La Debicke e… La tirannia della farfalla

Frank Schätzing
La tirannia della farfalla
Editrice Nord, 2018

Tecnologia. Cosa succederebbe se in futuro le macchine fossero dotate di coscienza? Quali sarebbero i rischi per l’intera umanità? Questo è il quesito al quale prova a rispondere Frank Schätzing con il fantascientifico La tirannia della farfalla.
La catastrofe descritta da Schätzing è complessa e macchinosa e coinvolge, oltre al mondo animale, anche l’utopistico sogno della scienza moderna, il dominio dell’intelligenza artificiale.
Un incipit inquietante: un gruppo di miliziani dell’esercito regolare è in missione nel Sud Sudan. È iniziata la stagione delle piogge, con le improvvise cascate d’acqua che sembrano sciogliere il cielo. Le strade e i terreni sono impraticabili, ridotti a paludosi sentieri di fango. Ma è anche stagione di guerra, con il paese spaccato in due e i ribelli che ogni giorno si fanno strada, massacrando senza pietà. Oggi però non piove, la foresta tace e, con il favore della nebbia calata sulla foresta, l’unità al comando del maggiore Agok è pronta ad attaccare.
Fino a quando l’agghiacciante rumore di “qualcosa” che vola rompe il silenzio. Qualcosa che aggredisce i suoi uomini, li insegue, li sbrana. E anche per lui è la fine.
Sierra County (Sierra Nevada), California. Luther Opoku è il vice sceriffo di Sierra County, una zona desertica di miniere d’oro, un tempo affollata oggi semidisabitata e quasi senza storia, nelle montagne della California. Una stupenda oasi naturale, dove la massima espressione della criminalità è il microspaccio di stupefacenti e dove le forze dell’ordine, per lo più abbastanza frustrate per aver abbandonato altri futuri, devono far fronte a una cronica deficienza di personale.
Siamo appena a trecento miglia a ovest della Silicon Valley ma, in mezzo a questo nulla, alcuni visionari della super tecnologia sono in competizione per la creazione di un computer ultra-intelligente, che dovrebbe risolvere i principali problemi dell’umanità.
Quando una dottoressa, una biologa di vaglia, resta uccisa in un misterioso incidente nella foresta della Sierra County, Opoku (padre ghanese e madre bionda e americanissima) si trova il caso tra capo e collo. Il fuoristrada fermo sul ciglio della strada, le impronte di un uomo all’interno, il cadavere della donna rinvenuto in fondo al crepaccio, tutto sembra indicare che si tratti di omicidio piuttosto che di un incidente.
Il vice sceriffo scoprirà che la vittima lavorava poco lontano, nell’inquietante e inaccessibile proprietà della Nordvisk, una società della Silicon Valley che ha preso il nome dal suo fondatore Elmar Nordvisk, e finirà col realizzare che un angolo nascosto della sua contea si è trasformato da tempo nel rifugio segreto dell’immenso supercomputer pensante Ares (abbreviazione di “Artificial Research and Exploring System”), sviluppato dalla Nordvisk, una delle aziende tecnologiche più potenti del mondo. Una società che ormai da anni è leader di mercato in molte aree della robotica, quali big data, progetti che consentono il riconoscimento di espressioni facciali e vocali, traduttori istantanei, efficaci programmi di terapia medica, auto a guida autonoma… Negli intenti del suo creatore Ares, una specie di immenso bruco nutrito giorno dopo giorno da una sconfinata massa di informazioni, è destinato a trasformarsi da bruco a farfalla, raggiungendo lo stadio di super intelligenza in grado di risolvere tutti i problemi dell’umanità.
Ma sarà possibile? E, se possibile, Ares sarà poi controllabile da chi l’ha creato?
Come se non bastasse Luther Opoku trova nascosta, tra i sedili della macchina usata dalla vittima, una chiavetta USB, da cui riesce a vedere alcune riprese incriminanti. Un enorme hangar, un ponte strano e inquietante… Il suo istinto di detective – Opoku ha lavorato per anni alla narcotici di Sacramento, gli suggerisce di andare a scavare proprio là, nel cuore pulsante di Ares, alla Nordvisk. Lo farà, si scontrerà con il capo della sicurezza e sarà costretto ad accettare ciò che pare una follia: là dentro niente è come pare, neppure lo spazio e il tempo.
Ma la strada per arrivare alla verità e sconfiggere il male lo costringerà a fare i conti con se stesso e la propria realtà e ad affrontare una lunga e angosciante sfida mortale.

Frank Schätzing delinea lo scenario di una tecnologia radicalmente futuristica destinata a cambiare le vite di tutti. Una tecnologia affidata all’intelligenza artificiale con potenziale straordinario e aspirazione a migliorare il mondo. O a distruggerlo?
La brevità non è certo il marchio di fabbrica di Schätzing: di solito lui viaggia sulle 1000 pagine, tanto che le quasi 700 di La tirannia della farfalla ne fanno un romanzo snello, si potrebbe quasi azzardare breve. Tuttavia l’impostazione narrativa non cambia. Dopo un lungo ma agevole inizio di ben centocinquanta pagine, il romanzo devia imboccando diverse direzioni: dal commercio di armi biologiche agli ideali piani di conquista del mondo di Nordvisk, dalle puntate in universi paralleli alla ricerca dell’immortalità, spaziando in sogni quantistici sull’inconscio, l’identità e la perdita di identità. Per scrivere La tirannia della farfalla Schätzing ha tratto spunto da film e libri di Michael Crichton, Neal Stephenson e Daniel Suarez, vedi mostro scarnificatore, insetti volanti carnivori. ecc. Poi, per contrastare in qualche modo l’utopistica ideologia del suo tecno-filantropo Elmar Nordvisk, ispirato dal fondatore di PayPal Peter Thiel, si rifà al Cerchio di Dave Eggers, alle ragioni di critica dell’intelligenza artificiale di Jaron Lanier e ai guru pentiti della Silicon Valley che combattono il mondo scaturito dalla tecnologia. Ma riuscirà una buona tecnologia a ostacolare e sconfiggere la cattiva, cioè quella ormai diventata incontrollabile?

Frank Schätzing è nato nel 1957 a Colonia, dove vive tuttora. Dopo aver studiato scienze delle comunicazioni, ha fondato la prestigiosa agenzia pubblicitaria Intevi e, in seguito, l’etichetta discografica Sounds Fiction.Si è imposto all’attenzione del pubblico con Il quinto giorno (Nord, 2005), un romanzo che ha ridefinito i confini del genere avventuroso ed è stato salutato da un enorme successo in tutto il mondo. Ma la sua personalità eclettica, unita a un’abilità narrativa fuori dal comune gli ha permesso di ottenere eccezionali consensi anche con Il diavolo nella cattedrale (Nord, 2006; vincitore del Premio Bancarella 2007), un appassionante giallo storico, con Il mondo d’acqua (Nord, 2007), in cui ha tracciato, con passione, ironia e competenza scientifica, la storia dell’evoluzione della vita sulla Terra, e con Silenzio assoluto (Nord, 2008), un thriller politico dai risvolti sorprendenti. È uno degli autori più letti in Europa.

La Debicke e… Una sconosciuta

Lucia Tilde Ingrosso
Una sconosciuta
Baldini + Castoldi, 2018

L’immagine della cover parla. Richiama lo spaventoso incidente dell’incipit, ma va anche oltre, mostrando lo sguardo inquieto e incerto di Carmen, la protagonista, che si riflette nello specchietto retrovisore. Una protagonista che dovrà andare alla ricerca del suo passato e di ciò che è accaduto.
Carmen è una bella donna che, come tante, vive e lavora in una cittadina toscana di provincia. La quarantina compiuta. Insegna in un liceo come professoressa di lingue, ha un marito, Gianluca, che fa con successo l’idraulico, e due figli, Matteo bello e solare di otto anni e Letizia, una scontrosa adolescente di quindici. Una sera, mentre è alla guida della sua macchina per recarsi a un corso di danza, succede l’imprevisto. La sua auto, una Y rossa di tredici anni ma appena revisionata, non risponde ai freni, affronta una curva molto stretta ad altissima velocità, sfonda il guardrail, vola nella scarpata e Carmen finisce all’ospedale in coma, mentre Nader Hassan, il ventiquattrenne egiziano seduto al suo fianco, muore nell’incidente. Strano che fosse in macchina con lei. Suo marito Gianluca non l’aveva mai visto, è sicuro che non si conoscessero. Non risultano legami di lavoro tra loro. Ma allora, perché era con lei? Gli aveva dato un passaggio?
Dodici giorni dopo, Carmen si risveglia. Ma chi è quella donna sdraiata in un letto di ospedale che la guarda dallo specchio? Una perfetta sconosciuta, o almeno le pare, perché lei non ha più un passato. Non riconosce né il marito, né i figli. Tutti i suoi ricordi belli, brutti, buoni o cattivi sembrano essere stati annientati dall’impatto mortale. Ora Carmen è una donna confusa che riparte da zero, da un lungo dormiveglia dal quale è finalmente uscita, quasi una rinascita nel reparto rianimazione, cullata da un brusio di voci, con l’angoscioso flash di volti solo sconosciuti che si chinano su di lei, la guardano e la chiamano signora. Ma signora chi? Chi è lei ? Non ricorda più nulla. Non sa chi è, cosa sia accaduto, da dove sia venuta, sa solo di essere spaventata e immersa in una specie di angoscioso vuoto fino a quando un gentile medico le fa capire che il trauma subito nell’incidente ha provocato il vuoto nella sua testa. Insomma ha smarrito il suo passato, è affetta da amnesia. E l’unico modo per riappropriarsi della sua vita è cominciare una terapia cognitiva. Qualcosa, le spiegano, ha provocato un blocco mnemonico, molto difficile da rimuovere. Ma non deve disperare, forse con il tempo ricorderà tutto.
Quando, passo dopo passo, il suo passato comincia a farsi spazio portando con sé i primi dubbi tormentosi e traumatizzanti, Carmen è costretta a rendersi conto che forse non era una moglie e una madre modello. Però, a questo punto, non può e non deve fermarsi, deve riappropriarsi del suo io, purchessia. Ma sarà solo l’incontro con Laura Basanieri, l’amica di sempre, ad aprirle gli occhi e a spianare la strada ai ricordi che le consentono di riappropriarsi del lato più oscuro del suo vissuto, un vissuto che le pare inspiegabile, che la spaventa benché certi indizi, pulsioni che riconosce in se stessa diventano precisi sintomi che parlano di verità.
Ma un incidente stradale in cui c’è scappato il morto richiede sempre un’indagine approfondita prima di poter essere classificato come un semplice incidente. A occuparsi del caso sarà il maresciallo dei Carabinieri Vanni Campisi. Secondo lui qualcosa non quadra. Tanto per cominciare nessun segno di frenata sull’asfalto, strano. Un malore? Possibile, certo. Poi Campisi guarda quella donna negli occhi e la riconosce. Ma è proprio questo a spingerlo ad approfondire il caso o invece è colpa dell’ attrazione che prova di nuovo per lei, Carmen, incontrata solo una sera di tanti anni prima ma mai veramente dimenticata? Sembrava un caso da poter chiudere in fretta, però la realtà è diversa. I dubbi del maresciallo Campisi trovano dei riscontri. E mentre Carmen continua a ricostruire faticosamente i suoi ricordi, incomincia anche a frugare nel suo passato in cui si cela la ragione che ha spinto qualcuno a cercare di ucciderla. Chi è? Perché vuole vederla morta? Lei forse inconsciamente lo sa, ma i suoi ricordi ancora confusi, annebbiati, non le permettono di denunciarlo. E allora è ancora in pericolo…
Pulsioni incontrollabili provocate da un’inconscia rivalsa per rancori del passato, mai risolti o sopiti, affollano questo nuovo giallo che Lucia Tilde Ingrosso regge e guida su binari credibili, sfruttando la sua abilità ormai collaudata nel tempo, avvalendosi un bel ritmo narrativo e offrendoci una conclusiva e ben calcolata zampata da leone.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2018

