadere nel pietismo, ci narra invece una splendida storia familiare. Senza cedere a facili emozioni o indugiare nel superfluo, arricchisce  la  trama  con una importante testimonianza corale – e purtroppo visto che il tempo è tiranno e ormai rimangono sempre meno fonti viventi di quel momento di delirio storico – ne approfitta per consegnare alla memoria dei posteri un documento scritto per aiutarci a non dimenticare mai quella aberrante follia collettiva di un popolo.

La bambina che guardava i treni partire di Ruperto Long mette a fuoco la tragedia della Seconda guerra mondiale e della Shoah considerata dal  punto di vista di uno storico sudamericano, lontano nel tempo e forse per questo molto lucido e oggettivo.  Un libro importante, che ha commosso i lettori, che ha meritato il Libro d’Oro e che, con la sua drammatica ma incisiva testimonianza, ha eretto un baluardo contro ogni tentativo di negazionismo.

La Debicke e… Ogni piccola bugia

Ogni piccola bugia
di Alice Feeney
Nord, 2017

«Mi chiamo Amber Reynolds. Ci sono tre cose che dovreste sapere di me
1. Sono in coma.
2. Mio marito non mi ama più.
3. A volte dico bugie.»
Una presentazione/introduzione sintetica e freddamente esplicativa. Nel primo capitolo, in data il 26 dicembre 2016, troviamo Amber Reynolds in coma, prigioniera di un nulla ovattato, fatto solo di suoni, rumori e voci. È solo in virtù di poche frasi, frammentarie e confuse, che sente accanto a lei, che è riuscita a capire di essere scampata a un terribile incidente d’auto e di essere ricoverata in rianimazione in una stanza di ospedale con una grave lesione cerebrale. Sa di chiamarsi Amber Reynolds, di avere trentacinque anni e di essere sposata con Paul. Sa anche di essere una speaker radiofonica, ma non parla, non può parlare e combatte con una confusa sequela di ricordi lontani che cominciano ad affiorare. Ma non ricorda l’incidente… e una domanda la perseguita: come? Amber ha paura. È impotente, indifesa, in balia di chi la cura e le gira intorno. Poi, tra quell’indistinto carosello di voci, ne riconosce due, quelle di suo marito Paul e di sua sorella Claire, che diventeranno il suo salvifico filo di trasmissione con il mondo reale. I due non sanno che lei può sentirli, parlano, discutono, le riportano frammenti di vita. Ma Amber ha paura di non potersi fidare di loro. Nascondono forse qualcosa? Deve sforzarsi, per scoprire cosa è successo, deve ricordare, scavare nella sua mente e, passo dopo passo, ricostruire cosa è accaduto durante l’ultima settimana, fino al momento dell’incidente. E poi compare una terza voce, chi è? Ḕ un uomo che passa la sera quando gli altri sono andati via. Sussurra parole minacciose… Amber deve assolutamente riuscire a svegliarsi.
Il romanzo si svolge su tre piani temporali, “Allora”, “Prima” e “Adesso” in grado di far girare la testa al lettore. L’autrice salta, inganna, parla di fatti veri e immaginari centellinando informazioni, regala qualche indizio, ma con rara parsimonia. Il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è, e talmente inafferrabile che finisce per imprigionare la trama, confondendo i contorni. Perché Amber deve tacere?
Nei capitoli dedicati al passato più remoto, alcune pagine di un diario ci immergono nell’infanzia delle due sorelle, Amber e Claire, e volendo guardare bene nascondono diversi indizi rivelatori. Insomma Ogni piccola bugia è un thriller che sa come coinvolgere e far rabbrividire chi legge. A fare da cornice a tutta la storia, intriganti ambientazioni che rallentano e annebbiano la verità.
Ogni piccola bugia è un libro che ha volutamente adottato una marcia ridotta per stuzzicare la curiosità del lettore. Non è un thriller d’azione, però vi prenderà costringendovi a brancolare nel buio quasi fino alla fine e, proprio quando tutti i punti di riferimento si sono cancellati e sembra impossibile riconoscere la verità, ecco che il labirinto crolla e ogni tassello si incastra come per miracolo, lasciandovi senza fiato. Insomma un thriller da assaporare, un terribile e imprevedibile gioco a rimpiattino silenzioso tra autore e lettore che pone l’accento su ogni dettaglio, ma permette di guardare solo dal buco della serratura per arrivare finalmente allo sconvolgente the end e consegnarci, forse?, la verità. Sì, perché quando vi sembrerà che tutto sia finito ecco che l’autrice tira l’ultima fulminea stoccata e ci saluta strizzando l’occhio. Insomma niente è come sembra e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo…

