La Debicke e… Il fratello unico

Il fratello unico
di Alberto Garlini
Mondadori, 2017

Con Il fratello unico scopriamo con piacere Garlini giallista. Risultato: un indovinato connubio vincente. La sua scelta è stata quella di buttarsi sul giallo classico e usare come ambientazione la bassa parmense perché, a suo dire «aveva bisogno di una zona speciale e Parma e la sua provincia sono la culla di storie incredibili, fascinose, tragiche, spietate e sognanti. Sembra che la pianura, a differenza della montagna, non possa nascondere nulla… La pianura, e il Po, con le sue acque che scorrono implacabili e a volte tracimano, sono lo sfondo dei delitti e dei misteri di fantasia che in questo libro ho raccontato».
Un territorio così infatti parrebbe fatto su misura per un ricco (azionista di una banca di affari) investigatore letterario come Saul Lovisoni, ex poliziotto dotato di un talento infallibile, ex studente modello laureato ad Harvard, ex ragazzo della buona società ed (ex?) scrittore di gran successo. Un uomo che ha deciso di estraniarsi quasi completamente dalla vita pubblica finché qualcosa non busserà di nuovo alla sua porta. Si parte bene. Voce narrante: la sua assistente Margherita Pratts, ventiseienne inquieta che, per sua ammissione, nella vita ha combinato poco, segnata dal piercing e da un tatuaggio (Stieg Larrson aleggia), apprezza il buon vino e va in giro su una Twingo scalcagnata. Tornata di recente dall’Angola, dopo una breve e infelice esperienza lavorativa e stufa di dividere la casa con il suo ex, vede sulla Gazzetta, per sua fortuna, l’annuncio di Saul Lovisoni che dice “Cerco una segretaria che sappia leggere. Lavoro di investigazione e di archivio” e parte in caccia. L’impatto iniziale, abbastanza faticoso, la costringe a vagare sotto un temporale, che imperversa con fulmini e saette, fino all’arrivo a un casone trasandato della campagna parmigiana dove incontra Saul Lovisoni. Descrizione dell’autore: «tratti marcati ma eleganti. Sembrava fatto di nulla, anche se i muscoli urgevano contro il tessuto della camicia. Meno di quarant’anni, forse trentasette o trentotto. Capelli scuri. Labbra carnose. Un pallore malinconico, come di certe montagne». (Sublime il pallore malinconico di certe montagne, mi fa subito pensare alle Apuane). Margherita viene assunta immediatamente per aver superato il test di prova, letto da Lovisoni, riconoscendo fin dalle prime battute Emma di Jane Austen. Incarico ufficiale archivista di dodicimila libri e in realtà segretaria tuttofare. Salario proposto ottimo e in più avrà diritto a vitto e alloggio. E lei zac, fa le valigie e trasloca. A metà novembre piomba a tradimento la prima cliente “Bionda, abbagliante, smalto rosso. Borsa Hermès”. Si presenta: è la contessa Cosima Allandi di Porporano. Il fratello Bernardo (detto Bernie), appartenente a una abbiente e importante famiglia proprietaria del castello di San Secondo (celebre edificio rinascimentale Rocca dei Rossi) è scomparso da tre giorni. La polizia non vuole muoversi: è un maschio adulto e vaccinato, tre giorni sono pochi ma secondo la sorella non è da lui. Ḕ preoccupata e vuole che Lovisoni lo cerchi. Bernardo (Bernie) si è innamorato di una tale Sabina Ruffini, una qualunque, ex drogata e divisa dal marito, che da poco ha perso un figlio, un bambino investito da una macchina. Cosima sa che il fratello prima di sparire ha litigato di brutto con lei. Lovisoni accetta di occuparsene, incarica Margherita di fissare la parcella e lei, per l’importo, si rifà a quella di Philip Marlowe (vedi gialli di Chandler). Ben presto (elementare no?) Lovisoni trova il cadavere di Bernardo. Più d’uno in zona aveva motivi per ucciderlo, sospetti, arresti ma solo alla fine, come in ogni giallo che si rispetti, scopriremo, con un deliberato colpo di scena in una riunione finale alla Ellery Queen, l’identità dell’assassino. Ricco di citazioni letterarie, gialle e no, Il fratello unico è un intrigo perfetto, un raffinato omaggio al mystery classico di Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Rex Stout e tutti gli altri maestri del genere. Saul Lovisoni è un calibrato mix di certi miti investigativi. Per alcuni versi ricorda Maigret ma soprattutto somiglia a Sherlock Holmes con le sue improvvise sparizioni, i suoi sbalzi di umore e il modo in cui anticipa tutti con le sue deduzioni, irritando soprattutto Margherita. Però, pur essendo un personaggio ispirato al’eroe di Conan Doyle, per arrivare alla verità e svelare il nome dell’assassino Saul Lovisoni applica alle indagini un suo particolare metodo, strettamente collegato ai meccanismi letterari…
Margherita, inevitabilmente, è attratta e affascinata dalle stravaganze e genialità del suo capo. Saul, si capisce al volo, soffre e nasconde qualcosa: quali sono i motivi del suo isolamento in campagna dopo l’eccezionale successo del primo libro? Si informa in giro. Certe risposte non le piacciono ma…
Scrittura serrata e gradevolmente ironica, dialoghi realistici e brevi frasi per un ritmo incalzante, con momenti di dolorosa pausa. Garlini, tuttavia, per il suo romanzo, non solo si ispira ai polizieschi ma attinge a piene mani anche dalla “letteratura”. E infatti per Bernardo (il fratello unico che presta il titolo al romanzo, prendendo spunto da una canzone di Rino Gaetano) ci rimanda a due “signori” personaggi: Don Chisciotte di Miguel de Cervantes e Francis Macomber, protagonista di un racconto di Hemingway.

La Debicke e… Una famiglia pericolosa

Una famiglia pericolosa
di Caroline Moorehead
Newton Compton, 2017

La verità andrebbe sempre raccontata senza mai stancarsi, perché gli anni annebbiano la memoria storica e gli italiani di oggi dovrebbero essere figli, nipoti e pronipoti di coloro che si batterono per la libertà. Ma erano pochi e troppo spesso le loro voci furono messe a tacere per oltre un ventennio. L’illusione, che per altro continua a serpeggiare velenosamente nelle menti di troppi, che il fascismo fosse il male minore, che fece anche cose “positive” (dimenticando troppo spesso tutte quelle negative: l’Africa e peggio), deve scontrarsi con quello che sicuramente portò: lo sfascio di una generazione e la distruzione morale e materiale di una nazione. Ma si sa: l’Italia e gli italiani hanno sempre sofferto del loro profondo male identitario. E allora la perenne insicurezza, l’ignoranza dovuta all’analfabetismo ancora molto diffuso nella penisola e l’incertezza di ideali comuni furono duramente messi alla prova dall’orrore della I Guerra Mondiale. Con il senno di poi, si può affermare che l’Italia avrebbe dovuto e potuto non farsi coinvolgere, né in quella guerra né nella successiva, ma la massa degli italiani di oggi invece, perennemente contraddistinta da faide politiche intestine, continua belligeranza e nuovi stravaganti sogni di potere assoluto, discende soprattutto da coloro che accettarono, magari per forza ma supini e incolori, Mussolini e il fascismo.
E dunque, visto che si è quasi perso l’anima di una generazione, buona parte dei superstiti sono pallidi ectoplasmi di quei loro predecessori che seppero dimostrare tanto patriottismo, sopportazione e coraggio. Scrivo questo perché il libro sull’odissea della famiglia Rosselli mi ha commosso e mi ha fatto toccare con mano e con il cuore cosa debba essere stato vivere e combattere la loro sanguinosa battaglia. La famiglia Rosselli faceva parte dell’aristocrazia intellettuale fiorentina che tanto dette alla nazione agli inizi del Novecento. I Rosselli erano una famiglia di commercianti e banchieri livornesi molto legati all’Inghilterra. Di fede mazziniana, credevano nel Risorgimento e per il Risorgimento si adoperarono sempre strenuamente. Attorno al 1890 Giuseppe “Joe” Rosselli sposò Amelia Pincherle, di origine veneziana, ed ebbero tre figli, Aldo, Carlo e Nello. Vivevano a Roma, erano entrambi ebrei non praticanti ma soprattutto si sentivano degli italiani. Dissapori nati tra i coniugi, dovuti soprattutto alla mania del gioco di Joe, li portarono alla separazione nel 1903, ma i rapporti tra loro restarono sempre improntati alla civiltà. Amelia Pincherle Rosselli, che è una figura chiave della storia, si trasferì a Firenze e provvide personalmente a una spartana educazione di Aldo, Carlo e Nello. Joe morì nel 1911 a quarantaquattro anni, lasciandola vedova. Ma Amelia era una donna straordinaria: di grande moralità e decisa a fare dei suoi figli dei cittadini responsabili. Fiera ed elegante, frequentava i più colti circoli fiorentini. La prima guerra mondiale le portò via Aldo, il maggiore dei ragazzi, morto in Carnia nella battaglia del Pal Piccolo. Sin dall’avvento di Mussolini e la sua cricca, Amelia, una matriarca a capo della famiglia, e i suoi due figli Carlo e Nello, si opposero al regime, prendendo posizione anche pubblicamente. Grazie ai dividendi di una miniera sul monte Amiata, avevano soldi sufficienti per finanziare le loro attività antifasciste: fondare e mandare avanti giornali liberali, fornire aiuto economico ai perseguitati dal sistema e tentare di far conoscere all’estero il pericolo della dittatura mussoliniana, che Carlo Rosselli definiva la peste nera. Quando si instaurò il nuovo Stato di Polizia, i Rosselli trasformarono il loro dissenso in una resistenza politica più attiva che li costrinse a vivere ripetutamente il confino. Erano convinti socialisti e il loro progetto era alternativo al comunismo: Carlo ci lavorò durante la prigionia sul’isola di Lipari e più tardi, quando riuscì a fuggire rocambolescamente e riparare in Francia, scrivendo, durante l’esilio parigino, il manifesto “Socialismo Liberale”, che in seguito ispirò il Partito D’Azione e il movimento Giustizia e Libertà. Dopo la fuga di Carlo, Nello fu arrestato di nuovo, poi rilasciato per i buoni uffici di uno storico amico che si barcamenava con il regime, ma costretto a Firenze a una vita isolata di ricercatore. Ma a metà degli Anni ’30 il capo della polizia di Mussolini, Bocchini, aveva un vasto apparato di spie e informatori a Parigi, che era il centro degli antifascisti esiliati. Dopo la guerra civile in Spagna, alla quale prese parte durante la fase iniziale, Carlo rientrò in Francia dopo essere stato ferito. Ma con il suo eccezionale carisma, che lo aveva fatto diventare un militante simbolo dell’antifascismo, diventava sempre più influente. E tanto pericoloso da doverlo eliminare. Infatti il 9 giugno nel 1937 i due fratelli – Nello aveva raggiunto il maggiore per una breve visita – furono brutalmente assassinati in Normandia, su ordine di Galeazzo Ciano. I loro funerali furono seguiti da oltre 200.000 persone. I fascisti tentarono di attribuire la loro morte a un tradimento di alcuni componenti del movimento Giustizia e Libertà, ma dopo pochi giorni la verità rimbalzò sulla stampa internazionale. Ma i tempi si facevano sempre più invivibili per gli ebrei in Italia e, dopo un soggiorno in Svizzera, Amelia raggiunse New York con le nuore e i bambini, grazie all’intervento di Eleanor Roosevelt, la moglie del presidente degli Stati Uniti.