Ha senso scrivere qualcosa sui gialletti?
Mi stavo chiedendo che senso ha scrivere qualcosa sui gialletti quando tutto intorno c’è un grande fermento, una grande confusione. La flat tax, la Fornero, il reddito di cittadinanza, la manina invisibile, lo spread che sale, il ponte che crolla, le scuole che crollano, il problema degli immigrati, i furbetti del cartellino, i furbetti delle tasse che non pagano le tasse, le mazzette, i falsi invalidi, le false lauree, gli annunci strepitosi, la realtà disarmante, i sorrisetti di superiorità nei talk show televisivi… Forse dovrei fare qualcosa. Non so, partecipare alle discussioni, dire la mia, messaggiare su facebook, postare foto su instagram. Infilarmi, in qualche modo, nel marasma micidiale del web, tra fake news, urla, insulti, minacce, botte da orbi, pedate nel culo, ginocchiate nelle palle e accidenti vari.
Uhm…Meglio scrivere qualcosa sui gialletti. Parto da…

La signora Hudson e la maledizione degli spiriti di Martin Davies, Mondadori 2018.
“Fu Sgraggs, il garzone del fruttivendolo, che mosso a compassione dalle condizioni disagiate e dallo stato mentale in cui versavo mi presentò la persona che avrebbe trasformato la mia vita.” Chi narra la storia è Flotsam (Flottie), una ragazzina orfana di dodici anni che è riuscita a fuggire dalle angherie di Fogarty, il maggiordomo della casa dei Fitgerald. Ora, per opera di Sgraggs, farà la conoscenza della corpulenta e decisa signora Hudson che diventerà, in seguito, governante del duo Holmes-Watson portandosi dietro, come aiutante, la piccola ragazza.
Andiamo al sodo. Uno strano messaggio, scritto con inchiostro scarlatto e accompagnato da un sottile pugnale d’argento, è arrivato nella casa dei nostri. Seguito da uno strano cliente con una sua storia altrettanto particolare. Ovvero il commerciante Nathaniel Moran che si trova “afflitto dalla più antiscientifica e superstiziosa delle preoccupazioni.”
Ha fatto fortuna a Sumatra con la Compagnia commerciale che operava a Port Mary. Solo che la sua presenza, insieme a quella del servitore Penge e dei soci Neale e Carruthers, ha offeso, secondo il sommo sacerdote che gli ha fatto visita, gli spiriti maligni dell’isola. Prima o poi moriranno per opera del suo coltello guidato dalla mano di uno spirito. Già Penge è stato ritrovato ucciso con le orbite vuote e, mentre lui era in preda alla febbre, i due soci sono ritornati a Londra. Chiede aiuto per capire questi fatti avvolti da malefici e tenebrose leggende.
Il dado è tratto. Al lavoro Watson e Holmes con le sue impareggiabili deduzioni che lasciano a bocca aperta. Criticate, però, in parte, dalla signora Hudson che qui rivestirà un ruolo importante con le “sue” deduzioni, specialmente su ciò che attiene al “suo” regno, ovvero quello della cucina. Rivolgendosi al famoso duo “Come governante di professione, posso solo restare seduta a meravigliarmi della vostra ricerca sistematica di prove scientifiche. Ma, quanto alle faccende domestiche, ho accumulato anni di esperienza: perciò non deve stupirvi che, in cucina, io riesca a vedere cose precluse alla vostra attenzione di visitatori.” Per esempio sul forno e su un soufflé al formaggio piuttosto sospetti…
Un plot complesso di superstizione, mistero, razionalità e irrazionalità ben amalgamato e ambientato in una Londra vittoriana dalla spessa nebbia e dalle evidenti disuguaglianze sociali dove i più deboli subiscono mostruose angherie. Deduzioni, già detto, dubbi, domande su domande (perché Fogarty è interessato al racconto di Moran? Questo Moran è del tutto credibile?…), ma anche azione, movimento, travestimenti, corse notturne in carrozza, colpi a sorpresa, momenti di paura e pericolo, morti uccisi che sembrano avvalorare la maledizione del sommo sacerdote per lo spuntare di serpenti velenosi e ratti giganti.
Al centro, questa volta, la signora Hudson (ma anche Flottie si dà da fare) che, come scrive il nostro Luigi Pachì nel suo “Focus sulla governante di Baker Street”, “… è in ogni caso il fiore all’occhiello dell’opera, un personaggio di landlady che, grazie ai suoi anni di esperienza in famiglia, sa interpretare al meglio il comportamento umano e che per certi versi potrebbe ricordare perfino la Jane Marple di Agatha Christie.” Uno, fra i vari buoni motivi, per leggere il libro.

La sfinge dormiente di John Dickson Carr, Mondadori 2018.
Il nostro Gideon Fell arriva con la sua incredibile stazza a pagina novantotto “Scese con aria maestosa appoggiandosi a due bastoni, il corpo enorme avvolto in un mantello. In una mano, oltre al bastone, stringeva anche un cappello nero a larghe tese…” Aggiungo, per sintetizzare: un ciuffo ribelle di capelli grigi, un faccione rosso con tre menti, un naso piccolissimo, due baffoni da bandito e un paio di occhiali con un nastro nero alle estremità. Se poi si passa alla risata allora aspettatevi una specie di ruggito o boato da terremoto. La sua è una visita ufficiale per conto del sovrintendente Madden della polizia del Wiltshire in relazione alla morte della signora Marsh.
Ma andiamo per ordine. Siamo in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale. Qui ritorna, dopo sette anni di lontananza, il giovane, ex membro dell’Intelligence, Donald Holden (ha catturato un pericoloso criminale nazista). E ora scopre di essere ritenuto morto… Panico e angoscia.
Divenuto ricco grazie ad una eredità, è alla ricerca di Celia Devereux, la giovane donna di cui era ed è ancora innamorato corrisposto, la quale si trova in preda, però, ad un vero e proprio incubo. Alcuni mesi prima sua sorella Margot è stata trovata morta per una emorragia cerebrale, ma Celia non crede a questo impossibile evento per una donna in piena salute. È sicura, invece, che sia stata avvelenata dal marito Thorley Marsh, vecchio amico di Donald, uomo violento tanto da picchiarla e tradirla con la giovanissima Doris Locke. Ma nessuno le crede e tutti la ritengono pazza. Ad eccezione di Holden.
Ed ecco allora, sollecitato da lei stessa, l’arrivo del nostro inimitabile dottor Fell (modellato sulle sembianze di Chesterton, ammiratissimo dall’autore) che incomincia la sua strabiliante indagine dentro un’atmosfera di paura, di panico, di fatti inspiegabili che pongono una serie di angosciose domande: Celia è veramente pazza?; come si spiega lo spostamento delle pesantissime bare nella tomba sigillata della famiglia Devereux?; come ha fatto a trovarsi lì anche una boccetta di veleno?; ci sono dei fantasmi che girano in quei luoghi?; Margot aveva pure lei un amante?; cosa centra un anello d’oro con il sigillo di una sfinge dormiente?…
Intanto Celia viene accusata dell’omicidio della sorella e, dunque, un caso intricato, intricatissimo, intriso di sovrannaturale, dove è difficile stabilire uno spartiacque sicuro tra menzogna e verità. Questo fa impazzire il giovane Holden tutto teso alla ricerca della soluzione, mentre il nostro Fell sembra già averla in tasca, rendendolo ancora più agitato.
E noi lettori siamo lì, a bocca spalancata, pronti ad ascoltare le incredibili deduzioni, talora paradossali del mastodontico criminologo che scioglierà i complessi enigmi ad uno ad uno. Ogni tanto, grugnendo e tuonando “Arconti di Atene!”

Rosso Barocco di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2018.
Roma. Estate e caldo boia. “MI SALÍ ADDOSSO L’IMPAZIENZA”, parole nere sul bianco della cripta di San Carlino alle Quattro Fontane, capolavoro di Francesco Borromini, architetto barocco “rivale” di Bernini. Praticamente le sue ultime parole prima del suicidio. Poi l’omicidio di una donna sgozzata da tergo come sant’Agnese in piazza Navona.
Ecco pronto un bel po’ di lavoro per il mastodontico e brusco ispettore Ceratti, l’agente scelto Antonio Cammarata, il libraio Ettore Misericordia, detective dilettante, e il suo fido assistente Fango che narra la storia. Intanto l’uccisa è Silvia Poppi, venticinque anni, residente a Firenze e studentessa fuori sede alla facoltà di Architettura a Roma. Occorre trovare qualcuno che la conosca, ovvero l’amica Francesca Conti dalla quale si apprende che stava finendo la sua tesi di laurea su Borromini.
Borromini e Bernini. Ancora una volta i due geni del Barocco che si incontrano… E c’è un altro personaggio che conosceva Silvia, l’anziano architetto Evaristo Naldi con il quale conviveva (solo per amicizia), preso da una passione smodata per Gian Lorenzo Bernini. Allora tutto ruota, tutto deve ruotare attorno ai due nomi!
Al centro della scena Misericordia con le sue donne, i suoi libri, le sue sigarettine, il suo nasone, il suo basettone, sprofondato nella poltrona Ettorina insieme a Fango che annota tutto, (praticamente i nuovi Sherlock e Watson) e si dà pure da fare (suo il travestimento come turista e l’impatto con un altro morto ammazzato). Simpatiche battute fra i due e Fango che rimane come ipnotizzato dall’amico “Non riesco ancora a capacitarmi perché ogni volta che il Capo mi coinvolge in qualche assurda missione io accetti di seguirlo senza alcuna riserva.”. Ma una domanda sorge spontanea “La scritta nella cripta e gli omicidi sono collegati fra di loro?”.
Il libro, oltre che il classico giallo, è una immersione culturale nella storia passata e un viaggio nella Roma presente, resa bella e immortale anche dalle opere dei due personaggi seicenteschi analizzati nei minimi particolari (praticamente una breve storia dell’arte). Andando avanti con le indagini arrivano diverse novità: il ragazzo innamorato di Silvia, il nobile decaduto fissato che sotto la libreria di Misericordia ci sia una misteriosa cripta con laboratorio alchemico, la giornalista Cecilia, bella e sexy, amica del detective e appassionata di cronaca nera, la Confraternita dei Berniniani, quattro importanti pergamene, dei numeri che non tornano, un barbone che ha visto qualcosa, un medaglione particolare…mentre scorrono lampi dei flash dei turisti giapponesi e numeri di clown per le strade della Città Eterna.
Spiegazione finale di Misericordia che ricollega tutti i tasselli della vicenda svolta con una scrittura veloce, spigliata, ironica e una serie interminabile di punti esclamativi che un po’ enfatizzano (vedi anche Nero Caravaggio). Il classico gialletto gradevole e simpatico senza troppe pretese e ben allineato al prezzo.

