La Debicke e… Il delitto ha le gambe corte

Christian Frascella
Il delitto ha le gambe corte
Einaudi, 2019

Con Il delitto ha le gambe corte, ambientato nella Torino più oscura, dove cresce rigoglioso il microcosmo governato dalla criminalità, Christian Frascella riporta in scena Contrera, il suo sfigato protagonista completamente fuori dalle righe.
Ma partiamo dal principio. Intanto Il delitto ha le gambe corte è il secondo romanzo di Christian Frascella, che si è inventato un incasinato protagonista: un ex poliziotto, riciclato in detective privato, che “una ne fa e una ne aspetta”. E, sempre a beneficio dei neo-lettori, che lavora in Barriera di Milano (sì, esiste un quartiere di Torino che si chiama “Barriera d Milan”, o anche solo “Barriera”), un avamposto aperto verso il resto del mondo. Da anni l’ex solido quartiere operaio si è trasformato in una babele multietnica, anche se la zona è in via di riqualificazione. È proprio qui, in una lavanderia a gettoni gestita da Mohamed, un magrebino che Allah comanda, che Contrera ha installato il suo ufficetto e riceve i clienti. Per tirare a campare si arrangia con quanto guadagna con pedinamenti di mariti infedeli o smascherando piccoli truffatori. Accanto a un tavolino e a una sedia di plastica ha piazzato anche un piccolo frigo pieno di birre Corona, a suo uso e consumo perché i musulmani non bevono alcol. Contrera ci piace, ci costringe a stargli dietro in mille guai, svicolando tra le sue avventure e (di più) disavventure sentimentali. Eh già, perché è sempre costretto a fare i conti con una vita andata a rotoli per colpa sua. Era un poliziotto ma si è fatto cacciare dal servizio per certe porcherie di mazzette e droga, ha cattivi rapporti con la ex moglie e la figlia quindicenne dai capelli viola, Valentina. Non può permettersi una casa sua anche se, per fortuna, ha un tetto e un letto presso la famiglia di accatto che lo ospita, lo protegge e lo ama incondizionatamente: sua sorella Paola e due nipoti. Invece Ermanno, il bancario marito di Paola, gli ha già dato lo sfratto.
Questo secondo capitolo delle sue (dis)avventure vedrà intrecciarsi diversi fili narrativi. Il primo è legato a Catherine Rovelli, una splendida giovane italoamericana con un passato torbido, che Contrera incontra per caso nel caos di una festa in Barriera e alla quale lascia il suo biglietto da visita. Biglietto che lo farà ingaggiare per indagare sulla sua scomparsa quando proprio lei, dopo aver investito e ucciso un pusher, svanisce nel nulla.
Ma Contrera è stato ingaggiato anche per riportare a casa Long Lai, cuoco cinese dalle dubbie doti culinarie ma con il demone delle arti marziali, che già al primo approccio lo aveva atterrato clamorosamente prima di dileguarsi.
Come se non bastasse, la sua ex-moglie Anna è incappata scioccamente nelle morbose attenzioni di uno stalker, che molesta lei e la figlia Valentina. Con l’intento di proteggerle, Contrera, con un braccio ingessato e una serie di problematiche psicologico-esistenziali, si obbligherà a tornare temporaneamente a vivere sotto il tetto coniugale, lasciato tanti anni prima, con le più impensabili implicazioni tragicomiche legate a quella convivenza forzata.
Insomma, stavolta Contrera deve far fronte a ben tre nebulosi casi che sembrano irrisolvibili. Ciò nondimeno, grazie alle sue scalcinate ma irresistibili qualità e alla sua capacità di trasformare gli errori in punti di forza, riuscirà in qualche modo a sbrogliare la faccenda. A conti fatti persino i cattivi hanno un occhio di riguardo nei suoi confronti e contribuiscono a dargli una mano. Ma Contrera anche stavolta inciamperà in una serie di guai: domestici, sentimentali e molto peggio. Pur in preda allo sconforto, convive con le proprie tante contraddizioni, si apre, ne parla e confessa al lettore con franchezza i suoi sbagli, forse anche dovuti a un rapporto di affetto mai veramente risolto e accettato sia con il padre, che con la madre. Nonostante l’incondizionata ammirazione per il padre, che sapeva essere un grande poliziotto. Per poi ritrovarsi alla fine emotivamente impelagato in una complicata storia che trae le sue radici dai tanti mali del nostro tempo e affrontarla alla grande come sa fare lui: da accanito sbruffone, sempre con la battuta pronta ma anche il grande coraggio di chi vuole la verità a ogni costo.
Insomma saltabeccando tra ‘ndrangheta e mafia nigeriana, tra pericolose palestre di Krav Maga e feste di quartiere, tra sicari e vecchi ricordi, l’indagine di Contrera si sviluppa, si allarga e alla fine travolge tutto, peggio di un turbine di guerra.
Christian Frascella è riuscito (forse persino meglio che in Fa troppo freddo per morire) a miscelare azione e beffa, nel suo veloce raccontare a metà tra detective story e commedia, con un ritmo che funziona e colpi di scena sparati fino in fondo come fuochi di artificio. Infatti quando l’avventura è finita, i colpevoli sono stati smascherati, si va all’epilogo e… “Cosa può succedere ancora?”. Beh fidatevi, succede, succede. E zac! Bravo! Ancora un quid di leggerezza e ironia. E come ha scritto Margherita Oggero sulla Stampa «Godetevi lo scintillante linguaggio pulp, il ben governato groviglio degli eventi e aspettatevi una terza puntata». Non basta perché pare che le battute velenose di Contrera, investigatore sgangherato ma sempre al pezzo, faranno strada… si parla anche, infatti, di una serie televisiva…

Christian Frascella è nato a Torino e vive a Roma. Ha pubblicato Mia sorella è una foca monaca (Fazi 2009), Sette piccoli sospetti (Fazi 2010), La sfuriata di Bet (Einaudi 2011), Il panico quotidiano (Einaudi 2013), La cosa più incredibile (Salani 2015), Brucio (Mondadori 2016), Fa troppo freddo per morire (Einaudi 2018) e Il delitto ha le gambe corte (Einaudi 2019).

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Giugno 2019

Ogni tanto mi butto sull’arte. Soprattutto sulla pittura. Chissà perché. Forse per dimenticare un po’, tra lo sfavillio dei colori, qualche ombra del reale. Prendo i miei librettini di Art Book, Leonardo Arte, pubblicati dal 1998 al 2000, e mi metto a sfogliarli. In primis l’Impressionismo con i suoi artisti e la luce che pervade le loro tele. La luce, segno di vita, di gioia: Manet, Monet, Renoir, Pissarro… Che fico rivedere campi di grano, feste di ballo all’aperto, tramonti arrossati, il golfo di Napoli, colazione di canottieri, belle bagnanti e, insomma, il pulsare del mondo!
Poi prendo i gialletti e mi crogiolo tra ombre, mistero, sangue e morti ammazzati. Vedete un po’ voi…

Doppia verità di Michael Connelly, Piemme 2019, traduzione di Alfredo Colitto.
Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch. Quante volte abbiamo letto le sue avventure! Quante volte ne abbiamo sentito parlare! (con questa credo che si tratti della ventesima). Ma il tempo passa per tutti. Ormai il nostro eroe è invecchiato. Un detective in pensione a studiare casi non risolti, i cold case, in una cella a San Fernando nell’area di Los Angeles.
Ed ora gliene arrivano due insieme: uno del passato e uno del presente. Il primo riguarda un certo Preston Borders, accusato trent’anni prima, da lui e dal suo collega Frankie Sheenan, di avere ucciso Danielle Skyler. Una nuova prova, costituita dal dna di un altro assassino sui vestiti della donna, mette in dubbio tutto il suo lavoro. Anche perché quella inconfutabile (ciondolo di cavalluccio marino) sembra sia scomparsa dalla scatola delle prove del Dipartimento di Los Angeles. Il secondo riguarda un doppio omicidio nella Farmacia La Familia dove sono stati uccisi a colpi di pistola sia il padre che il figlio.
E, dunque, doppio lavoro per il Nostro, da svolgere nell’arco di pochi giorni, perché Preston non venga scarcerato. Ma lui, lo sappiamo, è forte, duro e testardo come una roccia. Sa di avere svolto il suo compito con estrema diligenza. Ad aiutarlo il fratellastro avvocato Mickey Haller e, solo in parte, i Qui, Quo, Qua, ovvero i tre detective a tempo pieno del dipartimento: Danny Sisto, Oscar Luzon e Bella Lourdes (capo Trevino).
Doppio lavoro, dicevo, estremamente pericoloso perché il caso della farmacia nasconde uno spaccio di pillole, conniventi medici e farmacisti senza scrupoli, in mano a una organizzazione criminale di origine russo-armena. Con la quale Bosch se la deve vedere, in missione sotto copertura nei panni di un tossicodipendente, che gli spalancherà le porte su un mondo di soprusi e violenze.
Allo stesso tempo la vecchia storia di Preston riemerge pian piano nei minimi particolari con tutti i dubbi e gli assilli del caso: chi ha manomesso le prove? Perché? Qual è il suo obiettivo? Un lavoro incredibile (dovrà pure difendersi in tribunale) mentre il rapporto con la figlia Maddie diventa sempre più difficile, arrivano ondate di malinconia per il tempo che scorre, brevi flash sul passato, il ricordo della moglie, del padre e della madre, un po’ di musica a fargli compagnia (magari con Lullaby di Frank Morgan, il preferito). Come se questo non bastasse c’è pure da far luce sul caso di Esmeralda Tavares, scomparsa dopo aver lasciato la figlia nella culla (classico finale a sorpresa).
Tutto sembra opporsi ai suoi sforzi. “Il mondo era oscuro e spaventoso” senza un pur minimo senso logico, ma lui non demorde, capace di infrangere i regolamenti pur di raggiungere la verità. E quando Lucia Soto gli parla di una sua nuova scoperta “Voglio entrare nell’indagine. Andiamo a prendere quell’uomo.” E chi lo ferma! Il solito Bosch. Hieronymus Bosch. Ovvero Harry Bosch.
Alla prossima.