Una famiglia pericolosa o la storia della famiglia Rosselli è l’indimenticabile affresco di un’Italia piegata sotto il giogo del fascismo e un vivido ritratto della strenua volontà di resistenza di alcuni che la dittatura non riuscì a soffocare. Un racconto disincantato sul colpevole silenzio di molti e sull’eroismo di coloro che persero la vita combattendo il regime. L’autrice ha dichiarato a ragione: il coraggio si impara dai Rosselli.

Caroline Moorehead: nata a Londra, è giornalista, autrice e attivista per i diritti umani. Ha firmato numerose opere, tra cui la biografia di Bertrand Russell e una storia della Croce Rossa, e ha collaborato con le più famose testate internazionali, tra cui «The Independent», lo «Spectator», il «Times» e la BBC. La Newton Compton ha pubblicato Un treno per Auschwitz, La piccola città dei sopravvissuti e Una famiglia pericolosa.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Gennaio 2018

Oggi voglio iniziare con un abbraccio e un augurio per il nuovo anno ai miei nipotini Jonathan e Jessica. Che il sorriso sia sempre con voi. (E io, Alessandra, aggiungo i miei auguri).

Il grido della sirena di Paul Halter, Mondadori 2017.
Si parte dall’inverno del 1897, quando all’allevatore di pecore Nielsen viene portata una seconda figlia, avuta da una relazione adulterina, proprio nel momento in cui è nata l’altra frutto del matrimonio (la madre muore). Due bambine identiche, “gemelle” che vivranno, però, separate…
E si passa al 1922. Più precisamente a Moretonbury, Cornovaglia. Qui arriva lo studioso di scienze occulte, ovvero di “fenomeni insoliti e inspiegabili”, l’irlandese Alan Twist, quarant’anni suonati, un uomo esile, tranquillo con l’aria da pensionato, zazzera folta e rosseggiante, occhi azzurri benevoli che guardano dietro un pince-nez dal cordoncino di seta nera. È stato chiamato dal proprietario terriero James Malleson, marito di Lydie Cranston, per risolvere un caso “decisamente fuori dell’ordinario”.
Ma già prima, fermatosi alla locanda “City Dars”, aveva fatto la conoscenza di due personaggi importanti per la storia: l’ispettore Archibald Hurst di Scotland Yard e il lessicografo Jeremie Bell ispirato al Gideon Fell di Carr, con la sua famosa corporatura elefantiaca, il doppio mento, i baffi da brigante, il mantello nero e gli altrettanto famosi “Arconti di Atene!” qui sostituiti da “Per i sandali di Mercurio!”, “Per tutti i satiri dell’Olimpo!”, “Per i fulmini di Zeus!”, “Per Marte!”. E, sempre nella medesima locanda, aveva sentito parlare di un “grido silenzioso” a cui sono legate morti violente (in parole povere muore chi non lo sente) che ritroveremo in seguito.
Il caso da risolvere per il nostro Twist consiste in uno spettro che sembra aggirarsi per la casa di James Malleson, più precisamente in soffitta. Di fronte alla casa una torre considerata luogo maledetto. Lì è stato ucciso Charles Cranston da una creatura alata e in seguito anche il figlio Julian è morto, precipitando lungo la falesia per non avere sentito il grido della Banshee, essere demoniaco con un pettine rotto, che lancia un urlo bestiale.
Intanto dall’ispettore Hurst viene messa in dubbio l’identità di Malleson. Sembra che durante la guerra abbia fatto amicizia con un tizio poco raccomandabile che gli assomiglia, ovvero l’impostore Patrick Degan. Uno dei due muore ucciso. Chi sarà quello ritornato che, tra gli altri sospetti, gioca tanto bene a scacchi come non succedeva prima della sua partenza?…
Un plot di vicende veramente complesso. Passato e presente che si intrecciano, enigmi su enigmi, drammi, misteri, tradimenti (in quel senso), il classico filone del “doppio”, il “grido silenzioso” che ancora uccide. Insomma un’atmosfera angosciosa e angosciante con lo stesso Twist a gettare sconcerto perché pensa che “dietro a tutto questo ci sia la presenza del Maligno.”
Scrittura di classe, personaggi che rimangono impressi (ce ne sono altri tra cui le “gemelle” diventate grandi e due cugini a creare scompiglio), una storia affascinante dagli aspetti sovrannaturali anche se a volte inverosimile (non tutte le spiegazioni finali convincono), fino a quando “Caso risolto”, sentenzia un Twist innamorato. Anzi, casi risolti, quelli del presente e quelli del passato.
Leggere per credere.

Il falso ispettore di Peter Lovesey, Mondadori 2017.
“L’uomo che sarebbe diventato il falso ispettore Dew si chiamava Baranov.”, uno dei superstiti, insieme a suo padre, dell’affondamento del Lusitania, anno 1915, dove morirono più di mille passeggeri. “Lo stadio successivo della creazione del falso ispettore cominciò nella primavera del 1921”. Nello studio del dentista dottor Baranov c’è Alma Webster che lo ama “con tutta se stessa”. Abita da sola in una casa su tre piani e lavora a maglia per gli uomini al fronte. Alle spalle un passato doloroso. Il vero nome di Baranov è Walter Brown, sposato all’egocentrica e dittatoriale Lydia attrice, amica, tra l’altro, di Charlie Chaplin.
Altra donna coinvolta nella vicenda è Poppy Duke “ladra da manuale.” Ma questa volta fa cilecca. Il giovanotto a cui vuole rubare il portafoglio se ne accorge e, addirittura, la sfrutta “Mi hanno riferito che sei la borsaiola più abile di tutta Londra, e io voglio assicurarmi i tuoi servigi per una sera”, dichiara Jack, sposato con Kate.
Così come saranno coinvolti Marjorie Livingstone Cordell, terzo matrimonio con Livy e figlia Barbara che farà la conoscenza del corteggiatissimo Paul Westerfield, erede di un impero finanziario.
Il punto principale della storia è che Alma e Walter si innamorano, ma Lydia vuole andare a recitare in America con il piroscafo Mauretania. Dunque per i due piccioncini o lasciarsi, oppure riprendere un’idea, migliorandola, del famigerato caso Crippen che, insieme alla sua Ethel, avevano fatto a pezzi la moglie seppellendola in cantina. Purtroppo scoperti dall’ispettore Dew. Alma è entusiasta del piano (più dei libri della sua scrittrice preferita), lei stessa si presenterà sul Mauretania nelle vesti della signora Lydia, dapprima in seconda classe, e poi in prima dopo che questa sarà addormentata con il cloroformio e gettata in mare da Walter sotto le mentite spoglie di Drew. Anche gli altri personaggi citati si ritroveranno sullo stesso piroscafo, dando vita ad una serie incredibile di situazioni.
Tutto sembra procedere per il meglio con Alma che si trova alla perfezione nella parte della moritura, fino a quando una donna cadrà veramente in mare, strangolata. E chi meglio del riconosciuto e famoso ispettore Walter Dew di Scotland Yard potrà risolvere il mistero del suo stesso crimine? Vedete un po’ il Destino. A meno che non si tratti, invece…
Vicenda intricatissima: passeggeri che scompaiono, le paure di Alma verso lo stesso Walter così cambiato, tradimento, bari truffatori con le carte, spari, il passato che ritorna, un tourbillon di sorprese che tengono il lettore avvinghiato fino all’ultima pagina. Fino all’ultima riga. Con la domanda principale “Ce la farà il nostro Walter a non farsi scoprire?” E mi immagino il divertimento dell’autore durante la stesura.