Assassinio all’Étoile du Nord e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2013.
“Nel 1933 Simenon compie trent’anni e decide che è venuto il momento di diventare un vero scrittore. Per far questo, opera due rotture significative: con il personaggio che gli ha dato la fama e con l’editore Fayard che lo ha pubblicato. In giugno termina “Maigret”, il romanzo in cui manda in pensione il commissario. In ottobre firma un contratto con Gaston Gallimard, patron della più prestigiosa casa editrice francese. Ciò nonostante, da Maigret non riesce a staccarsi, e in fondo anche al suo nuovo editore non dispiacerebbe vederlo “resuscitare”, sebbene entrambi sappiano che un ritorno del commissario rischierebbe di interferire con la nuova carriera dello scrittore. Il quale, però, troverà un compromesso soddisfacente, che consisterà nel limitarsi a scrivere dei racconti destinati ad apparire solo su riviste.”
Assassinio all’Étoile du Nord
“Con la cornetta all’orecchio, il commissario non smetteva di osservare quella creatura enigmatica che gli teneva testa con l’inaudita energia di cui solo certe donne sono capaci, e che mentiva come solo le ragazze sanno mentire.” Una lotta aperta tra Maigret (mancano due giorni alla pensione) e Céline, ragazza giovane coinvolta in un omicidio all’Étoile du Nord che si professa prostituta. Ma qualcosa non quadra e questo sarà “forse l’interrogatorio più frustrante” di tutta la sua carriera.
Tempesta sulla Manica
Maigret, ora in pensione, è in vacanza a Dieppe con la moglie in un alberghetto modesto ma non manca, per abitudine, di tenere la sua posa preferita al Quai des Orfèvres: “pipa fra i denti, spalle al fuoco, mani incrociate dietro la schiena”. Tutto tranquillo. Sta leggendo un articolo sulla vita delle talpe e dei topi di campagna (sorriso), quando arriva il commissario di polizia della zona “Lavorava qui una certa Jeanne Fénard?”… “È stata uccisa con un colpo di rivoltella in rue de la Digue…”. Sospettati gli abitanti della pensione. Volente o nolente Maigret dovrà intervenire. Anche con qualche bicchiere di grog in corpo che gli fa compiere delle azioni di una certa, involontaria comicità…
La signorina Berthe e il suo amante
Una lettera con la quale si chiede aiuto a Maigret. Ha bisogno di lui la signorina Berthe, amante di un certo Albert e convinta che sia invischiato in un colpo durante il quale è stato ucciso un agente della polizia. Anzi, è proprio lui l’assassino, non l’ha mai amata e mira solo ai suoi soldi. Ha paura, anche, che le faccia del male. Maigret accetta, ma sarà vero tutto quello che dice?…
Il notaio di Châteauneuf
“Con la pipa tra i denti e un vecchio cappello di paglia in testa, Maigret trafficava beato in un angolo dell’orto…”. Per poco, che arriva il notaio Motte di Châteauneuf a rompergli le uova nel paniere. E’ un collezionista di bassorilievi e sculture in avorio di notevole valore che spariscono due o tre volte la settimana. Ha bisogno del suo aiuto per scoprire il ladro. In casa tre figlie di cui una innamorata di un pittore spiantato: Emilienne, Armande e Clotilde. Una nuova avventura, anche se la moglie del Nostro scuote la testa…
Al centro dei racconti, come protagonista incorporeo-corporeo, l’Amore nei suoi molteplici risvolti (notare la massiccia presenza femminile) motore delle intricate situazioni e, protagonista bene in carne, il nostro Maigret, ormai tranquillo pensionato in felice rapporto casalingo con la moglie silenziosa e sferruzzante. Tranquillo fino ad un certo punto che l’assassinio è pronto a strapparlo dalla routine quotidiana. Sembra scocciato, ma in fin dei conti si diverte e non si lascia sfuggire i piccoli piaceri della vita, come un boccale portato “alle labbra con un’espressione così ghiotta che avrebbe potuto fare la pubblicità di una marca di birra.”
Inutile ripetere cose già dette e ridette su Simenon. Scrittura pulita, nitida, essenziale, ironica (in certi casi perfino pronta alla parodia), capace di creare una certa atmosfera con sprazzi di vita cittadina, di gente normale che “si accontenta di piccole gioie”, e di far rivivere i personaggi come se fossero tra noi. Non c’è bisogno di tante parole, non c’è bisogno di tanto movimento. Basta un piccolo tocco, basta un particolare e tutto è pronto per la messa in scena come davanti ad un teatro, nell’attesa che si alzi il sipario.
Avanti gli attori!

Un giretto tra i miei libri

Le fatiche di Hercule di Agatha Christie, Mondadori 2012.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Poirot. Siamo nella sua casa tutta squadrata, dalla stanza stessa in cui si trova alle poltrone, ai mobili, alle sculture di cubi, ad una composizione geometrica con filo di rame. Tutto preciso, tutto razionale. Non pende un capello. Davanti a lui il dottor Burton, professore all’Al Souls, “grassoccio e trasandato”. Bonario. E curioso. Soprattutto del suo nome. Hercule, perché? Tanto più che Poirot non assomiglia un fico secco all’eroe mitologico. Piccolo e lindo, testa d’uovo, giacca nera, farfallino elegante, baffi folti, scarpe di vernice. Diciamo pure tutto l’opposto e certo l’amico non ha letto i classici se non sa capacitarsi di questa disuguaglianza. Vero. Lacuna che il Nostro colmerà subito dopo l’uscita di scena del dottore. Prima di andare in pensione e darsi alla coltivazione delle zucche accetterà dodici casi con particolare riferimento alle dodici fatiche di Ercole (nel frattempo si è documentato con l’aiuto della segretaria Lemon).
Tra l’altro, secondo lui, esiste un punto di contatto con l’immarcescibile eroe “sia l’uno che l’altro, indubbiamente, erano stati lo strumento necessario a liberare il mondo da certi flagelli…”. Sottinteso che i suoi sono più importanti.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Hercule Poirot. Come si diceva una volta per una pubblicità, basta la parola. L’effetto è diverso (si spera) e per il recensore una manna dal cielo.
P.S.
D’accordo, vi elenco almeno le dodici fatiche che un ripassino mitologico fa sempre bene.
1) Il leone nemeo
2) L’idra di Lerna
3) La cerva dalle corna d’oro
4) Il cinghiale di Erimanto
5) Le stalle di Augia
6) Gli uccelli stinfali
7) Il toro cretese
8) Le cavalle di Diomede
9) La cintura di Ippolita
10) Il gregge di Gerione
11) I pomi delle Esperidi
12) La cattura di Cerbero.

Le immagini rubate di Manuela Costantini, Mondadori 2014.
“Una donna è stata uccisa. Ma non uccisa e basta: dopo averle trapassato il cuore con una lama lunga e sottile, l’assassino le ha preso lo scalpo, lasciando solo una ciocca a testimoniare la sua macabra impresa. Quando viene disposto il fermo di un fotografo, le cui impronte sono sul luogo del delitto, agli inquirenti sembra di poter inchiodare il colpevole”.
Non per l’avvocato Filippo Dolci il cui cognome svela la sua passione per la cioccolata, i bomboloni alla crema, i gelati e di fronte ad una pasticceria si sente “come Hansel e Gretel davanti alla casetta di marzapane”. Sposato felicemente con Lavinia (quasi una novità), amico del commissario Pietro Ciccone, alto, determinato, in relazione d’amore con Federica dopo una serie di incontri sfortunati. Altri personaggi tipici di ogni romanzo poliziesco: il procuratore Giampiero Galiffa, secco come un chiodo, l’ispettore Saverio Tudini “dalla faccia senza espressione” che “riesce a capire le persone con una sola occhiata” e l’ispettore Caterina Barnabè che “cerca, studia, segna e alla fine tira le somme e quasi sempre il risultato è giusto” (coppia perfetta).
Aggiungo l’incontro tra Filippo e Agnese Cerelli insieme ai tempi del liceo (vuole separarsi dal marito) e quello con la sorella Irene che pretende un risarcimento per un incidente stradale. Sospettati il parrucchiere Domenico Potalivo, ultimo a vedere in vita l’uccisa, e il fotografo Fausto Minardi le cui impronte sono state trovate vicino al corpo della vittima (incriminato, come già detto). Intanto a casa Dolci spariscono camicie, arrivano altri due morti ammazzati con le stesse modalità e l’indagine si fa più complessa, anche se per la polizia il caso sembra chiuso.
Insieme all’indagine, alle domande e alle elucubrazioni di rito infiorettate da dubbi e ripensamenti, il lavoro quotidiano dell’avvocato (deve difendere un ladro di pane e olio), la storia dei personaggi (tra cui quella di Corrado Scarsella omosessuale, amico di Filippo, sempre ai tempi del liceo), un po’ di filosofia sulla felicità, la televisione che incombe, la forza e la disperazione dell’amore, altri spunti sul Nostro a cui viene voglia di piangere quando piove per un ricordo doloroso da bambino e non può indossare il cappello (una specie di feticcio), la “Chioma di Berenice” di Catullo a stuzzicare la curiosità del lettore. In corsivo il pensiero dell’assassino, in prima persona quello di Filippo Dolci, in terza tutto il resto con una scrittura che si fa leggera e penetrante. Un buon inizio per Manuela Costantini.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Secondo Luca CroviL’ombra del campione, Rizzoli 2018, deve la vita a una specie di scommessa fatta con Franco Forte che volle farlo partecipare alla sua antologia calcistica  Giallo di rigore… Fu allora infatti che scoprì, stando alle date, la possibilità di un incontro e, magari perché no, un amichevole rapporto tra il grande immenso centrocampo interista Giuseppe Peppino Meazza (detto anche Balilla), e il commissario De Vincenzi, (un vero Maigret all’italiana), l’indimenticabile eroe dei romanzi di Augusto De Angelis. E da bravo ladro di storie (a detta dei suoi figli) o meglio acuto spigolatore, Luca Crovi non delude le attese dei lettori (mai avrebbe potuto) e di là riparte. Rispolvera come protagonista della sua fiction un giovane De Vincenzi, rendendo omaggio a De Angelis, al grande e purtroppo misconosciuto autore (il fascio imperava tarpando le ali) che aveva saputo creare nostrane atmosfere giallo, poliziesco, noir degli anni Trenta e, per regalarci il suo primo giallo-thriller-noir, si tuffa di testa in una gustosa storia milanese, molto intrigante e dal sapore squisitamente retrò… Con una raffinata commedia gialla, Luca Crovi, scippando alla grande quanto gli serviva, festeggia e commemora sia l’uomo icona del calcio sport, incensato dagli italiani, che l’intrigante e indubbio fascino di una Milano alla fine anni Venti, avviluppata dalla “scighera”.