L’ombra del Corvo di Tessa Harris, Mondadori 2019.
Siamo nell’Inghilterra (più precisamente nell’Oxfordshire) del 1784. Lydia Farrell, fidanzata dell’anatomista dottor Thomas Silkstone, è stata rinchiusa nel manicomio di Bedlam con un raggiro perpetrato da chi vuole prendersi la sua tenuta (addirittura attraverso la firma falsa dello stesso Thomas). Ovvero da sir Montagu Malthus, custode giudiziario della suddetta proprietà di Boughton, per conto di lord Richard Crick, il vero padrone di appena sei anni.
Tutto ha inizio quando viene ucciso l’agrimensore Jeffrey Turgoose, del cui omicidio è accusato un boscaiolo (orologio e pistola del morto trovati nella sua abitazione). L’anatomista cercherà in tutti i modi di scagionarlo perché sicuro che dietro esista un complotto che riguarda il problema delle Recinzioni. “La terra demaniale e i boschi, che i residenti hanno il permesso di usare a loro piacimento, saranno recintati e diventeranno parte esclusiva di Buoghton. I contadini perderanno il loro diritto di far pascolare le greggi, di raccogliere legna per i camini, di cacciare conigli…” come spiega il coroner Theodisius Pettigrew, amico di Thomas. Un momento difficile che porterà a ribellioni e scontri con i soldati, mentre “regna la paura del Corvo, un fantomatico brigante che imperversa nelle foreste della zona.”
A questa parte generale della storia si aggiunge quella particolare che riguarda Lydia incatenata, sottoposta a salassi e chiusa a chiave nella sua cella, tra l’altro convinta che sia stato lo stesso Thomas a farla rinchiudere per gelosia (le hanno detto che ha firmato il documento per essere internata). La situazione diventa ancor più difficile e angosciosa quando sparisce e viene data per morta. E allora sorgono i dubbi: morta o ancora viva e al suo posto un cadavere disfatto? E, se viva, dove è stata nascosta?…
Il nostro anatomista si piazza al centro della scena con la sua scienza che giganteggia fra dicerie, irrazionalità, superstizioni, cure radicali (torture) contro i malati di mente. Pronto a difendere i più deboli e gli sfruttati, rischiando la propria vita, in continuo movimento da un posto all’altro per ricercare la verità all’interno di un sistema dove i più forti cospirano, anche fra di loro, per avere sempre più potere. Ce la farà?…
Per La storia del Giallo Mondadori abbiamo La ripresa postbellica di Mauro Boncompagni. Non perdetela!
Un giretto tra i miei libri

L’enigma dello spillo di Edgar Wallace, Mondadori 2009.
“Luke Trasmere, misterioso uomo d’affari, viene assassinato nella sua casa londinese. Un caso che è la quintessenza del crimine insolubile: camera blindata chiusa dall’interno, l’unica chiave ritrovata sulla scrivania della vittima. Ad affrontare l’enigma il melanconico ispettore Carver, di Scotland Yard, e Frank Molland, cronista intraprendente…”
Ma non basta. La camera è stata chiusa anche dall’esterno, la chiave è macchiata di sangue, sangue anche sulla porta sia all’interno che all’esterno, il povero Tasmere ucciso con un colpo di pistola alle spalle, la pistola non si trova, nella stanza sotterranea si trovano invece i gioielli di un’attrice famosa, Ursula Adfern, alla quale sono stati rubati il giorno stesso del delitto. Non manca uno spillo leggermente incurvato, che dà il titolo al libro, rinvenuto nel corridoio (ad essere pignoli gli spilli incurvati sono due e in seguito altro morto con altro spillo per terra) e un cappelletto di celluloide di un tasto di una macchina da scrivere (e forse mi sfugge qualcos’altro).
Subito indiziati il cameriere tuttofare Walter, che altri non è che un ladro matricolato, e un ex socio di Trasmere venuto dalla Cina a minacciarlo pure di morte. Come in ogni giallo di Wallace che si rispetti, tipi misteriosi (fra cui una donna velata) si aggirano furtivi intorno alla casa del delitto e l’innamorato di turno (qui sono due) perde la testa dietro a una adorabile e intrigante signorina.
Con qualche nota umoristica sparsa qua e là (vedi la figura spassosa dell’architetto Stott) e qualche spunto di sana sociologia spicciola “Un delitto è da sempre, nel luogo in cui viene commesso, un evento del quale anche gli abitanti del quartiere che ne sembrano più seccati si compiacciono in segreto. Siccome, per quanto si faccia, è impossibile cambiare la natura degli uomini, succede che i giornali vendano un numero maggiore di copie quando riferiscono disgrazie ed episodi di cronaca nera che quando danno belle notizie o trattano di cose che vanno bene, e nulla induce il lettore ad affermare che sul giornale non c’è proprio niente di interessante quanto il leggere che il vicino ha ricevuto una eredità improvvisa”.
E non ditemi che i tempi sono cambiati…

Fino a metà del libro mi sono messo un po’ a sonnecchiare, dico la verità, cullato da uno stile volutamente ottocentesco in onore della Austen e del suo capolavoro Orgoglio e pregiudizio, da cui sono tratti i personaggi del libro in questione. Ovvero…
L’enigma di Mansfield Park di Carrie Bebris, Tea 2010.
Più precisamente Elizabeth Darcy, moglie di Fitzwilliam Darcy, ospiti del conte di Southwill, la zia Lady Catherine de Borgh che tiranneggia la figlia Anne, timida, impacciata e sottomessa. Per di più promessa sposa, senza essere stata consultata (un’abitudine dei tempi), a Neville Senex dal carattere collerico e francamente disgustoso. Chiaro che Anne non ne possa più e se ne fugga con Mr. Crawford, già in precedente relazione con una donna sposata, lasciando un biglietto a Elizabeth. Apriti cielo e tutti a rincorrere i novelli fuggiaschi. Non la faccio lunga. Mi sono risvegliato appieno solo dopo la scomparsa di Mr. Crawford e… e non aggiungo altro. La storia allora ha incominciato a prendere una piega che si rispetti con i dovuti morti ammazzati (c’è addirittura un morto che sembra resuscitato), i dubbi, la sarabanda degli interrogativi da parte degli sposi, dotte digressioni su pistole e balistica del tempo, insomma un po’ di movimento che era l’ora. Insieme alle vicende personali viene fuori il problema della condizione di inferiorità delle donne anche dal punto di vista testamentario. Scialbe le figure dei coniugi Darcy (non mi è rimasto impresso niente di particolare) mentre Lady Catherine, invece, impazza un po’ dappertutto. Colpo di scena con rapimento incorporato, spiegazione finale complicata il giusto e l’amore che vince sul vile (si fa per dire) denaro.

