La Debicke e… Cospirazione Medici

Barbara Frale
Cospirazione Medici
Newton Compton, 2019

A Firenze, domenica 26 aprile 1478, durante una funzione in Santa Maria del Fiore celebrata dal diciassettenne cardinale Riario, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini Baroncelli uccisero Giuliano de’ Medici e cercarono di fare lo stesso con Lorenzo. Non era la prima volta che i congiurati si preparavano a tentare il colpaccio di quella che i posteri definirono La congiura dei Pazzi. Il giorno prima, infatti, sabato 25, avevano premeditato di far servire cibi avvelenati ai due fratelli, in occasione di un ricevimento a Villa Medici di Fiesole per festeggiare la recentissima nomina cardinalizia di Raffaele Riario. Ma l’assenza di Giuliano, ammalato, fece saltare il piano. Che fu rimandato al pranzo di domenica, dopo la Messa solenne in Duomo. Giuliano, non ancora ristabilito, fece sapere che prevedeva di intervenire alla messa, ma non al pranzo… non potendo rimandare ancora, i cospiratori decisero di uccidere i due fratelli nel duomo, durante la funzione. A quel punto, però, Montesecco, l’assassino precettato dai Pazzi, rifiutò di colpire a morte su suolo consacrato e la patata bollente di uccidere Lorenzo passò a Stefano da Bagnone e Antonio Maffei da Volterra, poco esperti d’armi. Per essere sicuri della presenza del malaticcio Giuliano, Bernardo Bandini e Francesco de’ Pazzi andarono a prenderlo. E tra Palazzo Medici e Santa Maria del Fiore (cento metri neppure), abbracciarono Giuliano per controllare che non portasse una cotta di ferro sotto le vesti. Quel giorno poi Giuliano non portava neppure la spada… Arrivarono in Duomo a Messa già iniziata. All’elevazione, mentre tutti erano inginocchiati con il capo chino in preghiera, si scatenò il massacro: Bernardo Bandini e Francesco Pazzi si avventarono furiosamente su Giuliano con i pugnali e continuarono a colpirlo anche quando ormai era a terra, morto in una pozza di sangue. Lorenzo, invece, ferito solo leggermente, coperto dagli amici (Francesco Nori sacrificò la sua vita per lui) riuscì a sfuggire agli attentatori chiudendosi in Sagrestia. L’attentato riuscito a metà scatenò un bagno di sangue. La vendetta di Lorenzo, appoggiato dai fiorentini, che si strinsero attorno ai Medici, fu spietata. I congiurati, braccati dal popolo, furono catturati, linciati, torturati, impiccati e i loro corpi smembrati e gettati in Arno. Tutti i componenti della famiglia Pazzi furono banditi da Firenze. Da quel giorno si cancellò anche il loro nome sui documenti ufficiali e tutti gli stemmi della famiglia vennero smantellati. La città, che la grandezza medicea aveva esaltato come splendida culla del Rinascimento, per lunghe settimane vide solo colare sangue per le strade.
Oppresso dal dolore e dal rimorso, Lorenzo de’ Medici è costretto a interrogarsi sul perché, le cause e i mandanti di quell’orrendo delitto. Perché solo Giuliano è morto? Certo i congiurati volevano decapitare la famiglia Medici, e lui deve la salvezza a un colpo di fortuna o all’imperizia dei suoi mancati uccisori, ma in fin dei conti i Pazzi hanno colpito Giuliano e solo lui è morto. Quali colpe aveva commesso? Lorenzo era il primogenito, Giuliano aveva vissuto sempre in secondo piano, più una pedina da giocare nei piani curiali, matrimoniali ed economici della famiglia che un vero capo. Ma la falce del destino ha colpito cieca e implacabile. Lorenzo non può fare a meno di colpevolizzarsi, rammentando i minacciosi avvertimenti trascurati, gli attacchi verbali in comune, le torve espressioni dei nemici assassini: Francesco Salviati, roso dall’astio; Jacopo de’ Pazzi, assetato di vendetta; Antonio Maffei da Volterra, spinto da odio viscerale e istinto di rivalsa nei suoi confronti. Ma dietro di loro quante altre invidie e quanti turpi inganni. Misteriose e influenti figure guidate dall’alto che miravano alla distruzione della potenza Medici. Ma avrebbe potuto esserci altro dietro la morte del fratello? Una causa incidentale? Una pericolosa passione amorosa avrebbe potuto provocare la sua tragica sorte?

Barbara Frale, che dopo In nome dei Medici torna a scrivere della celebre famiglia fiorentina, sposa questa versione. Azzardata, non comprovata ma certo plausibile e succulenta da raccontare. La Frale si focalizza sul carattere di Giuliano, forse in preda alla frustrazione per aver dovuto vivere sotto la protettiva ombra del fratello e della famiglia tutta. Sviscerato e analizzato a fondo, a livello umano: Giuliano, dopo aver perso Simonetta Vespucci, l’amore della sua vita, morta di tisi a ventitré anni, si sarebbe perdutamente invaghito della cugina Semiramide Appiani, che le assomigliava. Dimentico dell’amante Fioretta Gorini che stava per dargli un figlio (il futuro Clemente VII), la voleva a ogni costo. Prima di morire, Giuliano stava per sposarla e la ragazza gli avrebbe portato una cospicua dote, fatta anche di ambite miniere di allume… Barbara Frale insiste in questa chiave di lettura, raccontando in dettaglio una travagliata serie di eventi che portano al sanguinoso epilogo. Si avvale di una accurata ricostruzione ambientale, descrivendo intrighi di palazzo, giochi, tornei, sfarzose corti, complotti clandestini, subdole tenzoni spose del tradimento. Un pizzico di esoterismo non guasta mai e rende ancor più fumosa l’atmosfera. Ma il recensore deve dire la sua: la tesi di Barbara Frale è suggestiva, ma noi sappiamo che il potere è una belva feroce e crudele che convoglia a sé, come una calamita, i peggiori istinti umani e il potere dei Medici faceva gola a molti. L’amore invece, anche se prevaricatore, ossessivo e crudele è in grado sì di far molto male ma non potrebbe bastare da solo a scatenare un crudele eccidio che mirasse a impadronirsi di una stato e governarlo.

Barbara Frale è una nota storica del Medioevo. Autrice di varie monografie, ha partecipato a trasmissioni televisive e documentari storici. Ha curato la consulenza storica per la serie I Medici. Masters of Florence in onda sulla RAI ed è autrice, insieme a Franco Cardini, del saggio La Congiura, sui Pazzi. La Newton Compton ha pubblicato con successo I sotterranei di Notre-Dame, In nome dei Medici. Il romanzo di Lorenzo il Magnifico, Cospirazione Medici e il saggio I grandi imperi del Medioevo.

La Debicke e… Le verità sepolte

Angela Marsons
Le verità sepolte
Newton Compton, 2019

Una nuova drammatica avventura per l’ispettrice Kim Stone, personaggio cult di Angela Marsons, autrice del bestseller Urla nel silenzio.
Ritengo utile, nel caso qualcuno non avesse letto i precedenti romanzi, una breve introduzione della protagonista: Kim Stone è una giovane donna tutta d’un pezzo, appassionata di moto, dura e pura, quasi crudele con se stessa e spesso così asociale da sembrare priva di sentimenti, ma è un ottimo poliziotto anche se ha l’abitudine di andare oltre le righe. Porta dentro di sé diversi scheletri nell’armadio, un’infanzia da incubo con l’agghiacciante scomparsa a sei anni del suo gemello, fatto morire per inedia da una madre schizofrenica. Ma Kim, nonostante i successivi affidamenti, spesso poco azzeccati e che le hanno “regalato” sfiducia generale nella gente, è diventata ugualmente una bella persona che crede nel suo lavoro e vorrebbe garantire giustizia per tutti. Kim è un detective ispettore e coordina coraggiosamente la sua squadra nella Black Country, l’area delle Midlands Occidentali inglesi, che comprende la parte nord e ovest di Birmingham e la parte sud ed est di Wolverhampton. A ogni nuovo caso si butta a capofitto nelle indagini, pretende il massimo da sé e dai suoi, che l’adorano e l’appoggiano. L’unica persona da cui si lascia avvicinare, però, è il sergente Bryant, il suo vice, e l’unico suo cedimento agli affetti un cane, Barnie, un border collie rimasto orfano di padrone.
Ogni romanzo di Angela Marsons narra una storia finita, ma fa parte di una struttura seriale. Quindi, a chi volesse prendere maggiore confidenza con i comprimari, quali Woody, il gran capo, Bryant, sergente e vice e Stacey e Kev, il resto del team, suggerisco senz’altro di leggere anche i precedenti.
Ma torniamo a noi: non ci si annoia mai al dipartimento di Investigazione criminale di Halesowen. Quella che doveva essere una normale esercitazione di archeologia forense di un branco di apatici studenti, con la faccia addormentata da lunedì, in un campo di Harley Green, poco dopo l’inizio del primo scavo improvvisamente si rivela una scena del crimine. La dottoressa A, nuova ed efficientissima anatomopatologa forense, ha trovato un teschio e di conseguenza avverte subito la Polizia della zona. La prima ad arrivare da Halesowen è la detective Kim Stone, seguita a ruota dal detective Travis che viene da West Mercia. Visto che quel benedetto campo del ritrovamento di Hayley Green è a Hunnington, a metà tra la giurisdizione di West Mercia e quella di Halesowen, scoppiano subito scintille tra i due poliziotti. Senza parlare del fatto che tra loro due non corre buon sangue per qualcosa di mai risolto che risale a un’indagine di quattro anni prima. Non appena il terreno è transennato e posto sequestro, saltano fuori altri resti e indizi probatori. Per la dottoressa A è subito chiaro: quelle ossa appartengono ad altre vittime. Tre, almeno. Come se non bastasse, sui poveri resti ci sono tracce di fori di proiettile e di profonde ferite provocate da tagliole per selvaggina.
Costretta dalla decisione dei rispettivi dipartimenti a lavorare fianco a fianco con il detective Travis, Kim Stone comincia a investigare sui proprietari, la famiglia più abbiente del circondario, i Preece, e sui loro affittuari, i Cowley, che tuttora gestiscono il terreno trasformato in cimitero.
Mentre i due colleghi/nemici sono costretti ad affrontare una indagine molto complicata, la squadra di Kim a Halosewen, affidata al misurato Bryant, deve fare i conti con l’emergenza provocata da un’ondata di odio e violenza improvvisa. In città infatti stanno succedendo alcuni atti violenti di stampo ultra razzista, veri e propri “crimini di odio”. Sono azioni di incommensurabile ferocia, commesse in una presunta fanatica difesa di valori inglesi morali ed economici, e prendono di mira asiatici, omosessuali ed emigrati polacchi. Atroci crimini che rimandano ad altri barbari fatti del passato. Potrebbero avere qualcosa in comune con quanto accaduto alle tre vittime di Hayley Green?
Mentre Kim Stone indaga per scoprire la verità, la sua agente Stacey, che ha individuato una potenziale pista sui razzisti assassini, si è cacciata in un pericolo mortale. Il tempo corre e bisogna trovarli e fermarli prima che riescano a uccidere ancora. Un thriller intrigante e velocissimo che incolla il lettore dalla prima pagina fino alla drammatica e avventurosa conclusione. Un romanzo caratterizzato dai rapporti personali tra diversi personaggi, ma anche dalla continua crescita della squadra del dipartimento di Investigazione criminale di Halesowen che sta imparando a gestire meglio i ruoli per diventare più coesa. Anche Kim Stone sta cambiando. Si dimostra più umana e forse sta cominciando ad accettare i suoi antichi demoni per arrivare a far pace con se stessa.

Angela Marsons ha esordito nel thriller con Urla nel silenzio, bestseller internazionale ai primi posti delle classifiche anche in Italia. La serie di libri che vede protagonista la detective Kim Stone prosegue con Il gioco del male, La ragazza scomparsa, Una morte perfetta, Linea di sangue e Le verità sepolte. Vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. I suoi libri hanno già venduto più di 3 milioni di copie.