Una morte perfetta di Angela Marsons, Newton Compton 2018.
Quarto romanzo della serie di Angela Marsons con la brusca detective Kim Stone come protagonista; un bel personaggio, con una difficile infanzia e giovinezza alla spalle, duro se necessario e spietato perfino con se stesso – unica recente debolezza l’accettazione di Barnie, un border collie rimasto senza padrone – ma che crede fino in fondo nel suo lavoro e vorrebbe poter offrire giustizia a tutti. E tutti e quattro i romanzi, benché ciascuno racconti una storia finita, fanno comunque parte di una concezione seriale tanto che, sia per un approfondimento sui vari interpreti quali lei, Kim la protagonista e il resto del team, Bryant, Stacy e Kev, sia per una migliore comprensione delle loro scelte di vita, suggerirei senz’altro di andare a leggere anche i precedenti.
Ma ora torniamo a Una morte perfetta. Nonostante la rapida e felice soluzione di un caso a lei affidato e la serie di nuove indagini da svolgere, racchiusa nella massa di carte impilate sulle scrivanie,  Kim Stone e la sua squadra ricevono l’ordine di recarsi a Westerly, nella Black Country, in quella che è chiamata la Body Farm, segretissimo centro di ricerca e laboratorio dove si studiano le reazioni chimiche sui corpi in decomposizione, che sono stati lasciati in eredità alla ricerca medica. In realtà, una ributtante struttura nata per far progredire la scienza forense, situata in un terreno isolato e cintato a più di 2 km da ogni edificio nelle vicinanze, insomma non proprio un posto piacevole o adatto a deboli di stomaco. E proprio là, mentre la detective Stone e la sua squadra stanno compiendo la loro visita di aggiornamento e studio, scopriranno, poco fuori dal recinto, il corpo ancora caldo di una giovane donna, barbaramente uccisa con il volto straziato a colpi di pietra e soffocata dalla terra infilata di forza in bocca…
Una storia che sguazza nella psicologia e, scavando senza pudori nell’inconscio, sviscera e approfondisce i rapporti di lavoro e le relazioni interpersonali di Kim Stone. Anaffettiva, caustica, sempre diffidente, ma forse tiene alla sua squadra più che a se stessa. Nessun vero legame, a parte Barney, il cane adottato. L’idea di una possibile relazione con un collega, un consulente conosciuto in un precedente caso, per ora  non pare destinata ad andare in porto (mai dire mai, pensa il lettore, e forse anche l’autrice). La  serenità non sta di casa nei romanzi della Marsons, le persone “normali” si possono contare sulle dita della mano, ma si impara che esistono professioni astruse quali Archeologo forense e Osteoarcheologo, che nella realtà possono aiutare e risolvere alcuni  complessi  e contorti casi criminali.

Genesi di A.G. Riddle, Newton Compton 2018.
Dal geniale autore di Epidemia mortale e Atlantis Saga, uno scrittore da 3 milioni di copie e tradotto in ben 22 lingue, arriva in Italia un nuovo romanzo per gli amanti del genere Science Fiction, in un indovinato cocktail che riesce shakerare thriller, avventura e psicologia. Infatti Riddle, da scrittore abile e disincantato, per costruire le sue storie sonda le angosce e le paure umane, e diventa quell’abile affabulatore che avvincendo i suoi lettori riesce quasi a convincerli della possibile realtà delle storie che sta narrando. E non si parla di noccioline, no! Perché sono storie complesse che si avvalgono subdolamente di termini altamente scientifici per mischiare a suo piacere verità e fantasia, fondendo la ricerca con la narrativa…
Un thriller ben concepito che incolla il lettore alle pagine, come l’hanno definito oltreoceano i critici più smaliziati del settore. Vero! Perché nonostante affronti spesso temi astrusi e magari ostici ai più, risulta lo stesso comprensibile, ben costruito e congegnato come un orologio svizzero. In più ha l’innegabile pregio di essere ricco di azione senza tregua, con una trama affascinante in cui alla fine tutti gli ingranaggi come in un puzzle universale si incastrano alla perfezione

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta tocca a Il Tempio del Rubino di Fuoco di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Amici, ecco un’altra avventura di Geronimo Stilton! Questa volta andremo nel Rio delle Amazzoni, in Brasile. Tra ragni pelosi, piranha aggressivi e piante carnivore, Geronimo e i suoi amici, accompagnati dalla figlia del capo tribù, devono andare a difendere il Tempio del Rubino di Fuoco dai topi cattivi che distruggono la foresta per rubarlo. Il loro capo è basso e grasso, il suo aiutante è magro e intelligente.
Questo è un racconto di avventura, ricco di pericoli e movimento, ma anche un racconto educativo che ci insegna a difendere e salvaguardare la natura.
Alla prossima!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Sola nell’auto

Patrizia Calamia
Sola nell’auto
Bertone, 2018

30 gennaio 2017: nell’alba lattiginosa di Firenze, in via Lupo, una traversa di Lungarno Serristori, viene ritrovato il cadavere di Linda Donati. una tredicenne di buona famiglia, nella Porsche rossa intestata al padre, noto manager bancario cittadino. Linda è stata strangolata (ma non violentata), ciò nondimeno sul cadavere si trovano tracce biologiche che presumibilmente appartengono all’assassino. Le indagini vengono affidate al commissario Cosimo Cavaliero che, affiancato dalla collega e criminologa ispettore Monica Quanti, intraprende un formale interrogatorio dei famigliari. I genitori della vittima sono divorziati, il padre è single, la madre si è risposata e ha avuto un bambino dal secondo marito. Quando le analisi del DNA dimostrano che la traccia biologica riscontrata sul corpo della ragazzina appartiene al padre, il caso sembra risolto. Ma Monica Quanti non è d’accordo. Perché un padre evidentemente molto affezionato alla figlia, della quale condivideva l’affidamento con la ex moglie e che non aveva mai mostrato turbe comportamentali, avrebbe commesso un delitto tanto efferato? Lasciando poi Linda così esposta, adagiata sul sedile posteriore della sua auto, con un’inconfutabile e incriminante traccia biologica, quasi una firma, o peggio un’autodenuncia? Insomma pare tutto troppo artefatto, quasi un segnale in codice, un avvertimento voluto dal vero assassino in modo analitico e premeditato. Tanto dice e fa, che riesce a convincere e coinvolgere il commissario Cavaliero e, con il suo appoggio, anche il questore, a esplorare una seconda linea di indagini che mirano ad allargare il tiro. Andando a scavare negli archivi informatici italiani, la Quanti riesce a trovare alcuni casi analoghi, figlie adolescenti uccise e ritrovate con inequivocabili tracce biologiche all’interno dell’auto paterna. Tracce che automaticamente hanno incriminato i padri. Elemento inconfutabile che accomuna tutti i casi e che non si riesce a spiegare. E se invece si trattasse di un unico assassino? Della premeditata macchinazione di un diabolico killer seriale? Monica Quanti, anche lei madre di una figlia adolescente, non si arrende, annota tutti i particolari, li sviscera, richiama alla mente elementi di profiling anche di casi oltreoceano per riuscire a individuare chi potrebbe essere dietro a quei delitti e perché.
I pochi e brevi tratti di leggerezza nella trama non allentano la morsa di questo thriller psicologico a tinte fosche, che riesce a privarsi crudelmente anche di una conclusione consolatoria ma che, a mio vedere, ogni tanto, invece di inquadrare l’indagine per il lettore, si perde un po’ per strada e sarebbe stato avvantaggiato da un’impostazione narrativa più rapida e stringata.

Patrizia Calamia, nata a Roma, vive a Trieste insieme al marito e ai due figli, conciliando lavoro, passione per il tango e scrittura. Ha pubblicato diversi romanzi. Sola nell’auto è il suo primo romanzo per Bertoni editore.

La Debicke e… Il commissario Botteghi e il Mago

Diego Collaveri
Il commissario Botteghi e il Mago
Fratelli Frilli Editori, 2018

A Livorno, in una villa Liberty del quartiere che guarda il mare e che ancora si pregia di una misurata privacy ed eleganza, l’omicidio di un notaio si trasforma nel “magico” artifizio per riscoprire la vera e dimenticata storia di Wetryk, al secolo Antonio Pastacaldi, un celeberrimo mago vissuto all’inizio del secolo scorso. Anzi più di un artifizio, perché Collaveri, prendendosi alcune libertà, mette al centro della storia la villa di Pastacaldi, su viale Italia, un tempo viale Margherita 49, il luogo dove verrà ritrovato il cadavere del notaio Corrado Nenciati che, su preciso incarico dell’ultimo erede, si sta occupando della vendita all’asta della casa. Tre potenziali acquirenti, due dei quali celebri rappresentanti del mondo dell’illusionismo, il terzo invece un antiquario padovano, sono interessati ad acquistarla perché appartenuta al mago. Si scoprirà che l’interesse è dovuto ad alcune lettere vergate da Pastacaldi, ritrovate in un vecchio baule in Sud America, che rimandano a qualcosa nascosto nella casa. Si tratterebbe di un fantastico trucco che il mago Wetryk stava preparando per il suo progettato ritorno in scena, prima di scoprire di avere un male incurabile. Però la faccenda dell’asta è andata per le lunghe e la comparsa di un fantomatico, possibile erede ha ritardato le operazioni. E ora? Intanto, dopo il primo efferato delitto, l’assassino non si ferma e colpisce ancora due volte senza pietà, teso solo a raggiungere il suo scopo…

Un’indagine dubbia, difficile e pericolosa, in cui coinvolgere per forza i “soffia” e impegnare allo spasimo tutta la squadra, per il nostro commissario Botteghi, livornese puro sangue, uomo legato ai ricordi del suo passato e a cui Diego Collaveri regala con dovizia di particolari il quarto capitolo della sua saga. Ciò detto, a rendere più stuzzicante Il commissario Botteghi e il Mago è l’impostazione narrativa, a occhio gradevolmente a metà tra la Christie e Simenon, avvalorata dal geometrico concatenarsi dei fatti e l’utilizzo di ambientazioni, sogni e diverse epoche efficacemente congegnato. Senza parlare di Livorno. Una città così intrigante, diretta e reattiva tanto da ritagliarsi senza tanti scrupoli la parte di un’efficace e vivace coprotagonista. Comunque, per scoprire il movente dell’assassino e il suo volto, Botteghi dovrà provare a catapultarsi dal presente, la sua Livorno flagellata dal libeccio che l’incolla agli angoli delle strada, indietro nel tempo, tornare nel 1935 e nella mente dell’illusionista. Deve farlo per riuscire a capire i suoi trucchi, fondamentali per risolvere l’indagine ma anche per far luce sulle ragioni del ritiro dalle scene del mago, che tanto fece parlare. E per scoprire che a dirigere ogni scelta di vita sono sempre le emozioni: l’amore, la gelosia, l’invidia, l’odio, tutti sentimenti insiti nell’animo umano. Nel bene e nel male. Lo sa anche Botteghi che, come nei precedenti episodi della saga livornese, anche in questo continua a trascinarsi in un’esistenza isterilita dal dolore per la perdita della moglie, un dolore che non è mai riuscito a superare fino in fondo e che riemerge ogni qualvolta si trovi davanti alla figlia che adora ma con la quale non ha rapporti, e non per sua volontà. E meno male che c’è Mariella, mastodontica, nume tuelare, vivandiera e spalla su cui appoggiarsi Ma se la magia di Wetryx potesse invece suggerirgli qualcosa di nuovo? Botteghi è un uomo scontroso, di poche parole, sopporta il suo fardello di infelicità ma ama il suo mestiere e sa bene come muoversi. E Collaveri, che ogni volta, con sottile ironia, riesce a intrecciare l’indagine a storiche realtà livornesi magari meno note, stavolta ha privilegiato un aspetto abbastanza insolito della sua Livorno, quello del mondo dell’illusionismo per una città, ammantata dalla magia di una secolare tradizione.

Diego Collaveri. È tra gli ideatori di “Paura sotto la Pelle”, prima rassegna di incontri in Italia dedicata al genere mystery/crime e le sue trasposizioni tra narrativa, cinema e fumetto, tenutasi a Bologna a dicembre 2017, patron Pupi Avati.
Finalista Premio Alberto Tedeschi – Il Giallo Mondadori 2015. Finalista Garfagnana in Giallo 2016 e 2017. Menzione speciale della giuria Festival Giallo Garda 2017 e 2018, Premio Best al premio letterario internazionale di Montefiore 2018. Oltre alla serie Anime Assassine, nel genere noir è autore per Fratelli Frilli Editori di L’Odore Salmastro dei Fossi, Il Segreto del Voltone, La Bambola del Cisternino (in concorso al Premio Scerbanenco 2017).