I Maigret di Marco Bettalli

Il pazzo di Bergerac del 1932
Se il “messaggio” è sempre lo stesso (il male non proviene dagli elementi poveri e marginali della società, o addirittura dai “pazzi” che ne stanno decisamente fuori, ma è insito profondamente proprio in chi della società occupa i posti più alti, e che Maigret scopre grattando la patina di rispettabilità, eleganza e buone maniere che li caratterizza), il plot è ravvivato dal ferimento, proprio all’inizio, di Maigret, con la conseguenza che il commissario svolge tutta l’inchiesta (supportato dalla signora Maigret, alla sua prima “parte” importante) steso su un letto di una camera d’albergo, dalla quale, lentamente, si “imbeve” di tutte le abitudini, i personaggi e i segreti piccoli e grandi della cittadina di Bergerac (il richiamo è, irresistibile, alla Finestra sul cortile di Hitchcock). Forse per questa sua condizione particolare, Maigret appare (soprattutto nella prima parte del romanzo) curiosamente sopra le righe, tanto da far credere al suo vecchio amico e ad altri di essere vicino ad aver perso la ragione. Ma non è così, anzi: con eccezionale e quasi visionaria intelligenza, il commissario come sempre sbroglierà la matassa, rivelando le tradizionali depravazioni della borghesia della provincia francese, non senza una sottile vena antisemita (il colpevole, pur brillantissimo e intelligentissimo, è ebreo e suo padre era un sordido elemento, sulle cui caratteristiche “razziali” Simenon non manca di indugiare).

Una testa in gioco del 1931
Trama originale, quanto tirata per i capelli: in pratica, Maigret, dopo aver svolto un’inchiesta per un duplice omicidio efferatissimo e aver portato a un passo dal patibolo un povero disgraziato, “sente” che c’è qualcosa che non va e convince, diosolosacome, il ministro, il procuratore e quant’altri a far fuggire il condannato a morte in modo da seguirlo e riaprire in qualche modo l’inchiesta. Nel fare questo, mette in gioco la sua carriera e corre enormi rischi. Naturalmente, tutto andrà a finire nel migliore dei modi: nell’atmosfera della Parigi “bene”, tra bar e alberghi di lusso, si farà strada la figura, del tutto inverosimile, del colpevole, un genio anarcoide esule dalla Cecoslovacchia, dotato di incredibile intelligenza e… di poco altro. Oggettivamente, pur piacevole (non esistono Maigret non piacevoli!) per le descrizioni degli ambienti (finalmente siamo, in pianta stabile, a Parigi), per piccoli particolari di grande finezza, per la presenza di molti collaboratori fedeli di Maigret (Dufour, poi non più utilizzato, e i soliti Janvier e Lucas), non uno dei migliori Maigret: d’accordo che la verisimiglianza non è caratteristica fondamentale, ma in questo caso Simenon esagera un po’, e il finale è francamente ai limiti del ridicolo.

La balera da due soldi del 1931
Una storia complicata e ai limiti dell’inverosimile (e dai risvolti gialli in realtà quasi inesistenti), che parte da un mezzo sfogo di un condannato a morte pronto a salire sul patibolo, in cui Maigret si caccia a forza invece di raggiungere la signora Maigret in vacanza dalla sorella (siamo a fine giugno). I protagonisti, sostanzialmente riferibili a “tipi” fissi (ebrei usurai, mogli molto allegre, mariti che pensano solo a far quadrare i conti di imprese commerciali zoppicanti, commercianti bellocci e ben forniti di soldi ecc.) tendono a essere inconsistenti, in primis il colpevole, inglese, nichilista, intelligentissimo, francamente poco interessante. Indubbiamente, si salvano alcune descrizioni, alcune pagine (le vacanze sulla Senna, subito fuori Parigi, della piccola borghesia, in luoghi che oggi saranno senza dubbio inglobati nell’enorme metropoli, lo stupore che suscitavano ancora le auto, veri e propri status symbol …): ma il tutto suona molto falso, tanto che è possibile senza dubbio giudicare il romanzo tra i meno riusciti dei Maigret.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Joe Petrosino, il mistero del cadavere nel barile di Salvo Toscano, Newton Compton 2019.
La vera storia del terrore della Mano nera e di Joe Petrosino, il famosissimo poliziotto in bombetta, di origine italiana, che osò sfidare e combattere la mafia di Little Italy.
New York, 1903. Erano appena le cinque e mezza del mattino ma la vita, in quel pezzo dell’East Side irlandese al confine con Little Italy, era già in fermento. Piovigginava triste e Frances Connors, un donnone irlandese impiegata come donna delle pulizie che trotterellava verso il forno per comprare del pane, si trovò all’improvviso davanti a un barile abbandonato sul marciapiede di fronte all’edificio al numero 743 tra l’Undicesima Strada Est e la Avenue D. Era ingombrante, panciuto, abbastanza nuovo. Solo le doghe erano un po’ arrugginite. E qualcuno doveva averlo lasciato là da poco perché non era fradicio d’acqua, notò subito Frances. Si fermò incuriosita e si avvicinò con la speranza che contenesse qualcosa di commestibile o di utile. Posò l’ombrello aperto a terra e guardò in giro. Non voleva essere vista mentre frugava tra i rifiuti. Ma… nulla e nessuno. Allora alzò il cappotto zuppo che copriva il barile, lo lasciò cadere, si sporse a guardare dentro e scorse l’orrore di un cadavere orribilmente mutilato. Il suo grido di terrore squarciò il silenzio, svegliando i dormienti della case vicine, e richiamò l’attenzione del poliziotto di pattuglia nella vasta zona subito al di fuori di Little Italy. L’agente soffiò nel fischietto per far accorrere i colleghi della centrale. Il morto, prima di essere ripiegato in due e cacciato a forza dentro la botte, era stato sadicamente torturato e gli avevano tappato la bocca con i genitali. L’uomo, un perfetto sconosciuto nel quartiere e che non figurava negli schedari della polizia, dimostrava circa trentacinque anni ed era vestito decorosamente. Alcuni precisi segni indirizzano subito la squadra al comando dell’ispettore Max Schimitberger verso la criminalità italiana. Si tratta, è chiaro, di una bella patata bollente che mette in tilt l’intero dipartimento di polizia di New York e ben presto l’ispettore Schimitberger, posto sotto pressione dai superiori che pretendono una rapida soluzione del caso, dovrà invece vedersela anche con i servizi segreti (dietro quel delitto girano interessi molto pericolosi; potrebbe anche celarsi un traffico di banconote false). Insomma un’operazione perfetta per il “Dago”, il sergente investigativo Giuseppe “Joe” Petrosino che deve il suo grado addirittura al presidente Theodore Roosevelt. Solo il Dago, il più famoso detective della città, italiano naturalizzato americano, può metterci le mani. Lui, il piccoletto nerboruto (1,60 circa più rialzi nelle scarpe e qualche centimetro guadagnato con la bombetta), è capace di muoversi come si deve per i vicoli di Little Italy, capire tutti i dialetti della penisola, comprendere i contrassegni e le regole imposte e seguite dalle prime organizzazioni criminali americane, quali la Mano Nera…
Salvo Toscano ha deciso di ridare vita a un personaggio realmente esistito, Joe Petrosino, poliziotto nato a Padula in provincia di Salerno nel 1860. Di famiglia piccolo borghese, ebbe la fortuna di studiare abbastanza. Ma l’Unità d’Italia portò povertà e fame al Sud. Emigrato, come molti italiani, negli USA alla fine del 1800, fu strillone venditore di giornali, poi lustrascarpe, netturbino e infine a diciassette anni finalmente arruolato come poliziotto. Ma nessun italiano era al sicuro in quella New York del passato dove dominavano paura, omertà, minacce e sgarri che si lavavano con la morte. Un romanzo con una precisa componente biografica e anche per questo molto intrigante, affollato di personaggi realmente esistiti e molto ben rappresentati nella narrazione e in cui ritroviamo purtroppo ancora troppi punti in comune con l’oggi. Un thriller intrigante, un perfetto spaccato di quel mondo di emigrazione di allora. Un tuffo nel passato che dovrebbe far riflettere su quando ad emigrare erano gli italiani. Un giallo coinvolgente, in cui ritroviamo una New York dei primi ‘900 ai primordi del suo splendore, un città invasa da svedesi, tedeschi, italiani, irlandesi, gente dell’Europa dell’Est, del medio oriente, cinesi… Ognuno a suo modo ghettizzato nei propri quartieri, barricato nei loro caseggiati, afflitto da pregiudizi e timore verso gli estranei. Una bella storia che deve continuare. Alla prossima?…