La Debicke e… I bambini di Escher

I bambini di Escher
di Paolo Pedote
Todaro, 2017

Milano, estate 2017. Nerone Crespi vive da solo nel seminterrato di un palazzo di alloggi popolari in fondo a via Lorenteggio, dove l’ha sistemato l’Associazione Arcobaleno dopo averlo ripescato dalla vita in strada che lo stava uccidendo e curato per sei anni. Ma Nerone non ha scelto questa “sua” vita. In passato ha avuto un buon lavoro, una famiglia, una casa, ma tutto è finito con la morte del figlio e della moglie. Da allora si è rifugiato in uno stato di «fuga dissociativa», una forma di amnesia autoindotta che gli impedisce di ricordare chi è. Sente di amare la musica classica, che è la sua compagnia e la sua droga, Verdi in particolare con l’Ouverture della Forza del destino. Il problema è che l’abitudine di ascoltarla a tutto volume ha scatenato la reazione di una vicina che vuole denunziarlo alla polizia. Per questo la sua psichiatra, quella che l’ha aiutato a uscire dalla struttura protetta e tornare nel mondo (si fa per dire), va a trovarlo, lo convince a darsi una calmata e gli chiede di ripulire il suo antro.
Nerone sopravvive con il misero sussidio statale e dando una mano a Domenico, un vecchio amico dell’altra sua vita che è andato presto in pensione e gira la città e la periferia come svuota cantine e trovarobe. Durante una delle loro spedizioni Nerone rimedia una vecchissima Lambretta che cammina ancora e, incurante del codice stradale che pretende casco e patente, si mette in strada. Girovagando entusiasta arriva fino a via Saffi, dove si ferma per frugare in un cumulo di mobili destinati all’Amsa. Ma alzando gli occhi assiste a una scena da incubo. Davanti a lui un giovane nudo, coperto di sangue, poco prima di cadere a terra in coma per overdose, gli indica un cortile. La porta è aperta, Nerone come in trance segue la scia insanguinata, entra e scopre degli uffici che sembrano un mattatoio: una donna giace morta e un’altra lo aggredisce con un pezzo di vetro. Scappando a piedi terrorizzato Nerone si scontra per strada con la macchina di Angela Delfino, detta dai colleghi La «sbirra», una brava poliziotta dell’antidroga che ha deciso di mollare la divisa. Interrogatorio, situazione traumatizzante per il povero Nerone, testimone del fattaccio che ha visto la morte di una famosa editrice e di una sua impiegata poi, finalmente per lui, ritorno nella pace dell’Associazione Arcobaleno dove cominciano a rimetterlo in sesto. La polizia è in stallo, ma Nerone nota uno strano particolare nelle immagini di una telecamera di sicurezza vicino al luogo della strage che passano e ripassano ossessivamente su You Tube. In questura hanno altre idee e non vogliono starlo a sentire ma lui, in qualche modo, riuscirà a convincere La sbirra ad andare più a fondo. Comincerà così una strana collaborazione inquisitiva tra due personaggi tanto diversi tra loro: Nerone Crespi, l’uomo senza memoria, e la disincantata poliziotta milanese. Gli indizi li spingeranno indietro nel tempo a frugare in cristianissimi istituti per ragazze in difficoltà, trovare una spiegazione a una splendida fotografia ispirata a Escher e interrogare un giornalista di pessima reputazione su un possibile traffico di adozioni e di vendita di esseri umani. Come unici alleati un hacker con problemi mentali, un ragazzetto autolesionista e un poliziotto innamorato. Nerone e La sbirra, una coppia male assortita, con seri problemi personali? Senza dubbio! Ma forse proprio per questo riusciranno a individuare la follia di un amore malato e a sbrogliare la trama dei delitti smascherando i colpevoli. Nessun finale veramente consolatorio, però, perché le colpe dei padri sono destinate a ricadere sui figli, sui quali peserà la nemesi di dover pagare per sbagli non loro.

