La Debicke e… Dove il destino non muore

Elisabetta Cametti
Dove il destino non muore
Cairo, 20118

Katherine Sinclaire, protagonista dei primi due romanzi del ciclo “K. I guardiani della storia”, torna in Dove il destino non muore. Katherine è una famosa autrice fantasy che, pur non essendone consapevole, è lei stessa un personaggio fantastico, interessante, una donna determinata, intelligente, indipendente che va avanti per la sua strada e non si lascia fuorviare dalle difficoltà. Bella e sicura di sé, la Sinclaire, ormai scrittrice affermata, è a Roma, in Italia, per un trionfale tour dedicato alla promozione del suo ultimo libro, I guardiani del tempo. Ma, nell’incipit mozzafiato assistiamo in diretta all’angosciante suicidio dello zio di Catherine, lo studioso Theodore Sinclaire, a villa San Martino sull’isola d’Elba, un tempo residenza di Napoleone Bonaparte e oggi sede dei Musei napoleonici. Theodore Sinclaire, che era il “guardiano” della memoria imperiale, si è tolto la vita servendosi del pungiglione inserito in un ciondolo a forma d’ape che portava sempre al collo, per non essere catturato dagli uomini di una misteriosa organizzazione. La mattina dopo, a Roma, il vicequestore aggiunto Guelfi convoca Katherine, convinto che lei sappia qualcosa del fattaccio perché, prima di mettere in atto l’insano gesto, lo zio ha provato più volte a telefonarle. Come mai? E perché l’uomo ha scelto una morte così atroce? Le sue pressioni e spiegazioni convincono Katherine ad accompagnarlo all’Elba per indagare sul mistero. Sbarcata sull’isola, la scrittrice intuisce che nei ricordi delle sue vacanze ospite dello zio possano nascondersi risposte collegate a un pericoloso segreto che rimanda a Napoleone e alle sue imprese e, in particolare, alla campagna d’Egitto. Insomma suo zio avrebbe lasciato per lei delle tracce da seguire, una catena di enigmi da decrittare che dovranno portarla a una sensazionale rivelazione. La soluzione, quasi in forma di gioco, è nascosta nella memoria del tempo trascorso con lui all’Elba, da bambina. E quando penserà di avere decifrato tutti gli enigmi che le si sono presentati, si troverà suo malgrado intrappolata in una crudele sfida al destino. Ma Katherine non è la sola a voler scoprire il segreto custodito da suo zio. Perché sullo sfondo della storia operano due società segrete, in contrapposizione tra loro. La prima, quella dei Guardiani della storia, fondata da Napoleone stesso per proteggere le grandi scoperte che hanno arricchito le sue imprese. L’altra invece è una organizzazione che riunisce alcune tra le personalità più influenti al mondo, una misteriosa organizzazione sempre in agguato e pronta a intervenire. Due opposte fazioni in campo, impegnate in una caccia al tesoro nelle pieghe del tempo che potrebbe mettere in discussione il corso della storia e quanto si conosce delle civiltà più antiche. Una caccia che coinvolge due gruppi rivali che da duecento anni si contendono l’egemonia sulla “verità”. Ma, qual è la verita? Questo scontro all’ultimo sangue finirà per immergere anche Katherine in uno sconvolgente intrigo familiare. Però lei, oltre all’audacia e alla sete di verità, ha un formidabile atout: è una guardiana della storia. Questo le concederà la forza di accettare la sfida dell’eredità dello zio e d’intraprendere un nuovo difficile viaggio che la porterà lontano, in un futuro senza segreti nel passato. Là dove il destino non muore. Una trama storico fantasy ricca d’azione e densa di suspense. Un trama legata con il sangue alla campagna di Napoleone in Egitto: perché il grande generale Bonaparte coinvolse un esercito. la intraprese pur sapendo che era destinata a fallire? A cosa mirava e, soprattutto, cosa trovò?
Romanzo intrigante, denso di colpi di scena e avvenimenti, che corre sul filo del rasoio tenendo il lettore con il fiato sospeso. La parte storica, ben calibrata, gli regala uno spessore non trascurabile. Tra i personaggi minori da citare senz’altro Don Zeno – prete e… altro? – e lo zio Theodore che, grazie ai suoi intelligenti indovinelli da risolvere, pare voler tornare dalla tomba. L’ambientazione nell’isola d’Elba ci regala paesaggi di sogno e magiche inquadrature marine mentre il fantascientifico finale (ma non vi dirò dove) ci proietta in uno di quei film d’azione – stile Indiana Jones – in cui tra morti, sparatorie, inseguimenti, esplosioni e favolosi reperti, il lettore resta con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Un romanzo da leggere “assolutamente” per chi ama il genere fantasy-thriller-storico.
Elisabetta Cametti è nata nel 1970. Si è laureata in Economia e Commercio e ha intrapreso la strada del marketing. Dopo circa vent’anni di esperienza in importanti multinazionali, ha scelto di dedicarsi alla sua passione di sempre, iniziando così la carriera di scrittrice.

 

 

 

La Debicke e… Le esplorazioni e le avventure che hanno cambiato la storia

Stefano Ardito
Le esplorazioni e le avventure che hanno cambiato la storia 
Newton Compton, 2018

Alcuni importanti istanti della storia dell’esplorazione e dei viaggi sono famosi in tutto il mondo. Quadri indimenticabili come lo sbarco del 12 ottobre 1492 di Cristoforo Colombo nell’isoletta di San Salvador (che credeva fossero le Indie), circondato da marinai e soldati spagnoli e affiancato da religiosi in preghiera, oppure l’atterraggio di Charles Lindbergh al Bourget, dopo la trasvolata dell’Atlantico davanti a più di centomila persone in festa. L’arrivo di Hillary e Tenzing sulla vetta, gli 8848 metri, dell’Everest, nella solitudine più totale, dopo ben trent’anni di tentativi e tante vittime perite nel tentare l’impresa. A ricordarci altri memorabili momenti, contano soprattutto alcune storiche frasi. Come nell’incontro a Ujiji, sulle rive del lago Tanganyika, quando Henry Stanley, che stava cercando da un anno il collega grande esploratore, si rivolse all’uomo, finalmente in piedi davanti a lui, dicendo : «Doctor Livingstone, I presume?». E come dimenticare i primi passi di Neil Armstrong sulla Luna (negati allo spasimo da tanti isterici complottisti). Era notte fonda in Italia, ci avviavamo verso l’alba quando l’astronauta dell’Apollo 11, prima di lasciare la scaletta del LEM, comunicando con il controllo di Houston e con il mondo intero, coniò indissolubilmente un’altra frase che ha fatto storia: «Un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità».
Partire, viaggiare, esplorare, andare sempre avanti fino a scoprire cosa c’era al di là dell’orizzonte fu sostanziale per l’uomo, a cominciare dalla preistoria. Se i primi gruppi di Homo sapiens abbandonarono l’Africa per risalire verso l’Asia e l’Europa, affrontando la crudeltà della natura, le eruzioni vulcaniche, le bestie feroci e tutte le altre pericolose trappole, avessero potuto e saputo scrivere, avremmo a disposizione le appassionanti cronache delle loro avventure. E invece ne sappiamo solo qualcosa, ricostruito attraverso le poche tracce pittoriche murali di grotte millenarie – purtroppo però non sufficienti a inserirle in questa ordinata raccolta di storie con nome, cognome e data – delle grandi esplorazioni dei fenici, per proprio conto o mossi da intenti commerciali e in seguito su incarico degli egizi. Fu la regina egiziana Hatshepsut infatti, più o meno nel 1500 avanti Cristo, a spedirli in perlustrazione verso la “Terra di Punt”, il nome allora della costa orientale dell’Africa. Circa mille anni dopo due coraggiosi comandanti cartaginesi, Imilcone e Annone, navigarono nell’oceano Atlantico verso la Gran Bretagna e si spinsero fino al Sudafrica. Purtroppo, però, né i pochi documenti ritrovati nell’antica Cartagine, né i geroglifici del magnifico tempio di Deir-el-Bahari (monastero del mare) o altri favolosi edifici dell’Egitto antico, ci consentono di provare queste imprese facendo passare dal mito alla storia quegli straordinari viaggi. E invece per fortuna, grazie agli storici greci, sappiamo quasi tutto della fantastica spedizione di Alessandro Magno che dalla Macedonia raggiunse l’Asia Minore per poi attraversare la Persia e spingersi fino all’India. Vittoriosa spedizione di conquista, compiuta tra il 334 e il 323 avanti Cristo, che si concluse con la morte del giovane sovrano condottiero a soli trentatré anni. Dobbiamo a Tito Livio, e in seguito ai tanti altri puntuali storici dell’Urbe, la dettagliata ricostruzione delle imprese di conquista di Giulio Cesare e dopo di lui per secoli dei vari generali e imperatori romani in Gallia, Britannia e in Oriente. Sappiamo come fu il viaggio di Annibale dalla Spagna all’Italia, con il cartaginese accompagnato dal suo esercito di fanti, cavalieri ed elefanti. La traversata dei Pirenei e delle Alpi fu un’impresa colossale ed eccezionale da ogni punto di vista.
La colta impostazione del libro ha scelto di non includere le campagne esclusivamente militari. Ardito ha preferito non descrivere le sanguinose spedizioni cinquecentesche di Hernán Cortés in Messico, e di Francisco Pizarro in Perù e nel resto dell’impero degli Incas. Ciò nondimeno, quando si parla di storia del mondo, il confine tra imprese militari e quelle di scoperta che le hanno precedute (e perciò rese possibili) spesso è molto labile. Senza Cristoforo Colombo e le sua spedizioni attraverso il “Mare Oceano”, e i viaggi di Vasco Núñez de Balboa nelle selve di Panama e di Francisco de Orellana sul Rio delle Amazzoni, le successive campagne dei sanguinari conquistadores non sarebbero mai state possibili. Certo le epidemie e il barbaro e sfrenato sfruttamento economico, che hanno portato gli indios dell’America centrale e dei Caraibi verso la quasi totale estinzione, non attraversarono l’Atlantico al seguito di Pizarro e Cortés, ma a bordo della Santa Maria, la Pinta e la Niña, le tre caravelle del navigatore genovese. Il confine tra viaggio di esplorazione e conquista è molto labile anche se ci si rifà ad altre epoche e altri luoghi. Il capitano britannico James Cook, formidabile protagonista dell’esplorazione degli oceani, è animato solo da intenti pacifici ma per difesa deve ospitare sulle sue navi reparti armati di Royal Marines. Per forza, anche perché la sua spedizione geografica si muove a bordo di navi della Royal Navy. Anche James Cook, come migliaia di altri ufficiali, marinai e soldati, si trasformerà in un ingranaggio per la realizzazione del più grande impero della storia. Quell’impero dove un secolo dopo, al tempo della regina Vittoria (come era stato nel 1500 con quello di Carlo V), il sole non potrà mai tramontare. Ardito ci racconta le tante storie di personaggi leggendari che hanno raggiunto i confini del mondo e oltre, uomini che dalla scoperta dell’America sono arrivati allo sbarco sulla Luna, dalle vette di Machu Picchu, ai ghiacci dell’Antartide, che hanno risalito il Nilo fino alle sue sorgenti e che ha saputo scalare quello che sembrava l’irraggiungibile Everest. Viaggiare ed esplorare hanno sempre esercitato sullo spirito dell’umanità un’irresistibile attrattiva. Spingersi verso i confini del mondo, fin dall’antichità, è stata la sfida e la risposta a un’incoercibile volontà di conoscenza e sete di avventura. L’esplorazione è elemento fondamentale nella storia dell’uomo. Per terra o per mare, tra le montagne o nel deserto, nessuna impresa è mai stata davvero impossibile e spesso solo la determinazione del singolo ha spinto in avanti il mondo intero. Nessuna sfida è stata impossibile. L’Amazzonia e il Sahara, l’Antartide e il deserto di Gobi. E poi l’Everest, le Ande, la Luna, gli oceani più tempestosi della Terra. Questo libro racconta le avventure di Marco Polo e di Cristoforo Colombo, di Ferdinando Magellano e di James Cook, di Henry Morton Stanley e Charles Darwin, del Duca degli Abruzzi e di Fosco Maraini. Con uno occhio attento e di riguardo rivolto ai moderni esploratori, quali Reinhold Messner, Neil Armstrong, Mike Horn e Simone Moro. Una storia delle vette alle quali può arrivare la grandezza umana, capace di offrire ricordi e nuove emozioni anche al lettore di oggi.
Tra gli argomenti trattati:
1255-1269. Marco Polo e la sua avventura in Cina
1492-1494. Cristoforo Colombo e il primo sbarco nelle Americhe
1519-1522. Il giro del mondo di Ferdinando Magellano
1776-1779. L’ultimo viaggio del capitano James Cook
1831-1846. La grande esplorazione di Charles Darwin
1874-1877. Henry Morton Stanley traversa l’Africa da Zanzibar al Congo
1912. Conquista e tragedia, Amundsen e Scott al Polo Sud
1914-1916. L’odissea antartica di Ernest Shackleton
1928. Umberto Nobile, il dirigibile Italia e la Tenda Rossa
1947. Thor Heyerdahl traversa l’Oceano Pacifico sul Kon-Tiki
1969. Neil Armstrong, Buzz Aldrin e l’Apollo 11 sbarcano sulla Luna
1989-1990. Reinhold Messner e Arved Fuchs attraversano l’Antartide sugli sci
1999-2000. Mike Horn sulla linea dell’Equatore