Sporchi delitti di Luigi Guicciardi, Fratelli Frilli 2019.
28 marzo: a Sestola, famosa stazione di vacanze dell’Appennino modenese, Michela Fornè, una ricca e ancora giovane signora della borghesia, viene ritrovata nel bosco, orribilmente sgozzata, da una veterinaria che stava facendo jogging. Il cadavere della vittima era parzialmente nascosto da un grosso ramo caduto durante un torrenziale temporale notturno. Le indagine vengono affidate al Maresciallo Elio Biolchini, alla testa della locale stazione dei carabinieri che, approfittando della presenza in zona del nipote, l’agente di stanza a Modena Bonucchi, gli chiederà di raggiungerlo sul luogo del delitto e dare un’occhiata. Ma nome e potenti amicizie familiari il 1 aprile fanno arrivare a Sestola anche il commissario Giovanni Cataldo, detto Vanni. Ricorderete tutti lo storico personaggio di Luigi Guicciardi, il commissario Cataldo, al top della maturità professionale, ormai vicino alla sessantina, divorziato e con ohimè i figli lontano, che è rimasto alla testa della squadra coadiuvato solo (se si parla della vecchia guardia) dal sovrintendente De Pasquale. Il grande Muliere non c’è più e anche la sua spalla destra di precedenti indagini, l’ispettore (amica e forse qualcosa di più) Lea Ghedini, ha avuto il trasferimento a Pavia. Arrivato a Sestola Cataldo, su suggerimento del Maresciallo, arruolerà come guida e aiutante proprio l’agente di polizia Bonucchi. Gli approfondimenti e i primi interrogatori rivelano che Michela Fornè aveva chiesto il divorzio dopo svariati anni di matrimonio per incompatibilità (aveva una relazione) e aveva piantato figlio quindicenne e marito. L’uomo ancora innamorato di lei era un possibile indiziato, ma aveva un buon alibi. Nelle ore in cui la moglie era stata uccisa stava giocando a bridge al circolo. L’indagine passa sulle spalle del commissario Cataldo e quando poi, pochi giorni dopo, un’altra giovane donna, sposata ma con una vita sentimentale movimentata, viene uccisa con modalità molto simili a quelle della Fornè nel suo appartamento cittadino, il nostro è costretto a darsi da fare pungolato dai superiori. Coadiuvato dal sovrintendente De Pasquale e dal giovane Bonucchi, che ha preso sotto la sua ala, Cataldo sarà costretto a portare avanti per dieci giorni una difficile inchiesta. Le due donne non si conoscevano, non avevano rapporti tra loro, unico punto in comune: erano tutte e due separate. Cerca, briga, forca e scava e finalmente salta fuori un labile possibile legame ma le indagini devono confrontarsi con ostacoli, lacci e lacciuoli che rallentano o accelerano, rincorrendo gli sviluppi dell’inchiesta…
Sporchi delitti è un thriller ben concepito, con una narrazione che sa immergerci di continuo nelle sensazioni, nelle reazioni emotive e nel punto di vista del killer mentre contemporaneamente riesce a renderci partecipi delle emozioni, della professionalità e dei personali convincimenti di Cataldo. Uno scenario appenninico e campestre magicamente ricostruito e una città, Modena, che vive una sua compiaciuta modernità divisa tra i fasti di provincia e i guai sociali copiati dalla vicina realtà metropolitana. Una Modena con le sue piogge, le sue nebbie, le sue diversità tutte emiliane, perdonata in partenza dell’autore, modenese doc, e invece ancora in un certo senso subita ma accettata da chi forse rimpiange il caldo sole e il mare della Calabria.

Un doppio binario nel tempo per il thriller storico di Francesca Ramacciotti I custodi della pergamena del diavolo, Newton Compton 2019, che si svolge a Pisa tra il 1100 e i giorni nostri. Un tesoro scomparso all’ombra di un monastero, mentre un feroce assassino semina morte tra povere donne costrette a vendersi per fame, ma anche un inquietante mistero destinato a valicare i secoli che torna a vedere la luce da una approfondita ricerca in antichi diari.

 

 

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi niente Geronimo Stilton ma I più grandi eroi dei miti greci di Luisa Mattia, Gribaudo 2019.
Trattasi di ben ventuno racconti, perciò è impossibile farne un sunto di tutti. A dir la verità non so come iniziare. Il mio nonno pensa che io sia già uno studente delle superiori mentre frequento solo la quarta elementare. Ora lo chiamo perché non mi può lasciare solo “Nonno, vieni qua a darmi una mano!”. “Arrivo!”
Siamo in un mondo di uomini, dei e semidei, di guerra, duelli, lotta, tradimenti e rapimenti, vendette, amori, sacrifici, prodigi, trasformazioni e prove incredibili da superare, re, regine, indovini, animali magici. Un mondo veramente fantastico. Ora la parola al nipotino…
Il racconto che mi ha colpito di più è stato L’ariete dal vello d’oro perché ci fa conoscere un animale magico dal vello d’oro, appunto, che gli permette di volare e guarire tutte le malattie. Salverà due ragazzi, Elle e Frisso, da una matrigna cattiva e lui stesso si sacrificherà, ovvero si farà addirittura uccidere per far sposare Frisso con la figlia di un re. Accidenti, che sacrificio!
Ma ci sono anche tanti altri racconti che mi hanno colpito con dei, eroi, uomini: Zeus, Teseo, Elena, Achille, Persefone, Ettore, Menelao, Giasone, Odisseo, Apollo… Vi invito a leggerlo!

La Debicke e… Ultimo tango all’Ortica

Rosa Teruzzi
Ultimo tango all’Ortica
Sonzogno, 2019

Un altro capitolo della saga della fioraia del Giambellino, con le ormai famose Miss Marple del Giambellino, così battezzate dalla smaliziata penna della Smilza, cronista in carica alla Città, il quotidiano d’assalto più letto nelle portinerie. Le Miss Marple, al secolo Jole, stravagante madre hippy che non rinuncia alle sue follie, e Libera, sua figlia, che assomiglia a Joanne Moore. Entrambe spesso messe sugli attenti dalla rispettiva nipote e figlia Vittoria, la poliziotta, sempre un tantino immusonita. Oddio, abbastanza comprensibile per una ragazza che deve confrontarsi giorno dopo giorno con una nonna decisamente sopra le righe e una mamma un po’ svagata e malinconica (anche se forse ne ha e ne ha avuto ben donde), che si guadagna la vita con il lavoro di fioraia, creando meravigliosi bouquet per le spose. Ma finalmente, da quando è stato risolto il cold case dell’uccisione di suo padre poliziotto, delitto rimasto inspiegabile per quasi vent’anni, Vittoria si è un po’ ammorbidita, ha smussato gli angoli, si sforza di parlare e di capire di più la sua famiglia. Ripresentati i principali personaggi, e mi pareva doveroso, passiamo alla trama.
Siamo a fine agosto, alla periferia di Milano, ma questo del 2014 è un brutto agosto di un’anomala estate, ammalorata dal cattivo tempo. Quella sera, anche se non piove, l’aere trasuda umidità ma il pubblico della balera dell’Ortica vuole cenare, bere, ballare all’aperto e divertirsi… Musica, altra musica e infine l’atteso clou: il tango. Sotto le luci intermittenti dei riflettori, gli occhi dei presenti seguono incantati le sinuose e sensuali movenze di Katy, procace quarantenne di vistosa bellezza che, allacciata al suo cavaliere, è impegnata in un tango sensuale. Ma, non appena la musica si ferma, Katy se ne va, addirittura sembra fuggire via. Quella stessa notte, fuori da quel locale, viene trovato il cadavere di un giovanotto, il pubblicitario Viserbelli, ucciso a colpi di pistola. Salterà fuori che il morto era un ex di Katy, geloso, inopportuno, che la faceva pedinare e la perseguitava. Chi può averlo ucciso? Potrebbe trattarsi di un movente passionale? Da qui si dipana la trama ‘gialla’ di Ultimo tango all’Ortica. Le indagini esploreranno a fondo l’ambiente della vittima: la portinaia sua adoratrice si rivelerà una ricca miniera di informazioni (era un perfetto gentiluomo, adorato da tutte le donne, eccetera eccetera), i colleghi di ufficio invece ne sveleranno il lato oscuro di impenitente donnaiolo approfittatore e praticante di sesso estremo, le amiche e conoscenti di Katy altri particolari, diversi e poco piacevoli. Per “indagini” naturalmente intendiamo sia quelle della polizia che quelle delle nostre due intraprendenti impiccione dilettanti, Libera e Iole. Eh già perché a un certo punto la polizia arresta un personaggio insospettabile, l’Amelio, attempato maggiordomo di Franca Crivelli, ricchissima rappresentante dell’alta società industriale milanese nonché vecchia amica e benefattrice di Libera. Sarà proprio Franca Crivelli che, sicura dell’innocenza del suo maggiordomo, oltre a mettere in pista un esercito di avvocati, arruolerà come detective anche Libera e Iole. Franca infatti si fida più del loro intuito che di tutta la polizia.