Paolo Pedote, Milano, 1966, scrittore e giornalista, ha collaborato con L’Indipendente, Pride e Radio Popolare. Tra le sue pubblicazioni: Omofobia. Il pregiudizio anti-omosessuale dalla Bibbia ai giorni nostri, scritto con Giuseppe Lo Presti (2003); Come in un film di Almodóvar (2006); We will survive! raccolta di saggi, curata con Nicoletta Poidimani (2007). Conduce la rubrica Nessun dogma! su Radio Città Fujiko.
Escher perché? Il titolo I bambini di Escher del romanzo ci rimanda a Maurits Cornelis Escher (17 giugno 1898 – 27 marzo 1972) un incisore e grafico olandese. Il nome Escher è indissolubilmente legato alle incisioni su legno, litografie e mezzetinte che rappresentano costruzioni impossibili, esplorazioni dell’infinito, tassellature del piano e dello spazio e motivi a geometrie interconnesse che cambiano gradualmente in forme via, via differenti. Le opere di Escher infatti piacciono molto a scienziati, logici, matematici e fisici che apprezzano il suo uso razionale di poliedri, le distorsioni geometriche e le originali interpretazioni di concetti scientifici, magari per ottenere effetti paradossali. In parole povere, Escher rifiuta la visione monoculare, prevista dai tradizionalismi artistici e propone una rappresentazione più complessa dello spazio, attirando nella dimensione illusoria dei suoi disegni realtà che tecnicamente dovrebbero essere estranee.

La Debicke e… La ragazza scomparsa

La ragazza scomparsa
di Angela Marsons
Newton Compton, 2017

Dopo Urla nel silenzio e Il gioco del male, romanzi di successo internazionale di Angela Marsons, arriva in libreria il terzo capitolo della serie che ha per protagonista il sergente detective inglese Kim Stone, donna tutta d’un pezzo, appassionata di moto, dura con se stessa, asociale al punto di sembrare priva di sentimenti, ma ottimo elemento sotto il profilo lavorativo, anche se spesso si muove fuori dagli schemi. Conosciamo già gli scheletri nell’armadio di Kim Stone: il passato da incubo con la spaventosa morte per inedia, a sei anni, del gemello, provocata dalla madre schizofrenica, una morte che le ha provocato la sindrome del sopravvissuto. Anche i successivi affidamenti a diverse famiglie, spesso poco felici, le hanno “regalato” una generale sfiducia nelle persone, ma è riuscita lo stesso a diventare un buon ispettore , un poliziotto che crede nel suo lavoro.
Kim Stone opera nella Black Country, l’area delle Midlands Occidentali inglesi che comprende la parte nord-ovest di Birmingham e la parte sud-est di Wolverhampton. Ogni volta si butta a capofitto nelle indagini e pretende il massimo da se stessa e dalla squadra che l’adora, la segue e le permette di arroccarsi sulle sue posizioni. L’unica persona a cui permette di avvicinarsi è il suo vice e collega Bryant, mentre la sua corazza è stata scalfita solo da un cane, Barney, un collie complessato. Si sono reciprocamente adottati e ormai divide casa e vita con lui.
In La ragazza scomparsa (ma sarebbe stato più giusto Le ragazze scomparse), il caso che Kim dovrà affrontare, e che potrebbe essere decisivo per la sua carriera, sembra un rebus irrisolvibile. Charlie e Amy, due amichette per la pelle di soli nove anni, sono sparite all’uscita dalla piscina. La madre di Charlie doveva andare a prenderle, ma la sua macchina è stata sabotata e contemporaneamente un messaggio sui cellulari delle famiglie, molto legate tra loro, conferma la peggiore ipotesi: le bambine sono state rapite. È l’inizio di un incubo. Kim mischia la sua vita privata al lavoro e, incurante delle regole, si butta a corpo morto nei casi che le vengono affidati. In più stavolta sa che due bambine stanno rischiando la vita. L’anno prima infatti c’è stato in zona un sequestro con modalità molto simili. Allora solo una della due bambine era stata liberata e i rapitori l’avevano fatta franca. L’ispettore Stone sceglie il silenzio stampa e si arrocca con la sua squadra nella sontuosa villa di Robert e Karen Timmings, genitori di Charlie, dove si sono trasferiti anche Steven ed Elisabeth Hanson, padre e madre di Amy. Il giorno dopo arriva un secondo messaggio, ancora più mostruoso. E in seguito i malviventi minacciano di uccidere una delle due bambine: con un crudele gioco che mette in gara i rispettivi genitori per il riscatto, riescono a mettere le famiglie l’una contro l’altra. Senza contare che nella vita delle due famiglie si celano alcuni segreti. Il tempo scorre inesorabilmente, bisogna azzeccare subito la pista giusta perché Kim Stone ha la certezza che i rapitori stanno per trasformarsi in spietati assassini. E lei, che vorrebbe sempre proteggere tutti, anche stavolta dimentica di proteggere se stessa e rischia di persona.
Angela Marsons coinvolge il lettore con grande abilità, capitolo dopo capitolo. Descrive e racconta minuziosamente le indagini, le sensazioni e le idee della sua protagonista che cresce e in un certo senso cambia e migliora a ogni nuova avventura, pur conservando le sue peculiarità caratteriali. La storia è tosta, amara e spietata. La componente psicologica della trama, ben architettata, contribuisce ad aumentare la suspense e il ritmo, sempre veloce e incalzante, regala una serie di colpi di scena, fino all’ultima pagina.