Stefano Ardito è una delle firme più note e prestigiose del giornalismo di montagna e viaggio. I suoi reportage compaiono sulle maggiori testate italiane. Con la Newton Compton ha pubblicato 101 storie di montagna che non ti hanno mai raccontato, 101 luoghi archeologici d’Italia dove andare almeno una volta nella vita, Le grandi scalate che hanno cambiato la storia della montagna e Cammini e sentieri nascosti d’Italia. Nel 2015 ha vinto il Premio Cortina Montagna. Le esplorazioni e le avventure che hanno cambiato la storia è il suo ultimo libro.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Dicembre 2018

Maledetti toscani!
Qualche tempo fa lungo una via di Siena lessi su “Il Vernacoliere” “Topa gratis ai disoccupati, alle disoccupate un cazzo”. Mi venne da sorridere per il doppio senso. Tremendo. Sfacciato. Dissacrante. Seppi in seguito che provocò un casino di proteste. Tipico dei toscani. Di noi toscani. Purtroppo. O per fortuna. Forse…
Fatto sta che mi è venuto voglia di rileggere Maledetti toscani di Curzio Malaparte, Adelphi 2017 (l’edizione più vecchia chissà dove è andata a finire), per rinfrescare le personali nozioni su questa terribile genia alla quale appartengo. Curzio non le manda a dire. Non ce le manda a dire. Siamo sboccati, insolenti, cinici, faziosi, ironici, beceri, rabbiosi, boriosi, rissosi, riottosi e chi più ne ha più ne metta. Capaci di prendere in giro e creare imbarazzo nelle situazioni più tragiche. Di sentirci più intelligenti degli altri, noi, creatori della lingua italiana. Ma anche provvisti di qualche bella virtù a consolarci di certe nefandezze. Ho ripensato a quel mio improvviso, sfacciato, vergognoso ma quasi naturale sorriso ritrovandomi tra quei “maledetti” ormai in via di estinzione. Purtroppo. O per fortuna. Forse…
P.S.
Dimenticavo. Per gli amici giallisti-scacchisti e viceversa sono anche qui (blog davvero interessante).

La morte viene da lontano di Peter Lovesey, Paul Harding e Melville Davisson Post, Mondadori 2018.
Un fantasma per Cribb di Peter Lovesey
Strani furti in casa della signorina Crush e in quella del dottor Probert nella Londra vittoriana. Ovvero un vaso di scarso valore di una collezione costituita da pezzi oltremodo pregiati e una tela, raffigurante una ninfa nuda, di un quadro nascosto sotto un tendaggio ignorato sia dalla moglie che dalla figlia. In entrambe le case si è esibito il giovane medium Peter Brand, già popolare per una seduta spiritica in cui si sono manifestati dei fenomeni inspiegabili che hanno colpito i presenti. E, dunque, potrebbe essere il sospettato. Ad indagare sui furti il sergente Cribb assistito dall’agente Thackeray sotto il controllo dell’ispettore Jowett di Scotland Yard. Durante una successiva seduta in cui Brand deve materializzare uno spirito attraverso un particolare meccanismo, che comporta l’uso dell’energia elettrica da poco introdotta a Londra negli ambienti signorili, il medium morirà praticamente fulminato senza che se ne capisca il motivo.
Un bel mistero per il nostro Cribb. Anche perché le indagini rivelano che tutti i presenti evidenziano un motivo per avercela con il morto, persona assai diversa da quella che poteva sembrare. Così come i vari personaggi hanno qualcosa da nascondere e occultare, stante la maschera del perbenismo imperante in quel periodo storico. E, sempre del periodo vittoriano, sono di moda le sedute spiritiche e l’irrazionalità serpeggiante in una Londra dove grande è il divario tra povertà e ricchezza. Racconto ad andamento lento con accumulo di tensione, resa più leggera, come è già stato notato, da sprazzi di umorismo e dissacrazione.
Occhio ad un oggetto che non c’è e ci deve essere!
Fratello Athelstan: il regno del male di Paul Harding
“Anno del Signore 1380. A Hawkmere Manor sono imprigionati, in attesa di riscatto, gli ufficiali francesi catturati in battaglia dagli inglesi.” La loro esistenza un tormento, soprattutto per Guillame Serriem, capitano della nave da guerra francese Saint Sulpice, catturata al largo di Calais dal cavaliere bavarese Maurice Maltravers. Serriem sta morendo avvelenato mentre ripensa agli ultimi avvenimenti, per poi spirare in un sussulto. Morte importante la sua, carica di inaspettate complicazioni con la Francia che ha siglato una tregua. Occorre smascherare al più presto l’assassino, occorre, cioè, l’intervento del fratello domenicano Athelstan che deve risolvere il classico delitto in una stanza chiusa dall’interno con una sola finestrella stretta. I dubbi e gli assilli non mancano: c’è un traditore tra i francesi? (però hanno cenato insieme sorvegliati dalle guardie, chiacchierato e giocato a scacchi); l’assassino è uno libero di andare e venire dal castello a suo piacimento?; oppure si tratta di un certo sir Walter a cui sono stati uccisi dai francesi la moglie e il figlio?…
Ma i problemi non finiscono qui. Altri morti arriveranno a complicare il quadro, insieme a ombre, inquietudine, pericoli, scontri, colpi di scena e ad un classico amore contrastato (come finirà?). E poi c’è il problema del veleno, di un veleno del tutto sconosciuto che agisce in maniera subdola…
La vicenda si svolge nella Londra di fine Trecento con tutte le caratteristiche del suo tempo. Qualche spunto: per le strade scommettitori di ogni tipo sulla lotta tra animali, orso cieco che danza, malfattori ammanettati, carro di letame che si rovescia, improvviso corteo funebre, gruppo di prostitute con la testa rasata e le parrucche rosse, cani, gatti, maiali, galline dappertutto… Poi ci sono i Joyer che credono ad una seconda venuta di Cristo e i contadini tartassati pronti alla rivolta. Il tutto in netto, vistoso contrasto con l‘opulenza dei ricchi e delle loro abitazioni. Una storia complessa dentro un quadro sociale denso e avvincente, con passaggi oculati da un personaggio all’altro a mantenere viva la tensione narrativa.
La vigna di Nabot di Melville Davisson Post
Virginia ottocentesca. “Elihu Marsh era stato ucciso in casa con un colpo d’arma da fuoco. Era stato trovato disteso sul pavimento, con un buco nel corpo in cui si poteva infilare un pollice.” Accusato il garzone Taylor perché scomparso e ritrovato con un fucile scarico. Durante il processo, presieduto dal giudice Simon Kilrail, avviene un fatto imprevisto. Ovvero la ragazza “che cucinava per Marsh e gli teneva in ordine la casa” e che ora siede tra i testimoni, scoppia in un pianto isterico “urlando una serie di smentite.” Taylor è innocente, la ragazza colpevole. Troppo semplice… Sarà lo zio Abner (chi racconta la storia è il nipote) con incredibile intuito e acuta osservazione a scoprire la verità attraverso tre indizi. Il racconto, tra l’altro, costituisce anche un mirabile esempio di sovranità del popolo nella repubblica americana.
Dalla bella Introduzione di Mauro Boncompagni “Forse sembrerà esagerato dire che il futuro del giallo sta nel passato, ma è ormai da un pezzo che il period novel si è imposto come una delle tendenze creative del mystery e più seguite dal pubblico, non solo qui da noi…”
E in questo libro troviamo, come abbiamo visto, tre splendidi esempi perfettamente ambientati nella Londra vittoriana, alla fine del XIV secolo e nella Virginia ottocentesca.
Buona lettura.

Orme sulla sabbia di J.J. Connington, Mondadori 2018.
Si parte con Paul Fordingbridge e la sorella Julia in discussione sull’affitto di una tenuta, la grande villa di Foxhills, per procura del nipote Darius che non si fa vedere da tempo (in seguito sarà spiegata la sua storia). Julia afferma di averlo incontrato e riconosciuto, anche se “orribilmente sfigurato” e con la voce “fioca e velata”. Il fratello non ci crede. E subito arriva una telefonata del dottore che annuncia la morte di Peter Hay, domestico e custode della suddetta villa.
Poi si passa a sir Clinton Driffild che “era un acuto e minuzioso osservatore, pur non avendone l’aria, e catalogava accuratamente nella propria memoria le cose e i fatti che più l’avevano colpito, ricordandoli poi a lungo con grande chiarezza.” Sta giocando a golf con l’amico Wendover e Simon Fleetwood, marito di Christine, nipote di Paul. Secondo lei non ha l’aspetto e l’aria di un sovrintendente di polizia e nemmeno di un investigatore come lo è stato in passato. L’ispettore Armadale chiede il suo aiuto per la morte di Peter che, secondo il medico, non è chiara. Clinton accetta ad una condizione, ovvero che Wendover, appassionato di romanzi polizieschi, partecipi alle indagini. Il custode, rinvenuto bocconi a terra davanti alla porta della sua casetta, sembra morto per un colpo apoplettico (soffriva di ipertensione arteriosa), ma c’è qualcosa di poco chiaro: presenta degli strani segni, dei solchi sottili sui polsi. E verranno rilevati altri alle caviglie Perché? Morte naturale o, addirittura, assassinio?…
Iniziano le prime considerazioni di Wendover, di Armadale e Clinton dopo l’esame del corpo e della sua abitazione. Considerazioni accurate, circostanziate, deduttive che portano alle prime conclusioni, tenendo presente alcuni fatti: delle caramelle con un profumo particolare, un sacco abbandonato nel salotto della villa con oggetti d’argento, i volumi del diario del nipote spariti dal suo studio. Un caso complesso “Credo che ci sia sotto ben altro rispetto a quanto non appaia a prima vista” commenta Clinton.
Ed ecco l’arrivo di un altro cadavere, questa volta sulla spiaggia con diverse orme intorno, anche quelle di una donna. Continuano i dubbi, gli assilli, le supposizioni dei tre indagatori con Clinton che guida la danza attraverso decisioni spesso indecifrabili per gli altri e Armadale a fare brutta figura (Wendover proprio non lo sopporta). Altri avvenimenti si susseguono: un ferito, un personaggio che scompare mentre continua l’indagine tra golf e bridge e anche qualche passo di danza. Non manca la frecciatina sui delitti nei libri dove le cose sono ben diverse dalla realtà “Il delinquente vero è spesso uno sciocco che non vede un palo più in là del suo naso e non sa guardarsi dalle conseguenze delle proprie azioni. Oppure, anche essendo intelligente, al momento buono perde la testa e non sa più quel che combina.” Storie del passato che si intrecciano con il presente, un caso di bigamia involontaria, di mezzo la famiglia Fordinbridge, altra fuga, rapimento e finale assai movimentato con inseguimento e sparatoria. Poi il solito sir Clinton, che ha capito tutto, spiattella la soluzione piuttosto complessa con almeno un punto ancora da chiarire.