Con queste premesse Rosa Teruzzi crea un connubio perfetto tra il caso poliziesco, l’omicidio di un pubblicitario discusso, amato/odiato dalle donne e invidiato dagli uomini, e le vicende private delle protagoniste. E forse la vera arma del delitto, in Ultimo tango all’Ortica, è il non dire. Si devono fare i conti con lo svicolare, il non voler parlare, il tacere. Ognuno nasconde un segreto o ha un buon motivo per mentire. Ma troppo spesso tacere porta a malintesi, provoca confusione come una melmosa trappola in cui si rischia di sprofondare. Anche se, in questo episodio, ci viene concesso di intuire un qualcosa che confidiamo e immaginiamo al momento giusto sarà svelato… Qualcosa di un passato che non morirà mai, anzi le cui radici si diramano subdole nel presente come un fiume sotterraneo, legate al ricordo di nonna Ribella e ai lontani interrogativi legati alla sua morte. O qualcosa del presente, connesso con i silenzi di Gabriele che invece forse avrebbe voglia di comunicare. Un applauso a Rosa Teruzzi, al suo scrivere effervescente pieno di vita e alla sua capacità di creare con pochi tratti personaggi vivi, reali, ma arricchiti da quel “zic” di nostalgia per le occasioni mancate, avvalendosi della sua formidabile squadra del Giambellino, con l’impagabile contributo di Irene la Smilza e di Temperante Cagnaccio, detto il Dog, caporedattore sempre al pezzo.

Rosa Teruzzi ha pubblicato diversi racconti e tre romanzi. Esperta di cronaca nera, è caporedattore della trasmissione televisiva Quarto grado, in onda su Retequattro. Per scrivere si ritira sul lago di Como, in un vecchio casello ferroviario, dove colleziona libri gialli. Per Sonzogno ha pubblicato La sposa scomparsa (2016), La fioraia del Giambellino (2017) e Non si uccide per amore (2018).

La Debicke e… L’inverno del Profeta

Håkan Östlundh
L’inverno del profeta
SEM, 2019

Elias Krantz, ventiquattrenne laureando in lettere a Uppsala, ha appena saputo di avere un meningioma, un tumore al cervello. È benigno, ma si trova in una posizione tale da comprimere la corteccia e rischiare di fare seri danni. Secondo gli specialisti la miglior decisione è rimuoverlo subito. La cosa lo conforta ma allo stesso tempo lo confonde, lo preoccupa e vuole parlarne con suo padre (la madre era morta quando lui era piccolo), ma suo padre è a Sarajevo, impegnato in una missione internazionale per la SIDA, un importante ente governativo… Non gli resta che aspettare il ritorno.
Gennaio e un hotel di lusso a Sarajevo. Una delegazione ufficiale copre anche una relazione, clandestina come tante, tra due addetti agli affari del governo svedesi: Anders Krantz e la sua diretta superiore Ylva Grey. Il tempo vola, bisogna interrompere le effusioni e cambiarsi per la cena di gala. All’improvviso uno scoppio: una bomba è esplosa nella hall dell’albergo. È stato un attentato e una delle due vittime è Anders Krantz, il padre di Elias. Nel giro di pochissimi giorni il mondo del ragazzo crolla: ora deve convivere con un tumore al cervello ed è completamente solo. Non basta: l’account di Anders Krantz presso la SIDA è stato chiuso, le carte della scrivania nel suo ufficio sono scomparse e quelle che conservava nello studio di casa sono state sequestrate da una bionda sconosciuta con il consenso della matrigna, la seconda moglie di suo padre. La faccenda non quadra. È in questo drammatico frangente che Elias conosce Ylva, capo nonché amante di suo padre, sbalestrata, affranta, in Bosnia ha persino dovuto fare fronte a spiacevoli interrogatori, ma convinta che quella morte violenta nasconda un perché e ben decisa a scoprire quale. La morte li unisce. Elias ha perso un padre, Ylva l’uomo che amava. Forse Anders è morto per qualcosa che sapeva e ha nascosto nel suo computer? Elias conosce la password, comincia un’affannosa ricerca. Decidono di unire le forze per scoprire i responsabili, ma la caccia alla verità si rivelerà molto pericolosa. Nella ridda delle ipotesi e dei tanti personaggi che si alternano sulla scena diventa molto difficile indovinare chi veramente stia con i “cattivi” e chi con i “buoni”. In balia dei capricci del gelido inverno svedese – ci sembra di sentire scricchiolare la neve sotto le scarpe in quelle straordinarie ambientazione nordiche sia cittadine che non – saranno costretti a lottare per la vita contro avversari che sembrano disporre di risorse illimitate. Sono stati catapultati in mezzo a un intrigo internazionale che coinvolge partiti, forze diplomatiche e ricche aziende private in un vortice di interessi personali e sete di potere.
Troviamo in L’inverno del profeta un ventaglio ben calibrato di reali emozioni, amore contrastato, servizi segreti, gioco politico, omicidi, corruzione, esportazioni illecite di armi e accesso fraudolento della concorrenza a informazioni secretate, il tutto condito da abuso di potere ai massimi livelli. Un bel thriller carico di suspense, una perfetta miscela esplosiva per un romanzo ben scritto, ad alto ritmo, costellato da continui colpi di scena. Una storia che contraddice abbastanza la tradizionale immagine di una Svezia “virtuosa”, dimostrando che lo scandalo e la corruzione possono nascere ed esistere ovunque, spesso anche tutelati dall’ala protettiva dal governo. L’inverno del profeta è il primo capitolo di una trilogia. E – chicca delle chicche – vi rivelo che Profeta era il nomignolo appioppato dai compagni a Elias Krunz quando andava ancora al liceo… E allora appuntamento al prossimo capitolo della serie.
Håkan Östlundh, nato a Uppsala nel 1962, è giornalista e scrittore. Ha studiato Letterature comparate e Filosofia e negli anni universitari è stato impegnato politicamente per i diritti dei lavoratori. Vive e lavora a Stoccolma, a metà degli anni Novanta ha intrapreso la carriera di sceneggiatore per la TV. Dal 2004 a oggi ha pubblicato dodici libri molto apprezzati dalla critica e dal pubblico. Tradotto in dodici Paesi.

La Debicke e… Dieci piccoli gialli

Carlo Barbieri
Dieci piccoli gialli
Einaudi Ragazzi, 2019

Carlo Barbieri, autore di cinque thriller ambientati a Palermo e di due raccolte di racconti umoristici, ma anche collaboratore di testate cartacee e web, si lancia nella letteratura per bambini con Dieci piccoli gialli (Einaudi Ragazzi).
Il protagonista di Dieci piccoli gialli è “Francesco, il bambino che tutti chiamavano Ciccio perché in Sicilia è il diminutivo di Francesco, ma forse anche perché era un po’ cicciottello” recita l’incipit che lega i dieci piccoli gialli di questa antologia. Tutte le storie infatti cominciano allo stesso modo e, anche se il cognome di Francesco non compare mai, il pensiero corre a una plausibile infanzia di Francesco Mancuso, il commissario della Omicidi di Palermo, protagonista dei gialli di Barbieri. Questo Ciccio è un ragazzo fuori dal comune, pieno d’arguzia, sensibile, curioso, osservatore, con la “fissa” di andare a ficcare il naso dappertutto. Sono “10 brevi gialli per i più piccoli, da risolvere in pochissime pagine!” destinati a coloro, dagli otto anni in su, che si sentono l’anima di detective in erba! Dieci storie di vita quotidiana, dieci racconti per scoprire il mondo dei ragazzi attraverso i loro occhi, ma soprattutto dieci lezioni di vita per riconquistare certe verità che a volte ci sfuggono, perché ormai ragazzini non siamo più… Racconti costellati da strani furti, misteriose sparizioni, scippi, soprusi e altro… “l’ispettore” Francesco/Ciccio riesce infatti a risolvere svariati «casi» che si trova a fronteggiare nella sua vita da bambino: il malefico bullismo del ragazzo della classe vicina che terrorizza i suoi compagni, uno strano furto nella casetta al mare, il rapimento di un cagnolino di razza, la sparizione di alcune preziose tessere di un antico mosaico durante una visita scolastica a un museo. Con l’aiuto del nonno auto-nominatosi assistente ispettore, il ragazzino dimostra di non avere nulla da invidiare a Sherlock Holmes! Nessuna illegale o perfida attività delittuosa può sottrarsi al suo attento e acuto colpo d’occhio. Il fiuto del detective non gli manca e poi lui da grande sogna di fare il poliziotto – e Barbieri ci fa sospettare che alla fine ci riuscirà. La mente di Ciccio sembra un vulcano in perenne attività. Pensa, studia, immagina e continua a macinare idee persino mentre dorme. Chi sottovaluta la sua capacità dovrà ricredersi, perché il nostro giovane investigatore riesce a sbrogliare qualunque caso! Insomma un libro da ragazzi che piacerà sicuramente anche a coloro che ragazzi non sono più per età ma, per fortuna, lo restano nell’anima. Grazie anche stavolta Carlo e a presto!