La Debicke e… La mafia nera

Vincenzo Ceruso
La mafia nera
Newton Compton, 2018

Un nuovo libro durissimo di Ceruso, un pugno nello stomaco che, senza mezzi termini, rivela una serie di emblematiche storie costellate di delitti e stragi, nascoste nelle oscure pieghe dai tanti pseudo-segreti di Stato che sono sfilati durante gli ultimi anni. La puntuale ricostruzione della oscena e inquietante ambiguità che, a cavallo di mostruose alleanze e connivenze tra Stato, politica, massoneria e mafia “ufficiale”, ha permesso di uccidere impunemente e barbaramente nell’intento di instaurare un nuovo potere e governare, sono state perpetrate, favorite dall’equivoco provocato dai continui depistaggi. I depistaggi sono un brutto capitolo della storia del nostro paese che non vorremmo sentire.
Depistaggi, collegati a quella storia cominciata nel periodo socialmente e politicamente più buio che parte alla fine della seconda guerra mondiale e immerge tutta la penisola in un nuovo tipo di guerra. Violenza, soprusi e vendetta hanno dominato lo scenario nazionale postbellico. Ma, oltre alla “semplice” violenza, generata talvolta da un’esplosione di pseudo libertà, nell’era moderna si è andata sempre più affermando un tipo di ideologia tesa all’orrendo obiettivo strategico di provocare ad arte la morte di innocenti per creare tensione e sovvertire l’ordine.
Questa ideologia, che nell’Ottocento era vantata da attivi gruppi anarchici portandoli ad esibirsi in continui attentati dimostrativi, è esplosa oggi sanguinosamente colpendo nel mondo intero sotto il funereo vessillo dagli aderenti al terrorismo jihadista. Dottrina, distacco e fanatismo molto simili a quelli dimostrati dalla freddezza e dalla crudeltà di alcuni giovani fanatici dei Nar, i nuclei armati proletari d’ispirazione neofascista, come il famigerato Giusva Fioravanti.
Questo saggio, servendosi di stralci di documenti pubblici, di atti processuali e ricordando storie su cui si deve provare a far luce, offre il fattivo contributo di un’accurata documentazione destinata alla memoria collettiva. Dal secondo dopoguerra in poi, questa ben architettata ideologia dello stragismo ha trovato terreno fertile in Italia all’interno di precisi ambienti politico-criminali, da identificare in gran parte nella destra più radicale e nella mafia siciliana che troppo spesso si sono consorziate in una criminale cupola di alleanze. La storia di un’Italia oscura e le criminali connivenze tra eversione neofascista e Cosa Nostra emerge chiaramente dalle inchieste giudiziarie, riportando alla luce i tanti indizi e le tante coincidenze, troppo spesso in passato trascurati o peggio coperti nelle indagini.
E oggi? Indipendentemente dall’intento di Ceruso, il suo libro, che costringe a rivivere sotto l’aspetto criminale una larga fetta della storia italiana, potrebbe indurci al pessimismo, a una supina accettazione? No, mai! Perché i tanti, anche più recenti, sofferti risultati ottenuti dalla comunità nazionale contro il terrorismo politico-mafioso ci fanno ben sperare. Per decenni, purtroppo, solo la parola impunità delineava impotente le stragi italiane. Tuttavia, anche se a oggi non abbiamo un quadro completo di tutte le responsabilità, di mandanti ed esecutori di molti atti terroristici e delitti politici, per altri sappiamo e i colpevoli, condannati, sono in carcere a scontare lunghe e dure pene detentive. Per piazza della Loggia a Brescia, per la stazione di Bologna, per Capaci, per via D’Amelio e per altre stragi mafiose i responsabili sono stati finalmente consegnati alla giustizia. Certo non tutti i carnefici sono stati identificati e, sicuramente, tutte le precise responsabilità non sono state ancora individuate. Ma oggi, finalmente, anche se il risultato ottenuto è stato pagato con il sangue di troppi fedeli servitori della repubblica, siamo arrivati a sapere molto degli assassini e soprattutto quale matrice storico-politica li avesse generati.
Gli argomenti trattati nel libro sono:
Il lungo massacro: dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra
I manifesti cinesi
I tecnici delle bombe e la scuola slovena di Trieste
La pista anarchica per Piazza Fontana
Le operazioni di esfiltrazione dei servizi
De Mauro e il golpe Borghese
Venti di golpe nel palazzo e tecniche di diversione
Piazza della Loggia, l’Italicus e un cadavere assolto
Il suicidio simulato di Peppino Impastato
I ragazzini della strage alla stazione di Bologna
Una pista nera per Piersanti Mattarella
Il finto sequestro Sindona
La prima trattativa
Il depistaggio perfetto o il paradigma di via D’Amelio
Post scriptum: la morte improvvisa dell’anarchico Franco Mastrogiovanni

Vincenzo Ceruso è nato a Palermo, dove vive e lavora. Allievo di padre Pino Puglisi, ha lavorato per circa vent’anni con la Comunità di Sant’Egidio con minori a rischio di devianza, in alcuni dei quartieri più difficili di Palermo. Collabora con il Centro studi Pedro Arrupe, la Link Campus University e scrive di mafia su diverse testate. Per la Newton Compton ha pubblicato Uomini contro la mafia; I 100 delitti della Sicilia; Provenzano. L’ultimo padrino, La mafia nera e, con Pietro Comito e Bruno De Stefano, I nuovi padrini.

La Debicke e… Dove la terra finisce e il mare comincia

Chiara Alaia
Dove la terra finisce e il mare comincia
Il seme bianco, 2018

Anita Cortese, una giovane giornalista italiana, a seguito di una tardiva confidenza del padre adottivo (la moglie e madre adottiva è morta da anni e lui, vittima di un principio di Alzheimer, è ospite di un istituto) che le ha regalato un nome da cui partire, ha deciso di prendersi un periodo di aspettativa dal lavoro per risalire alle proprie vere origini e capire il perché dell’abbandono della madre naturale. Il suo vero nome era Maria Nunes Soares, una giovane portoghese, cantante di fado che, abbandonata incinta dal padre della bambina, aveva deciso di affidarla in adozione a una benestante coppia bolognese allora in Portogallo per lavoro. La cantante, molto brava e famosa nel suo genere, dovrebbe esibirsi ancora. La ricerca di Anita, che la costringe a tuffarsi in un mondo nuovo strano e sconosciuto per lei (il Portogallo), si rifà anche a temi più intimisti di desiderio di spiegazioni, per altro non guastati dall’ottimo rapporto tra lei e i genitori adottivi che l’hanno amata e cresciuta. Sbarcata a Porto, dopo una serie di indagini, incontra finalmente alla Marina di Afurada un cugino sconosciuto che vive facendo lo skipper e che le dà l’ultimo indirizzo certo di sua madre a Lisbona. Vorrebbe invitarla a colazione ma, essendo in attesa di un cliente e non potendola accompagnare, le indica la migliore taverna del posto, famosa per la sua cucina. E proprio là, con il locale affollato, sistemata a un tavolo con altri commensali, Anita incontrerà Manuel Ferreira Arrìaga, un anziano marinaio di Lisbona in pensione, che ha perso la figlia Paula, annegata in mare. Viste le circostanze della morte della ragazza, le indagini sono ancora in corso. Manuel Ferreira, che deve ritornare a Lisbona il giorno dopo, le offre un passaggio in macchina, e visto che l’uomo è molto gentile, educatissimo, sembra inoffensivo e pare persino disposto a fornirle aiuto nella ricerca della madre, Anita decide di accettare anche l’ospitalità a casa sua. Nel frattempo Julio Fernandes, il detective incaricato del caso di Paula Arrìaga, non crede che si sia trattato di morte accidentale. Sospettando persino di Manuel, il padre della vittima, Fernandes fa in modo di avvicinare Anita per proteggerla. Mentre le circostanze della vita e il destino intrecciano storie e personaggi, anche con l’aiuto di chi ci sa fare con il web, di certi lontani ricordi delle amiche e con l’accompagnamento musicale dei concerti dei Pixies, che si prestano generosamente a fare da sfondo suggestivo alle strade di Lisbona, pian piano Julio e Anita si avvicinano alla verità. Una brutta, squallida verità degna di un’esemplare punizione.
Un breve romanzo di esordio, questo Dove la terra finisce e il mare comincia, che mette in campo buone munizioni ma dimostra ancora diverse ingenuità di costruzione della trama che si dovranno limare e correggere. Ciò nonostante immagino che piacerà senz’altro a un pubblico che privilegia i gialli/noir più spiccatamente a sfumature rosa.

Napoletana di origine, Chiara Alaia vive a Bologna, dove lavora per un’azienda di e-commerce nell’ambito della moda. Appassionata di scrittura e musica, collabora alla webzine SulPalco.com. Dove la terra finisce e il mare comincia è il suo romanzo d’esordio.

La Debicke e… La doppia madre

Michel Bussi
La doppia madre
Edizioni e/o, 2018

Niente è più labile della memoria di un bambino… Quando Malone, un tranquillo ometto di tre anni e mezzo, dichiara che sua mamma non è la sua vera mamma, anche se a logica la faccenda pare impossibile, Vasil Dragonman, un bravo e scrupoloso psicologo infantile, gli crede. Deve confrontarsi con le informazioni sulla famiglia, con le derisorie negazioni dei genitori, persone normalissime, e della direttrice della scuola, ma lui non riesce a togliersi dalla testa la convinzione che il bambino stia dicendo la verità. A dimostrazione delle sue affermazioni, il piccolo Malone dice che la sua vera mamma aveva i capelli lunghi e che lui viveva con lei in una casa sulla quale si ergeva un castello con 4 torri, con vista sulla nave dei pirati e sulla foresta degli orchi, ma si doveva diffidare dell’orco con un teschio tatuato nel collo e che portava un orecchino. Per saperne di più, Dragonman ha bisogno di qualcuno che l’aiuti. Per esempio Marianne Augresse, comandante della locale stazione di polizia. E deve agire in fretta, perché teme che i ricordi di Malone, come accade a qualunque bambino della sua età, presto si dissolveranno lungo il cammino della crescita. Ma chi è veramente Malone?
Bussi, geniale maestro del romanzo trompe l’oeil, moltiplica le piste, confonde i fili della sua trama, gioca con l’illusione e le false apparenze. Può un bambino avere più madri? E poi che cosa potrebbe mai succedere se quel povero bambino fosse il testimone chiave di una rapina milionaria sfociata in una tragedia?
Questo strano ma coinvolgente thriller si svolge a Le Havre, importante porto commerciale francese sulla costa della Manica: moli immensi, piramidi di container, dighe, bacini di compensazione, piroscafi e gru, compagni e nemici dei lavoratori portuali che, man mano che passano gli anni, vengono sostituiti dalle macchine e si trovano costretti ad affrontare la disoccupazione e lo spettro della fame. È in questo contesto che, spinti dalla speranza di una vita migliore, quattro amici d’infanzia si mettono nelle mani di un balordo di professione per il colpo del secolo.
Bussi si conferma uno che ci sa fare, che riesce a creare il poliziesco perfetto, senza imbrogli e, giocando a carte scoperte, riesce a farci credere quello che vuole.
In questo caso al centro della trama e del dramma ha messo un bambino di tre anni, Malone, chiacchierino e intelligente per la sua età, che vive quasi in simbiosi con Guti, il suo peluche, una specie di topo. Con Guti, Malone parla di notte. E sarebbe il suo giocattolo che gli racconta storie di pirati, di orchi, di case sperdute sulla costa. O Guti rappresenta la sua memoria? Mercé lo psicologo delle scuola, la strada di Malone incrocia quella del commissario Marianne Augresse. La polizia però non ha abbastanza tempo per star dietro alla fantastica immaginazione di un bambino, visto che finalmente è sulle tracce di una pericolosa banda di rapinatori che per tanto tempo è riuscita a sfuggire. Ma dove si nascondono i rapinatori con il malloppo? Cosa nasconde il peluche da cui Malone non si divide mai? Che legame ha Malone con tutto il resto? Malone ha avuto veramente un’altra mamma? Potrebbe darsi che quello che dice Malone…? Chi conosce Bussi e il suo modo di costruire le storie avrà già capito che le due vicende devono avere qualcosa in comune. Ma la vera domanda non è se ci sia un collegamento, ma quale possa mai essere. Con una narrazione che dal presente torna a raccontarci i giorni precedenti, l’autore ci coinvolge nelle vite e nei rapporti umani dei protagonisti, ce ne rivela le emozioni e i segreti. Non solo un giallo, dunque, ma un romanzo solcato da una trama giallo noir che si conclude con una cascata finale di colpi di scena non scevra da un tocco rosato di “melo”. E come sempre un’ambientazione vividamente accurata. Michel Bussi ci porta ancora in Normandia, questa volta in una città portuale che affaccia sulla Manica, in cui ai quartieri di villette, che creano dei veri e propri villaggi a sé, si contrappone l’altra vita, quella portuale, con il suo fardello di disoccupazione e povertà.