Il morto piovuto dal cielo e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2018.
Gli sposini del 1° dicembre (Les mariés du 1er décembre), Il morto piovuto dal cielo (Le mort tombé du ciel), L’avventura galante dell’olandese (La bonne fortune du Hollandais) e Il passeggero e il suo guardaspalle negro (Le passager et son nègre) apparvero nella collana “PoliceRoman” tra il 1939 e il 1940 e furono poi raccolti in volume nel 1943. Quando, nel giugno 1938, Simenon rifiuta di rispondere alle domande di una giornalista sul romanzo poliziesco, affermando che ormai l’argomento lo riguarda quanto la vendita degli idrocarburi, non dice tutta la verità. Se è vero infatti che da cinque anni lo scrittore è entrato a far parte della scuderia Gallimard, e pubblicato alcuni dei suoi romanzi migliori, è anche vero che per tutto il mese di maggio ha scritto al ritmo di uno al giorno proprio racconti polizieschi, tra i quali le inchieste di un esuberante medico.”
Gli sposini del 1° dicembre
Il dottor Jean Dollent, ovvero “il dottor Jean” o “il dottorino”, come viene chiamato dai suoi pazienti, arriva a Boulogne dove lo aspetta l’amico Philippe Lourtie sconvolto da una serie di lettere che mettono in cattiva luce Madeleine, la sposa novella. Sembra, infatti, che la mogliettina non sia proprio affidabile ed abbia, invece, una doppia vita… È stata addirittura fotografata in diversi posti sconvenienti. Vuole che Jean lo aiuti. Ed eccoci di fronte a Madeleine “di una bellezza non vistosa, ma attraente, anzi seducente, di una seduzione sottile.” Mmm… Jean ha i nervi a fior di pelle, gli sorge un dubbio “Certo, qualche piccolo mistero l’ho risolto! Ma chissà che non sia un caso… Chissà se ritroverò l’ispirazione…” La ritroverà? Anche perché intorno a lui ci saranno una serie di personaggi “particolari” che sembrano mentire. E il tempo, siamo alla vigilia di Natale, è proprio da cani.
Il morto piovuto dal cielo
Il morto piovuto dal cielo si trova a Dion nell’orto del castello di una ricca famiglia, i Vauquelin-Radot che vi abitano per molti mesi all’anno. Ovvero del tutto sconosciuto agli abitanti del luogo. Non lontano da lui un grosso coltello sporco di sangue che è schizzato anche sul muro. Nel portafogli un messaggio composto di lettere ritagliate da un giornale “Lunedì alle nove, nel posto stabilito. Discrezione e segretezza.” Ma la signorina Martine, graziosa e raffinata, crede che sia suo padre Marcel e che lo zio Robert lo abbiano fatto uccidere. Il nostro dottorino è chiamato a risolvere il caso. Una storia di pazzia (Marcel era stato rinchiuso nel manicomio di Dakar), di paletti, di una buca e un metro srotolato nel giardino, di lettere particolari. Un vero scontro tra Jean e il pomposo Robert. Ma c’è qualcosa di strano…
L’avventura galante dell’olandese
Questa volta il nostro dottorino di Marsilly si trova davanti ad un caso assai diverso da quelli già risolti. Invitato addirittura da Lucas, ispettore al Quai des Orfèvres che conosce il suo talento. Tra l’altro è a Parigi oppresso dalla sua atmosfera: “Per la prima volta si sentiva una creatura minuscola persa nel vasto mondo.” Qui, in un albergo, è stata uccisa la ballerina ungherese di night club Lydia Nielsen colpita alla testa con violenza inaudita. Si era appartata con un certo Kees Van der Donck che, racconta, l’aveva lasciata ma era ritornato per riprendersi il portafoglio, trovandola sul letto uccisa e vestita di tutto punto… Perché? Caso particolare, dicevo, dove Jean verrà addirittura ammanettato! Una lotta all’ultima cellula grigia tra lui e Lucas per vedere chi arriva per primo alla soluzione.
Il passeggero e il suo guardaspalle negro
Un delitto sulla nave Martinique. Il defunto forzato è Cairol, detto Popaul, un “tagliatore d’alberi” ricco e dilapidatore scortato da un negro bantu a cui aveva affibbiato per scherzo il nome di Victor Hugo, ora scomparso. Se la faceva con diverse ragazze fra cui la signorina Lardilier che pare sia l’assassina, essendo stata trovata con la pistola fumante in mano. Ma c’è qualcosa che non quadra, altri possibili indiziati e un importantissimo portafoglio piatto sparito…
Simenon si diverte un mondo a stuzzicare Jean, il suo personaggio principale, tra gli altri svirgolettati magistralmente in pochi tratti, “un giovanottino magro e nervoso, che non dimostrava neanche trent’anni e vestiva con una trascuratezza poco decorosa”. Scolpito in svariate sfaccettature: attento, preciso, educato, ora gioioso e, addirittura, ciarliero, ora abbacchiato e docile ma anche capace di un piglio sicuro, spesso in colloquio dubbioso con se stesso (ormai una celebrità nazionale deve, per forza, risolvere i casi), tra sigari, bicchieri di birra e whisky nelle situazioni e negli ambienti più diversi dove basta un tocco per creare la giusta atmosfera. Oltre ai morti ammazzati c’è sorriso e allegria di vita in questi racconti. Allegria di scrittura.

Rione Serra Venerdì di Mariolina Venezia, Einaudi 2018.
Su Come piante tra i sassi della medesima, Einaudi 2009, avevo scritto “La trama interessa fino a un certo punto. Voglio dire interessa, sì, scoprire l’assassino e tutto l’ambaradan connesso all’evento funesto, che altrimenti non sarei un lettore (anche) di gialli. Ma al centro della scena si piazza lei, Imma (Immacolata) Tataranni, sostituto procuratore di Matera, quarantatré anni, alta uno sputo, un po’ miope (mi pare), faccia di “luna piena”, tacchi a spillo, capelli rosso mogano o fiamma o carota, o addirittura di “un infido color melanzana”, secondo lo schiribizzo giornaliero. Per la suocera, poi, “la donna peggio vestita di tutta la provincia”, anche se sui giudizi delle suocere c’è sempre da stare cauti.” E così mi ero dilungato nella recensione su questo davvero simpatico e riuscito personaggio.
O vediamo la sua evoluzione nel nuovo libro alle prese con l’assassinio di Stella Pisicchio, classe 1962, trovata morta strangolata nel suo letto. Intanto aggiungiamo altri particolari: la quinta di reggiseno, il naso a patata e che, (udite udite!), durante la funzione religiosa indossa la maglietta di Minnie, suscitando i mormorii dei presenti fra cui la disperazione della citata suocera distrutta dal pensiero di come “il figlio se l’era sposata, una cozzara così…” Poi la sua famiglia composta da Valentina, quindici anni, che si comporta come una settantenne insieme al fidanzato compagno di scuola stravaccati sul divano, e il marito Pietro ormai rassegnato ma a letto niente male, che ci dà che ci dà.
Veniamo al dunque. Di mezzo c’è il sesso sadomaso praticato, sembra, dalla morta, studentessa liceale nella stessa classe di Imma, se non l’ho ancora detto. Dunque ricordi e ricordi che si affollano e avvicendano nella mente e nell’animo di Imma durante tutta l’inchiesta. Stella rivista timida, impacciata e, improvvisamente, con una luce diversa negli occhi. Perché? Cosa le era successo? E perché sparisce un ragazzino che abitava nel suo stesso palazzo? E che c’entrano le Emozioni di Battisti? Indagine condotta insieme al bel maresciallo Calogiuri che sta cambiando e gli altri personaggi a fare da comprimari per mettere in rilievo il carattere vulcanico della Nostra.
Continuando la lettura saremo scaraventati nel mondo delle chat, tra lastre fotografiche, voluminosi faldoni da scartabellare, nobili decaduti e tipiche figure del luogo rese più vive e concrete attraverso il dialetto, tra grotte preistoriche e villaggi abbandonati. Di una Basilicata lunatica, d’inverno “ingrugnita e malinconica”, poi, d’un tratto, “soave e ridente” e, infine, “gialla e arsa come l’inferno.” Di una Basilicata che può nascondere gli impulsi più feroci.
E allora, come avevo scritto nella precedente recensione, ecco il sostituto procuratore Imma Tataranni piantarsi al centro della scena, in continuo movimento esterno e interno. Anche in cucina tra peperoni fritti con le olive, lampascioni, melanzane e carciofini, soppressata, insalata di arance e finocchi, il tiramisù. In contrasto con tutti, pure con il cambiato Calogiuri, niente più remissivo (“Chi ti credi di essere?”) che prelude, forse, a qualcosa di nuovo. O stai a vedere che…
Una piacevole lettura, frizzante e ironica.

Un giretto tra i miei libri

Le incredibili disavventure di un autentico cacasotto di Manuel Manzano, Kowalski 2009, tra l’altro con una copertina rosso fuoco che sprizza allegria. Siamo a Barcellona. Si parte con Gabriel Saviela, pazzo-cieco, che taglia a pezzi la madre, la bolle e la mescola con il riso; si continua con la storia di Manuel Bun, giornalista addetto alla stesura di cruciverba innamorato fradicio di Emma (lo lascia e poi lo riprende); si procede con le indagini di Boris Beria Fuensanta, soprannominato il Russo, viceispettore della Omicidi, coadiuvato dall’aiutante Nicodemo disposto a tutto “purché questi continuasse a portarlo a puttane una volta al mese”.
Accanto alle tre storie principali un affastellamento di altre storie personali tratte dal passato infilzate una dietro l’altra. Tutte strane, incredibili, impossibili, un coacervo dell’assurdo, del ridicolo, del grottesco, dell’esasperato. Ora la trovata è divertente, ora invece, proprio per voler cercare a tutti i costi l’effetto esilarante, diventa sciapa e noiosetta. Il tentativo continuo ed assillante di far ridere finisce, dunque, per sortire spesso l’effetto contrario.

In questi ultimi tempi ho letto tanti racconti. Cito a braccio le antologie Crimini, Porco Killer, Anime nere (a mio avviso la migliore), Tutto il nero dell’Italia, La legge dei figli, Giallo Natale e via dicendo. Non potevo lasciarmi sfuggire Le ombre della città, a cura di Marcello Fois, Alberto Perdisa 2008, una raccolta di sedici racconti (se ho contato bene) firmati da autori di grande prestigio come la Montanari, Lucarelli, Macchiavelli e Varesi, tanto per ricordare i più noti. Ma gli altri non sono da meno. Storie di tutti i giorni. Vere. Reali. O comunque possibili. Come “Il portaritratti” di Luigi Bernardi. Una sorpresa amara per chi racconta la fine della sua vita. Il ritratto della famiglia, moglie e figlio, trovato nell’ufficio di una banca. Il loro suicidio. Il suo lasciarsi andare fino alla morte. La registrazione del racconto stesso. La realtà sociale che si introduce quasi di soppiatto in questa realtà individuale. Un albanese e un turco senza il permesso di soggiorno. Un rumeno ricercato per reati contro il patrimonio, un polacco che si è fregato il walkman del morto. Uno stile asciutto, secco, essenziale. Tristemente monotono.
Ora racconti brevi, brevissimi dove si lascia intuire la fine spesso inaspettata e talvolta liberatoria (vedi il padre padrone della Montanari), ora racconti di più ampio respiro, nudi e crudi o sorretti da una leggera e allegra ironia. Un miscuglio di temi e di stili interessante. Lotte di mala, disastri ambientali, insabbiamenti, riciclaggio abusivo, corruzione, attentati, pestaggi di neri e così via. E poi matrimoni falliti con accoltellamenti, teste rotte, ossa segate, e l’innamorato con in mano un mazzo di rose rosse e il rasoio a manico pronto nella tasca della giacca, Ecco se c’è una cosa che accomuna diversi racconti è questo inserirsi delle problematiche sociali in quelle individuali. O viceversa. Ma il risultato non cambia. C’è merda dappertutto.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Prima un corpo senza testa, poi una testa senza corpo: due diversi delitti, che si scoprirà essere collegati tra loro, sono il fulcro di Peccato mortale, Einaudi 2018, ultimo romanzo dedicato al commissario De Luca, il protagonista cult della serie di gialli che Carlo Lucarelli ha ambientato nell’era fascista e nel dopoguerra. Ma se con Intrigo italiano eravamo arrivati fino agli anni ’50, stavolta si torna diritti agli anni ’40. Peccato mortale si svolge infatti tra luglio e settembre del 1943. E la fase più drammatica della vicenda avverrà tra il 25 luglio e l’8 settembre, cioè tra l’annuncio della caduta di Mussolini e la firma dell’armistizio. L’Italia, l’Emilia tutta, e Bologna in particolare, stanno vivendo il periodo più buio e sanguinario dell’era fascista, gli alleati attaccano la penisola e colpiscono duramente case, beni e affetti degli italiani. È un periodo incerto, inquietante, allucinato. Una bella mattina d’estate l’Italia si era svegliata senza più il fascismo e pochi giorni dopo aveva i tedeschi in casa a fare da padroni. E, nel caos che accompagna quei terribili momenti, De Luca, il commissario non laureato in virtù di una legge del ‘38, l’enfant prodige della polizia criminale di Bologna, si troverà implicato in un’indagine su un corpo senza testa… Una brillante carriera, ma con gli occhi foderati di prosciutto, e in questo Peccato mortale tutto viene a galla, pare persino ritorcerglisi contro. Ma il commissario De Luca è così, lui non si tira indietro, è un animale da caccia, un mastino che deve andare fino in fondo qualunque siano le circostanze. E dunque fare giustizia è insito nella sua natura. Il caso va risolto. Sempre. Anche a costo di dover accettare il compromesso.