Carlo Barbieri nasce nel 1946 a Palermo. Il lavoro di chimico e responsabile marketing presso una multinazionale chimica lo porta da Palermo a Teheran e poi in Egitto, dove risiede fino al 1986. Pubblica il primo libro nel 2011: Pilipintò – Racconti da bagno per Siciliani e non, per la 0111 Edizioni. Segue nel 2012 un giallo ambientato a Palermo, La pietra al collo, pubblicato da Todaro nella collana “Impronte” diretta da Tecla Dozio, che vede protagonista il commissario Mancuso. Nel 2013, sempre con Todaro Edizioni, pubblica Il morto con la zebiba, candidato al Premio Scerbanenco. Nel 2014 Barbieri pubblica con Dario Flaccovio Editore Uno sì e uno no, una raccolta di racconti che spaziano dal giallo all’umoristico. Seguono, con lo stesso editore, Il marchio sulle labbra (2015), Assassinio alla Targa Florio (2016) e La difesa del bufalo (2017), un thriller basato sul ritorno di un foreign fighter in Sicilia; in tutti il protagonista è il commissario Mancuso. Nel 2019 va in libreria con Dieci piccoli gialli (Einaudi Ragazzi), una serie di dieci mini-gialli dedicati ai lettori più giovani.

La Debicke e… Nella mente del serial killer

Mike Omer
Nella mente del serial killer
Newton Compton, 2019

Un diabolico assassino sta colpendo a Chicago. Una dopo l’altra, in posti diversi, giovani donne vengono ritrovate strangolate, imbalsamate e lasciate in posa come se fossero ancora vive. La polizia locale, priva di mezzi per fronteggiare l’indagine, sollecita l’appoggio del FBI. La capo unità, Christine Mancuso, manda sul posto l’agente speciale Tatum Gray, da poco trasferito a Quantico da Los Angeles in virtù di una specie di premio-punizione, dopo una letale azione in solitario. A conti fatti un elemento valido, ma troppo abituato a muoversi da solo e senza gran rispetto per le regole. Appena arrivato a Chicago e messo di fronte agli sproloqui di un sedicente profiler/conduttore televisivo locale, Tatum chiede l’intervento di Zoe Bentley, psicologa forense e consulente del FBI, giovane donna dall’intelligenza fuori dal comune, con la straordinaria capacità di penetrare nella mente degli assassini. Lavoreranno in coppia. Uno choc per Zoe: lei, precisa e super programmata, non apprezza l’idea di collaborare con una specie di cane sciolto, ma dovrà adattarsi. E, nonostante le diversità, riusciranno a investigare fianco a fianco, calandosi insieme nei tenebrosi meandri della mente del serial killer, individuandone le fantasie più perverse. Perché quella sua follia lo sta invischiando sempre più in un progressivo vortice criminale. E se Zoe e Tatum non riusciranno a scoprire in tempo la sua identità, altre donne moriranno.
Ma quando, nel corso delle indagini, emerge un indizio che collega in modo inquietante questi nuovi omicidi a orrendi delitti connessi all’adolescenza di Zoe, lei si ritrova a dover fronteggiare gli incubi del passato, quando era una quattordicenne terrorizzata a cui nessuno voleva credere. Il cacciatore potrebbe trasformarsi improvvisamente in preda? La polizia di Chicago, pur brancolando nel buio, decide di escludere Tatum e Zoe dal caso…
La trama di Omer ci regala un intenso viaggio psicologico nella mente distorta e spietata dei killer seriali. Apprendiamo che colpiscono per appagare una particolare fantasia, fantasia che li tormenta fino alla realizzazione, a un momentaneo orrendo appagamento. Per poterli scoprire e fermare, bisogna saper leggere i segnali, comprenderne il significato e la profonda e tenace motivazione. Zoe Bentley, nella sua veste di psicologa forense, è in grado di sondare i loro pensieri. Le sue capacità sono radicate, le sue motivazioni vanno oltre il semplice lavoro e senso di giustizia, il suo carattere esibisce innumerevoli sfaccettature emozionali, legate al presente e al passato. Zoe Bentley è una donna notevole e, pur esteriormente fredda tanto da apparire asociale, ha un’eccezionale personalità. È profondamente intelligente, razionale e, cancellando la propria empatia, riesce a immergersi totalmente nelle macabre prove degli omicidi. L’altro protagonista, l’agente del FBI Tatum Gray, con la sua concezione di vita, le sue grane domestiche – condivide la casa con un gatto feroce e un nonno a dir poco impossibile – e il suo carattere alleggerisce l’atmosfera. Lui menefreghista, ironico, scettico, disincantato e rassegnato alla sua ‘promozione’, regala alla storia quel tanto di anticonformismo che non guasta. Insieme Zoe Bentley, psicologa forense e consulente dell’FBI, e Tatum Gray, agente dell’FBI con la tendenza a diventare una canaglia, formano un team lavorativo perfetto, che dovrà confrontarsi con un perverso assassino, dominato dalla follia.
Un thriller intelligente e ben calibrato di Mike Omer, autore bestseller del Washington Post, che riesce a mantenere fino alla conclusione una spasmodica suspence, legata alla caccia all’assassino e che ci proietta in una folle corsa fino all’ultimo respiro. Un epilogo intrigante che spiana la strada a un ritorno sulle scene di Zoe e Tatum.

Mike Omer è autore di numerosi thriller di successo. Ama prendere spunto dai casi reali per inventare le sue storie, senza rinunciare a una dose di ironia. Nella mente del serial killer è il primo libro pubblicato da Newton Compton.

La Debicke e… “Ogni riferimento è puramente casuale”

Antonio Manzini
Ogni riferimento è puramente casuale
Sellerio, 2019

Ogni riferimento è puramente casuale è felicemente approdato in libreria: una godibile e spietata raccolta di racconti satirici con la quale Antonio Manzini si prende una vacanza da Rocco Schiavone e, levandosi qualche sassolino dalla scarpa, scrive sette frecciatine, dedicandosi equamente al mondo della comunicazione e a quello dell’editoria. Sette storie, a bandiera della sua raffinata ma crudele ironia, per tratteggiare una spassosa realtà che talvolta tuttavia assume contorni amari se non squallidi. Con il suo irrinunciabile humour, Manzini si diverte a descrivere il rituale pellegrinaggio, di presentazione in presentazione, che sbatacchia l’autore dai fasti della suite nel grande albergo veneziano alla monacale camera/cella dell’alberghetto della cittadina della bassa emiliana che si affaccia sul pollaio e dove vieni svegliato dal cantar del gallo. Narra l’angosciante incubo delle campagne pubblicitarie, le gioie e i dolori del social, la spasmodica ossessione di guadagnare a ogni costo la prima pagina, l’inquieta e incerta attesa della benevolenza o meglio della palma della critica. Lo scrittore di turno poi, costretto giocoforza ad affrontare qualunque ostacolo per promuovere il proprio libro, finisce per considerarlo come un figlio degenere sulle orme del dottor Hyde. Insomma, coinvolto volente o nolente in una specie di dantesca bufera infernale, diventerà anche il muto testimone della perenne lotta al coltello tra case editrici. Con la costante minaccia del fallimento economico sempre in agguato, il boom editoriale si trasforma infatti, nei racconti di Manzini, nel nefasto effetto di un patto stretto col diavolo. Eh già, perché vendere l’anima sembra l’unico possibile prezzo da pagare per pubblicare e ottenere stima e successo. Traduco: tanti bei soldoni guadagnati. Insomma in Ogni riferimento è puramente casuale Antonio Manzini racconta con spietata schiettezza un funambolico “girotondo” editoriale, quel navigare in una specie di diabolico limbo, in un mondo a sé in cui amarezza e squallore tracimano allegramente nel comico. Ci sono, nella sua mini antologia, l’autore che mira alla consacrazione ai posteri e quello che vive l’eterno incubo dei manoscritti in perpetuo stallo; l’editore che pretende il bestseller, il critico che giura sulla purezza, il libraio che ambisce ad accalappiare l’ospite d’eccezione, il lettore che si mette in fila e vuole l’autografo, meglio se con dedica. La indovinata canzonatura di Manzini non guarda in faccia nessuno. E bene fa! Ogni riferimento è puramente casuale ci fa scoprire le paranoie e le tante manie di un mondo in cui s’incrociano danzando riti e percorsi obbligati. Un mondo sopra le righe e fuori dai binari, dove anche il sesso finisce per farne parte come ingrediente indispensabile, quel quid con cui condire il successo. Sette racconti fuori dai denti, tutti scritti con uno spirito ai limiti del grottesco. Non a caso la morte, la rovina, la caduta fanno malignamente capolino in tutte le sue storie. È il trionfo epocale della sfrenatezza degli eccessi legati al mondo della comunicazione che non risparmia nessuno. Il mondo dell’editoria di Manzini poi è un inferno dove una caotica bufera mai s’arresta, dove imperano solo le regole del profitto a scapito del buonsenso, dove anche i ringraziamenti alla fine del romanzo si trasformano in un’imboscata. A conti fatti, siamo sempre in zona noir, in un giro solo ed unico testimone dalla speranza degli aspiranti autori, dei librai, degli editori. Pragmatismo e thriller psicologico per sette racconti sull’industria culturale che, a ben guardare, si riallacciano alla pungente visione Manziniana di Sull’orlo del precipizio sul cinismo e la speculazione che minacciano la libertà dei libri. Sette racconti che riflettono l’inventiva di un scrittore che ci sa fare e la sua capacità di attrarre e imprigionare i lettori con la sua affabulatrice bravura del raccontare, inserendo con leggerezza anche graffianti elementi critici. Un importante lato comico esaltato a ragione dalla sua poliedrica capacità di attore, sceneggiatore e regista. Un impagabile e impareggiabile divertissement. Non ne dubitavo!

La Debicke e… Cospirazione Cremlino

Joel C. Rosenberg
Cospirazione Cremlino
Newton Compton, 2019

Un thriller con tutte le carte in regola per piacere ai lettori di techno-thriller e fantapolitica. Un romanzo che prende l’avvio dal lontano 1999. La Russia è sotto l’attacco di una spaventosa serie di attentati messi in atto, secondo i servizi segreti governativi, da ribelli separatisti ceceni. Un condominio moscovita è stato appena fatto esplodere e la città è nel caos, assordata dalle sirene dei soccorsi e delle forze dell’ordine. Ma proprio quel giorno un giovane avvocato russo di belle speranze, Oleg Stefanovic Kraskin, ha in programma di chiedere al padre della sua fidanzata di lunga data, Marina, il permesso di sposare la figlia. C’è solo un non trascurabile problema. Il padre di Marina è Aleksander Luganov, l’ex capo del Servizio di sicurezza federale russo, attuale primo ministro, in lizza per diventare il prossimo presidente della Russia.
Due anni dopo, nel 2001, Marcus Ryker, ventunenne studente della University of Northern Colorado, è in carcere perché, per difendere la madre dal’aggressione del patrigno violento, gli ha sparato uccidendolo. Da tempo l’uomo maltrattava e picchiava la moglie. Marcus l’ha colpito mentre, infuriato e completamente ubriaco, imbracciava un’ascia con la quale stava sfondando la porta. Essendo riuscito a provare di aver agito per autodifesa, Marcus sarà prosciolto e liberato. Ma quel fatto, e le sue conseguenze morali e psicologiche, lo costringeranno a riflettere e a dare un nuovo indirizzo alla sua vita. Lui, che sognava una carriera come poliziotto, ottenuta la laurea si arruolerà nei marines e presto verrà reclutato nei corpi speciali.
Il presidente russo Luganov ha benevolmente accolto la richiesta di Oleg Kraskin di sposare su figlia, l’ha arruolato nel suo staff e ha preteso per la giovane coppia un matrimonio fiabesco che ricordi alla Russia quello dell’ultimo zar. In breve, l’avvocato Oleg Kraskin ha saputo guadagnare la fiducia del suocero: promosso a aiuto senior, lavora direttamente sotto di lui e ne è diventato il consulente di fiducia. L’ascesa di Oleg Kraskin in Russia è paragonabile a quella di Marcus Ryker in America. Il valore dimostrato da Ryker sotto il fuoco nemico in Afghanistan gli ha fatto guadagnare la Purple Act. In seguito, lasciato l’esercito, ha sposato la fidanzata di sempre, con la nascita di una figlio ha messo su famiglia e alla fine è entrato a fa parte del servizio segreto degli Stati Uniti. E, dopo essere riuscito contrastare un attacco terroristico alla Casa Bianca, è stato premiato ed è entrato nei ranghi del personale privato di servizio e di scorta al presidente degli Stati Uniti.
Anche Oleg Kraskin ha avuto un figlio e, come Ryker, sta raggiungendo il vertice di una grande carriera. Entrambi gli uomini sono quasi sulla vetta delle rispettive professioni e conducono una vita dedicata al dovere e alle rispettive patrie. Ma l’uccisione incidentale della moglie e del figlio, durante una rapina, costringe Marcus Ryker a una lunga e sofferta pausa di riflessione per elaborare il lutto, fuori dai giochi di palazzo americani. Mentre i lettori seguono le vite parallele dei due personaggi della storia, Rosenberg svela pian piano cosa sta architettando, all’interno del Cremlino, la forza malvagia di Luganov, un uomo da troppi anni solo e incontrastato al potere, un prepotente egocentrico, spesso in preda dell’alcol, che è diventato tanto megalomane da credersi un novello Zar. Alexander Luganov infatti – che non si tira indietro davanti all’uso di armi nucleari e mantiene stretti e amichevoli rapporti con l’eccentrico e folle capo della Corea del Nord – resosi conto di aver campo libero con il presidente americano, distratto dagli eventi in corso in Iran e Corea del Nord, sta mettendo a punto piani bellicosi per invadere i tre Stati baltici: Estonia, Lettonia e Lituania. Un progetto che mira a cogliere la Nato di sorpresa, previsto per prima del 25 ottobre, anniversario della rivoluzione russa. Una mossa che potrebbe scatenare una grande guerra nucleare con gli Stati Uniti. Tuttavia Markus Ryker, che ha intuito il pericolo, abbandona il suo ritiro penitenziale e accetta di far parte della missione in Russia e nei paesi baltici del senatore democratico rivale dell’attuale presidente americano. Improvvisamente, e quasi per caso, le vite di Marcus Ryker e di Oleg Kraskin si incrociano, trasformando il romanzo di Rosenberg in un thriller sensazionale e ad alto rischio.
Il nuovo presidente russo sta minacciando la pace. Sia Kraskin che Riker avranno un ruolo vitale nel cercare di impedire che i grandiosi piani di Luganov vadano in porto, prima che si scateni una inarrestabile crisi globale.
Con la sua riconosciuta bravura per una scrittura di narrativa profetica, Rosenberg offre una romanzata versione di cosa potrebbe accadere in un prossimo futuro, se… se mai… Direi che i lettori che amano la suspense e l’azione possano essere soddisfatti. Definito il “Nostradamus dei giorni nostri” dagli Stati Uniti e dal World Report dopo il suo primo romanzo, The Last Jihad, uscito nel 2002, Rosenberg è famoso per aver scritto dei grandi thriller. Dopo una serie di cinque libri e due trilogie “back to back” sulla minaccia dell’islamismo radicale, Rosenberg con Cospirazione Cremlino si focalizza invece sulla Russia. E, senza paura di crearsi pericolosi nemici, per la figura di Aleksander Luganov, ex capo del Servizio di sicurezza federale russo, poi primo ministro e quindi presidente della Russia, si ispira in maniera molto poco velata a Vladimir Putin (praticamente per tutto: carriera, atti, scelte politiche, mosse azzardate, dubbie alleanze. Vedere per credere). Comunque Cospirazione Cremlino è un indovinato “fantaromanzo” che speriamo resti solo una immaginaria opera di fantasia (perché altrimenti tutti i fatti e i particolari descritti con cura da Rosenberg ci metterebbero di fronte una spaventosa bomba con la spoletta attivata e già pronta ad esplodere).
Joel C. Rosenberg è un autore bestseller del New York Times, e i suoi libri hanno venduto oltre 5 milioni di copie. Ha incontrato leader religiosi e governativi di molti Stati, tra cui Israele, Iraq, Turchia, Afghanistan, Russia, Germania, Francia, Italia e India. Ha preso la parola davanti ai membri della Casa Bianca e del Pentagono, del Congresso USA, ed è stato relatore a una conferenza tenutasi al Parlamento dell’Unione Europea a Bruxelles. È uno stratega di comunicazione americano/israeliano, autore della serie “Last Jihad“, fondatore di “The Joshua Fund” e un cristiano evangelico.