La Debicke e… La stanza segreta degli enigmi

Fabrizio Santi
La stanza segreta degli enigmi
Newton Compton, 2019

Tuscania, Alto Lazio. Giulio Salviati, lo scrittore detective protagonista di Fabrizio Santi, si è autoproclamato cavalier servente di Elena che con Arianna, amica e collaboratrice, è stata ingaggiata da Arnaldo Piermarini, ex professore universitario emerito di Filologia germanica e grande appassionato di arte. Il loro compito è quello di catalogare il contenuto della biblioteca privata della famiglia, situata in una vecchia e trascurata magione nobiliare settecentesca sperduta nella campagna sulle colline prospicienti ad Arlena di Castro. La vecchia dimora, a parte le librerie alle pareti cariche di volumi, è praticamente in disarmo. Mentre le due giovani donne si accingono ad affrontare il lavoro sollevando nuvole di polvere, Salviati, complice il caldo e l’ora pomeridiana del mese di giugno, sta per appisolarsi all’ombra di una vecchia quercia frondosa, quando un grido lo costringe ad alzarsi di scatto e a precipitarsi in casa. Arianna, scesa al pianterreno per cercare la borsa con il cellulare, accecata dalla penombra era stata aggredita alle spalle e colpita da uno sconosciuto. L’uomo, robusto e nerboruto a suo dire, si era poi dileguato di corsa passando dalla portafinestra in fondo al corridoio. Per lei come conseguenza solo un bello spavento, ma quella aggressione lascia spazio a molti interrogativi. Un ladro? E se era un ladro, cosa cercava in una casa disabitata? Qualcosa di nascosto tra questi scaffali colmi di testi tedeschi? Un libro? Probabile, e la mente sveglia e acuta di Giulio Salviati intuisce che il presunto ladro cercasse qualcosa del genere. Dopo frenetica ricerca salterà fuori una piccola collezione di manuali di indovinelli ed enigmi storici mai risolti. E, all’interno di uno di questi, Giulio Salviati scoprirà il testo di uno dei rompicapo più famosi al mondo: il celeberrimo “Indovinello del re” che, nel XVI secolo, aveva fatto quasi impazzire l’imperatore Rodolfo II, uno dei massimi cultori dell’esoterismo e dell’alchimia dei suoi tempi, che manteneva a corte una banda di pseudo maghi ed eruditi. La soluzione del cosiddetto “Indovinello del re” infatti sarebbe stata in grado di svelare il percorso da seguire per raggiungere la leggendaria “Camera di giada”, una camera segreta con le pareti ricoperte di giada, colma di tesori e scenario, si diceva, di favolosi fenomeni. Le voci sussurrano che fino a oggi solo pochissimi siano riusciti ad arrivare alla soluzione. Un bel mistero, anche perché nel frattempo il professor Piermarini, proprietario del maniero che contiene la biblioteca, è scomparso senza lasciare tracce. Ogni tentativo di mettersi in contatto con lui, anche attraverso la sua ex moglie e i suoi pochi amici e conoscenti, risulta vano. E oltre alla sua sparizione si inanellano una sequenza di strani fatti: sparatorie, omicidi, altre sparizioni che sembrerebbero non collegate tra loro e invece, secondo Salviati, hanno a che fare con i manuali e con certi dipinti che rimandano sempre a quel maledetto indovinello. Anche se teoricamente dovrebbe fare lo scrittore e stare tranquillamente seduto a tavolino, Giulio Salviati invece non riesce a stare alla larga dai pasticci. Persino stavolta, pur impelagato nella stesura di nuovo romanzo, si ritroverà invischiato in un rocambolesco intrigo che vorrà il suo coinvolgimento come detective, sconsigliato dall’amico poliziotto Restelli, costringendolo a mettersi all’opera per districare il mistero. Comincia così una rocambolesca avventura che lo porterà in viaggio per l’Italia, da Roma alla Toscana, fin su a Torino e nella laguna veneziana, e oltre i confini europei in compagnia di Elena e di Paolo, l’amico esperto informatico e… ben altro. Quali minacciosi pericoli si nascondono dietro quell’impossibile indovinello legato a una fiaba?
Un altro thriller esoterico ben congegnato per un enigma mai risolto. Ma esiste un vero senso per tutto questo? Un mistero che stavolta semina morte e ci lascia con una domanda senza risposta: esiste davvero la camera di giada?

Fabrizio Santi, insegnante d’inglese in un liceo scientifico di Roma, ha esordito come autore con il romanzo Il quadro maledetto. È diplomato in pianoforte al Conservatorio di Perugia e con la Newton Compton ha pubblicato Il settimo manoscritto, L’enigma della cattedrale sommersa e La stanza segreta degli enigmi.

La Debicke e… Troppo lontano per andarci e tornare

Stefano Di Lauro
Troppo lontano per andarci e tornare
Exorma edizioni, 2019

Nel XIX secolo, prima dell’avvento del cinema, della televisione e della diffusione globale di spettacoli e immagini via web, il circo era uno dei divertimenti più ricercati dalle persone di ogni ceto sociale. Chi oggi critica le esibizioni di animali in spettacoli circensi come inaccettabile coercizione, a maggior ragione inorridirebbe per la consuetudine, in voga dal 1800 fino alla prima metà del 1900, di esibire pubblicamente i cosiddetti fenomeni da baraccone. Gran parte delle attrazioni dei circhi di allora, infatti, consisteva in uomini e donne portatori di orride e penalizzanti deformità (nani di ogni genere, giganti, gigantesse, donne barbute, uomini e donne cannone…) che, anche contro la loro volontà, dovevano esibirsi per il divertimento di un pubblico di grandi e piccini. Negli Stati Uniti questi spettacoli, chiamati “freak show”, erano i cavalli di battaglia dei due circhi più famosi dell’epoca: il Ringling Brothers e il Barnum & Bailey Circus. Proprio ai tempi del famoso Circo Barnum, guidato dall’indimenticabile Phineas Taylor Barnum, gran maestro di funambolici “Misteri” e precursore dell’uso dei media dell’epoca (giornali, locandine e coloriti manifesti) Stefano Di Lauro ambienta la sua poetica e fantastica storia/favola del piccolo circo “Au Diable Vauvert”.
“Au Diable Vauvert”, nome tratto, a detta dell’autore, dall’antica residenza medioevale del monarca francese Roberto il Pio, che nei secoli ha preso il significato di “lontano in tanta malora”, come dire “in capo al mondo”, diventa un fondamentale e tangibile personaggio del romanzo. Un romanzo che, collocandosi al di fuori delle correnti letterarie, mira a una scelta poetica più intima, esotica e surreale ma non per questo meno affascinante e coinvolgente. Una storia corale che, con precisi riferimenti ad altre storie e a grandi autori quali Racine, Montaigne, Melville e la sua Moby Dick, mette al centro l’immaginazione e si fa talmente fiaba da rimandarci persino al Pinocchio di Collodi, con il simbolismo della balena che si ripete per tutto l’arco narrativo.
Ma torniamo a Troppo lontano per andarci e tornare.
Il 31 dicembre 1899 il piroscafo mercantile a vapore Holy Steam salpa dal porto di Le Havre facendo rotta su Buenos Aires. Nella stiva del vapore ha preso posto il piccolo circo “Au Diable Vauvert” che, a dispetto del nome, lascia la Francia per la prima volta, costretto dal progressivo disamore del pubblico nei confronti degli spettacoli circensi itineranti. “Au Diable Vauvert” ha caricato i carri, i cavalli, la vecchia lupa, le attrezzature, il tendone da montare con l’ingresso fatto a bocca di balena, le pedane e tutti i componenti della compagnia, ciascuno attore della sua storia e di quella comune, che porta con sé un importante bagaglio di ricordi e di esperienze. In una continua serie di flash back, le loro capacità e le loro esistenze vengono descritte in un lungo percorso umano, denso di stravaganti biografie, arricchite dai nomi parlanti attribuiti ai diversi personaggi: Orlando, Nounours, Mardea…
La trama, che si rincorre tra passato e presente, racconta la vita del circo prima della partenza, i rapporti tra le persone, il continuo viaggiare avanti e indietro sulle strade dal nord al sud della Francia, descritto con una serie di dagherrotipi che rimandano a Biarritz, Arles, ai paesi vicini a Parigi, ai vicoli di Marsiglia, ai villaggi sulle sponde della Loira, in Algeria, al Boulevard du Crime, offrendo al lettore un variegato affresco fin de siecle. Per poi risalire a bordo, scendere nella stiva e affrontare le onde e il mal di mare navigando verso Buenos Aires… forse.

Stefano Di Lauro è autore, regista e compositore. Ha pubblicato “Eroine nient’altro da dichiarare” (2012) e “Dittico dell’amore osceno” (2011) per Shamba Edizioni; “La mosca nel bicchiere – La poetica di Carmelo Bene” (Icaro, 2007); “Opere” (Besa, 2006). Come regista teatrale ha lavorato in Italia e all’estero. Autore di testi teatrali, adattamenti di opere straniere e riscritture di classici, ha anche realizzato opere di video-arte e documentari, e scritto musiche di scena affiancando numerosi progetti musicali e discografici. Ama i miti e per questo si definisce un mitonauta.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Novembre 2019

Agli amici giallisti-scacchisti tre blog da seguire:
SoloScacchi
Scacchierando
Unoscacchista
Ci troverete anche il sottoscritto.

 

Morte di un dottore di D.M. Devine, Il Giallo Mondadori 2018.
Silbridge in Scozia. “Ebbi la certezza che Henderson fosse stato assassinato solo due mesi dopo la sua morte. Se ora ci ripenso, credo di averne avuto la sensazione quasi dall’inizio…”. Chi parla e racconta in prima persona proprio all’inizio della storia è Alan Turner, socio del fu dottor Henderson che ha un incontro nello studio con il sindaco Hackett. Più scontro che incontro. Sul fatto che sta per arrivare Elizabeth, la bella seconda moglie del defunto, una sgualdrina per il sindaco e, sempre secondo lui, anche l’amante di Alan. Dal colloquio si capisce che era morto per asfissia di una stufa a gas, dopo aver battuto la testa contro il parafuoco nel suo studio, dove era stato trovato proprio dalla stessa Elizabeth.
Tutto ruota attorno a questa morte creduta solo una disgrazia dall’ispettore Gordon Munro, mentre gli abitanti della città pensano, come il sindaco, che gli assassini siano i due amanti. E poi come aveva fatto l’uccisore a sapere che avrebbe trovato la sua vittima nell’ambulatorio a quell’ora? Henderson aveva annunciato solo a cena, insieme ad Alan ed Elizabeth, che non sarebbe uscito come faceva tutti i lunedì, ma una telefonata gli aveva fatto cambiare idea. Una telefonata dell’assassino? Per Elizabeth si tratta sicuramente del cugino Andrew Fairgrieve che gioca d’azzardo e chiede continuamente soldi, ma Alan non le crede perché Andrew è solo “uno svagato e pasticcione”. Ella stessa si sente in pericolo, ha ricevuto una lettera minatoria, ha avuto in passato un incidente con la macchina manomessa.
Le indagini vanno avanti con Munro “un omone massiccio” dalla “corporatura di un peso massimo” spesso in lite con Alan che gli aveva fregato “la sua ragazza”, ovvero Joan Griffith, nipote del sindaco. I sospetti e i sospettati non mancano. Oltre ad Alan ed Elizabeth ci sarà anche una discreta litania di personaggi, a partire dallo stesso sindaco, che avevano motivi per uccidere Henderson. Tra i quali magari proprio uno dei pazienti di quel funesto lunedì. Si scoprirà anche qualcosa di “particolare” sulle tendenze sessuali del dottore tanto da aprire un altro campo di indagine. E l’assassino colpirà ancora…
Dialoghi lunghi (a volte esagerati) che danno un ritmo lento al racconto, passato e presente che si intrecciano, dubbi, assilli, incertezze, tormenti. Perfino una partita a scacchi (interessa solo a me) e una citazione improrogabile di Sherlock Holmes. Ma la domanda principale è “Chi sarà l’assassino? È questo? È quello? È Elizabeth o, addirittura, lo stesso narratore bugiardo?” Mah…
Finale tenero e sentimentale. Lieto solo per qualcuno.