L’ultimo passo di tango di Maurizio de Giovanni, BUR 2017.
Non saprei da dove incominciare tanta è la forza di questi racconti. Intanto spesso mi sono commosso. E non solo perché vecchiarello votato al sospiro. Spesso mi sono commosso perché preso, rapito dai fatti, dalle storie che via via si dispiegano con una profonda e delicata sensibilità umana, tipica di De Giovanni. Parte importante il dolore. A cominciare da Luigi Alfredo Ricciardi, commissario di polizia al tempo del fascismo, che incontrai per la prima volta con Il senso del dolore, Fandango 2007, costretto a vedere e ascoltare le ultime parole dei morti. Lo racconta lui stesso in “Mammarella”: “Vedo i morti ammazzati, o per incidente, con violenza insomma, all’improvviso… Li vedo con le ferite e il sangue, ma con l’espressione dell’ultimo sguardo, che ripetono l’ultima metà del pensiero che la morte ha amputato, continuamente, con lo stesso tono e le stesse parole”. Una vita, la sua, all’interno di questa maledizione, di questo “Fatto.”
Mi sono commosso di fronte a certi episodi di vita reale: lo stupro delle ragazzine, la donna con un bambino in braccio ammalato che chiede aiuto al dottor Modo, di fronte alla storia di Rosaria rimasta con il figlio piccolo che non può andare a scuola, o a quella di Filomena, ragazzina orfana e sola “dai grandi occhi senza lacrime” che deve accudire i fratellini.
Ricordi, ricordi e ricordi che affiorano nei molteplici personaggi, il passato che si insinua nostalgico o doloroso nel presente, quello che sembra e che non è (vedi i fiori rubati per la moglie morente), vita e morte che si mescolano inconsapevoli in una Napoli vista nella sua multiforme realtà: scugnizzi. ambulanti, lustrascarpe, gli odori dei vicoli, “dove non esistono sensi unici né divieti di sosta”, soprattutto nei Quartieri Spagnoli, la fame, la povertà, la bellezza e la ricchezza, il mare…
Ci sono i casi da risolvere per il nostro Ricciardi con il questore addosso, e bisogna fare in fretta che il Duce stesso mamma mia, l’anello che manca, la chiesa e il bordello, il contadino ridicolizzato nel suo sentimento d’amore. Già, l’amore, intorno al quale ruota gran parte della vita, quello vero e quello ambiguo, quello falso per ottenere, magari, figli che non si hanno…
E poi il bullismo, il mondo infido della scuola e degli scrittori, una stupida società che non perdona gli anziani anche se talentuosi, la gerarchia negli uffici con il Capo circondato dai sottoposti e la “giovane fanciulla assunta” che frega tutti, la violenza maschile all’interno della famiglia, l’incomunicabilità fra marito e moglie, il fastidio per gli stranieri, l’importanza delle storie…
De Giovanni è un asso nello sfruttare tutti i marchingegni della tecnica narrativa attraverso voci narranti diverse, ed è un asso a fregarti, una specie di mago, di illusionista. Sembra che le cose vadano per un certo verso ed ecco, all’improvviso, un cambio, una svolta inaspettata. Tra l’altro del tutto credibile e psicologicamente corretta. Ci sono anche dei momenti, l’ho già scritto e lo ripeto, in cui il sentimento sembra incanalarsi verso una sdolcinata melassa, soprattutto quando si batte e si ribatte sulle stesse parole, sulle stesse frasi. Siamo lì sul ciglio del burrone strappalacrime ma non riusciamo a caderci per una specie di magico equilibrio. Prosa delicata, attenta alle sfumature, ora profonda, dolce e commovente, ora cruda, ora mista di humour, puntuta e ironica, ricca di stilettate a certi aspetti e personaggi della società e della sua Napoli. Passo sopra a qualche inevitabile ripetitività nella struttura e alle frasettine in corsivo che non sopporto (mea culpa).
Ce ne sarebbero ancora di cose da dire su questi racconti, semplicemente belli. Ma è meglio che li leggiate voi stessi.

Un delitto inglese di Cyril Hare, Sellerio 2017.
Warbeck Hall, la più antica residenza del Marckshire. Il dottor Wenceslaus Bottwink sta lavorando nello studio dell’archivio su richiesta di lord Warbech, gravemente ammalato. Tra poco è Natale, nevica (un classico) e arriveranno gli invitati: il figlio Robert, un nazistoide presidente della Lega di Libertà e Giustizia; Il cugino Julius, ministro laburista del governo insieme al sergente Rogers che deve proteggerlo; la nipote Camilla innamorata invano di Robert; la signora Carstairs, moglie del più stretto collaboratore del ministro. Non manca il maggiordomo Briggs impeccabile nelle sue mansioni a osservare il tutto.
Dunque una bella residenza inglese, un vecchio Lord a fine vita, un piccolo gruppo di personaggi, ciascuno con la sua personalità e i suoi “interessi”. E una neve che scende imperterrita a isolare il tutto seguita da una fitta nebbia. Se dovesse accadere qualcosa di brutto…
E qualcosa di brutto accade. È mezzanotte, la mezzanotte di Natale quando, al suono delle campane si deve fare il brindisi. Robert “vuotò il bicchiere tutto in un sorso, restò immobile per un momento, il viso orribilmente stravolto, si afferrò la gola con una mano mentre il bicchiere gli cadeva dall’altra, poi piombò pesantemente a terra, con la faccia sul pavimento”. Avvelenamento da cianuro. E sarà omicidio, anche se qualcuno prospetta il suicidio.
Chi ce l’aveva con lui? Ad indagare il meticoloso sergente Rogers fino a quando la polizia del luogo potrà accedere al casato, e lo studioso Bottwink. Tutti i personaggi, ben strutturati nelle loro caratteristiche, manifestano qualcosa di sospetto. Anche Briggs ha il suo segreto, come ogni maggiordomo che si rispetti nelle storie inglesi. E qui nasconde, fino ad un certo punto, una figlia che contribuisce a complicare maledettamente la faccenda…
Ormai l’atmosfera è tesa. Chi è l’assassino che si aggira per la casa? Ci sarà una prossima vittima? Ci sarà, anzi ci saranno e almeno una inconcepibile, tanto da far esclamare al dottor Bottwink “È impossibile! Per tutte le regole della logica e della ragione, è impossibile!” E sarà proprio lui, lo straniero che non si lascia intimidire, a risolvere il rebus.
Un classico nella struttura e nella scrittura lieve, elegante, graziosa, senza sobbalzi di sorta. Un giallo ben confezionato che riflette anche sulla politica inglese. Da leggere come distensivo preferibilmente dopo un frenetico malloppone di sparatorie, sangue e sesso.

Un giretto tra i miei libri
Un Superleggero di 105 pagine come La società dell’indagine di Alessandro Perissinotto, Bompiani 2008, è quello che ci voleva per rilassarmi e riflettere su un fenomeno dal sottoscritto (e non solo) già ampiamente verificato e sottolineato: il successo del romanzo poliziesco, anzi l’abnorme successo del romanzo poliziesco. Qui la distinzione tra generi è superflua, lascia il tempo che trova. E dunque, per Perissinotto, si deve parlare di narrativa d’indagine, il cui oggetto di valore è la verità che nasce da “un profondo senso di insicurezza”.
Il giallo (sempre inteso in senso generale) non solo consolatorio, come valvola di sfogo, come intrattenimento, ma anche come mezzo di indagine della realtà, della società e dei suoi mali.
Il primo più appannaggio della fiction televisiva con il lavoro di squadra. A riportare l’ordine non è la classica figura unica dell’investigatore ma lo Stato stesso. In ogni caso consolatorio o meno “…qualsiasi poliziesco porta con sé un protagonista che di consolatorio ha ben poco: la morte” bandita dall’Occidente che ne prova vergogna. Il romanzo poliziesco con le sue “dosi omeopatiche” di essa ci fa riprendere la familiarità perduta.
I letterati di professione con la puzza sotto il naso, riferendosi al giallo, parlano di “paraletteratura”, “letteratura di consumo”, “letteratura di genere”, “libri da stazione”. Non tutti, aggiungo, io che in questi ultimi tempi c’è stato anche un certo “ravvedimento”, vedi per esempio gli interventi su Tirature ’07 e Giallo e dintorni di Maria Immacolata Macioti.
Altri spunti interessanti: il rapporto tra il giallo e la tragedia, la sua evoluzione partendo da Holmes e Dupin passando attraverso l’hard boiled per finire tra le braccia di Maigret e poi di Dürrenmatt (citando anche Sciascia).
Si mettono in evidenza gli esiti positivi e nefasti del C.S.I. effect, si esamina la House Medical Division e l’ormai famoso dottor House che altri non è se non uno Sherlock Holmes “trasferito dalla Londra vittoriana agli Stati Uniti del terzo millennio”. Egli non cura i malati ma le malattie, con la scoperta del complotto (complottano le malattie, i superiori e gli stessi pazienti), e si analizza pure la Medical Investigation, un team di ricercatori che fanno fronte ad emergenze sanitarie. Per concludere viene fuori da parte della “massa” (intesa non in senso spregiativo ma come numero) dei lettori un forte interesse per la ricerca della verità.
Ma insomma, gira e rigira la domanda cruciale che sempre aleggia nell’aria è se il romanzo poliziesco faccia parte o meno della letteratura tout court. Per trovare una risposta tornerei ad una frase che si trova a pagina 56 “Semplificando si può dire che, agli occhi dei critici, un buon romanzo poliziesco cessa di essere un poliziesco”. È solo un buon romanzo. Capito?.