Michel Bussi è l’autore francese di gialli attualmente più venduto oltralpe. È nato in Normandia, dove sono ambientati diversi suoi romanzi e dove insegna geografia all’Università di Rouen. Ninfee nere (Edizioni E/O 2016) è stato il romanzo giallo che nel 2011, anno della sua pubblicazione in Francia, ha avuto il maggior numero di premi: Prix Polar Michel Lebrun, Grand Prix Gustave Flaubert, Prix polar méditerranéen, Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne. Nel 2016 le Edizioni E/O hanno pubblicato Tempo assassino, nel 2017 Non lasciare la mia mano e Mai dimenticare, nel 2018 Il quaderno rosso.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2018

Questa volta ho portato al gabinetto due libri, ovvero il Dizionario atipico del giallo di Maurizio Testa, Cooper 2009 e 2010. Anche per ritrovare, come collaboratrice, la nostra Buccherina. Due libri già conosciuti ma che ho ripreso in mano volentieri saltabeccando in qua e là. Non si tratta del classico dizionario solo da consultare, ma da leggere. Come espresso dall’autore nella “Premessa tipica per un dizionario atipico” “La sua atipicità è determinata da vari fattori… Questo significa che troverete romanzi, pellicole cinematografiche, dvd, ma anche programmi televisivi, tutti rigorosamente gialli, o per meglio dire, thriller polizieschi, noir, mystery, che poi costituiscono la declinazione di tutti quei sottogeneri in cui si ramifica il termine “giallo”, ormai definizione-ombrello che ne comprende molte altre.” Ecco che cosa scrissi a suo tempo e riscriverei ancora oggi “Tanti personaggi, tanti autori, tante autrici. Tante belle storie. Tanta proficua documentazione. Naturalmente si può non essere d’accordo su quel giudizio, sul perché di quella scelta o di quella mancanza, ma proprio qui sta il bello. Nel taglio volutamente personale e a volte spiazzante. Nella assoluta sincerità. Al diavolo il buonismo. Se una cosa non piace non piace. Si tratti pure di un autore già affermato. Morto o vivo che sia. Prosa agile, fresca, accattivante priva di quegli orpelli letterari che fanno diventare pesante anche la storia più leggera. Un bel Dizionario ricco di spunti e di sorprese. Effervescente. Da leggere, lodare e criticare. Un Dizionario fuori dai canoni tradizionali. Atipico, insomma. Buono (e pure anche ottimo) per gli atipici come il sottoscritto. Un po’ meno (forse) per tutti gli altri.”

L’occhio di gatto di R. Austin Freeman, Mondadori 2018.
È una giornata “nuvolosa e buia.” L’avvocato Robert Anstey, patrocinante per la Corona, sta tornando a casa quando all’improvviso il silenzio viene squarciato da “un urlo penetrante”, il grido di una donna che chiede aiuto. È in lotta con un uomo che la accoltella e fugge. Robert la prende e la porta verso una casa all’antica dove l’aspetta un morto assassinato, ovvero Drayton, fratello del suo illustre collega sir Lawrence. Occorre l’aiuto dell’amico John Thorndyke, “la maggiore autorità in campo medico legale e il più grande avvocato penalista dei nostri tempi”, come dichiara lui stesso raccontando i fatti in prima persona. Iniziano le indagini. Dal racconto della signorina Blake (suo fratello Percy) sembra che ci siano due potenziali assassini. Comunque sono stati rubati alcuni gioielli fra cui un pendente con un occhio di gatto che risale al 1700 e un medaglione che sarà ritrovato, in seguito, dentro al suo scialle, finito lì durante la lotta con l’aggressore. Medaglione a forma di libretto tenuto insieme da cardini di lato e citazioni delle Scritture all’interno.
Personaggio al centro della vicenda naturalmente il dottor Thorndyke che risolve i casi attraverso rigorosi metodi scientifici con i migliori strumenti del tempo (ad un certo punto tira fuori anche gli occhiali “magici”), il lavoro nel suo ordinatissimo laboratorio e l’aiuto dell’assistente Polton. Ogni tanto Anstey (fuma la pipa e beve il Porto) ha qualche dubbio sui ragionamenti, per lui talora indecifrabili, dell’amico ma “D’altro canto, Thorndike era pur sempre Thorndike: un uomo imperscrutabile, silenzioso e persino un po’ misterioso, nonostante i suoi modi piuttosto cordiali.”
Il problema principale è che la signorina Blake ha dichiarato, durante l’inchiesta, di poter riconoscere l’assassino, e di conseguenza si trova sotto continua minaccia di morte (vedi i cioccolatini avvelenati, per esempio). Il libro è costituito da un plot molto complesso: una eredità contestata, precisamente la tenuta di Beauchamp Blake di Arthur Blake, un documento sulla storia dei Blake con alcune pagine mancanti, una donna pericolosa, un osso assai particolare, l’importanza di un capello, il passato che ritorna e così via.
Accanto ai brividi, alle inquietudini, ai momenti di vera suspense dentro una atmosfera dove vibra persino l’occulto, abbiamo anche l’aspetto sentimentale che nasce tra Anstey e la signorina Blake “morbida aureola di capelli di un rosso dorato”, “carnagione di un rosa delicato”, “naso corto leggermente all’insù”, forme solo apparentemente esili “ma in realtà piuttosto prosperose”.
Finale da cardiopalma con pericolo incorporato per i nostri eroi. Spiegazione teutonica di tutto l’ambaradan nei minimi particolari da parte di Thorndike. Da leggersi riposati e con l’occhio vispo.
Traduzione di Mauro Boncompagni. Questa è già una garanzia.
R. Austin Freeman (1862-1943), giallista britannico, dopo aver lavorato da giovane in una farmacia è diventato chirurgo, ha servito come medico nelle colonie africane ed è stato ufficiale sanitario, per poi prendere parte alla Grande Guerra. Si è dedicato parallelamente alla narrativa poliziesca, introducendo nell’indagine il metodo scientifico. È l’inventore della detective story “rovesciata”, nella quale il colpevole è noto e la suspense si focalizza sulla ricerca della soluzione. Il suo personaggio più popolare è il dottor John Thorndyke, investigatore forense protagonista di una lunga serie di romanzi e racconti.

La fioraia di Deauville e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2017.
Le tre barche della caletta
Agosto. Un ricco americano ha incaricato Torrence di andare a Deauville per tener d’occhio la moglie con il vizietto di essere troppo allegra (in quel senso) e di vendere i propri gioielli dichiarando, poi, che le sono stati rubati. Ma Torrence è occupato con un altro caso per cui questa volta è il turno di Émile e della rotondetta segretaria Berthe. In breve l’amante del riccone, abituata ad andare in giro su una canoa per le calette in costume da bagno verde, ma poi come Dio l’ha fatta “per avere un’abbronzatura uniforme”, è stata uccisa in pieno giorno con un colpo al cranio alla presenza di tre testimoni che non si sono accorti di nulla. Tre testimoni, ovvero un pescatore non troppo raccomandabile; un altro che pesca “a bolentino”, e infine lo stesso riccone con il suo motoscafo. Incredibile! Partecipa all’indagine anche l’ispettore Machère di Tolone, “una sorta di macchietta”, una specie di “caricatura del poliziotto nonché del meridionale”. E, durante l’indagine, qualcosa di friccicarello potrebbe scattare tra Émile e la “graziosa e rotondetta” Berthe…
La fioraia di Deauville
Il racconto ha un aggancio con il precedente. Torrence è occupato a sorvegliare con discrezione Norma Davidson, la già citata moglie del riccone americano. Ora succede che la piccola fioraia Loulou viene uccisa con un colpo di pistola al cuore. Pistola che appartiene alla suddetta Norma. Segue l’omicidio di Henry, l’usciere capo del Royal, dove lei alloggia. Sempre con un colpo di pistola al cuore. Questa volta l’arma non le appartiene, però il defunto stringe in pugno la sua sciarpa. Ergo l’accusa della polizia locale per i due omicidi. Un bel guaio e difficile difesa per i nostri dell’Agenzia O. Ma c’è John, l’usciere in seconda, che può offrire qualche spunto importante e c’è il marito americano che sta arrivando. Litiga con la moglie e riparte subito. Strano…
Il biglietto del metro
Una giornata nebbiosa. Una giornata noiosa. Barbet è uscito per andare all’ufficio postale, la signorina Berthe è in anticamera a trafficare con la borsetta, Torrence, dando le spalle alla stufa con la pipa accesa, ricorda una posa del suo ex superiore Maigret, mentre Émile fa la punta a tutte le matite che gli capitano sotto mano. Quando all’Agenzia O arriva un uomo alto con un cappotto scuro, irrompe nell’ufficio, muove le labbra, vacilla, stringe le mani al petto e, sue ultime parole, “Il ne… Il negro…” Colpito a morte da un proiettile che gli ha trapassato il polmone sinistro. Trattasi del vicedirettore delle Trefilieries Francaises di Saint-Étienne, padre di un giovane che il giorno dopo avrebbe dovuto sposare la figlia del direttore. In una tasca interna della giacca cinquanta banconote da mille franchi. La giornata noiosa è sparita all’improvviso. Ora c’è un bel caso da sbrogliare con una serie di domande. Perché il tizio è venuto proprio all’Agenzia O? E perché prima è riuscito a sparare un colpo con la sua pistola verso qualcuno o qualcosa?  Cosa significa questo “negro” uscito dalla sua bocca?…
Émile a Bruxelles
“Fu Torrence a ruttare per primo. E nel momento stesso in cui Émile gli lanciava un’occhiata ironica, anche il suo stomaco manifestò in modo inopinato la propria soddisfatta sazietà”. Poi, “le due eminenze dell’Agenzia O” scoppiano a ridere. Un inizio che dà il sapore a tutto il racconto. Siamo a Bruxelles dove i due hanno accettato “un incarico piuttosto bizzarro”, ovvero ritrovare, ben pagati, una pelliccia di visone rubata da un giovanotto con una voglia di vino sulla guancia sinistra alla domestica di un riccone che lavora nell’ambiente del cinema. Difficile beccarlo tra milioni di persone ma, quando la cosa sembra quasi fatta (ci si sposta perfino ad Amsterdam) , ecco che il riccone vorrebbe che i nostri investigatori si togliessero dai piedi. Qualcosa non quadra…
Quattro racconti al bacio tra alberghi lussuosi, mangiate e bevute a crepapelle di specialità culinarie, momenti di relax, scontri divertenti fra Torrence e Émile, mogliettine allegre, turismo lussuoso, oggetti preziosi che scompaiono insieme a qualche pizzicotto verso le abitudini degli americani e dei meridionali. Scrittura veloce, ironica, poche parole a creare personaggi pittoreschi e caricature con i loro tic e le loro manie. Insomma una gradevole atmosfera che svolazza felice dentro una struttura poliziesca ben confezionata. Magia della semplicità.