Il giorno perfetto per un delitto di Barbara Sessini, Newton Compton 2018.
Nel prologo fulminante, ambientato nella splendida costa della Sardegna non lontana da Cagliari, Barbara Sessini, giornalista nata a Iglesias che da più di dieci anni vive e lavora a Torino, fa ricomparire nella sua nuova trama diversi protagonisti del suo precedente Un posto tranquillo per un delitto. Ritroviamo infatti il commissario Franco Diana, sardo ma piemontese di elezione, ormai arrivato all’onorata pensione e, come ogni anno, in vacanza nella bella cittadina insulare di Alarcò, la figlia Vera, i suoi amici nordici, l’attore Luca Ponte, Ada Ponsat sorella della vittima del giallo precedente, il giornalista Diego Meini e sulla trama aleggia la presenza telefonica ma puntuale del successore di Diana, Stefano Rossini, e della giornalista Lorella Ciccarelli. A far numero con loro si aggiunge stavolta l’amica di infanzia Vera, la sarda Ines Salis, la cui madre gestisce un rinomato bar nei pressi della cattedrale, e il fidanzato di Vera, di madre senegalese e di passaporto francese, Oscar Berti, che con lei vive e lavora a Londra.
“Ciò che più voglio è anche ciò che più temo. Forse è per questo che scelgo sempre la strada più lunga per arrivare a destinazione. Forse è per questo che raramente mi sento così”.
Il diario della violinista Ines Salis si conclude così. Lei è molto brava, ha girato il mondo, ma è in crisi dopo aver rotto i ponti con il suo manager che non la lascia tranquilla. Chi ha sparato il proiettile che l’ha colpita al volto nella sua città, a poche centinaia di metri da casa?

Arriva La paura nell’anima, Frassinelli 2018, portando con sé un’altra avventura di Soneri, complice di indagini a sfumature giallo noir di Valerio Varesi e, come sempre, accorto paravento di precise denunce sociali. Un’avventura che stavolta si avvolge soprattutto di ricordi e di parole che affondano radici nella suggestiva e malinconica tradizionale memoria parmigiana. Memoria che comincia ad arrampicarsi sulle burbere pendici appenniniche e si cala nei profondi misteri del subconscio che fanno scattare la molla di paure ancestrali, le più di origine pagana. Con La paura nell’anima il commissario Soneri indaga l’attuale età della perenne incertezza, dell’insicurezza, della profonda angoscia, forse provocata dal non saper riconoscere i propri nemici. Scava nella psicologia sociale, in quella indagine scientifica che ci spiega come pensieri, sentimenti e comportamenti degli individui siano influenzati dalla presenza oggettiva, immaginata o implicita degli altri. La vicenda reale alla quale Varesi si richiama è la lunga caccia all’inafferrabile bandito Igor, il killer di Budrio, soprannominato Ezechiele, che diventa in questo romanzo uno spauracchio per le allodole, causa incidentale e occasione per sviscerare e approfondire un percorso tra le inquietudini che agitano disordinatamente l’Italia.

Un atteso ritorno in scena di Valeria Montaldi che con Il pane del diavolo, Piemme 2018, rinnova la felice sperimentazione del suo settimo romanzo, La Randagia, in cui l’azione si snoda correndo in parallelo in due epoche diverse, divise da ben seicento anni. Stavolta, a collegare e intrecciare tra loro nel tempo le due storie noir, sarà un ricettario, un raro e antico manoscritto, in un misterioso gioco di specchi fra passato e presente.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
Oggi vi presento Moby Dick, la balena bianca di Geronimo Stilton, Piemme 2014.
Volete conoscere un personaggio duro e maligno? Bene, questo libro fa per voi. Ve lo presento: è Achab, il capitano della nave Pequod, un uomo imponente con una cicatrice sulla guancia sinistra, occhi scuri e minacciosi ma, soprattutto, una gamba di legno, perché la sua è stata portata via dalla grande balena bianca Moby Dick. Scoprirete che è accompagnato da Ismaele, un ragazzo gentile dal cuore grande che ha fatto amicizia con gli altri marinai. Il momento più importante del libro sarà lo scontro tra Achab, che si vuole vendicare, e Moby Dick. Insomma lo scontro tra l’uomo e la bestia. Chi vincerà?…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… Noir all’improvviso

Cecilia Lavopa
Noir all’improvviso
I Buoni Cugini, 2018

Tra gli addetti ai lavori Cecilia Lavopa non ha bisogno di presentazioni: è al timone di Contorni di Noir, noto blog dedicato alla letteratura di genere: noir, thriller, giallo in ogni sua sfumatura, anche sociale, e fantascienza. Ma ora, dopo anni passati a leggere e recensire i libri degli altri, ha deciso di fare un salto dall’altra parte della barricata e, mettendosi tra gli autori (sarà solo per questa volta?), ha pubblicato con I Buoni Cugini il suo Noir all’improvviso, quindici racconti nerissimi per un’antologia tutta da scoprire. La meritata e colta introduzione, di Marilù Oliva, presenta le storie, piacevolmente arricchite dalle indovinate illustrazioni di Michele Finelli. Citerò tutti e quindici i racconti ma, per non fare del vietatissimo spoiler, li elencherò sì rigorosamente uno dopo l’altro ma di ciascuno avrete solo un mini assaggino della trama.
Allora siete pronti? Via!
Numero 1: “Il Buio”: decisamente horror che rispecchia l’angoscia infantile di fronte all’oscurità, ma c’è di peggio…
Numero 2: “Arancine indigeste” dove l’accidia di un terrone goloso emigrato al nord si scontra fatalmente anche con le lungaggini della burocrazia.
Numero 3 “Casa in affitto? Soldi sprecati” che narra la triste odissea di un occupante abusivo, artatamente incastrato in un delitto.
Numero 4: “Disturbo bipolare”, in cui l’astuzia messa in atto da uno psicologo paga molto malamente.
Numero 5: “Ester”, con una solitudine femminile riempita da un cane mentre la memoria inganna la morte.
Numero 6: “Il feticista”, dove l’ossessione si sposa implacabilmente al bello e colpisce senza pietà.
Numero 7: “Il lampo”, dove si gioca serenamente con il dialetto e si uccide, come per scherzo, nel paese sardo, Fregola, che detiene il record mondiale di longevità.
Numero 8: “Irene aveva diciott’anni” in cui la trascuratezza e la prevaricazione potrebbero condurre alla ribellione in un fragile scenario familiare.
Numero 9: “Identità celata” una persona che nasconde se stessa, viaggiando in metropolitana.
Numero 10: “La miracolata” in cui anche colei che, negli anni, è sempre miracolosamente riuscita a scampare alla morte, mostra il suo tallone di Achille.
Numero 11: “La montagna fa brutti scherzi” dove un’ultima solitaria passeggiata tra la neve di Andrea darà tempo e modo a un assoluto egoismo di eliminare una indigesta rivale.
Numero 12: “La visione” con lo sconosciuto alto e ben vestito ma invisibile a tutti salvo a Chiara, la protagonista, che torna a reclamare giustizia.
Numero 13: “Occhi”, che narra dei begli occhi screziati di verde dell’ipocondriaco Michele, sempre troppo incollato al computer, che scoprirà di condividere con l’oculista, che deve operarlo, la passione per la simulazione con i giochi Warhammer.
Numero 14: “Segni di riconoscimento” indagine di polizia quasi classica, ma con la vittima ritrovata con il corpo completamente nudo ricoperto da un tatuaggio rappresentante un intrico di foglie di edera con al centro la raffigurazione di una carpa koi.
Per arrivare al Numero 15, quello conclusivo, “Viaggio a Cuba”, dove una vacanza premio promette belle donne, ma bisognerebbe aver una sana paura dei ratti…
Quindici storie plausibili come i loro protagonisti, almeno all’apparenza più o meno normali, messi in situazioni spesso comuni per tutti e di tutti i giorni: visite mediche, incubi, vacanze, litigate in famiglia. Però poi Cecilia Lavopa si leva il cappello da fata, mette quello da strega, agita la bacchetta magica, capovolge la storia, la stravolge, da un momento all’altro tutto diventa Noir all’improvviso e i suoi personaggi si trovano scaraventati in una specie di incubo o peggio. Niente di magico, badate bene, solo roba comune, a portata di mano, che potrebbe capitare a chiunque ma che rispecchia fedelmente la crudeltà o la follia umana e rappresenta solo uno spaccato crudo e netto della nostra società nel suo lato più oscuro e malefico. E dunque quindici implacabili racconti neri, quindici storie che descrivono un male che può annidarsi ovunque, dove meno te lo aspetti. Attenti! Aprite gli occhi prima che sia troppo tardi.

Cecilia Lavopa è fondatrice del blog Contorni di noir, nel quale scrive recensioni di romanzi noir, thriller e gialli e realizza interviste. Ha intervistato dal vivo Tess Gerritsen, Lee Child, Glenn Cooper, Joe R. Lansdale, Massimo Carlotto, Jonathan Coe. Ha partecipato a BookCity Milano come presentatrice di autori come Alan Altieri, Marco Malvaldi e Charlotte Link. Ha co-presentato (insieme al curatore Riccardo Sedini) Lomellina in Giallo 2012. Ha presentato al NebbiaGialla 2018 (curatore Paolo Roversi) autori nazionali e internazionali.

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La Debicke e… Dieci +2 cose da sapere sull’economia italiana

Alan Friedman
Dieci +2 cose da sapere sull’economia italiana. Quale futuro dobbiamo aspettarci dal governo gialloverde per il nostro Paese?
Newton Compton, 2018

Alan Friedman, affermato giornalista, voce autorevole e dissacrante della politica e dell’economia italiana e internazionale, aveva dichiarato senza mezzi termini a proposito del suo testo: Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi, pubblicato con la Newton a gennaio 2018: «In questo libro ho cercato di raccontare in modo semplice l’economia, un argomento che tocca le vite di tutti noi, spiegando come funzionano davvero le cose, dove stiamo andando e cosa possiamo fare per salvarci. Finché siamo in tempo.»
Il suo si è rivelato un libro azzeccato che con puntuale trasparenza riusciva a mettere a fuoco tanti argomenti ostici ma sentiti dai cittadini. Friedman si era servito di un’esemplificazione immediata e di un linguaggio piano e comprensibile (non quello in uso agli addetti ai lavori), e aveva programmato il testo dividendolo per argomenti: le pensioni, i risparmi, le banche, senza dimenticare la questione del debito pubblico e l’euro. Insomma un libro per coloro che non volevano più essere in mano agli strilloni della politica e, per fortuna, un libro facile e alla portata di tutti. Un libro che si metteva tranquillamente negli inquieti panni di un normale lavoratore che si chiede: avrò mai una pensione? Del comune mortale che arzigogola sul fatto se fare parte dell’Europa è un vantaggio o una penale da pagare? E che si interroga preoccupato: ma chi diavolo pagherà il salvataggio delle banche? Noi? Ah!
Un libro che è diventato fondamentale perché ci ha regalato una chiave per la comprensione dei meccanismi legati all’economia, ci ha dato una mano per capire le regole, troppo spesso astruse trappole, che governano i rapporti tra cittadini e Stato, e ci ha aiutato a metterci sulla buona strada per fare giuste scelte per noi, la famiglia e il futuro, prendendo, se il caso, le misure più adatte. Un libro piano che offriva con precisione numeri, cifre e statistiche reali per controbattere, con la verità dei fatti, gli argomenti di chi fa balenare facili soluzioni, dei politici che promettono urlando proclami e inventano dannose bugie. Un libro che cercava di dare risposte a fatti reali quali: perché l’Italia non cresce più? Perché in questo paese non si riesce a creare più posti di lavoro? Perché gli italiani sono i cittadini più tassati d’Europa? E dulcis in fundo: a quale uomo (o donna) politico italiano si potrebbe dare fiducia? Quale è un plausibile e reale futuro per questo Paese? Il reddito di cittadinanza che prospettive ha? Potrebbe funzionare? I vouchers sono buoni o cattivi? L’attuale debito pubblico è gestibile o finirà con il portarci al crollo economico? Un libro utile, perché cominciare a capire almeno i principi base su come funziona l’economia è fondamentale se non vogliamo restare dei cittadini pecore, incapaci di comprendere i meccanismi che regolano i rapporti con lo Stato.
Oggi a pochi mesi, meno di sei, dall’insediamento del governo Lega-M5S guidato dalla “Triade”, Friedman aggiunge due capitoli al suo precedente libro e pubblica, sempre con Newton Compton, Dieci +2 cose da sapere sull’economia italiana. Quale futuro dobbiamo aspettarci dal governo gialloverde per il nostro Paese?, arricchito da due nuovi incisivi capitoli dai titoli che gridano sdegno: La banda del bucoLa certezza dell’incertezza.
Due esaustivi capitoli legati all’operato del governo legapentastellato in questo primo scorcio di legislazione, un tagliente e rigoroso resoconto sulle attuali misure previste dalla Legge di Bilancio, sulla battaglia (quasi un guerra) in atto con l’Europa e su cosa ci aspetta nel prossimo futuro. I numeri della manovra stanno in piedi? Perché il debito ci rende tanto vulnerabili? Ma l’attuale cambiamento in atto porterà dei benefici alle tasche degli italiani? C’è alle porte il rischio di una nuova pesantissima crisi finanziaria? Due capitoli romanzati che vedono di nuovo come attoniti spettatori i membri della famiglia “Giorgetti”, che già avevano ben rappresentato l’italiano medio in Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi. Lo scomposto avvento di una incontrollata Triade che riesce in pochi mesi a smontare gran parte della fiducia dei mercati internazionali. Un ministro dell’economia in preda alle bizze dei vice premier che ostentano atteggiamenti che rimandano a tempi peggiori. Si vive di insulti e di proclami elettorali. Lo spread vola, ma le lezione è chiara, anzi lampante: in Italia, come negli Stati Uniti, è possibile dire cose false, non basate sui fatti e pescare dal mucchio un capro espiatorio per ogni problema, basta che la comunicazione funzioni, viva il web e loro sono i maestri. E a quel punto ma sì, probabilmente buona parte della popolazione ci crederà. E alla luce dei cambiamenti in atto cosa succederà? Riusciranno i muscolari “me frego” a tenere a bada gli sbandamenti economici, l’ostracismo europeo? Ma con questa scapestrata Triade al potere diventa anche difficile azzardare previsioni, tutto può diventare tutto e il contrario di tutto. Ogni giorni c’è un nuovo ostacolo, un terremoto, un nuovo ponte da ricostruire, con certi italiani che cominciano persino a pensare al malocchio. Le trionfalistiche dichiarazioni per ora reggono, continuano a indorare la pillola e prima che si scopra che l’oro presentato è artificiale e magari rischia di trasformarsi in piombo, ohimè ci vorrà tempo. Troppo? Speriamo che la pressione del povero ministro Tria regga ai continui attacchi alla sua professionalità e che l’ideale sangue versato in questa spettacolare corrida non finisca con rovesciarsi tutto sulla testa degli italiani.