Investigatori col monocolo di Freeman Wills Croft, J.J. Connington, R. Austin Freeman, Il Giallo Mondadori 2019.
Il silenzio delle ombre di Freeman Wills Crofts
Il romanzo potrebbe intitolarsi benissimo “Sparizioni”. Il primo a dileguarsi nell’aria è il dottor Earle in un piccolo villaggio del Surrey. Stava seduto in poltrona “e tre minuti dopo era scomparso senza un suono, senza essere visto, senza lasciare traccia, senza il benché minimo motivo. Svanito dalla faccia della terra”. La seconda un’infermiera che era stata sorpresa, addirittura, insieme al dottore. In seguito ne sparirà anche un’altra. Così, come per miracolo.
Bella gatta da pelare per l’ispettore French, “di bassa statura, intelligente e piacevole”, in stretta collaborazione con il sovrintendente Sheaf. Prima domanda che sorge spontanea: “Una fuga d’amore tra il dottore e l’infermiera, dato che anche la moglie se la intendeva con un bel giovanotto?”. Seconda domanda: “Un assassinio?”. Potrebbe essere questo o quello ma allora perché non si ritrovano i corpi? Roba da far andare in pezzi il cervello. Ma l’ispettore è un duro (sua massima “Occupati sempre dei contro, perché i pro sanno badare a se stessi”), infaticabile di notte e di giorno, a piedi, in bicicletta, in macchina, scruta, osserva, prende appunti, esamina e riesamina, ricomincia da capo. Da tenere presente la cattiva salute del dottore, il suo testamento e un libro importante da lui scritto. Classica soluzione finale precisa, puntuale, rigorosa, con allegati orari e cartina.
Il cratere del diavolo di J.J. Connington
Ambledown nella campagna inglese del 1942. In piena guerra. Scoperto, lì vicino, un tesoro vichingo da un archeologo durante uno scavo. Tesoro maledetto secondo l’ubriacone del luogo e una antica maledizione per cui “chi dovesse ritrovarlo andrà incontro a morte sicura”. Detto fatto, l’archeologo muore durante un bombardamento, anche se probabilmente è stato ucciso prima con un colpo in testa per rubare parte del tesoro dello scavo. Il capo della polizia sir Clinton al lavoro insieme all’amico Wendover (entrambi giocano a scacchi) e all’ispettore Camlet. Ed ecco delle strane morti di girini e di conigli simili a quella dell’ubriacone trovato riverso per strada. Senza alcuna spiegazione plausibile per il dottore Allardyce. Forse tutto si spiega, invece, con qualche “arcano rito magico” da parte di un chiaroveggente di origini africane. Meglio controllare.
Intanto fioccano le domande: morti per avvelenamento?, che tipo di avvelenamento?, chi ci guadagna da queste morti?, che cosa ci guadagna?, sono collegate fra di loro?, è possibile che ci sia di mezzo il dottore stesso? o sono causa del chiaroveggente che “incanta” con i suoi trucchi? Una ricerca lunga, difficile, per sfatare certe sciocche credenze e andare al sodo sfruttando a fondo le conoscenze mediche e scientifiche del tempo (riguardo, soprattutto, a determinate sostanze tossiche e velenose). Finale drammatico vissuto attraverso le azioni di chi si è reso colpevole. Ma sir Clinton è vicino…
Il caso Burnaby di R. Austin Freeman
Frank Burnaby, un uomo sulla cinquantina, tranquillo, timido, gentile. Sua moglie sulla trentina, attraente ed esuberante. Quattro figli, tre ragazzi e una ragazza. E un amico, Cyril Parker, bello, gradevole, sagace. Una famiglia felice, per il dottor Jardine che racconta la storia. Ma qualcosa succede, qualcosa di strano perché Frank viene colto sempre più spesso da attacchi che sembrano dovuti a un veleno (viso arrossato, gola secca e pupille dilatate). Per svelare il mistero occorre l’intervento dell’amico dottor Thorndyke. Andando al sodo gli attacchi sembrano collegati a qualche cibo preparato dalla moglie e fornito da Cyril. Moglie che, per questo, verrà accusata. Ma Thorndyke sui veleni ne sa una più del diavolo…
Ottima Introduzione e scelta dei testi del nostro Mauro Boncompagni. Si respira in questi romanzi un’atmosfera strana, misteriosa, irrazionale. Persone che svaniscono, persone e animali che muoiono in maniera inesplicabile. Comunque dalla lettura attenta e minuziosa (ci vuole un po’ di pazienza) dei meccanismi e dei mezzi scientifici che portano alla morte (per contrastare, appunto, l’irrazionale), compresa una discreta serie di veleni, anche noi lettori siamo ora pronti a scaraventare nella bara qualcuno che ci sta sul gozzo con ampie possibilità di farla franca. Di French, sir Clinton e Thorndyke non se ne vedono in giro.

La logica di Falconer di Ian Morson, Mondadori 2019.
Oxford seconda metà del XIII° secolo. Si sta avvicinando il Natale ed è in corso la festa di santa Fridesvida. Chiesa abbaziale gremitissima, tutti osannanti per le sue spoglie mortali ma Edward Petusance, sacerdote della chiesa di Sant’Aldate, geloso di questo successo è alla ricerca disperata di una simile “attrazione” per attrarre, appunto, i pellegrini con le loro monete sonanti. Nello stesso tempo anche Falconer, maestro reggente della Facoltà delle Arti, sta cercando nel ghetto ebraico un misterioso alchimista per conto dell’amico Ruggero Bacone esiliato in Francia. Oxford è veramente un tripudio di gioia e di esaltazione, un miscuglio di artigiani, mercanti, pellegrini spendaccioni da ogni dove. È arrivata una compagnia di giullari e giocolieri con a capo Stefano de Askeles, che ha messo gli occhi sulla bella Margaret Peper moglie di John, per sfruttare al meglio la situazione. E ci sarà pure il re Enrico, uomo devoto, con la regina e i nobili ad assistere alle sacre rappresentazioni. Un altro personaggio, Tommaso di Cantilupe, ex cancelliere dell’Università di Oxford, cerca intanto di riguadagnarsi la benevolenza del re che lo vuole punire per essersi associato con le gilde dei mercanti e dei borghesi, sospettato anche di complicità con i briganti e le razzie nei campi.
Tutto procede regolarmente fino all’assalto dei briganti alla compagnia (verranno respinti) e alla morte del “diavolo”, di solito interpretato dallo stesso Askeles, colpito alla schiena con uno scalpello di carpentiere. Ma questa volta trattasi invece, con stupore di tutti, di fratello Adam… E Falconer ha assistito alla scena intravedendo “un’altra sagoma più umana staccarsi da quella forma diabolica e ritirarsi nell’ombra protettiva del palco”. Indaga Peter Bullock, guardia della città di Oxford. Per lui l’assassino è sicuramente John Peper, ingelosito delle attenzioni di Askeles per la moglie. Pensava, ne è sicuro, che sotto la maschera del diavolo ci fosse proprio lui. Ma Falconer è dubbioso, qualcosa non quadra, anche altri hanno motivo di toglierlo di mezzo. Nel frattempo è preso dal risolvere il messaggio criptico di Bacone “Non occorre spingersi fino ai germani per trovare quest’uomo. Basta cercare tra omega e alfa”. Che cosa significa? E i delitti non cesseranno… Falconer, comunque, interrogando e osservando con occhio acuto ciò che gli sta intorno si è già fatta un’idea. Li ha tutti riuniti al Collegio di Aristotele dove ha preparato un colpo finale ben congegnato per smascherare l’assassino.
La storia è un interessante viaggio ricco di suspense e di sorprese, lungo una città e una società variegata e complessa, con le sue particolari credenze e tradizioni (vedi, per esempio, la nomina per un giorno tra gli studenti del Signore della Sregolatezza), le mire, gli odi all’interno dei gruppi sociali più poveri e più potenti, lo studio dell’alchimia e dell’astrologia, gli scontri con i briganti e gli ebrei ribelli del tredicesimo secolo.
Per la Storia del giallo Mondadori la nona puntata Gli anni Sessanta di Mauro Boncompagni. A partire da Ed McBain con il suo 87° Distretto finendo con Ruth Rendell sulla quale l’autore farà in seguito un discorso a parte. Ma ci sono pure Marric, Hillary Waugh, Donald Westlake, D.M. Devine, Ellis Peter, Philip MacDonald, Howard Brown, John Ball e John Wainwright. Che volete di più?…

L’estate del mundial di Piero Colaprico, BUR 2015 (precedentemente Net 2006).
“Il 17 giugno 1982 è un brutto giorno per Pietro Binda, onesto e coriaceo maresciallo della sezione Omicidi, prossimo alla pensione. Nel cortile del Banco Ambrosiano è stato scoperto il corpo della segretaria di Roberto Calvi, da un paio di giorni scomparso da Milano. E poi una telefonata dall’amico anarchico Loris: la sua amica Lavinia, quella che faceva la soubrette, è stata uccisa sulle scale di casa e lui è tra i sospettati. E così Pietro Binda si ritrova tra le mani due indagini: quella ufficiale, riservatissima, che scatta quando da Londra arriva la comunicazione che il “banchiere di Dio” è morto impiccato sotto il ponte dei Frati Neri; e quella ufficiosa, a fianco di Loris. Nella rovente estate milanese, mentre cresce l’entusiasmo per l’impresa dell’Italia ai mondiali di calcio in Spagna, il maresciallo entra in due mondi che gli erano sconosciuti, quello del denaro e quello del varietà: mondi che possono essere entrambi molto ostili, letali”.
Il maresciallo Pietro Binda si è trasferito a Milano da tre mesi. Infanzia a Trani, da poliziotto a Caserta e poi a Milano. Sposato con Rachele che gli sembra non solo più vecchia ma anche più materna e premurosa. Molto attaccato a lei “Nonostante i tanti anni insieme, cosa davvero volesse certe volte la moglie non riusciva a comprenderlo: era difficile capire le donne in genere, la sua in particolare. La tenne stretta, e le appoggiò la testa nell’incavo del collo, come facevano da fidanzati, tante vite prima”. Ha un figlio Umberto che fa un lavoretto come pasticcere, pettinatura da rasta e passa ore al centro sociale Leoncavallo. Incomincia ad essere allergico ai “semi della violenza” che hanno invaso Milano e l’Italia. Ama la musica classica, soprattutto Beethoven. Baffetti alla Amedeo Nazzari, capelli grigi, cicatrice sul fianco (destro o sinistro non ricordo). Beve spremuta mista di arancio e pompelmo, grignolino e anche grappa. Buono il risotto al taleggio e al radicchio travisano così come l’orata in salmoriglio al cartoccio. Gli piace anche il “pulaster” allo spiedo e antipasti vari con un po’ di pesce in carpione. Frutta tropicale. Una buona forchetta. Il calcio gli interessa solo quando non ha da fare cose più importanti. Cambiamenti a Milano “Finalmente aveva compreso: Armani, le commesse altezzose, le vetrine spoglie e nello stesso tempo ricche, non erano altro che le tracce di un nuovo culto pagano che si stava diffondendo intorno al Duomo. Una fede nell’apparenza che da Milano si propagava nel resto del mondo”. Forte volontà, paziente, mani larghe e pesanti da montanaro. Quando occorre sa essere duro. E anche cambiare giudizio: “A Binda Loris adesso appariva migliore di quanto pensasse, meno superficiale, e non sapendo come dirglielo si limitò a dargli una pacca sulla spalla”. Stremato dal lavoro ma appagato “Il lavoro, soprattutto se ben fatto, aveva questo potere terapeutico: quando cominciava a girare per il verso giusto, portava una tale dose di soddisfazione da lenire piccole e grandi stanchezze”. Qualche critica alla riviera romagnola dove si sta appiccicati gli uni agli altri. Una confusione…Sesso tranquillo: “Non c’era più la passione dei primi incontri, ma anche la profonda calma di chi si conosce da una vita e ha visto, da quell’unione, nascere anche un altro essere umano, era un buon afrodisiaco”. Gli piacciono gli articoli di diritto. Critica alla società italiana: “Insomma, amici, in un paese come l’America uno che diventa ricco e non sa certificare da dove ha preso i soldi, rischia di finire in carcere, come capitò ad Al Capone. Invece, in Italia i furbi hanno un premio, finché va bene”. A buon intenditor poche parole…
Colaprico è uno scrittore vero. Diretto, spiccio, senza tanti fronzoli.

I Maigret di Marco Bettalli

La chiusa n. 1 del 1933
Il protagonista assoluto della storia – quasi un one man show – è un donnaiolo intelligente, ingombrante, eccessivo, stranamente amico e “doppio” dello stesso Maigret, corpulento marinaio di chiatte (ancora chiatte!, sia pure alla periferia di Parigi) divenuto ricchissimo proprietario di una flottiglia. Tutta la storia, in un incantato aprile di inizio primavera, si risolve in un complesso ed estenuante – anche se a volte appena accennato – gioco psicologico tra Maigret (descritto come prossimo – pochissimi giorni! – alla pensione: Simenon, in questo periodo, aveva dei problemi relazionali con il suo personaggio: nei due successivi lo troviamo prima “in esilio”, poi finalmente in pensione. Ma sarà Maigret a vincere…) e il protagonista, e tra quest’ultimo e un suo vecchio amico malmesso, di cui aveva in passato cinicamente posseduto la figlia con grossi problemi mentali (un leit motiv stereotipato spesso presente nei romanzi di Simenon). La parte gialla interessa l’autore ancor meno del solito: il compito viene sbrigato molto rapidamente – quasi per dovere, verrebbe da dire – e in modo, a tratti, un po’ confuso e poco convincente. Restano le scene con Émile Ducrau, detto Mimile, a volte indimenticabili, sicuramente la parte migliore di un romanzo non privo di pecche.

La casa del giudice del 1942
Siamo ancora sul mare, ma i protagonisti non vanno sulle navi, sono mitilicultori. Maigret è esiliato a Luçon, per oscure trame svoltesi a Parigi, di cui nulla ci viene detto (Simenon ci tornerà rapidissimamente in un accenno in Maigret e il ministro, n.46). Se la passa un po’ tristemente con l’idiota e vanesio ispettore Méjat, quando finalmente, in un piovoso gennaio, gli si presenta un caso degno di questo nome, con un irreprensibile giudice avanti negli anni nella cui casa si svolgono misteriose trame e vengono nascosti cadaveri. Al centro della storia, tra le più inverosimili, nella quale Simenon dispiega senza risparmio la sua usuale misoginia, vi sono complessi intrecci tra il figlio del giudice, che figlio in realtà non è, la figlia descritta sia pur pudicamente come ninfomane all’ultimo stadio e quindi rinchiusa in una casa di cura, amici più o meno fedeli, donnette bisbetiche e impiccione, ragazzotte messe incinte in continuazione, in una descrizione di vita di paese a tinte forti, ma a tratti efficace. Contrariamente agli schemi usuali, a salvarsi questa volta è proprio la figura del giudice, tipico esempio di alto borghese pieno di scheletri (in senso letterale…) nell’armadio, ma in qualche modo onesto e nobile nella sua disperazione di padre sfortunato e di ancor più sfortunato marito.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Alle porte della notte di Paolo Roversi, Marsilio 2019.
Radeschi, Radeschi francamente ci mancavi. Sei cambiato, d’accordo, diverso, nuovo? Più riflessivo? Maturo? No, a ben vedere fa sempre capolino il ragazzo di provincia arrivato a Milano per fare fortuna come giornalista, ma diventato anche il bersaglio sotto pressione di un invisibile e minaccioso nemico che gliel’ha giurata a morte. Stavolta si parte alla grande con una scenografica rapina in una gioielleria del pieno centro di Milano, in via Montenapoleone, il cuore più costoso dello shopping della città. L’allarme azionato a distanza, che chiama in soccorso la polizia, pare scombussolare i piani dei due rapinatori, ma loro niente! Impavidi prendono una commessa in ostaggio, escono in strada, sequestrano armi in pugno il furgone di una lavanderia e, dopo aver ingaggiato un conflitto a fuoco con i carabinieri, fuggono bruciando semafori e travolgendo ostacoli. Ai terrorizzati occupanti del mezzo sequestrato i banditi si presentano come Luglio e Novembre. La loro fuga, che provoca una sanguinosa e letale carambola che vedrà coinvolte volanti della polizia, auto e taxi, bloccherà Piazza San Babila, permettendo al furgone di dileguarsi nel nulla.
Una brutta storia che, oltre a rovinare le vacanze programmate al vicequestore Loris Sebastiani, bruciato all’aeroporto mentre era in partenza per il Portogallo con una polposa e giovane fiamma, darà il via a una nuova indagine che lo costringerà a coinvolgere, sempre in veste di consulente della polizia, l’amico, giornalista e hacker Enrico Radeschi…
Gli anni passano, sono passati anche per Radeschi e per il vicequestore Sebastiani. Restano certe vitellonesche abitudini: Sebastiani mastica ancora sigari e non smette di correre dietro alle sottane e Radeschi sogna le bistecche. Poi, sempre cani per Radeschi, anche se il labrador Buck ormai quasi in pensione è stato sostituito dal chihuahua Rimbaud. Regge gli anni il “giallone” e parte nonostante il gelido e nevoso inverno milanese. MilanoNera è diventata una testata web di gran successo molto seguita, con un redattore di pregio che si chiama Andrea e che è uno schianto di ragazza. Prende peso e il dovuto spazio la figura del Danese, che pare un diavolo incarnato o forse un abile e donchisciottesco giostratore che non crede al destino. Ma stavolta potrebbe sbagliarsi? Che stiano rischiando di brutto tutti davvero? Che ne dite? Grazie Paolo, alla prossima!

L’ombra di Melanie Raabe, Corbaccio 2019.
“Tu porti morte… L’11 febbraio ucciderai al Prater un uomo di nome Arthur Grimm. Di tua spontanea volontà. E con ottime ragioni” È questo il minaccioso vaticinio sussurrato da una vecchia mendicante a Norah Richter in una strada di Vienna. Perché mai Norah dovrebbe uccidere qualcuno e chi è mai Arthur Grimm? Ciò nondimeno quelle parole riescono a catapultare a ritroso nel tempo Norah, giovane ma affermata giornalista tedesca, appena trasferita a Vienna, dove ha accettato una lusinghiera proposta di lavoro. Perché quella data, poi? Proprio un 11 febbraio di diciotto anni prima, quando era ancora una ragazzina, era successo qualcosa di terribile: il suicidio della sua amica d’infanzia. Suicidio che l’aveva toccata dolorosamente e in un certo senso aveva segnato per sempre la sua vita. Talmente segnato da renderle difficile, se non impossibile, accettare un rapporto duraturo. Basti pensare che il suo improvviso trasloco a Vienna aveva visto anche la rottura del suo affettuoso legame con Alex. Legame su cui pesava per lei la paura di impegnarsi definitivamente per poi magari essere abbandonata.
Melanie Raabe ha creato con Norah Richter una donna forte e indipendente, pronta ad affrontare le sfide della vita. Ha successo nella sua professione, ha vissuto a Londra, in varie città tedesche e quando era molto più giovane ha saputo gestire la disintossicazione dalla droga dopo un’overdose quasi fatale. Fa coraggiosamente campagna in prima persona per i diritti delle donne e per la giustizia in generale. Allo stesso tempo Norah è una persona introversa, che per la sua rettitudine si è fatta dei nemici e con pochissimi veri amici. Una donna che si affida a saltuari brevi contatti sul web, preferisce arrangiarsi, regolare i suoi problemi da sola, cosa che la fa apparire agli altri, anche ai colleghi di lavoro, inavvicinabile, distaccata e arrogante. Quelle parole della mendicante le appaiono all’inizio solo uno stupido e macabro scherzo. C’è solo quella fortuita coincidenza di data, 11 febbraio, che le richiama tristi flashback del lontano passato e la disturba. Insomma, lei non conosce nessun Arthur Grimm. Ma Norah è una giornalista d’indagine. Il suo io la spinge a investigare, deve sapere se la sua presunta vittima Arthur Grimm esiste veramente, chi è, lo cerca e lo individua…

Dodici rose a Settembre di Maurizio de Giovanni, Sellerio 2019.
Personaggi già usati in precedenti racconti pubblicati per Sellerio, Mina Settembre e gli altri per la prima volta diventano interpreti di un romanzo. Un indovinato e irresistibile ventaglio di maschere farsesche che si muove agilmente sul palcoscenico di Napoli, città dolorosa come la pietà michelangiolesca, spesso sfinita dalla tragedia. Ma una città che sa farsi anche criminale, crudele, spietata verso i deboli che de Giovanni non ci nasconde, anzi ci fa scoprire nelle sue pagine arricchite dal fiorito ironico dialetto, stravagante ma polposo linguaggio dei suoi personaggi di ogni livello sociale. Insomma un ventaglio che, con le tante sfaccettature delle sue storie, si allarga fino a diventare un colorito emblema della difficoltà della vita. Per chi non avesse ancora incontrato Gelsomina Settembre detta Mina, assistente sociale di un consultorio napoletano, mi pare doveroso chiarire che è una borghese napoletana laureata che lavora nei Quartieri Spagnoli, cosa che troppo spesso la costringe a impegnarsi in casi che chiedono giustizia. Ma Maurizio de Giovanni ci sorprende sempre.
Mina Settembre è una tosta, che riesce a far fronte al suo lavoro difficile ovunque, ma che purtroppo a Napoli deve subire anche la permanente carenza di personale e quindi non è in grado di fornire vera assistenza, ed è sottoposta alla conseguente sfiducia degli assistiti che guardano come intrusi quei poveri sottopagati impiegati disposti a farsi il mazzo dietro un tavolino. O peggio li considerano impiccioni che vorrebbero ficcare il naso in cose che non li riguardano. Insieme a Mina, ecco il suo “team”, un improvvisato gruppo d’intervento in termini guerreschi. Sul lavoro colmo di buona volontà, da lei spesso scoraggiato (è fidanzatissimo con una collega in missione in Africa e l’insicurezza affettiva di Mina non le concede di dargli spazio) il “dottore”, il ginecologo Domenico «chiamami Mimmo» Gammardella, bello come il sole, un gemello di Robert Redford assolutamente ignaro degli effetti del suo fascino; «Rudy» (da Rodolfo Valentino per chi ne dubitasse) Trapanese, il quasi nano portiere dello stabile che si crede un adone con gli occhi sempre “appizzati” sulla sofferta ben oltre la quarta di seno, croce e delizia di Mina; e, più di lato, le irresistibili e spesso generose amiche di sempre con le quali Mina condivide ancora una inestinguibile complicità e amicizia dai tempi di scuola, senza dimenticare il suo ex marito, il magistrato De Carolis, arrogante rompiscatole anche se ogni tanto vorrebbe conciliare le leggi con la giustizia. Per tutti loro, baracca e burattini, Maurizio de Giovanni si è ingegnato a coinvolgerli in due quasi parallele corse contro il tempo…

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi vi presento Diario di una Schiappa. La dura verità di Jeff Kinney, Il Castoro 2012.
Greg, la solita schiappa, questa volta si ritrova ad affrontare molte avventure. Però senza il suo migliore amico Rowley, perché hanno litigato poco prima dell’inizio della scuola. Dovrà affrontare il quarto matrimonio dello zio Gary, dove si ritroverà a dormire tra gli “scapoli” e fare l’assistente del suo fratellino Manny alla cerimonia. Dovrà rinunciare alla festa di Jordan Jury, il ragazzo più popolare della scuola, partecipare al pigiama party scolastico dove fanno giochi stupidi che a Greg non piacciono e, come sempre, combinerà un sacco di guai. Dovrà anche andare dal dentista del suo babbo che gli darà un apparecchio che gli arriva fino alle orecchie. E persino fare un esperimento di scuola, mantenendo intatto un uovo per un giorno che però gli cucinerà la mamma per colazione. Insomma dovrà affrontare molte avventure divertenti senza il suo migliore amico, ma “Farà pace con lui?”…

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti

La Debicke e… La donna in rosso

Alex Beer
La donna in rosso
Edizioni e/o, 2019

Vienna 1920. L’Ispettore August Emmerich ha ottenuto il trasferimento per meriti speciali alla sezione Omicidi, ma è bollato dai colleghi come “storpio” per colpa della gamba ferita in guerra. Emmerich, seguito dal suo assistente Ferdinand Winter, con problemi al braccio per un incidente di qualche mese prima, è relegato dietro a una scrivania con mansioni poco più che da segretaria.
I due non possono che sfogarsi con pugni stretti e mugugni perché, nonostante il loro eccellente lavoro, sono tagliati fuori dall’importante indagine che coinvolge tutta la Omicidi. Il signor Richard Fürst, stimato uomo politico locale riformista, benvoluto dal popolo, è stato assassinato e tutti i funzionari di polizia sulla piazza, eccetto loro due, sono stati messi sotto pressione.
A tirarli fuori da dietro la scrivania sarà il vicecomandante delle forze di polizia Albrecht Gonka per invitarli a seguire il caso di Rita Haidrich. Rita Haidrich, bella e celebre attrice di cinema muto, ha fatto ricorso alla polizia perché ritiene che lei e tutta la mano d’opera della pellicola, attualmente in fase di lavorazione, siano minacciati da una oscura condanna che li perseguita. Probabilmente un caso inesistente, o per lo meno strano. Ma lei ha i suoi santi in paradiso e Gonka insiste. Emmerich nicchia, e infine accetterà solo in cambio di una concessione: se lui e Winter riusciranno a sbrogliare la faccenda, potranno indagare sull’omicidio del signor Fürst su cui è impegnato tutto il dipartimento.
Emmerich e Winter accompagnano Rita Heidrich e proprio sulla scena, durante le riprese, dopo un nuovo rumoroso incidente, l’ispettore riuscirà a scoprire alcuni altarini” e a “bloccare la strana maledizione ”.
In virtù del caloroso encomio dell’attrice otterrà finalmente l’autorizzazione a indagare con il suo assistente sull’omicidio del signor Furst. Ma hanno solo per 72 ore, perché secondo i colleghi della Omicidi il caso è già chiuso. Hanno scovato e arrestato infatti quello che ritengono l’assassino, ma secondo Emmerich le cose non sono così facili come sembrano. Intanto lui conosce personalmente il presunto colpevole e crede alla sua innocenza. E non sbaglia, perché la morte del consigliere Richard Furst potrebbe essere solo l’inizio di qualcosa di molto pericoloso… Ma non sarà una passeggiata confrontarsi contro il contorto marciume che sta dietro a un oscuro complotto e che potrebbe mettere in serio pericolo Emmerich e Winter, il suo giovane assistente…
La cornice ambientale di La donna in rosso rispecchia le reali condizioni in cui viveva allora la popolazione della capitale austriaca. Con l nobiltà impoverita e la miseria dilagante, i reduci di guerra, minati nel corpo e nello spirito, si muovevano traballando tra i cumuli di rovine affiancati allo splendore di pochi e il crudele contrasto con gli abbaglianti e sfacciati ori esibiti dell’industria cinematografica in grande ascesa. Senza considerare che una sorta di perverso fanatismo cominciava a fare da padrone.
Alex Beer insomma, regalandoci di nuovo la sua colta visione storica e architettonica di Vienna anni ‘20, riesce a ricreare l’atmosfera di una capitale decaduta, in bilico tra i vecchi fasti e le tragedie contemporanee, e se ne serve come fondale ma anche come protagonista della seconda indagine di Emmerich.
Prima dalla Prima Guerra Mondiale Vienna vantava numerose innovazioni sia in campo artistico e architettonico che in campo sociale, culturale e scientifico, e annoverava tra i suoi cittadini Arthur Schnitzler, Sigmund Freud e grandi pittori come Klimt e Schiele. E lo squallido pensionato maschile di Meldemannstrasse 27, dove l’autrice fa alloggiare il suo protagonista, esisteva già, anzi molto più tardi divenne tristemente famoso per aver ospitato Adolf Hiteler dal 1910 al 1913. Stavolta la parte narrativa dedicata alla ricostruzione storica, più misurata rispetto a quella di “Il secondo cavaliere”, regala alla trama di La donna in rosso un miglior connubio con la parte gialla. Utili e ben calibrati i piccoli flash back che aiutano il lettore a ritrovarsi anche se non ha letto la prima avventura dell’ispettore Emmerich.
La donna in rosso è un thriller intrigante con un appassionante scenario storico e un protagonista forte e, benché indebolito dalla sofferenza, allo stesso tempo profondamente umano e compassionevole. Un finale forse abbastanza prevedibile e che rimanda a certi gialli vintage, ma la trama ha sapore, buon ritmo e nel suo complesso la storia convince. La parte affetti del protagonista è una piaga aperta. Si potrà rimarginare? Chissà… Alla prossima, ispettore distrettuale capo A. Emmerich.

Alex Beer è lo pseudonimo di Daniela Larcher, nata a Bregenz in Austria, nel 1977. Ha studiato archeologia a Vienna dove vive. Il secondo cavaliere, suo primo romanzo, è stato un bestseller in Austria e Germania con la Penguin Random House ed è stato tradotto in molti altri paesi. La donna in rosso è il secondo romanzo con protagonista l’ispettore Emmerich.

La Debicke e… La lista nera

Harald Gilbers
La lista nera. L’ex commissario Oppenheimer e la resa dei conti
Emons, 2019

Torna in libreria Harald Gilbers, autore tedesco poco noto in Italia, forse perché scrive di argomenti ostici a chi non ha ricordi diretti e magari pensa che quei ricordi sarebbero da scordare.
I suoi romanzi, che inquadrano fedelmente l’agghiacciante periodo dell’Era Nazista tedesca, della sua fine e dell’immediato dopo, come questo, sono accurati gialli storici che dovrebbero far riflettere e magari servire da indispensabile ripasso a chi volesse informarsi davvero. Sissignori, perché Harald Gilbers, senza dare lezioni o spendere giudizi, narra senza fronzoli ciò che accadde allora e lascia al lettore il compito di valutare. Lui non esprime condanne, si limita a ritrarre quello che fu lo scenario in Germania, la supina accettazione e l’ottuso servilismo di un popolo che per anni, dopo essersi lasciato affascinare dalle grida, dai proclami di una mostruosa dittatura, con inaudite complicità politiche anche internazionali, ha calpestato tutti i diritti umani. Una dittatura che, indorata dal potere, aveva avviluppato i cervelli e le coscienze di troppi tedeschi, plagiandoli e costringendoli a chiudere bocca, occhi e orecchie. Fino a doversi risvegliare, quelli che sopravvissero, in un mondo in preda alla fame e alle rovine.
Dicembre 1946. L’inverno, che ha aggredito le strade con neve e ghiaccio, si annuncia già come il più freddo del secolo. Ciò nonostante a Berlino, pur divisa in ben quattro settori (americano, inglese, francese e russo), comincia lentamente la ricostruzione. Stanno riaprendo in sedi improvvisate teatri e cinema, ma purtroppo le tessere distribuite tra la popolazione non garantiscono la sopravvivenza quotidiana. Viveri e soprattutto combustibile scarseggiano, costringendo la gente ad ammassarsi nei pochi locali che si riescono a scaldare, ma non basta: con le tubature gelate anche l’acqua manca. Bisogna andarla a prendere alle poche pompe in funzione. Tra ammassi di macerie, che servono da magro rifugio a pochi disgraziati, e muri pericolanti, l’unica cosa che prospera nella città martoriata è il mercato nero. Si vende e si compra di tutto, tutto ha un possibile mercato.
Per tenersi lontano dalle quotidiane scaramucce ideologiche (o peggio) tra Alleati, l’ex commissario Richard Oppenheimer, ebreo scampato al campo di concentramento solo per aver sposato una donna di razza ariana, ma che aveva dovuto rinunciare al suo incarico di poliziotto, non è ancora tornato in servizio attivo e, seduto a una scrivania dell’Ufficio Ricerche, smista tranquillamente le schede delle persone scomparse.
A costringerlo a rimettersi in pista sarà il colonnello sovietico Aksakov, ufficiale del N.K.V.D. per il quale mesi prima ha risolto un difficile caso, che lo arruola per indagare su un brutale omicidio e scagionare un funzionario comunista arrestato dalla polizia vicino al cadavere. Il corpo nudo di un uomo anziano infatti, con gambe e braccia coperte di scritte con nomi, è stato ritrovato dietro ai bidoni della spazzatura di un edificio tra la Hermannstrasse e Neukolln fuori dalla zona sovietica. In bocca al morto i resti carbonizzati di un foglio. Un lista nera?
Il morto si chiama Orminski. Ma il ritrovamento del cadavere fa parte di un diabolico piano accuratamente premeditato, iniziato mesi prima, che ha già ucciso. Orminski non è la prima vittima e l’ex commissario Oppenheimer, in veste di specialista, dovrà rintracciare il vendicativo fil rouge che collega una serie di delitti con identiche stimmate (tutti i corpi avevano gli stessi nomi scritti con inchiostro nero) strettamente collegati agli orrori di un campo di concentramento.
Muoversi e avere i documenti necessari per circolare o addirittura uscire di casa non è facile. Tuttavia questo problema non ha bloccato un uomo furbo, intriso di sete di vendetta, che intende andare avanti fino a quando non l’avrà completata. Toccherà all’ex commissario Oppenheimer, con l’aiuto del’ispettore Billhardt e dei suoi assistenti Wenzel e Reinmann, il difficile compito di provare a fermarlo.
Romanzo bello e coinvolgente, che ci rimanda indietro nel tempo, tra le rovine di una Berlino semi paralizzata dal freddo, a seguire Oppenheimer che macina chilometri in sella alla sua preziosa bicicletta, nei suoi rischiosi appuntamenti e nei pochi e intensi momenti di vita domestica vissuti nella difficile quotidianità di allora. Un dopoguerra berlinese diverso, peggiore che in ogni altro paese occidentale. La guerra fredda è alle porte e negli anni successivi Berlino diventerà sempre più zona bollente, culla di loschi affari e astrusi complotti internazionali.
Confidiamo nel ritorno di Oppenheimer in un prossimo libro di Gilbers. Lui ormai, nonostante la pesante influenza sovietica, pensa di tornare in polizia a fare il suo lavoro, quello che, come dice sua moglie: «Tanto ti sei già rimesso a fare l’ispettore…» Perché il suo destino è quello di ripartire da capo, avvalendosi del suo straordinario talento e del suo famoso intuito, per sbrogliare altri delitti.
L’ex commissario Oppenheimer è protagonista di altri tre precedenti romanzi di Harald Gilbers, Berlino 1944, I figli di Odino e Atto finale, sempre editi da Emons Edizioni.

Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969) ha studiato letteratura inglese e storia moderna e contemporanea. Prima di diventare regista teatrale, ha lavorato come giornalista delle pagine culturali e per la televisione. I suoi gialli sono tradotti in francese, polacco, danese e giapponese. Il primo romanzo della serie dell’ex commissario Oppenheimer, Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie (pubblicato da Emons nel 2016), ha vinto il Glauser Preis 2014, uno dei più importanti riconoscimenti per i gialli in Germania, mentre il secondo romanzo, I figli di Odino, ha ottenuto in Francia il Prix Historia 2016.

La Debicke e… La missione segreta che ha cambiato la Seconda guerra mondiale

William Geroux
La missione segreta che ha cambiato la Seconda guerra mondiale
Newton Compton, 2019

Un’eroica storia di coraggio avvenuta nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale, tra l’Islanda attraverso il Mar Glaciale Artico fino al porto baltico di Arcangelo. Un’eccezionale storia vera di sopravvivenza e collaborazione: il lungo, pericoloso e gelido viaggio tra i ghiacci di quattro imbarcazioni alleate che si trasformarono in fantasmi per attraversare l’Artico in barba agli aerei e ai sottomarini tedeschi e consegnare ad Arcangelo i rifornimenti necessari alla sopravvivenza dello sforzo bellico sovietico.
Il 4 luglio 1942, quattro navi alleate – tre mercantili americani: Il Troubadour, l’Ironcloud e il Silver Sward e l’Ayshire, un grosso peschereccio inglese dotato di armi antisommergibili – costretti dall’ordine dell’ammiragliato a sparpagliarsi e separarsi dal convoglio, decisero di fare fronte comune, lasciare la rotta più breve e dirigersi più a nord, penetrando nella banchisa polare, in cerca di copertura e rifugio dai bombardieri nazisti e dagli U-boat.
Nonostante i rischi del pericoloso labirinto gelato, affollato dalle taglienti punte degli iceberg che si scioglievano sotto l’estivo tepore solare, giudicarono con questa scelta di aver una migliore possibilità di sopravvivenza, rispetto al resto delle imbarcazioni del convoglio mercantile, nome in codice Diciassettesimo PQ (Convoy PQ-17), che all’inizio del viaggio contava ben trentacinque navi adibite al trasporto di aiuti da guerra per un valore di 1 miliardo di dollari, destinati al porto sovietico dell’Arcangelo, lasciato senza difesa a subire gli attacchi tedeschi via mare e via cielo. I quattro fuggitivi, nascondendosi alla vista del nemico grazie alla pittura bianca stesa sugli scafi e a nivee tovaglie e lenzuoli a fasciare i fumaioli, riuscirono a salvarsi e proseguire con il carico intatto verso il porto sovietico di Arcangelo, guadagnandosi il soprannome di fantasmi.
Bisogna tenere presente, storicamente parlando, che nell’estate del 1942 gli inglesi erano alle corde dopo Dunquerque, l’America aveva da poco subito il feroce attacco di Pearl Harbour che l’aveva costretta a entrare in guerra e la Germania, dopo aver liquidato la Francia e ributtato gli inglesi in mare, aveva impegnato il grosso del suo esercito contro l’ex alleata Unione Sovietica e, avanzando da conquistatore fino a Mosca, aveva costretto Stalin a legarsi in una fragile alleanza con Gran Bretagna e Stati Uniti. Per sostenerlo, Roosevelt e Churchill avevano organizzato degli aiuti di materiali e viveri per mezzo di convogli artici, fatti da navi mercantili, delle carrette del mare messe faticosamente assieme, malamente armate, che, scortate da unità alleate, erano destinate a rifornire il popolo russo allo stremo. Gli equipaggi delle navi erano stati arruolati per lo più tra marinai di navi mercantili e posti sotto il comando di ufficiali della marina militare.
E Il 17° convoglio (PQ-17) aveva appena iniziato ad attraversare l’Atlantico del Nord, quando l’ammiraglio tedesco Reader minacciò, con un’operazione chiamata La morsa del cavallo, di schierare la temibile portaerei Tirpitz, soprannominata Il lupo cattivo, per annientarlo.
In mancanza di informazioni attendibili, l’ammiragliato britannico, nel pavido timore della perdita di insostituibili navi da guerra, ordinò alla sua flotta di disperdersi e lasciare il convoglio senza difesa. La luce del giorno artico di ventiquattro ore in piena estate non dava tregua e i bombardieri attaccavano senza posa. Cosa che provocò un’ecatombe. In seguito Churchill stesso definì quell’ordine “l’episodio più triste di tutta la guerra”.
La politica di alto livello che mise Convoy PQ-17 sotto il tiro incrociato dei nazisti, mentre una difficile alleanza appena forgiata rischiava di dissolversi e il destino del mondo restava in bilico, coinvolse anche gli equipaggi delle navi fantasma. E quindi il comandante della Silver Sward, che veniva dal Maine, il guardiamarina della Marina statunitense Howard Carraway, imbarcato a bordo del SS Troubadour, un ragazzo di campagna della Carolina del Sud, uno dei tanti americani per i quali il convoglio avrebbe dovuto essere il primo assaggio di guerra; il guardiamarina William Carter della US Navy Reserve che, per salire a bordo della SS Ironclad, aveva rinunciato ad entrare alla Harvard Business School e anche Leo Gradwell, avvocato di grido ma anche tenente di riserva dalla Royal Navy Reserve, messo al comando dell’HMT Ayrshire, un peschereccio che era stato convertito in nave antisommergibile.
Una parte di storia non riconosciuta, che si è preferito tenere nascosta, forse per non sentire il peso delle troppe ambigue responsabilità. Uomini normali trasformati in soldati per il bene comune e troppo spesso sfruttati senza riguardo in strategie belliche – e a conti fatti gli iceberg erano pericolosi quanto i nazisti…
Una saga avvincente dedicata agli appassionati della seconda guerra. Un punto vitale ma purtroppo dimenticato della stessa. Una lettura da cardiopalma che immerge, circondati dai ghiacci, nel mezzo dell’oceano Artico e che non ci permette di dimenticare che la guerra combattuta dagli U-Boat tedeschi contro i mercantili americani fu mortale e drammatica, tanto che alla fine i membri della Marina mercantile degli Stati Uniti fecero registrare il doppio del tasso di mortalità di quelli della Marina Militare.

William Geroux ha lavorato come giornalista per oltre venticinque anni, collaborando con il «New York Times», l’«Associated Press» e molti altri quotidiani locali, prima di dedicarsi alla scrittura. È nato a Washington D.C. ma attualmente vive a Virginia Beach. Per saperne di più: www.williamgeroux.com

La Debicke e… Lunga vita all’impero

Simon Scarrow
Lunga vita all’impero
Newton Compton, 2019

Diciassettesima coinvolgente avventura di Le aquile dell’Impero, la superba saga di Simon Scarrow che vede in veste di protagonisti Catone e Macrone. Si conferma l’eccezionale e documentatissimo scenario storico, tanto che all’inizio del libro troverete un’eccellente mappa che descrive la zona di confine tra Roma e la Partia nel I secolo, utile anche per spiegare ai lettori che l’Iberia di cui si scrive nel romanzo non è l’attuale Spagna ma un regno poco lontano dal Mar Nero. Troverete anche, indispensabile per raccapezzarsi tra i personaggi, un’efficace spiegazione su come funzionava la catena di comando della Guardia Pretoria e il dettagliato elenco dei personaggi, storici e inventati, che compaiono nella trama. E per completezza, dopo la parola “fine” del romanzo, una colta e circostanziata nota storico-politica inserita dall’autore.
Ma torniamo a Lunga vita all’impero: un romanzo dal ritmo narrativo ad altissimo livello, con un’eccellente interazione tra i vari personaggi che attraversano una storia straordinaria e densa di azione e di personalità credibili, realistiche, messe umanamente di fronte a reali e difficilissime situazioni.
La storia inizia nell’anno 55 d.C., quando il tribuno Catone e il suo primo ufficiale Macrone si trovano a Tarso, nella Cilicia, estrema frontiera orientale dell’Impero romano, ai confini dell’Armenia e dell’immenso e imprendibile impero dei Parti; Catone e Macrone, alla testa della seconda coorte pretoriana – guardie imperiali sceltissime – su ordine del nuovo imperatore, il diciassettenne Nerone, hanno scortato il generale Corbulone a Tarso per assumere il comando dell’esercito romano.
Dico e confermo l’imprendibile impero dei Parti perché sia l’estensione dell’immenso territorio, sia i metodi di combattimento, con gli attacchi a tradimento della cavalleria favoriti dalle insidie del terreno, avevano fatto sì che anche celebri comandanti romani venissero irrimediabilmente sconfitti (vedi la disastrosa disfatta di Crasso a Sarre). In seguito Augusto, con grande saggezza, aveva trovato più ragionevole controllare le estreme frontiere orientali dell’impero stipulando la pace con i Parti, ma dopo di lui la sfrenata ambizione dei generali romani aveva rischiato di infrangere il difficile equilibrio di poteri nella zona. E l’Armenia, stato cuscinetto tra le due potenze, pareva a entrambi la chiave di volta per controllare la situazione. Il nuovo spinoso motivo del contendere, con il quale dovrà confrontarsi il generale Corbulone, è che i Parti, dopo aver invaso l’Armenia, che godeva della protezione romana, hanno deposto il sovrano iberico re Radamisto, un gigante ambizioso, privo di scrupoli e crudele ma formalmente alleato dell’impero, sostituendolo con Tridate, fratello di re Vologate, sovrano della Partia. Il generale Corbulone ha ricevuto il difficile incarico di rimettere Radamisto sul trono e di prepararsi a una probabile guerra contro i Parti. Ma l’arrivo a Tarso di Quadrato, governatore delle province orientali romane, gli conferma la mollezza dei costumi dei funzionari dell’Impero lontano da Roma e le pessime condizioni del potenziale esercito a disposizione in loco. Le legioni sono sparpagliate e gli uomini pochi, stanchi e male addestrati. Per rimetterli in sesto serve almeno un anno di addestramento e bisogna arruolare nuove truppe, invece l’Armenia non può attendere: è vitale subito per gli interessi strategici di Roma. Corbulone sa di non avere scelta, deve rimettere Radamisto sul trono prima possibile e le uniche forze su cui può fare affidamento sono la coorte d’élite delle Guardie Pretoriane di Catone e Macrone, soldati ben addestrati e di grande esperienza, unico valido atout per svolgere quel difficile compito e organizzare una prima rapida e efficace offensiva in Armenia. Sarà una missione gravosa e pericolosa in cui i nostri eroi dovranno guidare una colonna mista, formata da truppe romane e da uomini di Radamisto, attraverso terreni non mappati, sconosciuti e ostili, per raggiungere Artaxata, la capitale dell’Armenia, e cercare di rimettere sul trono un re niente affatto popolare. Catone, posto al comando di una difficilissima impresa che lo costringe a imporsi, con lo scopo di bilanciare con i suoi ordini i sanguinari desideri del prepotente e incontrollabile Radamisto, sarà anche costretto a lottare quotidianamente per mantenere la forza di se stesso e dei suoi uomini. Circondato da intrighi di traditori e da imprevedibili nemici che si nascondono ovunque, Catone deve fare i conti anche con se stesso e ha disperatamente bisogno del sostegno di Macrone per riuscire a cavarsela e a sopravvivere. Ma, pur potendo contare su di loro e sulla loro indefessa fedeltà, riusciranno a tenere a bada l’insopportabile e fatale narcisismo del re Radamisto? Questi, dominato dalla sua sfrenata e spietata violenza e dalla sua sanguinosa e distruttiva sete di vendetta sui nobili e sulla popolazione armena, potrebbe arrivare a tradirsi e a compiere una serie di gravissimi errori, in grado persino di mettere a rischio l’invincibilità di Roma e dei suoi uomini.

Simon Scarrow è nato in Nigeria. Dopo aver vissuto in molti Paesi si è stabilito in Inghilterra. Per anni si è diviso tra la scrittura, sua vera e irrinunciabile passione, e l’insegnamento. È un grande esperto di storia romana. Il centurione, il primo dei suoi romanzi storici pubblicato in Italia, è stato per mesi ai primi posti nelle classifiche inglesi. Scarrow è autore delle serie Le aquile dell’impero (Il centurione, Sotto l’aquila di Roma, Il gladiatore, La spada di Roma, Roma alla conquista del mondo, Roma o morte, Il pretoriano, La legione, L’aquila dell’impero, La battaglia finale, Il sangue dell’impero, La profezia dell’aquila, Sotto un unico impero, Per la gloria dell’impero, L’armata invincibile, La spada dell’impero), Roma arena saga (La conquista, La sfida, La spada del gladiatore, La rivincita, Il campione), I conquistatori (La battaglia della morte, Il sangue del nemico, Il richiamo della spada, L’erede al trono, Muori per Roma) e Revolution saga (La battaglia dei due regni, Il generale, A ferro e fuoco, L’ultimo campo di battaglia). Ha firmato anche i romanzi I conquistatori (con T.J. Andrews), L’ultimo testimone (con Lee Francis) e Eroi in battaglia. Le sue opere hanno venduto oltre 5 milioni di copie nel mondo.

Letture al gabinetto di Fabio Lotti – Ottobre 2019

Questa volta andiamo subito al sodo senza farla tanto lunga.
La profezia degli incappucciati di Roberto Mistretta, Il Giallo Mondadori 2019.
Avendo già letto dell’autore con soddisfazione Il canto dell’upupa, Cairo 2008, non ho avuto remore nell’acquistare anche questo. Sul personaggio principale, il maresciallo dei Carabinieri Saverio Bonanno di Villabosco, avevo scritto “…lasciato dalla moglie vive con la madre donna Alfonsina, la figlia Vanessa e il cane Ringhio. Si sposta con macchina Punto (un po’ di pubblicità alla Fiat fa sempre bene). Abitudinario. Caffè in casa e poi al bar “Excelsior” (ma non lasciatevi ingannare dal nome). Fuma in continuazione, ottima forchetta, risultato la pancia. Ogni tanto arriva la tristezza quando affiorano ricordi della scuola, il tempo non passava mai e pensava a suo padre sempre più lontano. O ricordi di sua moglie che un giorno se ne era andata via con il trapezista di un circo famoso. Simpatia per l’assistente sociale Rosalia. Anzi, più che simpatia “Rosalia Santacroce era una di quelle donne che facevano ribollire il sangue”, “Emanava un caldo profumo di femmina. Inebriava e confondeva”, e ancora “Rosalia Santacroce aveva la voce di un soprano che canta un’aria leggera. Gli occhi erano due stelle che rischiaravano la notte, e risplendevano nello squallore della caserma come diamanti nel deserto”. A volte nella sua mente sesso e appetito si fondono umoristicamente “Con un leggero movimento del bacino, distese il fondoschiena rotondo, Bonanno lo immaginava soffice come un bignè di ricotta e farcì il sedile”. Animo sensibile anche alla vista della bellezza della natura “Dio che spettacolo! Perché gli uomini avevano smesso di guardare il cielo!”. Buono. Buono ma se si arrabbia sono guai per tutti. E non molla l’osso come un mastino. Insofferente dei regolamenti e delle regole un po’ come il Montalbano di Camilleri. Non capisce nulla in fatto di computer e internet e deve chiedere aiuto ai suoi sottoposti più giovani. Un bel personaggio, realistico e credibile.”
Ora se la deve vedere con un caso particolare. Nel corso di una celebrazione religiosa il governatore Nofrio Falsaperla di una confraternita secolare muore sotto il peso del baiardo a forma di croce incollato sulla schiena. Sembra una disgrazia, una semplice disgrazia. Invece ecco arrivare un foglio di quaderno strappato “Nun fu disgrazia maresciallo! Nofriuzzo lo ammazzarono!”
Il caso si amplia, subito diffuso da diversi servizi giornalistici, ma per il suo superiore capitano Oliva trattasi solo di tragica fatalità. Comunque l’indagine va avanti. Nofrio, a cui piacevano ragazzi e ragazze aveva messo gli occhi addosso anche a Minica, la Veronica della processione che era fuggita prima dell’arrivo dei carabinieri. Inoltre qualcuno si era opposto al soccorso e ci saranno di mezzo tre donne: la moglie del vicegovernatore Ideale Dolcefiore, la citata Minica e la moglie del falegname. Accanto a questo caso l’uccisione dello stesso Oliva e il ferimento dell’amico Stoppani per le indagini contro le cosche (nessuno ha avvertito il maresciallo) che gestiscono una cordata di malaffare sugli appalti pubblici e truffe milionarie sui contributi europei a fondo perduto. E arrivano altre morti…
Al centro sempre lui, il nostro Bonanno affondato nei ricordi (ma anche in certe succulenti mangiate), l’amore per Rosalia, la rinascita, qualche fumata con le Benson & Hedges, il ritorno della moglie Emma (che cosa vorrà?) contrastata dalla stessa Rosalia. Il tutto tra una serie di spunti sul paesaggio “selvaggio ed aspro” oppure incantato per “il tripudio di smeraldo e indaco del cielo, il turchino dei monti, il cinerino dei massi, il biancore luminescente dei cirri, il salmastro spumeggiante delle onde. La maestosità dell’Etna”. E spunti ironici su certi personaggi come sul giornalista Mimmo Castelli che sguazza “nelle notizie di cronaca nera come un rospo nel pantano” ad aprirci la bocca al sorriso.
Lettura leggera, piacevole, passaggi ben calibrati dal dramma all’allegro, dai momenti di crisi alla forza del riscatto. Una miscela ben dosata di ricordi, sentimenti, mistero e azione. Tutto gira intorno ad un’antica profezia conosciuta dal vecchio governatore (lo incontreremo a narrare la sua storia), ovvero il segreto del baiardo e un cuore particolare che vale milioni di euro…
All’interno il racconto Stazioni di Andrea Montalbò.
La fuga di Sabrina. Dalla cassetta tirata agli agenti che la inseguono esce fuori una T-shirt insanguinata di un bambino. Il commissario De Felice, una specie di Bronson fuori programma, deve indagare sul rapimento di Paolo di dieci anni gettato in una roggia. La sospettata sembra proprio Sabrina Storti. In passato processata per truffa e assolta ma ha perso tutto: famiglia, lavoro, amici. Sarà il classico capro espiatorio? Scontro finale fra lei e De Felice. Chi vincerà?…

Com’è morto il baronetto? di H.H. Stanners, Polillo 2019.
Qui ritrovo anche i miei amati scacchi. Addirittura proprio all’inizio “Dereck Furniss scrollò la scatola per far cadere i pezzi degli scacchi che poi cominciò a disporre sulla scacchiera”. Il romanziere giocherà con il professor Harding (classico detective dilettante) durante la festa ad Astonbury che celebra il giorno dell’incoronazione del re Giorgio VI. Naturalmente abbiamo subito una morte sospetta, più precisamente del baronetto Jabez Bellamby trovato stecchito nella sua cava di gesso per un colpo sparato con la sua pistola (ha anche un ematoma sul viso). Per l’ispettore Marriot si tratta di suicidio, come riferirà al suo capo Philip Pannell, anche perché il morto aveva un sacco di problemi: finanziari, fisici (di salute) e sentimentali. La moglie se la intendeva con un amante (l’avvocato Newth) e lui stesso si era innamorato non ricambiato di Brenda Derwenth Smith, una bella sventola di venti anni, troppo più giovane di lui e affollata di corteggiatori.
Ma non è tutto così chiaro per il professor Harding. Guardiamo più da vicino il nostro detective dilettante: di aspetto giovanile non dimostra i suoi quarantatré anni, alto e magro, sguardo mite, espressione sagace e pensierosa, sembra più un inglese in vacanza che un professore americano di diritto internazionale (perde a scacchi ma si rifarà). E ora l’ispettore Marriot, anch’egli alto e dal viso ossuto, occhi grigi, sopracciglia color sabbia, capelli prima rossi tendenti al bianco, aria di scarsa vitalità compensata da modi bruschi. Lo vuole al suo fianco per godersi l’occasione di osservare i suoi famosi metodi investigativi.
Alla festa di Astonbury mancava anche Hughie Bryant, nipote del maggiore Derwenth-Smith che, viaggiando in macchina piuttosto brillo, uccide pure un ciclista sconosciuto. Un punto cruciale della storia è che Jabez aspettava una telefonata da Bradford, e allora perché andare in giro proprio in quel momento? Diversi i sospettati ognuno con il suo bel movente e altri particolari a rendere complessa l’indagine: orme da studiare sul luogo della morte (mancano proprio quelle dell’ucciso); un bottone di pantaloni sul terrapieno da cui si vedeva il corpo di Jabez; fili di erba stretti nella sua mano; diamanti grezzi del morto scomparsi come certi buoni al portatore di quindicimila sterline e una valigia blu; mozziconi di sigaretta Vendredi, sempre del baronetto, trovati in una macchina di Hughie Briant… Insomma un bel groviglio di particolari e situazioni da chiarire. “Tutto in quel caso appariva sconcertante e contraddittorio” rimugina Harding.
Altro punto fondamentale della vicenda è il classico problema degli orari, a partire da quello della morte, dentro il quale si muovono i personaggi, assai complicato ed arduo da sbrogliare. Narrazione trattata con una cura davvero felicemente minuziosa nella complessità della trama, nella caratterizzazione dei protagonisti e dell’ambiente con citazioni imprescindibili di Sherlock Holmes. Alla fine spiega tutto il professore. O quasi… E gli scacchi hanno qui il loro bel rilievo.

Il tempo dell’odio di Ruth Rendell, Il Giallo Mondadori 2019.
Il primo personaggio che incontriamo è Maxine, la donna delle pulizie della famiglia Wexford dove troviamo l’ex ispettore Reginald, ora in pensione, impegnato nella lettura della Storia della decadenza e caduta dell’impero romano di Edward Gibbon. Da Maxine, tra mille chiacchiere (grande lavoratrice con un solo difetto: “Non stava mai zitta”), viene a sapere della morte della vicaria di cui lei stessa ha trovato il corpo. Strozzata… E dal sovrintendente di polizia Burden arriva l’invito telefonico a partecipare all’indagine. Subito accettato ché stare con le mani in mano lo annoia.
Ma chi era la vicaria? Trattasi di Sarah Hussain, figlia di un’irlandese e di un indiano, sacerdote della Chiesa d’Inghilterra a Kingsmarkham nel Sussex, quarantotto anni con la figlia Clarissa, anche se non sposata. Uccisa nella canonica di St Peter. Odiata per la sua pelle scura e dalla vita difficile, molto difficile. Wexford scoprirà in seguito che era stata addirittura violentata e Clarissa il frutto di quella violenza. Non volle fare denuncia alla polizia ma rivelò a una sua amica che l’uomo era “giovane, attraente e asiatico”. Al centro del suo pensiero l’amore, che poteva esplicarsi perfino nei matrimoni gay. Una donna divisiva, insomma, anche all’interno della chiesa stessa. C’era, poi, un altro uomo che la corteggiava, che la molestava troppo assiduamente.
Via, dunque, alla ricerca del molestatore (si scoprirà essere l’avvocato Gerald Watson) e dello stupratore con una lunga indagine a ritroso nel tempo attraverso i colloqui con tutti coloro che l’avevano conosciuta. Intanto sembra trovato l’assassino di Sarah nel giardiniere Duncan Crisp. Burden ne è convinto, convintissimo, è lui non c’è dubbio, ma il dubbio viene, invece, a Wexford che andrà avanti da solo: un particolare importante da non farsi sfuggire, un tatuaggio di una santa con l’aureola che può essere utile. Ma dove l’aveva visto? E poi tra i personaggi incontrati chi mente? Chi dice la verità? Alla ricerca di qualcuno che si nasconde sotto falso nome. Ma dove?…
Di fianco all’indagine momenti di vita familiare di Wexford con la moglie Dora, la figlia Silvia (ne ha anche un’altra, attrice teatrale, e cinque nipoti) che va ad abitare con Clarissa, la quale si fidanza con suo nipote Robin. Momenti sereni e qualche scontro con i giovani. E squarci di vita sociale dove impera il razzismo e il maschilismo, dove quotidiane sono le violenze domestiche anche psicologiche. Il tempo dell’odio come da titolo. E ben venga una nuova legge a riguardo che aiuti le donne.
Una vicenda ricca di dubbi e incertezze fino alla fine quando arriva un nuovo, impensabile personaggio. Ma Wexford è un uomo solido, tutto d’un pezzo, non si lascerà fuorviare dall’idea che si è già fatta concreta nella sua mente. Tra l’altro ha sempre il suo fedele Gibbon a fargli compagnia.
Per La storia del giallo Mondadori l’ottava puntata Gli anni Cinquanta di Mauro Boncompagni.
A partire da Peter Cheyney, Kenneth Millar, Brett Halliday e Richard Ellington per finire in bellezza con James Hadley Chase. Bastano i nomi…

L’ermellino di porpora di Pierre Borromée, timeCRIME 2012.
Quando in seconda di copertina ho letto di un cadavere di una giovane donna ridotto in poltiglia a martellate, il cui delitto sembra ricollegarsi ad un altro avvenuto sette anni prima, e che l’assassino potrebbe colpire ancora di nuovo, visto e preso (pagando). Meglio andare su un usato sicuro (Bersani) che trovarmi di fronte a qualche pericolosa originalità.
L’usato sicuro inizia a Villecomte in Borgogna. A scoprire il cadavere la donna delle pulizie come nel più classico degli usati sicuri. La signora giace sul suo letto con la lingua di fuori e il viso orrendamente sfigurato. Probabilmente pure strangolata e con una profonda ferita all’addome. Trattasi di Juliette Robin, moglie dell’avvocato Pierre Robin che non si trova in giro. L’assassino si è introdotto in casa attraverso una porta-finestra del salone dopo avere rotto il vetro per arrivare alla maniglia. Piccolo particolare interessante, la signora è ancora vergine.
L’usato sicuro continua con la presentazione di chi deve condurre le indagini. In questo caso il commissario Baudry. Uomo del popolo, operaio metalmeccanico a sedici anni, scuole serali, accento duro che gli fa aprire le vocali, poca inventiva ma tenace e coscienzioso, soprannominato Zanna Bianca o Kaiser per i suoi baffoni all’insù. Un quintale di ciccia da “sfuriate bestiali” con due nemici: la moglie uggiosa e la Direzione centrale della polizia giudiziaria.
Segue, sempre secondo le modalità dell’usato sicuro, il contorno degli altri membri addetti alle indagini con le loro situazioni particolari di cui un paio amanti della bicicletta. A ruota (viene a pennello) le indagini stesse con gli interrogatori, i dubbi, il modus operandi dell’assassino che sembra sia stato ripetuto in passato. Più precisamente nel caso di Saint Martin, quando una ragazzina ritardata di quindici anni, nuda, era stata massacrata a colpi di accetta senza subire violenza. In entrambi i casi un accanimento sul volto. Trattasi di psicopatico?
Sotto accusa il marito ritrovato che aveva avuto una relazione travagliata con la sorella maggiore della moglie, ma bisogna andarci cauti che un avvocato è un avvocato (scontro tra autorità giudiziaria e polizia). A questo punto l’usato sicuro si rimpolpa con il solito intervento di una storia minore che si incastra nell’alveo di quella maggiore. Due giovani zingari erano presenti a Villecomte nell’ora del delitto, ergo interrogatorio disumano, fuga e morte per caduta del giovane Johnny (vedi un po’ i nomi moderni degli zingari), rivolta della loro comunità. Il caso si complica.
Non la faccio lunga. Non ho voglia di farla lunga. Finalino tesino con qualcuno che sta per rimetterci le penne e viene salvato da qualcun altro (un classico dell’usato sicuro). Il tutto condito da una prosa semplicina, precisina, tranquillina, pure banalina senza sobbalzini di sorta e le solite frasettine in corsivo sparse qua e là stimolanti all’abbiocco.
Con l’usato sicuro si va sul sicuro. Niente sorprese ansiogene ma una rassicurante cantilena di storie risapute che ti culla dall’inizio alla fine. A questa età è meglio non rischiare.
Buonanotte.

I Maigret di Marco Bettalli

Il cavallante della «Providence» del 1932
Ancora chiuse, canali, marinai, chiatte, un ambiente che Simenon evidentemente predilige (v. anche i due successivi). Siamo ad aprile, ma nel nord della Francia è come se fosse inverno. Maigret si profonde più che altro fisicamente in una inchiesta poco gratificante (aiutato per breve tempo da Lucas: non si capisce perché si trovi lì e perché si occupi del caso, ma non ha molta importanza), compiendo fino a 68 km. in bicicletta, su strade infami, in un solo pomeriggio. Il giallo in realtà è quasi inesistente, tanto che l’assassino è sbandierato nel titolo… Rimangono, come accade spesso, i personaggi: la sgangherata e ricca compagnia del Southern Cross (in una scena, due di essi giocano a scacchi, un evento rarissimo nei Maigret), nullafacente, provvista di mezzi e velatamente immorale; i teneri, poveri coniugi della «Providence» e soprattutto il cavallante, vero fulcro di tutta la storia, esempio caricatissimo di discesa agli inferi di un borghese che uccide per amore, sconta 15 anni di prigione e poi non riemerge più, trasformandosi in una sorta di animale tra gli animali – i suoi amati cavalli – senza più parola, senza più speranze, senza quasi più fattezze umane.

All’insegna di Terranova del 1931
Continuano le ambientazioni in luoghi d’acqua: Maigret viene convinto a intervenire per salvare un giovane raccomandatogli da un vecchio amico e accetta di passare le sue vacanze nel mese di giugno (insieme alla signora Maigret, presente in un ruolo tutt’altro che trascurabile) a sbrogliare questo caso a Fécamp, località di mare. La faccenda, che ha il suo fulcro in vicende di qualche tempo prima svoltesi a bordo di un peschereccio impegnato nella pesca del merluzzo a Terranova, è assai torbida, avendo come motore centrale l’irresistibile attrazione che una donna molto sensuale (imbarcata irregolarmente sulla nave, in mezzo a dozzine di maschi in astinenza…) è in grado di suscitare. La soluzione del caso, come spesso accade, non è particolarmente interessante: ancora una volta, sono i personaggi, a partire dal defunto capitano, irreprensibile finché la passione puramente animale per la donna non lo travolge, oppure il giovane e ombrosissimo protagonista con la sua fedelissima fidanzata, a costituire la parte più interessante della storia. Non uno dei Maigret migliori, ma comunque non privo di fascino.

Spunti di lettura della nostra Patrizia Debicke (la Debicche)

Una madre perfetta di Kimberly Belle, Newton Compton 2019.
Atlanta, Georgia: la gita scolastica di una scuola della haute, la Classical Cambridge Academy, avrebbe dovuto essere una normale escursione, una breve vacanza in campeggio. Una straordinaria esperienza per bambini delle elementari… Per Kat Jenkins, orfana, oggi madre single che non naviga nell’oro, con l’unico sostegno a distanza (vive nel Tennessee) di Lucas, un vecchio amico di famiglia, Ethan, il suo bambino di otto anni, è l’unica cosa che conta, l’unica cosa buona che le è rimasta del disastrato matrimonio con Andrew Maddox che prima del divorzio l’ha ingannata e soprattutto abusata moralmente e fisicamente. Ethan poi è un bambino speciale, piccolo e mingherlino per la sua età ma dotato di un’intelligenza eccezionale, quoziente 158, ma non ha facili rapporti con i compagni che lo bullizzano e lo evitano. Restiamo a fianco di Kat Jenkins, Kat, la prima voce narrante, quando la mattina abbraccia suo figlio che sta per salire in autobus per andare al campeggio con i compagni e gli insegnanti. Sono diretti nei boschi che sovrastano Dahlonega, vecchia e famosa città georgiana della Caccia all’Oro. Al suo ritorno a casa, una minuscolo proprietà di due piani in un quartiere di periferia che può appena permettersi, Kat lascia il telefono in cucina, sale in camera al secondo piano e crolla in sonno profondo. Stanchezza arretrata e stress, accumulato per il faticoso e difficile lavoro di consulente immobiliare, si fanno sentire, ma quando alle prime luci dell’alba viene svegliata da un educatissimo agente di polizia Brian Macintosh, si trova di fronte al peggior incubo che possa capitare a una madre: suo figlio è scomparso nel nulla dopo uno strano incendio dietro lo chalet che ospitava scolari e insegnanti…
Un thriller intrigante, sostenuto da una scrittura brillante, da personaggi credibili e da una trama in cui l’autrice riesce a tenere alta la tensione, mettendo anche in evidenza il divario economico e sociale tra i sofisticati Huntingtons e Kat Jenkins, impegnata in un’impari lotta con l’ex marito con il quale sa di dover trovare un modus vivendi perché anche lui adora il figlio. Due protagoniste di polso, diverse tra loro ma entrambe forti e determinate. Un finale ben calibrato ma che già serpeggia nelle pagine, in cui sono disseminati elementi che consentono di intuire una possibile soluzione. Ma l’epilogo, con la sua crudele realtà, completa al meglio tutta la storia.

Nuovo approdo in libreria per Marcello Simoni con L’enigma dell’abate nero, Newton Compton 2019, terza puntata della Secretum Saga. Una storia veloce, spregiudicata ma che non si fa certo mancare colti e curatissimi riferimenti storici e una perfetta ricostruzione ambientale. Ambientata nel Quattrocento, vede come protagonista Tigrinus (eroe di professione e ladro per scelta) che deve il suo nome alla tinta bicolore dei capelli: bianco e nero. Fatto misterioso e, per chi ha scelto di fare il suo mestiere, anche abbastanza pericoloso, perché lo rende facilmente riconoscibile. Per fortuna il suo secolo non era avaro di mantelli e cappucci con cui celare le chiome. Dunque anche un azzardato ma riuscito patto con il lettore che fa il tifo per lui e un indovinato mix di generi narrativi. Si passa infatti dal gustoso sapore del feuilleton salgariano/dumasiano e quindi cappa e spada, avventure, agguati, complotti e tradimenti, al crogiolarsi aggirandosi per sotterranei, che si rifanno alla letteratura gotica anglosassone, senza mai dimenticare il classico atout finale che esalta la trama gialla, la soluzione del mistero… Thriller che fa volare il lettore fino alla fine coinvolgendolo mistero dopo mistero. Cosa si può chiedere di più a un thriller storico? Perfettamente centrata l’atmosfera di una Ravenna tardo medievale, affollata fino all’inverosimile da rifugiati in fuga davanti alle galee ottomane. Grazie Marcello, come sempre bravo e a presto!

Il giallo di Ponte Sisto di Max e Francesco Morini, Newton Compton 2019.
Liberty romano dai palazzi alle chiese a dominare culturalmente la narrazione e il mondo di Petrolini come scenario. Una netta virata da parte dei fratelli Morini che stavolta lasciano la possanza e la fascinazione della grande arte figurativa per il palcoscenico, ma per Roma si tratta di un palcoscenico molto speciale. Quello indimenticabile e intramontabile che vide come massimo divo e protagonista Ettore Petrolini. Forse l’eccessiva vicinanza del grande comico con il fascismo – Mussolini era tra i suoi fan e lui per anni approfittò a piene mani di questa vicinanza – il nuovo e diverso clima politico del dopoguerra ha contribuito a un parziale oblio della sua immane bravura e grande umorismo. Ma di quei tempi un comico, un uomo di spettacolo, doveva vivere e il regime non tollerava chi non si adeguava almeno formalmente alle sue regole. Afflitto da angina pectoris, allora non esistevano gli stent e non si operava di bypass, ebbe ripetute, drammatiche crisi successive e morì giovane, ad appena cinquantadue anni. La sua innata civetteria gliene faceva dichiarare, però, solo cinquanta. I Morini, oltre a far sì che la memoria di Petrolini domini con prepotenza la scena per tutto il romanzo, gli hanno regalato anche un’importante parte nella narrazione. Insomma hanno fatto di lui un ingombrante fantasma romano tornato a fare danno. Infatti quando scompare un giovane comico, Simone Rossmann, figlio unico di famiglia molto agiata con la quale ha rotto i ponti  per darsi al palcoscenico, secondo la denuncia del padrone di casa, un michelangiolesco settantenne ex stagnaro (idraulico per i non romani), salta subito fuori una prima incredibile coincidenza. Il ragazzo abitava in un monolocale dello storico edificio romano di via Baccina, rione Monti, dove aveva vissuto il giovane Ettore Petrolini, come testimoniato dalla targa appesa sulla facciata del palazzo. Non basta: il repertorio del giovane attore era improntato quasi fanaticamente ai vecchi ritmi e giochi di parole petroliniani. Le indagini vengono subito affidate al gigantesco ispettore milanese Ceratti che, coadiuvato dal fido agente Cammarata, dopo aver sfondata la porta a spallate ed essere entrato scoprirà una seconda e invasiva coincidenza: l’appartamento è completamente tappezzato da immagini, foto e locandine di scena del grande idolatrato divo del varietà del Novecento, Ettore Petrolini. E quando Ceratti, spiazzato dall’assurdità della situazione, in cerca di conforto documentaristico e aiuto nelle indagini, convoca come al solito il libraio Ettore Misericordia che lo raggiunge tallonato da Fango, voce narrante della situazione e indispensabile spalla, guardandosi attorno verrà fuori una terza stranezza. Sul piatto del centenario grammofono anni Venti c’è un disco a settantotto giri, “Ha detto il sole”, imperituro successo di Petrolini che, messo in funzione, continua a incantarsi sinistramente sulla parola “morire”. E la voce incisa sul disco è proprio quella del divo anteguerra. Sembrerebbe una macabra e premonitrice coincidenza, perché pochi giorni dopo viene rinvenuto un altro cadavere. Per il povero e gigantesco ispettore milanese la faccenda si rivela subito talmente intricata che per arrivarne a capo necessiterà del fiuto e della longa manu di Misericordia. Insomma, di qualcuno in grado di immergersi totalmente nel mondo e nella storia dell’inizio Novecento romano, prendendo in considerazione tutti i possibili particolari indispensabili per sbrogliare il caso. E chi più di Misericordia, esperto dell’epoca, che deve addirittura il suo nome di battesimo al padre, libraio come lui ma anche fan di Petrolini? Per sbrogliare il mistero si dovrà intraprendere una rocambolesca indagine che si addentrerà nella movimentata e non sempre lineare vita di Ettore Petrolini, uomo vissuto quasi un secolo prima. I misteri del passato si intrecciano con quelli del presente dando vita a un’avventura piena di colpi di scena tra straordinari palazzi, vicoli, strade e piazze romane.
Ancora un giallo, in una fresca atmosfera marzolina, che ci rituffa nella consueta e teatrale ma verace rappresentazione della Città Eterna, tra antichi monumenti e vestigia del Ventennio. Una Roma dai ritmi “moriniani”, in bilico tra il presente e il passato, che talvolta ci fanno dimenticare il tempo. Un giallo che prende per mano il lettore e l’accompagna in tanti luoghi belli e segreti della Capitale. Una collaudata ricetta condita dall’intelligente humour dei fratelli Morini che ci regalano un giallo classicheggiante, ma anche un raffinata e utile guida turistica per un pubblico di eletti. Da leggere.

Le letture di Jonathan

Cari ragazzi,
oggi è la volta Diario di una Schiappa. Portatemi a casa! di Jeff Kinney, il Castoro 2015.
Greg, il ragazzo che già conoscete, questa volta parte per un viaggio di vacanza con la sua famiglia. Partono e a lui, sfigato, naturalmente in macchina tocca l’ultimo posto, stretto e pieno di bagagli. La prima tappa del viaggio è una fiera, un mercato pieno di giostre e divertimenti dove Manny, il fratello più piccolo, vince un porcellino vero. Poi decidono di andare in spiaggia, però fanno un incidente e chiamano il carroattrezzi. La macchina è rotta e il meccanico la sta aggiustando, ma ci vuole molto tempo. Quindi decidono di andare a un parco acquatico lì vicino. Si divertono molto, ma perdono la chiave del loro armadietto nel quale avevano messo i cellulari e i portafogli. Sconsolati tornano nel posto in cui hanno lasciato la macchina ma si accorgono che è sparita. Quindi chiedono un passaggio e due signori li riportano a casa. Ma le loro avventure e le loro disgrazie non finiscono qui…
Un diario davvero divertente!

Un saluto da Fabio, Jonathan e Jessica Lotti