La settima notte di Veneruso di Diego Lama, Mondadori 2018.
Sette racconti scritti tra il 2013 e il 2017, già pubblicati in appendice del Giallo Mondadori. L’ultimo, inedito e più lungo, proprio per questo volume. Vediamoli in breve.
Le sorelle Corcione
Lunedì, settembre 1884.
Personaggi: tre sorelle, la mamma, due serve, il garzone dell’avvocato, il morto ammazzato. Proprio l’avvocato, ovvero Francesco Saverio Carusio. Che non dorme con la moglie, guarda schifezze di fotografie e se la spassa, anzi se la spassava…Veneruso, commissario capo della polizia del Regno, deve trovare tra questi l’assassino. Un paio di dettagli: il letto spostato e una cassapanca con i vestiti di fuori. “Che tempi!”, commenta di continuo alla Totò. Esilarante.
Tre cose
Martedì, settembre 1884.
“Sul letto era distesa una donna anziana, morta, uccisa da un coltellaccio ficcato nella pancia.” Vedova paralitica del professor De Dominicis, deceduto trent’anni prima per un problema al cuore. Il caso sembra facile. È la vecchia cameriera ad accusarsi. Il movente? “Tu hai preso tre cose a me e io ho preso una cosa a te.”…
L’impiccata
Mercoledì, settembre 1884.
Una impiccata, la vedova signora Marina “sospesa a una trave del soffitto in una piccola stalla di pietra.” Trovata dal marito di Teresa, la vecchia che abita nella casa da una vita. Due elementi importanti riguardo al cadavere: piccolo gonfiore sopra la tempia e incinta. Sospettati: il marito, i suoi due fratelli di cui uno scappato in America e la sorella dell’impiccata. Martellante la domanda di Veneruso “Perché l’avete uccisa?” E c’è un pozzo chiuso…
La signora Silvana
Giovedì, settembre 1884.
Morta avvelenata la signora Silvana moglie del conte Carangelo. Sentiti i suoi lamenti ma il portiere non ce l’ha fatta ad aprire la porta. Cinque sospettati: il marito, la vecchia contessa paralitica, la sua governante, la governante della morta e una sguattera. Nel corridoio una piccola pozza di vomito e un bicchiere che non è al suo posto. Il conte pare che se la spassasse… Ma il veleno era per lei o per qualcun altro?…
Veneruso e lo scuoiato
Venerdì, settembre 1884.
Un morto nella locanda, ovvero un lupanare, di fronte al porto (addio pantagruelica mangiata per Veneruso!). L’ha annunciato Mimì Rocco, grasso, sudato e che odora di capra. Un morto sul letto con un taglio netto alla gola e scuoiato dalla schiena alle natiche. Un marinaio. Che se la spassava con un altro marinaio andato via. Al porto per fare due chiacchiere con il capitano. E nella sua cabina sono appesi dei quadri piuttosto strani…
Zezolla
Sabato, settembre 1884.
Veneruso alla Casina Rossa, “piccolo bordello di terza categoria”, per incontrare Annarella. Ci va tutti i sabati. Per una carezza, una copula e una lunga chiacchierata. Sulla facciata del palazzo dirimpetto una piccola finestra, uno specchio su cui si riflette un uomo legato al letto e immobile. Via a vedere. Uomo biondo strangolato. Veniva lì con Zezolla, dice la padrona. Un paio di scarpe strane e un manoscritto per risolvere il caso. “Che serata!”
La serenata
Una morta su una poltrona, tutta truccata e con la lingua nera. Avvelenata. Sette figlie tra cui una presa in adozione, odiata da tutte le altre. Ultime parole dell’uccisa “Maledetta Strega. Mi hai rovinata…”. Le figlie “fatte con lo stesso stampino”, con qualche particolare che, per ora, sfugge a Veneruso nella penombra. Ma perché il trucco? Chi doveva incontrare la madre prolifica? E le serenate di un giovanotto per chi erano?…
Dunque sette racconti con Veneruso al centro della scena “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste, maleducato, di cattivo umore, ma assai sensibile e quasi buono” e qualche sottoposto comprimario (Rocco, Mimì, Marra…). Nella Napoli del colera dove si trapassa da un momento all’altro. Sette racconti e sette canzoni di cui non si conosce l’autore e la destinataria. Sette morti ammazzati in vario modo e diversi sospettati. C’è sempre qualcosa che non quadra, qualcosa che disturba il nostro commissario capo, spesso macchietta irresistibile con un fondo di tenerezza, nella scena del crimine. Fino a quando… fino a quando la luce si accende. Il tutto confezionato attraverso uno stile veloce, brillante ed ironico (vedi, soprattutto, gli spassosi dialoghi).
Tra una storia e l’altra gli “intervalli”, ovvero le notti, ovvero i rimuginamenti di Veneruso sui fatti accaduti e qualche spicchio di società. Al ristorante ambulante di Peppe Savio brocche di vino rosso e fumate con la pipa, zoccole, puttane e ubriachi da tutte le parti insieme alle serenate (siamo sulla sommità dei Quartieri Spagnoli dove abita). Veneruso che si saluta da solo e si dà la buonanotte.
Che tempi!

La detective miope di Rosa Ribas, GEDI 2018.
Questa ci mancava. Voglio dire, tra le millanta detective sfornate ci mancava una che fosse miope. Caratteristica inusuale che stona con l’occhio “acuto” che dovrebbe possedere qualsiasi detective. Inusuale, perciò curioso e attraente per il lettore, sottoscritto compreso.
Dunque Irene Ricart, detective privata di Barcellona, ha questo problema. Non il solo e il più grande. È da poco uscita da uno ospedale psichiatrico dove è rimasta per molti mesi, causa l’uccisione del marito poliziotto e della figlia di dieci anni. Il suo obiettivo, da qui in avanti, sarà quello di scoprire l’assassino.
Primo passo trovare un lavoro, e allora viene a fagiolo Miguel Marin, un biondo scuro che le offre l’opportunità di inserirsi nella propria agenzia “Detectives Marin”. Suoi colleghi Rodrigo Carrasco, il veterano che gode piena fiducia del capo; il nipote del suddetto capo, Felix (viso degno di un affresco rinascimentale), che aiuta nelle faccende informatiche; Flavia Irigoyen, giovane detective argentina dalla stretta di mano mortale e la segretaria Sarita Picó che le resta simpatica.
I casi piuttosto “strani” di cui si occuperà: figlio di un grossista di stoffe che sbaglia i conti; un signore che sospetta che suo padre sia un negro; ritrovare un cliente di un “ocularista”; scoprire se il dipendente di un fast food sia realmente malato e, infine, beccare il ladro di un furto di scatole con ragni (sì, avete capito bene).
Secondo la teoria dei 6 gradi di separazione (scoprirete cos’è) ogni caso può portarla alla soluzione del suo personalissimo tormento. Ma deve fare in fretta, ché la miopia sta peggiorando. Intanto diventa sempre più consistente l’idea che la morte di Victor sia probabilmente legata al suo lavoro, soprattutto a qualche storia di droga. Tutti i mezzi sono buoni per arrivare alla verità, compreso il travestimento da giornalista con Felix che porta la telecamera. Momenti di euforia e di crisi in cui le pare di avere sbagliato tutto. Un personaggio positivo, generoso (ospita in casa anche una ragazza filippina trovata legata in un bordello da Rodrigo) che trasforma il dolore in determinata, caparbia azione.
La storia è raccontata dalla stessa Irene, il presente alternato con il passato, con i ricordi della malattia, del marito, della figlia e del padre, i vari personaggi sono ben caratterizzati. Non mancano tratti di tensione (viene seguita da qualcuno che le butta all’aria la casa) evidenziati da una scrittura incisiva senza tanti svolazzi, intessuta di citazioni varie e di una simpatica vena ironica. Trama giallistica che ripercorre un filone fin troppo abusato. Però capisco che tirarne fuori una originale sia un’impresa davvero titanica.

Un giretto tra i miei libri

Le coincidenze necessarie di Patrizia Marzocchi, Kowalski 2010.
Quarant’otto anni suonati, separata da tre senza figli, in analisi da altrettanti, gatta Ofelia a farle compagnia, amica Caterina, sigarette, biscotti al cioccolato, ciambella con la crema, tubetto Ferrero Rocher al momento giusto (ecchisenefrega della linea). Siamo di fronte a Jolanda Marchegiani di Bologna, creatrice prima della “Jolanda Marchegiani Investigation” (praticamente fallita), poi de “L’occhio di Sherlock Holmes” con il cugino Johnny (gay molto sensibile) che scrive romanzi rosa firmandoli con il suo nome.
Suo compito ritrovare un inquilino scomparso misteriosamente su richiesta dell’affittuaria Penelope Trevisani a San Giuseppe sul Panaro. Un paio di morti assassinati: lo psichiatra Giulio Santucci, accoltellato alla gola a Bologna e la pediatra Rosa Gilardi, uccisa con la sua stessa pistola proprio a San Giuseppe sul Panaro (vedi un po’ il caso, anzi la coincidenza come da titolo). E dunque vicende che si intersecano fra loro: un intrecciarsi di relazioni, amori, tradimenti, di cure psichiatriche e psichiatri che arrivano da tutte le parti.
Ad indagare il commissario Tommaso Pedroni, coadiuvato da una schiera di collaboratori, fra cui il timido ispettore Luigi Sassi. Anch’egli divorziato in amicizia con Jolanda, a sua volta amica di Marco Baldini, moglie e quattro figli ancora dietro alle gonne, la talpa della polizia che le fornisce notizie riservate.
Pedinamenti, travestimenti, facilità di entrare in relazione con l’altro ed estrema facilità dell’altro (fin troppa) di entrare in relazione con lei (confessioni a go-go anche in treno) e non manca neppure il classico momento di sconforto personale con relativo salto sul letto (un classico).
Prosa spigliata senza tanti sobbalzi (in prima persona e al presente la narrazione di Jolanda), infiorettata da una brancata di citazioni (Colombo, Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Patricia Highsmith, Hitchcock e…).
Un bell’incasinamento sentimental-psichiatrico con soluzione certamente non nuova nella letteratura poliziesca, esempio concreto di quanto ormai sia facile confezionare un prodotto più o meno discreto attraverso le solite situazioni standardizzate.

Ho conosciuto Enrico Luceri alla presentazione del mio libro (censura personale) a Siena. Signore elegante, distinto, gentile e colto. Tanto gentile da avermi fatto dono di Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe di lui medesimo, Prospettiva 2008, con una dedica che mi ha fatto piacere. Lo dico perché il mio giudizio può essere involontariamente condizionato da questo gesto ed è bene che i lettori ne siano al corrente. D’altra parte mi sono sempre comportato così.
Dunque andiamo al sodo: prefazione brillante di Sabina Marchesi e Massimo Pietroselli più otto racconti, otto sfide alle cellule grigie. Vecchi compagni di scuola che si ritrovano insieme invitati da… non si sa chi, liti, gelosie, ricatti, patti scellerati, ricordi terribili di un tempo passato che riaffiorano, vecchie fotografie, canzoni sinistre, angoscia, paura, vendetta.
Mogli, mariti, domestiche, segretarie, dottori, avvocati, architetti, figli i figlie, portieri e portiere, commissari e commissarie, ragazzi e ragazze che ruotano in uno spazio ristretto, tutti vivi con piccoli tocchi di classe.
E poi riecheggiamenti di capolavori, indizi sparsi ad arte, colpi di scena (è lui o non è lui?), travestimenti, ombre paurose che si aggirano per le case ( un po’ di gotico non guasta) prosa asciutta, precisa, lineare, con qualche sbandata verso l’enfasi della paura.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, Nero Cromo 2017.
“Milano è scossa. I cadaveri di un’insegnante e di una prostituta sono stati rinvenuti. Sebbene in posti diversi, entrambe sono state accoltellate e strangolate, e ad entrambe è stato lasciato tra le mani un articolo di giornale a firma di Fabio Sandri” recita l’aletta di copertina di La doppia tela del ragno di Roberto Pegorini, romanzo noir milanese, con qualche puntata nella bergamasca, sul lago d’Endine, dove Fabio Sandri, il nostro giornalista protagonista, si rifugia per ritrovare la pace e se stesso. Con quell’indizio del ritaglio con la sua firma che punta minacciosamente il dito su di lui, la polizia e la procura non possono fare a meno di coinvolgerlo, ma Sandri, che è reduce da un accoltellamento che lo ha messo duramente alla prova e non solo fisicamente, si tira indietro. Ha un mucchio di problemi psicologici e sentimentali che tenta di risolvere o dimenticare con qualche bicchiere di troppo. E non ha più intenzione di ricominciare a scrivere di cronaca nera. Ma l’assassino agisce con crudele e lucida efferatezza e il ritrovamento di una terza vittima e soprattutto di una quarta, questa volta colpendo vicino ai suoi affetti più cari, cambierà le carte in tavola. Anche se non vorrebbe sentir più parlare di omicidi, di indagini e di morti ammazzati, l’ultimo delitto lo costringerà in qualche modo a scendere di nuovo in campo…
Storia e indagine da thriller classico, ma con quel quid in più che comporta l’ambientazione nel luogo e l’immersione di fatto in una ossessiva grande città, con i suoi quotidiani cliché e inconvenienti ad essa collegati e dunque: ripetitività fino alla noia, abitudini consolidate, tante necessità. Basta pensare a quelle piccole cose obbligatorie per ciascuno, vedi: stirare, fare la spesa, andare dal meccanico. Tante microstorie che, come fa un ragno con la sua ragnatela, tessono la trama del romanzo. La doppia tela del ragno è il sequel di Cuore Apolide e, in un certo senso, il sequel in cui i lettori speravano.

L’estate del silenzio di Mikel Santiago, Casa Editrice Nord, 2018.
Non ci sentiamo da anni, e mi chiami proprio adesso a rovinarmi il miglior momento dell’estate? pensa Tom, leggendo sul display il nome di Bob Ardlan, il suo ex suocero. Tom Harvey, jazzista per vera passione, riciclatosi anche a guida turistica per arrivare a fine mese, è a Roma a letto con una bella ragazza e non intende farsi rovinare la serata, perciò non risponde e non richiama. Due giorni dopo, però, mentre è in viaggio verso nord per partecipare ad alcuni spettacoli musicali, riceve la scioccante telefonata con richiesta di aiuto da Elena, la sua ex moglie. Lei gli spiega piangendo che suo padre, ex eccezionale reporter di guerra e oggi famosissimo pittore e ritrattista a sei zeri, è morto cadendo dal balcone della sua villa sulla sottostante scogliera. Harvey non ha scelta, deve invertire la marcia, tornare indietro e raggiungere la splendida villa del suocero a Tremonte, paesino sulla costiera amalfitana da anni oasi e rifugio di artisti. Al suo arrivo, trova Elena affranta ma che cerca di affrontare la tragedia con lucidità.
Di cosa si tratta esattamente? Incidente? Suicidio? Oppure molto peggio e qualcuno ha spinto Ardlan giù dalla terrazza del suo studio?… Ben presto, tuttavia, Tom si renderà conto che tra gli eletti di quella raffinata comunità d’intellettuali esistono vecchie  ruggini, rivalità e contrasti mai appianati. Tutti hanno qualcosa da nascondere e a ben vedere pare che tutti abbiano qualche motivo per mentire. E qualcuno non si fa scrupoli a uccidere pur di proteggere a ogni costo il suo terribile segreto…

Una mente diabolica che sembra ispirata dai peggiori orrori medievali dell’inferno dantesco colpisce a Genova. Tre corpi femminili orribilmente profanati. Una serie di mostruosi omicidi che sconvolge la città. Una dopo l’altra infatti, e a brevissima distanza di tempo, tre donne vengono ritrovate morte, barbaramente assassinate e ogni successiva scena del delitto sembra un’efferata rappresentazione architettata dalla follia di una mente distorta. Si tratta di un serial killer o di una macabra setta di invasati? In apparenza non risultano legami tra le tre donne uccise. L’ispettore capo Manzi, un romano solido che non si lascia fuorviare dai superiori, viene incaricato di condurre le indagini, ma quando si trova a brancolare nel buio davanti a questi delitti macabri e assurdi, decide di chiedere aiuto a Goffredo Red Spada, ex poliziotto e suo collaboratore che ha dato le dimissioni dal servizio, l’unico con una marcia in più e secondo lui in grado di avere la capacità e le intuizioni per scovare il killer. Spada, però (personaggio di punta della trama e che, sono certa, ricalcherà presto le scene) all’inizio rifiuta. Ma ben presto proprio lui, tormentato da un drammatico passato familiare e che trascina stancamente la sua vita in una nuova strana e poco redditizia attività, si lascerà istintivamente coinvolgere di nuovo in ciò che sa fare bene davvero: indagare, scavare a fondo e braccare gli assassini. Ma la polizia non è l’unica sulle tracce del misterioso killer. A braccarlo c’è anche Orietta Costa, giornalista di cronaca del Secolo XIX, bella ficcanaso sempre in cerca di guai che, per venire a capo del mistero, si infila dappertutto con lo scopo di firmare lo scoop dell’anno…
Intrigante e sanguinario Tre cadaveri di Raffaele Malavasi (Newton Compton, 2018) narra tutto quello che ci si aspetta da un thriller che si rispetti e anche molto di più.

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
Questa volta vi presento Il fantasma del metrò di Geronimo Stilton, Piemme 2015.
Il personaggio principale di questo racconto è un gatto. Voi penserete che sia un gatto normale, un gatto nero o bianco che fa le fusa. Invece è un gatto particolare, un gatto fantasma che si aggira nelle fermate del metrò di Topazia! Geronimo, Tea e Trappola (buffo e pasticcione) decidono di indagare su questo caso. Hanno anche alcuni indizi: sono stati ritrovati dei graffi nel metrò, uditi miagolii, viste delle ombre… La polizia ha sbarrato tutte le strade che portano alle fermate del metrò, ma Tea ha l’idea di passare da un tombino per arrivare lì. Attenzione, essi non sono gli unici a indagare su questo caso perché c’è anche Sally, la giornalista de “La gazzetta del ratto.”
Ce la faranno i nostri eroi a smascherare il gatto fantasma? Seguiteli con me.

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Un uomo in fuga

David M. Guss
Un uomo in fuga
Newton Compton, 2018

La vera storia del tenente Alastair Cram, l’ufficiale scozzese che durante la Seconda guerra mondiale, fatto prigioniero dai nazisti, evase ben 21 volte dai vari campi di concentramento in Africa, Italia e in Germania.
È il novembre del 1941 quando il tenente Alastair Cram, dopo che il suo carro è stato distrutto durante la scontro con i tedeschi e lui dato per morto, viene fatto prigioniero da un soldato della neonata Afrika Korps a Sidi Razegh, in Nord Africa, durante l’operazione Crusader, piano concepito dall’Ottava armata per sbloccare l’assedio di Tobruck. La sua guerra sui campi di battaglia era finita, ma stava per cominciare la lunga odissea dell’uomo che riuscirà a sopravvivere a dodici duri campi di concentramento, a tre spaventose prigioni della Gestapo, affrontando anche la tortura, e a un manicomio criminale.
Ma, tirate le somme, Un uomo in fuga, riscrittura e condanna delle sofferenze subite dai prigionieri e delle atrocità commesse dai loro carcerieri durante la Seconda Guerra Mondiale, si trasforma anche, per l’indomito spirito degli uomini che le vissero, nell’avvincente racconto delle imprese compiute da Alastair Cram, laboriosamente raccolte dallo scrittore americano David Guss attraverso ricordi, diari e testimonianze dirette.
Al momento della sua cattura, il tenente della Royal Artillery Alistair Cram aveva trentadue anni. Parlava correntemente tedesco, italiano e francese, prima di diventare ufficiale era stato un brillante avvocato e fin da giovanissimo un eccezionale scalatore. Ognuna di queste capacità gli fu utile, ma fu soprattutto l’allenamento sportivo, che aveva forgiato il suo fisico e il suo spirito di resistenza, a consentirgli di perseverare nel cercare la fuga e di trovare la forza per sopravvivere a gravissime ferite.
Il più drammatico dei tentativi di fuga fu forse quello da Gavi, il “Colditz italiano”. Gavi era un castello millenario, inserito in un forte del XVII secolo, una prigione di massima sicurezza vicino a Genova, nella quale venivano inviati “I pericolosi”, soprannominati così perché tutti avevano tentato la fuga almeno una volta. Quando Cram fu mandato a Gavi era reduce da ben sette falliti tentativi di fuga a Derna in Africa, in navigazione verso l’Italia, in Sicilia a Castelvetrano, a Capua dove cominciarono a chiamarlo il Barone, all’Aquila, a Padula e in treno verso la Liguria prima di arrivare a Gavi dove scontò 40 giorni di prigione dura. Fu qui, in un’atmosfera particolare che aveva creato tra i prigionieri un profondo legame di amicizia e collaborazione, che Alastair Cram inserì David Stirling, il leggendario fondatore della SAS, le forze speciali inglesi, tra gli undici prescelti per quella che doveva diventare l’evasione “per mezzo del tunnel della Cisterna”, uno dei progetti più avventurosi e fino ad oggi meno conosciuti di fuga di massa durante tutta la guerra.
Cram fu ripreso, ma ormai per i suoi carcerieri era conosciuto come “evasore seriale”. Una specie di sindrome di Houdini gli impediva di restare prigioniero. Attraverso le testimonianze degli ufficiali britannici che furono suoi complici nei tanti tentativi di fuga, sappiamo che Cram provò e riprovò fino all’ultimo quando, con l’avvicinarsi delle truppe alleate, la detenzione si faceva sempre più pericolosa per l’ordine dato da Hitler di eliminare tutti i facinorosi. Ma finalmente, ad aprile del 1945, riuscì ad allontanarsi definitivamente da una colonna di prigionieri in trasferimento, garantendosi la salvezza. Una ricostruzione dettagliata, accurata testimonianza di una storia di coraggio e di resistenza alle avversità.
Un libro intrigante, vero ma dai toni romanzeschi e profondamente commovente, che fa luce sulle straordinarie imprese e sulla inedita vita di una persona che ha saputo confrontarsi con ogni improbabile probabilità, e un grandioso epitaffio alla ostinata determinazione dello spirito umano che impone di non mollare mai.