Alan Friedman, giornalista statunitense che ha scelto di vivere in Italia, è stato giovanissimo collaboratore dell’amministrazione del presidente Jimmy Carter, corrispondente del «Financial Times», inviato dell’«International Herald Tribune», editorialista del «Wall Street Journal» e produttore e conduttore di numerosi programmi televisivi in Gran Bretagna, Stati Uniti e Italia, dove ha lavorato per Rai, Sky Tg24 e La7. Tra i suoi libri, Tutto in famiglia (1988), La madre di tutti gli affari (1993), Il bivio (1996). Nel 2014 Rizzoli ha pubblicato Ammazziamo il gattopardo, analisi della situazione economica, politica e sociale in Italia e sulle sue idee per superare questa crisi; mentre nel 2015 esce My way. Berlusconi si racconta a Friedman. Nel 2017 Newton Compton pubblica Questa non è l’America e nel 2018 Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi.

La Debicke e… Le straordinarie bilocazioni di Lily Bells

Valentina Ferri
Le straordinarie bilocazioni di Lily Bells
Iguana editrice, 2018

Un romanzo delicato e irreale, concepito con ironia anglosassone alla Bennet, pieno di immaginari viaggi nel passato, un cadavere scaraventato in un pozzo e un biplano a motore che dovrebbe prendere il volo verso la luna peggio dell’Orlando Furioso dell’Ariosto…
E, come si fa al circo, allora dirò: Signori e signore, fatevi avanti per assistere alla prima incredibile avventura di Miss Lily Bells. Un personaggio stravagante, un’irriducibile sognatrice, una insolita e anticonformista eroina, priva di pregiudizi che saprà farsi amare dai lettori.
Chi tra noi non ha mai incontrato, magari per strada nella propria zona, un personaggio folcloristico? Lily Bells, quarantenne, single, per chi la vede e la conosce rappresenta questo personaggio all’ennesima potenza, l’esempio più classico e variegato della categoria: perché lei è geniale, disinteressata, disinibita, vive in un palazzo tra i più antichi di Bath e percepisce l’universo attorno a sé attraverso i filtri della fantasia, rendendolo molto più interessante di quanto in realtà questo mondo non sia. I suoi vicini la giudicano fuori di testa, ma lei se ne infischia allegramente, è libera, si veste e si muove come le pare, mangia ciò che le piace (molti cioccolatini) e, quando è in giro, non rinuncia mai alla sua miracolosa e capacissima borsa di rafia. Passa le giornate parlando da sola o con i gatti, che nutre con dedizione, e cucinando deliziosi buns di zucchero per sé e per corvi e piccioni. E, quando è sola in casa, ama indossare guepière di latex al limite del sadomaso che la costringono ad acrobazie per entrare e uscire e forse possiede persino un frustino. Ma soprattutto adora spiare i suoi vicini, che hanno nomi bizzarri: come la farmacista, la premurosa signorina Cloe Panthy che sembra una pantera, Mrs Sarah Oinky con il suo didietro da maiale, Mrs Madeleine Hawk con il marito in carrozzina, corredata dal fratello Jude simile a un rapace, Little Raphael, ex nano in un circo portoghese che si occupa della spazzatura, e il volpino quanto il suo nome Mr. Fox, felice padrone di una spider. Poi, oltre a essere interessata al mondo e al suo prossimo, ama visceralmente l’arte e la pittura, soprattutto Velasquez e Bosch.
Dorme poco e si immerge spesso, di sera, nelle pagine della biografia di Maria de Agreda, una suora mistica del Seicento che pare fosse dotata del dono della bilocazione, cioè della capacità di trovarsi in due diversi luoghi contemporaneamente. E, influenzata da questa lettura, in una dimensione in cui realtà, finzione, sogno e veglia si intrecciano, mentre una Lily visita il museo e l’altra Lily organizza merende per bambini immaginari, può anche trovarsi catapultata nella Spagna di Filippo IV, tra i campesinos del Sud America, oppure, molto peggio, di finire rinchiusa in un sotterraneo e rischiare il rogo, come bruja (strega) dopo aver ballato un fandango in un’equivoca taverna madrilena. Lily però sa benissimo che non si tratta di sogni: i postumi al risveglio sono molto reali. Ma avrà davvero il potere di bilocazione nel tempo? Lei stessa se lo chiede finché, un giorno, qualcosa succede davvero. La sua smania di girovagare e spiare la porta a essere testimone di un efferato omicidio, mettendola in serio pericolo. Scoperta dagli assassini, viene imprigionata nelle umide e buie cantine di un antico palazzo ma, per sua fortuna, ha al braccio la borsa di rafia azzurra che non abbandona mai. E dovrà attingere a tutte le sue riserve di genialità, fantasia e innocenza per potersela cavare. Ci riuscirà?

I quadri preferiti di Lily Bells
Diego Velazquez, Il buffone Sebastian de Morra
Hieronymus Bosch, Estrazione della pietra della follia
Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie
Diego Velazquez, Autoritratto
Diego Velazquez, Il principe Baltesar Carlos in tenuta da caccia
Diego Velazquez, Los Borrachos de L’incoronazione di Bacco
Diego Velazquez, particolare di bicchiere d’acqua con fico da El aguador de Sevilla

Valentina Ferri vive tra Pavia e Milano, dove è nata. È attrice di teatro, giornalista e autrice di saggi e romanzi. Vicedirettrice del mensile Azienda Edicola, collabora con testate femminili, periodici musicali e pagine di cultura. È autrice del saggio La ineluttabile modalità dell’udibile. Allusioni e strategie musicali nell’Ulisse di James Joyce (Deainedi 2004), dei romanzi Il mare immobile (Galaad 2011), Avevo otto anni e c’era la guerra. Storia a quattro mani con cucina (Deainedi 2014) e Quando il leone si ciberà di paglia (Galaad 2014). Nel 2016 ha pubblicato i libri Pop Porno e Condividi! La Sharing Economy e il futuro con Hop edizioni. Nel 2017 per Edizioni San Paolo ha scritto Lorenzo Milani – Educare alla passione e il testo teatrale Urge la musica in ogni sillaba ispirato a Gabriele D’Annunzio (Deainedi). Nel 2018, sempre per le Edizioni San Paolo, ha pubblicato il volume Dalla leggenda alla realtà – la caccia alle streghe.

La Debicke e… Festa al Trullo

Chicca Maralfa
Festa al trullo
Les Flâneurs Edizioni, 2018

Festa al trullo è l’esordio letterario di Chicca Maralfa, una ‘black comedy’ ambientata in Puglia, tra i trulli e il Salento. Chiara Laera, la quarantina che avanza ma bella e famosissima influencer nel campo della moda, sta organizzando l’evento di punta dell’estate: una grande festa per il lancio internazionale di un nuovo brand, “ciceri&tria” voluto dallo stilista pugliese Vanni Loperfido, astro nascente della moda internazionale. La faccenda presenta anche lati non semplici e ostacoli che vanno superati. Il talentuoso creativo, infatti, è malvisto nella sua terra d’origine perché, emigrato da anni a Milano, si è dimenticato (forse vergognandosene?) delle sue origini e ai contoterzisti della zona ha preferito quelli del Nord. Il nuovo brand ciceri&tria, concepito per il suo marchio, è ispirato al nome di una gustosa ricetta pugliese, un piatto tipico della cucina salentina, pasta con i ceci guarnita di pasta fritta, e dovrà essere il tema alla serata che si svolgerà al C-Trullo, una splendida masseria di antiche e nobili tradizioni, comprata rinnovata e riadattata da Chiara Laera a locanda-albergo di lusso, in un armonico filare di trulli, con il valore aggiunto di una bella e folcloristica piscina. Insomma, avvalendosi della creatività di un famoso architetto milanese, supportato da un semifallito geometra locale che invece vorrebbe guardare lontano, è diventata l’ambientazione perfetta per un grande e iconografico palcoscenico mediatico. Il lancio del marchio di Vanni Loperfido avverrà dunque in diretta Instagram e Periscope con il mondo intero. E, per avere il massimo risalto mediatico, è stato allestito un set pseudofelliniano 2.0, con il valore aggiunto di poter disporre degli abitanti del posto disposti a interpretare se stessi: Elisabetta, la vecchia massara, scelta per rappresentare il clone della defunta nonna della padrona di casa, sarà all’opera davanti al suo banchetto come pulitrice di cicorielle; mest’ Luigi, rustico, brontolone ma cuore in mano, l’artigiano principe delle ceste, rappresenterà se stesso; Nicola, il casaro della masseria dell’Assunta, con i suoi baffoni e peli neri e la pelle scura, perfetto per il contrasto fotografico con il bianco del latte (dopo avergli fatto indossare i guanti di lattice e un bianco camice per motivi di igiene pubblica) starà incollato dietro il suo banco di lavoro a intrecciare mozzarelle. Usi e costumi che travalicano le vecchie abitudini, i sonnolenti ritmi da sempre rimasti inalterati ma già scossi dal minaccioso progredire del killer silenzioso che avanza sinistramente, infettando implacabile una distesa di meravigliosi ulivi secolari, il subdolo batterio Xylella. Non basta: c’è anche chi, in questa terra, non sopporta l’invasione dei portatori di nuovi costumi. Troppe novità che inquietano, piagano l’atmosfera, l’ambiente locale rumoreggia ambiguo. Qualcosa potrebbe infilarsi in quello che pareva un perfetto ingranaggio? E impedire che tutto fili liscio come doveva?
Una black comedy divertente, acuta e profondamente dissacrante, che fotografa senza falsi veli un’attualità fatta di niente e che rispecchia tante tendenze modaiole dei nostri giorni, trasportata in uno splendido territorio, la Puglia turistica e il Salento in particolare, che volente o nolente sempre più si sta trasformando in una sorta di set permanente – dai prodotti tipici alle architetture rurali troppo spesso riciclate a relais di lusso. Una coinvolgente e stravagante commedia nera, che si diverte a provocare un deflagrante corto circuito tra presente e passato.
Chicca Maralfa è nata e vive a Bari. Giornalista, è responsabile dell’ufficio stampa di Unioncamere Puglia. Appassionata di musica indipendente e rock d’autore, ha collaborato per la Gazzetta del Mezzogiorno, Ciao 2001 e Music, Antenna Sud e Rete 4. Nel 2018 con “L’amore non è un luogo comune” ha partecipato all’antologia di racconti “L’amore non si interpreta” (l’Erudita), contro la violenza psicologica sulle donne. Festa al trullo è il suo primo romanzo.