Angela Marsons ha esordito nel thriller con Urla nel silenzio, bestseller internazionale ai primi posti delle classifiche anche in Italia. La serie di libri che vede protagonista la detective Kim Stone prosegue con Il gioco del male e La ragazza scomparsa. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. I suoi libri hanno già venduto più di 2 milioni di copie.

La Debicke e… Tempo da elfi

Tempo da elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri
di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini
Giunti, 2017

Tempo da elfi è un nuovo capitolo della saga giallo noir, scritta a quattro mani dalla coppia Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli che con questo libro festeggia un ventennio di lavoro insieme. Avevano cominciato con Macaronì (1997), poi Un disco dei Platters (1998), Questo sangue che impasta la terra (2001), Lo spirito e altri briganti (2002), Tango e gli altri (2007), Malastagione (2011) e La pioggia fa sul serio (2014) – finora tutti editi da Mondadori e animati da indimenticabili personaggi quali il maresciallo Santovito e l’ispettore Poiana ma, anche e soprattutto, scegliendo come scenario l’Appennino, con i suoi boschi, i suoi segreti, e tanti ricordi da strappare al silenzio. Stavolta invece escono per i tipi della Giunti. In Tempo da elfi la splendida natura dell’Appennino, che domina la trama, ne diventa quasi la principale protagonista, visto che il nucleo e pilastro portante della storia è rappresentato dagli Elfi, l’eterogeneo gruppo di persone dette anche “movimento comunitario italiano”, che ha scelto di vivere nei boschi, a contatto con la natura e in semi-isolamento dal resto dell’umanità. (tengo a segnalare che Mario Cecchi fu tra i fondatori della Comunità degli Elfi, agli inizi degli anni ‘80. E oggi, a più di trent’anni di distanza, la Comunità comprende ancora almeno una mezza dozzina di insediamenti, tutti sull’Appennino Pistoiese). Questi elfi, dunque, non sono folletti ma donne, uomini e bambini che si vestono con abiti a colori vivaci, portano sandali di cuoio fatti a mano e vivono di pastorizia, artigianato, agricoltura e raccolta dei prodotti che regalano il bosco e la natura. Ogni tanto gli elfi stanziali scendono fino a Casedisopra, per scambiare o vendere alcuni manufatti artigianali. Non sono un pericolo per i montanari, ma anzi rappresentano una piccola risorsa per salvaguardare e curare i territori degli Appennini. A Casedisopra le stagioni si susseguono sempre uguali fra la tabaccheria della Nerina e le due caserme, una della Forestale e l’altra dei Carabinieri, forse troppe per il piccolo borgo tranquillo frequentato ormai da pochi turisti stagionali e, spesso, tutto il lavoro da fare sembra multare qualche cacciatore di frodo locale o sorvegliare i pochi clienti abituali che giocano a carte o mangiano nella trattoria-bar di Benito dove, anche quando la caccia è chiusa, chissà perché il maiale sa di cinghiale…
L’unico trambusto in zona è provocato dalla comparsa dei primi stravaganti visitatori, che segnalano l’inizio della calata degli elfi in vista del grande raduno per la Festa dell’Arcobaleno, e dalla notizia del previsto assorbimento del corpo della forestale da parte dell’Arma dei Carabinieri, cosa che non entusiasma Marco Gherardini, detto Poiana, ispettore della Forestale, e i suoi uomini. Ma Poiana non fa in tempo a lasciarsi andare a cattivi pensieri perché due spari nel bosco stanno per rompere la pace paesana. E quando in fondo a un dirupo viene ritrovato il cadavere di un giovane elfo sconosciuto, Marco Gherardini capirà subito di trovarsi di fronte all’indagine più difficile della sua carriera, sia perché potrebbe essere l’ultima come forestale, sia perché si tratta di un caso importante che, toccando altre sfere d’influenza, lo costringe a muoversi con i piedi di piombo, sia perché lo porterà a sospettare anche degli amici più cari. E se l’intuito femminile può essere molto utile per risolvere l’omicidio, Poiana dovrà essere disposto a vagare per giorni negli amati boschi, e a rinunciare a una “strada” per riconoscere finalmente l’altra, l’unica giusta.

Azzeccatissima l’accoppiata Guccini e Macchavelli. E non solo per la perfetta sintonia di sensibilità tra i due, che non fa che accrescersi dopo vent’anni di scrittura in comune, ma anche per un calibrato mix di collaborazione che, sommandosi alla realtà dello scenario ambientale della residenza di Francesco Guccini, non fa che valorizzare la trama. Guccini, infatti, pur nato a Modena, ha trascorso a Pàvana (appenino tosco-emiliano) i primi anni della sua esistenza, per poi tornarci a vivere negli ultimi tempi. E proprio Pàvana, per colpa sua e di Macchiavelli, si è mascherata, come fanno gli Elfi per la Festa dell’Arcobaleno, in Casedisopra, il pacifico borgo di montagna teatro dei misfatti e delitti che capitano tra capo e collo a Marco “Poiana” Gherardini.

Francesco Guccini è nato a Modena nel 1940. Cantautore-poeta e scrittore di assoluta originalità, è un mito per generazioni di italiani. Esordisce nel 1989 con Cròniche Epifàniche per pubblicare poi Vacca di un cane (1993), Storie d’inverno (1993, con Giorgio Celli e Valeri Massimo Manfredi), La legge del bar e altre comiche (1996), Cittanòva Blues (2003), Icaro (2008), i due volumi del Dizionario delle cose perdute (2012 e 2014) e Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (2015) che – così come il disco L’ultima Thule con cui ha concluso la sua carriera musicale – hanno avuto uno straordinario successo di pubblico.
Loriano Macchiavelli, bolognese, è un maestro riconosciuto del noir italiano e il creatore di Sarti Antonio, uno dei più popolari poliziotti della nostra narrativa, la cui ultima avventura, Uno sterminio di stelle. Sarti Antonio e il mondo disotto, è da poco uscita per Mondadori. Ha all’attivo più di trenta romanzi, oltre a opere teatrali e sceneggiature per il cinema e la tv.

La Debicke e… Un anno in Afghanistan

Un anno in Afghanistan
di Marco Henry
Newton Compton, 2017

Un anno in Afghanistan è il diario del soggiorno di Marco Henry per quasi quattordici mesi, dal 21 aprile del 2006 al 3 giugno 2007, come responsabile degli approvvigionamenti per i contingenti alleati dell’Operazione Enduring Freedom schierati in Afghanistan.