Fatemelo dire. Lo so, è scontato ma lo voglio dire lo stesso. Spesso si sta facendo una rincorsa alla disgrazia. Anche il lettore più distratto se ne sarà accorto. La disgrazia la fa ormai da padrone in molti (troppi) romanzi polizieschi di vario genere. Più disgrazie, più gusto per i lettori (si dice). Non ne rimane immune nemmeno La stanza delle urla di Thomas O’Callaghan, Mondadori 2009.
E dunque abbiamo il solito tenente della polizia di New York W. Driscoll irlandese sfigato fradicio con la moglie morta (sei anni in coma) e pure la figlia per un incidente stradale (immaginatevi i ricordi che lo assalgono a ogni piè sospinto) e aggiungo la madre buttatasi sotto le rotaie della metropolitana e pure la sorella che è in terapia (non ho capito bene di che cosa ma la testa non è a posto). Nel momento in cui scrivo non ricordo del padre ma forse è meglio così; la solita gnoccolona compagna di lavoro del suddetto Driscoll con un passato alle spalle anche lei niente male (in fatto di sfiga, naturalmente…) sotto cura psichiatrica; il solito braccio destro con problemi di alcolismo per averne combinate un paio; il solito, anzi i soliti che qui sono due, disgraziati maledetti colpiti da un destino infame (leggi violenza) che si divertono a uccidere chi gli capita sotto tiro togliendogli lo scalpo come gli indiani ecc…
E allora morti scalpati da tutte le parti (perfino nel didietro di un dinosauro nella sala di un museo), disperazione del Sindaco per gli attacchi della stampa, violenza privata che genera violenza pubblica, un miliardario che vuole vendicare la morte della figlia (anche lui un po’ strano…), i pericoli della rete, la nuova generazione di You Tube e perfino qualche tocco d’Italia con Armani e Versace (di casa e di bottega in molti thriller americani).
Capitoletti brevi, personaggi appiattiti, riflessioni scontate. Prevale lo schema sulla storia o meglio sull’efficacia della storia che va avanti quasi per inerzia se si eccettua qualche lampo di genio come il miliardario che in quattro e quattr’otto riesce a piazzare un lanciafiamme automatico sul tetto di una casa facendosi beffe della polizia.

Patrizia Debicke (la Debicche)
Ludus in fabula di Danila Comastri Montanari, Mondadori 2017. Nella Roma imperiale (Claudio imperatore) una specie di misteriosa caccia al tesoro nata quasi come un scommessa, un gioco da ragazzi, ha avuto un tale imprevedibile successo da coinvolgere tutti i cittadini. Da giorni ormai tutta Roma, che si tratti di ragazzi, servi, plebei, malviventi della Suburra o addirittura ricche dame patrizie, cavalieri e membri del senato, sono caduti vittime dell’incantesimo e si mettono in gara per risolvere gli indovinelli e seguire la pista. Più in particolare un ragazzone sveglio ma pasticcione, un famosissimo campione di trigono, una donna affascinante ma dal carattere impossibile, i membri di una banda di Galli che imperversa nella Suburra, un equivoco segnapunti, tre plebee che devono sbarcare il lunario e un giovane straniero che, stranamente, sembra il senatore Publio Aurelio Stazio da giovane. E poi tante voci girano, ingigantendosi. Si favoleggia di un milionario premio destinato a chi sarà il fortunato vincitore. A Roma è diventato l’argomento del giorno e Pomponia, la rotonda matrona, la più informata di Roma (leggasi pettegola) buona amica e spalla del nostro ricchissimo senatore, è già pronta all’alba, impegnata alla spasimo nella competizione con la sua più agguerrita rivale Domitilla, per andare a scovare un nuovo indizio, presso la statua di Cornelia nel Portico di Ottavia. Ma stavolta niente facile indovinello e invece, dietro alla statua, trova un mano mozzata con un anello al dito, un indizio talmente agghiacciante che la procace matrona stramazza al suolo. Ciò nondimeno, non appena riprende i sensi, corre in cerca di sostegno e aiuto dall’amico senatore, Publio Aurelio Stazio.
Perché all’improvviso la caccia al tesoro, da innocuo passatempo, si è trasformata in un gioco di morte? Aurelio Stazio decide che bisogna intervenire al più presto e, ricuperato il macabro reperto, chiede lumi al suo medico e protetto Ipparco di Cesarea, acuto precursore dei moderni anatomopatologi. Ipparco infatti, pur con solo quella a disposizione, riesce a dirgli che si tratta della mano di un ragazzo, che probabilmente lavorava in una follonica (lavanderia), ma che era già morto quando gliel’avevano mozzata.
La solita composita e variegata ambientazione e le caratteristiche e le abitudini della romana umanità dell’epoca, comprese le colorite rappresentazioni di vivande e cene sopraffine, sono ben ricostruite senza mai appesantire la narrazione e descritte da Danila Comastri stuzzicando il lettore con il suo impareggiabile humour. Ma, mentre Aurelio si dedica a far luce sugli enigmi, spalleggiato dal solito stuolo di famigli collaboratori molto bene retribuiti (o che si retribuiscono da soli: quali l’astuto liberto, Castore, il fido insomma? amministratore Paride), lo sconosciuto ideatore della caccia al tesoro alza ancora la posta in gioco e comincia a lasciare dietro di se una scia di cadaveri. I ragazzi morti diventano tre e non basta… Il numero si ripete, eh già! Ci sono tre donne poverissime, tre abbienti fratellastri, i Suri. Il senatore si scervella anche sul mistero del suo quasi sosia che pare ricomparire dappertutto. Un altro indovinello? Poco male, perché tanto ormai Publio Aurelio Stazio deve affrontare e risolvere l’enigma del perfido gioco di morte. Riuscirà a farcela anche stavolta?
Con Ludus in fabula Mondadori riporta nelle librerie il famoso personaggio creato da Danila Comastri Montanari, il senatore Publio Aurelio Stazio con la suo colta, frizzante e vivacissima indagine poliziesca, molto poco giallo classico tradizionale e che si legge in un lampo. Molto intrigante la caccia al tesoro e tutto il bailamme del corollario.