La Debicke e… La tirannia della farfalla

Frank Schätzing
La tirannia della farfalla
Editrice Nord, 2018

Tecnologia. Cosa succederebbe se in futuro le macchine fossero dotate di coscienza? Quali sarebbero i rischi per l’intera umanità? Questo è il quesito al quale prova a rispondere Frank Schätzing con il fantascientifico La tirannia della farfalla.
La catastrofe descritta da Schätzing è complessa e macchinosa e coinvolge, oltre al mondo animale, anche l’utopistico sogno della scienza moderna, il dominio dell’intelligenza artificiale.
Un incipit inquietante: un gruppo di miliziani dell’esercito regolare è in missione nel Sud Sudan. È iniziata la stagione delle piogge, con le improvvise cascate d’acqua che sembrano sciogliere il cielo. Le strade e i terreni sono impraticabili, ridotti a paludosi sentieri di fango. Ma è anche stagione di guerra, con il paese spaccato in due e i ribelli che ogni giorno si fanno strada, massacrando senza pietà. Oggi però non piove, la foresta tace e, con il favore della nebbia calata sulla foresta, l’unità al comando del maggiore Agok è pronta ad attaccare.
Fino a quando l’agghiacciante rumore di “qualcosa” che vola rompe il silenzio. Qualcosa che aggredisce i suoi uomini, li insegue, li sbrana. E anche per lui è la fine.
Sierra County (Sierra Nevada), California. Luther Opoku è il vice sceriffo di Sierra County, una zona desertica di miniere d’oro, un tempo affollata oggi semidisabitata e quasi senza storia, nelle montagne della California. Una stupenda oasi naturale, dove la massima espressione della criminalità è il microspaccio di stupefacenti e dove le forze dell’ordine, per lo più abbastanza frustrate per aver abbandonato altri futuri, devono far fronte a una cronica deficienza di personale.
Siamo appena a trecento miglia a ovest della Silicon Valley ma, in mezzo a questo nulla, alcuni visionari della super tecnologia sono in competizione per la creazione di un computer ultra-intelligente, che dovrebbe risolvere i principali problemi dell’umanità.
Quando una dottoressa, una biologa di vaglia, resta uccisa in un misterioso incidente nella foresta della Sierra County, Opoku (padre ghanese e madre bionda e americanissima) si trova il caso tra capo e collo. Il fuoristrada fermo sul ciglio della strada, le impronte di un uomo all’interno, il cadavere della donna rinvenuto in fondo al crepaccio, tutto sembra indicare che si tratti di omicidio piuttosto che di un incidente.
Il vice sceriffo scoprirà che la vittima lavorava poco lontano, nell’inquietante e inaccessibile proprietà della Nordvisk, una società della Silicon Valley che ha preso il nome dal suo fondatore Elmar Nordvisk, e finirà col realizzare che un angolo nascosto della sua contea si è trasformato da tempo nel rifugio segreto dell’immenso supercomputer pensante Ares (abbreviazione di “Artificial Research and Exploring System”), sviluppato dalla Nordvisk, una delle aziende tecnologiche più potenti del mondo. Una società che ormai da anni è leader di mercato in molte aree della robotica, quali big data, progetti che consentono il riconoscimento di espressioni facciali e vocali, traduttori istantanei, efficaci programmi di terapia medica, auto a guida autonoma… Negli intenti del suo creatore Ares, una specie di immenso bruco nutrito giorno dopo giorno da una sconfinata massa di informazioni, è destinato a trasformarsi da bruco a farfalla, raggiungendo lo stadio di super intelligenza in grado di risolvere tutti i problemi dell’umanità.
Ma sarà possibile? E, se possibile, Ares sarà poi controllabile da chi l’ha creato?
Come se non bastasse Luther Opoku trova nascosta, tra i sedili della macchina usata dalla vittima, una chiavetta USB, da cui riesce a vedere alcune riprese incriminanti. Un enorme hangar, un ponte strano e inquietante… Il suo istinto di detective – Opoku ha lavorato per anni alla narcotici di Sacramento, gli suggerisce di andare a scavare proprio là, nel cuore pulsante di Ares, alla Nordvisk. Lo farà, si scontrerà con il capo della sicurezza e sarà costretto ad accettare ciò che pare una follia: là dentro niente è come pare, neppure lo spazio e il tempo.
Ma la strada per arrivare alla verità e sconfiggere il male lo costringerà a fare i conti con se stesso e la propria realtà e ad affrontare una lunga e angosciante sfida mortale.

Frank Schätzing delinea lo scenario di una tecnologia radicalmente futuristica destinata a cambiare le vite di tutti. Una tecnologia affidata all’intelligenza artificiale con potenziale straordinario e aspirazione a migliorare il mondo. O a distruggerlo?
La brevità non è certo il marchio di fabbrica di Schätzing: di solito lui viaggia sulle 1000 pagine, tanto che le quasi 700 di La tirannia della farfalla ne fanno un romanzo snello, si potrebbe quasi azzardare breve. Tuttavia l’impostazione narrativa non cambia. Dopo un lungo ma agevole inizio di ben centocinquanta pagine, il romanzo devia imboccando diverse direzioni: dal commercio di armi biologiche agli ideali piani di conquista del mondo di Nordvisk, dalle puntate in universi paralleli alla ricerca dell’immortalità, spaziando in sogni quantistici sull’inconscio, l’identità e la perdita di identità. Per scrivere La tirannia della farfalla Schätzing ha tratto spunto da film e libri di Michael Crichton, Neal Stephenson e Daniel Suarez, vedi mostro scarnificatore, insetti volanti carnivori. ecc. Poi, per contrastare in qualche modo l’utopistica ideologia del suo tecno-filantropo Elmar Nordvisk, ispirato dal fondatore di PayPal Peter Thiel, si rifà al Cerchio di Dave Eggers, alle ragioni di critica dell’intelligenza artificiale di Jaron Lanier e ai guru pentiti della Silicon Valley che combattono il mondo scaturito dalla tecnologia. Ma riuscirà una buona tecnologia a ostacolare e sconfiggere la cattiva, cioè quella ormai diventata incontrollabile?

Frank Schätzing è nato nel 1957 a Colonia, dove vive tuttora. Dopo aver studiato scienze delle comunicazioni, ha fondato la prestigiosa agenzia pubblicitaria Intevi e, in seguito, l’etichetta discografica Sounds Fiction.Si è imposto all’attenzione del pubblico con Il quinto giorno (Nord, 2005), un romanzo che ha ridefinito i confini del genere avventuroso ed è stato salutato da un enorme successo in tutto il mondo. Ma la sua personalità eclettica, unita a un’abilità narrativa fuori dal comune gli ha permesso di ottenere eccezionali consensi anche con Il diavolo nella cattedrale (Nord, 2006; vincitore del Premio Bancarella 2007), un appassionante giallo storico, con Il mondo d’acqua (Nord, 2007), in cui ha tracciato, con passione, ironia e competenza scientifica, la storia dell’evoluzione della vita sulla Terra, e con Silenzio assoluto (Nord, 2008), un thriller politico dai risvolti sorprendenti. È uno degli autori più letti in Europa.

La Debicke e… Una sconosciuta

Lucia Tilde Ingrosso
Una sconosciuta
Baldini + Castoldi, 2018

L’immagine della cover parla. Richiama lo spaventoso incidente dell’incipit, ma va anche oltre, mostrando lo sguardo inquieto e incerto di Carmen, la protagonista, che si riflette nello specchietto retrovisore. Una protagonista che dovrà andare alla ricerca del suo passato e di ciò che è accaduto.
Carmen è una bella donna che, come tante, vive e lavora in una cittadina toscana di provincia. La quarantina compiuta. Insegna in un liceo come professoressa di lingue, ha un marito, Gianluca, che fa con successo l’idraulico, e due figli, Matteo bello e solare di otto anni e Letizia, una scontrosa adolescente di quindici. Una sera, mentre è alla guida della sua macchina per recarsi a un corso di danza, succede l’imprevisto. La sua auto, una Y rossa di tredici anni ma appena revisionata, non risponde ai freni, affronta una curva molto stretta ad altissima velocità, sfonda il guardrail, vola nella scarpata e Carmen finisce all’ospedale in coma, mentre Nader Hassan, il ventiquattrenne egiziano seduto al suo fianco, muore nell’incidente. Strano che fosse in macchina con lei. Suo marito Gianluca non l’aveva mai visto, è sicuro che non si conoscessero. Non risultano legami di lavoro tra loro. Ma allora, perché era con lei? Gli aveva dato un passaggio?
Dodici giorni dopo, Carmen si risveglia. Ma chi è quella donna sdraiata in un letto di ospedale che la guarda dallo specchio? Una perfetta sconosciuta, o almeno le pare, perché lei non ha più un passato. Non riconosce né il marito, né i figli. Tutti i suoi ricordi belli, brutti, buoni o cattivi sembrano essere stati annientati dall’impatto mortale. Ora Carmen è una donna confusa che riparte da zero, da un lungo dormiveglia dal quale è finalmente uscita, quasi una rinascita nel reparto rianimazione, cullata da un brusio di voci, con l’angoscioso flash di volti solo sconosciuti che si chinano su di lei, la guardano e la chiamano signora. Ma signora chi? Chi è lei ? Non ricorda più nulla. Non sa chi è, cosa sia accaduto, da dove sia venuta, sa solo di essere spaventata e immersa in una specie di angoscioso vuoto fino a quando un gentile medico le fa capire che il trauma subito nell’incidente ha provocato il vuoto nella sua testa. Insomma ha smarrito il suo passato, è affetta da amnesia. E l’unico modo per riappropriarsi della sua vita è cominciare una terapia cognitiva. Qualcosa, le spiegano, ha provocato un blocco mnemonico, molto difficile da rimuovere. Ma non deve disperare, forse con il tempo ricorderà tutto.
Quando, passo dopo passo, il suo passato comincia a farsi spazio portando con sé i primi dubbi tormentosi e traumatizzanti, Carmen è costretta a rendersi conto che forse non era una moglie e una madre modello. Però, a questo punto, non può e non deve fermarsi, deve riappropriarsi del suo io, purchessia. Ma sarà solo l’incontro con Laura Basanieri, l’amica di sempre, ad aprirle gli occhi e a spianare la strada ai ricordi che le consentono di riappropriarsi del lato più oscuro del suo vissuto, un vissuto che le pare inspiegabile, che la spaventa benché certi indizi, pulsioni che riconosce in se stessa diventano precisi sintomi che parlano di verità.
Ma un incidente stradale in cui c’è scappato il morto richiede sempre un’indagine approfondita prima di poter essere classificato come un semplice incidente. A occuparsi del caso sarà il maresciallo dei Carabinieri Vanni Campisi. Secondo lui qualcosa non quadra. Tanto per cominciare nessun segno di frenata sull’asfalto, strano. Un malore? Possibile, certo. Poi Campisi guarda quella donna negli occhi e la riconosce. Ma è proprio questo a spingerlo ad approfondire il caso o invece è colpa dell’ attrazione che prova di nuovo per lei, Carmen, incontrata solo una sera di tanti anni prima ma mai veramente dimenticata? Sembrava un caso da poter chiudere in fretta, però la realtà è diversa. I dubbi del maresciallo Campisi trovano dei riscontri. E mentre Carmen continua a ricostruire faticosamente i suoi ricordi, incomincia anche a frugare nel suo passato in cui si cela la ragione che ha spinto qualcuno a cercare di ucciderla. Chi è? Perché vuole vederla morta? Lei forse inconsciamente lo sa, ma i suoi ricordi ancora confusi, annebbiati, non le permettono di denunciarlo. E allora è ancora in pericolo…
Pulsioni incontrollabili provocate da un’inconscia rivalsa per rancori del passato, mai risolti o sopiti, affollano questo nuovo giallo che Lucia Tilde Ingrosso regge e guida su binari credibili, sfruttando la sua abilità ormai collaudata nel tempo, avvalendosi un bel ritmo narrativo e offrendoci una conclusiva e ben calcolata zampata da leone.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2018

Ha senso scrivere qualcosa sui gialletti?
Mi stavo chiedendo che senso ha scrivere qualcosa sui gialletti quando tutto intorno c’è un grande fermento, una grande confusione. La flat tax, la Fornero, il reddito di cittadinanza, la manina invisibile, lo spread che sale, il ponte che crolla, le scuole che crollano, il problema degli immigrati, i furbetti del cartellino, i furbetti delle tasse che non pagano le tasse, le mazzette, i falsi invalidi, le false lauree, gli annunci strepitosi, la realtà disarmante, i sorrisetti di superiorità nei talk show televisivi… Forse dovrei fare qualcosa. Non so, partecipare alle discussioni, dire la mia, messaggiare su facebook, postare foto su instagram. Infilarmi, in qualche modo, nel marasma micidiale del web, tra fake news, urla, insulti, minacce, botte da orbi, pedate nel culo, ginocchiate nelle palle e accidenti vari.
Uhm…Meglio scrivere qualcosa sui gialletti. Parto da…