Il diario è contemporaneamente un viaggio, un’avventura e la diretta testimonianza di un uomo che è riuscito a vivere una pseudo normalità in un paese con una guerra in atto, ma che allora era “proibito” chiamare guerra. Un quarantenne italiano con famiglia che ha scelto di lavorare per più di un anno in uno dei peggiori teatri bellici del pianeta.
Henry ci spiega come, per motivi economici, si è trovato a scegliere tra la sicurezza della propria casa e il calore della famiglia e un lavoro lontano, molto ben remunerato ma con poche certezze e molti rischi.
Un lavoro da impiegato civile con base a Kabul, città che definire pericolosa era un eufemismo, e frequenti viaggi per tutto il paese. Marco Henry aveva l’incarico di gestire gli approvvigionamenti delle varie basi militari sparse per un Paese grande due volte l’Italia, con un clima infido, gelido d’inverno e bollente d’estate, in un territorio difficilissimo fatto di montagne e vallate impenetrabili. Una complessa gestione logistica, che esigeva la presenza anche a rischio della vita al momento delle consegne, ma anche amministrativa e organizzativa non semplice. Quando poi alle richieste normali e legittime si aggiungono quelle ridicole… Come la pretesa del comandante della base tedesca di avere, per Pasqua, una fornitura di coniglietti di cioccolato destinati ai suoi uomini. Pretesa che comportò un apposito volo speciale dal costo vertiginoso e, ciliegina sulla torta, dati i problemi di pressurizzazione in volo, buona parte dei coniglietti arrivarono spiaccicati.

Un’esperienza di quattordici mesi descritta in maniera lucida e disincantata. Molte cose spiccano in queste pagine: le descrizioni del primo impatto con l’Afghanistan, Kabul con il suo polveroso caos, l’assenza di colori e la popolazione, migliaia di persone affrante ma non dome. E poi gli altri, gli stranieri, uomini e donne provenienti da tanti paesi diversi, sballottati fin là per una scelta di lavoro e uniti dal desiderio di andare avanti fino in fondo con un unico scopo: darsi da fare e aiutare.
La difficoltà di vivere quella che dovrebbe essere una missione di pace ma che in realtà è una continua guerra, dove il pericolo si nasconde dietro le cose più normali come una passeggiata, una cena con gli amici… I viaggi all’insegna del rischio di attentati, la vita dentro le strutture militari in compagnia di persone di tutto il mondo, gli incontri brevi ma intensi con la popolazione locale. In un luogo spaventosamente ostile e pericoloso, le precauzioni non sembrano mai sufficienti. Ogni spostamento deve essere programmato e protetto. Ma, purtroppo, non tutto va sempre per il verso giusto. Gli stranieri vengono presi di mira e spesso sono vittime di feroci assalti o attentati kamikaze.
Capitoli che colpiscono, descrivendo senza fronzoli la normalità dell’inimmaginabile, la finale dei mondiali di calcio vinta dall’Italia e il venir presi a fucilate dai pastori, perché con la macchina sei passato loro troppo vicino, disturbando le pecore, il fastoso matrimonio di un collaboratore locale, in cui Henry era l’unico straniero invitato e il funerale di un kamikaze dopo averne raccattato i resti. E poi la straordinaria bellezza del cielo notturno in una base dove ogni notte i missili colpiscono il perimetro; la lista dei pro e dei contro nel rimanere quando è sempre presente la voglia di tornare a casa, dove ti aspettano e hanno bisogno di te e la domanda più frequente, quando sei stanco e hai paura: “Chi me l’ha fatto fare?” ma non vuoi mollare.
Il diario di chi è partito per l’Afghanistan non per combattere, ma per accollarsi un lavoro ed è riuscito a farlo e bene anche in condizioni che potevano sembrare impossibili. Un libro reale, un vero resoconto in cui è ancora viva la speranza che in futuro le cose possano cambiare, migliorare per un paese che da troppo conosce solo la guerra. Un anno in Afghanistan è una irrinunciabile lettura per chi voglia capire fino in fondo cos’è una guerra, proponendo elementi e riflessioni ignorate dai media.
Un’esperienza fuori dal comune, tra un sorriso, tanta paura e la quasi innaturale “normalità” di un mondo sconvolto da un conflitto che sembra non voler finire mai, l’autore riesce a regalarci anche delle straordinarie immagini dell’Afghanistan e delle speranze del suo popolo.
Ma purtroppo, a più di dieci anni di distanza, il caos afghano non si placa.

Ad aprile 2017, dopo 27 mesi dal ritiro delle forze alleate da combattimento che ha lasciato nel paese solo i 13.400 militari statunitensi e NATO della missione addestrativa e di consulenza e supporto (Resolute Support), l’Afghanistan ha subito una spaventosa escalation bellica confermata dall’attacco della sera del 21 alla base di Mazar-i-Sharf che ha provocato oltre 200 morti e feriti tra le truppe di Kabul.
Bisogna calcolare che da quando il grosso delle forze statunitensi e della NATO, contributrici alle operazioni militari in supporto alle forze di sicurezza afgane, sono state ritirate, il 2016 è stato un anno di carneficine. Tra gennaio e novembre sono morti 6.785 tra soldati e poliziotti afghani, mentre i i feriti sono stati oltre 11.000. Paragonati ai circa 5.000 caduti del 2015, questi numeri certificano il vertiginoso aumento di perdite in combattimento. Un sanguinoso anno record anche tra i civili: (3.498 morti e 7.920 feriti) come pubblicato dalla missione dell’ONU (UNAMA) e in aumento rispetto al 2015. L’area di Kabul, le province di Helmand, Kandahar, Nangarhar, Uruzgan, Kunduz e Faryab registrano gli scontri più violenti dell’esercito regolare contro i Talebani. E purtroppo anche il gruppo Isis, insediatosi in tempi recenti in Afghanistan Orientale, nel 2016 ha reclamato il suo tributo di sangue contro gli sciiti con 209 morti e 690 feriti. Altissimo il numero di giovani feriti e uccisi, più di 3.500 (di cui 923 morti), a causa dello sterminato numero di ordigni bellici inesplosi disseminati ovunque.

La Debicke e… La ragazza sbagliata

La ragazza sbagliata
di Giampaolo Simi
Sellerio, 2017

Ho letto La ragazza sbagliata solo ora – prima non ero in Italia – e la spinta, anche se non ce n’era bisogno, me l’ha data l’essermi trovata al tavolo accanto a Giampaolo Simi durante la presentazione finale di I Sapori del giallo, la manifestazione culturale (con prosciutto e tortelloni a contorno) felicemente proposta da ben quattordici anni da Gigi Notari a Langhirano. Ed è stato un vero piacere.
Ci sono autori che meriterebbero un posto in prima pagina: lui, il viareggino Giampaolo Simi, che da anni pubblica silenziosamente con le maggiori case editrici, chissà perché non è osannato da un certo tipo di critica che fa “punteggio intellettuale”. E invece Simi a mio avviso dovrebbe stare sullo stesso piano dei nostri top Lucarelli, Camilleri, de Giovanni, eccetera, eccetera. Simi si è meritatamente guadagnato giusta fama in Francia con Gallimard e anche in Italia con il premio Scerbanenco 2015, ma rimane immeritatamente relegato nelle seconde file. Sarà perché fa parte di quella stretta cerchia di autori che non si possono inquadrare in un qualche genere? Sarà perché, come ammette francamente, non fa serial?
Di lui ho letto molto, mi piace e gli invidio la straordinaria facilità di scrittura, l’uso accorto della lingua e la bravura di saper raccontare storie sempre diverse e originali. La ragazza sbagliata infatti è un romanzo molto indovinato.
Il protagonista e io narrante è Dario Corbo, giornalista quarantenne disoccupato che si trova a ricostruire l’efferato omicidio di Irene Calamai, diciottenne studentessa modello, un esempio per i compagni e una perla rara per i genitori. Uccisa, torturata e abbandonata in un dirupo sulle colline della Versilia, ventitré anni prima (nel 1993). Del delitto era stata accusata una bella ragazza ventenne, Nora, figlia del celebre scultore inglese Thomas Beckford, proprietario di una grande villa nella zona. Una vicenda giudiziaria durata ben cinque anni che, dopo un’iniziale assoluzione, aveva portato a una definitiva condanna. Su Nora Beckford si era indagato, scavando e infierendo su ogni sua debolezza: il carattere, l’uso di droghe, la passione, la gelosia, per poi crocefiggerla. Dario Corbo, allora giovane redattore di cronaca nera per la redazione viareggina, era stato tra i più accaniti colpevolisti. È naturale che, quando la Beckford torna alla ribalta, fuori dalla prigione e nuovamente sul luogo del delitto, un editore gli solleciti un libro sul caso, una specie di autofiction il cui sostanzioso anticipo offerto lo tirerebbe fuori dai guai. Ma quando Corbo, con la complicità di una grintosa piemme, arriva a rileggere la documentazione completa del delitto Calamai, inizia a dubitare delle certezze del passato e a scandagliare altri aspetti di un crimine che potrebbe rivelarsi un Giano bifronte.
Ma sarà soprattutto l’occasionale impatto/incontro con Nora Beckford (Corbo nel buio rischia di travolgerla con la macchina) che lo spingerà a ripercorrere particolari trascurati, a scegliere nuove piste che lo porteranno a inimmaginabili scoperte e a un possibile inquietante scenario. Chi era Nora? Chi è ora Nora? Perché non riesce a ricordare qualcosa, almeno un particolare, un barlume del suo feroce delitto? Cosa succedeva allora intorno a lei? Presto, più della possibile soluzione di un delitto, sarà l’angoscioso mistero che grava sulla donna ad attrarre irresistibilmente Dario Corbo.

Intensa, coinvolgente, commovente ricostruzione psicologica dei personaggi. Uno splendido e inatteso finale per un libro da leggere! Assolutamente.

La Debicke e… Dammi tutto il tuo male

Dammi tutto il tuo male
di Matteo Ferrario
HarperCollins, 2017

Dopo la scomparsa della sua compagna Barbara, Andrea è un padre single e adora la piccola Viola, nata dall’unione con la donna. Ogni tanto la sera, quando tutti i rumori intorno si attutiscono e sul prato di casa cala l’oscurità e si potrebbero vedere le lucciole, Viola, quasi sei anni, attende silenziosa abbracciata strettamente a suo padre sotto la veranda. Spera di vedere le lucciole, ma spera anche nel ritorno di sua madre Barbara. Solo suo padre sa e teme che la sua sia una vana attesa.
Andrea ha quarant’anni ed è un uomo dalla vita normale. Fa il bibliotecario, gli piace e, da quando Barbara è scomparsa, cresce da solo e con amore sua figlia. Ma Andrea è anche un assassino e l’autore ce lo anticipa, con una sincera confessione del protagonista e io narrante, fin dalle prime pagine.
Barbara e Andrea si erano conosciuti a un esclusivo party milanese, dato dal miglior amico di Andrea e, da quel momento, erano diventati inseparabili. Barbara, con la sua attività di tatuatrice, eroina iconica con un paio di ali – una di farfalla e una di pipistrello – incise sulle scapole, una ragazza dalla bellezza un po’ androgina, stravagante, talvolta schiva ma decisa, aveva creduto di trovare in Andrea l’unica persona al mondo che potesse salvarla. Ma salvarla da cosa? E perché si è praticamente volatilizzata poco dopo la nascita di Viola? La minuziosa opera per riallacciare i tanti fili del passato si alterna alla vita di apparente e protettiva normalità quotidiana di Andrea e Viola. Ci sono gli inviti dagli amici, le gite al mare, i cartoni animati, le feste, la scuola.

Il rapporto fra Andrea e la figlia, che deve proteggere a ogni costo, potrebbe essere il fulcro del romanzo, che però è anche una bella e sofferta storia d’amore fra il protagonista e la misteriosa Barbara, scomparsa dopo aver percorso un brevissimo tratto di vita con Andrea e Viola, e la incredibile cronaca di un omicidio, commesso da Andrea per amore. Andrea è l’unico a conoscere la verità. Una verità oscura e inconfessabile, nascosta in una fitta boscaglia fatta di troppo silenzio, omertà e dolore. Andrea ha ucciso, ma non è pentito. Perché si può uccidere per odio. Però a volte, si può anche uccidere per amore. E infatti Andrea Bertone, fino ad allora incapace di fare del male a chiunque, ha accettato di sfidare l’inferno pur di salvare sua figlia.
La difficoltà di trovare certe risposte si trasmette nettamente. E si allarga a macchia d’olio. Se si pensa all’infanzia: i bambini capiscono l’infelicità e la solitudine degli adulti? Perché il bisogno di essere amati dai propri genitori è così forte da far persino dimenticare certi torti? Ma soprattutto si può essere un buon padre anche senza dire tutta la verità ai figli?
Nell’animo di Andrea si susseguono dubbi, problematiche irrisolte, fatti tragici, fino a giungere al finale, decisamente poco scontato, in cui tutta la storia troverà il suo epilogo, tanto che la necessità di scoprire come e perché un padre possa diventare un assassino garantisce la suspense fino alla fine.
Un romanzo intenso che Ferrario riesce, con raro buon gusto e raffinatezza, a mantenere in equilibrio fra tenerezza, sentimento e mistero, senza mai guastare la suspense.
Da leggere.