La solitudine del ghiaccio di Sheena Kamal, Harpers Collins 2017.
Una sopravvissuta: così si definisce Nora Watts, la protagonista di La solitudine del ghiaccio, il fortunato romanzo di esordio di Sheena Kamal, pubblicato in Italia da Harper Collins e ambientato in Canada, più in particolare nel Nord Ovest. Nora Watts, mezzosangue autoctona, non bella, ultratrentenne trascurata. Nora non è una poliziotta, né un avvocato e nemmeno un’investigatrice; è semplicemente una donna con un difficile passato che non vuole essere considerata una vittima ma una sopravvissuta. È orfana, ha passato l’infanzia in diverse strutture casa-famiglia, si è arruolata nell’esercito, in seguito si è mantenuta con la sua voce e, dopo aver subito una spaventosa violenza, si è lasciata andare alla disperazione e all’alcol.
Quando finalmente ha trovato l’aiuto e la volontà per lasciare la bottiglia, in virtù della raccomandazione del suo quasi angelo custode, il giornalista che le ha salvato la vita e poi ha romanzato la sua storia, Nora ha ottenuto uno pseudo lavoro a Vancouver, come segretaria tuttofare, assistente nelle indagini di una coppia di gay, uno scrittore, giornalista d’indagine e un investigatore privato, e vive “clandestinamente” nello scantinato dell’ufficio, con Fruscio, una cagna bastarda che l’ha scelta.
Anche se di tanto in tanto i demoni dei ricordi affollano minacciosi la sua mente, la sua vita è vagamente accettabile, non spende in vestiti e risparmia ogni dollaro per trovarsi una sistemazione migliore. Ma una mattina presto il suo cellulare squilla ripetutamente e, quando risponde, la voce di un uomo, che si presenta come Everett Walsh, le chiede di ritrovare la figlia, una ragazzina scomparsa. Ma è il suo passato che ritorna schiaffeggiandola, perché la quindicenne scomparsa, Bonnie, è sua figlia, frutto della violenza da lei subita e che ha dato in adozione appena nata. Secondo i ricchi genitori adottivi non è la prima volta, Bonnie è ribelle, è già successo, stavolta è scappata rubando molti soldi della famiglia e la polizia, visto i precedenti, non la sta cercando. Ma stavolta Bonnie è scomparsa da troppo tempo e allora Everett Walsh e sua moglie Lynn angosciati hanno cercato Nora, la madre naturale, nella vana speranza di trovarla da lei…
Un racconto tutto in prima persona, che si snoda senza fronzoli accurato e, pur pervaso da amara ironia, si mantiene sempre pacato, nonostante il carattere drammatico delle scene descritte. Un romanzo crudo e violento, con una singolare e intrigante protagonista, e qui mi pare inevitabile fare il confronto con la Lisbeth Salander di Stieg Larsson. Nora Watts, una protagonista difficile, spesso sgradevole, un’antieroina, che non guarda in faccia nessuno, che si approccia male e troppo spesso fuori dalle righe con gli altri personaggi della storia (buoni o cattivi). Una protagonista che forse avrà un futuro grazie alla sua splendida voce di contralto e che, volenti o nolenti, riesce a incantare gli ascoltatori e ad appassionare i lettori. E riuscirà anche a sorprenderli in un geniale epilogo, con un’ inattesa ma plausibile verità.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
oggi vi presento Sesto viaggio nel regno della Fantasia di Geronimo Stilton, Piemme 2010.
La prima avventura si svolge sotto il mare dove c’è il castello delle fate. Qui Geronimo Stilton incontra una fata di nome Aquaria che gli chiede di sconfiggere la strega malvagia Vermelia che abita in un castello. Durante il viaggio incontra come falso amico un coyote, viene legato ma poi liberato dal cavaliere Drago Blu che ha un cuore blu sulla fronte. Egli lo aiuterà a sconfiggere la strega Vermelia se a sua volta verrà aiutato a ritrovare la sua ragazza Melissa…
Una storia straordinaria ricca di tante vicende fantastiche inaspettate e di personaggi strani: anelli magici, i Troll che lanciano caccole, fanno rutti e scorregge (giuro), ometti piccoli e verdi, streghe su serpenti alati, Geronimo che viene trasformato in rospo, streghe che diventano fate…
Una lettura avvincente che vi terrà con la bocca spalancata fino alla fine!
Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Il debito

Il debito
di Glenn Cooper
Nord, 2017

Glenn Cooper, autore di La Biblioteca dei MortiIl segno della croce (3 milioni di copie vendute in Italia) torna in cima alle liste italiane dei bestseller.
Come varcare orizzonti proibiti ai comuni mortali? Il debito ti dà modo di farlo, facendoti entrare nell’Archivio Segreto Vaticano in compagnia dell’emerito professor Calvin Donovan, che già abbiamo incontrato e imparato ad apprezzare in Il segno della croce, prima avventura con ambientazione clerico/vaticana. La protagonista di tutto il libro, che prende l’avvio da quanto accaduto nel precedente Il segno della croce, è la Chiesa, sia quella Chiesa rivolta ai poveri, agli “ultimi”e quindi seguace dei veri insegnamenti del Vangelo (qui interpretati da papa Celestino VI, “costruito” sulla possente e carismatica figura di papa Francesco), che quella rappresentata dal più meschino, cieco e abbietto conservatorismo dei suoi nemici, che si servirà dell’inganno e del tradimento.
Dicevamo: abbiamo incontrato Donovan per la prima volta un anno fa, in Il segno della croce. Insegnante di Storia della religione e Archeologia ad Harvard, Donovan, che vanta un passato di ex militare, sembra ancora in perfetta forma per i suoi quarantacinque anni e gode dell’amorosa amicizia di un corposo giro al femminile. Tutto questo nonostante i consueti, giornalieri appuntamenti con la vodka. Ah, dimenticavo, Cal Donovan neppure disdegna di far uso di cazzotti, salendo ogni tanto sul ring. Sulla trama: l’Archivio Segreto Vaticano non è il paradiso, ma per Cal Donovan è come se lo fosse. Per ringraziarlo del suo ruolo decisivo nel caso del sacerdote con le stigmate in Il segno della croce, papa Celestino VI ha infatti concesso a Donovan uno straordinario privilegio: l’accesso illimitato alla Biblioteca Vaticana e soprattutto all’Archivio Segreto Vaticano. Provate a immaginare la vastità e la quantità di notizie contenute in chilometri di scaffali sui quali sono conservati centinaia di migliaia tra manoscritti, documenti antichi e reperti inestimabili. Pare quasi impossibile anche solo pensare da dove cominciare a leggere, documentarsi e indagare, ma Cal Donovan, che invece ha già le idee ben chiare, ne approfitta subito per cominciare le sue ricerche sul famoso cardinal Lambruschini, uomo rigorosamente conservatore e papa mancato per un soffio perché battuto sul filo di lana da Pio IX. Luigi Lambruschini fu un cardinale italiano vissuto a metà dell’Ottocento, testimone e accanito rivale dei moti rivoluzionari che sconvolsero l’ordine e la legalità dello stivale e dello Stato Pontificio. Ma il nostro professore, nel consultare le carte, scoprirà presto un pericoloso mistero che ha portato morte in passato e l’annuncia minacciosamente nel presente, perché s’imbatte in una lettera privata del cardinale Antonelli, segretario di Stato dell’epoca, in cui si fa riferimento a un banchiere e alla necessità di trasferirlo in gran segreto fuori Roma.
Affascinato dalla vicenda, il docente americano approfondisce e viene a conoscenza di un fatto sconcertante: un ingente debito – mai restituito – contratto in segreto dalla Chiesa di allora, previo avallo di Pio IX, con una banca gestita da una famiglia ebrea. Se fosse ancora valido, la restituzione ammonterebbe a una cifra da capogiro. Celestino VI, informato da Donovan, gli ordina di scavare più a fondo e scoprire le prove dell’eventuale validità del debito. Ma quali sono le intenzioni del papa? Il professor Donovan non è l’unico a porsi la domanda. Per alcuni esponenti corrotti della Curia, la scelta di restituire in qualche modo quel prestito metterebbe in gioco la sopravvivenza stessa della Chiesa, e sono pronti a usare qualsiasi mezzo pur di ostacolare i progetti del Santo Padre…
Lo stile è scorrevole, ma il romanzo non è uno dei migliori di Cooper e paga lo scotto del ritmo troppo lento per buona parte della trama. Infatti praticamente succede tutto, anzi di tutto e di più, ma solo quando ci si avvia verso la fine. Per il resto, oltre alle astruse tematiche finanziare, abbastanza ostiche per i profani, sembra quasi che tutta la storia giri in caccia di qualcosa di più di quella “vecchia e sanguinosa carognata” della quale si sa già quasi tutto dopo appena cinquanta pagine. Cooper si sforza di inserire delitti, azione, suspense, agguati, ma tutto si spegne un po’ tra riunioni su riunioni e continue ricerche in biblioteche.
Il tema ampiamente trattato nella narrazione (la spropositata ricchezza del Vaticano) pone senza mezzi termini il solito e antico interrogativo: è giusto che una Chiesa che predica la carità possieda denaro in abbondanza e opere d’arte dal valore inestimabile, mentre in tutto il mondo c’è gente che muore di fame? Cosa si dovrebbe o si potrebbe fare?

La Debicke e… C’era una volta Roma

C’era una volta Roma
di Alessandra Spinelli e Piero Santonastaso
Newton Compton, 2017
Un viaggio tra passato lontano e prossimo e l’oggi, alla riscoperta dei luoghi spariti della Città Eterna e della sua fascinosa storia. Non l’ennesimo verboso saggio sulla Città eterna, quindi, ma è come se si andasse a spasso per la Capitale in sella a un drone in grado di andare avanti e indietro nel tempo e nello spazio, senza dimenticare la memoria della tradizione popolare. Un magico attrezzo capace di mostrarci come il fiume, le strade, le piazze, le case, i monumenti, nel millenario corso degli anni dalla sua nascita, sono stati programmati, costruiti, manipolati, trasfigurati, demoliti, saccheggiati e riedificati. Di spiegarci come il sole rappresenti la base, quella sacra scintilla legata alla nascita di Roma di quel lontano 21 aprile del 753 a.C. (fu quello l’anno dalla sua fondazione?). Da allora Roma ha attraversato i secoli, mantenendo lo stesso eccezionale palcoscenico ma cambiando volto di continuo come le quinte di un teatro. La piccola Roma da regno assurta a possente repubblica, fondata sulla variegata etnia e multicultura dei primi abitanti di cui ancora possiamo scoprire e ammirare alcune vestigia, ha ceduto il passo a quella imperiale, poi si è fatta cannibalizzare da quella medievale e rinascimentale per poi dare vita alla Roma barocca. Questa indistruttibile Capitale che, attraverso innumerevoli mutamenti (quando non si debba parlare di stravolgimenti architettonici anche recenti) è arrivata a essere quella di oggi, con il Ponentino (o Favonio) che non riesce più a farsi strada attraverso i grattacieli. Una città dove dominano gli ettari di verde, ma in realtà il verde si vede ben poco. Una città che galleggia su un misterioso e caldo Tevere nascosto nelle sue viscere… In questo colto mosaico fatto di tanti luoghi sconosciuti ai più, trovano spazio anche le vicende di una città in ogni tempo sfruttata, maltrattata, offesa e devastata da potenti e, più di recente (XIX secolo), dalle ardite speculazioni di cardinali francesi.
Irrinunciabili comunque, nelle 320 pagine del libro, le storie e le vite e le opere dei tanti grandi personaggi che si sono succeduti nei millenni e che hanno segnato Roma con il proprio contributo, purtroppo non sempre positivo, e che ci immergono in un viaggio temporale. Un viaggio in una città che, partendo dal corso del Paleotevere e dalle ripetute colate laviche che ne hanno formato la base, affronta la catena di fiamme degli incendi che tante volte la ridussero cenere, fino alla drammatica devastazione del Sacco di Roma. Un viaggio che, guardando giù dal Campidoglio, assiste alla frenetica ansia di nuova possanza sabauda per far posto al Vittoriano, fece tabula rasa della torre di Paolo III mecenate, collezionista ma anche demolitore. Un viaggio che ricorda l’avventuroso volo con Wilbur Wright con il primo aereo a motore, decollato dall’aeroporto di Centocelle nel 1909… Un viaggio in 320 pagine, dicevo, attraverso i luoghi spariti della Città Eterna, lungo le ere a cominciare dalla preistoria, incontrando un’infinità di personaggi spesso dimenticati come la giovanissima Margherita d’Austria vedova di Alessandro de’ Medici (quello ammazzato da Lorenzaccio) e chiamata affettuosamente Madama dai fiorentini e, immaginate un po’, è proprio per lei che la polizia romana viene detta “Madama”; il capitano del popolo Brancaleone degli Andalò, il nobile bolognese che tentò di mettere ordine nella Roma del XIII secolo, o l’ampollina con il sangue di San Pantaleone che ogni 27 luglio, ricorrenza del suo martirio, si liquefà e bolle nel segreto del convento come quello di san Gennaro. Una città per millenni in balia delle capricciose piene devastatrici del suo incontrollabile fiume che Garibaldi, con slancio donchisciottesco, voleva deviare. Una grande metropoli internazionale, che esibisce il suo volto più nobile, ma anche quello più amaro. Nei tanti capitoli infatti, spuntano una costellazioni di gustosi e inediti particolari, a partire dai ritrovamenti dei crani di Sacco Pastore, appartenuti a una donna e a un uomo neandertaliani e dunque ai primi romani in assoluto. L’Asylum, nato con l’Urbe: «Una gloria romana», secondo gli autori, simbolo di «una città dell’accoglienza che apriva le porte di più e meglio di quanto si faccia oggi». Per non parlare della dimenticata esistenza di Giovannipoli, la cittadella fortificata voluta da papa Giovanni VIII, per difendere la Basilica di San Paolo dagli attacchi saraceni; l’origine di piazza dei Calcarari, adiacente a Largo di Torre Argentina. Piazza che deve il suo nome alle fornaci usate per inghiottire tonnellate di marmi e pietre della Roma antica e farne calce per le nuove costruzioni; l’ammazzatora o pubblici macelli che portava l’invasione del bestiame in Piazza del Popolo e Porta Maggiore che fu la “mamma” di Termini, sorta sulla parziale distruzione della splendida Villa Peretti. Per poi giungere gloriosamente all’ultimo capitolo intitolato: Il primo snack e i suoi antenati in cui si descrive la Roma delle tante dimenticate osterie e famosi cafè che non ci sono più, vedi l’osteria regina la Garbanta, quella dell’ostessa che diede il nome alla Garbatella, e una targa sul luogo la ricorda. E il celeberrimo Caffè Nuovo di Palazzo Ruspoli, cenacolo di artisti e intellettuali tra via del Corso e via di Fontanella Borghese… Allora non c’era la movida e non si parlava di apericena, ma era «Roma che si muoveva ed era meglio così». Molto, ma molto meglio, dico io.

La Debicke e… Venerdì 17

Venerdì 17
di Dominique Valton
Amazon, 2017

Dominique Valton è una signora che vive e cura il suo giardino nell’agreste tranquillità della sua casa di Concarneau (Bretagna). A prima occhiata direste che è una persona tranquilla, serena. Ben diversa da certi protagonisti delle sue storie noir, degli scellerati senza scrupoli che mirano soltanto a raggiungere i loro obiettivi. Stavolta, per sbrogliare un delitto che pare inspiegabile, ha inserito nella trama un affollato palcoscenico di personaggi con i quali deve confrontarsi l’ispettore Francesco Neri, a cui verrà affidata l’indagine. La famiglia Cursi/Landini, vittima dell’orribile disgrazia, è ricca e di primo piano a Firenze. I media titolano sull’atroce delitto in prima pagina. Il questore in persona soffia sul collo del povero Neri e lui, vedovo ultrasessantenne ancora lucido ma con la testa ormai alla pensione, deve arrabattarsi fin dall’inizio con strani indizi, dubbi, sospetti, continuo cambio di carte in tavola che lo costringeranno a valutare un variegato ventaglio di possibili indiziati. Non sazia, Dominique Valton gli offre finalmente un valido appoggio sul lavoro, ma contemporaneamente continua a introdurre a sorpresa nuovi scenari e, pagina dopo pagina, scoprite che la realtà è ben diversa da quella che sembrava.
Due righe sulla trama: una ricca famiglia “felice” allargata, o almeno pare, composta dal padre Giorgio, dalla madre Mami, dalla figlia Desirée, dal genero Andrea Landini, bravo ginecologo e dalla nipotina, e una grande festa di compleanno in arrivo, quello del papà che stavolta cade proprio di venerdì, venerdì 17. Ma la mattina una pianta di crisantemi, macabramente confezionata in un vaso nero, viene consegnata a casa della figlia con un biglietto provocatorio: «Per festeggiare la morte annunciata di un amore. Per ulteriori spiegazioni: appuntamento a San Casciano alle h 10 e 30. Non mancare.» Con tutti gli impegni che ha in programma per la giornata, Desirée farebbe meglio a ignorare il biglietto, ma quelle parole la inquietano e la curiosità la brucia, tanto che chiede alla sua più cara amica Antonella di accompagnarla nel casolare di famiglia a San Casciano. La faccenda si complica perché qualcuno, suo marito?, ha passato la serata là in compagnia. Morsa dal tarlo della gelosia, Desirée manda via l’amica e decide di affrontare l’appuntamento. La raggiungerà dopo, alla festa del padre. Ma Desirée a quella festa non arriverà mai e il commissario Neri troverà il suo cadavere dentro un capanno con la testa sfracellata. Presto le indagini dell’ispettore Neri portano alla luce diverse magagne sia della famiglia modello che dei loro amici e conoscenti. Il marito dottore viene coinvolto da accuse di violenze su pazienti, Desirée sponsorizzava artisti e giovani e in cerca di fortuna, aveva una garconnière e frequentava camere d’albergo, i genitori hanno i loro scheletri nell’armadio, gli amici anche… Una serie di possibili moventi per il delitto, troppi testimoni raccontano verità che poi ritrattano, tante informazioni discordanti, troppi punti oscuri che non aiutano. Le indagini sembrano arrivate a un punto morto, nonostante tutto il materiale a disposizione. Tutti i personaggi hanno qualcosa da nascondere ed evidentemente l’efferato assassino molto di più.
Dominque Valton suddivide la trama in tre parti: la prima a più voci, corale, che scorre lenta in un articolato concatenarsi di eventi introduttivi. Nella seconda invece la voce narrante è affidata al sano buon senso dell’ispettore Neri, mentre nella terza Neri passa il testimone al nuovo vice questore Lucilla Vannucci che, senza guardare in faccia nessuno e con prepotenza, riesce a dare una scossa a un’indagine che pareva arenata e chiude il sipario con un perfido gran finale…