La signora Hudson e la maledizione degli spiriti di Martin Davies, Mondadori 2018.
“Fu Sgraggs, il garzone del fruttivendolo, che mosso a compassione dalle condizioni disagiate e dallo stato mentale in cui versavo mi presentò la persona che avrebbe trasformato la mia vita.” Chi narra la storia è Flotsam (Flottie), una ragazzina orfana di dodici anni che è riuscita a fuggire dalle angherie di Fogarty, il maggiordomo della casa dei Fitgerald. Ora, per opera di Sgraggs, farà la conoscenza della corpulenta e decisa signora Hudson che diventerà, in seguito, governante del duo Holmes-Watson portandosi dietro, come aiutante, la piccola ragazza.
Andiamo al sodo. Uno strano messaggio, scritto con inchiostro scarlatto e accompagnato da un sottile pugnale d’argento, è arrivato nella casa dei nostri. Seguito da uno strano cliente con una sua storia altrettanto particolare. Ovvero il commerciante Nathaniel Moran che si trova “afflitto dalla più antiscientifica e superstiziosa delle preoccupazioni.”
Ha fatto fortuna a Sumatra con la Compagnia commerciale che operava a Port Mary. Solo che la sua presenza, insieme a quella del servitore Penge e dei soci Neale e Carruthers, ha offeso, secondo il sommo sacerdote che gli ha fatto visita, gli spiriti maligni dell’isola. Prima o poi moriranno per opera del suo coltello guidato dalla mano di uno spirito. Già Penge è stato ritrovato ucciso con le orbite vuote e, mentre lui era in preda alla febbre, i due soci sono ritornati a Londra. Chiede aiuto per capire questi fatti avvolti da malefici e tenebrose leggende.
Il dado è tratto. Al lavoro Watson e Holmes con le sue impareggiabili deduzioni che lasciano a bocca aperta. Criticate, però, in parte, dalla signora Hudson che qui rivestirà un ruolo importante con le “sue” deduzioni, specialmente su ciò che attiene al “suo” regno, ovvero quello della cucina. Rivolgendosi al famoso duo “Come governante di professione, posso solo restare seduta a meravigliarmi della vostra ricerca sistematica di prove scientifiche. Ma, quanto alle faccende domestiche, ho accumulato anni di esperienza: perciò non deve stupirvi che, in cucina, io riesca a vedere cose precluse alla vostra attenzione di visitatori.” Per esempio sul forno e su un soufflé al formaggio piuttosto sospetti…
Un plot complesso di superstizione, mistero, razionalità e irrazionalità ben amalgamato e ambientato in una Londra vittoriana dalla spessa nebbia e dalle evidenti disuguaglianze sociali dove i più deboli subiscono mostruose angherie. Deduzioni, già detto, dubbi, domande su domande (perché Fogarty è interessato al racconto di Moran? Questo Moran è del tutto credibile?…), ma anche azione, movimento, travestimenti, corse notturne in carrozza, colpi a sorpresa, momenti di paura e pericolo, morti uccisi che sembrano avvalorare la maledizione del sommo sacerdote per lo spuntare di serpenti velenosi e ratti giganti.
Al centro, questa volta, la signora Hudson (ma anche Flottie si dà da fare) che, come scrive il nostro Luigi Pachì nel suo “Focus sulla governante di Baker Street”, “… è in ogni caso il fiore all’occhiello dell’opera, un personaggio di landlady che, grazie ai suoi anni di esperienza in famiglia, sa interpretare al meglio il comportamento umano e che per certi versi potrebbe ricordare perfino la Jane Marple di Agatha Christie.” Uno, fra i vari buoni motivi, per leggere il libro.

La sfinge dormiente di John Dickson Carr, Mondadori 2018.
Il nostro Gideon Fell arriva con la sua incredibile stazza a pagina novantotto “Scese con aria maestosa appoggiandosi a due bastoni, il corpo enorme avvolto in un mantello. In una mano, oltre al bastone, stringeva anche un cappello nero a larghe tese…” Aggiungo, per sintetizzare: un ciuffo ribelle di capelli grigi, un faccione rosso con tre menti, un naso piccolissimo, due baffoni da bandito e un paio di occhiali con un nastro nero alle estremità. Se poi si passa alla risata allora aspettatevi una specie di ruggito o boato da terremoto. La sua è una visita ufficiale per conto del sovrintendente Madden della polizia del Wiltshire in relazione alla morte della signora Marsh.
Ma andiamo per ordine. Siamo in Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale. Qui ritorna, dopo sette anni di lontananza, il giovane, ex membro dell’Intelligence, Donald Holden (ha catturato un pericoloso criminale nazista). E ora scopre di essere ritenuto morto… Panico e angoscia.
Divenuto ricco grazie ad una eredità, è alla ricerca di Celia Devereux, la giovane donna di cui era ed è ancora innamorato corrisposto, la quale si trova in preda, però, ad un vero e proprio incubo. Alcuni mesi prima sua sorella Margot è stata trovata morta per una emorragia cerebrale, ma Celia non crede a questo impossibile evento per una donna in piena salute. È sicura, invece, che sia stata avvelenata dal marito Thorley Marsh, vecchio amico di Donald, uomo violento tanto da picchiarla e tradirla con la giovanissima Doris Locke. Ma nessuno le crede e tutti la ritengono pazza. Ad eccezione di Holden.
Ed ecco allora, sollecitato da lei stessa, l’arrivo del nostro inimitabile dottor Fell (modellato sulle sembianze di Chesterton, ammiratissimo dall’autore) che incomincia la sua strabiliante indagine dentro un’atmosfera di paura, di panico, di fatti inspiegabili che pongono una serie di angosciose domande: Celia è veramente pazza?; come si spiega lo spostamento delle pesantissime bare nella tomba sigillata della famiglia Devereux?; come ha fatto a trovarsi lì anche una boccetta di veleno?; ci sono dei fantasmi che girano in quei luoghi?; Margot aveva pure lei un amante?; cosa centra un anello d’oro con il sigillo di una sfinge dormiente?…
Intanto Celia viene accusata dell’omicidio della sorella e, dunque, un caso intricato, intricatissimo, intriso di sovrannaturale, dove è difficile stabilire uno spartiacque sicuro tra menzogna e verità. Questo fa impazzire il giovane Holden tutto teso alla ricerca della soluzione, mentre il nostro Fell sembra già averla in tasca, rendendolo ancora più agitato.
E noi lettori siamo lì, a bocca spalancata, pronti ad ascoltare le incredibili deduzioni, talora paradossali del mastodontico criminologo che scioglierà i complessi enigmi ad uno ad uno. Ogni tanto, grugnendo e tuonando “Arconti di Atene!”

Rosso Barocco di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2018.
Roma. Estate e caldo boia. “MI SALÍ ADDOSSO L’IMPAZIENZA”, parole nere sul bianco della cripta di San Carlino alle Quattro Fontane, capolavoro di Francesco Borromini, architetto barocco “rivale” di Bernini. Praticamente le sue ultime parole prima del suicidio. Poi l’omicidio di una donna sgozzata da tergo come sant’Agnese in piazza Navona.
Ecco pronto un bel po’ di lavoro per il mastodontico e brusco ispettore Ceratti, l’agente scelto Antonio Cammarata, il libraio Ettore Misericordia, detective dilettante, e il suo fido assistente Fango che narra la storia. Intanto l’uccisa è Silvia Poppi, venticinque anni, residente a Firenze e studentessa fuori sede alla facoltà di Architettura a Roma. Occorre trovare qualcuno che la conosca, ovvero l’amica Francesca Conti dalla quale si apprende che stava finendo la sua tesi di laurea su Borromini.
Borromini e Bernini. Ancora una volta i due geni del Barocco che si incontrano… E c’è un altro personaggio che conosceva Silvia, l’anziano architetto Evaristo Naldi con il quale conviveva (solo per amicizia), preso da una passione smodata per Gian Lorenzo Bernini. Allora tutto ruota, tutto deve ruotare attorno ai due nomi!
Al centro della scena Misericordia con le sue donne, i suoi libri, le sue sigarettine, il suo nasone, il suo basettone, sprofondato nella poltrona Ettorina insieme a Fango che annota tutto, (praticamente i nuovi Sherlock e Watson) e si dà pure da fare (suo il travestimento come turista e l’impatto con un altro morto ammazzato). Simpatiche battute fra i due e Fango che rimane come ipnotizzato dall’amico “Non riesco ancora a capacitarmi perché ogni volta che il Capo mi coinvolge in qualche assurda missione io accetti di seguirlo senza alcuna riserva.”. Ma una domanda sorge spontanea “La scritta nella cripta e gli omicidi sono collegati fra di loro?”.
Il libro, oltre che il classico giallo, è una immersione culturale nella storia passata e un viaggio nella Roma presente, resa bella e immortale anche dalle opere dei due personaggi seicenteschi analizzati nei minimi particolari (praticamente una breve storia dell’arte). Andando avanti con le indagini arrivano diverse novità: il ragazzo innamorato di Silvia, il nobile decaduto fissato che sotto la libreria di Misericordia ci sia una misteriosa cripta con laboratorio alchemico, la giornalista Cecilia, bella e sexy, amica del detective e appassionata di cronaca nera, la Confraternita dei Berniniani, quattro importanti pergamene, dei numeri che non tornano, un barbone che ha visto qualcosa, un medaglione particolare…mentre scorrono lampi dei flash dei turisti giapponesi e numeri di clown per le strade della Città Eterna.
Spiegazione finale di Misericordia che ricollega tutti i tasselli della vicenda svolta con una scrittura veloce, spigliata, ironica e una serie interminabile di punti esclamativi che un po’ enfatizzano (vedi anche Nero Caravaggio). Il classico gialletto gradevole e simpatico senza troppe pretese e ben allineato al prezzo.

Assassinio all’Étoile du Nord e altri racconti di Georges Simenon, Adelphi 2013.
“Nel 1933 Simenon compie trent’anni e decide che è venuto il momento di diventare un vero scrittore. Per far questo, opera due rotture significative: con il personaggio che gli ha dato la fama e con l’editore Fayard che lo ha pubblicato. In giugno termina “Maigret”, il romanzo in cui manda in pensione il commissario. In ottobre firma un contratto con Gaston Gallimard, patron della più prestigiosa casa editrice francese. Ciò nonostante, da Maigret non riesce a staccarsi, e in fondo anche al suo nuovo editore non dispiacerebbe vederlo “resuscitare”, sebbene entrambi sappiano che un ritorno del commissario rischierebbe di interferire con la nuova carriera dello scrittore. Il quale, però, troverà un compromesso soddisfacente, che consisterà nel limitarsi a scrivere dei racconti destinati ad apparire solo su riviste.”
Assassinio all’Étoile du Nord
“Con la cornetta all’orecchio, il commissario non smetteva di osservare quella creatura enigmatica che gli teneva testa con l’inaudita energia di cui solo certe donne sono capaci, e che mentiva come solo le ragazze sanno mentire.” Una lotta aperta tra Maigret (mancano due giorni alla pensione) e Céline, ragazza giovane coinvolta in un omicidio all’Étoile du Nord che si professa prostituta. Ma qualcosa non quadra e questo sarà “forse l’interrogatorio più frustrante” di tutta la sua carriera.
Tempesta sulla Manica
Maigret, ora in pensione, è in vacanza a Dieppe con la moglie in un alberghetto modesto ma non manca, per abitudine, di tenere la sua posa preferita al Quai des Orfèvres: “pipa fra i denti, spalle al fuoco, mani incrociate dietro la schiena”. Tutto tranquillo. Sta leggendo un articolo sulla vita delle talpe e dei topi di campagna (sorriso), quando arriva il commissario di polizia della zona “Lavorava qui una certa Jeanne Fénard?”… “È stata uccisa con un colpo di rivoltella in rue de la Digue…”. Sospettati gli abitanti della pensione. Volente o nolente Maigret dovrà intervenire. Anche con qualche bicchiere di grog in corpo che gli fa compiere delle azioni di una certa, involontaria comicità…
La signorina Berthe e il suo amante
Una lettera con la quale si chiede aiuto a Maigret. Ha bisogno di lui la signorina Berthe, amante di un certo Albert e convinta che sia invischiato in un colpo durante il quale è stato ucciso un agente della polizia. Anzi, è proprio lui l’assassino, non l’ha mai amata e mira solo ai suoi soldi. Ha paura, anche, che le faccia del male. Maigret accetta, ma sarà vero tutto quello che dice?…
Il notaio di Châteauneuf
“Con la pipa tra i denti e un vecchio cappello di paglia in testa, Maigret trafficava beato in un angolo dell’orto…”. Per poco, che arriva il notaio Motte di Châteauneuf a rompergli le uova nel paniere. E’ un collezionista di bassorilievi e sculture in avorio di notevole valore che spariscono due o tre volte la settimana. Ha bisogno del suo aiuto per scoprire il ladro. In casa tre figlie di cui una innamorata di un pittore spiantato: Emilienne, Armande e Clotilde. Una nuova avventura, anche se la moglie del Nostro scuote la testa…
Al centro dei racconti, come protagonista incorporeo-corporeo, l’Amore nei suoi molteplici risvolti (notare la massiccia presenza femminile) motore delle intricate situazioni e, protagonista bene in carne, il nostro Maigret, ormai tranquillo pensionato in felice rapporto casalingo con la moglie silenziosa e sferruzzante. Tranquillo fino ad un certo punto che l’assassinio è pronto a strapparlo dalla routine quotidiana. Sembra scocciato, ma in fin dei conti si diverte e non si lascia sfuggire i piccoli piaceri della vita, come un boccale portato “alle labbra con un’espressione così ghiotta che avrebbe potuto fare la pubblicità di una marca di birra.”
Inutile ripetere cose già dette e ridette su Simenon. Scrittura pulita, nitida, essenziale, ironica (in certi casi perfino pronta alla parodia), capace di creare una certa atmosfera con sprazzi di vita cittadina, di gente normale che “si accontenta di piccole gioie”, e di far rivivere i personaggi come se fossero tra noi. Non c’è bisogno di tante parole, non c’è bisogno di tanto movimento. Basta un piccolo tocco, basta un particolare e tutto è pronto per la messa in scena come davanti ad un teatro, nell’attesa che si alzi il sipario.
Avanti gli attori!