La Debicke e… La moglie olandese

Ellen Keith
La moglie olandese
Newton Compton, 2019

La moglie olandese è il romanzo di tre protagonisti le cui storie si intrecciano con un segreto condiviso all’ombra di due dei più terribili regimi di tutta la storia moderna. Il primo scenario è l’Argentina del 1977, dove è in atto la terribile guerra sucia (sporca), il programma di repressione violenta che portò al genocidio di tutti i dissidenti al regime; Luciano Wagner, un universitario poco più che ventenne, figlio di un oriundo tedesco e di un’argentina di origine italiana, è stato arrestato, orribilmente torturato e si trova in una cella senza sapere se potrà mai uscire di prigione. Il secondo scenario, più lontano nel tempo, si riferisce a Amsterdam nel 1943, durante la crudele occupazione nazista: Marijke de Graaf e suo marito Theo lavorano per la resistenza, rischiando la vita. Poi una denuncia, una delazione?, e i tedeschi vengono a bussare alla loro porta per arrestarli. Separati, trattati come animali, vengono imbarcati su vagoni bestiame e deportati in due diversi campi di concentramento in Germania. Da quel momento per Marijke lo scenario passa attraverso un’inimmaginabile sequenza di orrori fino al suo arrivo al campo di Dachau, dove sperava di ritrovare Theo e dove resterà prigioniera fino all’arrivo degli americani, il 29 aprile 1945.

La parte del romanzo legata alla guerra sporca in Argentina e alle ingiuste persecuzioni subite dai comunisti e dai peronisti, messa in parallelo con quella legata alla seconda guerra mondiale, offre una visione analitica sulla barbarie delle diverse dittature ma, soprattutto all’inizio, rischia di spiazzare il lettore che non riesce a cogliere subito i possibili collegamenti tra le due storie, entrambe tragiche e coinvolgenti. Il cuore del romanzo della Keith è la seconda, quella che si svolge dal 1943 al 1945, raccontata da due punti di vista. Quello di Marijke, giovane donna olandese della piccola borghesia che suona il violino, sognava un futuro come musicista, faceva parte delle resistenza e tentava di aiutare gli ebrei a fuggire e quello di Karl, ufficiale nazista di alto rango assegnato al campo. A Dachau Marijke si troverà davanti a una terribile scelta: andare incontro a una lenta agonia, piegata dal freddo e dalla fame nel campo di lavoro oppure, nella speranza di sopravvivere, accettare di lavorare per il bordello del campo. Sempre a Dachau, ma dall’altra parte della barricata, entra in servizio, in veste di numero due, l’alto ufficiale delle SS Karl Müller. Müller ha raggiunto quella posizione convincendosi che è giusto combattere per la sua patria e spera di essere all’altezza delle aspettative di gloria di suo padre, uomo ricco che gravita nell’entourage del Führer. Il fortuito incontro con Marijke, il suo rapporto con lei, un innamoramento vero e proprio che tuttavia stenta ad accettare, lo forzerà a pensare, a commettere a gesti crudeli, facendo sogni impossibili, e contribuirà a cambiare il suo destino. Tutti e due, al di là delle fondamentali scelte quotidiane, dovranno affrontare e superare emotivamente e fisicamente situazioni quasi inaccettabili, in cui solo le circostanze portano a prendere decisioni obbligate dalla durezza del campo di concentramento e dalla volontà di rimanere vivi a ogni costo. La moglie olandese mostra chiaramente che nessuno di noi può dire: «No, io questo non lo farò mai». Dimostra solo che finora siamo stati così fortunati da non essere mai stati costretti a prendere decisioni basate sulla necessità di sopravvivere. Come altre storie che narrano della Seconda Guerra Mondiale, La moglie olandese fa leva sul conflitto interiore provato da molte persone (tedesche o no) quando hanno iniziato a rendersi conto di cosa in realtà significassero i dettami e gli orrori del nazismo. La gente comune magari faceva finta di non sapere, altri non sapevano davvero e dovevano lottare per sopravvivere. Allo stesso modo, in Argentina, per anni gli orrori commessi dai militari al potere furono tenuti nascosti da un colpevole e impaurito velo di omertà.

Ellen Keith è una scrittrice canadese di successo, che ha vinto il prestigioso premio Harper Collins/UBC per la categoria Best New Fiction. Attualmente vive ad Amsterdam.

La guerra sporca (in spagnolo: Guerra sucia) fu un programma di repressione violenta attuato in Argentina con lo scopo di distruggere la cosiddetta “sovversione”, rappresentata dai gruppi guerriglieri marxisti o peronisti attivi in Argentina dal 1970, ed eliminare completamente qualunque forma di protesta o di dissidenza nel paese in ambito culturale, politico, sociale, sindacale e universitario. La brutale campagna repressiva vide il suo culmine tra il 1976 e il 1979 e fu condotta segretamente e al di fuori di ogni controllo, da una serie di corpi speciali e di unità “antisovversive” costituite dalle forze armate e dalla polizia federale. In questo periodo, oltre alle migliaia di persone incarcerate, ci furono circa 2.300 omicidi politici e scomparvero (desaparecidos), circa 30.000 persone, delle quali circa 9.000 accertate dalla Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas.

La Debicke e… Omicidi faticosi

Nino Marino
Omicidi faticosi
La Lepre edizioni, 2019

Una storia gialla tragicomica, un’indagine dal taglio classico più tradizionale con indizi, prove, sospetti, tradimenti e uccisioni. Toni satirici, nonostante i delitti veri e propri, fin dall’inizio, quando, vicino al laghetto delle Vergini dell’Idroscalo di Milano, posto preferito dagli innamorati o dagli amanti, il lui di una coppia di ragazzi scopre per caso dietro un cespuglio il cadavere di una giovane donna stesa sul fianco che pare quasi dormire. I carabinieri di Segrate transennano il corpo e convocano la polizia. Il capo della Omicidi e il suo vice Testa, supportati dalla scientifica, arrivano sul posto ma per il capo – che fino a meno di un’ora prima era là clandestinamente con la sua amica Marcella, sposata e quindi fedifraga – è un colpo allo stomaco. Il cadavere si trova poco lontano da dove lui e la sua bella veterinaria stavano sdraiati a chiacchierare e, metti si fosse dovuto appartare lui per una uhm diciamo urgenza, dietro quel cespuglio, avrebbe dovuto spiegare la sua presenza in loco, affrontare lo scandalo, eccetera eccetera… Beh, per fortuna è andata, può tirare il fiato e provare a risolvere il caso. La morta, castamente vestita con un tailleur blu, non è stata violentata né rapinata. Nell’erba si notano tracce di trascinamento, evidentemente è stata uccisa altrove e qualcuno l’ha portata fino a là. Infatti le suole delle scarpe della morta sono pulite ma non ci sono macchine parcheggiate nei dintorni… Dalla borsa a terra, poco lontano, saltano fuori soldi, bancomat, documenti, telefonino. Una rapina quindi è da escludere. Il medico legale constata che la ragazza, che si chiamava Alessandra Ferri, è stata uccisa da un’unica ferita al cuore, molto sottile, ipotizzando come arma del delitto una lama sottilissima, forse un bisturi. La Ferri lavorava come infermiera ferrista alla clinica di lusso Esculapius, diretta da un luminare della chirurgia noto al mondo intero, il dottor Roberto Bellomo, sulla settantina ma ancora in pista sul lavoro e a letto… Gatta ci cova? La vittima, che nascondeva in casa carte compromettenti, aveva sicuramente avuto rapporti di qualche tipo con il personale medico della clinica… Cosa nascondono le milionarie cortine dorate della Esculapius? Certo è che sia il primario Roberto Bellomo, che il capo chirurgo, il bellissimo Ferdinando Gentilini, hanno qualcosa da nascondere, ma per l’ora del delitto sarebbero coperti da alibi di ferro.
La scena passa dallo sfavillare di famosi congressi di medicina, a un frenetico vorticare di ricatti e contro ricatti. Si appoggia a bellissime suore ex miss Germania, a sciupafemmine seriali amanti della vela, a mogli, donne prepotenti e ricchissime, a povere immigrate albanesi, coinvolge avvocati di grido, esperti entomologi, adulteri che si nascondono, ambientalisti e ficcanaso. Insomma tutte le piste imboccate sembrano destinate a finire nel nulla, anche se a conti fatti le indagini tendono a portare nella stessa direzione, ma sarà poi quella giusta? I migliori cervelli investigativi della città brancolano nel buio, ma alla fine, per risolvere il caso, ci vorranno un verme e una mosca.

Nino Marino, Roma 1953, scrittore e sceneggiatore per cinema, TV e teatro. Tra le sceneggiature per il cinema Io e Lui (1973), regia di Luciano Salce; La casa del sorriso (1991), regia di Marco Ferreri e Festival (1996), regia di Pupi Avati. Tra le miniserie per la TV Il commissario Raimondi (1998) e Non ho l’età (2001). Per il teatro Un angelo cal. 9 (1978); Gente di facili costumi (con Nino Manfredi, 1988); Mille scuse (1995); Bentornata Passerella (1997); È stata una festa bellissima (1998); I soldi non servono a niente (2012). Libri pubblicati: Interno di famiglia con miracolo (Rusconi 1993) e Rosso Pompeiano (Gremese 2005)