La Debicke e… Magic

Magic
di V. E. Schwab
Newton Compton, 2017

Primo e stuzzicante capitolo di un’interessante trilogia fantasy che sarà presto un film, Magic (o “A darker shade of magic” secondo il titolo originale), è un romanzo coinvolgente. Un’esaltante avventura che si svolge su quattro mondi paralleli che non possono comunicare tra loro, a meno di non essere uno dei pochissimi eletti, e tutti con la stessa capitale: Londra. Tante versioni di una Londra misteriosa: la Rossa, la Bianca, la Grigia e la Nera, nelle quali accadono fatti e cose, in epoche differenti ma concomitanti, che ti proiettano nelle trame di una storia travolgente, densa di imprevedibili conseguenze e straordinarie sorprese. Ma attenzione: sia che si parli della Londra grigia in cui sfuma nella quasi completa assenza, della Londra bianca dove è sintomo di potenza e dolore, passando per la Londra rossa in cui viene trattata con rispetto e giustizia, fino alla profondità dell’orrore in cui è chiusa la Nera, la “Magia” è la principale protagonista della storia e si presenta al lettore attraverso la voce di un eroe, senza mantello ma con un cappotto molto speciale. Lui è Kell, uno degli ultimi maghi della specie degli Antari che, con i poteri che gli derivano dal sangue, è in grado di viaggiare tra gli universi paralleli della stessa città. Kell è cresciuto ad Arnes, lo sconfinato continente della Londra Rossa solcato dal vermiglio Tamigi, e si muove come ambasciatore della famiglia reale dell’Impero di cui è diventato un membro. Gli occhi di Kell, quello nero senza fondo e quello di un blu accecante, saranno il punto di riferimento di una storia che scorre tra mondi simili solo nel nome e sottoposti a forze sconosciute. Kell, messaggero ufficiale delle lettere che si scambiano i Sovrani delle varie città, approfitta dei suoi viaggi per coltivare l’hobby del collezionista, contrabbandando piccoli oggetti rari e fingendo di ignorare che può diventare un gioco pericoloso. E, visto che non riesce a rinunciare alle sue avventure, finirà per trovarsi coinvolto per uno scherzo del destino in un minaccioso complotto di potere che dovrà sventare a ogni costo se vorrà salvare se stesso e Londra Rossa. Un protagonista interessante Kell, un personaggio simpatico e profondamente umano con le sue imperfezioni. La magia gli fluisce nelle vene, ma la solitudine gli pesa, è stato raccolto e adottato a quattro anni dalla famiglia reale, e l’essere superiore ma diverso dagli altri lo spinge a battersi per cercare il suo vero posto nel mondo. Secondo e importante personaggio, che talvolta riesce a rubargli la scena, è Lila Bard, l’abilissima ladra che forse nasconde un segreto. Una specie di Lara Croft in salsa Harry Potter, Lila Bard non si lascia intimidire, ama il pericolo, l’ignoto, l’avventura e sogna di diventare un pirata. Per farsi largo è disposta a lottare fino in fondo. Una ragazza strana che vanta un’astuta mente calcolatrice e un’eccezionale furbizia, che salta all’improvviso dentro la storia e, senza concedersi un attimo di respiro, si attacca a Kell.
Dettagli curatissimi, intreccio avventuroso indovinato che permette di assistere al rapido scorrere degli avvenimenti. Ci sarebbe tanto altro da dire su questo romanzo, a partire dalla magia che domina. Magia vera, viva, animata! Non sempre però si tratta di magia positiva e quella più oscura intralcerà il cammino dei protagonisti. Kell dovrà lottare per impedirle di prendere il sopravvento e si troverà a fianco Lila, che all’inizio gli sembrava la più improbabile delle alleate. Lila invece lo aiuterà a vincere la nera minaccia del male ma anche a riconoscersi, a capire di essere amato e più fortunato degli altri.
Per tirare le somme: un fantasy appassionante (tenete presente che finora solo le avventure di Harry Potter avevano veramente toccato le mie corde), inaspettato, affascinante e che si distingue dalla massa. Il mondo inventato dalla Schwab mi piace e, secondo me, è senz’altro un libro da leggere. Ah, e a breve dovrebbe arrivare il seguito.

La Debicke e… Fratelli e soldati

di Bruce Henderson
Newton Compton, 2017
A più di settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, lo scrittore e giornalista Bruce Henderson ha scovato una bella storia che non era mai stata raccontata.  Sulla base di diari ritrovati fortuitamente, con pazienza certosina, ha ricostruito un docu-romanzo antologico che racconta l’incredibile storia, vera ma ignorata per anni, dei “Ritchie Boys”.
Dopo l’ascesa al potere del Terzo Reich in Germania, mentre l’atmosfera diventava di giorno in giorno più incandescente, gli ebrei che riuscirono a trovare un “affidavit”, che garantisse la sopravvivenza economica al di là dell’oceano, partirono per salvarsi o, dovendo scegliere, fecero partire un figlio. Molti di questi erano poco più che bambini. Viaggiarono da soli, non parlavano la lingua ma impararono, si diedero da fare, studiarono. Poi, anni dopo, alcuni di loro si arruolarono.
Fratelli e soldati è la storia di duemila giovani tedeschi di religione ebraica, costretti a lasciare la patria per sfuggire alle persecuzioni naziste, che tornarono in Europa per aiutare i loro nuovi concittadini e gli Alleati a sconfiggere il nazismo.
Nell’autunno del 1942 una notizia spaventò a morte gli abitanti della valle del Maryland, dove l’esercito aveva dislocato il campo militare di Fort Ritchie. Alcuni operai, che avevano superato per sbaglio l’area top secret del campo, avevano visto passare un plotone di soldati tedeschi con l’uniforme della Wehrmacht. L’America era stata invasa? Gli operai avevano bevuto? Nossignore. L’America non era stata invasa, e non era colpa dell’alcol. Effettivamente gli operai avevano visto bene, ma i giovani soldati con l’uniforme tedesca che marciavano nel campo erano ragazzi ebrei tedesco-americani, nati in Germania ma che avevano ottenuto la cittadinanza americana. Questi giovani, i Ritchie Boys, militavano ufficialmente sotto la bandiera a stelle e strisce, si esercitavano per combattere in Europa e stavano seguendo dei corsi speciali per mettere a punto una nuova e rivoluzionaria tecnica di guerra: come interrogare i prigionieri appena catturati per avere informazioni vitali sullo schieramento nemico. Una tecnica utilizzata per la prima volta dagli americani e dai britannici dopo lo sbarco in Nord Africa. Dopo un addestramento di otto settimane, circa duemila ragazzi partirono per l’Inghilterra. Fu così che duemila soldati ebrei vennero rispediti di nuovo nella Germania nazista, in prima linea sui campi di battaglia. I “Ritchie Boys”, un’unità segreta dell’esercito americano.
Molti furono paracadutati in Francia e si ricongiunsero con la fanteria. Altri sbarcarono in Normandia e, al seguito del generale Patton, conquistarono Nantes, Orléans, Nancy, per poi prendere parte, nel dicembre del 1944, alla spaventosa battaglia delle Ardenne. Molti di loro persero la vita durante l’invasione o in battaglia, ma la loro presenza e il loro intervento nell’intelligence fu importante per la sconfitta finale tedesca. Un rapporto riservato dell’esercito alleato ha rivelato che quasi il 60 per cento delle informazioni attendibili sugli spostamenti e armamenti del nemico, raccolte in Europa, furono frutto del lavoro svolto dai Ritchie Boys, addestrati dal Military Intelligence Training Center. Il loro sistema inquisitivo era buono ed era già stato collaudato in Africa, ma quale fu il quid che fece la differenza? I Ritchie Boys sapevano di dover interrogare subito i prigionieri perché le informazioni sui movimenti delle truppe, sulle postazioni difensive, sui campi minati e sul morale del nemico diventavano ben presto vecchie e superate. In più i Ritchie Boys parlavano la lingua alla perfezione, conoscevano le abitudini e il modo di pensare dei loro ex connazionali tedeschi, nazisti o no, e potevano porre le giuste domande, improvvisando o immaginando la psicologia dei prigionieri. Erano spinti da un personale coinvolgimento e sapevano come muoversi per ottenere il massimo dai loro interlocutori, e solo in alcuni rari casi dovettero ricorrere alle minacce e alle maniere forti. Molto spesso si avvalevano invece di ingegnosi trucchi e addirittura diventarono famosi, persino tra le più alte cariche militari, per aver inventato un falso rappresentante della polizia segreta sovietica presso l’esercito americano. Quando, nell’aprile del 1945, i Ritchie Boys arrivarono per la prima volta a Buchenwald, dovettero affrontare una spaventosa realtà. Avevano davanti agli occhi un esecrabile esempio del disumano orrore che aveva inghiottito i loro cari: genitori, fratelli, familiari e amici. Ma i Ritchie Boys, senza pretendere né vendetta né gloria, andarono avanti con il loro splendido lavoro fino alla fine della guerra, per poi fare ritorno in America e condurre una nuova vita lontana dalle luci del palcoscenico.

La Debicke e… La bambina che guardava i treni partire

La bambina che guardava i treni partire
di Ruperto Long
Newton Compton, 2017

Charlotte, la protagonista-simbolo della storia, è la figlia minore di Blima e Léon, facoltosa coppia di ebrei belgi di origine polacca, con parenti sparsi in America del Sud e in Europa, che vivono a  Liegi. Ma il clima mondiale sta cambiando, Hitler, il nazionalsocialismo e il pugno di ferro tedesco dilagano paurosamente. Le brutte notizie che giungono  dalla Polonia spingeranno lo zio Alter, fratello della madre e studente di ingegneria, a tornare a casa, dove sono rimasti i genitori, religiosi praticanti, per difendere la patria. E, dopo l’invasione tedesca, verrà  preso e rinchiuso nel ghetto di Konskie. In poco più di un anno, con la progressiva occupazione nazista, la situazione Europea non fa che deteriorarsi: gli inglesi sono stati ricacciati in mare a Dunkerque, in Francia Pètain ha creato un governo collaborazionista, il Belgio benché dichiaratosi neutrale è stato invaso, le SS spadroneggiano e l’atmosfera si fa sempre più irrespirabile per gli ebrei, anche non osservanti. Il fratello di Blima, Paul, ricco tagliatore di diamanti ad Anversa, sta cominciando a pensare di dover abbandonare l’Olanda e i suoi affari. I genitori di Charlotte resistono increduli di fronte alle crescenti angherie ma si preparano a ogni evenienza e, quando il capo famiglia Léon riceve l’intimazione a presentarsi  per essere deportato in un campo di lavoro, lui, la moglie, Raymond e Charlotte, decidono di lasciare il Belgio. Léon, aiutato dall’aspetto fisico suo e dei familiari, alti biondi e con gli occhi chiari, si è premunito andando a Parigi per ottenere dei passaporti falsi che li identificano come la coppia Wins, marito moglie e due figli, una famiglia belga ariana. Dopo aver cucito  i diamanti, ottenuti realizzando tutti i loro beni, nelle spalline imbottite dei cappotti, affrontano un lungo e pericoloso viaggio in treno che li condurrà a Parigi. Credono di essere in salvo e invece per loro sta per cominciare un calvario che li costringerà a nascondersi come topi, terrorizzati di essere denunciati e scoperti. La resistenza è all’opera e la follia persecutoria nazista si esibisce in continue retate che rastrellano una dopo l’altra le superstiti  famiglie di ebrei  per caricarle in carri bestiami diretti a est verso i campi di sterminio. E proprio durante le sue solitarie e brevi passeggiate la piccola Charlotte, di appena nove anni, vedrà questi treni e sentirà levarsi strazianti richieste di aiuto. Le storie raccontate in La bambina che guardava i treni partire sono coralmente affidate alla testimonianza di tanti e disparati personaggi che hanno vissuto sulla loro pelle la tragedia della seconda guerra mondiale. Tra loro, carnefici, vittime, soldati, eroi, semplici cittadini, baristi e combattenti arrivati da un altro mondo: giovani e coraggiosi volontari dell’Uruguay venuti a liberare un’Europa soggiogata dalle truppe hitleriane. E quindi Domingo Lopez Delgado, Anton Salaverri, Facundo Pelaez e altri che, dopo aver attraversato l’oceano, furono arruolati nella Legione Straniera al servizio della Francia libera del generale Da Gaulle e nel deserto, torturati dal calore e dalla sete, combatterono valorosamente in Africa, fino alla vittoriosa battaglia di El Alamein destinata a cambiare le sorti del conflitto. Ma, nel grande scacchiere europeo, tante altre voci parlano, alcune di scomparsi per sempre, altre di sopravvissuti più fortunati, francesi, spagnoli, inglesi, russi, georgiani, ucraini, polacchi, belgi, uruguayani, argentini, palestinesi, libanesi, italiani, persiani, e tutti ci spiegano con esempi e documenti cartacei, lettere, fotografie, come quella terribile guerra sia stata davvero mondiale. Deposizioni raccolte dall’autore di persone coinvolte in combattimenti feroci, in stermini di massa, in assedi cruenti, in battaglie all’ultimo sangue. Ascoltiamo le voci delle vittime e degli artefici di questa spaventosa strage di popoli, che si alternano per ricordare la loro esperienze. Abbiamo quelle infantili, come  Charlotte e le sue poche amiche perdute, quelle di soldati affranti, sul punto di capitolare ma coraggiosi malgrado tutto, quella di Miss Susan, unica donna in Africa sul campo di battaglia, quella dei comandanti, costretti a scelte drammatiche sulla pelle dei loro uomini, quella dei deportati avviati ai treni senza ritorno, quella di Michelle, una cantante francese che attende angosciata il suo compagno Maquisard, quella disperata  dei tanti ebrei braccati ovunque in Europa, le decine di migliaia sterminati a Varsavia, dove perderà la vita anche Alter, zio di Charlotte e grande figura di patriota ebreo. E non mancheranno le descrizioni delle atrocità naziste perché quando la famiglia Wins cerca rifugio  a Lione, nel sud della Francia, arriva in città uno dei peggiori aguzzini della ideologia hitleriana, Klaus Barbie, appena ventinovenne, sadico assassino intenzionato ad uccidere tutti gli ebrei ancora annidati nei territori occupati, che paragona a un cancro da estirpare. La narrazione che intreccia uno straordinario ricamo fatto di dirette testimonianze che si dipanano seguendo il sottile fil rouge che riesce a collegare tanti episodi, fatti e  destini apparentemente diversi e lontani tra loro.  Il  romanzo liberamente ispirato a storie vere e con sprazzi consolatori – Charlotte e la sua famiglia riusciranno a scampare alla cattura – si snoda in una serie di capitoli illustrati da piccole fotografie di allora che raffigurano i protagonisti e gli avvenimenti  del libro, minuziosi dettagli che confermano particolari e ricordi. L’autore tratta con umana delicatezza il  difficile argomento e, senza mai scadere nel pietismo, ci narra invece una splendida storia familiare. Senza cedere a facili emozioni o indugiare nel superfluo, arricchisce  la  trama  con una importante testimonianza corale – e purtroppo visto che il tempo è tiranno e ormai rimangono sempre meno fonti viventi di quel momento di delirio storico – ne approfitta per consegnare alla memoria dei posteri un documento scritto per aiutarci a non dimenticare mai quella aberrante follia collettiva di un popolo.

La bambina che guardava i treni partire di Ruperto Long mette a fuoco la tragedia della Seconda guerra mondiale e della Shoah considerata dal  punto di vista di uno storico sudamericano, lontano nel tempo e forse per questo molto lucido e oggettivo.  Un libro importante, che ha commosso i lettori, che ha meritato il Libro d’Oro e che, con la sua drammatica ma incisiva testimonianza, ha eretto un baluardo contro ogni tentativo di negazionismo.

La Debicke e… Ogni piccola bugia

Ogni piccola bugia
di Alice Feeney
Nord, 2017

«Mi chiamo Amber Reynolds. Ci sono tre cose che dovreste sapere di me
1. Sono in coma.
2. Mio marito non mi ama più.
3. A volte dico bugie.»
Una presentazione/introduzione sintetica e freddamente esplicativa. Nel primo capitolo, in data il 26 dicembre 2016, troviamo Amber Reynolds in coma, prigioniera di un nulla ovattato, fatto solo di suoni, rumori e voci. È solo in virtù di poche frasi, frammentarie e confuse, che sente accanto a lei, che è riuscita a capire di essere scampata a un terribile incidente d’auto e di essere ricoverata in rianimazione in una stanza di ospedale con una grave lesione cerebrale. Sa di chiamarsi Amber Reynolds, di avere trentacinque anni e di essere sposata con Paul. Sa anche di essere una speaker radiofonica, ma non parla, non può parlare e combatte con una confusa sequela di ricordi lontani che cominciano ad affiorare. Ma non ricorda l’incidente… e una domanda la perseguita: come? Amber ha paura. È impotente, indifesa, in balia di chi la cura e le gira intorno. Poi, tra quell’indistinto carosello di voci, ne riconosce due, quelle di suo marito Paul e di sua sorella Claire, che diventeranno il suo salvifico filo di trasmissione con il mondo reale. I due non sanno che lei può sentirli, parlano, discutono, le riportano frammenti di vita. Ma Amber ha paura di non potersi fidare di loro. Nascondono forse qualcosa? Deve sforzarsi, per scoprire cosa è successo, deve ricordare, scavare nella sua mente e, passo dopo passo, ricostruire cosa è accaduto durante l’ultima settimana, fino al momento dell’incidente. E poi compare una terza voce, chi è? Ḕ un uomo che passa la sera quando gli altri sono andati via. Sussurra parole minacciose… Amber deve assolutamente riuscire a svegliarsi.
Il romanzo si svolge su tre piani temporali, “Allora”, “Prima” e “Adesso” in grado di far girare la testa al lettore. L’autrice salta, inganna, parla di fatti veri e immaginari centellinando informazioni, regala qualche indizio, ma con rara parsimonia. Il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è, e talmente inafferrabile che finisce per imprigionare la trama, confondendo i contorni. Perché Amber deve tacere?
Nei capitoli dedicati al passato più remoto, alcune pagine di un diario ci immergono nell’infanzia delle due sorelle, Amber e Claire, e volendo guardare bene nascondono diversi indizi rivelatori. Insomma Ogni piccola bugia è un thriller che sa come coinvolgere e far rabbrividire chi legge. A fare da cornice a tutta la storia, intriganti ambientazioni che rallentano e annebbiano la verità.
Ogni piccola bugia è un libro che ha volutamente adottato una marcia ridotta per stuzzicare la curiosità del lettore. Non è un thriller d’azione, però vi prenderà costringendovi a brancolare nel buio quasi fino alla fine e, proprio quando tutti i punti di riferimento si sono cancellati e sembra impossibile riconoscere la verità, ecco che il labirinto crolla e ogni tassello si incastra come per miracolo, lasciandovi senza fiato. Insomma un thriller da assaporare, un terribile e imprevedibile gioco a rimpiattino silenzioso tra autore e lettore che pone l’accento su ogni dettaglio, ma permette di guardare solo dal buco della serratura per arrivare finalmente allo sconvolgente the end e consegnarci, forse?, la verità. Sì, perché quando vi sembrerà che tutto sia finito ecco che l’autrice tira l’ultima fulminea stoccata e ci saluta strizzando l’occhio. Insomma niente è come sembra e l’imprevisto è sempre dietro l’angolo…