Un giretto tra i miei libri

Le fatiche di Hercule di Agatha Christie, Mondadori 2012.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Poirot. Siamo nella sua casa tutta squadrata, dalla stanza stessa in cui si trova alle poltrone, ai mobili, alle sculture di cubi, ad una composizione geometrica con filo di rame. Tutto preciso, tutto razionale. Non pende un capello. Davanti a lui il dottor Burton, professore all’Al Souls, “grassoccio e trasandato”. Bonario. E curioso. Soprattutto del suo nome. Hercule, perché? Tanto più che Poirot non assomiglia un fico secco all’eroe mitologico. Piccolo e lindo, testa d’uovo, giacca nera, farfallino elegante, baffi folti, scarpe di vernice. Diciamo pure tutto l’opposto e certo l’amico non ha letto i classici se non sa capacitarsi di questa disuguaglianza. Vero. Lacuna che il Nostro colmerà subito dopo l’uscita di scena del dottore. Prima di andare in pensione e darsi alla coltivazione delle zucche accetterà dodici casi con particolare riferimento alle dodici fatiche di Ercole (nel frattempo si è documentato con l’aiuto della segretaria Lemon).
Tra l’altro, secondo lui, esiste un punto di contatto con l’immarcescibile eroe “sia l’uno che l’altro, indubbiamente, erano stati lo strumento necessario a liberare il mondo da certi flagelli…”. Sottinteso che i suoi sono più importanti.
Non c’è bisogno di farla tanto lunga quando c’è di mezzo Hercule Poirot. Come si diceva una volta per una pubblicità, basta la parola. L’effetto è diverso (si spera) e per il recensore una manna dal cielo.
P.S.
D’accordo, vi elenco almeno le dodici fatiche che un ripassino mitologico fa sempre bene.
1) Il leone nemeo
2) L’idra di Lerna
3) La cerva dalle corna d’oro
4) Il cinghiale di Erimanto
5) Le stalle di Augia
6) Gli uccelli stinfali
7) Il toro cretese
8) Le cavalle di Diomede
9) La cintura di Ippolita
10) Il gregge di Gerione
11) I pomi delle Esperidi
12) La cattura di Cerbero.

Le immagini rubate di Manuela Costantini, Mondadori 2014.
“Una donna è stata uccisa. Ma non uccisa e basta: dopo averle trapassato il cuore con una lama lunga e sottile, l’assassino le ha preso lo scalpo, lasciando solo una ciocca a testimoniare la sua macabra impresa. Quando viene disposto il fermo di un fotografo, le cui impronte sono sul luogo del delitto, agli inquirenti sembra di poter inchiodare il colpevole”.
Non per l’avvocato Filippo Dolci il cui cognome svela la sua passione per la cioccolata, i bomboloni alla crema, i gelati e di fronte ad una pasticceria si sente “come Hansel e Gretel davanti alla casetta di marzapane”. Sposato felicemente con Lavinia (quasi una novità), amico del commissario Pietro Ciccone, alto, determinato, in relazione d’amore con Federica dopo una serie di incontri sfortunati. Altri personaggi tipici di ogni romanzo poliziesco: il procuratore Giampiero Galiffa, secco come un chiodo, l’ispettore Saverio Tudini “dalla faccia senza espressione” che “riesce a capire le persone con una sola occhiata” e l’ispettore Caterina Barnabè che “cerca, studia, segna e alla fine tira le somme e quasi sempre il risultato è giusto” (coppia perfetta).
Aggiungo l’incontro tra Filippo e Agnese Cerelli insieme ai tempi del liceo (vuole separarsi dal marito) e quello con la sorella Irene che pretende un risarcimento per un incidente stradale. Sospettati il parrucchiere Domenico Potalivo, ultimo a vedere in vita l’uccisa, e il fotografo Fausto Minardi le cui impronte sono state trovate vicino al corpo della vittima (incriminato, come già detto). Intanto a casa Dolci spariscono camicie, arrivano altri due morti ammazzati con le stesse modalità e l’indagine si fa più complessa, anche se per la polizia il caso sembra chiuso.
Insieme all’indagine, alle domande e alle elucubrazioni di rito infiorettate da dubbi e ripensamenti, il lavoro quotidiano dell’avvocato (deve difendere un ladro di pane e olio), la storia dei personaggi (tra cui quella di Corrado Scarsella omosessuale, amico di Filippo, sempre ai tempi del liceo), un po’ di filosofia sulla felicità, la televisione che incombe, la forza e la disperazione dell’amore, altri spunti sul Nostro a cui viene voglia di piangere quando piove per un ricordo doloroso da bambino e non può indossare il cappello (una specie di feticcio), la “Chioma di Berenice” di Catullo a stuzzicare la curiosità del lettore. In corsivo il pensiero dell’assassino, in prima persona quello di Filippo Dolci, in terza tutto il resto con una scrittura che si fa leggera e penetrante. Un buon inizio per Manuela Costantini.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Secondo Luca CroviL’ombra del campione, Rizzoli 2018, deve la vita a una specie di scommessa fatta con Franco Forte che volle farlo partecipare alla sua antologia calcistica  Giallo di rigore… Fu allora infatti che scoprì, stando alle date, la possibilità di un incontro e, magari perché no, un amichevole rapporto tra il grande immenso centrocampo interista Giuseppe Peppino Meazza (detto anche Balilla), e il commissario De Vincenzi, (un vero Maigret all’italiana), l’indimenticabile eroe dei romanzi di Augusto De Angelis. E da bravo ladro di storie (a detta dei suoi figli) o meglio acuto spigolatore, Luca Crovi non delude le attese dei lettori (mai avrebbe potuto) e di là riparte. Rispolvera come protagonista della sua fiction un giovane De Vincenzi, rendendo omaggio a De Angelis, al grande e purtroppo misconosciuto autore (il fascio imperava tarpando le ali) che aveva saputo creare nostrane atmosfere giallo, poliziesco, noir degli anni Trenta e, per regalarci il suo primo giallo-thriller-noir, si tuffa di testa in una gustosa storia milanese, molto intrigante e dal sapore squisitamente retrò… Con una raffinata commedia gialla, Luca Crovi, scippando alla grande quanto gli serviva, festeggia e commemora sia l’uomo icona del calcio sport, incensato dagli italiani, che l’intrigante e indubbio fascino di una Milano alla fine anni Venti, avviluppata dalla “scighera”.

Una morte perfetta di Angela Marsons, Newton Compton 2018.
Quarto romanzo della serie di Angela Marsons con la brusca detective Kim Stone come protagonista; un bel personaggio, con una difficile infanzia e giovinezza alla spalle, duro se necessario e spietato perfino con se stesso – unica recente debolezza l’accettazione di Barnie, un border collie rimasto senza padrone – ma che crede fino in fondo nel suo lavoro e vorrebbe poter offrire giustizia a tutti. E tutti e quattro i romanzi, benché ciascuno racconti una storia finita, fanno comunque parte di una concezione seriale tanto che, sia per un approfondimento sui vari interpreti quali lei, Kim la protagonista e il resto del team, Bryant, Stacy e Kev, sia per una migliore comprensione delle loro scelte di vita, suggerirei senz’altro di andare a leggere anche i precedenti.
Ma ora torniamo a Una morte perfetta. Nonostante la rapida e felice soluzione di un caso a lei affidato e la serie di nuove indagini da svolgere, racchiusa nella massa di carte impilate sulle scrivanie,  Kim Stone e la sua squadra ricevono l’ordine di recarsi a Westerly, nella Black Country, in quella che è chiamata la Body Farm, segretissimo centro di ricerca e laboratorio dove si studiano le reazioni chimiche sui corpi in decomposizione, che sono stati lasciati in eredità alla ricerca medica. In realtà, una ributtante struttura nata per far progredire la scienza forense, situata in un terreno isolato e cintato a più di 2 km da ogni edificio nelle vicinanze, insomma non proprio un posto piacevole o adatto a deboli di stomaco. E proprio là, mentre la detective Stone e la sua squadra stanno compiendo la loro visita di aggiornamento e studio, scopriranno, poco fuori dal recinto, il corpo ancora caldo di una giovane donna, barbaramente uccisa con il volto straziato a colpi di pietra e soffocata dalla terra infilata di forza in bocca…
Una storia che sguazza nella psicologia e, scavando senza pudori nell’inconscio, sviscera e approfondisce i rapporti di lavoro e le relazioni interpersonali di Kim Stone. Anaffettiva, caustica, sempre diffidente, ma forse tiene alla sua squadra più che a se stessa. Nessun vero legame, a parte Barney, il cane adottato. L’idea di una possibile relazione con un collega, un consulente conosciuto in un precedente caso, per ora  non pare destinata ad andare in porto (mai dire mai, pensa il lettore, e forse anche l’autrice). La  serenità non sta di casa nei romanzi della Marsons, le persone “normali” si possono contare sulle dita della mano, ma si impara che esistono professioni astruse quali Archeologo forense e Osteoarcheologo, che nella realtà possono aiutare e risolvere alcuni  complessi  e contorti casi criminali.

Genesi di A.G. Riddle, Newton Compton 2018.
Dal geniale autore di Epidemia mortale e Atlantis Saga, uno scrittore da 3 milioni di copie e tradotto in ben 22 lingue, arriva in Italia un nuovo romanzo per gli amanti del genere Science Fiction, in un indovinato cocktail che riesce shakerare thriller, avventura e psicologia. Infatti Riddle, da scrittore abile e disincantato, per costruire le sue storie sonda le angosce e le paure umane, e diventa quell’abile affabulatore che avvincendo i suoi lettori riesce quasi a convincerli della possibile realtà delle storie che sta narrando. E non si parla di noccioline, no! Perché sono storie complesse che si avvalgono subdolamente di termini altamente scientifici per mischiare a suo piacere verità e fantasia, fondendo la ricerca con la narrativa…
Un thriller ben concepito che incolla il lettore alle pagine, come l’hanno definito oltreoceano i critici più smaliziati del settore. Vero! Perché nonostante affronti spesso temi astrusi e magari ostici ai più, risulta lo stesso comprensibile, ben costruito e congegnato come un orologio svizzero. In più ha l’innegabile pregio di essere ricco di azione senza tregua, con una trama affascinante in cui alla fine tutti gli ingranaggi come in un puzzle universale si incastrano alla perfezione

Le letture di Jonathan
Cari ragazzi,
questa volta tocca a Il Tempio del Rubino di Fuoco di Geronimo Stilton, Piemme 2017.
Amici, ecco un’altra avventura di Geronimo Stilton! Questa volta andremo nel Rio delle Amazzoni, in Brasile. Tra ragni pelosi, piranha aggressivi e piante carnivore, Geronimo e i suoi amici, accompagnati dalla figlia del capo tribù, devono andare a difendere il Tempio del Rubino di Fuoco dai topi cattivi che distruggono la foresta per rubarlo. Il loro capo è basso e grasso, il suo aiutante è magro e intelligente.
Questo è un racconto di avventura, ricco di pericoli e movimento, ma anche un racconto educativo che ci insegna a difendere e salvaguardare la natura.
Alla prossima!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti